PR. ENR. Abbominevole è quel Falstaff, un corruttore della giovinezza è quel vecchio Satana dalla barba grigia.

FALS. Vattene mariuolo! Terminate la vostra parte, molte cose mi rimangono a dire in favore di quel Falstaff.

ShakespeareEnrico IV, Parte I.

Il principe Gisulfo, dopo che ebbero menati via i cadaveri di Landolfo e del suo cane, si studiò pigliar la parola e difendere Roberto, ma la voce gli mancò essendo anch'egli vivamente commosso. Imperocchè in quella del principe Landolfo, più che la morte di un uomo, egli egualmente che tutti considerava la morte di una forte ed annosa dominazione. Ed una dominazione che passa senza fasto e senza rumore, è tutta una storia di delitti, di grandezze, di ardimenti che si perde nella tomba, così come la memoria del vassallo che per inedia morì.

Il cancelliere del papa, il quale solo in quella adunanza non sembrava tocco per nulla, e che durante i diversi favellari, severo ed impassibile si era mostrato, attese ancora qualche istante perchè altri s'avanzasse a profferire accuse. Poscia vedendo che nè il principe di Salerno la difesa del primo suo accusato prendeva, nè alcuno presentavasi, accigliato, ma gelidamente, alza la fronte e dice:

—Proseguite, baroni, chè il tempo non è degli uomini ma di Dio.

Quindi il campione della Chiesa si tragge innanzi novellamente e favella:

—Nobili cavalieri, io accuso il priore Guiberto, barone di Lacedonia, come complice, esecutore e consigliero di quante scelleratezze mai contro gli uomini e contro la santità di Dio e della Chiesa, il duca Guiscardo commettesse. Lo accuso inoltre come nicolaita, come simoniaco, come sacrilego, come concubinario, ed ateo profanatore delle sacre cose.

—Accusare non basta, sclama Baccelardo dal suo seggio, bisogna provare.

—Gli è ciò che mi accingo a fare, ser cavaliere, ripiglia il campione della Chiesa, se ella mi sarà cortese di udirmi. Il priore di Lacedonia dunque il dì de' SS. apostoli Pietro e Paolo predicò dal pergamo, che se Salomone, re di un guscio di paese, poteva senza offendere Iddio ed il mondo tener seco settecento mogli e trecento concubine, e medesimamente donne idolatre, di cui Iddio aveva comandato: non ingredimini ad eas; neque de illis ingredientur ad vestras, certissime enim avertent corda vestra ut sequamini deos eorum; egli, signore di ricco e vasto priorato e barone di grosso contado, poteva bene avere una moglie e dieci concubine senza oltraggiare chicchessia. Ed una moglie e dieci concubine ha infatti nelle stesse sante mura del chiostro, egualmente che tutti gli altri frati.

—Il vescovo di Molfetta ha tre mogli e cinquanta concubine, eppure gli è amico di papa Alessandro, sclama Baccelardo.

Il campione della Chiesa non risponde all'interruttore e continua:

—Il priore di Lacedonia trascura i santi uffizi della Chiesa ed impazzisce fra crapule ed orgie. Egli il giorno di Pasqua ha fatto danzare nella chiesa i suoi frati con le loro donne, dicendo che stava scritto che Davide, per onorare Iddio, danzò innanzi l'arca: e la domenica delle palme li ha fatti entrare in chiesa a bisdosso di somari, perchè così Gesù Cristo entrò in Gerusalemme.

—Non si debbe dunque imitare Davide e nostro Signore? dimanda Baccelardo con impazienza.

Il cancelliero del papa solleva la testa e fulmina di uno sguardo il giovane cavaliere, senza però profferir verbo. Il campione della Chiesa, lo guarda anch'esso di modo uggioso e continua:

—Il priore di Lacedonia uffizia nelle chiese del suo priorato, avvegnachè il papa l'avesse interdetto, e fosse sotto i gravami degli anatemi. Egli invase le possessioni della badia di Grotta Minarda; ed avendo quella badessa mandato quattro giovani suore a portargliene gentile lamento, l'infame fe' recidere tutta la parte anteriore dell'abito alle ambasciatrici, dal petto in giù, e così sconce, con drappello di scostumati soldati, di nuovo le fece accompagnare all'abadia. Egli nella festa del Corpus Domini del 1063 benedisse il popolo accorso alla chiesa con inchiostro invece di acqua lustrale, profanando le sacre funzioni, tramutando la messa in giulleria con un popolo così laidamente imbrattato. Egli battezzò suo figlio col vino; ed avendo la madrina fatte osservazioni su tale sacrilegio, il priore le dà forte dell'aspersorio nella fronte sì che la stramazza, ed il figliuol suo, urtando delle tempie al pavimento, ne muore. Egli avendo ricevuti due messi di papa Alessandro II, il quale lo chiamava al ravvedimento, castra atrocemente i due diaconi, e così vituperati li rimanda al pontefice.

—Infame, infame! sclama senza quasi avvedersene il cancelliero, e senza alzar la testa poggiata sul petto.

—Un santo padre della Chiesa s'era bene castrato da sè per essere più uomo di Dio! mormora un cappuccio dell'adunanza.

