«È questo un momento solenne: momento di crisi suprema, di nuova vita europea. Qui d'onde scriviamo, un popolo glorioso tra quanti mai furono, ha provato l'onnipotenza della volontà nazionale e rovesciando in poche ore un edifizio a cui gli eserciti, le corruttele, le false dottrine e le diplomazie promettevano lunga durata, ha iniziato un nuovo diritto europeo. Ma a noi rimane intatta una grande missione: cancellare dal mondo europeo un'antica ingiustizia e sostituire sulla Carta d'Europa, coll'esempio della nostra emancipazione, una libera federazione di nuove nazioni a un impero fattizio, colpevole d'avere negato per secoli la santa legge di progresso che Dio prefiggeva all'umanità. . . . . . »
E il 22 marzo, in un indirizzo al governo repubblicano di Francia, io definiva nuovamente in questi termini il fine dell'Associazione.
«. . . . . . . . Il suo scopo, signori, è quello che fu annunziato o preveduto da tutti i grandi italiani, da Arnaldo da Brescia fino a Machiavelli, da Dante fino a Napoleone, che appartiene a voi come a noi: l'unificazione politica della penisola; l'emancipazione dal mare all'Alpi di questo suolo dal quale esciva due volte la parola d'ordine dell'unità europea; la fondazione d'una nazionalità forte e compatta che possa pel bene del mondo collocarsi nella confederazione dei popoli e apportare al lavoro comune le ispirazioni e il sagrificio, il pensiero e l'azione di venticinque milioni d'uomini liberi, fratelli e uniti in una sola fede nazionale: Dio e il Popolo in una sola fede internazionale: Dio e l'Umanità.
«Questa fede, signori, è, malgrado gli sforzi fatti per oscurarla, la fede dei nostri padri. Dalla scuola pitagorica dell'Italia meridionale sino ai filosofi pensatori del secolo XVII—fra le torture che invano tentavano d'annientare l'idea sociale di Campanella e le palle che troncavano sulle labbra dei fratelli Bandiera il loro ultimo grido di viva l'Italia! il genio italiano ha sempre dichiarato, con una serie non interrotta di proteste individuali che sua tradizione nazionale era Unità e Libertà: unità come pegno della missione, libertà come pegno di progresso.
«Fra i ceppi, fra le corruttele figlie del dispotismo, sotto la bajonetta straniera che minacciava ogni battito del suo core, dal fondo delle segrete, dall'alto dei patiboli, il genio italiano gridò sempre alle attente nazioni: l'Italia non è morta; essa sta trasformandosi, e la sua grande idea escirà pura, com'oro dal crogiolo, dai suoi trecento anni di schiavitù, quando l'opera di fusione sarà compita quando le popolazioni italiane si stringeranno in un amplesso unanime intorno alla santa bandiera della patria comune per dare all'Europa, dopo l'Italia degli imperatori e l'Italia dei papi, l'immenso spettacolo dell'Italia del popolo.
«Questo momento, signori, noi lo crediamo vicino.»
Con queste idee, con questo programma, io mi recai in Milano. E le prime parole indirizzate ai Bresciani, i quali si querelavano, per non so quale faccenda interna, di Milano, furono di concordia e di pace. «Oggi l'uomo—io diceva—non è che l'incarnazione d'un dovere. Troppo grandi cose avete da fare, perchè vi sia lecito pensare alle locali vertenze. Avete in mira, voi come Milano, come tutte le altre città dello Stato, i destini di venticinque milioni d'uomini che vi sono fratelli, il rinnovamento della terra che v'ha dato vita la creazione d'un popolo, gran parte dei fati europei, però che i fati europei dipendono essenzialmente da noi. E a compiere i vostri doveri, avete d'uopo di miracoli d'amore; avete d'uopo di sorridere come a gioja suprema, ad ogni sagrificio d'individualità, che le circostanze vi chieggano. Ho sentito ieri, vedendo sfilare i soldati del reggimento Ceccopieri tornati alla bandiera della patria, un bisogno prepotente d'abbracciar con amore il mio primo nemico, un bisogno di qualche grande sagrificio pel bene comune, per farmi degno della mia contrada. Voi tutti sentite com'io sento...» Nè queste idee furono tradite mai da me e da' miei amici. Le mantenemmo fedelmente, tra diffidenze, calunnie e minacce, per tutto il periodo della guerra regia. Forse, se tutti gli uomini di parte nostra si fossero schierati risolutamente con noi intorno al programma: Guerra e Costituente Nazionale dopo la guerra, che poggiava su promesse solenni date da Carlo Alberto e dal governo provvisorio, la lotta contro l'Austria avrebbe avuto esito diverso. Ma i più tra i nostri si diedero, come dissi, senza patti. La monarchia rimase incondizionatamente padrona.
Il giorno istesso in cui doveva, in seno al governo, discutersi il malaugurato decreto della fusione, comparve inaspettato nella mia stanza Cesare Correnti, seguito da Anselmo Guerrieri, e mi parlò, com'uomo che v'intravvede rovina, della proposta. Dissi a lui e al Guerrieri ciò ch'io avea detto poche ore prima a un altro membro del governo, Durini, che m'aveva inutilmente tentato perch'io aderissi. La fusione subitamente richiesta e con aperta violazione dei patti, dal re era indizio certo ch'ei sentiva le sorti della guerra corrergli avverse e premeditava ritrarsi, ma con un documento di signoria da dissotterrarsi quando che fosse in futuro. L'adesione intanto persuaderebbe la Lombardia del contrario e infondendole più sempre fede nella determinazione del re, l'addormenterebbe a stimarsi secura e difesa quando appunto importava risuscitarne l'energia e prepararla a salvarsi da sè. Le promesse tradite irriterebbero i partiti che si erano persuasi per amor di patria a tacere. L'ingrandimento della monarchia di Savoja, non più sospetto ma fatto, darebbe a tutti gli altri principi d'Italia il pretesto, da lungo cercato, per separarsi da una guerra senza speranza per essi. Il re, soddisfatto d'avere conquistato un diritto alle terre lombarde, si rassegnerebbe più facilmente a differirne l'attuazione e cedere per allora il campo all'Austriaco. La Lombardia, non più alleata ma suddita, perderebbe ogni opportunità di preparare la propria difesa, e perderebbe, soggiacendo, anche l'unico vanto, prezioso per l'educazione e per l'avvenire d'Italia, d'aver mirato a fondare, anzichè un misero regno del Nord, l'unità nazionale. Queste e altre cagioni trovavano assenso nei due, i quali si dichiaravano deliberati in ogni modo d'opporsi e chiedevano d'intendersi con me sul come. Proposi che s'intendessero con Pompeo Litta e coll'Anelli di Lodi—unico per fede, onestà incontaminata e senno antiveggente in quel gregge di servi—poi, esaurito ogni argomento, protestassero uniti contro il voto della maggioranza, si ritirassero dal governo e pubblicassero, esponendone le cagioni, dimissioni e protesta: lasciassero il resto a noi. Noi avremmo con una manifestazione popolare costretto il governo a dimettersi; ma invece di sostituire all'elemento monarchico il nostro e ad evitare ogni pericolo d'aperto contrasto col re, avremmo acclamato i quattro oppositori e senza rompere interamente la tradizione legale raccolto intorno a quel nucleo d'antichi governanti altri nuovi non repubblicani, ma consapevoli dei pericoli che s'addensavano e capaci di scongiurarlo o tentarlo. La proposta fu accettata e promisero: Correnti più assai concitatamente dell'altro; e poco mancò, tanto pareva fremente e melodrammatico, ch'ei non giurasse sul pugnaletto che aveva a fianco.
Il giorno dopo, i primi nomi che mi ferirono l'occhio in calce al decreto furono quei di Correnti e Guerrieri. Seppi che quest'ultimo, natura buona ma debole, s'era lasciato travolgere dal compagno e ne ebbe per molti giorni rimorso vivissimo.
