I fatti del 1848 e del 1849 sono commento alle cose ch'io dico. A me non tocca or ripetere ciò ch'io accennai di quei fatti nei Cenni e Documenti della guerra regia e negli altri scritti contenuti in questo volume e nel seguente. Ma dirò—perchè importa al piccolo nucleo di repubblicani che si serbarono in quei due anni incontaminati—come sentissimo, come prevedessimo fin d'allora gli eventi e quale fosse la norma della nostra condotta.

Fin da quando, gran tempo innanzi al delirio che invase nel 1847 le menti, si mostrarono, nel mezzogiorno segnatamente, i primi indizî di tentennamento fra i due principî, io mi diedi a combatterli più che pubblicamente privatamente, per via di lettere. E ne inserirò qui a saggio delle molte ch'io scrissi, una ch'io diressi a un Leopardi, membro del Comitato napoletano, repubblicano nel 1833, incerto nel 1834 dopo il mal esito del tentativo sulla Savoja, monarchico dichiarato nel 1848 e autore d'un libro oggi dimenticato nel quale sono da trovarsi parecchie falsità sul mio conto e su quello di parte nostra.

«. . . . . . . . . . . . . . Avete fede»—io gli diceva—nei destini d'Italia? Avete fede nel secolo? V'arde il sacro pensiero di proclamare l'unità delle famiglie italiane? Avete provato quanto ha di grande, di solenne, di religioso, il concetto che chiama la generazione del secolo decimonono a creare una Italia? Volete farla grande e bella fra tutte le nazioni? Intendete come si tratti per noi d'un'opera immensa, divina, ove ci riesca di darle la parola dell'epoca nuova, di cacciarla alla testa d'un periodo di civiltà, di commetterle una missione che influisca sull'umanità intera? Allora, staccatevi dalle idee di transazione anche momentanea, anche concepita come gradino al meglio, e siate repubblicano, repubblicano sin d'oggi apertamente e credente nella possibilità, nella necessità del trionfo del simbolo repubblicano. Però che tutte le altre idee sono illusioni, menzogne della vecchia politica che s'è abbarbicata alle menti.

«Guardate all'Europa. Il suo moto è a repubblica, moto universale che aumenta ogni giorno, che trascina gli intelletti un tempo più schivi, fin Chateaubriand, fin Lamennais. La prima rivoluzione francese, avvenga quando che sia, sarà per necessità repubblicana: la prima insurrezione germanica, repubblicana per necessità: dacchè le divisioni politiche e l'assenza d'una famiglia che abbia quanto basti d'influenza e di virtù per riunirle, escludono il governo monarchico a quei che vogliono unificare l'Alemagna.

«La Svizzera si regge a repubblica e progredisce verso un nuovo assetto più popolare e più energicamente concentrato. E voi vorreste che l'Italia, sorgendo a rivoluzione, gridasse un grido costituzionale monarchico? Vorreste collocarla in condizioni di avere rivoluzioni posteriori? Ridurla allo stato della Francia d'oggi? Porla retrograda fra i popoli che s'affrettano alla meta? L'Italia si trascinerebbe stentatamente dietro al moto europeo, quando è destinata a precorrerlo? Il simbolo popolare, dovunque verrà proferito, darà a quel popolo la palma dell'incivilimento europeo, e noi, questa palma vogliamo darla all'Italia—e possiamo, volendo.

«Il simbolo popolare è unico a darle vigore e possibilità di unità. Create una o più monarchie costituzionali: avrete sancita, educata, fortificata la divisione in Italia: avrete di necessità creato un'aristocrazia, elemento indispensabile nel reggimento monarchico costituzionale: avrete forse gettati i germi d'una guerra civile tremenda. Perchè non giova illudersi; cacciato un governo costituzionale nel regno di Napoli, credete voi che il Piemonte e la Lombardia s'uniscano sotto la bandiera di quel re? No. Le gare, le invidie sono sopite perchè il simbolo popolare, che s'è affacciato, non ammette irritabilità d'amor proprio di provincie; ma si ridesteranno formidabili ogni qual volta si parlerà di monarchia. Il Piemonte non subirà mai un re napoletano. Napoli non subirà mai un re piemontese. Avanza dunque una federazione di re italiani. Una federazione di re non ha esistito, nè esisterà mai.

«Una federazione non è che un passo mosso verso l'unità, e questa è contraddittoria alla esistenza dinastica dei re. Una lega di re può esistere—esiste; ma contro ai popoli, contro al moto delle idee, non a favore della libertà e delle idee progressive. E d'altra parte, ponete Napoli governata costituzionalmente, come farete cotesta lega? Pacificamente o colle armi? Pacificamente no certo, nè alcuno lo crede. Sarebbe portento tale che supererebbe le difficoltà d'una rivoluzione repubblicana. Colle rivoluzioni non l'avrete mai; perchè, a cagion d'esempio, l'insurrezione ligure non sarà mai che repubblicana[45]. Abbiatelo—dalle cagioni in fuori che fanno tendere Genova a separarsi da un re piemontese—come fatto inevitabile, del quale io starei mallevadore sulla mia testa. Allora, che farete in Italia? Se ponete anche che le rivoluzioni strappino ovunque un patto costituzionale ai nostri principi, poserete voi una confederazione italiana sulla lega dei principi costituzionali, per violenza esercitata sovr'essi? Faranno lega, forse; ma per emanciparsi dai popoli—non per altro. Noi vogliamo non solo mutar le sorti d'Italia, ma rigenerarla; perocchè vogliamo farne un gran popolo; ed elemento d'un popolo grande è, più che non si pensa, un popolo schiavo, ma fremente. Gli estremi si toccano. Nelle grandi scosse i popoli si ritemperano, si consacrano alle grandi cose. Non così se, invece di chiamarli dal nulla alla creazione, volete indugiarli in tentativi incerti e graduati. La monarchia costituzionale è il governo più immorale del mondo; istituzione corrompitrice essenzialmente, perchè la lotta organizzata, che forma la vitalità di quel governo, solletica tutte le passioni individuali alla conquista degli onori e della fortuna che sola dà adito agli onori. Vedete la Francia! come ridotta in Parigi! e che indifferenza e che egoismo non la ucciderebbe se non sorgessero tratto tratto i martiri repubblicani a riconfortarla! Gli anni della Restaurazione, la commedia dei quindici anni e l'ipocrisia continua delle lotte d'opposizione parlamentare l'hanno sfinita, gangrenata, guasta per modo, che se la sua missione d'incivilimento è finita, se ad un popolo qualunque dà l'animo di sorgere primo. E dovete paventare più per l'Italia.

«La Francia ha inaugurato il programma dell'èra moderna; la Francia ha avuto la Costituente e la Convenzione: l'Italia, uscente dal servaggio per addestrarsi nell'arena costituzionale, avrà da aggiungere ai vizî del primo i vizî e le corruttele del reggimento monarchico-misto. Quindi, troncato l'avvenire italiano—troncata, per un mezzo secolo, la grandezza italiana—troncato, forse per sempre—io non cesserò mai di ripeterlo a voi caldo e intelligente italiano—il primato morale italiano sulla civiltà dell'Europa. Pure, se a fronte d'una quasi impossibilità di sorgere come vogliamo, si mostrasse una certezza, una speranza fondata di sorgere come possiamo! Ma noi abbiamo spiato bene addentro il pensiero dell'Europa monarchica. Abbiamo esplorato tutte le vie di miglioramento. Non ve n'è una fondata sulle mire dei governi. Siamo soli, o coi popoli.