Il campione della Chiesa continua:

—In tutte le guerre, in tutte le avvisaglie, in tutte le cacce, in tutte le corti bandite, accompagnato da istrioni e cantatrici, da chierici e da soldati, si trova il priore Guiberto, e nel più folto sempre delle mischie, nel più osceno de' bagordi. Egli ha rapita la moglie al sire di castel la Baronia che si recava alla caccia. Egli ha spogliato ed incendiato il monistero di Carbonaro, mutilandone i frati. Egli si condusse nella chiesa di Villanova, al momento che quei canonici cantavano mattutino, ed avendo loro tronche le teste, li lasciò negli stalli coi breviari sulle mani. Egli, e cinquanta compagni vestiti da demoni, una notte nel 1065 penetrò nel monistero di Accadia, ed avendo contaminate quelle sante sorelle di Cristo le fece frustare pei chiostri, cantando: chè di chicchesia d'allora in poi e' si sarebbe burlato, perocchè aveva a cognato Gesù. Egli insomma si è bruttato di tutte le infamie, di tutti i delitti; ha maltrattati gli ecclesiastici, ha oltraggiato il papa—è un empio furibondo e matto di cui la terra non ne sostiene peggiore.

—Chi attesta tutto ciò? sclama Baccelardo. Quando si danno di tali accuse, gli è mestieri che una fronte si scopra per sostenerle.

—Io levo la mia, risponde solennemente il cancelliero del papa, alzandosi in piedi. Vi è chi dubiti di mia parola?

Nessuno fa motto. Il campione della Chiesa allora soggiunge:

—Finora i laici hanno rispettato codesto malvagio priore perchè egli giammai offese nè le loro persone nè le loro possessioni—anzi e' ne' bisogni e nelle guerre di ciascuno si prestò sempre volentieri e disinteressatamente. Lo hanno temuto, perchè stretto di alleanza con Roberto Guiscardo, l'uno spalleggia l'altro, l'uno dà all'altro mano forte negli attentati, e si consigliano, e di qualsiasi potere ridono. Ma voi, baroni, voi non potrete adesso con cuor freddo udire i lamenti del Santo Padre, e saprete non solo giudicarlo debitamente, ma mandare a compimento la sentenza.

Com'ebbe detto ciò, il campione della Chiesa ritornò al suo posto e si assise. Allora dal centro dell'adunanza si leva un altro, camuffato da frate, col capperuccio tirato giù giù, ed avanzandosi fino al tavolo del cancelliere, toglie la penna e scrive affrettatamente sotto una pergamena alcune righe. Indi tornando fra gli stalli dei baroni consegna quella pergamena all'abate di Cluny, che scoverto e numerando i rosoni scolpiti nel soffitto di rovere si teneva cogli occhi levati al cielo, e gli dice:

—Padre riverendo, leggete.

L'abate mezzo assorto, mezzo alienato, si riscuote come svegliato improvviso dal sonno, e si trova fra le dita la carta. Si passa la mano sulla fronte, quasi volesse sgombrarla dalla pesantezza del sonno, e dimanda:

—Che debbo dunque fare di questo negozio?

—Leggete, leggete, ser abate, sclamano alcune voci dalla sala. Ed egli levandosi da sedere legge:

« Guiberto, per volere di Dio e di Enrico III imperatore, priore nel monistero di Lacedonia e barone, ad Alessandro II antipapa, salute e pace se la desidera ».

« Avendo inteso, monsignore, che voi di pieno arbitrio, provocato da sfortunato cavaliere, dal vostro cancelliere prevaricato, avevate intimato un placito in cui i medesimi baroni ed ecclesiastici dovevansi fare accusatori e giudici di me, priore e barone, e del duca Roberto Guiscardo, ed indi metter forse ancora esecuzione alla sentenza, la quale per istigazione di voi e del vostro leal cancelliero non mancherà tornarci contraria; ho creduto rispondere di per me ad alquante accuse fattemi pure altre volte, qualunque si fosse l'autorità di codesti giudici, e meglio per giustificarmi innanzi di loro, come cavaliere con cavalieri, anzi che reo con sculdaschi; ricordandovi inoltre cose a voi o mal conte, o mal gradite, o non volute rammentare. Bene inteso però, che, di voi parlando, monsignore, voglio sempre significare il vostro cancelliero, con me tanto grazioso, ed innanzi al mondo tanto santo.

« Paggio della contessa Beatrice di Toscana, di cui nacqui suddito, piacque alla reale memoria di Enrico III il nero, per lieve servigio resogli, di togliermi in grazia, e propormi la guerresca sua corte di Germania, dove avessi voluto istruirmi in altro, che nel mestiero della lancia e della daga. Come, per vero, avendo un dì dovuto risolvermi ad accettare le imperiali munificenze, dalla santa memoria di quell'imperatore fui accomandato a quel medesimo sir Adalberto arcivescovo di Brema, il quale dipoi il suo proprio figliuolo Enrico IV ebbe l'onore di consigliare. E quando quel possente imperatore mi credette in grado di prodigarmi favori, mi donò del priorato di Nostradonna di Lacedonia, e mandommi in Italia con commessa al duca Roberto Guiscardo d'investirmi l'annessovi feudo. I voleri del generoso principe, che ora è santo nella corte del cielo, furono compiuti. Per modo che io questa baronia e questo priorato per largizione imperiale tenni, tengo, e sempre al legittimo signore di esso i debiti censi, di due rose bianche ed un mazzolino di viole, nel dì di Pasqua, soddisfeci.

