[Dal Corriere della Sera del 14 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
L’Argentina è in preda ad una grave crisi; crisi di tale estensione che parlare di essa significa parlare di tutto. L’intera vita della Repubblica ne è affetta. Non è la malattia d’un organo; è la malattia dell’organismo. Ne soffrono tutti: è come se l’aria a poco a poco fosse divenuta meno respirabile; i ricchi come i poveri sentono l’affanno della soffocazione.
Il debito pubblico è difficile a precisarsi; si conta a miliardi, non a centinaia di milioni; cioè ammonta a una cifra spaventosa rispetto alla popolazione del paese. L’alto cambio sull’oro rende gravosissimo il pagamento degli interessi dei prestiti esteri, il quale pagamento, del resto, non è regolare che sui preventivi. Ordinariamente si pagano questi interessi con nuovi prestiti a breve scadenza. Si allarga il male. Il dissesto è generale. Agli impiegati ora si paga lo stipendio se si può. Vi sono degli impiegati che debbono avere fino a tre mesi di stipendio. Le somme dovute dallo Stato a privati—riconosciute con regolari mandati di pagamento—non vengono pagate. Occorrono pressioni, inframmettenze extra-legali, pots de vin. Questa ritrosia del Governo al pagamento dei debiti ha persino fatto sorgere un nuovo mestiere: quello di tramitador. Il tramitador è una persona che vende la sua influenza; egli s’incarica di far pagare dalla tesoreria i mandati di pagamento dei clienti, e si prende perciò il venti o il trenta per cento sulle somme. L’immoralità diventa abituale. Non basterebbe un libro ad enumerare le mangerie, i furti, le irregolarità che si verificano abitualmente nelle amministrazioni del Governo argentino, ai quali si deve non poco l’aggravamento della situazione generale.
Passando dallo Stato alle altre amministrazioni pubbliche si trovano gli stessi mali nella stessa proporzione. La Municipalità di Buenos Aires naviga in pessime acque. Il Governo ha dovuto creare una specie di Comitato amministratore per evitarle il fallimento. Naturalmente anche qui gli impiegati non sono pagati. Non è molto che gli spazzini pubblici hanno fatto una dimostrazione ostile alla Intendenza municipale—brandendo le scope—per reclamare il pagamento degli stipendî arretrati. I maestri non sono meglio trattati degli spazzini. Immaginate da questi indici la miseria che si nasconde sotto la splendida vernice di questa grande Metropoli.
Vi sono migliaia e migliaia di persone in assoluta miseria. Al Consolato d’Italia è una processione continua di sventurati che vanno a domandare l’elemosina dei dieci e dei venti centavos per mangiare. Il minimo numero di disoccupati è calcolato a quarantamila; ma sono certamente di più.
L’industria langue, il commercio è arenato. La media totale degli affari commerciali è diminuita della metà. Avvengono dei fallimenti per milioni; cadono dei colossi. La somma dei fallimenti arriva a circa venti milioni di franchi al mese. A questa statistica fa riscontro quella dei suicidî. Uno dei più forti commercianti stranieri, interrogato sulla gravità della crisi, mi ha detto:—La crisi è tale che non potrebbe essere di più!—Un altro commerciante, alla stessa domanda, mi ha risposto:—Immaginate che in seguito ad un male non curato sopravvenga la cancrena. Ebbene, la crisi del novantuno era il male; quella di oggi è la cancrena!
Questa è la situazione descritta in poche parole. Il male è tanto più grave in quanto che è profondo. Le cause sono molte; recenti e lontane, passeggiere e durevoli. Le lontane e le durevoli sono le principali, e perciò la guarigione è difficile.
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Una delle cause della crisi è l’accentramento a Buenos Aires di grande parte della vita argentina. Questa Repubblica dà l’idea d’un mostro che abbia un corpo piccolo e debole, ed una grande, smisurata testa. La popolazione della capitale è di più che 800,000 abitanti, e tutto il resto dello Stato non ha nemmeno quattro milioni. La sproporzione è enorme.
In un paese che, come l’Argentina, non ha altra vera ricchezza che la produzione agricola, che non possiede o quasi industrie, questa mostruosa capitale tanto popolata significa non solo che un’infinità di gente è completamente sottratta all’unico lavoro proficuo—quello dei campi—ma che tutta questa gente vive interamente alle spalle degli altri, e di una vita enormemente dispendiosa. Buenos Aires assorbe troppe risorse argentine. È un lusso, una « spesa di rappresentanza » che solo potrebbe permettersi un ricco popolo di cento milioni d’uomini.
Buenos Aires occupa più di diciottomila ettari, ossia supera Parigi di settimila e Berlino di seimila e trecento ettari. Ha edifici grandiosi, grandi boulevards, parchi, ha centoquaranta chilometri di pavimentazione in legno, un porto che è unico nel suo genere, un impianto d’acqua potabile che è fra i primi del mondo, dei servizî pubblici straordinarî. L’esistenza di questa città è un fenomeno puramente americano, di quelli che sfuggono in parte alla nostra analisi.
La Buenos Aires d’oggi è sorta sull’antica città così, come un’impresa, come una speculazione ben lanciata, in forza di uno di quegli inesplicabili delirî collettivi che afferrano talvolta i popoli davanti alla prospettiva della rapida ricchezza. L’Argentina appariva il paese incantato che avrebbe pagato tutto e tutti, e la sua prosperità avvenire venne ipotecata in una febbre di affari, i quali non avevano altra base che delle speranze assurde. Le fonti della prosperità vennero trascurate per delle speculazioni fantastiche: l’Argentina vera fu perduta di vista.
Il credito illimitato apriva le Banche a tutti. Si creavano delle fortune in poche ore. Si costruiva, si costruiva come se l’Europa intera avesse dovuto rovesciarsi qua. I terreni aumentavano di valore fino all’incredibile. L’affarismo escogitava delle imprese favolose. Si arrivò a costruire qui vicino una città, La Plata, i cui terreni furono pagati fino a 150 volte il costo attuale. Ora La Plata è morta, e si visita come Pompei. I capitali e le braccia stranieri affluivano attratti da rimunerazioni enormi. L’oro correva a rivi. Il Rio della Plata meritava il suo nome. La disonestà trionfava. S’ipotecava per centomila lo stabile che valeva mille. Ogni sentimento d’onestà, di giustizia, di dignità, d’amor patrio erano travolti dalla febbre della ricchezza. I governanti arricchivano e lasciavano arricchire le loro clientele.
La corrida, come fu chiamata, cioè la corsa di depositanti alle Banche, cominciò nel 1890 e finì nel 1891 col fallimento generale. Le Banche argentine fallirono. Il Banco della Provincia di Buenos Aires fallì per due miliardi. Era il terzo istituto di credito del mondo—prima di divenirne il primo istituto di.... discredito. Centinaia di milioni di sudati risparmî dei nostri emigranti furono perduti.
In quel violento, turbinoso accentramento d’affari e di lavoro si formò la Buenos Aires d’oggi, che così cara costa alla Repubblica. Alla sua vita manca la base.
Gl’interessi della capitale sono in contrapposizione a quelli delle provincie. Con ciò che è costato l’abbellimento, il lusso e la comodità di Buenos Aires, l’Argentina poteva mettersi comodamente in condizioni da vincere in tempo la concorrenza di quei paesi che hanno la stessa sua produzione: gli Stati Uniti, il Canadà, l’Australia, e fra poco si potrà aggiungere la Siberia.
Invece all’Argentina manca il primo elemento di successo, che sarebbe una viabilità a buon mercato e facile. La canalizzazione delle acque, la navigazione dei grandi fiumi che vengono tutti a riunirsi, come le stecche di un ventaglio, all’immenso Rio della Plata, hanno uno sviluppo insufficientissimo. Le ferrovie, tutte in mano di Compagnie inglesi, per il costo esagerato dei noli rappresentano uno sfruttamento rovinoso per il produttore. Le ferrovie hanno poi una sfera limitata d’azione lungo il loro percorso, tanto più ristretta quanto più elevato è il costo dei trasporti; e non esistono strade. Se si esce da Buenos Aires non si trovano comunicazioni. Tempo fa i soldati della guarnigione per recarsi ad un nuovo campo di manovre, qui vicino, smarrirono la strada. Dai grandi boulevards in asfalto illuminati a luce elettrica si passa al niente.