«L'Europa è in oggi un campo d'audacia pel partito repubblicano; un campo d'astuzia pel partito monarchico dove la forza delle cose ha strappato le concessioni; un campo di ferocia dove il dispotismo regna sicuro.

«L'Austria e la Russia rappresentano quest'ultimo. La Francia e la Spagna l'altro.

«L'Inghilterra nulla rappresenta nel sistema europeo. Il principio motore del governo non è mutato. È l'egoismo nazionale, commerciale—e non altro. Da Canning in giù, uomo mal noto ai buoni, e che in più cose gode di fama usurpata, non v'è grado di progresso verso idee d'equilibrio europeo. V'è una lotta segreta ma vivissima interna tra l'aristocrazia e il popolo, che assorbe ogni cosa. L'alleanza colla Francia è nulla, è parola cacciata a illudere i due popoli—null'altro. Quando il governo inglese ebbe voce che si tenterebbero reazioni Carliste in Francia, cacciò il partito whig e spinse il tory. Il nome di Wellington rappresentante il dispotismo nella sua brutalità militare, fu posto innanzi. Svanite le speranze dell'assolutismo si tornò alle tendenze di Grey. Ma chiunque conosce l'Inghilterra, sa come in oggi gli whigs, sieno ridotti, come perdano ogni giorno le forze nella gran contesa che pende tra i tories e i radicali, e come non possedano più se non quella vita che si trascina senza concetto di avvenire, senza idee d'iniziativa Europea, senza possibilità di averle e praticarle. L'Inghilterra non è, nè sarà mai alla testa di una propaganda qualunque. Essa riconosce i fatti: riconosce la regina in Ispagna: riconosce D. Pedro, perchè tende da secoli a farsi del Portogallo una specie di colonia commerciale: riconoscerebbe noi, ove insorgessimo vigorosi.—Ma, nè un uomo, nè un obolo dal governo per un punto ch'esso non desideri far suo direttamente o indirettamente—siatene certo.

«La Spagna non è ora a porsi in calcolo per un appoggio, come non è per un ostacolo ai progetti dei popoli. Il governo, intravedendo una insurrezione, ha transatto; ma, nè buona fede al di dentro, nè influenza vera al di fuori.—

«La Francia?—Luigi Filippo è collocato in un bivio. Il partito repubblicano minaccia cacciarlo; le potenze del Nord minacciano cacciarlo. La guerra, da qualunque parte venga, gli è mortale, ed egli lo sa. La guerra trae seco infallibile—alla prima vittoria come alla prima disfatta—il trionfo repubblicano. L'ira del popolo nel secondo caso, le sole promozioni nel primo, bastano a rovinarlo, perchè l'esercito, nella bassa ufficialità, gli è minato. Il re, il governo non ha partito alcuno: partito di Luigi Filippo in Francia non esiste: esiste un partito di ciò che è, dello stato-quo; un partito della pace a ogni prezzo fondato sugli interessi immediati. Togliete la pace, togliete l'unica speranza di quel partito che chiamano juste-milieu, la rivoluzione è compiuta. Per questo il governo ha evitato la guerra quando, due o tre volte, tutta l'Europa la gridava inevitabile. Noi dicemmo il contrario sempre, perchè nessun governo si suicida. Per questo Luigi Filippo ha sacrificato, nel 30 la Spagna, nel 31 l'Italia, poi la Polonia—a malgrado delle promesse solenni. Per questo egli ha obbedito agli ordini del Nord, che gl'imposero di vietare le associazioni. Per questo ei s'è fatto capo, ora di fresco, della crociata diretta dai governi contro i proscritti, temuti perchè repubblicani e tutte le arti sue tendono a cacciarli in America. Per questo egli ha avvertito sempre i governi di ciò che si tramava contr'essi, ogni qualvolta gli venne fatto di risaperne come all'epoca del tentativo di Francoforte. Per questo metterà sempre tutti gli ostacoli che per lui si possono a qualunque moto italiano, perchè moto italiano e guerra sono sinonimi. V'è tal cumulo di fatti oggimai sul conto di Luigi Filippo, che il travedere intenzioni di progresso in lui è un ostinarsi ne' sogni. Bensì la Francia lo inceppa, il fremito delle nazioni lo inceppa; e però, mentre i re del Nord stanno Attila della tirannide, a lui è stata affidata una parte ipocrita. Luigi Filippo è il Tartuffo della santa lega. A lui è stato commesso il differire i moti, che gli altri si riserbano di spegnere dov'ei non riesca. Quindi le voci di leghe e di speranza cacciate a caso, onde i popoli seguano e si ritengano nell'aspettativa e nell'inerzia. Sogni che sviano dal lavoro e dalle vere terribili cospirazioni—inganni tesi per la millesima volta ai cospiratori di tutti i paesi, senza che questi rinsaviscano mai. Quei progetti che vi seducono gli furono affacciati, non da noi direttamente, chè abbiamo cacciato il guanto e lo manteniamo, ma da gente inspirata da noi e che doveva servirci di esploratrice—affacciati, nel 31, al segno di proporre un re d'Italia che gli fosse figlio: affacciati in altra forma risguardante l'Italia centrale, al tempo dell'occupazione di Ancona—affacciati poco prima della spedizione di Savoja, e ogni volta che si venne alle strette, un ritrarsi è un tradire. Abbiamo prove materiali della politica che qui vi accenno.

«E perch'ei lo sa, perch'ei sa che in lui non avremo fiducia mai, che da noi egli non ha speranza nè di rivelazione nè d'altro, intende a cacciarci in America. E prima che ciò avvenga, potrebbe accadergli ciò che gli troncasse a mezzo la via. Ma per somma disavventura, vi sono, a Parigi specialmente, uomini illusi che vorrebbero ostinarsi a fidare, e vi sono altri a' quali è principio opporsi ad ogni tentativo che non venga da Parigi, e che, non sapendo il come, tentano illudere i nostri concittadini a sperare in progetti, de' quali Luigi Filippo e i suoi agenti ridono di soppiatto. Il nostro Pepe è fra quelli ed alcuni de' nostri e molti dell'Italia centrale. Ma quali? Membri di governi provvisorî, che tradirono la causa italiana alla illusione del non intervento, e non possono in oggi condannarsi da sè, però insistono su quelle miserie. Uomini d'una fratellanza che s'intitola de' Veri Italiani, diretta sotterraneamente da quella stessa alta vendita che noi abbiamo denunciata, perchè è rovina alla causa, e che, prefiggendosi apparentemente gli stessi principî che noi predichiamo, va pure stillando negli animi la massima che nessun moto è da tentarsi, che l'Italia è impotente a reggersi insorta, che dalla sola Francia può partire il segnale.—E guai se coteste massime filtrano negli Italiani! Guai se i buoni, come siamo noi e siete voi, non le contrastano a viso aperto!

«Riflettete. Il partito dell'Austria, e però delle potenze del Nord, è preso: guerra, guerra inevitabile a qualunque progresso italiano, perchè qualunque progresso è mortale all'Austria; guerra, ne segua che può. E quando essa vide il pericolo non si arretrò nè davanti a patti di non intervento, nè a minaccie nè ad altro. Volete ch'essa si rassegni a morire? A morire vilmente? Essa avventurerà la vita per tentare la vittoria, anzichè rimanersi spettatrice inerte de' nostri progressi. La guerra coll'Austriaco noi non possiamo evitarla mai, sia che moviamo a gradi, sia che ci lanciamo d'un balzo all'ultimo della carriera. La speranza di evitare questa guerra è la causa che ha perduto tutte le nostre rivoluzioni. L'avere posto i re a direttori dell'impresa italiana ci ha tratto in fondo fino ad oggi. Perdio! Ricadremo ne' vecchi errori? Attraverso tanto sangue di martiri sparso per questa Italia che vogliamo liberare, torneremo ancora una volta al punto d'onde partimmo?