Rividi, caduta Milano, Correnti. Io era nel giardino Ciani in Lugano con Carlo Cattaneo e altri, quando Pezzotti—uno de' migliori nostri e che morì suicida nelle prigioni dell'Austria—venne a dirmi che Correnti chiedeva vedermi. Ricordo ancora il volto di pentito e l'accento di supplichevole con cui, fisso l'occhio al suolo, ei mi disse: non parlarmi del passato, ma usciere, sentinella, ufficiale, fatemi ciò che volete, pur ch'io giovi al paese. Riferii quelle parole agli amici: diffidavano tutti. Pensai nondimeno che s'egli avea male operato, i casi di Milano erano tali da guarire radicalmente chi non fosse profondamente corrotto. E divisai d'avviarlo a Venezia, dove il popolo teneva levata in alto la bandiera tradita dalla monarchia. In Lombardia, Garibaldi errava tuttavia in armi tra Como e Varese. Migliaja d'esuli s'accalcavano nel Cantone Ticino e potevano, se una opportunità s'affacciasse, rivarcare la frontiera. Gli spiriti duravano in fermento nelle valli bergamasche e bresciane, importava dare un centro visibile, una bandiera, una direzione semi-legale all'agitazione e mi pareva che dovesse trovarsi in Venezia. Manin v'era l'anima della difesa. Deliberai dunque d'inviargli Correnti a dirgli le nostre forze, le nostre speranze e persuaderlo che concentrasse in sè la direzione del moto, additasse il dovere alla Lombardia e dicesse: Venezia, emancipata dal tradimento, combatte non per sè, ma per tutti: stringetevi tutti intorno alla sua bandiera repubblicana. Il pentito accettò la proposta festante: ebbe lettere e danaro da noi; e partì, accompagnato da un fidatissimo nostro, Ercole Porro.
Non so che cosa ei dicesse a Manin: so che Manin nulla fece di quanto era debito suo; ch'ei, Correnti, non si fece mai vivo con noi; e che lo udimmo poco dopo in Torino, faccendiere di quella inetta, assurda, aristocratica congrega che s'intitolava Consulta e accoglieva Casati e quanti altri avevano con lui rovinato il paese.
Ho citato fra i tanti quest'incidente perch'altri indovini quale storia io potrei tessere dei moderati di quel periodo—perchè gl'Italiani v'imparino a non fidarsi, fino a vittoria compiuta, di subiti pentimenti—e perchè i giovani vedano come le tendenze scettiche possano travolgere a bassa e sleale condotta le menti più svegliate e chiamate ad altro.
Tentammo il possibile per ricominciare popolarmente la lotta e la iniziammo in Val d'Intelvi. Ma da un lato gare inaspettate fra d'Apice e Arcioni, capi militari dell'impresa, dall'altro la potenza del pregiudizio monarchico che immobilizza la leva dell'azione nella capitale e, quella caduta, sconforta dall'osare le città di provincia, fecero inutile ogni tentativo. Di tutto quello splendido moto di popolazioni, non rimase se non un potente insegnamento, ch'io sperai fosse allora raccolto e non fu. Tutte quelle migliaja d'esuli d'ogni condizione e d'ogni colore che giuravano non commetterebbero più mai le sorti della patria a un principe e applaudivano freneticamente agli ultimi versi della Clarina di Berchet recitati da Gustavo Modena, sagrificavano come prima servili, pochi anni dopo, alla monarchia.
Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera e m'avviai, per Francia, verso Toscana.
Il papa era intanto fuggito. Roma era fatta libera di governarsi a suo modo. Venezia prometteva lunghe difese. La rivoluzione viveva tuttavia in Toscana, governata da uomini, un tempo, di fede nostra. La cessione di Milano lasciava screditata la monarchia, irritati gli animi e disposti ad accettare il principio contrario. L'impresa nazionale, caduta nel nord, potea risorgere dal centro. Da Roma dovea escire la parola iniziatrice; e forse, uscendo senza indugio, mentre durava il fremito universale e Napoli non s'era peranco rassegnata alla schiavitù, sarebbe stata più feconda di conseguenze che non fu dopo quattro mesi. Convinto di questo e libero oggimai di seguire apertamente la fede mia, indirizzai il 5 novembre la seguente lettera a' miei amici romani[46].
«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tendo l'orecchio a udire se mai venisse dalla città vostra un'eco di parola maschia, libera, degna di Roma, un suono di popolo ridesto all'antica grandezza; e non odo che le solite evirate vocine d'Arcadi parlamentari che ricantano alla culla d'una nazione le nenie mortuarie delle spiranti monarchie costituzionali. Scorro avidamente coll'occhio le colonne del vostro Contemporaneo, sperando ogni giorno trovarvi un di quei decreti che ingigantiscono chi li legge; e dopo il famoso autografo nel quale il papa raccomanda, in cattivo italiano, non il ministero, ma i proprî palazzi, non vi trovo, a consolazione del mondo cattolico, se non che Roma è tranquilla. Tranquilla sta bene; anche il Signore riposava tranquillo il settimo giorno, ma dopo d'avere creato un mondo.
«E voi potete, volendo, creare un mondo civile. Voi avete in pugno le sorti d'Italia e le sorti d'Italia son quelle del mondo. Voi non conoscete, o immemori, la potenza ch'esercita l'accozzamento di quattro lettere che forma il nome della vostra città; voi non sapete che ciò che altrove è parola, da Roma è un fatto, un decreto imperatorio: urbi et orbi. Perdio! Che i vostri monumenti, i vostri ricordi storici non mandino una sola ispirazione all'anima degli uomini che reggono le cose vostre! Io, nella mia religione romana, m'andava confortando dello spettacolo di meschinità e d'impotenza che pur troppo ci danno finora le nostre città col pensiero che toccava a Roma, che il Verbo non poteva uscire se non dalla Città Eterna: ma comincio a temere d'essermi illuso. Roma così com'è, colle sedute ch'io leggo è una ironia, una cosa, perdonatemi, tra il ridicolo e il lacrimevole.
«Io non credo che la provvidenza abbia mai detto così chiaramente ad una nazione: tu non avrai altro Dio che Dio, nè altro interprete della sua legge che il popolo. E non credo che sia al mondo una gente più ostinata della nostra a non vedere nè intendere. La provvidenza ha fatto dei nostri principi una razza d'inetti e di traditori, e noi vogliamo andare innanzi a rigenerarci con essi. La provvidenza, quasi a insegnarci guerra di popolo, ha fatto sconfiggere un re in una impresa già quasi vinta, e noi non vogliamo far guerra se non con quel re. La provvidenza ha fatto del Borbone di Napoli un commento vivo dei ricordi di Samuele agli Israeliti che chiedevano un re, e la Sicilia, liberata di quello, bussa alle porte delle sale regie in cerca d'un altro. La provvidenza vi fa d'un papa un fuggiasco spontaneo: vi toglie, come una madre al bambino, ogni inciampo di sulla via; e voi, ingrati, rimanete in forse e come se non aveste mente, nè cuore, nè storia, nè esperienza che basti, nè avvenire, nè l'Italia in fermento d'intorno a voi, nè l'Europa in fermento d'intorno all'Italia, nè la Francia repubblicana allato, nè la Svizzera repubblicana di fronte, nè venti altre cagioni di decisione, andate ingegnandovi a governarvi coll'autografo dei palazzi. Carlo XII, prigioniero dei Russi, mandava un suo stivale a governare lo Stato; ma son parecchi anni e Carlo XII non era fuggito e la metropoli svedese non era Roma.