« Essendo quindi padrone del feudo l'imperatore di Lamagna, gli è a lui, o a messi suoi, che io debbo render conto dell'opere mie; perocchè, come sapete, o per meglio dire il vostro cancelliero sa, senza pecca di fellonia ad altrui nol potrei. Questo per quanto riguarda la competenza dei membri di codesto placito. In quanto alle accuse dichiaro: indebitamente querelarsi il papa degl'insultati suoi oratori contro la ragione delle genti, perchè e' mi accusarono di simonia per fatti che non sono se non dritti di feudalità che io come livelli esigo: mi accusarono di intrattener donne fra mogli e concubine non so quante, mentre ogni altro vescovo, cardinale, abate, e fino diaconi e chierici di questo secolo le tengono, le tennero quelli dei secoli passati, di cui io non sono nè mi vanto più santo: mi ordinarono lasciar via queste donne incontanente, a vituperio del Signore che solennemente fece precetto nelle sue sante Scritture: abbandona padre e madre, ma la tua donna non abbandonare; perchè e' mi vilipesero quando, non essendo messi imperiali, comando così oltraggiante per parte di altrui mi davano; perchè infine avendo i messi ecceduti gli ordini, forse pietosi del loro padrone, covrendomi d'insulti inauditi finora, con parole obbrobriose, io, per dritto di difesa, parimenti li oltraggiai. Così che indoverosi, per non dir petulanti, i lamenti vostri mi giunsero, messer lo papa, e mi giungeranno mai sempre, fino a che dritto l'imperatore non ve ne dia, mica canoniche censure.

—Costui bestemmia nefandamente, grida divampando il cancelliero; strappate, ser priore, strappate quell'infame scritta.

—No, no, leggete, continuate, gridano i baroni da tutti i punti della sala.

Ed il priore, senza punto avvedersi dei gridi dell'uno e dell'ingiunzione degli altri, riprende fiato e così prosegue leggendo:

« In quanto ai delitti per ultimo che il vostro cancelliero non manca tutti i giorni di appormi, io formalmente dichiaro, monsignore, sia a voi, sia ai nobili castellani che compongono il placito, sia agli uomini come ai miei santi avvocati ed a Dio, che egli ha mentito peggio di un giudeo, e mente; che egli è mio particolare nemico da lunghi anni, e studia di qual maniera per altrui mezzo di me vendicarsi; infine che le accuse, oltre dell'essere indegne di cavaliere, non debbono prodursi che al mio legittimo padrone.

« Queste sono le ragioni, monsignore, che per l'estrema volta io discendo ad addurvi, e che mi dispenserebbero da qualsiasi soddisfazione si potesse per avventura richiedere da me. Non pertanto, sentendomi io puro delle colpe aggiustatemi con tanta poca carità dalla frataglia mia nemica, in testa a' quali si leva il vostro santo cancelliero, e non volendo lasciare nell'animo vostro, di codesti nobili baroni, e del mio alleato duca Roberto Guiscardo, neppur l'ombra di sospetti sull'onor mio, accetto di scendere in lizza chiusa col vostro cancelliero e con prova, per giudizio di Dio, giustificarmi. Dopo ciò vi dimando la benedizione, se me ne stimate degno, e salutando codesti valorosi baroni, prego Iddio che v'illumini, e tra me ed il vostro cancelliero decida.

« Aggiungo, che la maggior parte delle accuse del campione della Chiesa sono false ».

Datum Lacedoniae triduo ante Kalendas Augusti 1070

Gubertus Lacedoniae gratia Dei, Prior et Baro.

Quando l'abate di Cluny ebbe letto ciò si strinse nelle spalle ed a passo lento si approssimò al tavolo del cancelliero, e gli pose avanti la carta. E questi, piegandosi, vide che la postilla diverso carattere aveva scritta. Dimandò perciò il pugnale al principe Gisulfo e sulla punta di quello prendendo la pergamena la gittò per terra, e sopra vi calcò il piede sclamando:

—Le cose degli scomunicati non lordino i vassalli di Dio.

Colui che aveva presentata la protesta di Guiberto, all'atto codardo si alza come preso da impeto generoso; ma poi, percotendosi di ambo le pugna la fronte, si asside di nuovo senza dir motto. Però il principe Gisulfo, che uomo generoso era, trovando la parola rampogna:

—Ser cancelliero, il vostro non è condursi da cristiano. Cristo rimproverò i discepoli che d'intorno gli scacciavano la Maddalena, e duolmi che, io laico, ve lo debba rammentare. Ma questi baroni hanno udite le accuse e le difese di Guiberto, e basta. In quanto a mio cognato Guiscardo poi rispondo—nè mi curo giustificar altrimenti le mie parole fuor della spada—che non mai egli rapì gli Stati a Baccelardo, perchè Roberto succedeva al conte Umfredo, come il conte Umfredo era succeduto al conte Drogone, e questi a Guglielmo Bracciodiferro: che se fece prigioniero papa Leone IX, si servì dei diriti di vincitore, e da cristiano fedele e leal cavaliere lo trattò: che non mai ripudiò Alberada per ambizione o per mutato amore, sibbene perchè scovrì Alberada riuscirgli parente: se prese Malvito con inganno, adoperò stratagemma di guerra e quindi commendabile a capitano: infine se lo sfortunato principe Landolfo V di Capua fu scacciato dalla casa dei padri suoi, vuolsene addebitare più il principe Riccardo, che stette sodo alle codarde condizioni dei Capuani, anzi che i consigli di Guiscardo, il quale pugnava allora nelle Calabrie. Al silenzio dunque le sciocche calunnie che ci avete fatte udire, e pensate da uomini e da cavalieri, non da stupidi servi da gleba. Queste sono le ragioni che io, principe Gisulfo II di Salerno, seppi addurvi. Se poi vi ha qualcuno che le creda deboli o non vere, ecco qui la manopola di un uomo, il quale da cavaliere saprà sostenere che costui ha mentito come un infedele. Ho detto. Ai voti.

—Ai voti, ai voti! gridarono molte voci dalla sala; e tutti si alzavano per andare a mettere le tessere nell'urna; allorchè triplicata squilla di tromba fuori le porte dell'abadia risuonò.