«Torneremo nel 1834, al 1821?

«Io non vi ho parlato di principî perchè in politica l'unica vertenza che può esistere fra gente come noi siamo non può posare che sulla questione di fatto, di possibilità o d'impossibilità, ma pure è necessario ch'io il dica; è necessario che sappiate a che attenervi circa alle intenzioni della Giovine Italia. Nulla è mutato alle sue leggi, al suo scopo, ai mezzi ch'essa intende di scegliere e di porre in opera. Però essa insiste ed insisterà nel suo grido repubblicano, essa rifiuterà qualunque transazione s'offrisse: essa crede alla potenza di rigenerarsi in Italia, alla possibilità della iniziativa italiana in Europa, al dovere di ogni buon Italiano di promuoverla con ogni mezzo. L'impresa è grande, ma per questo è italiana. Per questo io v'invito a promuoverla. Non vi sviate per quanto v'è di più sacro, dietro a speranze chimeriche: queste speranze le abbiamo nutrite un giorno noi pure: poi una accurata disamina e un addentrarci più sempre nel segreto delle Corti alleate, e un'intima conoscenza delle molle che pongono in gioco queste voci di transazione, ci hanno convinti che nulla v'ha da sperare se non nell'armi, nel popolo e nei popoli. Come intendiamo adoperar queste forze vi dirò domani in un'altra mia alla quale io vi pregherò di risposta.

«Dio voglia, per l'Italia e per noi, ch'essa sia quale io la invoco e la spero.

«Ho scritto a voi; ma, come bene intendete, per tutti i buoni che sono con voi e che vi prego d'abbracciare per me.

«Siatemi fratelli, e innanzi.»

Quella lettera fu scritta nel 1834. Tredici anni dopo, quando l'entusiasmo per Pio IX toccava i limiti della follìa e Montanelli—anima buona, ma debole e affascinata successivamente dalla Giovine Italia, dai sansimoniani, dai neo-cattolici, da Gioberti, da tutti e da tutto—mi scriveva cose mirabili intorno alla trasformazione del papato e all'accordo del dogma cattolico coi progressi dello spirito umano, insistendo perch'io parlassi da convertito o tacessi, io rispondeva il 16 luglio 1847: «.....Nell'impossibilità di ricreare la fede in un dogma oggi essenzialmente in cozzo coi progressi irrevocabili dell'intelletto spinto a nuovi mondi da Dio padre ed educatore, voi vi troverete colla nuda e sola morale; e io so che nessuna morale può durare feconda di vita nell'umanità senza un cielo e un dogma che la sopportino. . . . . . . . . Lascio al tempo la verificazione dei miei presagi, e s'io vedrò la vita dell'umanità rinnovarsi nella vostra credenza, io mi prostrerò riverente agli altari dei nostri padri.

 

«Andreste errato di molto se credeste me e quelli che stanno con me intolleranti, esclusivi adoratori dei principî democratici repubblicani e trattenuti per quelli dall'unirci a voi. L'avvenire democratico repubblicano, non al modo degli Stati Uniti ma ben altro e ben altrimenti religioso e derivante dall'autorità bene intesa, m'apparisce così inevitabile, così connesso col disegno provvidenziale che si manifesta nella progressione storica dell'umanità, ch'io non sento bisogno alcuno d'essere intollerante. . . . . . Se oggi dunque la maggioranza buona della nazione s'accentrasse intorno a un papa o a un re e lo gridasse iniziatore de' suoi destini e questo papa o questo re li iniziasse davvero, io primo dimenticherei che questo re m'ha rapito il mio primo e migliore amico, che questo papa rappresenta essenzialmente una credenza o per meglio dire un ricordo d'autorità contro la quale tutta l'anima mia si ribella; e accetterei la bandiera ch'egli m'offrisse e darei quel che m'avanzasse di vita e di sangue e persuaderei gli amici miei a far lo stesso. . . . . . . Bensì, dov'è essa questa bandiera intorno alla quale vorreste avermi? Io non conosco che una sola bandiera, quella della nazione, quella dell'unità. Io vi sacrificherei per un tempo, tutte l'altre parole che vorrei scritte sul vostro vessillo; ma quell'una no. E mi parrebbe di tradire Dio, la patria e l'anima mia. . . . . . .

«Non so se voi conosciate il papa, se ne abbiate quindi potuto ottenere nel colloquio privato quella fede ch'io non potrei trarre se non dai fatti. A me i fatti sinora non rivelano che il buon uomo, il principe che tra per le necessità dei tempi più minacciosi ne' suoi Stati che non altrove, tra per la bontà del cuore, ha dovuto vedere se amministrando un po' meglio, con un po' più di tolleranza, con un po' più d'amore, le condizioni de' suoi sudditi, non si potrebbe imporre fine ai tumulti, alle congiure, alle insurrezioni fatte ormai permanenti. Dati i primi passi, gli applausi poco dignitosi degli uni, le esagerazioni, ipocrite nei più, d'entusiasmo. . . . . gli hanno fatto legge di durare nella benevolenza, nelle parole della gratitudine e della fiducia. Più in là non vedo per quanto io mi faccia. . . . . . Ho taciuto sempre per non essere accusato di nuocere a progetti ignoti e ho studiati attentamente gli atti, le parole del papa e degli scrittori moderati. Per questi ultimi ho spesso arrossito; ma nel papa, io lo ripeto, non ho potuto vedere che l'uomo buono, senza una fede, tentennante fra l'Austria e le proprie tendenze, senza una sola delle intenzioni italiane ch'altri ha voluto vedere ne' suoi primi atti. S'io m'inganno, il primo fatto che mi smentirà mi troverà pronto a ravvedermi. Ma fino a quel fatto, dov'è la bandiera di Pio IX? Dov'è la bandiera italiana senza la quale io non intendo unione possibile ed efficace? Io invecchio e non posso facilmente farmi entusiasta di sogni e di sogni, dato che tali fossero, pericolosi. . . . . . .

«Non approvo la strategìa che m'indicate in poche linee, ma prima di dirvi il perchè, vorrei farvi intendere che il mio non approvarla non parte da spirito di liberalismo cospiratore. La cospirazione non è per me un principio, è un tristissimo fatto, un derivato d'una condizione di cose che la rende indispensabile. Tutte le mie tendenze individuali stanno per la pubblicità e voi dovreste farmi giustizia e ricordare che lasciandomi spesso tacciare di imprudenza, ho aggiunto fino dalle prime mosse la pubblicità al lavoro segreto; che la Giovine Italia si mise subito in aperto contrasto colla vecchia Carboneria fissa a voler procedere in tutto e per tutto nell'ombra; che da noi si fece segretamente quello che non poteva farsi pubblicamente, ma che inalzammo una bandiera e ci cacciammo a tenerla levata a viso aperto e come predicatori di principî. Se v'è chi m'apra una via di predicare unità di nazione in Italia, io lo benedirò e verrò immediatamente in Italia. Ma qualunque predicazione non abbia quel nome, quel vocabolo a principio e fine, tornerà, temo, non solamente inutile ma dannosa. Io non posso accettare la strategìa che mi proponete perchè non può condurre a quel fine; può condurre a conquistare qualche miglioramento amministrativo, qualche concessione, qualche riforma di codici; può condurre, se pur volete, a conquistare una porzioncella omiopatica di libertà a ciascuno dei molti Stati in cui siamo divisi, non già a riunirli, a farne nazione: può condurre, se vi ci concentriamo tutti, a sviare gli animi dalla meta, a persuadere le popolazioni italiane che possono migliorare le loro condizioni sotto gli attuali governi, a dare sfogo all'attività concentrata dei giovani che un giorno avrebbe prodotto l'esplosione nazionale, a cacciare nuovi germi di divisioni federalistiche, a creare vanità locali, a generare spirito di machiavellismo e di tattica dove abbiamo bisogno di fede, sincerità e virtù vera. . . . .