«Io vivo, voi lo sapete, irrequieto per l'unità d'Italia messa a pericolo dai guastamestieri, non per la repubblica immancabile, inevitabile, non solamente in Italia, ma in pressochè tutta Europa. E aspetto come ho detto, scritto e stampato, devoto e sommesso che la volontà dell'Italia si manifesti solennemente. Ma parmi di potervi dire senz'essere agitatore: quando la forma repubblicana, senz'opera vostra, senza violenza, senza usurpazione di minorità, v'è messa davanti, pigliatela; non fate vedere all'Italia e all'Europa che voi, repubblicani nati, la rifiutate senza perchè. Voi non avete più governo; non potere, malgrado l'autografo, che sia legittimo. Pio IX è fuggito: la fuga è un'abdicazione: principe elettivo, egli non lascia dietro sè dinastia. Voi siete dunque, di fatto, repubblica, perchè non esiste per voi, dal popolo in fuori, sorgente d'autorità. Uomini logici ed energici ringrazierebbero il cielo del consiglio ispirato a Pio IX e direbbero laconicamente: il papa ha abbandonato il suo posto: noi facciamo appello dal papa a Dio convocando un Concilio. Il principe ha disertato, tradito: noi facciamo appello dal principe al popolo. Roma è, per volontà di provvidenza, repubblica. La Costituente italiana, quando queste mura l'accoglieranno, confermerà, muterà o amplierà questo fatto. E scelto dal popolo un governo, s'accoglierebbe in Roma, poichè i popoli d'Italia non son liberi tutti sinora, il nucleo iniziatore e precursore della Costituente italiana futura; e questo nucleo d'uomini noti, mandati dalla Toscana, dalla Sicilia, da Venezia, dall'emigrazione lombarda, dai circoli, dalle associazioni, presterebbe appoggio efficace al governo; e quel governo, con pochi atti nazionali davvero, diventerebbe governo morale di tutta Italia in brev'ora. Dio che ajuta i volenti e ama Roma farebbe il resto.
«Perchè non abbiate fatto questo nelle prime ventiquattr'ore, perchè non lo facciate ora, m'è arcano. So che così non potete stare; e che tra il seguir questa via e il mandar deputati supplichevoli a Pio IX e dirgli: tornate onnipotente, cancelliamo ogni traccia della giornata del 16, non è via di mezzo. Taluni mi scrivono che li trattiene il timore d'essere invasi. Invasi? E nol sarete voi a ogni modo? Non vedete che la questione sta fra il concedere la iniziativa e la scelta del tempo e del come al nemico o l'assumerla voi, averne tutti i vantaggi e sconvolgere i disegni dell'invasore? Non vedete che in una ipotesi cadrete derisi perchè nessuno moverà in ajuto d'un ministero tiepido e senza nome; nell'altra inizierete quello a che tutti in Italia tendono, quello a che sarete trascinati inevitabilmente un dì o l'altro, ma coi traditori nel campo?
«Nè sarete soli a combattere...»
Giunsi in Livorno l'8 febbrajo 1849, quando appunto giungeva al governatore Pigli l'annunzio della fuga del duca. E fui pregato d'annunziarla io stesso al popolo, che s'era raccolto per festeggiarmi, dacchè temevano non si trascorresse a violenze contro i fautori noti del fuggiasco principe. Era timore mal fondato. Il popolo livornese è popolo d'alti spiriti, tenerissimo di libertà e presto sempre a virilmente conquistarla o difenderla: facile appunto per questo a guidarsi sulle vie del bene, purchè additate da chi abbia fiducia in esso e ispiri ad esso fiducia. Annunziai il fatto come buona nuova e dicendo quanto importasse ai cittadini di provare a tutti che potevano vivere più che mai concordi e amorevoli senza principe. Nè vidi mai città più lieta e ordinata. A taluni che parlarono d'atterrare una statua del duca, bastò suggerire che la velassero. Livorno è città repubblicana e onorerà tra le prime l'Italia futura.
Il 9 febbrajo, la repubblica era proclamata in Roma.
Era l'iniziativa ch'io cercava; e m'adoprai quanto seppi in Firenze perchè la Toscana affratellasse le proprie sorti a quelle di Roma. L'esempio avrebbe fruttato in Sicilia e altrove. Minacciata dall'Austria, insidiata dal Piemonte, il cui ministro Gioberti tendeva a restaurare i principi per ogni dove[47], la Toscana non poteva, isolata, salvarsi. Ricovrandosi sotto l'ali di Roma, essa poneva i proprî fati sotto la tutela del diritto italiano e accrescendone le forze, apriva la via alla possibilità d'un nuovo moto della nazione: cadendo, essa lasciava almeno una splendida testimonianza a pro dell'unità repubblicana, giovevole all'educazione politica del paese. E gli istinti del popolo, afferravano, come sempre, il concetto. In una pubblica adunanza tenuta il 18 febbrajo sotto le logge degli Uffizî e alla quale si affollavano da diecimila persone, feci votare l'adozione della forma repubblicana, l'unione a Roma e la formazione d'un Comitato di difesa, composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti. Gli uomini che reggevano ricusarono. Io partii alla volta di Roma, dove m'avevano eletto deputato.
Roma era il sogno de' miei giovani anni, l'idea madre nel concetto della mente, la religione dell'anima; e v'entrai, la sera, a piedi, sui primi del marzo, trepido e quasi adorando. Per me, Roma era—ed è tuttavia malgrado le vergogne dell'oggi—il Tempio dell'umanità; da Roma escirà quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta, unità morale all'Europa. Io avea viaggiato alla volta della sacra città coll'anima triste sino alla morte per la disfatta di Lombardia, per le nuove delusioni incontrate in Toscana, pel dissolvimento di tutta la parte repubblicana in Italia. E nondimeno trasalii, varcando Porta del Popolo, d'una scossa quasi elettrica, d'un getto di nuova vita. Io non vedrò più Roma, ma la ricorderò, morendo, tra un pensiero a Dio e uno alla persona più cara, e parmi che le mie ossa, ovunque il caso farà che giacciano, trasaliranno, com'io allora, il giorno in cui una bandiera di repubblica s'inalzerà, pegno dell'unità della patria italiana, sul Campidoglio e sul Vaticano.
Le cagioni che mi determinarono a trasvolare sul 1848 militano identiche perch'io mi taccia sulla storia dei quattro mesi che corsero dal mio giungere in Roma fino alla caduta della repubblica. Non potrei dir tutto. E mi limiterò ad accennare per sommi tocchi la parte mia e il concetto che governò gli atti miei. Nella pagina gloriosa che Roma scrisse in quel breve periodo, l'individuo dovrebbe sfumare. Pur sono anch'io repubblicano e la mia vita, comunque poca cosa, è parte della tradizione repubblicana. Nè vedo perchè, presso all'escirne, io debba lasciarla, per molti errori che gli avversi a noi v'accumularono intorno, fraintesa.
Fu scritto che noi, vincitori un istante, proclamammo la repubblica romana, non l'italiana. L'accusa è stolta. Una insurrezione, dichiarando illegale quanto esiste d'intorno a sè, può scrivere sulla propria bandiera ogni più audace formola, purchè suggerita dalla coscienza del Vero: un'Assemblea escita legalmente e pacificamente dal voto d'una frazione menoma del paese, nol può. Il mandato avuto è supremo per essa. Proclamare da Roma—di fronte al Piemonte costituzionale e armato—di fronte alle condizioni generali—la repubblica per tutta l'Italia, sarebbe, del resto, stato più ch'altro, ridicolo. La repubblica non poteva conquistare l'Italia a sè se non emancipandola dallo straniero, facendola. E per farla, bisognava creare una forza.
Pochi giorni bastarono a convincermi che non solamente quella forza non esisteva, ma che nessuno pensava a ordinarla. Gli istinti buoni abbondavano: mancava un concetto. Da circa 16,000 uomini formavano l'esercito dello Stato; ma erano senza coesione, senza uniformità di disciplina, d'assisa e di soldo; lo stato maggiore era nullo; il materiale di guerra pochissimo. Le forze disponibili erano disseminate in gran parte lungo la frontiera napoletana, unico punto da dove quei che reggevano temevano offese e che quel metodo radicalmente errato di cordone militare, debole per ogni dove, non avrebbe potuto difendere.
