Title: Il re dei re, vol. 2
Author: Ferdinando Petruccelli della Gattina
Release date: January 16, 2010 [eBook #30996]
Most recently updated: December 5, 2013
Language: Italian
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BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
Stabil. tip. già Boniotti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL'XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. II.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.
Scosse Roma a' sacri allori,
Tenne l'orbe setto i piè,
E di un branco di pastori
Fece un popolo di re.
Il 22 marzo 1073 papa Alessandro II si moriva, e tre giorni dopo, l'unanime consenso del popolo romano, solito per lo innanzi a tumultuare nei comizi dei pontefici, Ildebrando esaltava, col nome di Gregorio VII.
Prima che di quest'uomo singolare parlassimo, e' sarebbe mestieri accennare volando la posizione dell'Europa, della Chiesa, dei costumi e della società dell'XI secolo, e vedere in quale stato ed in quai tempi e' raccogliesse la tiara. Imperciocchè non altrimenti si puote giudicare un uomo, cui la storia non ha per anco ben definito. Ma chi di queste gravi cose si preoccupa non verrà a studiarle in un libro, che arieggia di romanzo, ed in un quadro abbozzato a volo di rondine. Le storie d'Italia, di Lamagna, della Chiesa riboccano di fatti e documenti che questo stato sociale narrano, analizzano, condannano o commentano. Chi poi queste pagine legge per puro sollazzo e dal dramma fiuta, per induzione, l'epoca e gli uomini che facciam loro passare dinanzi, quantunque sentisse di più minuta e seria scienza storica, i dettagli, le date, il complemento degli avvenimenti del secolo, tedierebbe. E' passerebbe oltre. Ora, se questi lettori sfuggono la noia di sapere, perchè mi darei io quella d'insegnare? Riassumo dunque in due linee.
La società era costituita sul tipo feudale. La Chiesa si modellava su questo, ed il vescovo calcava le pedate del conte, il papa quelle dell'imperatore. La società laica e borghese, la città, il contado, cominciavano a scrutinare il dritto della Chiesa e dell'Impero, ed a negarlo. La libertà apriva gli occhi all'alba. Il libero esame del dritto e dei doveri s'installava nel dominio della ragione. Cinque secoli di dolori, di miserie, di vituperii, d'urto di parti, di reciproca negazione di jus, di vicendevole trionfo e vicendevole sconfitta, lo spettacolo di papi nefandissimi e d'imperatori prepotenti, aveano risvegliato la coscienza pubblica. Il dubbio entrava nell'imperio dell'anima. Non che la vertigine fosse nell'ordine materiale. Era il morale, al contrario, che insorgeva e reagiva. Materialmente, almeno in teoria, nelle costituzioni e nelle leggi, tutto era stato allogato al suo posto. Si eran stabilite le dipendenze, i dritti ed i doveri di ognuno eransi fissi; alla società si apriva cammino più spazioso per avanzare senza sregolatezze e senza trambusti. Imperciocchè le rivolture parziali di taluni Stati non interessavano la nazione tutta intera. La società sembrava assisa—sur uno sgabello di ferro rovente o sur un seggio di velluto poco importa—ma sembrava adagiata, costituita, normale, vitale. Un uomo sorse allora.
E' dette uno sguardo all'Italia, e la vide dipendere dall'ingordo dispotismo d'Alemagna, divisa, suddita a padrone a lei straniero d'indole, di lingua, di pensamento. E' dette uno sguardo allo Stato ecclesiastico, e lo vide imbrodolato nella laida e feroce ignoranza dei laici, addetto ad uffici contrari ai canoni ed alla santità del sacerdozio—perchè gli ecclesiastici ambivano il possesso di feudi ed agli obblighi di questi doveansi assoggettare. E' dette uno sguardo alle cagioni che tante miserie producevano; e lungi dal trovarle nell'ambizione dei sacerdoti, i quali non solo non sapevano rifiutare, ma sollecitavano dignità che solamente ai laici addicevansi, le trovò nelle investiture che questi ne davano—vale a dire nella forma non nella cosa in sè stessa. Infine e' guardò la catena delle subordinazioni sociali, e vide che la tiara dipendeva dalla corona, la Chiesa dall'Impero, l'Italia dalla Germania. Tale andamento nelle costituzioni del mondo a quest'uomo non talentò.
E quest'uomo era Ildebrando.
Egli trovava nella Società qualche cosa di abnorme. Vedeva che la forza dominava la ragione, la carne lo spirito. Sentiva un germe di corruzione minare le fondamenta di ogni legge morale e civile. Comprendeva bene questo veleno disorganizzante partire dal pontefice; ma non voleva persuadersi ciò dipendere dal falsar questi i principii del suo ministero; dall'attribuirsi dritti che cozzavano con la santità della carica; commettere opere ed attentati sacrileghi; ambire a poteri illeciti e non consentiti da tutti gli ordini sociali. Non voleva persuadersene Ildebrando, per sostenere che la dipendenza dall'Impero trascinava il pontefice all'enormità dei delitti; che le investiture dei feudi corrompevano gli ecclesiastici. Lungi dunque dal vietare a costoro di accettare più feudi, chè non l'avrebbero obbedito, lungi dal ritornare il papa ai primitivi doveri di sacerdote, senza competenza nelle bisogne secolaresche, concepì il progetto ardimentoso di crollare l'intiero sistema sociale, le costituzioni dell'impero, le leggi dei feudi, e creare un nuovo mondo tutto subordinato ad un potere teocratico, sollevare l'altare sul trono, il pastorale sullo scettro, l'Italia a Lamagna sottrarre, il papa trasformare in monarca.
Ildebrando si accinse all'opera.
Dotato di un animo smisurato per aspirare come Catilina sempre a cose eccedenti, incredibili e troppo sublimi, il suo spirito aveva rinvigorito nel silenzio dei chiostri. E lo aveva rinvigorito col concentrarsi in sè stesso; con l'isolarsi dalle umane passioni, che son pure le umane debolezze; con lo studio ostinato che la mente riscalda come l'attrito riscalda il ferro; con la meditazione che esalta l'intelletto e dà energia alla volontà; con le mortificazioni che addestrano al dominio dei sensi, ed inaspriscono la fibra, nel tempo stesso che sterilizzano il cuore e soffocano la sensibilità. Nel ritiro, nello studio, nella penitenza, il carattere d'Ildebrando erasi fatto cupo, arbitrario, indomabile. Perchè il ritiro gli proibiva qualunque comunicazione con i suoi simili, cui come nemici doveva considerare. Lo studio lo elevava al disopra delle regioni della terra, e gliene inspirava disprezzo, mentre gli dava coscienza della sua superiorità e del suo nobile destino. La penitenza l'inselvaggiva, indurandolo prima contra sè stesso. Inoltre, ruminando sempre sopra un'idea, questa gli si era presentata lucida come chi vede nelle tenebre lungamente permanendovi, gli si era assimilata, l'aveva presente a tutti gli atti della mente e della volontà. Facendo scopo della sua vita sempre un oggetto, non gli sfuggi mai parola o respiro che a quello non fosse diretto; non si mosse che per avvicinarsi a quello, a quel centro attirare gli sguardi di quanti gli stavano a contatto. Non regolandosi che sotto il dominio di un principio, addivenne ostinato nel rimuoversene, violento nel difenderlo, furioso nel vederselo contrastato. Quindi un'eccezione nell'opinione universale, un perno di disquilibri e di guerre. « Quel lusinghiero tiranno » scrive di lui s. Pier Damiano, amico fedele, satellite cieco, strumento divoto di tutte le volontà di lui, « quel lusinghiero tiranno che mi compassiona con cuor di Nerone, che mi liscia a schiaffi, mi carezza con artigli d'avoltoio, il mio santo Satana, e non esagero! è il solo fra quanti confratelli caritatevolmente mi usano compassione e gemono sui mali miei, è il solo a cui torno oggetto di riso ». (Ep., I, 2.)