«Mentr'io m'era deciso di tacere, sento ormai dovere di parlare e parlerò fra non molto. Non parlerò esclusivo come parmi temiate; parlerò d'Italia e d'unità nazionale, perchè i più fra i vostri la pongono in dimenticanza; e mentre voi continuerete a giovarvi delle occasioni che, non l'amore ma la debolezza dei governi vi porge, per spingere innanzi le popolazioni assonnate e divise, io procurerò di tenere alzata la santa bandiera, sì che, sospinte, sappiano a che fine dirigersi: dirigersi, badate, quanto lentamente casi e tempi vorranno—la nostra non è questione di tempo—ma dirigersi continuamente a quell'unico intento che le moltitudini potrebbero facilmente dimenticare per adagiarsi nel letto di rose dei miglioramenti materiali e amministrativi:—soli che voi, seguendo il metodo attuale, possiate ottenere e precariamente. . . »

E più dopo ancora, il 3 gennajo 1848, io scriveva a Filippo de Boni:

«. . . . . . . . . . Non so con quale occhio vediate ora l'andamento delle cose nostre; ma due fatti son certi: il retrocedere del papa e il pessimo maneggio dei moderati. Abbiamo taciuto: ceduto quanto si poteva; ma non giova. Il silenzio è interpretato come congiura, e sapete che vanno ripetendo per ogni dove ch'io sto maneggiando per un moto repubblicano immediato! Perduto il papa, impazziscono pel primo capitano d'Italia, l'eroe del Trocadero: perduto quello, impazziranno pel Granduca; più tardi Dio sa per chi. Che sperare per la rigenerazione d'Italia da un partito che grida viva il re di Napoli dopo le atrocità di Messina e di Reggio e stende petizioni a quel re imbrattato di sangue? da un partito che predicò nel Risorgimento l'unità d'Italia essere assurda, illegale, funesta? da un partito che ne' suoi giornali comincia a transigere coll'Austriaco e insinua che anche lo Stato del Lombardo-Veneto migliorerà? da un partito ch'è una menzogna in faccia a sè stesso, che si dichiara, in molti de' suoi membri, unitario e nondimeno imprende a educare, terrorizzando, il popolo all'eccellenza del federalismo, salvo, come dicevano in un convegno tenuto in Genova per la Lega, a educarlo più tardi alla eccellenza dell'unità? Coscienza di scrittori e d'apostoli.

«Mentr'io vi scriveva, giunge la vostra; e sospendo la mia tirade contro i moderati, dacchè vedo che consentiamo. . . . . . Dal vostro silenzio argomento che, voi non avete ricevuto la mia Lettera al papa, ch'egli ebbe in settembre e ch'io ho consentito si stampasse perchè mi pare che da un lato possa far sentire vieppiù il contrasto fra' suoi doveri e la sua attuale condotta, e che dall'altro mantenga saldo il nostro principio dell'unità.

«. . . . . . . . . Con tutta l'avversione ch'io ho a Carlo Alberto, carnefice dei migliori miei amici, con tutto il disprezzo che sento per la sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi fermentano dentro, s'io stimassi Carlo Alberto da tanto da essere veramente ambizioso e unificar l'Italia a suo pro, direi amen.

«Ma ei sarà sempre un re della Lega; e l'attitudine militare ch'ei prenderà, se la prenderà non farà che impaurir l'Austria e ritenerla forse nei suoi confini, che i re della Lega rispetteranno; e questo è il peggio.

«. . . . . . . . . . Vidi il nome vostro fra i collaboratori della Concordia. Vorrei foste scelto a dirigere quel giornale. Valerio è una delle migliori anime ch'io mi conosca in Torino; ma minaccia da molto di cadere in quella politica sentimentale creata da taluno fra i neo-cattolici, che perdona tutto, spera tutto da tutti, abbraccia re, popoli, federalisti, unitari, e intende che la risurrezione d'Italia si compia in Arcadia. Il titolo stesso è arcadico. Concordia? Tra chi?. . . . . . »

Tra questa lettera e l'altra indirizzata a Montanelli io scrissi la lettera a Pio IX contenuta in questa edizione. Quello scritto mi fu apposto da uomini deliberati di trovare a ridire quasi deviazione politica e prova a ogni modo di credulità nelle intenzioni del papa. I critici o non lessero o non capirono, per ansia di cogliermi in fallo, la mia lettera. Le forme adottate furono quelle senza le quali, nell'Italia, allora tutta farneticante, non un uomo l'avrebbe letta. Ma la sostanza diceva a Pio IX: «Albeggia un'epoca nuova: una nuova fede deve sottentrare all'antica: questa nuova fede non accetterà interpreti privilegiati fra il popolo e Dio. Se volete, giovandovi dell'entusiasmo ch'or vi circonda collocarvi a iniziatore di quell'epoca, di quella fede, scendete dal seggio papale e movete apostolo del Vero tra le turbe come Pietro Eremita predicatore della crociata. Il popolo vi saluterà capo e fonderà in Italia uno Stato che cancellando l'atea formola: sia dato l'uomo interno alla Legge e all'Amore, l'esterno alla Forza; adorerà l'altra: l'uomo interno e l'esterno, l'anima e il corpo son uno: una è la legge che deve dirigerli»—e diceva agli italiani: «È necessario che Pio IX sia tale, s'ei deve rigenerarvi e crear l'Italia: or lo credete da tanto?»

Se quella lettera non fu intesa allora a quel modo da una gente che delirava, non è colpa mia. Ma quei che dopo aver delirato e più volte cogli altri s'atteggiano oggi a critici puritani del mio passato, sono fanciulli davvero e non meritano ch'io mi dilunghi a confutare le loro accuse.