Io non temeva offese da Napoli: un tentativo da quel lato, creando in noi un diritto di reazione, era, più che da temersi, da desiderarsi. Nè allora io presentiva pericoli dalla Francia; ma li presentiva inevitabili, presto o tardi, dall'Austria. E dov'anche l'Austria non avesse assalito, dovevamo prepararci ad assalirla noi. Ridestare l'Italia contro l'eterno nemico; iniziare una nuova crociata e dire col fatto al paese: la repubblica farà ciò che la monarchia non seppe o non volle; era quello il mio disegno. Preparare la resistenza a un pericolo, che poteva essere imminente e preparare a un tempo l'azione futura se quel pericolo non si verificasse, era ciò ch'io adombrava, dicendo in quei giorni all'Assemblea: bisogna lavorare come se avessimo il nemico alle porte e a un tempo come se si lavorasse per l'eternità.
Il 16 marzo, proposi all'Assemblea l'elezione d'una Commissione di guerra composta di cinque individui, che dovesse studiare i modi migliori d'ordinamento per l'esercito e provvedere all'altra necessità di difesa e d'offesa. Il 18 la Commissione era eletta. Carlo Pisacane ne era anima e vita. E con lui io m'intendeva compiutamente.
Al sistema inefficace dei distaccamenti sparsi su tutti i punti della lunga frontiera meridionale, sostituimmo, pensando alla difesa, il concentramento delle forze su due punti, Bologna e Terni; e a questo concentramento anteriore fu dovuta in parte la possibilità della prolungata difesa di Roma.
Alla cifra di 16,000 uomini sostituimmo, pensando all'offesa, quella di 45,000, cifra facile a raggiungersi colla coscrizione nello Stato e cogli elementi che potevamo agevolmente raccogliere dall'altre parti d'Italia.
Il Piemonte intanto, in parte per timore di vedere l'iniziativa nazionale trapassare dalla monarchia alla bandiera repubblicana, in parte per altre cagioni, intimava nuovamente la guerra all'Austria. La repubblica romana non era stata riconosciuta dal Piemonte. E nondimeno, bastò la lettura del bando che annunziava imminente le ostilità perchè, affogata nell'entusiasmo ogni considerazione, la Repubblica decretasse spontanea, senza alcun patto, l'invio di 10,000 uomini, capo il tenente colonnello Mezzacapo: spontanea, dico, perchè Lorenzo Valerio non giunse, con missione semi-officiale d'intendersi in Roma se non dopo il decreto. Il 21 marzo, i soldati di Roma partivano. Se non che quattro giorni bastarono a quella misera guerra regia, iniziata il 20, e conchiusa, colla colpa e colla vergogna di Novara, il 24. La monarchia vedeva poco dopo Roma assalita dallo straniero, senza neanche una parola di protesta a suo pro.
Il 29 marzo fui scelto Triumviro. Aurelio Saffi e Armellini mi furono colleghi.
Il 17 aprile confermammo con decreto le proposte anteriori sulla cifra e sull'ordinamento dell'esercito. Avevamo già sui primi di quel mese tentato ogni modo per avere in Roma la Divisione lombarda, forte di 6 a 7000 uomini: ma il governo sardo, ajutato dal general Fanti, deluse, ingannando, il disegno[48].
Il 25 aprile i Francesi erano in Civitavecchia. Non avevamo avuto un mese di tempo per ordinare le forze, assestar la finanza, rimediare al difetto d'artiglierie, provvederci d'armi.
Con quei che scrissero essere stato errore il resistere non è da discutersi. Ma alle molte evidenti cagioni che ci comandavano di combattere, un'altra se ne aggiungeva per me intimamente connessa col fine di tutta la mia vita, la fondazione dell'unità nazionale. In Roma era il centro naturale di quell'unità; e verso quel centro bisognava attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba, e parea. Sede d'una forma di credenza omai spenta e sorretta dall'ipocrisia e dalla persecuzione, abitata da una borghesia vivente in parte sulle pompe del culto e sulle corruttele dell'alto clero e da un popolo virile e nobilmente altero, ma forzatamente ignorante e apparentemente devoto al papa, Roma era guardata con avversione dagli uni, con indifferenza sprezzante dagli altri. Da pochi fatti individuali infuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava ogni tanto le Romagne e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in alto perchè gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome in tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io sentiva quella potenza, quel palpito della immensa eterna vita di Roma al di là della superficie artificiale che, a guisa di lenzuolo di morte, preti e cortigiani avevano steso sulla grande dormiente. Io avea fede in essa. Ricordo che quando si trattava di decidere se dovessimo difenderci o no, i capi della guardia nazionale, convocati e interrogati da me, dichiararono, deplorando, pressochè tutti che la guardia non avrebbe in alcun caso ajutato la difesa. A me pareva d'intendere il popolo più assai di loro: e ordinai che i battaglioni sfilassero il mattino seguente davanti al palazzo dell'Assemblea e si ponesse da un oratore la proposta ai militi. Il grido universale di guerra che s'inalzò dalle loro file sommerse irrevocabilmente ogni trepida dubbiezza di capi.
La difesa fu dunque decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per generoso sentire e riverenza all'onore d'Italia, da me per conseguenza logica d'un disegno immedesimato da lungo con me. Strategicamente, la guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano ajuti d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo, pensando al futuro, proferire il nostro morituri te salutant all'Italia da Roma.
Pur nondimeno e anche antivedendo inevitabile la sconfitta, noi non potevamo, senza tradire il mandato, trascurare l'unica via di salute possibile; ed era un mutamento nelle cose di Francia. L'invasione era concetto di Luigi Napoleone che, meditando tirannide, volea da un lato avvezzare la soldatesca a combattere la repubblica altrove, dall'altro prepararsi il suffragio del clero cattolico e di quella parte di popolo francese che in provincia segnatamente ne segue le ispirazioni. L'Assemblea di Francia, incerta e divisa com'era, dissentiva da ogni proposito deliberatamente avverso a noi: aveva approvato l'intervento, ingannata sulle nostre condizioni e sul fine segreto della spedizione. I complici di Luigi Napoleone affermavano imminente la invasione austro-napoletana a pro della dominazione assoluta papale e dichiaravano la popolazione dello Stato nemica al sistema repubblicano e soltanto compressa dal terrore esercitato da pochi audaci: Roma quindi impotente a resistere e preda in brevi giorni dell'Austria se non s'inframmettevano l'armi di Francia. Provare alla Francia l'assenza in Roma di ogni terrore, l'unanime volere delle nostre popolazioni, la possibilità per noi di resistere a un intervento austriaco o napoletano; costringere Luigi Napoleone a smascherare il suo vero disegno; combattere, separando nella serie dei nostri atti, la nazione dal Presidente di Francia: vincere tanto da testimoniare della nostra determinazione, ma senza abusare della vittoria, senza irritare l'orgoglio e le subite passioni francesi; somministrare per tal modo una opportunità ai membri della Montagna, ai nostri amici nell'Assemblea, d'iniziare la resistenza a Luigi Napoleone: era questo il debito nostro e non lo tradimmo. Quindi gli ordini mandati a Civitavecchia e traditi dall'altrui arrendevolezza alle menzognere promesse del generale Oudinot, di resistere a ogni patto, non fosse che per ore, pur tanto da provare il desiderio unanime di resistere, l'energia delle nostre dichiarazioni agli inviati del campo francese, i preparativi solleciti e la battaglia—e a un tempo la richiesta ai municipî, accolta da tutti, perchè esprimessero nuovamente adesione al governo repubblicano—il rinvio dei prigionieri francesi fatti nella giornata del 30 aprile—l'ordine spedito in quel giorno a Garibaldi di desistere dall'inseguire i Francesi in rotta—e generalmente l'attitudine assunta e mantenuta da noi durante l'assedio e ch'io compendiava dicendo che Roma era non in condizione di guerra con la Francia, ma di pura difesa. Quell'ordine a Garibaldi mi fu apposto come errore, da chi non guardò che al fatto isolato. Ma che importava, di fronte al concetto accennato, qualche centinajo più di Francesi morti o prigioni?