IV.

Derobe-les à l'oeil de leurs persécuteurs,
Je fuis, le jour m'epie, et s'il me voit je meurs!

Lamartine, La Chute d'un Ange.

I baroni restarono fissi ai loro posti, da poichè il cancelliero aveva dato ordine ad un araldo, che faceva da mazziere alle porte della sala, di riferire a quell'adunanza chi fosse e che significasse quella chiamata di tubatore. E non passò guari e l'araldo venne ad annunziargli che egli precedeva un oratore cui Roberto Guiscardo mandava al pontefice, e che questi ai baroni rimandava per dargli udienza. Infatti e' finiva di così parlare, allorchè i battenti della sculpita porta si schiudono e comparisce il vescovo di Bovino.

Il suo passo era maestoso come a personaggio di tanto cuore e di tanto rilievo convenivasi. Vestiva corsaletto di lamine di acciaio a rabeschi d'oro, sopra di cui gittato un manto soppannato di pelli preziose, e fermato da scheggiale di gemme. Egli venne in mezzo al salone, e dopo aver salutati i baroni da prima con grazioso piegare di testa, e con maggiore sussiego il cancelliero, che immobile gli aveva fermo l'occhio addosso, fece ancora un passo verso il principe di Salerno e parlò:

—Messer principe, la nostra missione, sebbene per avventura riguardasse voi più direttamente, si diresse a papa Alessandro, onde le nostre preghiere vi tornassero meno sgradevoli.

Gisulfo si rizza sulla persona quasi un punteruolo dell'armadura l'avesse offeso, ed accigliato domanda:

—E quali sono codeste preghiere che ci abbiano a tornar mal gradite!

—I cittadini d'Amalfi, messer principe, continua il vescovo con calma, i cittadini di Amalfi hanno mandato il priore di Lacedonia ad oratore a duca Guiscardo perchè a pro di loro intercedesse da vostra grandezza una tregua alle angarie ed ai soprusi, che, insopportabili, di vostro comando si praticano loro incessantemente. Le taglie imposte superano d'assai i prodotti delle loro terre: il commercio che quando Amalfi si reggeva a repubblica esercitava su tutte le città di Europa, per le vostre vessazioni è stato annullato: gli aldi, gli arimanni, le maestranze, e tutte le altre condizioni di uomini, liberi negli altri paesi, sono tornati schiavi in questa povera contrada. In una parola, monsignore, la vostra mano esorbitante pesa su quegl'infelici che a Roberto Guiscardo si volsero per supplicarvi di grazia.

—Mai no! per la santa messa di Pasqua che ci deve comunicare, mai no, sclama irritato il principe di Salerno, il quale, a misura che l'oratore parlava, si andava corrucciando nel volto e digrignava dei denti ferocemente. Hanno forse dimenticato quei traditori che assassinarono nostro padre sulla spiaggia deserta del mare come un miserabile pirata?

—Non l'hanno dimenticato, monsignore: ma forse appunto perchè troppo lo ricordano, vi si accomandano di non ridurli a disperazione.

—Ah! monsignor di Bovino, sogghignando sclama Gisulfo, e' ci minacciano dunque ancora, non è vero? ed il nostro grazioso cognato li spalleggia? Non è questo che siete venuto qui ad annunziarci, monsignore?

—Messer principe, il duca Roberto è incapace delle fellonie che voi sospettate. Egli ha mandato noi a papa Alessandro perchè lo pregassimo, onde con la sua autorità e benevolenza ottenere dal vostro valore pietà per li disgraziati. Questa e non altra è stata la nostra ambasciata. Quindi aspettiamo da voi risposta, perchè il pontefice si avvisò meglio dirigerci a voi stesso come ad uomo generoso e gentile.

—Sta bene, monsignor di Bovino, risoluto risponde Gisulfo, e la nostra risposta fia questa: agli Amalfitani saranno duplicati censi, livelli, foderi e decime, che di anno in anno troveremo ancora modo di augumentare; e' saranno spogliati della marineria, e tutti ridotti a servi di gleba. A Roberto Guiscardo poi direte, che Areco e Santa Eufemia, da lui usurpate, da questo momento rientrano nel nostro dominio, e che la costa, da Salerno a Fico, appartiene a noi. Inoltre, che noi rifiutiamo con disprezzo l'alleanza di un uomo che si fa intercessore di assassini; che verremo in persona a dimandargli ragione dell'affronto che con tal suo messaggio ci ha fatto. Al priore di Lacedonia per ultimo direte, che gli daremo l'opulenta mercede dalla sua traditrice pietà meritata.

Il vescovo di Bovino stette un istante silenzioso a riflettere, guardando in volto ben bene Gisulfo, girando lo sguardo intorno sull'adunanza poi riprende:

—Messer principe, veggo che voi siete sotto il dominio del demone dell'iracondia; acquetatevi, ed acconsento di aspettare fino a domani che ritragghiate la vostra risposta.

—Arrogante prelato, scoppia allora Gisulfo; se voi non foste un uomo di chiesa, vi avremmo di già insegnato con usura per qual modo un cavaliere ritratta le sue parole. Aggiungiamo dunque di più; che noi intendiamo gittare sul volto di lui, duca Roberto Guiscardo, questo guanto di ferro, così come sul tuo volto lo gittiamo, vescovo di Bovino.

—Alto là in nome di Cristo, sclama il cancelliero del papa, rattenendo il braccio del principe di Salerno, il quale abbrancava la manopola per percuoterne il viso del vescovo. Principe Gisulfo, ricordatevi che costui, comunque malvagio, è pastore della Chiesa; non trascendete. I servitori di Dio non son soggetti che a Dio.