Sei mesi dopo ch'egli aveva avuta la mia lettera Pio IX dava, coll'enciclica del 19 aprile 1848, una solenne smentita alle adorazioni dei neo-guelfi e ai sogni dei moderati. Se non che ad anime siffatte tornava facile ogni cosa fuorchè il rinsavire. I neo-guelfi si tramutarono in ghibellini; i moderati, che avevano dissertato a provare la sola via di salvar l'Italia esser nel congiungimento del pastorale colla spada, dissertarono a provare che la spada d'Italia bastava. Nel marzo intanto quella spada, che potea salvare davvero l'Italia, era stata snudata dal popolo nel Lombardo-Veneto e poco prima in Sicilia. E il primo suo lampeggiare in Sicilia aveva convertito i principi agli ordini costituzionali e ottenuto in un subito più assai che non avevano ottenuto le tattiche adulatrici di tutto un anno: il secondo in Milano aveva sgominato un esercito creduto fin allora invincibile e affrancato quasi dal nemico straniero il suolo d'Italia. La vera forza era dunque visibilmente nel popolo. Bastava intenderlo: bastava dire al popolo: prosegui, l'impresa è tua—ai principi: alleati tutti, padroni nessuno—ai principi, al popolo, all'Europa: vogliamo essere uniti, liberi, forti: vinta la guerra dell'indipendenza, l'Assemblea nazionale deciderà in Roma degli ordini coi quali dovrà reggersi l'Italia—perchè l'impresa si compisse in guisa degna di noi. Un governo d'insurrezione e di guerra—e il nucleo di quel governo esisteva nella commissione delle Cinque giornate—che avesse affratellato in sè l'elemento lombardo col veneto e chiamato qualch'altro dalla Sicilia e d'altrove, avrebbe, col programma accennato, unificato fin d'allora l'Italia.

Se non che i moderati dai quali l'insurrezione lombarda era stata fino all'ultimo giorno avversata come impossibile—che avevano, richiesti, spronati dai nostri, contribuito fra tutti d'una misera somma di settemila lire italiane alla lunga agitazione anteriore—e che avevano invariabilmente alternato fra i tentativi di conciliazione coll'Austria e gli inutili maneggi segreti colla monarchia piemontese—s'impossessarono del moto appena lo videro trionfante; gli uomini della commissione delle Cinque giornate abbandonarono, per disdegnosa noncuranza, il potere a un governo provvisorio che disprezzavano—e i giovani che avevano antiveduto, preparato, capitanato sulle barricate il moto del popolo, inesperti, soverchiamente modesti e paghi dei gloriosi fatti compiti, si ritrassero dall'arena quando importava tenerla.

Quei giovani erano nostri. Nostri, esciti pressochè tutti dalla Giovine Italia, amici miei e in contatto con me, erano Mora, Burdini, Romolo Griffini, il povero Pezzotti, Carlo Clerici, De Luigi, Ercole Porro, Daverio, Bachi, Ceroni, Antonio Negri, Bonetti, Pietro Maestri e gli altri che avevano, stretti a nucleo e consigliandosi talora con Carlo Cattaneo, educato il popolo all'abborrimento dello straniero, diffuso scritti popolari, predicate le idee, insegnato ai giovani la coscienza della propria forza, ispirata e diretta l'agitazione progressiva che affratellò le moltitudini nel concetto e deliberato il moto quando giunse la nuova delle concessioni imperiali: nostri e giova or dirlo e nominarli, dacchè nessuno lo disse o li nominò. Al nucleo di quei giovani repubblicani appartenevano Emilio Visconti Venosta oggi ministro e un Cesare Correnti, spettabile per ingegno ma appestato di scetticismo e senza fede ne' principii, della cui rovina m'occorrerà tra non molto dar cenno.

Taluno fra quei buoni si lasciò, poco prima del moto, sedurre dal raggiro monarchico e scese, a insaputa del nucleo, a patti coi faccendieri torinesi che mentivano quando promettevano ajuti ma che presentivano possibile l'insurrezione e miravano a impadronirsene. Errarono tutti—e lo noto perchè l'errore si ripete generalmente nelle insurrezioni e le svia—affaccendandosi a prestabilire un governo. Il governo d'una insurrezione deve sorgere dall'insurrezione stessa; tra i più arditi e a un tempo avveduti a guidare il popolo nella lotta. Scegliendolo prima, la scelta cade inevitabilmente sovr'uomini stimati influenti per uffici anteriori o ricchezza o tradizioni di famiglia, buoni forse, ma che non avendo il segreto dei santi sdegni e delle sante audacie del popolo, non hanno fiducia in esso nè intelletto d'iniziativa rivoluzionaria nè coscienza del fine cercato dall'insurrezione e tradiscono, sovente inconsci, il mandato per ignoranza o paura. Noi vedemmo nell'ultimo mezzo secolo insurrezioni repubblicane date al governo d'uomini d'opposizione monarchica—insurrezioni contro il dominio straniero fidate a individui che avevano patteggiato con esso accettandone incarichi pubblici—insurrezioni preparate e iniziate, come in Polonia, dall'elemento democratico, cedute all'influenza di principi e aristocrazie, consumarsi miseramente in un cerchio di transazioni che senza fruttare un solo ajuto reale dai governi, incepparono, limitarono, spensero l'energia popolare e l'entusiasmo delle nazioni sorelle. In Lombardia—dacchè per inopportuna modestia, fiacchezza o noncuranza colpevole, i promotori dell'insurrezione si ritrassero dal dirigerne lo sviluppo—il governo fu dato a uomini inetti come Casati, aristocratici come Borromeo, raggiratori come Durini: anime di cortigiani che non potevano vivere senza padrone e cacciarono popolo, libertà, avvenire d'Italia e ogni cosa, senz'ombra di patti a' piedi di Carlo Alberto.

Quand'io giunsi in Italia, era tardi per ogni rimedio. I moderati guidavano dominatori: gli altri seguivano ciechi: il popolo, tra il quale avevano diffuso le più atroci calunnie a danno dei repubblicani, fidava illimitatamente nel re.

Due partiti s'affacciavano a un uomo della mia fede.

Ritrarsi; e come Trasea escì, ravvolta la testa nel manto, da un senato corrotto e tremante, allontanarsi da una terra dimentica dei principii e condannata a rovina: ricalcare le vie dell'esilio e dall'esiglio tenere levata in alto la bandiera repubblicana: non guardare a tempi nè ad uomini e dir tutta la verità, inascoltato, maledetto dai vivi, perchè i posteri la ricevessero un giorno e ammirassero chi non l'aveva taciuta mai:—ed era partito al quale tutte le sdegnose tendenze dell'animo mio mi spronavano.

Rassegnarsi all'onnipotenza dei fatti e tentare lentamente di modificarli tanto da trarne un grado di progresso verso non foss'altro un dei termini del problema, l'unità: non separarsi dai proprî fratelli perchè sviati: non interrompere, collocandosi in una sfera per allora inaccessibile ad essi, la tradizione emancipatrice iniziata: confutare colla pazienza dell'onesto e colla mesta riverenza alla volontà del paese le accuse d'intolleranza, di spiriti esclusivi e dittatoriali, versate sui repubblicani: tacere, senza apostasia, parte del vero perchè l'altra possibilmente prevalesse; percorrere col popolo e senza illusione la via crucis delle delusioni onde conquistare il diritto di dirgli un giorno: io era teco: ricordati; insegnare a ogni modo l'amore, e il dovere perpetuo del sagrificio, anche della fama, e non del vero ma d'ogni orgoglio del vero, a pro di chi s'ama.

E mi scelsi quest'uno.