Ildebrando entrò nella società come il toro entra nel circo. Ogni cosa gli dava molestia, ogni cosa l'offendeva, perchè egli si aveva creato un mondo morale, come Platone si aveva creata una repubblica. Non che egli avesse torto, perchè veramente i costumi ed i sentimenti di quei tempi erano orribili, e chiunque aveva un principio di giustizia e di religione se ne spaventava. Però i più tristi erano gli ecclesiastici. « Essi conducono vita da giudei » scrive s. Pier Damiano (Ep., IV, 9.) « non arrossiscono dell'incontinenza, degli scandali, delle più sozze e laide brutture, non hanno orrore dei sacrilegi e delle rapine de' santuari, di delitti e scelleratezze che gridano vendetta al cielo, perchè da gran tempo sono avvezzi a vergognarsi delle virtù cristiane. Nei loro circoli si odono arguzie a migliaia, bisticci, motti profani, freddure del mondo, e tutti i vezzi del vivere cortigianesco della città, da parerne meglio vanarelli, zanzieri e buffoni che ministri di Cristo. I loro discorsi non si aggirano che sulle adultere pratiche di questo o di quel lussurioso, non si odono che rise sconce, facezie sporche e disoneste, o il rumore diabolico dei dadi. In una parola, ed i vescovi sovra tutti, non curano che acconciarsi il crine a modo di edifizio, coprirsi a pelli di peregrini animali, portar sotto il mento preziose pellicce di martora, che al percuoter dei raggi sfolgoreggiano, ornare a stracarico di squame di oro le bardature dei cavalli, cavalcare robusti destrieri, tirarsi dietro stuolo numeroso di soldati e trabanti; sicchè negli arnesi da svenevoli, nelle amorose smancerie, nel muover degli occhi, nel gesto e nelle parole e' rassembrano compiutamente a istrioni. »
Tanta improba rilasciatezza doveva colpire Ildebrando nel fondo del cuore, perchè egli comprendeva come, per rendere potenti ed autorevoli gli ecclesiastici, bisognasse renderli prima rispettabili. Egli aveva trovata in sè la forza di reprimere le altere richieste dei sensi, di resistere all'andazzo dei tempi. Pretendeva che anche gli altri rinvenissero tanto coraggio, ed in questa austerità di principii si consolidassero. Perchè, una volta rimondati da ogni lezzo profano, potevano bene stendere ardita la mano al potere, ed impossessarsi del governale del mondo. In una parola, egli vide che il secolo aveva tre bisogni: un centro a cui si potessero rannodare le nazioni, da cui sperare giustizia, pace e difesa; un principio di credenze non contaminato da sozzi ministri; una libertà cittadina, che non fosse nè precaria, nè all'arbitrio dei despoti e degli stranieri. Ed egli entrò nella società, dalla rigida vita dei chiostri, con tre propositi: riformare il sacerdozio; sottrarlo dalla subordinazione laicale; constituire il papa re d'Italia, re dei re, protettore dell'universo, onde tutte le nazioni, tutte le città, tutti gli oppressi in lui riguardassero un giudice supremo, al suo tribunale si appellassero. Egli intendeva fare del papa quegli che prima i re poteva giudicare, deporre ed annullare, poi castigare i popoli.
Fornito di un carattere vivo, ostinato, coraggioso, prudente nella condotta e nell'attendere, sagace nel concepire e nel penetrare, pronto nel dedurre le conseguenze delle opere e nel prevenirle, audace nel tentare, duro nel resistere, ardimentoso nel pretendere, altero e vigoroso nel contrastare, attivo nell'agire, scaltro nel simulare e fino ipocrita, Ildebrando comparve sulla scena del mondo. Da prima e' si trovò fuori la sfera, perchè altrimenti l'aveva concepito. Ma, essendo egli una di quelle organizzazioni compiute ed elette nelle quali la natura spiega tutto l'opulento lusso dei suoi poteri, una di quelle tempre che la natura fonde intere e tali da elevare la specie umana onde servir di gradino intermedio tra Dio e l'uomo; mano mano quel mondo conoscendo, adattandovisi, sperando nel lavoro del tempo, cominciò l'opera fatale, che unico l'avrebbe reso nella storia—se un altro uomo del destino, nell'ultimo secolo, non fosse comparso per disputargli la gloria e superarlo di gran lunga.
Alla morte di Damaso II, 1049, Bruno vescovo di Toul, parente e consigliero carissimo di Enrico III, fu eletto papa nel sinodo di Worms. Bruno, recandosi a Roma, passa per Cluny, il giorno di natale, vestito degli abiti ponteficii. Quivi s'incontra nel priore Ildebrando, il quale di tali cose sa dirgli e siffattamente persuaderlo, che Bruno, semplice e credulo, depone le insegne ponteficali, ed in abito di pellegrino si reca a Roma, onde farsi rieleggere dal clero e dal popolo. Ildebrando lo seguì per manodurlo. E' gli fece attraversare a piedi nudi tutta la città, lo condusse dove il popolo ed il clero già trovavasi adunato a cantare il Te Deum, e Bruno, procedendo in mezzo dell'assemblea, parlò:
« Popolo e clero di Roma, noi, per volere dell'imperatore Enrico, nel sinodo di Worms fummo eletti a pontefice: ma, innanzi ai decreti di ogni altra autorità, noi stimiamo l'elezione del popolo e del clero romano, e protestiamo esser pronti a ritornar nella patria, se dai vostri suffragi quella scelta non sarà confirmata. »
Indi favella Ildebrando a pro di lui; ed a suo consiglio, il popolo ed il clero lo riconosce, chiamandolo Leone IX. Ildebrando fu allora creato cardinale suddiacono della Chiesa e proposto del monistero di San Paolo. Di qui ei comincia ad influire negli affari ecclesiastici, e su tutto quanto fa questo pontefice. L'elezione di Vittore II, successore di Damaso, e quella di Stefano IX, che a Vittore tenne dietro, non fu che opera d'Ildebrando, ed a sua insinuazione ogni atto di loro.
Alla morte di Stefano, il conte di Tuscolo briga pel vescovo di Velletri, uomo bestiale e caparbio e delle sacerdotali discipline ignorantissimo, e lo fa ungere col nome di Benedetto X. Ma Ildebrando si reca tosto in Germania, e l'imperatore Enrico, a consiglio di lui, sceglie Niccolò II.