E quel concetto—gli uomini dagli appunti non dovrebbero dimenticarlo—se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà affidando all'inviato Lesseps poteri illimitati pacifici e annullandoli a un tempo con istruzioni segrete trasmesse al generale Oudinot, riesciva. Il 7 maggio, commossa dall'opera nostra e dal nostro linguaggio, l'Assemblea di Francia invitava solennemente il potere esecutivo ad adottare senza indugio i provvedimenti necessarî a far sì che la spedizione di Roma non fosse più oltre sviata dal vero suo fine; e mandava incaricato di statuire gli accordi con noi il Lesseps. Sul finire di maggio, si firmava tra noi e il plenipotenziario di Francia un patto che dichiarava:—L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello Stato romano: esse riguardano l'esercito francese come un esercito amico che viene a correre alla difesa del loro territorio.—D'accordo col governo romano e senza menomamente intromettersi nell'amministrazione del paese, l'esercito francese prenderà gli alloggiamenti esteriori convenienti, tanto per la difesa del paese come per la salubrità, alle sue truppe. Così la guerra era convertita in alleanza: l'esercito francese diventava nostra riserva contro ogni altro invasore straniero: Roma, com'io aveva detto, rimaneva sacra e inviolabile ad amici e nemici: la diplomazia repubblicana otteneva una vittoria splendida come quella dell'armi repubblicane in aprile: noi eravamo liberi di correre ad affrontare gli Austriaci e li avremmo disfatti.
Ognun sa come Oudinot rifiutasse d'assentire al trattato e disdicesse a un tratto la tregua. Egli aveva da Luigi Napoleone istruzioni segrete direttamente contrarie a quelle da lui date a Lesseps.
Il 13 giugno, i nostri amici nell'Assemblea francese tentarono, capitanati da Ledru Rollin, sommovere Parigi contro l'infamia commessa: ma non riuscirono. Il loro tentativo era un appello all'insurrezione senza i preparativi necessarî a iniziarla.
Taluno m'appose d'aver continuato la difesa anche dopo le infauste nuove del 13 giugno. Avrei creduto tradire il mandato, l'onore del paese, la bandiera repubblicana e me stesso, s'io avessi fatto altrimenti. Dovevamo noi lacerare la pagina gloriosa che Roma scriveva, dichiarando all'Europa che se avevamo accettato la guerra, non l'avevamo fatto per compire, a ogni prezzo, un dovere, ma perchè speravamo in una insurrezione francese?
Noi dovevamo resistere fino all'estremo. Quando si trattava nell'Assemblea di decidere tra l'accogliere i Francesi che movevano su Roma o combatterli, io m'astenni, per non esercitare influenza sopra una decisione che doveva essere espressione collettiva e spontanea, dall'assistere alla seduta: il Triumvirato non v'era rappresentato che da Saffi e Armellini, titubanti ambidue. Ma raccolto da un popolo e da un popolo repubblicano, in nome del Dritto, il guanto nemico, il duello non dovrebbe cessare che coll'esaurimento assoluto o colla vittoria. Le monarchie possono capitolare; le repubbliche muojono: le prime rappresentano interessi dinastici; possono quindi ajutarsi di concessioni e occorrendo di codardie per salvarli: le seconde rappresentano una fede e devono testimoniarne fino al martirio. Per questo noi avevamo fatto anzi tratto gremir Roma di barricate: alla guerra delle mura doveva sottentrare la guerra delle strade; e in Roma sarebbe stata tremenda. Quella guerra fu resa impossibile dai Francesi i quali s'appagavano visibilmente di padroneggiare la città dalle alture occupate e ridurla, strema com'era di vettovaglie, ad arrendersi. Ma l'idea di prolungare la lotta finchè ci rimanesse un uomo e un fucile era siffattamente elementare nell'animo mio che, disperata ogni difesa in Roma, proposi un altro partito: escire dalla città: escirne col piccolo esercito e coi popolani armati che volessero seguirci: escirne noi Triumviri accompagnati dai ministeri e se non da tutta, da una numerosa delegazione dell'Assemblea, tanto da dare alla mosse dell'esercito autorità legale e prestigio sulle popolazioni. Allontanarci rapidamente da Roma, approvvigionarci sull'Aretino, gettarci poi tra Bologna e Ancona, sulla linea di operazione austriaca, e cercare con una vittoria di risollevar le Romagne; era quello il disegno mio. I Francesi avrebbero così occupato Roma senza vincere la repubblica e sotto una perenne minaccia; nè avrebbero potuto seguirci sul nuovo terreno se non combattendo a pro dell'Austria e smascherando l'infamia dell'invasione davanti alla loro patria e all'Europa. E fu il disegno tentato da Garibaldi, ma con poche migliaja raccozzate da corpi diversi, senza artiglieria, senza appoggio d'autorità governativa e in condizioni che vietavano ogni possibilità di successo.
Il 30 giugno, padroni i Francesi dei bastioni e di tutte le alture, convocai i capi militari a consiglio. Garibaldi rispose non potere allontanarsi un solo istante dalle difese e ci recammo quindi ov'egli era. Là dichiarai che l'ora suprema per Roma essendo giunta e urgendo decidere qual partito dovesse scegliersi, il governo desiderava, prima di comunicare coll'Assemblea, raccogliere i consigli dei capi dell'armi. Dissi com'erano innanzi a noi tre partiti: capitolare—resistere finchè la città fosse rovina—escire da Roma, trasportando altrove la guerra: il primo essere indegno della repubblica: il secondo inutile dacchè l'attitudine dei Francesi annunziava che non scenderebbero a battaglia di barricate e di popolo, ma aspetterebbero, tormentandoci dall'alto colle bombe e le artiglierie, che ci vincesse la carestia: il terzo essere quello ch'io, come individuo, proponeva. Furono diversi i pareri. Avezzana, i capi romani e altri votarono, a maggioranza di due, perchè rimanessimo, ostinati a difenderci, in Roma: Roselli, Pisacane, Garibaldi con altri parecchi accettarono la mia proposta: non uno—e lo ricordo a onore del piccolo esercito repubblicano—pose il nome nella colonna in capo alla quale io aveva scritto: capitolazione. Disciolsi il Consiglio e m'affrettai all'Assemblea.
Ad essa, raccolta a comitato segreto senza intervento di popolo, dissi ciò ch'io aveva detto al Consiglio di guerra: e proposi il partito che solo mi pareva degno di Roma e di noi. L'Assemblea non volle accettarlo. Non narrerò i particolari, a me tristissimi, della seduta. Ma trovai avversi al partito i migliori amici ch'io m'avessi tra i membri. Taluni mi rimproverarono poco dopo, e a ragione, di non avere anzi tratto preparato gli animi alla decisione; se non che la singolare, tranquilla e veramente romana energia mostrata fino a quel momento dall'Assemblea m'aveva illuso a credere che la proposta sarebbe stata accolta con plauso.
Prevalse il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che Roma cessasse dalle difese.
Io aveva lasciato l'Assemblea prima che il voto sancisse quella proposta. Il decreto fu trasmesso al Triumvirato coll'invito a noi di comunicarlo al generale francese e trattar con lui pei provvedimenti necessarî a tutelar l'ordine e le persone nella città conquistata. Ricusai di farlo: scrissi all'Assemblea ch'io era stato eletto Triumviro per difendere, non per sotterrar la repubblica, e accompagnai quelle parole colla mia dimissione. I miei due colleghi s'unirono a me.
Il 3 luglio, io deposi nelle mani dei segretari dell'Assemblea la seguente protesta:
«Cittadini.
«Voi avete, coi vostri decreti del 30 giugno e del 2 luglio, confermato involontariamente, voi incaricati dal popolo di tutelarla e di difenderla sino agli estremi, il sagrificio della repubblica; ed io sento, con un immenso dolore sull'anima, la necessità di dichiararvelo, perchè non rimanga taccia a me stesso davanti alla mia coscienza e per documento ai contemporanei che non tutti disperavano, quando voi decretaste della salute della patria e della potenza della nostra bandiera.
«Voi avevate da Dio e dal Popolo il doppio mandato di resistere, finchè avreste forze, alla prepotenza straniera e di santificare il principio incarnato visibilmente nell'Assemblea, provando al mondo che non è patto possibile tra il giusto e l'ingiusto, fra il diritto eterno e la forza brutale, e che le monarchie, fondate sull'egoismo delle cupidigie, possono e devono cedere o capitolare, ma le repubbliche, fondate sul dovere e sulle credenze, non cedono, non capitolano: muojono protestando.