Taluni, molt'anni dopo—Giuseppe Sirtori unico allora—mi rimproverarono quella scelta. A Giuseppe Sirtori fondatore nel marzo del 1848 in Milano d'una società democratica e che, partendo per Venezia, mi scrisse ch'io disertava, non m'occorre rispondere: egli è oggi generale di re e credente nella onnipotenza del regio statuto; io sono tuttavia esule e repubblicano. Ma agli altri, fratelli miei di credenza, dirò ch'io ho ripensato sovente a quel periodo della mia vita con profonda tristezza, ma senz'ombra di rimorso. Noi eravamo fatti, quand'io giunsi in Italia, impercettibile minoranza. Il popolo non era—nè sarà mai in Italia monarchico; ma era ciò che oggi chiamano opportunista: vedeva una forza ordinata, un esercito d'italiani presto a combattere contro l'abborrito straniero e, a quanto gli predicavano uomini tenuti fino a quell'ora da esso in conto di apostoli della libertà, unica sua salute: quell'esercito era capitanato da un re; le acclamazioni salutavano quindi liberatori, esercito e re. Sul compirsi della quinta giornata, quando il popolo, ebbro di vittoria, era solo sull'arena, la parola repubblica avrebbe potuto proferirsi: nell'aprile avrebbe suscitato, e senza pro, la pessima fra tutte guerre, la guerra civile. D'altra parte, perchè parlare a ogni tratto di sovranità popolare, di riverenza alla volontà del paese, e tenerle in niun conto non sì tosto si pronunziassero in modo diverso dal desiderio? Non toccava a noi repubblicani più che ad altri educare gli animi, salva la missione di modificare le idee coll'apostolato, al dovere di non violarle colla forza? Il diritto d'iniziativa era in noi quando, schiavo universalmente il nostro popolo, noi dovevamo, noi soli potevamo aprire la via: desto e libero il popolo, non avevamo diritto fuorchè di consiglio, di voto, o d'azione in virtù d'un mandato affidatoci. E quanto al ritrarci nell'isolamento per poter dire tutto il vero, pareva a me tentazione dell'io inconsciamente geloso più di sè stesso, della propria dignità o del proprio atteggiarsi pei posteri, che non del fine da raggiungersi e della patria, traviata, inferma, ingannata, pur sempre patria, cara e sacra pel passato e per l'avvenire. Rousseau poteva vivere solitario e dire senza reticenze quanto parevagli vero, perch'ei non tentava nè presentiva la Rivoluzione imminente nella sfera dei fatti; ma per noi, per me, la Rivoluzione era iniziata: egli era uomo di pensiero soltanto, noi di pensiero e d'azione. E se avevamo una missione speciale, era quella appunto di tradurre sempre—come e quanto concedevano le circostanze—il pensiero in fatti: se un insegnamento poteva escire dalla nostra vita era quello di non separarsi mai dalle sorti della nostra terra, di dividere tutti i palpiti della sua vita, di menomarne i mali o tentarlo quando non potevamo distruggerli, di conquistarle un grado d'educazione, una frazione dell'ideale, quando l'ideale stesso era—per colpe non nostre—impossibile.

Praticamente io antivedeva la rovina della guerra regia: ma una speranza m'accarezzava l'anima sconfortata; e quella speranza avea nome Venezia. Su Venezia sventolava la bandiera repubblicana. Quando l'imbecillità e il tradimento avrebbero consumato l'opera loro nella Lombardia, gli occhi di tutti, liberi di false visioni, si sarebbero rivolti a quella bandiera. Da Venezia, fatta centro di resistenza e guida, avrebbe potuto risorgere la guerra del popolo. Per questa idea ch'io taceva, io avviava la legione Antonini a Venezia: per questa io consigliava a Garibaldi, reduce da Montevideo, di recarvisi a porre se e il suo nucleo di prodi a' cenni del governo veneto: per questa tentai più dopo di concentrarvi i Polacchi condotti dal poeta Mickiewicz. Se non che l'imbecillità e il tradimento dovevano distruggere, consumando l'opera loro in Milano, ogni possibilità d'una nuova chiamata alla Lombardia.

Ho nominato la legione Antonini. E la seguente lettera ch'io indirizzai a Lorenzo Valerio, direttore della Concordia, giornale torinese, ricorderà come i moderati d'allora intendessero in modo non dissimile da quei d'oggi l'unione dei partiti e come incoraggiassero i nostri sforzi.

«Signore.—In alcune linee inserite nel vostro numero del 25 aprile è parlato della banda d'operai male intenzionati provenienti di Francia e scesi, credo, il dì dopo in Genova, per avviarsi qui dove si combatte la guerra dell'indipendenza. La banda male intenzionata è una legione d'Italiani che all'annunzio ricevuto in terra straniera dell'insurrezione lombarda decisero raggiungere in ogni modo i combattenti la guerra santa. Il danaro indispensabile per la mobilizzazione del corpo fu raccolto dall'Associazione nazionale italiana alla quale io presiedo; e il cui programma ripubblicato da più giornali d'Italia e approvato dalla vostra censura, non espresse altro simbolo fuorchè l'indipendenza e l'unificazione d'Italia. Dall'Associazione escirono i capi della legione e le norme regolatrici della mossa. Il capo che la dirige è il generale Antonini, incanutito nelle guerre di Francia e di Polonia.

«La mossa fu preceduta da un indirizzo della legione ai loro fratelli italiani, che fu reso pubblico in parecchi giornali, forse nel vostro, e che avrebbe dovuto meritare agli uomini che lo dettarono risposta fraterna assai diversa dalle misere calunnie diffuse da non so chi e che mi pesa vedere riprodotte nel vostro giornale. La legione fu accolta in Genova con apparato di precauzioni governative, e quel ch'è peggio, con tale una freddezza dalla ingannata popolazione genovese che dev'essere stata punta mortale al cuore d'uomini che accorrevano a dare il sangue per la patria loro e molti de' quali si erano preparati a missione siffatta con lunghi anni d'esilio e patimenti virilmente incontrati.

«È duro il discendere dopo lunga assenza e col palpito di chi cerca e merita amore, sulla propria terra, e incontrarvi calunnie e minaccie ridicole, è vero, di bajonette. È duro l'accorrere lietamente, in nome d'Italia, ad affrontare le palle austriache per la libertà del paese, e trovarsi a un tratto fra volti diffidenti e irosi, tra gente che accusa la parola e il silenzio d'ingratitudine e d'anarchia. Poco importa del resto. Gli uomini devoti a un'idea non aspettano conforti se non dalla propria coscienza e da Dio; ma stimandovi com'io vi stimo, ho sentito necessità prepotente di richiamare la vostra attenzione sul carteggio dei vostri corrispondenti di Genova, perchè le colonne della Concordia non si contaminino di ben altre ingratitudini che non quelle di che s'accusano in oggi, per nuova moda, uomini che hanno lungamente amato, patito, operato, quand'altri taceva, per la patria loro, unicamente perchè non rinnegano a un tratto le credenze maturate per vent'anni di studî e «d'esiglio.»

Milano, 27 aprile 1848.