Questo pontefice fu la mano con la quale Ildebrando gittò le prime fondamenta del suo gran sistema, che poscia si elevò a norma di dritto pubblico e di constituzione teocratica. Niccolò II agiva ciecamente e fiducioso sotto i dettami di lui. Infatti Ildebrando l'indusse nel concilio di Laterano a mandare fuori quel famoso decreto che stabilì il modo da tenersi nell'elezione dei nuovi pontefici, conferendone il potere esclusivamente ai cardinali vescovi, la confirma ai cardinali chierici, l'approvazione al clero ed al popolo romano; togliendo così all'imperatore non solamente la facoltà di scegliere, ma il dritto altresì di confirmare l'elezione. Ed Ildebrando lo trascinò a rompersi con Roberto Guiscardo, a scomunicarlo per l'usurpazione di Troia, sognata proprietà dei pontefici, ed infine accordargli l'investitura del ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia—allorchè l'avrebbe conquistata sui Saraceni—con l'obbligo di dodici soldi di Pavia per ogni paio di bovi che arassero nel territorio investito. Scomunica arbitraria, investitura ridicola, perchè si arrogava padronato su paese conquistato ai due imperi, ma che tanto Roberto quanto i pontefici seppero far valere, secondando gl'interessi di entrambi. Niccolò richiese, qual signore diretto del feudo, giuramento di fedeltà, e Roberto giurò di essere ligio alla chiesa romana ed al papa suo signore; di non minacciarne la vita, e non tenerlo cattivo; di aiutare di tutte le sue forze la santa sede per conservare, acquistare, o ricuperare il patrimonio di San Pietro, promettendogli assistenza nel sostenere la dignità di pontefice e governare il principato e le terre dell'apostolo; di non bandir oste contro di chicchessia senza il piacere di lui; di rimettergli nelle mani le chiese dei suoi dominii coi beni e dritti annessivi e difenderli; infine di vegliare alla sicurezza nei comizi dei nuovi pontefici. E sulle basi di questo giuramento, i papi pretesero da poi sempre alla signoria del regno di Napoli!! Ma nel 1061, dopo avere Niccolò II sottratto all'imperatore la facoltà di eleggere il papa e dato alla Chiesa, con l'investitura a Roberto, un esercito ed un capitano per farne eseguire i decreti, si morì. Ildebrando, ragunati i nobili romani ed i cardinali, proclama Alessandro II—mettendo così senza indugi in pratica il decreto del concilio di Laterano emanato da papa Niccolò.
Molti dei nobili, e segnatamente il conte di Tuscolo e quel di Galeria, con grande parte di popolo e di clero, mal sentirono questa elezione senza assenso dell'imperatore. Gli mandarono ambasceria perciò, con una corona d'oro ed il titolo di patrizio di Roma, pregandolo di dar loro un pontefice. In Basilea si accolse concilio numeroso, che dichiarò erronei, ed abolì i canoni di Niccolò II, come contrari alle constituzioni dell'impero teutonico ed ai decreti del concilio di Laterano di Leone VIII, ed elesse Cadolo, vescovo di Parma, col nome di Onorio II. Ildebrando, cui Niccolò aveva elevato ad arcidiacono della Chiesa ed Alessandro a cancelliere, con facoltà di fare quanto mai gli fosse piaciuto, per modo che s. Pier Damiano gli scriveva:
Papam rite colo, sed te prostratus adoro:
Tu facis hunc dominum, te fecit ille Deum—
Ildebrando manda subito un legato ad Enrico con lettere del conclave. Ma il messo non è ricevuto, e vilipeso ritorna a Roma. Anzi, nella primavera, Onorio II, ricco di tesori molti e forte di truppa sì italiana che tedesca, si avvia alla volta di Roma e si accampa a Sutri. Poi, udendo che anche Alessandro faceva preparativi di guerra, leva il campo, ed al 14 aprile si presenta alle porte della città.
Quasi tutto il popolo romano ed i nobili caldeggiavano per Onorio. Alessandro andò ad attaccarlo nei di lui alloggiamenti. Alle falde del monte Oro, i due eserciti, capitanati dai due pontefici, vennero alle prese ferocemente, e quei d'Alessandro, rotti dall'ostinata puntaglia dei nemici, sbaragliaronsi. Se non che, mentre questi godevano della vittoria, sorpresi dalla contessa Matilde e da Goffredo di Toscana con truppa fresca, sono investiti da tutti i lati, e travolti in fuga. Onorio II si ricovera a Parma; ed Alessandro, minacciato dai suoi nemici di Roma, recasi a Lucca. Enrico convoca allora due concili ne' quali Onorio non comparve; ed Alessandro ed Ildebrando seppero dire di tali umili e peritose ragioni, che Alessandro fu riconosciuto.
Questo pontefice si abbandonò interamente ad Ildebrando. E questi lavorò sempre di alacre attività onde dar vita al suo sistema, nell'opinione dei popoli radicarlo, metterlo in opera per fatti. E perciò si avventurò fino a citare l'imperatore Enrico a dar conto di sua condotta innanzi al tribunale di San Pietro. Infine nel 22 marzo 1073 Alessandro si muore.
Il tempo era giunto. Ildebrando aveva gittate le basi della sua politica, nell'età era maturo. Morto appena il pontefice, col darne novella al popolo, intima digiuno di tre dì e preci pubbliche onde invocare lo Spirito Santo. Spirati i tre giorni, cardinali, prelati e clero processionalmente si recano al Vaticano, dove il popolo si ragunava già pei funerali del papa. D'improvviso, alquanti amici di lui, nel religioso silenzio della turba, gridano: Ildebrando è l'eletto di s. Pietro, il designato vicario di Cristo! E salito al pergamo il cardinale Ugo Candido, allora suo amicissimo, ne spippola lussureggiante panegirico. Il popolo risponde ad eco ai partigiani d'Ildebrando. Immediatamente gli addossano la porpora, gli porgono fra gl'inni e gl'incensi il camauro, e nella chiesa di San Pietro celebrano i riti dell'esaltazione. Compiuta la cerimonia, i sacri araldi gridano:
—I diaconi, i vescovi ed i cardinali elessero l'arcidiacono Ildebrando in pontefice, gl'imposero nome di Gregorio VII, e vogliono ch'egli sia supremo signore di Roma, padre e giudice della cristianità. Collaudate, o Romani, l'elezione dei cardinali? »
Il popolo grida: Collaudiamo!
I vescovi di Lombardia e di Lamagna, che per le simonie, i baratti, il concubinato e le sregolatezze d'ogni maniera contro i sacri canoni, avevano a temere del carattere rigido ed inesorabile d'Ildebrando, si recano allora all'imperatore Enrico e lo supplicano che annullasse un'elezione fatta in onta dei diritti imperiali e delle costituzioni, e che non patisse l'insolenza dei Romani, i quali si volevano sottrarre al suo padronato. Enrico, anch'esso irritato, manda infatti a Roma Eberardo di Nellenburg, perchè interrogasse il popolo ed i cardinali dell'insubordinazione ai dritti dell'Impero, e, rilevata l'irregolarità dei comizi, scacciasse Gregorio, ed eleggesse altro pontefice. Giunto a Roma Eberardo, Ildebrando raccoglie il clero ed i deputati del popolo. E dinanzi a quelli per tal modo s'infinge e si scusa, che sue rispettose parole da Eberardo riportate all'imperatore, Enrico, che cuore generoso e pieghevole aveva, si chiama soddisfatto della sommessione di Ildebrando, ed ordina al vescovo di Vercelli, cancelliero dell'Impero in Italia, che celebrasse la cerimonia dell'esaltazione. Per lo che nel 1074, il dì della Purificazione, Ildebrando è prima ordinato sacerdote, indi eletto pontefice.
Una sera, dopo aver Gregorio passata la giornata a spiccar legati per tutto l'orbe cristiano, a scrivere di quelle sue lettere piene di semplicità e di schiettezza le quali fanno mirabilmente a calci con la sua storia violenta, appoggiato ad un verone del palazzo Laterano contemplava il cielo, pel quale si andavano sfioccando bianche nuvole come falde di neve. Egli, infermo da tre settimane, non aveva potuto intendere ad affari, nè i suoi amici avevano permesso che alcuno gli si avvicinasse onde non intristirlo con isconfortevoli novelle. Ora, compiutamente riavutosi, ripigliava le redini dell'universo, e ad ascoltarne i casi e le vicende si apprestava. Un camerario gli annunzia il cardinale Ugo Candido, legato nelle Spagne, che, reduce, cercava rendergli conto della missione.