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La conseguenza è che certi prodotti argentini portati qui vengono a costare come i prodotti analoghi europei sbarcati e sdaziati (e i dazî sono molto forti). Il vino di Mendoza, per esempio, costa quasi come il vino italiano.
In alcuni luoghi si lasciano i raccolti sulla pianta per l’impossibilità del trasporto. Si prende ciò che necessita per l’uso locale. Un diplomatico che ha visitato l’interno recentemente, mi raccontava delle enormi quantità di grano abbandonato che marcisce nei pressi delle stazioni ferroviarie per mancanza delle grandi somme necessarie al pagamento del trasporto.
La difficoltà delle comunicazioni rende lento e poco proficuo il lavoro di colonizzazione in tanti territorî, che per la loro fertilità si presterebbero a culture fortunate, ma che si trovano situati lontani dalle linee ferroviarie. La zona sfruttata deve essere forzatamente limitata. L’Argentina non può estrinsecare tutte le sue energie. È come un albero, ricco di frutti splendidi ma posti troppo in alto per arrivarvi con le mani. E mancano le scale.
Vi sono dei prodotti necessarî, per esempio il legname da costruzione, i quali vengono importati dal Canadà, dagli Stati Uniti, e persino dalla Norvegia, e che si trovano in enorme abbondanza nel paese. Il trasporto ne è impossibile. Si è costretti a comperare ciò che si ha in casa, e che si potrebbe anche vendere.
La produzione argentina si trova perciò in condizioni d’inferiorità sui mercati; il margine di guadagno è minimo. Basta che sopravvenga un ribasso nei prezzi perchè si verifichi un ristagno disastroso, come avviene ora nel commercio della lana, la quale forma una delle più grandi produzioni del paese. Vi sono sul solo mercato di Buenos Aires dodici milioni di chili di lane giacenti.
L’Argentina, immensa e varia, avrebbe delle risorse inesauribili. Con tutte le condizioni difficili create al suo commercio, la sua esportazione ha superato, nel solo corso di quest’anno, l’importazione di circa cinquanta milioni di pesos oro, ossia duecento cinquanta milioni di lire. Ma la situazione creata a questo paese è tale che tutti questi milioni di superavit attivo bastano appena ad impedire un peggioramento economico. Essi tornano all’estero sotto forma di dividendi e di interessi.
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È Buenos Aires il centro della rovina argentina. Essa ha stornato dai campi la ricchezza. Per un lungo e recente periodo l’affarismo ha fatto di questa città come un’immensa bisca: da ogni parte si accorreva a giuocare. Si giuocava sul valore dei terreni, degli edifici, sui prestiti, sulle azioni dei Banchi, sulle azioni delle imprese più varie e più assurde. L’enorme movimento del denaro aveva creato una prosperità favolosa, ma fittizia. Lo sperpero era enorme. Lo standard di vita generale giunse ad un lusso senza riscontri. Il bisogno del lusso portò alla disonestà sistematica. Una disonestà inaudita.
Le opere pubbliche di Buenos Aires sono state pagate molto ma molto al disopra del loro valore. Centinaia d’intermediarî vi si sono arricchiti. I ministri divenivano arcimilionarî. Si davano concessioni di favore ad imprese d’ogni genere—le ferrovie, per esempio, e i lavori delle « Acque correnti »—pur di guadagnarci sopra, abbandonando così il paese, mani e piedi legati, allo sfruttamento straniero, senza speranza di redenzione. « Après nous le déluge »—pareva che dicessero, come altrettanti Re Soli, i governanti argentini!
E il « déluge » non s’è fatto aspettare. È caduto sotto forma di crisi universale. Lo stato dell’Argentina è grave, ma non disperato. Solo spaventa questo: che se la prosperità effimera creata dalla speculazione epilettica, è scomparsa, non sono però scomparsi il lusso e altri malanni che ne furono la conseguenza. I quali quando si attaccano ad un uomo come ad un popolo mettono troppe radici per guarire presto. Specialmente se non sono curati. E qui non lo sono, almeno quanto occorrerebbe.
[Dal Corriere della Sera del 16 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
L’Argentina è finanziariamente nelle mani dell’Inghilterra. Tutte le imprese più remunerative sono inglesi. Due di esse, la ferroviaria e la bancaria, rappresentano da sole i coefficienti principali dell’attivo nazionale: l’una comanda alla produzione, l’altra ai trasporti, ossia alla commerciabilità della produzione. Esserne padroni significa avere nelle mani la vita della nazione.
L’Argentina lavora per l’Inghilterra: tutta la differenza attiva fra l’esportazione e l’importazione, ossia il guadagno, va a Londra sotto varie forme. Il problema è troppo interessante per noi, che qui rappresentiamo il lavoro, per non esaminarlo con attenzione.
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È nel periodo più nefasto della speculazione—giunta al parossismo sotto la presidenza di Juarez Celman—che la egemonia inglese sugli affari si affermò. Gl’inglesi hanno dimostrato una volta di più di essere degli uomini pratici. Essi hanno saputo mantenersi estranei al delirio che aveva afferrato tutti i latini arrivati qui, e profittare delle circostanze con una antiveggenza sorprendente. E prima di tutto seppero profittare ammirabilmente della corruzione governativa per ottenere concessioni di favore, le cui condizioni stupiscono profondamente chi non sa a quale punto di cecità e di, diciamo, mancanza di scrupolo erano arrivati quei governanti.
Così si formano le Compagnie ferroviarie inglesi, le quali sono oggi padrone di 12,684 chilometri di ferrovie, ossia di tutto il transito della Nazione. A queste Compagnie il Governo garantisce un minimo di utili sopra un capitale fissato, e non ha nessun diritto d’intervento se non quando l’utile risultasse superiore a un elevato per cento. La Compagnia ha mano libera su tutto, sui noli, sulle velocità, sugli orarî, sugli stipendî agli impiegati, sui movimenti del personale. Gli affari vanno benone. Vi sono delle linee che fruttano il dodici, altre il quindici, altre anche di più: i noli si mantengono fortissimi, e tuttavia il Governo non può intervenire: deve assistere indifferente a questo sfruttamento enorme della produzione. Ed ecco perchè:
Le Compagnie, oltre al capitale fissato come base per i rapporti col Governo, si sono riservate l’emissione di « titoli non commerciabili » al 4 e al 5 per cento, emissione che per una sapiente scappatoia può essere illimitata. Gl’interessi su questi titoli gravano al passivo della Compagnia e servono a ridurre gli utili alle proporzioni necessarie per togliere al Governo ogni diritto d’intervento. Così in apparenza l’utile è sempre inferiore alla percentuale sopra cui comincia la partecipazione dello Stato, ma in realtà è maggiore, perchè i possessori di questi titoli non sono che gli stessi azionisti della Compagnia.
Al Governo argentino è dunque tolto ogni e qualsiasi controllo sulle proprie ferrovie. In forza di questo stato di cose, si è potuto vedere in certe linee i noli aumentare nella proporzione da 45 a 92, e tuttavia scemare gli utili. In forza di questo stato di cose, gli stipendî agli impiegati inglesi possono arrivare a delle cifre principesche.
La produzione argentina intanto trova nei trasporti il più grave ostacolo ad uno sviluppo rapido. Le Compagnie ferroviarie se ne curano poco: esse sono in una botte di ferro.
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Ma se si esamina il funzionamento delle Banche nell’Argentina, si rimane ancora più meravigliati. Leggere di cose bancarie argentine è divertente quanto il leggere dei romanzi inverosimili. C’è del fantastico.