Accettai dunque—e i miei amici accettarono con me—i fatti compiuti come terreno donde movere innanzi. Piegammo la testa alla manifestazione della volontà popolare che diceva monarchia e pensammo a provvedere, per quanto era in noi al trionfo d'una guerra che si combatteva sotto bandiera non nostra, ma che ricacciando l'Austria oltre l'Alpi potea farci liberi di conquistare l'unità della patria. Ma rassegnandoci al silenzio, non rinnegammo la fede nel nostro ideale. Ci offrimmo alleati leali e a tempo del campo regio; non dichiarammo che quel campo era il nostro. Sospendemmo, come inopportuna e pericolosa all'impresa emancipatrice dallo straniero, la predicazione dei nostri principî; non ci facemmo predicatori di principî contrarî. E lo dico pensando ai molti, i quali repubblicani giurati ieri, sono, mentr'io scrivo, giurati monarchici, non per convincimento mutato, ma per ciò ch'essi chiamano tattica e non è se non mancanza d'una fede qualunque. Essi non potranno mai, checchè tentino, richiamarsi all'esempio nostro. Noi ci mantenemmo puri di menzogna e d'ossequio servile; essi no. Dimenticando che primo, supremo dovere verso un popolo che sorge a nazione è l'educazione morale alla dignità dell'anima e alla costanza, essi, sperando in quel modo ottenere qualche miglioramento finanziario, qualche riformuccia amministrativa dalla parte avversa, gittano a' piedi della monarchia il presente e l'avvenire; accettano incondizionatamente l'istituzione contro la quale predicavano pochi anni addietro; giurano che da uno Statuto, il cui primo articolo è violazione della libertà di coscienza, escirà logicamente ogni sviluppo possibile di libertà; teorizzano sull'assurdo equilibrio dei tre poteri; s'irritano, pur sogghignando nel loro segreto, se il sacro inviolabile nome del re è tratto sull'arena da un incauto ministro e dichiarano che tutta la questione italiana si risolve in un mutamento, non di principî, ma d'uomini. E gli avversi ridono delle proteste additando, col rancore di chi non perdona, il passato, e il popolo attinge in quel machiavellismo d'evoluzioni un insegnamento d'immoralità o un senso di sfiducia egualmente dannosi. Quei che verranno dopo noi li diranno apostati; io li compiango deboli e malati della malattia d'un secolo scettico e senza ideale.

I pochi rimasti, nel 1848, fedeli all'ideale repubblicano seppero rispettare la volontà, suprema s'anche errata, del popolo e serbarsi nondimeno incontaminati. E v'insisto perchè, mentre taluni ci accusano d'avere deviato in quel periodo dalla fede, i più persistono, ingannati dalle calunnie d'allora, a credere che da noi escissero per avventatezza repubblicana, semi d'anarchia e di ruina nel conflitto contro lo straniero. Donde escissero quei semi è accertato negli scritti del volume anteriore, nella memoria di Carlo Cattaneo Sull'insurrezione di Milano e nell'Archivio triennale delle cose d'Italia. A me, in questo lavoro che compendia la tradizione repubblicana italiana negli ultimi trentaquattro anni, importa provare come il nostro linguaggio rimanesse invariabilmente conforme al programma di condotta adottato; tanto che gli Italiani sappiano potere la parte nostra ingannarsi ma non ingannare.

Quel programma di condotta—unità nazionale anzi tutto; guerra concorde contro lo straniero: sovranità del paese da interrogarsi al finir della guerra—era già indicato sin dal febbrajo e prima dell'insurrezione lombarda in una lettera ch'io indirizzai ai Siciliani e che riproduco:

«Siciliani!—Voi siete grandi. Voi avete in pochi giorni fatto più assai per l'Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni d'agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei modi. Avete, esaurite le vie di pace, inteso la santità della guerra che si combatte per le facoltà incancellabili dell'uomo e del cittadino. Avete, in un momento solenne d'ispirazione, tolto consiglio dalla vostra coscienza e da Dio: decretato che sareste liberi: combattuto, vinto e serbato la moderazione dei forti nella vittoria. E la vostra vittoria ha mutato—tanto i vostri fati sono connessi con quelli della penisola—le sorti italiane. Per la vostra vittoria s'è iniziato un nuovo periodo di sviluppo italiano: il periodo del diritto, delle istituzioni, dei patti sostituito al periodo delle concessioni e delle riforme. Per la vostra vittoria, il popolo italiano ha riconquistato la coscienza delle proprie forze, la fede in sè. Per voi, noi, esuli dall'Italia, passeggiamo con più sicura e serena fronte tra gli stranieri che ieri ci commiseravano ed oggi ci ammirano. Dio benedica l'armi vostre, le vostre donne, i vostri sacerdoti e voi tutti, come vostri fratelli v'amano e v'ameranno d'amore perenne e riconoscente.

«Ma perchè noi v'amiamo riconoscenti, perchè ripetiamo con orgoglio il vostro nome e le vostre gesta ai nostri ed agli stranieri perchè salutiamo in voi un elemento iniziatore di progresso italiano, noi abbiamo diritto di parlarvi liberi come fratelli a fratelli: abbiamo diritto di ricordarvi i nostri comuni doveri: abbiamo diritto di dirvi: voi siete nostri; voi non potete staccarvi da noi, non potete esservi rivelati ottimi fra quanti abitatori ha l'Italia, per ritrarvi, per isolarvi. Foste grandi di prodezza e d'onore davanti agli obblighi del presente; noi vi chiediamo d'essere grandi nell'amore, grandi nel presentimento dell'avvenire.

«Voi siete in oggi parte importante, vitale, dello Stato più popoloso, più forte per posizione, navigli e armi, d'Italia. Primi a levare in esso il grido di libertà, primi al trionfo, salutati d'ammirazione concorde dai vostri concittadini di terra-ferma, voi avete conquistato una influenza che non morrà, una potenza morale che nessuno vuole o può contrastarvi, diritti che nessuno s'attenterà più di rapirvi. Perchè scemereste, separandovi, forza ai vostri concittadini e a voi? Perchè dal rango che, uniti, potete occupare in Europa, scendereste, per volontario suicidio, al quarto, all'ultimo rango, condannandovi a debolezza perenne e alla inevitabile influenza straniera? Perchè il governo di Napoli v'ha lungamente oppressi e trattati come popoli di colonia? Ma non pesava la stessa tirannide su' vostri concittadini di terra-ferma? Non l'abborrivano, non l'abborrono essi, come voi l'abborrite? Non protestarono colle congiure, colle associazioni segrete, col sangue dei migliori fra i loro? Non furono i vostri carnefici carnefici ai Napoletani? Non corsero più volte patti solenni d'insurrezione tra voi e gli uomini delle Calabrie? Non ebbero quei patti solenne manifestazione in faccia all'Italia, in faccia all'Europa, nella bandiera levata fra l'agosto e il settembre del 1847, per entro il breve cerchio di quarantotto ore, in Reggio e in Messina? Ah, non dimenticate, o Siciliani, l'alleanza che i martiri di Reggio e Messina e Gerace segnarono del loro sangue. Non tradite nella vittoria le sante promesse della battaglia. Siate ora e sempre fratelli, come giuraste. Non fate che lo straniero dica esultando: saranno liberi forse, uniti e potenti non mai. Avete insegnato all'Italia la potenza del volere; insegnatele la santità dell'amore, insegnatele la religione dell'unità che sola può ridarle gloria, missione e iniziativa, per la terza volta in Europa.

«Io non sono napoletano. Nacqui in Genova, città grande anch'essa una volta per vita propria, libera, indipendente: grande per aver dato, nel 1746, all'Italia sopita l'ultimo esempio di virtù cittadina, come voi avete or dato il primo all'Italia ridesta. Come voi, fummo nel 1815 dati, senza consenso nostro, a un altro Stato d'Italia col quale pur troppo i ricordi del passato aspreggiavano le contese e dal quale pur troppo, come avviene sempre in ogni unione non liberamente scelta, ma decretata dall'arbitrio straniero, avemmo per molti anni più danni assai che vantaggi. E non per tanto, quanti fra noi amavamo la patria comune, quanti avevano desiderio e certezza dell'avvenire, salutarono quella unione come fatto provvidenziale. In questo lento ma costante moto di popolazioni oggimai vicino al suo termine che, logorate con lavoro di secoli influenze di razze dominatrici, aristocrazie feudali, ambizioni di municipî discordi, prepara all'Europa, dopo l'Italia dei Cesari e l'Italia dei Papi, l'Italia del Popolo, ogni frazione di terra italiana unificata ad un'altra segna un trionfo per noi, una difficoltà pacificamente rimossa. Ogni smembramento sarebbe un passo retrogrado. Tolga il cielo che l'esempio funesto debba, o Siciliani, venirci da voi!