Ildebrando fa cenno della testa che entrasse, ed in piedi come stava, le braccia incrociate sul petto, l'accoglie. Il cardinale entra, e dice:
—Santo padre, il conte Evoli di Roucy, il guerriero della Spagna, ha accettato di conquistare alla Chiesa le terre d'Iberia sopra i Mori, e si è fatto investire del paese come feudo ponteficio, promettendo pagarne i tributi. Ma gli altri signori spagnuoli, a cui ho fatto mostra del vostro breve, sono restati orrendamente scandalizzati dalle parole di questo, che voi, in forza dell'autorità dell'apostolo, proibivate loro di combattere i Mori, se alle condizioni del conte di Roucy non si sottomettessero (Ep., VII, 1). Essi han perciò risposto: che pugnano e pugneranno mai sempre, finchè si tratta di liberare la penisola dagl'infedeli; ma che intendono ciò fare per loro solo utile, gloria ed interesse: che la Chiesa non può vantar dritto sulla conquista, perchè mai la Chiesa non ha mandato nè un soldo, nè un fante per combattere i Mori: e che, infine, gli è sogno di ebbro o di matto il dritto della santa sede alla sovranità della Spagna. Dappoichè nel 701, nel concilio di Toledo, il re Witiza dichiarò sè ed il popolo spagnuolo indipendente dalla santa sede, e con decreto proibì a tutti gli abitanti delle Spagne qualunque segno di ossequio alla chiesa di Roma.
Gregorio stette ad udire l'ardita risposta degli Spagnuoli, per gli storici giustissima, per lui sediziosa, e dopo alquanto di silenzio dimandò:
—E voi, cosa avete risposto voi a quei ribelli, messer cardinale?
—Io mi son taciuto « disse il cardinale », dappoichè, santo padre, quivi non si trattava ribattere parole con parole, ma distruggere fatti. Ora e' dà segno di stoltezza chi contro l'evidenza dei fatti osa pugnare.
—Sta bene « risponde Gregorio severamente »; ritiratevi dunque, ser cardinale, poichè m'avvedo che voi v'intendete meglio di donne che di canoni.
Il cardinale Ugo Candido, uomo dottissimo ma ecclesiastico come tutti quelli d'allora, vale a dire punticcio in fatto di donneare, ed inoltre superbo e violento, guarda il pontefice di maniera corrucciata, poi facendo un passo indietro ed un gesto di disdegno, soggiunge:
—Mi ritiro, santo padre: ma vi ricordo che Ildebrando non mi parlò così il giorno che mi sedusse, e lo feci mutare in Gregorio VII.
E Gregorio perdette un altro amico.
Il camerario fa noto poscia al pontefice che Costantino, arcivescovo di Torres, legato nella Sardegna, dimandava anch'esso inchinarlo. Gregorio ordinò che entrasse.
—Santo padre « dice l'arcivescovo », ho recate le vostre parole e le vostre lettere ai Giudici della Sardegna, i quali meglio se ne chiamerebbero i re. Le mie persuasioni ho aggiunte per piegarli a riconoscere la loro isola quale immediato dominio della santa sede e feudo antico della Chiesa. Ma essi mi hanno dato sulla voce, han gridato all'insidia, e mi han cacciato dal paese, covrendomi di vituperi.
Gregorio resta ancora un momento a considerare, poi risponde freddamente e secco, senza di alcun modo spiegare il suo pensamento:
—Ritiratevi.
Il camerario annunzia Umberto, vescovo di Lione, commissario ponteficio nella Francia.
—Santo padre « parla il vescovo », ricevuta la vostra lettera e la bolla pei vescovi della Francia, mi son condotto a quelli di Reims, di Sens, di Bourges e di Chartres onde partecipar loro le minacce di vostra beatitudine, ed esortarli a lasciare gl'impuri traffichi ed i baratti illeciti, e vivere da sacerdoti anzi che da soldati e cacciatori nelle crapule e nelle orgie. Essi però, santo padre, mi han risposto: ch'e' si sarebbero tolti dalla simonia e dal concubinato quando tutti gli altri ecclesiastici del mondo cristiano avessero fatto altrettanto. Poi sono andato a Macon per persuadere l'arcidiacono Landri che, essendo stato eletto vescovo di quella chiesa dal clero e dal popolo, non poteva il re Filippo pretendere pagamenti d'investitura, ed impedire la consacrazione. Per lo che, esigendo l'onore della Chiesa ch'ei fosse vescovo di Macon, si lasciasse consacrare senza paura, se non volesse esservi costretto dal rigore dei canoni. Landri infatti si persuase. Ma essendo entrati nella basilica per cominciare le funzioni, i balestrieri del re ce lo inibirono; e non lo avrebbero permesso mai, se Landri non avesse pagata la somma richiesta. Landri però è stato unto vescovo.
La pallida faccia di Gregorio si arroventa. Convulso nelle labbra, accennava già a violento scoppio, e qualche cosa in fatti fra sè medesimo mormora; poi, tutto ad un tratto si calma, e dice anche al vescovo, come aveva detto ai due precedenti:
—Ritiratevi.
Allora il camerario annunzia Sigofredo arcivescovo di Magonza, il quale veniva di Lamagna onde riferirgli di gravi cose. All'udir di costui, Ildebrando, come se stimasse doversi far trovare in attitudine più autorevole di quello starsi addossato ad una finestra, si asside avanti ad un tavolo gremito di pergamene e codici di Santi Padri, ed ordina che fosse introdotto. Sigofredo si reca a baciargli la mano, indi parla:
—Padre beatissimo, unitamente ai vostri legati presentammo a Nurimberg all'imperatore Enrico i decreti del concilio che vostra santità tenne a Roma. L'imperatore li riconobbe, benchè di mala voglia, e solamente per condiscendere a sua madre Agnese, che con noi lo veniva a supplicare. Allora gli richiedemmo che lasciasse convocare nelle terre dell'impero un sinodo, onde, a nome di vostra beatitudine, deporre i prelati contaminati di simonia e di lussurie. Col monarca erano i vescovi di Strasburgo, di Spira, di Bamberga, di Augusta, di Wurzburg, di Brema e di Costanza—che sono appunto i più grossi baroni di Germania ed i principi più potenti dell'Impero. Alla dimanda, questi cominciarono a mormorare, ed a reclamare ad Enrico; ed egli per cavarsi d'impacci, ordinò a Liemaro di Brema di risponderci. Allora questi schiettamente favella: « Il dritto di convocare concilio nelle dipendenze della Germania appartiene esclusivamente all'arcivescovo di Magonza. I legati pretendono cose contrarie alle constituzioni ed ai canoni, non si debbono dunque ascoltare ».