Il vescovo di Bovino, che era rimasto immobile ad udire, atteggiò il volto a lieve sorriso di scherno verso i due che tanto brutalmente l'insultavano, poi disse:

—Sia fatto il vostro volere, principe di Salerno. Noi recheremo le parole vostre, così scortesi che ce le avete volute dire; ed innanzi a questa nobile assemblea di baroni, prendendo a testimoni Cristo, la Madonna di Lacedonia ed il barone san Tomaso di Bovino, facciamo sacramento, che, a contare da oggi a sei mesi, vi avremo dimandato conto dell'oltraggio, sotto la vostra medesima città di Salerno.

—Amen, spavalduccio prelato, acerbamente ghignando risponde Gisulfo. E perchè in qualche modo potessimo pure mostrarvi come ci tornano graditi i vostri giuramenti, osiamo offrirvi il dono di questa catena di oro e di gemme, che ci ha servito di monile nel dì delle nozze del vostro padrone con la sfortunata nostra sorella Sigelgaita.

—Mille mercè monsignore, soggiunge fieramente il vescovo. Non ci occorrono doni perchè ci ricordassimo di voi. Noi quindi non accettiamo da voi cosa alcuna, sibbene vi dimandiamo ciò che senza macchia di vigliacco non potreste rifiutarci, perchè ci appartiene—la vostra manopola.

—Ah! ah! per farne che uso, monsignor di Bovino?

—Per attaccarcela all'elmo, ser principe, e constringervi a venircela a dimandare la prima volta che sotto le mura di Salerno ci incontreremo.

—Per il santo sepolcro! monsignore, voi ci tornate ben singolare, scoppia Gisulfo. Ma sia fatto il vostro piacere. Non sarà mai detto che noi ci fossimo mostrati taccagni ad alcuno che di morire per nostra mano dimandò. Vi raccomandiamo però, monsignore, di farvi una bella confessione delle vostre peccata quel dì che avrete la sventura d'incontrarvi con noi.

—Va bene, messere: la morte e la vita sono in mano di Dio.

E sì dicendo toglieva il guanto di mano al principe di Salerno, ed usciva con non minore solennità di quella con che era entrato nella sala del Capitolo. Allora il cancelliero si volge ai baroni e dice:

—Ai voti, baroni, e ricordatevi bene, che Iddio giudica il vostro giudizio.

—Ai voti sia pure, esclama il principe di Salerno, mettendo pel primo a vista di tutti la sua tessera nera nell'urna ». Però, venga qual vuolsi il vostro giudizio, baroni, noi abbiamo dichiarata la guerra a questo pirata normanno ed a questo assassino priore, e speriamo, col soccorso di Dio e di s. Michele Arcangelo del Gargano, vendicare la Chiesa e gli sfortunati tutti che al pari di noi furono oltraggiati da costoro.

I baroni intanto l'un dopo l'altro si accostavano all'urna, situata d'innanzi al cancelliero, per gittarvi il loro parere. Allora, quello stesso che aveva recata la pergamena a leggere all'abate di Cluny, avvicinandosi al tavolo, e mettendo nell'urna bianco dado, susurra all'orecchio del cancelliero:

—Ildebrando, salvali!

A queste parole, al suon di quella voce, all'accento commosso, alla mano tremante come un serpente se gli si fosse avventato al sembiante, il cancelliero dà un salto sul suo seggio e si alza gridando:

—Sacrilegio, baroni, sacrilegio: una donna è in mezzo di noi.

E nel tempo stesso, strappando, senza nulla considerare, il cappuccio che ascondeva la testa del frate, scovre giovane donna, cui somigliante niun pittore aveva saputo mai fino allora idear una madonna. I baroni, che intorno a lei avevano fatto cerchio, al vedere così angelica creatura stupefatti traggono indietro, e l'abate di Cluny sclama maravigliato:

—Alberada! la ripudiata consorte di Guiscardo!

Ildebrando, che con le pupille spalancate ed immobili era restato a guardarla, quasi avesse voluto in quello sguardo racchiuderla, serrarla come la mano del catalettico serra piccolo disco, divorarla con avidità di belva concitata, incenerirla, alla parola di consorte si cangia in un istante, e con la mutabilità d'istrione, assidendosi, con un sorriso mefistofelico e ghiacciato soggiunge:

—La concubina del priore di Lacedonia, baroni, la concubina.

Alberada a quell'insulto si raddrizza a sua volta sulla persona, percuote il suolo del piede, e saettandolo di uno sguardo pieno di collera e di disprezzo, alteramente risponde:

—La moglie, messer cancelliero, la moglie.

LIBRO SECONDO
L'INCAMICIATA

I.

Nil mihi de fatis thalami. Superisque relictum est,
Magne, queri nostros non rumpit funus amores.

Lucani, lib. V.