Osserviamo un Banco inglese—osservarne uno è come osservarli tutti—; il « River Plate Bank ltd ». Nell’89 aveva sessantamila azioni con un capitale versato di seicentomila sterline, ossia di dieci sterline per azione. Alla fine di quell’anno gli utili furono del 40 per cento, di cui il 15 venne dato come dividendo e il 25 per cento fu capitalizzato, di modo che l’azione da dieci sterline passò a rappresentare un capitale di dodici sterline e mezza. Nell’anno appresso si ebbe un dividendo del 15 per cento sul nuovo capitale, ossia del 18.75 per cento sul capitale versato, più un altro 25 per cento capitalizzato, e l’azione rappresentò un capitale di quindici sterline. Nel 91 arrivò la catastrofe generale, il fallimento delle Banche argentine, la moratoria concessa a tutti con legge del Parlamento: fu un anno disastroso. E tuttavia il nostro « River Plate Bank » ebbe un dividendo del 9.16 per cento sul capitale totale, ossia del 13.75 per cento sul capitale versato. I dividendi hanno continuato ad aumentare con un crescendo che non ha certo un riscontro con l’aumento degli affari, che invece sono in pieno ristagno. Nel 92 si ebbe il 18.75 per cento, nel 93 il 18.75 per cento, nel 94 il 22.50 per cento, nel 95 il 24 per cento, nel 96 il 27 per cento, nel 97 il 30 per cento, nel 98 il 30 per cento, nel 99 il 30 per cento, nel 1900 il 50 per cento. In dodici anni si ebbe dunque il 298.50 per cento di dividendi, più il 116 per cento del fondo di riserva—che oggi arriva al milione di sterline—ossia un 514.50 per cento di utili netti. Il 42.87 per cento all’anno!
Questi utili in affari di denaro qui non sono straordinarî, perchè qui, come ho accennato, gli alti interessi, diciamo così, dominano. Ma bisogna por mente che le Banche inglesi sono le più numerose, e soprattutto le più forti. Le altre Banche non sono che dei satelliti nel sistema planetario della finanza argentina, nel quale il capitale inglese rappresenta il sole. Quale enorme assorbimento d’energia non rappresentano da soli i dividendi che prendono la via di Londra? Il « London e Brazilian Bank » ha dato quest’anno il 46 per cento di dividendo, con tutto che nei cambî col Brasile questa Banca ha perduto la bellezza di 84 mila sterline! Il totale dei dividendi delle Banche inglesi si può certamente ritenere superiore ai tre milioni di pesos oro, ossia ai quindici milioni di franchi, calcolando modestamente!
La supremazia delle Banche inglesi sul mercato argentino è una conseguenza logica degli errori e delle colpe commesse nel periodo dell’affarismo di recente memoria. Al sopraggiungere della crisi del 1891, caddero il « Banco Nacional » e il « Banco della Provincia de Buenos Aires » e con essi l’Argentina perdette i due unici sostegni della sua indipendenza economica. È vero che i sostegni funzionavano male! Le Banche inglesi furono quasi le sole a resistere. Continuarono con calma le loro operazioni riuscendo a vincere il panico dei depositarî. Le Compagnie ferroviarie versarono nelle Banche inglesi i loro introiti—gl’inglesi, beati loro, sono sempre uniti e d’accordo—e quei milioni non arrivarono inopportuni per fronteggiare la crisi. Il cambio giunse al 480%, e le Banche inglesi cambiarono il loro oro; quando il cambio è sceso, dopo sette anni, al 206%, le Banche inglesi hanno reintegrato, guadagnando così il 234 per cento. La loro posizione è formidabile. Le ferrovie della provincia di Buenos Aires versano settimanalmente 600,000 pesos oro, e il solo movimento di denaro delle Compagnie ferroviarie basterebbe alla vita delle Banche, senz’altro.
Ma il credito incrollabile che le Banche inglesi godono attira a centinaia di milioni di pesos i depositi privati: esse sono diventate il tramite principale dei movimenti di denaro, sono divenute il centro d’un enorme cumulo di affari bancarî.
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Tutto questo non basta. Gl’inglesi sono anche i detentori della maggior parte del debito pubblico argentino, che è di trecentottanta milioni di pesos oro, vale a dire di un miliardo e novecento milioni di franchi.
Di modo che l’Inghilterra in interessi e dividendi assorbe alle finanze argentine circa quarantasei o quarantasette milioni di pesos oro all’anno—cioè duecentotrenta o duecentotrentacinque milioni di franchi—così ripartiti:
Dalle imprese ferroviarie 17 milioni e mezzo, dalle Banche 3 milioni, da varie imprese 2 milioni, dalle finanze governative per interessi del debito pubblico 24 milioni.
L’esportazione supererà quest’anno l’importazione, si calcola, di circa cinquanta milioni di pesos. È chiaro che questo superavit attivo è insufficiente alla benchè minima capitalizzazione; gli sforzi della produzione sono fiaccati.
Ma noi non abbiamo veduto che la supremazia finanziaria inglese; vi è anche la supremazia commerciale. Le ferrovie hanno concessioni di leghe di territorî lungo il loro svolgimento. Nelle regioni più fertili abbondano le estancias inglesi. I prodotti di queste estancias, per la facilità dei trasporti e per i favori di cui godono, vengono ad avere una posizione privilegiata sui mercati.
Oltre agli estancieros vi sono i commercianti inglesi, importatori ed esportatori. Per quel sentimento di unione e solidarietà che è una delle più invidiabili caratteristiche inglesi, ed anche in forza di quella massima inglese che the onesty is the best policy—l’onestà è la miglior politica—questi commercianti godono presso gl’istituti bancarî inglesi di un credito illimitato. E, data la forza delle Banche inglesi, questi commercianti sono d’una potenza enorme. La concorrenza con loro è impossibile. Il commercio va scivolando nelle loro mani. I soli scambi con l’Inghilterra si aggirano sui sessanta milioni annui di pesos oro, cioè sui trecento milioni di franchi all’anno!
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Concludendo: guadagna davvero chi ha saputo ed ha avuto i mezzi di fare.
[Dal Corriere della Sera del 23 maggio 1902.]
CONTINUANDO....
Le prime lettere dall’Argentina, pubblicate nel Corriere, hanno suscitato polemiche che l’amico lettore non ha forse dimenticato. Sono stato accusato di malignità, di menzogna e di peggio.
Al momento di continuare la pubblicazione delle « lettere argentine », nelle quali riassumo la imparziale osservazione dei fatti, permettetemi di parlarvi un poco delle pubblicazioni passate, per le quali tanti attacchi feroci e ingiusti mi sono stati mossi.
Non è per difendere me; no, è per difendere la verità.
Qualunque sdegno di uomo offeso, qualsiasi legittima indignazione di onest’uomo attaccato ingiustamente, qualsiasi scatto d’amor proprio dolorosamente ferito sono ben poca cosa di fronte alla rivolta impetuosa che divampa nell’animo di chi, conoscendo il vero, lo vede calpestato, nascosto, lo sente negare senza pudore e senza vergogna. E specialmente quando questa verità si riferisce a sofferenze, lotte, dolori, miserie e lacrime di tanti e tanti nostri fratelli!
Qui la questione personale passa in seconda linea. Non vengo a parlarvi della guerra sleale che mi è stata mossa, degli ostacoli frapposti alla mia strada, delle ire e degli odî suscitati contro di me, come delle minaccie e degli insulti che ne sono stati le conseguenze, delle calunnie basse e ridicole con le quali si è aizzato contro di me il furore della folla argentina, come per porre un supremo ostacolo al compimento del mio dovere. Tutto ciò non interessa che me, al più. Voglio invece parlarvi di quanto ho scritto, che è la verità; e la verità interessa tutti.
È necessario che non solo sia conosciuta, ma creduta. Pensate che ora, mentre ben trentatre Società operaie dell’Argentina lanciano agli operai italiani un manifesto esponendo la loro miseria coi dati ufficialmente riconosciuti esatti, continuano a salpare per quella Repubblica nostre navi cariche d’emigranti, i quali vanno con la credula mente piena di errori e l’anima piena di sogni; e proprio in questo momento un maggior numero di disgraziati lascia l’Argentina in cerca di pane; pensate a questa enormità, che mentre migliaia di persone, le quali hanno vissuto laggiù, che parlano la lingua del paese, che conoscono l’ambiente, si riducono ad abbracciare la più disperata delle risoluzioni: la fuga, altre migliaia di persone ignoranti di tutto, ossia in condizione di enorme inferiorità, si dirigono ciecamente verso quella terra che li affascina. L’umile posizione che questi allucinati abbandonano in Patria e che ad essi sembra misera di fronte alla fortuna che sognano, diviene precisamente la mèta agognata dalla triste e disfatta folla dei disillusi fuggitivi. E chi può fuggire è pur sempre fortunato! Quanti non ne hanno più la forza; oh! quando la miseria pone il piede sul vinto non se lo lascia facilmente sfuggire! Dodicimila e quattrocentosessantotto emigranti hanno lasciato l’Argentina nel solo mese di marzo, e dodicimiladuecento ottantatre vi hanno approdato! Pensate a queste cifre, e ditemi se non è necessario e urgente che la verità sia nota. Tutti questi nostri emigranti partirebbero forse se conoscessero niente altro che le cifre dei rimpatri? Non cadrebbe la benda dai loro occhi? Il tacere è un delitto.