Noi allora interdicemmo a lui il ministero di vescovo; e quello di Bamberga, convinto già di aver compera l'investitura, sottoponemmo alla pena della deposizione, se non si fosse provato innocente avanti al tribunale di Roma. Pubblicati i decreti del concilio, tutto il clero di Lamagna si leva a rumore, per ogni chiesa nascon tumulti. Noi allora indicammo un sinodo ad Erfurt, dove, essendo convenuti moltissimi, esponemmo gli ordini della santità vostra. Allorchè l'empio vescovo Ottone di Costanza, sorgendo come forsennato, si espresse in queste sentenze:
« Gregorio VII è un insensato! Gregorio VII è un ignorante, il quale non sa quel che si chieda; sono assurdi i suoi decreti. Sta scritto nel Vangelo: abbandona padre e madre, ma la tua donna non abbandonare: il secondo degli ottantaquattro canoni degli apostoli ordina: vescovo, prete, o diacono non discacci la moglie sua col pretesto di religione: ed il 39.o non usurpate la roba del vescovo, avendo egli moglie, figli, cognati e servi. Innocenzo I inoltre, nell'epistola 17, rimprovera i vescovi perchè promovessero al vescovado mariti di vedove: il capo 22 del concilio di Nicea esorta, non essere conveniente agli ecclesiastici lo scacciar la moglie; e s. Paolo nelle lettere a Timoteo comanda: che bisogna il vescovo fosse irreprensibile, marito di una sola donna, pudico, buon massaio di casa, e che avesse figli ben subordinati e casti; ed i diaconi, mariti di una donna sola, buoni custodi dai loro figli e delle loro case. Cosa dunque pretende codesto eresiarca di Roma? S. Paolo stesso ha altresì ordinato che: chi non può contenersi si ammogli, perchè val meglio ammogliarsi che ardere; tutti gli antichi Padri della Chiesa per tal modo si condussero. Che perciò, se Gregorio VII si ha fitto in pensiero di volere che fragili mortali vivessero da angeli, arrestando il corso ordinario della natura, Gregorio VII di sua mano vuole aprire la strada alla fornicazione, e sostituire alla santità delle nozze la nefandità di una libidine randagia e senza vergogna. Gregorio VII è dunque un uomo senza pudore e senza criterio morale. Noi quindi amiamo meglio rinunziare al sacerdozio che al matrimonio, vogliam piuttosto incorrere nell'interdetto che abbandonare le donne. Il papa perciò cerchi pure dei cherubini per guidare il gregge di Cristo se di noi è malcontento, imperciocchè tutti, per bocca mia, qui vi giurano, Sigofredo da Magonza, che giammai recederemo dai venerandi usi dei nostri antenati per secondare le voglie impure e tumultuose di lui ».
« Alle quali parole, santo padre, tutti levatisi a rumore gridarono:
—Vogliamo le mogli, vogliamo le mogli: Sigofredo ha meritata la morte; uccidiamolo, onde serva di esempio ad ogni altro che, col pretesto di religione, venisse a diffamare gli ecclesiastici e le donne loro ».
« E dalle parole passando ai fatti, ebbimo appena campo di ripararci ad Heiligenstadt e fulminare interdetto contro i perturbatori del sinodo.
—E poi? « dimandò Gregorio » cosa avete fatto di poi, messer arcivescovo?
Sigofredo lo guardò in volto onde comprendere chiaro che mai volesse dire, indi soggiunse:
—Nulla, santo padre, se non che partirci per venirvi a render conto dell'esito della nostra legazione. E siamo qui da due settimane.
—Arcivescovo di Magonza « severamente risponde Gregorio alzandosi da sedere » tu hai delusa l'aspettazione di s. Pietro, e ti sei mostrato tutt'altro di quello che il pontefice ti aveva creduto. Ritirati, e non lusingarti di trovar più fiducia in noi. Anzi, pensa alla giustizia del sinodo che sarà congregato per giudicarti; perchè troppo dalle tue parole e dalla tua codarda condotta abbiamo compreso parteggiare anche tu pei ribelli.
Sigofredo di Magonza, in cuor suo non tranquillo, abbassa il capo, ed uscito, in quell'istante istesso riparte per l'Alemagna.
Il camerario annunzia in seguito il principe Baccelardo.
—Santo padre « sclama Baccelardo entrando » santo padre, Salerno è presa dai Normanni.
A questa notizia Gregorio percuote del pugno la tavola e grida:
—E tu, neghittoso, tu vieni a portarcene vergognosa novella?
Baccelardo fa un balzo come percosso d'improvvisa contumelia e fissa il papa di sguardo superbo e collerico. Poi dopo un minuto di silenzio:
—Sì, ser papa « animosamente risponde » io posso bene portarvene la nuova, dopo aver combattuto come guerriero, ferito Guiscardo, e ceduto al numero. Disdicetevi dunque di codesta parola di neghittoso che mal mi si adatta; e se il cuore vi punge la sorte della misera nazione longobarda e di me, provvedete, e sollecitamente, energicamente provvedete.
—Sta bene « sclama Ildebrando » ritírati.
All'uscire di Baccelardo, senza essere chiamati, l'abate di Cluny ed Alberada si presentano. Alla loro vista Gregorio spalanca gli occhi, e dopo averli squadrati un momento, senza aspettare che parlassero, corrugando la fronte in modo accigliato, dimanda:
—Ed il priore?
—Il priore è fuggito « risponde Alberada con fermezza. » Ed io—io Alberada moglie di lui, rammentando il giuramento di Ildebrando nel castello di Cariati—io gli detti questo consiglio.
—Ah! « sclama Gregorio mordendosi le labbra e convellendosi nella persona per reprimersi » tu dunque gliene davi il consiglio? Ben facesti, Alberada, concubina del priore di Lacedonia, ben facesti. Appartatevi dunque; e tu abate di Cluny, fa perchè si rechi qui il castellano della Mole d'Adriano.
I due legati escono, ed il camerario introduce Gisulfo principe di Salerno. Gregorio lo riconosce, e cangiando voce e sembiante ad un tratto gli parla:
—Confortatevi, messer principe. Iddio che fa la piaga la medica. Sappiamo di vostre sventure: l'oro si prova col fuoco, gli eletti con le tribolazioni. Confortatevi, che noi provvederemo. Potete intanto ritirarvi.
Gisulfo a tanto freddo ed insultante conforto arde di dispetto e negli occhi scintilla, indi amaramente soggiunge:
—Sì, santo padre, mi ritiro—e mi ritiro dopo aver conosciuto appieno il valore dei soccorsi della Chiesa. Gli è bene però che sappiate ancora voi, sire papa, che Roberto Guiscardo non solamente ha tolti gli Stati a noi, ma in questo momento, in questo momento proprio invade il patrimonio di San Pietro, occupa gran parte delle Marche, e cinge d'assedio le mura di Benevento. Addio—conforto per conforto!
E sì dicendo, senza fargli cenno alcuno di veneranza, parte. Gregorio gli manda dietro uno sguardo lento e ghiacciato, poi mormora:
—Imbecille! occupa le Marche! assedia Benevento! Ah! questo ladrone normanno è dunque ben fermo a non lasciarsi mettere il giogo dai pontefici? E la vedremo, bel duca, la vedremo, per dio! chi di noi giuocherà posta più soda, e se tu ti stancherai prima di ribellarti, noi di metterti il piede sul collo.—La vedremo!!
Il camerario entra allora novellamente e consegna a Gregorio una lettera capitata in quel punto di Lamagna, riferendogli nel tempo stesso che il castellano della Mole di Adriano stava fuori. Gregorio rompe il nastro della lettera e legge
« Fratel caro, perchè mi è noto che le mie fortune ti recano gioia smisurata, quanto l'amore che mi porti, ti partecipo che la munificenza di Enrico IV mi ha eletto arcivescovo di Ravenna. Egli rise assai, allorchè mi gli presentai a Goslar, e gli raccontai della caritatevole trappola, cui mi avevi tesa con quel fedel duca di Puglia e quel bietolone di abate di Cluny. E ne rise tanto, che, per tener lieto ancora te, ed addolcire il dispiacere di non avermi avuto vicino, ha, per vezzo, tramutata la mia povera prebenda di priore in quella di arcivescovo—a cui voglio farti vedere come saprò fare onore; ed ora mi metto in viaggio per alla volta di Roma, onde tu possa fraternamente abbracciare il tuo amorevole e rispettoso fratello.