«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia, popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste impossibile la difesa e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che l'Assemblea stava al suo posto. Ma il posto dell'Assemblea era l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate sotto la morta lettera lo spirito del decreto.
«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate, senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.
«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra, fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti a distruggerla—ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti cadevano disperando, aveva detto: io non dispero, ma sorgo—ricordarvi che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per l'onore d'Italia—ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le sue conseguenze immediate.
«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure—e gemo, per affetto violato a un tratto, scrivendo—che nei supremi momenti nei quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.
«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»
3 luglio 1849.
Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente, colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un leva leva di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi, forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato, tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.
Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: lasciatemi, se mi amate, morire con Roma.
Comunque, partii. Partii senza passaporto e mi recai in Civitavecchia. Di là mandai a chiederne uno all'ambasciata americana, e l'ebbi, ma non contrassegnato, come si richiedea per l'escita, dalle autorità francesi, inutile quindi. Stava in Civitavecchia un vaporuccio, il Corriere Côrso, presto a salpare. Il capitano, parmi un De-Cristofori; côrso egli pure, m'era ignoto: m'avventurai nondimeno a chiedergli se volesse, a suo rischio, accogliermi senza carte, ed ebbi inaspettato assenso da lui. M'imbarcai. Il vapore moveva verso Marsiglia, toccando Livorno, allora tenuta dagli Austriaci. Trovai sul bordo, ingrato spettacolo, una deputazione di Romani tra gli avversi a noi che s'avviava a quest'ultimo porto per risalparne e recarsi a implorare Pio IX in Gaeta. Non li guardai. Ma essi mi conoscevano e il capitano temeva ch'essi, scendendo in Livorno, denunziassero la mia presenza agli Austriaci. Nol fecero e giunsi in Marsiglia. Non importa ai lettori sapere com'io, sprovveduto di passaporto, v'entrassi e come mi venisse fatto di recarmi, attraverso le terre del nemico, in Ginevra. Ma ho notato queste cose di me, perchè gli storici e i gazzettieri di parte moderata, menzogneri per calcolo, ciarlarono allora e riciarlerebbero, occorrendo, oggi, dei miei tre passaporti, degli appoggi inglesi ch'io m'era procacciati anzi tratto e della prudenza colla quale io provvedeva alla mia salvezza.
Pur, nè calunnia sistematica di moderati nè altro può cancellare l'unico fatto che importi; ed è la difesa. La pagina gloriosa, iniziatrice, profetica, che Roma scrisse in quei due mesi di guerra rimarrà documento ai rinsaviti dagli errori dell'oggi di ciò che possono un principio e un nucleo d'uomini fermi in incarnarlo logicamente, intrepidamente nei fatti. Roma era città di vastissima cinta, non munita, pressochè aperta sulla sinistra del Tevere, ad ogni assalto nemico. Difettavamo d'artiglierie; eravamo sprovveduti di mortai: non preparati a guerra: mancanti, per fatto del vecchio governo, del nervo d'ogni resistenza, danaro; mancanti a segno che la notte della nostra elezione, raccolti noi Triumviri ad esaminare qual fosse la condizione finanziaria e guerresca della repubblica, ponemmo a voti se non dovessimo rassegnare la mattina dopo l'ufficio. La popolazione era, per lunghi secoli di schiavitù corruttrice, ignara, intorpidita, incerta, sospettosa d'ogni cosa e d'ogni uomo; e noi eravamo nuovi, ignoti i più, senza prestigio di nascita, di ricchezza, di tradizioni. Individui ch'erano stati a governo e rappresentavano l'elemento moderato costituzionale diffondevano, duce Mamiani, presagi sinistri sugli effetti della forma adottata e non s'arretravano dal cospirare col nemico straniero. Gaeta era fucina di raggiri, di turbamenti e congiure: di ribellione aperta sull'Ascolano. Fummo assaliti subitamente, prima d'ogni sospetto! assaliti da chi era potente in Italia per antichi affetti, tenuto per invincibile in guerra e ajutato dal prestigio d'una bandiera repubblicana come la nostra: poi dal re di Napoli, dagli Austriaci e dalla Spagna. E nondimeno fugammo, colle nostre nuove milizie, le truppe del re di Napoli, combattemmo l'Austria, resistemmo per due mesi all'armi francesi. Nella giornata del 30 aprile i nostri giovani volontari videro in rotta i vecchi soldati d'Oudinot; in quelle del 3 e del 30 giugno pugnarono in modo da meritare l'ammirazione del nemico. Il popolo, rifatto grande da un principio, partecipava alla difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le bombe. Popolo, Assemblea, Triumvirato ed esercito furono una cosa sola, s'afforzarono a vicenda d'illimitata fiducia. Governammo senza prigioni, senza processi: io potei mandare a dire a Mamiani, quando fui avvertito de' suoi colloqui notturni con Lesseps, che seguisse pure, non temesse del governo, badasse soltanto a sottrarre la conoscenza del fatto al popolo: sprezzammo le piccole cospirazioni e vedemmo il cavaliere Campana, convinto dopo lungo studio dell'impotenza d'ogni tentativo di fronte all'accordo dell'immensa maggioranza con noi, venire egli stesso spontaneo a denunziare i suoi complici. Queste cose furono dovute all'istituzione repubblicana, ai forti istinti del popolo ridesti dall'esistenza d'un governo suo, alla formola Dio e il popolo che diede subitamente a ciascuno coscienza del proprio dovere e del proprio diritto, alla nostra fiducia nelle moltitudini, alla fiducia delle moltitudini in noi. La monarchia non aveva saputo, con 45,000 soldati e col Piemonte a riserva, trovare in Milano altra via di salute che il tradimento. E mentr'io scrivo, la monarchia, con mezzo milione d'armati tra soldati regolari, volontari e guardie nazionali mobilizzabili—con un vasto materiale di guerra—con mezzi finanziari considerevoli—con ventidue milioni d'Italiani invocanti Venezia—esita ad assalire, sul terreno italiano, le forze austriache.
Viva la repubblica! Il sentimento repubblicano poteva solo ispirare tanto valore agli Italiani. Sono parole contenute nella relazione scritta a nove ore di sera del combattimento del 3 giugno da Luciano Manara.
Non so quanto i Romani ricordino oggi il 1849. Ma se le madri romane hanno, come dovevano, insegnato ai figli la riverenza ai martiri repubblicani, in quell'anno, della loro città—se additarono loro sovente il luogo ove cadde ferito a morte il giovine poeta del popolo, Goffredo Mameli—il luogo ove Masina, già indebolito da un colpo e con diciannove seguaci, avventò il cavallo contro una posizione difesa da 300 francesi e moriva—il luogo ove perivano senza ritrarsi, combattendo venti contro cento, Daverio e Ramorino—Villa Corsini—Villa Valentini—il Vascello—Villa Panfili—le pietre dei dintorni di Roma santificate quasi ciascuna dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto, col grido repubblicano sul labbro—Roma non sarà, sorgendo, profanata—o nol sarà lungamente—dalla monarchia (1864).
La condotta di parte nostra, determinata dall'iniziativa altrui e da fatti che si svolsero indipendenti dalla nostra fede, risulterà chiara a chi vorrà esaminarla spassionatamente: noi ci limitammo a trarre il migliore partito possibile dagli eventi, perchè il paese se ne giovasse a tener sospesa sul capo agli uomini, che a noi sottentravano, la spada di Damocle della Rivoluzione; perch'essi inoltrassero a forza sulla via, non foss'altro dell'Unità Nazionale. Ma, in quel periodo di tempo tentammo una iniziativa, della quale giova parlare perchè generò, a mio credere, conseguenze importanti.