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Le prime « lettere argentine » sono state conosciute nella Repubblica per mezzo dei telegrammi dall’Italia diretti al giornale La Prensa. Quando vi avrò detto che questi telegrammi, che poi altri giornali hanno riportato, avevano dei titoli di questo genere: Insultos à los Argentinos. Nuevas apreciaciones injuriosas. Un enemigo de l’Argentina. Opiniones falseadas, ecc., vi avrò dato un’idea del modo antipatico col quale le mie lettere sono state portate a conoscenza del pubblico.
L’opera mia dunque è stata giudicata laggiù sulla base di questi documenti: ebbene, con tutto ciò la stampa indipendente si è schierata tutta dalla mia parte. E fra la stampa indipendente debbo notare prima di tutto la stampa estera.
La Patria degli Italiani ha dichiarato che quanto avevo detto era una verità nota e ripetuta, e quando il testo delle lettere è giunto, lo ha integralmente riportato. The Standard, organo della Colonia inglese, ha detto fra l’altro:
« Queste corrispondenze potranno fare più bene della malsana massa di altre pubblicazioni la cui schifosa adulazione eccita sospetti. Siccome il paese è commercialmente, politicamente e socialmente malato, il Barzini fa bene a dirlo, dissipando così malintesi e disperdendo illusioni. Noi non crediamo che abbia calcato le ombre, poichè queste crescono invece di diminuire; l’incauto emigrante che crede di trovare integrità di governo e di giustizia è messo in guardia. Togliendo di mezzo le false idee, egli ci rende un buon servizio. I nostri migliori amici non sono quelli che ci adulano, e la stampa indigena dovrebbe porsi bene in mente ciò nel pesare il valore delle opinioni del Barzini. »
Le Courrier de la Plata, giornale della collettività francese, conclude così un articolo sulla questione, dopo avere accennato agli errori dei Governi, ai furti ufficiali, ai deficit dei bilanci, e agli altri mali che rendono la situazione sempre peggiore e che compromettono gravemente tutte le speranze fondate sull’avvenire argentino:
« Le ragioni che il Barzini invoca non sono che troppo fondate, e i giornali del paese che le discutono l’accusano solo di esagerazione.
« Non si gridi al partito preso di malevolenza! Gli articoli del Corriere della Sera segnalando il male, rendono un vero servizio alla Repubblica. Il giorno in cui si terrà conto di questi consigli e in cui si cambierà strada, le profezie favorevoli espresse dal signor Martinez nelle sue conferenze, si convertiranno in una realtà. »
Il Correo Español, organo della importante Colonia spagnuola, dopo aver riportato i telegrammi della Prensa, accompagnandoli con apprezzamenti lusinghieri per il Corriere, aggiunge, rivolgendosi alla stampa argentina:
« Potrebbero i giornali indignati, con la mano sul cuore, affermare che sono falsi questi giudizî?
« L’affermazione li lascerebbe a molto mal partito, poichè essi ci presentano con tinte molto più oscure la situazione del paese, e ci presentano quadri terrorizzanti sulla situazione dei lavoratori nella Repubblica, come pure ci descrivono lo stato economico della Nazione, che attribuiscono al Governo, alla sua mancanza di tatto, ai suoi abusi e alla totale corruzione dei poteri pubblici. »
Tralascio tutti gli altri giornali stranieri, che ripetono le stesse cose. Gli apprezzamenti concordi di tanti giornali che rappresentano collettività diverse, cioè interessi diversi e diverse tendenze, spesso in opposizione fra di loro, sono una prova luminosa che le verità da me affermate sono proprio di quelle inconfutabili. E ciò prova inoltre che la necessità di propalare il vero è egualmente, imperiosamente sentita da tutti gli stranieri che vivono nell’Argentina, i quali sono precisamente le prime vittime dei malanni del paese.
Ma anche fra gli argentini stessi abbondano uomini imparziali che l’amore per la verità e per il bene spinge valorosamente contro la turbolenta corrente del malinteso orgoglio di razza ed il cieco chauvinisme della massa criolla. Non tutta la stampa indigena si è unita al coro d’insulti contro il Corriere e contro di me.
Un importante giornale argentino, El Municipio, con un articolo intitolato: Un corrispondente italiano che ardisce di dire la verità, ha per il primo levato la sua voce serena sul tumulto degli improperî. Esso ha scritto:
« Nelle sue corrispondenze il Barzini si occupa della crisi argentina, e per studiarla ed esporre le sue cause ed i suoi effetti, ha il coraggio di dire la verità intiera, portando alla superficie il fango sociale e amministrativo.
« Non vediamo ragioni per censurare il Barzini per aver detto la verità, questa verità nuda che la stampa argentina dovrebbe proclamare ad alta voce.
« Malgrado gli attacchi anche grossolani, dei quali è oggetto il menzionato corrispondente, dichiariamo che il Barzini merita il nostro più alto concetto di considerazione e stima, per la sua autorità, perla sua franchezza, per la sua indipendenza.
« Molto vale chi, come lui, ha saputo sottrarsi all’atmosfera di corruzione che asfissia la maggior parte dei rappresentanti dell’opinione pubblica, e trasmette alla penna le sue osservazioni ed i suoi studî con l’impulso della sua coscienza e di profondi sentimenti d’imparzialità e di giustizia.
« Si protesta contro lo specchio che denuncia le nostre deformità, ma non si protesta contro la nostra bruttura. Che colpa ha la macchina fotografica di prendere un brutto ritratto se non è migliore l’originale? Dicendo ciò che ha detto, il Barzini non ha fatto che trasmettere alla carta delle verità.
« Non c’è nè cortesia, nè coltura in un popolo che s’infuria contro un uomo solo, un ospite che dovrebbe venir circondato di rispetto perchè ha coscienza del suo dovere, e lo compie. »
Mi dispiace d’intrattenere il lettore sopra cose che sembrano personali; ma di fronte alle accuse di malevolenza, di esagerazione e di falsità, con le quali si è tentato di togliere ogni valore a ciò che ho scritto, io ho più che il diritto, il dovere di difendere con me il lavoro mio.
***
In riassunto, che ho detto nelle prime « lettere argentine? » Che vi è una crisi spaventosa. Ebbene, oggi il Commissariato generale per l’emigrazione comunica ufficialmente le stesse notizie sulla crisi, sconsigliando l’emigrazione perchè vi sono ora centoventimila disoccupati nell’Argentina. Ho detto che Buenos Aires ha una vita artificiosa che assorbe le ricchezze del paese e che inutilizza quasi un quarto della popolazione. Ed ecco che cosa dice nel numero del 2 marzo un giornale argentino su questo argomento:
« Si sta facendo una vera mistificazione della prosperità del paese, prendendo come base dello stato economico e sociale della Repubblica la metropoli argentina.
« Tutto è una mistificazione.
« La grandiosità della capitale contrasta con l’esistenza miserabile che trascinano le provincie, e poi la sua vita di lavoro e di attività non è propria, perchè capitali, braccia, intelligenze e sforzi sono genuinamente stranieri, si debbono al capitale inglese, al braccio italiano, alla iniziativa degli uomini di tutte le nazioni che sono venuti a popolare questa terra, a convertire in fertili pianure le deserte pampas, ad ammassare col sudore della loro fronte le basi del presente e a marcarci la via dell’avvenire.
« Gli ospiti illustri che arrivano a Buenos Aires dovrebbero essere strappati dall’aspetto seducente della metropoli, e condotti nelle provincie, perchè possano formarsi un concetto esatto di ciò che è la Repubblica Argentina, politicamente, socialmente, economicamente; si dovrebbe far loro percorrere la campagna e mostrar loro la miseria che vi domina, la fame che fa bagnare di lacrime le misere abitazioni, l’abbandono che regna nelle amministrazioni.