Guiberto—olim Priore di Lacedonia, nunc Episcopus Ravennatis ».
A questa lettura Ildebrando rimane come stordito. Per un pezzo guarda il suolo fitto fitto e convulso calca sul tavolo le polpastrella delle dita, poi tutto ad un tratto lo percuote del pugno, si leva in piedi e grida:
—Sire Cristo! gitterò le tue chiavi nel Tevere se non mi lasci punire questi ribaldi che si prendono giuoco di me. Dovessi soccomberci, dovessi perire, dovessi rinnegare la fede e dare l'anima mia a Satanno, gl'imperadori di Lamagna non investiranno più vescovadi ad alcuno; di Guiberto e di Enrico mi vendicherò.
E sì dicendo dava un passo per uscire, allorchè vede il camerario, quel Giovanni che fu poscia vescovo di Porto e tanto temerario e feroce, aspettare ancora gli ordini suoi. Ildebrando si ricorda del suo comando, si rimette, e dice:
—Fate entrare il castellano.
Esso comune saggio
Mi fece suo messaggio
All'alto re di Spagna
Ch'era re d'Alemagna.
Il domattino gli araldi invitavano quanti cardinali, vescovi ed abati si trovassero dentro Roma per assistere ad un sinodo che il pontefice riuniva nel Vaticano.
Intanto Ildebrando aveva lavorato tutta la notte, ed ordinato a molti legati tenersi pronti a partire, sull'istante medesimo che quello sarebbe terminato, onde propagare nell'orbe cattolico i suoi voleri. Le notizie della sera antecedente lo avevano riscosso un momento. Poi si era ricalmato, e con una lucidezza di mente, che partiva da intima convinzione del suo dovere e dell'altezza del suo ministero, a tutto avea posto pensiero di provvedere. Doveva aprire l'uscita a novella vita nei secoli; doveva annullare gli ultimi avanzi degli usi e delle costituzioni dei vecchi tempi; al mondo far sentire la forza d'un nuovo codice, il quale primamente tutti gli arbitrii e tutti i poteri del dominio laicale rovesciava, indi ai cittadini restituiva un simulacro di libertà. Il pensiero era generoso, grande, originale: e perciò appunto senza violenza non potevasi manifestare. Segnatamente, che il carattere dell'uomo il quale l'aveva concepito era tenace, e si cacciava nell'aringo sicuro della pienezza delle sue forze, convinto della giustizia della causa, non ignaro dei tempi e degli uomini con cui scendeva a misurarsi, ed in Dio confidente. Perchè Ildebrando, se fu stimolato da ambizione, e fortemente lo fu perchè uomo e potenti sentiva le passioni, nel fondo del cuore caldeggiava di fede smisurata, e le vie di Dio giammai perdeva dello sguardo.
Il concilio si tenne—uno dei più forti e più fatali concili.
Però, come fu terminato, e sanciti que' canoni che gli uomini della Chiesa liberavano da qualunque subordinazione laicale ed alla purità dei primi sacerdoti li richiamavano, sciame immenso di legati e d'inquisitori traboccò per tutta Europa onde ad ogni città, ogni borgata, ogni vescovo, ogni pievano, ogni suddito fossero manifesti i concepimenti di Gregorio; lo stato delle chiese dell'orbe cattolico riconosciuto ed a lui rapportato. Essi dovevano inquirere sulla condotta dei preti ed a vita novella avviarli; sospendere i tribunali e le loro pendenze appena arrivati nei paesi, ed e' giudicare; ogni autorità piegare alla venerazione del pontefice; lo stato, il pensiero, i desideri, i bisogni, le querele, le gioie, la fortuna di ogni cristiano a lui significare ed a lui sottomettere; le città ed i castellani d'Italia chiamare a collegarsi per rompere qualsiasi vincolo di dipendenza dall'impero, ed il papa riconoscere capo della federazione, a danno di tutti i poteri. In una parola, gl'inquisitori che per tutte le terre d'Europa Gregorio spandeva dovevano spargere le sue dottrine; tenerlo istruito dei progressi del suo sistema; multiplicarlo; farne sentire il potere e la presenza; e quindi metterlo a caso di sapere quai passi potesse dare ancora, dove ammonire, dove fulminare.
Baccelardo era stato spedito nella Germania all'imperatore che allora teneva corte a Worms.
Sul cader di una sera, egli viaggiava stanco di aspra giornata ed affamato, mentre andava considerando le diverse vicende di sua vita. Il cavallo, colle redini allentate sul collo, gli teneva dietro, mansueto, affaticato non meno del padrone. Il nobile animale toccava di tanto in tanto le spalle di Baccelardo quasi avesse voluto dirgli: Monta su dunque, non divenir lasso maggiormente! E col fiato lo andava riscaldando, perchè spirava rovaio tagliente, e qualche raro fiocco di neve, come mosca bianca, aliava per l'aria e cadeva. Baccelardo però, o che volesse rispettare il generoso corridore coverto di bardatura di ferro e di cuoio, o che per il freddo gli tornasse utile il camminare a piedi, non rispondeva alle carezze del cavallo che con uno zufolare un'aria di caccia, o tutto al più con un: Animo Licht! due passi ancora, ed uno buono strame ed una grossa misura di biada tutto accomoda.
Indi considerava tra sè:
—Povera creatura! è stata sfortunata anche essa! I suoi antenati a servire i signori d'Altavilla ed i loro potenti figli; ed essa ad accompagnarsi meco di tutto diseredato, anche di amici, ad essermi compagna in tanto peregrinare, in tanti perigli, sovente anche digiuna. Ma andiamo, Licht, le cose forse cambieranno. Questo pontefice, che è tanto potente in parole, non ha saputo far niente per noi, perchè i pontefici apprezzano meglio un chierico, il quale biascichi due parole latine, che un nobile animale come te. Staremo a vedere che saprà fare questo matto d'imperadore. Veramente i saluti che gli porto non sono mica i meglio graditi. Ma la Dio mercè ho capito che oggi, in questo guazzabuglio d'interessi, bisogna che ciascuno pensi a sè. Io non sono assoldato con Ildebrando. Quando avrò compiuta fedelmente la commissione di lui, nessuno m'impedisce che non mi raccomandi un tantino ad Enrico. A lui piacciono coloro che menano le mani con l'aiuto di Dio, ed io mi son pane pei denti suoi. Del resto io mi trovo anche bene agli scialacqui della sua corte; perchè, dopo tanti stenti, un po' di crapole non mi dovrebbero mandare all'inferno. Iddio è tanto misericordioso! Ad ogni modo, mio bravo Licht, spero bene che per stasera non ci abbia a mancare un osso a rosicchiare ed un fiasco da spartirci fraternamente. Eh! arricci il muso? sei ghiotto di carne come un abate. Sta queto dunque che non te ne mancherà, vah! non ci fosse altro che da tagliare le lacche all'ostiere.
E così, parte discorrendo, parte pensando, si avvicinava ad un villaggio ai pie' del San Gottardo; allorchè, da dietro alcune casipole dirupate, vide uscire un gruppo di giovanette stranamente vestite, tutte scollacciate, e prodighe di vezzi e di daddoli avviarsi alla sua volta. Le quali, appena gli furono presso, si aprono, e mettendoselo in mezzo e prendendolo chi dalle braccia, chi dai panni, con gazzarra alta, cortese, e mista a sorrisi, gli diceano:
—Venite, bel signore, venite alla festa, venite all'allegria.