La Lombardia era, per colpe monarchiche, nuovamente dominio dell'Austria; ma aveva, con fatti, provato d'essere capace d'emanciparsi per virtù di popolo. Venezia era caduta, ma dopo lunghe eroiche prove e come chi vince. Roma era dei Francesi e del Papa, ma l'esito morale della battaglia era nostro: redenta davanti all'Italia, la sacra Città era per la terza volta centro e perno delle aspirazioni della Nazione. S'anche le anime nostre fossero state capaci di sconforto, non ne avevamo cagione.
Ci raccogliemmo, dopo la caduta di Roma, in Losanna, Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Mattia Montecchi ed io. Altri profughi ci raggiunsero, collocandosi nei paesetti fra Losanna e Ginevra. Imprendemmo senza indugio—settembre 1849—la pubblicazione dell'Italia del Popolo, collezione di scritti mensile, il cui programma era, com'io diceva, nella parola escita il 9 febbrajo da Roma, madre comune e centro d'Unità a tutte le popolazioni d'Italia e nella missione che all'Italia assegnano la tradizione e la coscienza popolare. Gli scritti ch'io v'inserii sono, da pochi in fuori, contenuti nel Vol. VII delle Opere. Ma i lavori che v'inserirono Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Filippo De Boni e altri, meriterebbero d'essere raccolti in un volume e gioverebbero perchè combattono vecchi errori, rinnovati in oggi e fatali. Ne pubblicammo sedici fascicoli sino al febbrajo 1851. Ma nel maggio 1850 l'Assemblea di Francia era chiamata a discutere una legge restrittiva del suffragio, che violava apertamente l'articolo 3.º della Costituzione e spianava la via alle mire usurpatrici di Luigi Napoleone. Pensai giunta l'occasione d'un moto decisivo in Parigi e, avventurandomi, mi vi recai. E questa mia assenza nocque naturalmente all'Italia del Popolo, ch'io dirigeva; e comunque dall'Inghilterra ov'io, dopo il soggiorno d'un mese incirca in Parigi, mi condussi, cercassi continuarle vita, non vi fu modo. Il Buonamici, editore, datosi al tristo, fuggì abbandonando moglie e negozio, in Australia. Il piccolo nucleo si sciolse. Saffi, Montecchi, Agostini mi raggiunsero in Londra.
In Parigi ebbi a confermarmi nelle idee, nudrite ed espresse fino dal 1835, che la Francia era per molti anni perduta e che l'iniziativa del moto Europeo era da trovarsi altrove. Vidi Lamennais, Flotte, Giulio Favre e quanti mi parevano all'uopo, fino al principe Napoleone Bonaparte, antico cospiratore con me finchè gli Orléans reggevano. Non v'era speranza. Gli animi erano travolti da gare di parte, da stolte paure, da rancori personali, e smarrivano il segno. M'affannai inutilmente a dimostrare a quanti vennero a segreto convegno con me, che il vero unico pericoloso nemico della Repubblica era il Presidente, e che importava anzi tutto togliergli forza di compier disegni, evidenti fin d'allora per me. La borghesia, impaurita dei pazzi sistemi che assalivano la proprietà, tremava d'un socialismo inverificabile e minaccioso soltanto a parole. I repubblicani avventati, o come li dicevano rossi, non vedevano pericoli alla repubblica fuorchè dai bianchi, dai monarchici dell'Assemblea, capaci di sviare e profanare l'Istituzione, incapaci, per difetto d'unità di consigli e d'audacia, d'abolirla. Tutti sprezzavano, errore dei più fatali, il nemico e mi dicevano, quand'io vaticinava il colpo di Stato, che se mai tentasse, il Presidente sarebbe quetamente condotto a Charenton, ospizio degli impazziti. Lasciai Parigi col presentimento della catastrofe.
Ma l'Italia? Era essa condannata a seguire, quasi satellite, i fati di Francia? Non poteva un popolo di ventisei milioni, ridesto a coscienza di libera vita dalle giornate di Milano e dalle eroiche difese di Venezia e Roma, raccogliere l'iniziativa tradita altrove? Padrone del proprio suolo e del proprio avvenire nel 1848, quel popolo non era caduto se non perchè aveva ceduto la direzione delle proprie forze e del moto a mani d'inetti e di tristi, a principi e cortigiani. Bisognava insegnargli che non esistono capi per diritto di nascita o di ricchezza: che soli capi legittimi d'una rivoluzione sono gli uomini che hanno più combattuto per essa: che un popolo non deve mai rinunziare al proprio diritto d'iniziativa, nè confidar ciecamente, nè allontanarsi dall'arena, nè dire a sè stesso: altri farà in vece mia. E per questo, il miglior partito era quello di condurre il popolo primo sul campo, tanto ch'esso imparasse in un tratto il proprio debito e la propria forza, e gli altri imparassero a rispettarlo e temerlo.
Questi pensieri mi diressero nel nuovo stadio d'agitazione che da Londra iniziai.
In Roma, io aveva lasciato, prima d'allontanarmene, le norme necessarie all'impianto d'una Associazione Nazionale segreta, che si ordinava rapidamente. In Londra fondai un Comitato Europeo e un Comitato Nazionale Italiano.
L'impianto e gli Atti del Comitato Nazionale trovarono favorevole accoglimento in Italia. Gli animi si riconfortarono a speranza e lavoro. Adesioni e promesse vennero pressochè unanimi dagli uomini che, nei fatti di Venezia e di Roma, avevano conquistato nome e influenza. Comunque, per diverse cagioni, il risultato pratico dell'Imprestito dovesse, in ultima analisi, come dirò, riuscire meschino, le nostre cedole erano su quei primi tempi ricercatissime. L'ordinamento segreto si estendeva rapidamente. Nella Lombardia, in Toscana, in Roma, la stampa clandestina s'iniziava operosa, ardita, irreperibile. Un Comitato Siciliano si costituiva fin dalla prima metà del 1851 nell'Isola, e un altro Comitato d'esuli Siciliani in Parigi stava anello intermedio fra quello e noi. Tra il 1850 e il 1851 si fondavano in Piemonte e nella Liguria le prime Associazioni Operaie, paghe del modesto fine del mutuo soccorso, ma pronte a cogliere ogni opportunità di dichiarare la loro devozione alla Patria. In Genova, dove, giovandosi della semi-libertà concessa dallo Statuto, il popolo s'accalcava a pubbliche manifestazioni, anche l'elemento militare s'affratellava: un sergente di bersaglieri prorompeva, in un banchetto d'oltre a duecento individui, in quel grido che dovrebbe suonare per tutto l'esercito nazionale: anche la truppa è popolo, e Francesco Quetand, della Brigata Savoja, parlando per tutti i suoi commilitoni, osava proferire il mio nome e quello di Garibaldi, e conchiudeva: le nostre armi non si tingeranno mai del vostro sangue ch'è nostro sangue, perchè noi non abbiamo che una madre[49]. E in Roma, l'Associazione alla quale accennai s'era, in un anno, fatta potente di tanto, che dichiarava a mezzo il 1851 compito il lavoro preparatorio e scioglieva, entrando in un secondo periodo, il suo Comitato, per istituire una Direzione Centrale, incaricata di studiare i modi e le opportunità dell'azione. A quella Direzione, affidata a un uomo singolare per intelletto, per fede, per cuore e per illimitato spirito di sagrificio, era mia mente d'accentrare a poco a poco tutti gli elementi nostri in Italia.
E da tutto quel lavoro sorgeva spontanea una parola: Repubblica. La stampa clandestina milanese saettava continuamente i tentativi dei monarchici lombardi ricoverati in Piemonte. Il Comitato Siciliano scriveva in fronte ai suoi Atti la formula: Dio e il Popolo. Repubblicano si chiariva il Comitato dei Siciliani in Parigi. Repubblicana era la stampa segreta toscana. Di Roma non occorre ch'io dica. Ma in Genova, quando l'11 giugno 1850, in un pubblico convito, l'avv. Brofferio avventurava parole, che a torto o ragione furono interpretate come favorevoli alla federazione e alla monarchia, un grido unanime gli rispose: Viva Roma, capitale della Repubblica Italiana! Noi non avevamo provocato l'espressione di quella tendenza; ma dovevamo raccoglierla e movere un passo innanzi. Non potevamo pretendere di guidare con bandiera neutra un lavoro generale, che inalberava la bandiera repubblicana.