« Bisognerebbe indicar loro la verità, e la verità non si rivela nelle immense avenues, nei superbi palazzi, nei comodi alberghi, nell’ambiente aristocratico dei clubs, fra lo sciampagna e i doppieri.
« Passino i limiti della capitale federale gli stranieri che ci visitano, se vogliono studiare il vero aspetto nazionale, se vogliono convincersi che questo è un paese senza libertà, senza morale, senza amministrazione e senza giustizia. »
Ho scritto che il così detto Hôtel de inmigrantes, dove albergano i nostri poveri connazionali che sbarcano laggiù in cerca di lavoro, è un immondo lazzaretto della miseria, lurido come un canile. Il giornale La Nacion un mese dopo scriveva:
« Non si può negare che a bella prima l’Hôtel de inmigrantes col suo corteggio di casettaccie e di capannette deve dare ai nuovi arrivati un’idea abbastanza sfavorevole dell’ospitalità argentina. Le deficienze dell’immondo padiglione possono essere praticamente comprovate anno per anno da migliaia di ospiti. Sarebbe da desiderarsi che il Governo d’un paese come il nostro, dove noi ci stanchiamo a furia di predicare la necessità di fomentare l’immigrazione, cominciasse ad albergarla meglio. »
Non basta. La Prensa, il 27 dello scorso marzo, scrive:
« Dice un rapporto tecnico che l’Hôtel si trova in uno stato di distruzione tale che riesce impossibile mantenerlo in piedi senza far tali spese da essere equivalenti al costo d’un altro edificio nuovo. Le conclusioni del rapporto non lasciano luogo al dubbio: l’edificio sta nel suo ultimo periodo e minaccia di cadere. »
Infine ho parlato di volo della sistematica irregolarità amministrativa e della profonda immoralità politica. Si è gridato al calunniatore! Ma ecco qua che cosa scrive recentemente un giornale argentino, intorno a questo doloroso argomento:
« Lo spettacolo che offre in questi momenti la politica militante è tale da irritare le anime più placide e far vergognare le persone meno suscettibili ai vituperî della morale. Mai questo paese ha conosciuto una decadenza simile alla presente. I governanti non si occupano che di ripartire le rendite pubbliche, gran parte delle quali sono aggiudicate al proselite e al favorito. Domina in assoluto la preoccupazione assorbente del traffico dei posti pubblici. »
E ancora:
« Nulla è al suo posto. Nell’ordine politico, economico, finanziario tutto è fuori della sua orbita. La nazione precipita nel sentiero che conduce al disastro. La corruzione domina con impudenza e con ostentazione: la inettitudine si fa infermità cronica nelle alte sfere governative, e la decomposizione avanza senza incontrare ostacoli.
« La frode elettorale eretta a sistema è fonte e germe di tutti i mali. Il personale delle amministrazioni, composto dei premiati nello sport politico, inocula nell’ingranaggio amministrativo il virus della decomposizione. La somma dei mali costumi forma una quantità voluminosa di elementi funesti... ecc. »
Il giornale che parla così è la Prensa, il più diffuso giornale dell’Argentina. Precisamente quella Prensa, amico lettore, che ha dato il la dell’indignazione per le mie povere lettere, le quali, con molta meno crudezza, accennavano genericamente alle stesse cose che tanto giustamente la preoccupano.
Ma c’è di più. La Prensa ha inventato la Campagna anti-argentina! « Possiamo dire—ha scritto—che quasi tutta la stampa europea comprese le riviste illustrate, è compromessa in questa campagna. » Si tratta di « giudizî interessati pubblicati nei giornali più serî d’Europa, fra i quali menzioneremo il Times di Londra e il Temps di Parigi. » E non si salva nemmeno l’Agenzia Havas! Si capisce che è tutta propaganda cilena in questa « campagna che aprirono contro la Repubblica quasi tutti i giornali europei. »
In queste ridicole accuse che insultano in blocco la migliore parte del giornalismo europeo, colpevole solo di aver raccolto un po’ di verità—la quale ha pur sempre le gambe più lunghe della bugia—di quella verità che la Prensa non nasconde, vi è uno strano e mostruoso miscuglio di orgoglio cieco e di palese malafede.
All’estero non si deve parlare dell’Argentina se non per lodarla ed adularla ad ogni costo. È un vecchio costume, al quale il paese ha l’abitudine.
Soltanto i giornalisti argentini hanno il diritto di « osservare tutti i dettagli in relazione con la vita nazionale »—ha proclamato la Prensa in un articolo insolente che era indirettamente dedicato a me. E un altro giorno, lavando la testa al Temps, ha ripetuto: « Noi abbiamo il diritto di tollerare i nostri errori e di accogliere gli apprezzamenti della stampa nazionale, perchè sono i nostri proprî interessi che discutiamo con l’ampio diritto di cittadinanza, e con il merito di provati servizî ad una nobile causa; però, quando si tratta di giornali stranieri che debbono mantenersi estranei ai dettagli delle passioni delle altre nazioni, la missione del giornalismo argentino è altra... »
Ah! no!
Quando anche non fosse un diritto innegabile del giornalismo la serena critica di tutto quanto interessa l’umanità, se anche non fosse un suo sacrosanto dovere il desiderio del bene in qualsiasi luogo dove vivono uomini, e la persecuzione del male sotto tutte le latitudini e in ogni suo rifugio, anche se occorresse questo diritto di cittadinanza per interessarsi a ciò che voi chiamate i dettagli delle vostre passioni, ebbene noi potremmo parlare, perchè noi questo diritto di cittadinanza lo abbiamo!
Pensate che vi è più d’un milione d’italiani nell’Argentina, e che più della metà degli abitanti è di sangue italiano. Le nostre braccia sono invitate anche ora che, a centinaia di migliaia, altre braccia laggiù penzolano inerti lungo i fianchi con l’abbandono della disperazione. Abbiamo il dovere di vedere che cosa avviene di questo esercito di nostri lavoratori che abbandona la Patria per dare l’immensa sua forza ad un altro paese.
Noi abbiamo come voi, giornalisti argentini, il diritto di additare e studiare nelle loro origini e nel loro sviluppo le gravi malattie del vostro paese, perchè quanto voi, se non di più, noi ne desideriamo la guarigione.
Nessuno più sinceramente degli italiani può augurare al paese, che alcuni chiamano la Giovane Italia, quel completo risanamento morale, politico ed economico, che solo potrà sollevarlo dalle sue sciagure, e che gli darà finalmente la forza di occupare il posto che per le sue latenti energie si merita.
Purtroppo non ho ancora esposto che una parte dei mali, e prima di occuparmi diffusamente delle condizioni e dell’opera degli italiani, dovrò consacrare parecchie lettere alla descrizione talvolta dolorosa, ma sempre necessaria dell’ambiente nel quale i nostri connazionali esplicano la loro attività.
Non è col tacere o col mentire, perpetuando equivoci, errori e disinganni, che si può giungere al bene! È per questo che io continuo la mia via con la serena coscienza di compire un dovere.
[Dal Corriere della Sera del 25 maggio 1902.]
Sotto grandi titoli, una mattina, non è molto, i giornali argentini avevano delle notizie di questo genere:
« San Martin, ore nove.—Un gruppo di Casaristas ha aperto il fuoco sugli avversarî. La polizia, agli ordini di un commissario, rispose al fuoco. Gli assalitori si ritirarono lasciando dei feriti. A Lamadrid v’è stato un vivo scambio di fucilate. »
« Chivilcoy.—I membri dei seggi hanno dato di piglio alle armi, vi è stato un nutrito scambio di fucilate, aumentato con l’intervento della polizia. I feriti sono molti. Il fuoco durò per ben dieci minuti. »
« Pila.—Un gruppo d’Ugartisti ha attaccato il Municipio e la Commisseria. La polizia respinse l’attacco. Vi sono feriti gravi. Si spararono moltissimi colpi di remington. »
« San Fernando.—Un forte gruppo d’individui fece fuoco lungo il canale in direzione della piazza. La polizia rispose al fuoco respingendo l’attacco. »
Se si parlasse di Boeri, invece che di Casaristas e di « Polizia del Capo », invece che di semplice polizia, tutti, leggendo tali notizie, penserebbero che la guerra nell’Africa Australe non è mai stata più attiva di così. Ma siccome non si trattava che di elezioni (parziali, per fortuna) nella provincia di Buenos Aires, nessuno si è commosso, ed una parte della stampa ha persino colto l’occasione per gridare, con legittima soddisfazione, che: « ... in queste elezioni si è provato il progresso morale del popolo, il quale pacificamente è accorso alle urne a compire il più sacro dei suoi doveri, senza che si verificassero i deplorevoli fatti dei passati Comizî... »
Ringraziamo il buon Dio di averci tenuti lontani dai passati Comizî, e di averci così permesso di vedere tanto progresso morale. Il quale appare però seriamente pregiudicato dai risultati che delle suddette elezioni (parziali, per fortuna) dà il più autorevole giornale, la Nacion.