Baccelardo, stupefatto di quell'apparizione e da quell'invito, par fuor del secolo, nulla comprende. È però a tempo a gridare al suo cavallo: Quieto Licht! Perchè questo, vedutosi pigliar dalla briglia, già sbruffando schiuma ed arroventando gli occhi, si alzava sulle zampe di dietro per cacciarsi sotto quelle briose creature. Alla voce del padrone il cavallo si assoda, e quelle fanciulle, che dalla paura si erano sbrancate, si arrotano novellamente a lui, ed azzeccandosegli alla persona, ripetono:
—Ma non sareste voi per avventura un buffone, o signore?
—Il diavolo che vi porti, quelle pettegole!
—Non sareste voi per sorte un suonator di ribeba, un suonator di cornamusa, un istrione, un menestriere?
—Io non son niente di tutto codesto. Apritemi il varco ed andate all'inferno.
—Allora venite, venite chiunque voi siate. Racconterete i vostri viaggi, una storia di paladini o di maghi, una storia dell'orco e delle streghe di Benevento: venite a rallegrar monsignore—venite, damigello.
—Io non so nulla di codeste storie, le mie donnine! Che streghe, che paladini? Io sono un povero cavaliero, ed ecco tutto.
—Da bravo—venite dunque, bel cavaliere, venite alla cena di monsignore.
—Ma al nome di Dio! « sclama Baccelardo » non sareste voi per avventura delle fate che vorreste condurmi in un castello incantato, o spiriti maligni che, contraffatti in sembianze tanto venuste, ambireste tirarmi in trappole infernali per caparrarvi l'anima mia?
Quelle ragazze, ad uno scongiuro così peritoso, scoppiano in iscroscio di riso più pazzo ancora, e facendogli in certo modo violenza, se lo menano gridando:
—Non temete, bel cavaliere, noi siamo donne, pronte a darvi anche un bacio per convincervene, a farci la croce, a nominare Gesù e Maria. Venite con noi. Monsignore non sa cenare solo perchè si annoia, e ci ha messe alla posta per condurgli degli ospiti. Venite dunque, bel cavaliere, venite, se Iddio vi aiuta! a bearvi della presenza di monsignore.
Baccelardo, che dal viaggio si sentiva affranto e dal digiuno stimolato, al lusinghevole invito non sa resistere, tanto più che già toccava le porte di quel barone.
Segue quindi le donzelle, ed esse si dileguano cantando:
Il cavalier dall'armadura nera
Prode in gualdane, od in levar falcon,
Sa alle dame slegar la giarrettiera,
Sa cantar la sirvente ad un veron.
Calate il ponte, in su la saracina,
Ch'egli viene a veder la sua regina.
La meschinità del villaggio non aveva fatta trovare ai forieri che precedevano il viaggio di quel magnate casa degna di sua signoria. Luride, nere, affumigate, senza vetri alle finestre, i tetti di legno, le porte sdruscite; che potevano promettere di buono fuori di un ricovero per vassalli, da Dio destinati al sudore della fronte onde far vivere lauti e sfoggiati i potenti della terra ed e' morirsi di stento? Avevano perciò drizzato bel numero di ricche tende intorno al ricchissimo e vasto padiglione del padrone, sì che il tutto sembrava un accampamento più grosso del villaggio stesso. Una folla di palafrenieri intendeva al governo dei cavalli; canettieri e falconieri curavano alimento e ricetto di quelle bestie strepitose; guatteri, cucinieri, damigelli, servidori di ogni maniera ivano e tornavano portando scorte, acqua, carne, vino, legne e mettevano tutto a rumore, tutto empivano di strida; scudieri, paggi, uomini d'armi che cercavano quartiere e provvisioni; mulattieri che cospettavano non trovando pronte le stalle per animali affatigati dal carico e dal cammino; borghesi che pensavano a barattare roba d'ogni genere e d'ogni verso, e piativano pagamenti da soldati tedeschi che non intendevano o fingevano non intendere l'italiano; tutta la gente del borgo accorsa per dare aiuto e per rubar qualche cosa, per curiosità e per guadagno; poveri, lebbrosi, zingari, buffoni che stuzzicavano quell'accozzaglia e speculavano per la folla; donne d'ogni età, pessimamente e bene acconce, laide e bellissime, vereconde e sfrontate, che tentavano chierici e frati in gran numero mescolati fra genía tanto misticcia, e li sollecitavano di benedizioni e di vezzi; cantarini che spippolavano la cantilena d'Orlando, e ballate piene d'insolenti buffonerie; istrioni che si contorcevano in quante contraffazioni possa esser capace la mobilità dei muscoli della faccia umana; musicanti che ripassavano le arie favorite, e tutto insieme un rumore così bizzarro ed assordante che eravi da perder la testa. La massima parte di quella gente, molto sopra il migliaio, stava a servigio di monsignore, ben messa, pulita, con eleganza e con gusto: altri molti si trovavan quivi, essendovi fiera a causa della festa del santo protettore del villaggio.
Le maestre di cerimonie presentarono l'ospite ghermito al maestro di palazzo di quel barone, il qual maestro di palazzo sedeva appositamente avanti la porta della tenda onde dar provvidenze e comandi, assegnar posti, distribuir danaro ai sott'uffiziali della casa, affinchè niuno rimanesse dimenticato. Il maestro di palazzo accolse di assai gentil garbo Baccelardo, raccomandò il cavallo ai palafrenieri del signore, e lo introdusse nel padiglione perchè potesse gustare dei primi ristori.
Baccelardo si trovò in uno spazio quadrato di trenta piedi, nel cui mezzo già avevano imbandita la mensa coverta di coppe e di vasoi d'oro e d'argento. Attorno attorno credenze magnifiche cariche di vasellame e di vivande. Ad un angolo, un camino con fuoco acceso vicino a cui novellavano parecchi signori sì ecclesiastici che secolari. Il maestro di palazzo presentò quel cavaliere, come aveva presentato altri ospiti, senza domandargli il nome, sendo ciò contrario alle regole dalla cortesia d'allora, equivalendo in certa guisa alla misura del favore con che bisognava accoglierlo. I signori quivi radunati salutarono officiosamente Baccelardo, sulla di cui fronte maestosa e negli occhi arditi si poteva leggere la nobiltà del legnaggio ed il valore, e gli fecero posto al fuoco di cui il viaggiatore non avea men bisogno che del cibo. Allora il maestro delle cucine venne ad annunziare al maggiordomo delle credenze che tutto era all'ordine sicchè potevasi cornar l'acqua. E questi, che fino allora si era tenuto impiedi al capo della tavola per far tutto disporre, dopo aver lento lento girato intorno e veduto che ogni cosa andava appuntino, pone mano allo zufoletto di avorio appeso al collo e suona. I valletti dispersi nel padiglione per ordinare il bisognevole dell'alloggiamento accorrono subito e si attelano ai lati della tavola. E come si furono disposti, il maggiordomo suona lo zufoletto di nuovo, e due araldi, sollevando una cortina di velluto a stemmi, che faceva da portiera, gridano:
—Castellani, leudi e baroni, fate riverenza a monsignor arcivescovo di Ravenna.