Come membro del Comitato Europeo, apposi, nell'agosto del 1851, il mio nome a un suo Atto, che s'indirizzava agli Italiani e additava loro come sola via di salute l'istituzione repubblicana. Per quel fatto, Giuseppe Sirtori c'intimò, con parole dissennatamente irritate, di protestare, come Comitato Nazionale, contro quell'Atto o d'accettare la di lui dimissione. Accettammo la dimissione, dichiarando «che il Manifesto del Comitato Europeo non racchiudeva contradizione alcuna col nostro e che il consiglio dato agli Italiani d'attenersi, pel moto futuro, al simbolo repubblicano, era conseguenza logica del principio di Sovranità Nazionale da noi sancito.»
Di mezzo a quel fervore d'apostolato, io guardavo sempre all'Italia e alla possibilità di ridestarla all'azione. E l'opportunità non tardò a rivelarsi.
S'era formata, spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852, in Milano, una Fratellanza segreta di popolani, repubblicana di fede e con animo deliberato di preparare l'insurrezione e compirla. Non s'era rivolta per ajuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatto con noi: aveva prima voluto esser forte. Uomini di popolo erano suoi capi: influente fra tutti, un tintore, Assi di nome, assiduo di cure nell'ordinamento e largo in quell'opera d'un po' di fortuna che gli era venuta dal lavoro: lo chiamavano il Ciceruacchio di Milano. La Fratellanza v'era divisa in nuclei contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto: abbracciava ogni ramo di lavoro, e con quel senso pratico ch'è facoltà prominente degli operai, s'era giovato del facile accesso ai luoghi più vigilati, per raccogliere quante nozioni di fatto potevano, in un momento dato, agevolare una impresa. E nel silenzio, senza che l'esistenza ne fosse sospettata, non dirò dal nemico, ma dagli uomini appartenenti nell'altre classi al simbolo nazionale, aveva raggiunta la cifra di parecchie migliaja d'affratellati.
Allora soltanto l'Associazione, sentendosi forte e vogliosa di fare, cercò contatto con me. Offriva azione immediata, e chiedeva istruzioni, direzione, ajuti in armi e danaro.
Come sintomo, il fatto che mi si rivelava era di una importanza vitale, e additava innegabile l'incarnazione del lungo nostro apostolato nel popolo.
Come avviamento all'azione, era incerto: pendeva dalla somma di mezzi, richiesta a porre in moto quell'elemento e, più ch'altro, dalla risposta a una questione difficile: sarebbe l'energia del popolo nell'azione eguale alla costanza spiegata nel preparare? Scelsi un uomo militare non noto, prudente, avveduto, d'abitudini atte a cattivarsi la fiducia dei popolani e a studiarli; e lo mandai verificatore in Milano.
Una serie di relazioni che mi venne da lui, confermò tutte le affermazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina della Fratellanza. Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi e con quanti stavano alla direzione dei nuclei, ei mi giurava che potevano e volevano. Quanto mi adoprai a raccogliere per altre vie raffermava le relazioni dell'inviato.
Non mi dilungherò a spiegare com'io accettassi l'ipotesi dell'azione: ne parlo in uno scritto da trovarsi poco oltre; e del resto, chi ha letto i miei volumi, sa ch'io credeva—e dacchè la nostra Rivoluzione Nazionale non è compita, credo—unica via all'educazione politica del paese l'Azione. L'Italia era per ogni dove solcata di lavori nostri; e dopo i fatti del 1848 io mi sentiva convinto che una sconfitta all'Austria in Milano avrebbe dato moto all'insurrezione lombarda dapprima, poco dopo a quella di tutta Italia. E nondimeno, la decisione del movere non fu mia. Inferociti pei supplizî di Mantova[50], gli influenti fra i congiurati, raccolti una notte in numero di sessanta a convegno, decretarono sul finire dell'anno che si moverebbero e m'inviarono dichiarazione solenne che, s'anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed ajuto, farebbero, anzichè soggiacere a uno a uno alle persecuzioni dell'Austria, in ogni modo e da sè. Vivono tuttavia gli uomini che potrebbero, ov'io non dicessi il vero, smentirmi.
Accennerò soltanto rapidamente—chi mai potrebbe in questi giorni[51] diffondersi in particolari su cose passate?—come si preparasse e perchè fallisse l'impresa.
Mancavano all'Associazione le armi; mancava il denaro. Di denaro diedi quanto occorreva sul non molto raccolto dall'Imprestito Nazionale. Ma il contrabbando delle armi era difficilissimo e, scoperto, com'era probabile, avrebbe rivelato il disegno. Riescii ad introdurre in Milano un certo numero di projettili di nuova invenzione che non giovarono, dacchè le barricate, alla difesa delle quali erano destinati, non furono fatte; ma, quanto ai fucili, risposi che le insurrezioni erano avviamento alla guerra, non guerra; che l'armi dovevano e nelle città potevano sempre conquistarsi sul nemico; che a conquistarle bastavano animo deliberato davvero e coltella. Quei buoni popolani intesero, e dissotterrate, non so di dove, da circa cento pistole, arrugginite le più e inservibili, si diedero pel resto lietamente a raccogliere pugnali e temprare e immanicare grossi chiodi da barca, dove i pugnali mancavano.
Non v'è cosa alcuna che, nell'insorgere d'una città, non possa compiersi per sorpresa; soltanto è necessario, perchè le sorprese riescano, che siano tenute gelosamente segrete ai più, tra quelli stessi che devono compirle e siano eseguite a puntino e a scocco d'oriuolo. Fu architettato un numero di sorprese che dovevano dar Milano, senza grave lotta, in mano agli insorti. Le caserme, i corpi di guardia, il fortino, il Castello dovevano alla stessa ora, anzi allo stesso minuto, assalirsi a un tratto, invadersi, quando sprovveduti quasi di difensori, da squadre, apprestate a pochi passi, d'uomini armati d'arme corta e ignari essi medesimi, dai capi infuori, dell'operazione da compiersi, fino al momento in cui sarebbero stati raccolti al convegno. Da quella generale sorpresa dovevano escire a un tempo la disfatta della soldatesca e l'armarsi dei popolani. I luoghi occupati dal nemico erano stati minutamente studiati, nell'interno e negli approcci, dal capo militare preposto all'ordinamento e, sotto la di lui direzione, dai capi chiamati a guidare all'azione le squadre. S'era scelto per l'insurrezione il 6 febbrajo 1853, giorno detto del giovedì grasso, in cui i sollazzi carnevaleschi chiamano in piazza, senza ch'altri sospetti, tutto quanto il popolo di Milano. Alle due pomeridiane incirca, i soldati ricevevano la loro paga e si disperdevano per la città e nelle taverne a bere, giuocare e ballare. Contro i piccoli nuclei rimasti a guardia dei luoghi diversi, il subito assalto avrebbe avuto luogo alle cinque. Le truppe consegnate a quartiere o altri simili indizî avrebber rivelato il nemico essere avvertito e sulle difese; e il moto sarebbe stato quetamente, senza grave sconcerto, senza agitazione visibile, protratto a tempo più opportuno.
I tre punti che più importavano erano il Palazzo ove risiedeva il Comando Generale, il locale della così detta Grande Guardia, e il Castello.
Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali, uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa, comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848 ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti d'una larga sezione della città: il popolano—non ricordo il nome e men duole, ma trafficava carbone e teneva bottega—eletto a impadronirsene co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico, minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse, un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti d'accorrere ad armarsi.
Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi, non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi, fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria dalla tirannide dello straniero ogni arme—se lunga o breve non monta—è santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci, benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e aguzza ad offesa quel ferro!
A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto. Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.
Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro, inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano; e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo, che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per cuore e rimasto, dal 1849 in poi, amico mio e non della ventura, s'era recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella valente città e le Romagne.