In un paese, San Nicolas, votano centoventi persone e si trovano mille e duecento voti. A Barracas al Sur compaiono mille voti prima della formazione del seggio. A Lomas de Zamora quattrocento elettori producono mille e duecento voti. In tre seggi non c’è stato concorso, ma hanno tuttavia figurato tremila e duecento voti. In altri quattro seggi è avvenuto lo stesso miracolo. A Patagones una persona ha contato ventidue elettori concorrenti alle urne: voti mille e centocinquantatre. Infine si calcola a trentamila la somma dei voti fraudolenti in queste elezioni (parziali, per fortuna). Il Pais—giornale pellegrinista—rimprovera alla Nacion—che è mitrista—queste oziose inchieste, rammentandole che i mitristi, in certe altre elezioni, crearono a Buenos Aires un vero atelier con sedici scritturali per la fabbricazione di registri elettorali falsi, in base ai quali stabilirono il loro trionfo. Queste sono cose, del resto, consuetudinarie. Una Commissione, che per incarico d’un Comité Demòcrata, ha voluto rivedere alcune liste elettorali a Buenos Aires, ha trovato che in un seggio il falso ammontava al 47%, in un altro al 58%, in uno al 79% e nel resto del distretto al 45%. I giornali El Tiempo e la Prensa, che pubblicano l’inchiesta, ne offrono tutte le prove. Ma chi bada a queste piccolezze?
Questa profonda e radicata immoralità rivela molto più di una semplice stranezza di costumi politici: le sue cause sono gravissime, e le sue conseguenze hanno un’influenza disastrosa sull’intera vita della nazione argentina.
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Spieghiamoci. Laggiù la politica è una professione. È la professione naturale del « figlio del paese », la quale gli offre il modo di vivere—con uno splendore relativo ai di lui mezzi intellettuali e alla sua viveza—fornendogli una rendita sotto forma di stipendio per un impiego qualsiasi, oppure facilitandogli guadagni d’ogni genere per via d’influenze. Così si vedono degli impiegati che non hanno la necessità d’andare all’ufficio, ed altri che non sanno precisamente in che cosa il loro impiego consista.
Perciò la lotta politica non è altro che la lotta di gente che vuole degli impieghi per diritto di nascita contro gente che non se li vuol lasciar sfuggire, in nome dello stesso diritto. È una « lotta per la vita »: e trattandosi della vita si capisce che ci si... ammazzi, qualche volta. « La vera lotta elettorale è oggi, come sempre, circoscritta alle rivalità di clientele ristrette, per non dire di pochi uomini, aggruppati in due fazioni avverse per la impossibilità di mettere tutti contemporaneamente il muso nella stessa mangiatoia »—scriveva il 31 del marzo passato la Patria degli Italiani.
È chiaro che questa politica di speculazione vive della ricchezza pubblica come di una preda legittimamente conquistata, invece di esserne la tutrice vigile e sapiente. Ora, la ricchezza è prodotta dal lavoro; il lavoro è in massima parte straniero; è quindi precisamente a danno degli stranieri che si alimenta l’enorme pianta parassitaria della politica, che ha più ramificazioni d’un’intera foresta di baobab.
Gli stranieri si vedono completamente esclusi dalla cosa pubblica. Il paese risulta nettamente diviso in dominatori e in dominati. Questo non sarebbe un gran male, se una tale politica non avesse logicamente la più perniciosa delle influenze su tutte le amministrazioni pubbliche—nelle quali si sazia—e, quel che è peggio, sulla giustizia; di modo che i dominati si trovano esposti—privi delle armi del diritto politico—a tutte le violenze, ai soprusi, agl’inganni, alla ingiustizia senza limiti.
Come si vede, la politica argentina, per quanto in sè stessa priva d’interesse per noi, assume una importanza capitale in quanto serve a spiegare e illustrare la situazione dei nostri connazionali laggiù. E permettetemi di parlarvene a lungo. Del resto, l’argomento non è noioso: avvengono nella politica di questo paese delle cose tanto strane!...
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La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi interessi, isolata nei varî centri provinciali, prende spesso alimento dagli odî personali, e diviene di una brutalità selvaggia. Si combatte con tutte le armi, con la frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte l’arbitrio, dall’altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio, i crimini politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente nelle provincie interne. La cronaca registra giornalmente minaccie a mano armata, arresti e condanne arbitrarie eseguiti contro gli oppositori, persecuzioni poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A prestar piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da inorridire. Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano loro notizie di treni assaltati dalla polizia per arrestare gli avversarî del Governo che vi viaggiano, di prigionieri posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di soldati armati di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una provincia con l’ordine di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di fucilare gli avversarî (Prensa, 11 e 12 febbraio).
Certo è che in questi periodi di fermento politico la vita pubblica si svolge sotto il più tirannico dei regimi. In certe provincie è un vero regime del terrore. I giornali di opposizione sono talvolta assaltati, le macchine spezzate, i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La mancanza di giustizia rende possibile ogni violenza. Durante queste elezioni, che hanno fatto versare tanto sangue, la polizia ha assassinato nel suo stesso domicilio il direttore del giornale El Censor, colpevole di reato d’opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più autorevole giornale argentino una frase caratteristica: « Dalla frode e dalla tranquilla esploitation delle posizioni ufficiali non è ammissibile che si passi al regime del terrore, alla legge del pugnale e della corda » (Nacion, 8 gennaio). Pare che la frode e la tranquilla esploitation siano... ammissibili!
Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali. Mancando uno stato civile in regola, le iscrizioni si fanno volta per volta, alla domenica a mattina, nell’atrio delle chiese parrocchiali, dove il registro è depositato sopra un tavolo fra due vigilantes che sonnecchiano e i membri d’un Comitato. Gli elettori iscrivendosi dichiarano a quale partito appartengono. Lo scopo di questa usanza è chiaro: le sole iscrizioni bastano a dare la più ampia idea della situazione, e le manovre poi si possono fare a ragion veduta. Se il partito « legale » è un po’ deboluccio, si rinforza con un po’ di nomi. Se alle elezioni non si presentano gli elettori, si fanno figurare gl’iscritti come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago de l’Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il giudice di pace, il commissario di polizia e suo figlio e vi lasciarono.... mille e tanti voti. Il falso diventa usuale. Non c’è controllo: i giudici si guardano bene dall’ascoltare i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono quasi sempre dall’illegalità.
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E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i caudillos, uomini che, per il prestigio della criminalità, godono di ascendenti sulla parte infima della popolazione criolla, la quale forma quasi esclusivamente la massa elettorale. Il caudillo porta in campo le sue forze al servizio di questo o quel partito, come un capitano di ventura. Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria, spesso semiselvaggie, gauchos, ignoranti sempre, che considerano le elezioni come un carnevale, un’epoca di godimento e d’impunità (se stanno dalla parte governativa). Arrivano nelle città ostentando il loro armamento di rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia il terrore dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono a cavallo le vie, insultano i passanti, spingono la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta nei negozî. Spesso si fermano a mangiare e bere nelle fondas, poi non pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando: Viva el Gobernador!—il grido che è il sesamo apriti della circostanza.