«La vostra questione, o Siciliani, sta, non fra Napoli e voi, ma tra voi e l'Italia futura, tra un alto insegnamento d'unione e un pessimo d'individualismo locale; tra l'Europa che deciderà dall'opere vostre se noi risorgiamo a nazione o a mero egoismo d'utile materiale e di libertà, e l'Austria che studia i modi di conculcarci e vi riescirà se invece di stringerci a falange serrata, ci confineremo nella formola immorale del ciascuno per sè, nell'esosa indifferenza alle sorti comuni; e sta fra la vita potente, attiva europea, che si prepara a venticinque milioni d'Italiani ricchi di mente, di cuore e di mezzi, e l'esistenza nulla, impotente, dominata dalla prima influenza straniera che vorrà soggiogarvi, destinata all'isola vostra se sola e non immedesimata coi fati della penisola. Pensatevi. Molti fra voi vi parlano di costituzioni vostre, di tradizioni, di diritto pubblico fondato su precedenti del 1812. In nome di Dio, non tollerate che la posizione conquistata da voi cogli ultimi fatti scenda a termini così meschini. Se poteste mai rassegnarvi a ritrocedere nel passato e cercarvi le origini del vostro diritto, rinneghereste a un tempo l'Italia futura e la coscienza che vi spronava a insorgere e vi meritava vittoria.

«Le origini del vostro diritto stanno, o Siciliani, non in una costituzione ineguale alle ispirazioni dei tempi che vi fu data quando il gabinetto inglese non aveva altro modo di far dell'Isola vostra una stazione militare per le sue armate e che vi fu tolta quando, caduto Napoleone, quel bisogno cessò; ma nella vostra gloriosa insurrezione del 12 gennajo e nell'entusiasmo con che essa fu accolta da un capo all'altro della penisola. E quel diritto non vi fallirà perchè fa parte del nuovo diritto italiano, diritto che non conosce i trattati del 1815 e darà la formola d'una nuova vita che scenderà dalla nozione di Dio all'interpretazione del popolo: vita d'una nazione che non fu mai sino ad ora e sarà. Ma l'altro il vecchio diritto desunto da fatti non nostri, scritto un terzo di secolo addietro a formole ambigue come la parola dell'inganno, violato a ogni tratto dai principi e cancellate oggimai da pianto e sangue di molti popoli, riannetterebbe il vostro sviluppo a una tradizione di menzogne, vi travolgerebbe nelle reti d'una diplomazia corrotta e corrompitrice, e vi preparerebbe, presto o tardi, infallibilmente tradimenti eguali a quelli che già provaste.

«Siciliani, fratelli! Vi sentite voi forti per riassumere in voi soli la vita, quale un giorno sarà, dell'Italia, maturi per balzare d'un salto all'ideale che affatica l'anime nostre e costituirvi a un tratto con ordini di governo superiori a quanti esistono in oggi, nucleo e insegnamento vivo della nazione? In quell'unico caso, cesserebbe in me, cesserebbe in noi tutti, il diritto di scongiurarvi all'unione cogli Stati di terra-ferma. Ma se voi sentite prematuro il disegno, se tra voi e Napoli non corrono in oggi se non questioni di forme, d'istituzioni divergenti soltanto nei particolari, di maggiore o minore emancipazione locale, ascoltate la parola d'un fratello vostro che ama, dopo Dio, la patria comune e ha logorato in quell'amore la vita: è parola, oso dirlo, di tutta Italia. Ponete quel santo nome di nazione sulla bilancia, non date l'esempio d'uno smembramento ai fratelli che guardano in voi. Rimanete uniti ai vostri concittadini della penisola: uniti per combattere insieme ad essi le battaglie della libertà, per combattere fra non molto insieme a noi tutti le battaglie dell'indipendenza: uniti per confortarci del vostro aspetto e della vostra parola autorevole nei nostri parlamenti, nelle nostre adunanze: uniti perchè i fratelli, schiavi tuttora, si inanimiscano alla guerra sacra; uniti perchè lo straniero senta la virtù del sacrificio nell'anime nostre e ammiri; uniti perchè i fati dell'Italia si compiano, mercè vostra, più rapidi e l'umanità si rallegri e Dio protegga bella di potenza e d'amore la terra sua prediletta.»

Londra, 20 febbrajo 1848.

Poco dopo, nel programma dell'Associazione nazionale italiana ch'io fondai, nel mio breve soggiorno in Parigi, il 5 marzo, io diceva:

«. . . . . . . . . . . . Qualunque sia, nelle nostre menti il concetto del progresso futuro, qualunque la forma che lo rivelerà alle nazioni europee, noi tutti sappiamo che fummo grandi—che vogliamo e dobbiamo esser grandi, più grandi che mai non fummo pel bene della patria e dell'umanità—e che nol possiamo se non vivendo d'una vita comune, ordinandoci forti e compatti sotto una sola bandiera, affratellandoci in un solo patto d'amore, sommando in una tutte quante le facoltà, le forze, le aspirazioni del core e del senno italiano. Sappiamo che tra noi e quel patto d'amore fraterno ed uno sta l'Austria—che all'Austria soggiacciono molti milioni d'Italiani fratelli nostri—che prima della loro emancipazione noi non possiamo aver patria—che vita, libertà, forza, unità, securità di progresso, saranno menzogna per noi, finchè non avremo con guerra aperta, ostinata, irreconciliabile, cacciato oltre le ultime Alpi lo straniero che contamina le nostre contrade. Sappiamo che fintantochè un solo Italiano avrà chiuso il labbro e compresso il pensiero dalla forza brutale straniera, tutto sarà per noi provvisorio e incerto; e a fronte dei nostri patti, dei nostri imperfetti progressi quell'Italiano potrà sorgere e dire: io pure nacqui sul vostro terreno: a me pure Dio rivelava parte dell'idea che l'Italia è chiamata a rappresentare nel mondo: e il mio labbro fu muto e il mio senno e il mio cuore non ebbero parte nei vostri consigli, nei decreti ai quali voi volete ch'io, non consultato, soggiaccia.

«Rappresentare questo pensiero, questa comune credenza è l'intento dell'Associazione in nome della quale parliamo. L'Associazione non è toscana, piemontese o napoletana; è italiana: non tende a discutere questioni d'interessi locali; tende ad armonizzarli, a unificarli nel grande concetto nazionale: non prefigge a' suoi sforzi il trionfo predeterminato d'una o d'altra forma governativa; ma li consacra a promuovere, con tutti i mezzi possibili e in accordo colle ispirazioni progressivamente manifestate dal popolo italiano lo sviluppo del sentimento nazionale; li consacra ad affrettare col consiglio e coll'opera, collo studio accurato dei voti dei più e coll'esercizio del diritto di suggerimento fraterno, il momento in cui il popolo italiano fatto nazione, libero indipendente, forte della coscienza de' proprî diritti e della propria missione, santo dell'amore che annoda in bella eguaglianza i credenti in comuni doveri, potrà dar voto solenne intorno alle forme di viver civile che meglio gli converranno, intorno alle condizioni politiche, sociali, economiche che ne costituiranno l'essenza.