Due cavalieri, sul cadere di una sera di estate, cavalcavano lungo la difficile spiaggia di Salerno, e propriamente per quel dirupato sito che la divide dalle montagne di Amalfi e di Sorrento. Onde godere del piacevole fresco del mare, avevano appesi alla sella gli elmi, e la testa coprivano di quei berretti che allora si dicevano mortai. Vestivano giacchi di maglia, serravano al fianco la spada ed il pugnale. E' sembravano intesi a premuroso favellare, da poichè di tanto in tanto il cavaliere che precedeva nella angusta callaia faceva sostare il cavallo, e volgendo la faccia all'altro restava ad udire. Spesso però si fermavano entrambi per dar ordini alle scolte, che vigilavano alla custodia degli alloggiamenti militari, stesi a foggia di semicerchio intorno Salerno, o a guardare il naviglio dalla bandiera amalfitana che ancorava nella perigliosa rada. Di tal che il loro andare era lento anzi che no, tra perchè favellavano e speculavano il campo, tra perchè la stradicciuola, praticata per mantenere la comunicazione tra le truppe sul dorso della brulla montagna che domina Salerno, era aspra ed ingombra di ciottoli. Da su quei gioghi però bello era contemplare questa città, la quale, a cavaliero di una cima di roccia dirupata, quasi nido d'aquila, aveva castello di gotica architettura, sul cui merlato scintillavano i ferri delle lance delle sentinelle, e tutti ricinti di mura merlate erano anche que' gioghi, popolati da soldati che a lento e misurato passo vi passeggiavano. Dalla città non partiva rumore nè fumo. Non si distingueva alcuno per quelle case aggruppate le une alle altre come alveoli di arnia, triste, nericce, squallide. Sembrava grande sepolcreto. Ben altrimenti intanto poteva giudicarsi di coloro, che novella città di tende le avevano rizzata intorno, scintillanti di vivi colori—le tende appunto che appartenute avevano, non era guari, ai Saracini di Sicilia. Quel popolo di soldati brioso si recava da un padiglione ad un altro, e dai padiglioni alle galee che si cullavano voluttuosamente sul mare tranquillo. Canzoni guerresche, rumori di armadure, nitriti di cavalli, un movimento, una vita, una gioia, quasi quivi non fossero convenuti per osteggiare la città e quindi dare e ricevere la morte, ma per tornar bello un corteggio di principessa che andava a marito. Questo insomma era il campo di Roberto Guiscardo, il quale assediava il principe Gisulfo II, suo cognato, constretto a ricoverarsi tra le mura della città. I due cavalieri cavalcavano adagio, considerando, nel tempo stesso che discorrevano, da qual punto si potesse assaltare la piazza, quale fosse il lato meno difeso; avendo per fermo che, a lungo andare, non fosse stato che della fame, la pazienza dei cittadini si sarebbe stancata—posto ancora che agli urti replicati e testardi degli assalitori avessero saputo resistere. Per lo che esaminavano le baliste; i mangani da rovinare la città con un diluvio di pietre, le torri mobili per avvicinarsi alle mura e pugnare di fronte a fronte: comandavano vigilanza e coraggio a quei prodi normanni, i quali non sentivano meno il pungolo della gloria che quello della preda doviziosa loro promessa dal sacco di Salerno. Si apparecchiava pel domani novello assalto.

La sera era splendida. Il tramonto cangiava il sottile vapore, che impregnava l'aria, in una polvere di oro. Le montagne di Amalfi si disegnavano a sinistra, a tinte violette e frangiavano l'orizzonte. Il mare che si confondeva con l'infinito del cielo era calmo e voluttoso, come il seno di una fanciulla che non abbia ancora palpitato di amore. Non uno spiro di vento. Non uno di quei susurri arcani della natura vergine. Le ultime allodole che fendevano il cielo si ritiravano. La campagna di Salerno si dileguava, grigia più che verde, sotto il progressivo invadere delle ombre. Le prime stelle nel cielo, le prime lucciole sulla terra cominciavano a corruscare. Solo un ronzio d'insetti invisibili animava gli ultimi aneliti della vita del dì. Soave, irresistibile languore s'insinuava nel corpo; l'anima s'innalzava nel vago, negli spazi illimitati di Dio. Un cristiano avrebbe creduto, un poeta vaneggiato, una donna avrebbe soccombuto a qualunque parola di amore, un uomo avrebbe perdonato.... I due viaggiatori non si accorgevano di nulla.

—Tutto va bene, diceva uno dei cavalieri; vedremo se questi marrani di Longobardi sapranno sostenere ancora le picchiate di domani, chè in fede mia, Guiberto, ti prometto io, vorranno riuscire belle e sonore. Già quei di dentro sono disperati, ed il martello della fame li travaglia, così che faranno i diavoli e peggio. Questi nostri, che sono inaspriti dalla lunga resistenza e spasimano cacciare le unghie nei tesori del nostro bel cognato, non si terranno le mani alla cintola, e la chirintana vorrà tornar graziosa. Staremo a vedere, per ora non posso dichiararmi scontento.

—Ma! non dirà altrettanto madonna Sigelgaita, messer duca, rispondeva l'altro cavaliere. Alla fin fine, il principe Gisulfo le è fratello, e questi disgraziati di Longobardi sono della sua nazione.

—Bah! tutto sta che Sigelgaita senta i primi squilli delle chiarine, e veda che si cominciano a menare le mani davvero con la grazia di Dio; chè poi il suo demonio tutelare s'incarica del resto. Se l'avessi veduta, Guiberto, alla presa di Palermo! Giuro pel santo sepolcro che saresti dato in dietro della paura. Sicuro che uccise di sua mano meglio di cento Saracini.

—Qual differenza da quell'altra! sclama fra sè Guiberto, quasi meditasse le parole del duca Guiscardo, perocchè desso appunto era il cavaliere che precedeva. Alberada non reggeva alla vista del sangue. Eppure l'avevano allevata dentro il pavese di suo padre, in mezzo ai soldati.

—A proposito, ser priore, dimanda Roberto; si ha novella alcuna di lei? Te l'han dunque menata via compiutamente?

—Voi mi toccate una piaga cruenta, monsignore.

—Sai che più ci penso e più mi persuado che quel mastro Ildebrando debb'essere un birbante bello e pulito!