È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città della provincia, come più recentemente San Juan, hanno attraversato un periodo elettorale con il relativo accompagnamento di morti e di feriti. Le scene che si sono svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I negozî si chiudono, la gente per bene si tappa in casa con le provvigioni, come per un assedio in regola; e l’illusione è perfetta quando—e non di rado—si sentono echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle armi da fuoco. La Prensa ha riportato da un giornale di San Juan questa descrizione d’ambiente: « Le famiglie non escono per nessun motivo, nessuno si mostra per le piazze, e ad ogni momento si aspetta di sentire il rumore d’una scarica che ponga termine alla vita d’un cittadino, o il galoppo d’uno squadrone di polizia che sciaboli senza pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o quella elezione, ma quanti morti si ebbero. Da ogni parte si parla di domicilî che saranno assaltati. Le versioni sono fondate perchè abbiamo visto il popolo indifeso sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente e vigliaccamente... » È certo che in queste descrizioni, che potrei riportare a sazietà, vi è di quell’esagerazione che è propria di queste riscaldate fantasie ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono. Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano meno visibili, perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.
In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta dei veri bivacchi di questi gauchos armati, accoccolati intorno ai barili della caña e all’arrosto che si va cuocendo all’aria aperta, il tradizionale asado electoral. Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia—dove si tiene l’elezione—in attesa d’essere chiamati ad esprimere i voti della coscienza del popolo.
L’appello viene fatto partito per partito. Si comincia dal partito governativo, il quale in caso di dubbia riuscita adopera tre sistemi di guerra che si potrebbero chiamare: il pacifico, il semi-pacifico e il bellicoso. Il primo è semplicissimo; si fa l’appello tanto lentamente che giunge l’ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî—che votano dopo—abbiano avuto il tempo di votare.
Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad ogni voto avversario, domandando la prova della personalità. L’adito è aperto all’arbitrio; si fanno votare dei partitarî due o tre volte, si stabiliscono officine di falsificazioni, si fa di tutto.
Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano in campo i remingtons della polizia che circonda le urne e che sta appostata persino sui tetti delle case vicine. È il sistema bellicoso. Nelle recenti elezioni di San Juan, intorno ad un’urna sono caduti sei morti e venti feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di scrivere un rapporto dove diceva: « Le elezioni si sono svolte tranquillamente e in completo ordine in tutti i Comizî; solamente in Pocito...., ecc.! » Oh! una cosa da nulla!
All’inganno d’un partito risponde, naturalmente, l’inganno dell’altro, alla frode la frode, e alla violenza la violenza. Il resultato è la più mostruosa mistificazione della volontà popolare.
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Su queste elezioni poggia l’oligarchia che strema le forze dell’Argentina e ne prostra le promettenti energie. Dalle elezioni nasce la piovra governativa, e viceversa: come la storia dell’uovo e della gallina. È un circolo chiuso, la cui anacronica esistenza è spiegata dalla esclusione della vita politica di quella grande parte della popolazione che più lavora, produce e paga, la quale avrebbe precisamente il più grande interesse ad una politica onesta: alludo agli stranieri.
Con questa straordinaria organizzazione, elettorale viene a mancare completamente il controllo del popolo nel complesso organismo governativo. Una macchina senza regolatore.
Appurate così le origini della disorganizzazione, vedremo prossimamente fino dove ne arrivano le ineluttabili e disastrose conseguenze.
[Dal Corriere della Sera del 29 maggio 1902.]
L’ultima volta, mio buon lettore, abbiamo osservato l’allegra parodia electoral—per dirla con la frase del paese—argentina. Vediamo oggi che cosa ne viene fuori—che, come vedremo, è per noi italiani il più interessante.
E prima di tutto vediamo chi ha il monopolio del Governo nell’Argentina. Un giurista, il prof. Martinoli, in una sua monografia sul Diritto argentino, calcola che tolti gli stranieri, i loro figli ancora in minore età, le donne e i bambini, che se figurano nel censimento non sono per ora nelle liste politiche, e tolti gl’indiani, i semibarbari, i gauchos e tutti i detriti in dissolvimento delle razze inferiori, i quali non sono che « docili e incoscienti strumenti di qualunque caudillo, rimangono pochi argentini padroni del campo politico. » « Gli argentini, dunque, atti al Governo—egli scrive—sono in franca minoranza, in dichiarata insufficienza, chiamati ad amministrare interessi in enorme proporzione alieni, senza controllo da parte degli amministrati, senza che essi sentano in carne propria il peso principale dei tributi, con tutti i vantaggi in cambio delle cariche pubbliche, e con tradizioni finanziarie ed economiche che non li fan certo raccomandabili come modelli di reggenti ordinati e scrupolosi: formano cioè una vera oligarchia. » Un’oligarchia i cui difetti sono aggravati dalla « infaticabile sfruttabilità dello zio che in questo unico caso è quello di.... Europa. » Si pensi alla gravità di queste parole scritte da un uomo colto e imparziale, straniero, ma strettamente legato alla vita del paese, in posizione elevata, e coprente cariche onorifiche, il quale le ha scritte in una pubblicazione di carattere ufficiale fatta per conto della nostra Colonia.
Il campo dove l’oligarchia—spazia—stavo per dire.... pascola—è straordinariamente vasto. Per averne un’idea basti rammentare che nell’Argentina vi sono tanti Governi indipendenti quante regioni, ossia quattordici Governi, quindici col Governo centrale.
Ciò significa: quindici Camere di deputati, quindici Senati, quindici Ministeri, ossia un battaglione di eccellenze, quindici capi di Stato, quindici polizie, un numero sterminato di giudici che brandiscono la bellezza di trenta Codici di procedura; insomma quindici di tutto. Gli stipendî sono generosi; gli onorevoli deputati e senatori dei Governi regionali hanno 500 pesos al mese (ossia 1250 franchi circa mensili); quelli del Governo federale ne hanno mille (2500 franchi al mese circa), e vi sono gl’incerti, che poi sono quasi sempre.... certi. E pensare che noi troviamo qualche volta troppo un Parlamento solo: e non lo paghiamo! In proporzione, col sistema argentino, noi in Italia dovremmo avere più di cento Parlamenti. Orrore!
Vi sono varie provincie, come quelle di Catamarca, della Rioja, di San Luis, di Santiago de l’Estero, le cui risorse sono insufficienti a pagarsi il lusso di un gobierno; e si capisce. Questo faragginoso organismo governativo, ammessa anche l’onestà più scrupolosa negli uomini di governo, non può che spossare il paese per il solo fatto della sua esistenza. Ma la correttezza, per di più, non è una moneta straordinariamente corrente laggiù.
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Gl’impieghi non sono divisi sempre fra i più degni. « Sono i collaboratori nella lotta elettorale che si presentano a reclamare il premio pagato col tesoro pubblico sotto forma di stipendio per deputazioni, seggi senatoriali, posti di governo, incarichi diplomatici, affari, concessioni, posti di favoritismo, persino frodi doganali, decretati a forza d’influenze ben compensate. » (Giornale La Prensa).
L’idoneità non è più così la qualità necessaria per essere chiamato al disbrigo d’un ufficio pubblico. Un deputato federale argentino, che porta uno dei nomi più illustri della Repubblica, il Belin Sarmiento, ha scritto coraggiosamente su questo argomento: « L’idoneità è scomparsa di fronte alla camerateria e al nepotismo, al punto che il talento stesso non avrebbe assicurata la carriera senza l’intrigo e la compiacenza; si creano posti inutili per dare una paga al parente e al partitario. » A molti funzionarî pubblici manca perciò la capacità necessaria e la preparazione; basta intrigare; la frode politica apre tutte le porte. « La politica qui fornisce un vero cursus honorum, attraverso il quale si può sempre vivere del bilancio e senza far niente con tutto decoro, per divenire infine una specie di Pericle buono a tutto, ambasciate, alte funzioni giudiziarie, direzioni di banchi, rettorati universitarî, grasse missioni finanziarie, confezioni di codici, anche... generali. » (Professore Martinoli).
Infatti il giornale El Diario, parlando del Congresso, ha rivelato che « una terza parte, non uno di meno dei deputati, accumulano stipendî per Commissioni speciali, direzioni di banchi, di università, di collegi e di altri incarichi pagati in modo eccezionalmente lauto; e più d’un terzo dei senatori (per non essere da meno) hanno oltre ai mille pesos al mese, altre somme dagli ottocento ai mille pesos per incarichi ufficiali »—circa 5000 franchi al mese!
Da un tale genere di funzionarî, che, come scriveva recentemente la Prensa, « si considerano padroni dei loro posti per diritto di conquista e che li disimpegnano a loro piacere sicuri dell’impunità per le loro colpe e per i loro errori », deriva la più estesa irregolarità in tutti i campi dell’amministrazione pubblica. L’interesse personale produce un’influenza disastrosa. « Ciò contribuisce a rendere la politica un affare, a farne non l’occupazione altruistica e nobile, e quasi onoraria d’una classe scelta, ma invece una vasta Tammany Hall, un pugillato per l’esito, una curée di sensalismi, e a dare ad ogni ambizione un predominante fondamento d’interesse che tutto degrada e materializza e che corrompe parimenti governanti e governati. » (Prof. Martinoli).
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La corruzione si propaga infatti. Lo standard della morale pubblica si è modificato sotto questo regime. Quando l’eccezione diventa regola, la regola diventa eccezione. Avviene in morale quel che ci succede in ottica quando entriamo in un ambiente illuminato da una lampada colorata; al principio si trova tutto strano, falso, curiosamente colorato; poi l’occhio s’abitua, il ricordo della luce pura svanisce dalla retina, ogni cosa si normalizza al nostro sguardo. Così laggiù si è abituata la coscienza pubblica alla strana luce della moralità ufficiale.
« Supponendo che certi fatti che vediamo giornalmente siano successi in altri paesi, ed immaginando lo scandalo che produrrebbero, abbiamo la norma del livello morale della nostra società, che non si commuove considerandoli quotidiani e comuni. Basterebbe collezionare ogni scandalo che si rivela giornalmente per formare il museo degli orrori. » (Belin Sarmiento).
Nella lingua stessa, che è come lo specchio dell’anima di un popolo, rimangono le traccie della strana clemenza con la quale si giudicano certe colpe. L’indelicatezza non si chiama più così: si chiama.... vivezza—viveza. Un uomo senza scrupoli da noi si dice un furfante; laggiù un uomo vivo! Ed è quasi un complimento.
Quale tempra adamantina d’onestà non occorrerebbe per sottrarsi alla influenza dell’ambiente, alle seduzioni dell’interesse? « Sarebbero uomini eroici, superiori all’umano coloro che elevati al potere dai nostri politici potessero lottare contro i loro amici, contro il loro proprio interesse, lottare contro i sofismi che da ogni parte fioriscono intorno al potere, lottare infine contro tutti i proprî contemporanei, e rifarli come lo scultore riammassa l’argilla quando è scontento della sua prima concezione. » (Belin Sarmiento).
Il male che deriva da tanta bruttura è reso più grave dalla curiosa condizione di complicità in cui si trovano moltissimi funzionarî pubblici, complicità dalla quale deriva quell’impunità cui allude la Prensa nel brano citato più sopra. Essi debbono la loro posizione alla loro unione di partito, cioè a dire ad una colpa comune. Naturalmente non si può sempre punire un funzionario che abbia troppa.... viveza, perchè sarebbe come trasformarlo in un avversario politico. E poi è difficile punire uno per colpe che sono troppo comuni, peccati divenuti veniali, condannare in lui sè stessi, e i proprî sistemi, i proprî interessi e la propria morale. La catena gerarchica così si spezza, la disciplina è svanita. Come il potere si basa sul fascio enorme di irregolarità elettorali commesse dagli adepti al partito trionfante, ognuno di questi fattori del Governo, conquistato un impiego, sente di avere il sacrosanto diritto ad una parte del potere. Ogni funzionario diventa un tiranno nella sfera della sua influenza. Il meno che può fare è di non compire il suo dovere seguendo l’esempio di tanta parte dei parlamentari che sono in un quasi perenne sciopero legislativo.
Si aggiunga ancora, come ultimo e non minore incentivo al mal fare, la poca stabilità degli impieghi. Quando s’insedia un nuovo partito è un nuovo esercito d’impiegati che occupa gli uffici, mentre l’esercito dei vecchi si ritira—per prepararsi ad un altro assalto—si ritira in armi, e soprattutto.... in bagaglio. Un’elezione andata male o una rivoluzioncella andata bene bastano a sbalzar tutti dal posto; la vita non è assicurata, il tempo stringe, bisogna prendere ciò che capita, diamine!
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Al di fuori di questa straordinaria organizzazione governativa, di questa formidabile associazione tirannicamente dominatrice, stanno gli stranieri, i veri sfruttati, perchè sono quasi i soli che lavorino, che producano, che trasformino. Sono essi, in fondo, che pagano. E « ad essi viene a mancare ogni autorità sulle autorità anche inferiori: essi debbono sopportare senza possibile reazione le facili prepotenze dei funzionarî, specialmente nelle campagne dove l’abuso è così comune. » (Prof. Martinoli). Vedremo in seguito, dettagliatamente, quali e quanti sono questi abusi e queste prepotenze che gli stranieri soffrono, e più specialmente coloro fra di essi che l’ignoranza, la miseria e l’isolamento vengono a rendere più deboli e più umili.
Ora ne abbiamo visto le origini che tutto spiegano a filo di logica. Nel « museo degli orrori », di cui parla l’on. Belin Sarmiento, il lettore ora forse non troverebbe nulla che potesse meravigliarlo troppo. Alla meglio gli ho spiegato la formazione e la natura del vasto organismo governativo, che forse non completamente a torto è stato chiamato una Tammany Hall politica. Dalle sue ruote si capisce come cammina.
Non c’è più nulla di strano. A San Juan, per esempio, dove l’irrigazione soltanto rende possibile la coltura di quel suolo tropicale, il Governo toglie l’acqua agli avversarî politici per far seccare i loro raccolti e far morir di sete uomini e bestiami. Lo chiamano il gobierno de l’agua. (Nacion, 9 gennaio). Il penultimo governatore d’una delle principali provincie ha passato gli ultimi sei giorni del suo regno a firmare boni di tesoreria a favore di partitarî per un valore pari al bilancio della provincia—quattro milioni di pesos. La storia non dice se al settimo giorno il bravo uomo si prese il meritato riposo. Dice però che venne sollevata la questione della validità dei boni, risoluta favorevolmente e che l’ex-governatore venne immediatamente... fatto senatore! A Tucuman un ministro delle finanze accusa il predecessore di aver stornato grosse somme per lavori pubblici che non si sono mai visti, e nessuno gli bada (Prensa, 20 marzo). Un ex-governatore è accusato d’aver sottratto centomila pesos da una sovvenzione per una calamità pubblica (Diario, 5 aprile). Alcuni Governi provinciali, come quelli di Entre Rios e San Juan, non rendono conto delle somme pagate dal Governo centrale per l’istruzione, e lasciano i maestri quattordici mesi senza stipendio. Il Consiglio nazionale d’educazione è alla sua volta accusato dai giornali di grosse irregolarità amministrative a proposito della costruzione di edifici scolastici costati quattro volte il loro preventivo. La Prensa attribuisce la massima parte del deficit delle imposte alle irregolarità commesse abitualmente dagli incaricati dell’esazione. Tutto questo non può stupirci più. Entra quasi nell’ordine naturale delle cose.
I Parlamenti votano sempre nuove spese e creano nuovi impieghi per contentare le clientele, mentre il paese precipita alla rovina, mentre i coloni delle principali provincie mancano persino della semente, e la miseria s’avanza ululante dai campi verso la città. I debiti provinciali aumentano con una rapidità che ha dell’emulazione. Con un bilancio che mette paura, il Parlamento federale vota un aumento di trenta milioni di pesos di nuove spese e crea una quantità di nuovi posti diplomatici per « provvedere alle necessità di certi gentiluomini messi colle spalle al muro dalla mancanza di mezzi » (El Diario). Molti uomini politici sono pubblicamente accusati di gravissime immoralità, ben definite e particolarizzate, e le loro ricchezze favolose autorizzano il sospetto. Il Diario racconta che per avere una modificazione sulla tariffa doganale di un certo articolo si offrivano settantamila pesos nei couloirs del Congresso. « Al Congresso poco importa di protezionismo e di libero scambismo—scriveva la Patria degli Italiani, commentando la notizia—chi meglio paga, meglio è servito. »