—E ben altro ancora, monsignore. Quell'uomo lo conosco sol io—e voi pure, Roberto, se vorreste un po' rammentare perchè motivo ripudiaste Alberada, potreste congetturarne alcuna cosa.

—Non andiamo rimuginando nel passato, priore. Ti basti avermi tolto in pace che la fosse stata accolta da te, una donna cui io aveva discacciata, e non te ne dimandassi ragione di maniera qualunque.

—Con la vostra sopportazione, messer duca, avreste avuto gran torto. Dopo la fatale storia di quello sventato dell'abate di Cluny, voi mandaste via Alberada, pizzicato da gelosia. Vi apponeste, Roberto. Gli è vero che nell'anima mia io aveva amata Alberada; ma Iddio stesso, neppure Iddio sapeva di quel segreto. Alberada aveva l'anima immacolata di tutt'altro affetto che non fosse stato il vostro. Per modo che, monsignore, voi potreste giurare che giammai donna vi ha amato, e vi amerà più fortemente e con verecondia maggiore di quella giovane. Se l'aveste udita a singhiozzare....

—Baie! piangeva di dispetto.

—Mai no, monsignore, piangeva d'amore; chè, la Dio mercè, io so bene distinguere il grano dalla saggina. Se non vi avesse amato, l'avreste udita prorompere in lamenti ed ingiurie, quando a mensa, in presenza della sua rivale, le furono gittate sul volto le vostre seconde nozze con sì poco garbo e carità che n'ebbe a stringere a tutti il cuore del dolore e della sorpresa. Ed ella non disse altro motto, che: Iddio vi perdoni, messer duca! Poi baciò sulla fronte il figliuolo Boemondo, il quale svenuto le cadde ai piedi, e lasciò il castello sul fatto, senza togliere una pezzuola, senza fermarsi un momento.

—L'è vero! sclama Roberto abbuiato.

—E vi ricorderete, continuò Guiberto, con qual rassegnato contegno, uscendo dal castello di Melfi, rifiutasse le profferte di vendetta che il suo paggio Baccelardo le presentò. A piedi, digiuna, per notte orribile, in mezzo a fitto uragano, attraversò gioghi e campi, e giacque sfinita di stento e di paura innanzi la porta di tristo abituro; perocchè tutti, a timore di voi, monsignore, le rifiutavano asilo, quasi fosse stata tocca dal gavocciolo.

—Tutti—meno che voi, pietoso priore.

—Vi domando mercè, monsignore. Ella si riparò fra le mura del chiostro di Grotta Minarda. E solamente là, come sapete, io la rividi quando saccheggiai la badia, ed usai alle monache il giuoco di farle sorprendere dai diavoli. La strappai dalle grinfe dei soldati che l'avevano adunghiata, e come la più vezzosa se la disputavano a colpi di daga. La posi sulla groppa del mio cavallo, e la condussi al priorato di Lacedonia. Quivi la sposai in tutta regola. Ma non saprei dirvi quanto mi avessi da penare per indurla a nozze novelle, e quale resistenza la mi opponesse. Mi penso perciò, monsignore, che non vi debba dolere di alcun modo se me l'abbia tolta a moglie. Niuno oltraggio soffrì mai la donna che sposa fu prima di voi. Poi, se io non sono mica duca non sono neppure un paltoniere.

—Sta bene, te ne rendo anzi mercè, sclama Roberto pensoso, se vero gli è pure che quella donna mi abbia amato mai. Non veggo però che tu ne abbia fatto assai buon governo, e che molto ti stesse a cuore il decoro di una donna che era, è d'uopo lo confessi, anche a me stata carissima, e forse....

Roberto Guiscardo gittò un sospiro e si arrestò a mezza frase. Guiberto soggiunse:

—Ed anche in questo, col vostro permesso, monsignore, voi prendete fallo. Come ebbi inteso della venuta di Alessandro e del suo cancelliero a Montecasino, compresi di leggeri che tanto contro di voi come contro di me non si sarebbe mancato portare solenni accuse.

—Non occorreva essere Isaia per profetarlo.

—Nè santo per affliggersene. Ma se io, a vero dire, non dormo meno tranquillamente sotto le censure della Chiesa, i miei vassalli non la pensano come i vostri, Roberto. Così che mi misi alquanto in angustie, e confessai ad Alberada le mie dubbiezze. Ella, che voi sapete quanto sia generosa, si offerse rappattumar tutto col papa, meglio col suo cancelliero Ildebrando. Dell'animo di costui ella aveva capito alcun poco là a Cariati, in quella trista nostra dimora. E forse non solo me ella pensava in quel suo proponimento, monsignore, ma altresì voi, voi che parimenti avevate brighe col pontefice.

—Bah! sclama Roberto levando le spalle. Si direbbe, glorioso priore, che tu vorresti regalarmi dei rimorsi.

—Eh! perchè no? i rimorsi sono anch'essi una voluttà per le anime malate e angosciate.

—Allora conservali per uso tuo, susurra Roberto sforzandosi a comporre il viso a gaiezza.

Il priore continua:

—Partimmo dunque divisati da frati. Ella era risoluta dimandare un abboccamento ad Ildebrando fuori del chiostro, sapendo quanto e' fosse sollecito delle regolarità claustrali. Quel disgraziato di Baccelardo aveva guastato tutto. Ildebrando, onde destare dal torpore il pigro Alessandro II, aveva indotto il giovane andarlo a vilipendere di vigliaccheria proprio nel baciamano, e trascinarlo a mezzi di violenza contro di entrambi noi.

—Costui l'avrò dunque sempre tra i piedi, sclama torvo Guiscardo, digrignando i denti, quasi parlasse fra sè.

Guiberto continuò senza far vista di porgli mente:

—Nè messer Ildebrando fece i conti falliti, come sapete. Io che appostava a San Germano seppi di quello sproposito di placito, e scrissi la mia difesa. Del fatto vostro voi già stavate sicuro, sia che non tanto mastro Ildebrando vi aveva sul liuto come me, sia che vi difendeva il principe Gisulfo. Alberada quindi ebbe a presentarsi al placito e far leggere il foglio da me diretto al pontefice.

—Chi le avrebbe creduto tant'animo! mormora Roberto, sempre sopra pensiero.

—L'è vero. Però, voi sapete che succedesse colà, e come sotto pretesto di avere violate le leggi del chiostro ella fosse menata a Roma da Ildebrando per essere giudicata.

—Prete sciagurato!

—Chi sa se solamente sciagurato! riprende Guiberto sospirando. Ma la vendetta mi sta scritta nel cuore, monsignore; e voglia Iddio condannarmi a finire i miei giorni in un lebbrosaio, se non la torrò tale che se ne abbia a menar rumore per tutta Italia. Aspetto solo che ci sbarazziamo da questi ostinati di Longobardi, che poi andrò io a Roma, e in un modo qualunque farò visita a mastro Ildebrando.

—E niuna novella ve n'è arrivata da poi? dimanda Roberto dopo essere restato alcun tempo concentrato. Spero in Dio che non le abbiano fatto vitupero; dappoichè se così fosse, Guiberto, ti giuro per la mia santa corona di duca....

—Che sperate tramutare in quella di re.

—Taci. Ebbene, ti giuro in somma, che neppur io me ne starei indifferente, e l'insulto di una donna normanna sarebbe pagato a peso di sangue.

—Io non so, monsignore, se l'abbiano ingiuriata; solamente vengo assicurato di fermo da quello scimione di Laidulfo, non ha guari tornato di Roma, di avere inteso dire che l'avevan messa a languire nelle prigioni di qualche castello o monistero di là.

—Cosa è quell'aggrupparsi di soldati che corono, lì, verso borea?

—Qualche torneatrice che balla sulla corda, o qualche frate che predica il giudizio finale.

—No, non mi pare. Si affollano di troppa pressa, e tornano addietro troppo malvogliosi. Andate a vedete, Guiberto, e venitemi a raggiungere alle tende dove mi reco.

—Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla nostra volta. E veggo...

—Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai sarà?

—Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.

—Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci menano due frati.

—Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si approssimava.

E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto Guiscardo e risponde:

—Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?

—Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il cavallo per ritornare alle tende del duca.

Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:

—Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno presentati al nostro padiglione.

Ciò detto sprona il cavallo e raggiunge il priore che di male umore era partito.

II.

Man. Dunque i nemici
Braman la pace?
Pub. A Regolo han commesso
D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene,
A pagar col suo sangue
Il rifiuto di Roma egli a Cartago
È costretto tornar. Giurollo.

Metastasio.

Trasportiamoci ora per un momento a Roma.

L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il castellano si volge all'abate e dice:

—Ella è qui.

—Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.

Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.

Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed esclama:

—Senza neppure confessarla!

—Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una mutazione secundum esse spirituale, come dice quel santo padre di Aristotile, e gli occhi di lei...

—Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola. La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.

L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo! Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!

L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e penetrò nelle stanze riposte.

Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma, intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:

—Quante morbidezze!

A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e tremante sclama:

—Ildebrando!

All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio. Finalmente l'uomo soggiunse:

—Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?

—Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no, ribrezzo.

—Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia, giammai scortesia avete ricevuto da me.

—Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il demonio attaccato ai passi miei.

—Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.

—Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me. Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono. V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi, profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica prigionia.

—Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete assai.

—Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.

—Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio sollevare per un istante un velo che solo un uomo sollevò altra volta sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada. Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.

—Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da delirio.

—Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia. Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si potè amare di veemenza maggiore.

—Oh! non mi era dunque ingannata io!

—Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì, favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a vivente che Ildebrando ti abbia amato?

—No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io, fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati, credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi svelaste che mi amavate.

—E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto fatale?

—No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad onta.

—Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.

—Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?

—Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra che la mia.

—Audace giuramento, interrompe Alberada.

—Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada, io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata, io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì, sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni; avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità. Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato. Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare un'esistenza, una forma—e sempre gli dava quella di una donna! Così, una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella della donna!

—E voi siete prete e cardinale?

—Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa orrore.

—Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.

—Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me rinnovellata, e parliamo di altro.

—Meglio così.

—Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?

—Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.

—Per salvarti.

Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando continua.

—Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di pace.

—Mio Dio!

—L'ami tu dunque colui?

—È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.

—Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno, e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori dentro l'anno.

» Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino, confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna, che adesso appunto quel bravo prelato è morto.

—Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.

—Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.

—Ma.... interrompe Alberada.

—Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete fiducia....

—E se si verificasse il contrario?

—Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso. Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?

—Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.

—Donna incredula! non ti basta la mia parola?

—No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero, neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna, sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non attenerlo.

—Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà male.

—Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?

—Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.

Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:

—Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.

—Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.

Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa che a lei si richiedeva, poi dimanda:

—E tornando che cosa mi si riserba, messere?

Ildebrando ristà un istante e risponde:

—La morte.

—Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte senza infamia e vereconda, io giuro.

—Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.

—Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù Cristo.

—Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.

E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel mantello, ed esce.

Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:

—Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso, guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.

—Santo padre, benedicite; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà fatto il vostro volere.

—Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.

Ildebrando era divenuto Gregorio VII.

III.