Ed i cavalieri e gli ecclesiastici, schierati in due file, lo salutano profondamente. Indi i valletti tolgono le brocche ed i bacini d'argento dalle credenze e danno l'acqua alle mani. Dopo ciò, ciascuno si siede al suo posto. Ora, quale non fu la sorpresa di Baccelardo quando, al lume sfolgoreggiante degli odorati doppieri, in quel possente principe riconosce Guiberto, il priore di Nostradonna di Lacedonia? Stette lì lì per darsi a conoscere. E forse l'avrebbe fatto, se non si fosse avveduto che Guiberto, sedendogli di fronte, aveva dovuto già ravvisarlo.
Intanto si comincia il lauto banchetto. Io non lo descriverò per minuto, perchè fastidioso ai miei leggitori potrebbe tornare altrettanto che ai commensali dell'arcivescovo tornava saporito. Ricche, squisite, profuse furono le dapi, stupendi i liquori. Pesci che nuotavano in brode come se fossero vivi e nel loro primitivo elemento: cacciaggione servita con tutte le penne, le quali, al primo tocco dello scalco, cadevano di dosso ed ammirabilmente cotta rinvenivasi: pasticci a foggia di rôcca, con barbacani e baluardi, ciascuna torre rimpinzata d'intingoli diversi, i fossati ricolmi di liquori e salse; la quale rôcca Saraceni, vestiti di fulgide vesti, assediavano, difendevano cavalieri armati di ferro: un cinghialetto irsuto del pelume, sì che sembrava vivo, e che, all'aprirsi, rovesciò il cuoio e mise fuori pesciolini, pasticcetti, camangiari, torte, tartufi ed altre di quelle leccornie che tanto ambivano i prelati-baroni d'allora, stracarichi di ricchezze e di volontà di ben vivere, e che tanto scandalizzano quel bizzarro ed iracondo uomo di s. Pier Damiano, da cui attingiamo molti dei costumi di quei tempi. Nulla dico poi dei preziosi vini, e delle bacchiche canzoni dei canterini, e delle musiche dei suonatori, e delle smorfie ridicole degli istrioni, e dei bei motti dei buffoni i quali sovente, per far ridere monsignore, delle vivande imbrattavano il volto ad uno scemo pievano chiamato San Gaudioso, gli mettevano in capo una testa d'asino, lo solleticavano all'orecchio con un ferruzzo rovente, gli tingevano il viso, e facendolo ubbriacare, lo pungevano di mille arguzie. Nulla vi dico neppure delle voluttuose danze che un coro di baccanti, non men belle delle maestre di cerimonie che trappolarono Baccelardo, tutte allo stipendio ed ai comodi di monsignore, carolavano intorno alla tavola.
Infine il pavone si servì.
Guiberto allora si alza, e prendendo un calice d'oro traboccante di borgogna, dice:
—Alla salute dei nuovi nostri ospiti, ed al pieno compimento delle vostre speranze, principe Baccelardo.
Baccelardo, così particolarmente distinto, si alza anch'esso, e risponde:
—Mille mercè, monsignore; ed alla vostra maggiore grandezza!
Allora tutti gli altri signori della corte, si rizzano, inchinano l'arcivescovo e bevono alla salute di lui. Solamente San Gaudioso resta seduto. Un buffone, che dall'estremo angolo della tenda lo puntava, gli si approssima mogio mogio e gli dà forte di uno scappellotto sulla chierica. A questa correzione, San Gaudioso si alza anch'esso di botto come preso da sussulto, poi sì volge, rumorosamente starnuta, spruzza di cibo e di vino il viso del buffone che lo aveva provocato, poi dice:
—Alla tua salute, fratello arcivescovo, e San Gaudioso ti farà cardinale il dì che lo eleggeranno pontefice in luogo di mastro Ildebrando.
A questo brindisi i commensali si rialzano, e vuotando le coppe, sclamano:
—Alla confusione del mago Ildebrando.
Ma l'arcivescovo fa cenno a quei signori di sedersi ed impone:
—Alto, baroni, non violiamo il santo rispetto all'ospitalità, perché qui vi ha taluno che senz'altro caldeggia per l'antipapa Gregorio.
A quella intima, mentre per consueto negli altri pranzi non si suscitava discorso più favorito che tornare in ridicolo i decreti, le opere, le lettere d'Ildebrando, non vi fu più alcuno che proferisse motto. E qualcuno notò, che Guiberto, per ordinario cinguettatore e bevone anzi che no, quella sera parlava e beveva pochissimo. San Gaudioso se ne avvide egli pure, e temendo che l'orgia non si fosse prolungata come di consueto nella profusione e nel brio, per rinfocolar l'energia, con la voce la più scordata e la più slegata possibile, biascicando ancora alcun poco le parole, intuonò la vecchia canzone
Voglio bermi sei botti di vino,
Vo' crepare alla barba del mondo:
Io mi sento girar tondo tondo,
Eligetta, sostienimi un po'.
Te lo giuro, mia vecchia sgualdrina,
Te Io giuro per San Sigismondo!
Che te penso da notte a mattino,
Per te brucio, te sola amerò;
Io mi sento girar tondo tondo,
Eligetta, sostienimi un po'.
Un urlo prolungato di fischi e di applausi, un diluvio di scappellotti e di pezzi dì pane e di frantumi di ossa piovono sul capo spelato dello sciagurato pievano. Ma egli non ne cura più che tanto; imperciocchè a quel baccano l'arcivescovo si riscuote, e, come si svegliasse da sonno profondo, sì passa la mano tra i lucidi capelli acconciati a guisa di torre, ed un denso sprazzo di profumi ne sorvola. Indi si volge ad alcuni di quegli ingordi giullari che del viso bisunto e la bocca ripiena a metà di cibi si rimbeccavano insolenze e scurrilità, ed ordina:
—Andiamo: una Tenzone.
E subitamente escono dal crocchio due di quella genia. L'un d'essi aveva il destro lato della persona un buon quarto più corto del sinistro, sì che sembrava piegato a mezzo cerchio; l'altro non aveva quasi mento, e la fronte così schiacciata che dal vertice della testa alla punta del naso formava un piano inclinato come il dorso di una montagna; ond'è che per vezzo lo chiamavano Pietro dal naso corto. Essi fecero da prima stridere alcun poco le ribebe, poi, tutto contorcendosi e digrignando, uno dimandò per canto mezzo declamato, mezzo modulato:
Pietro dal naso corto, or dimmi un poco,
Tu che sei d'ignoranza un precipizio,
E solamente in trappolare al gioco
Mostri talvolta un lecco dì giudizio;
Perché si abbrucia chi si accosta al foco?
Perché fiutansi i cani a quel servizio?
E le vecchie han più fregolo di amore?
E la carne sull'ossa ha più sapore?
A queste burlevoli dimande, Pietro non sta lungamente a considerare. Gli rimanda prima della ribeca suono più fragoroso, indi, contorcendosi delle più sguaiate smancerie e facendo lazzi, risponde:
Come dritto hai del corpo il frontispizio
Dell'intelletto hai. Godo, anche il vedere:
Chiedi onde il foco dia crudo supplizio,
E non sai che la neve ha egual potere?
Ricorda, tu che hai fatto da novizio,
Perché i cani si fiutino al sedere;
Nelle vecchie la frega è rimembranza.
Son le ossa, a chi ha fame, anche esultanza.
Di poi si trassero avanti altri due giullari ed aprirono Tenzone più invereconda e di spirito più acerbo e plebeo. Noi la risparmiamo alle nostre leggitrici, parendoci già anche troppo di una, accennata per far noto un cotal poco di quai passatempi e di quai lazzi i nostri maggiori rallegrassero le ore di tedio. Gli è vero che baccellieri più culti e tonsurati più dotti usavano altresì Tenzoni che avevano anche ad obbietto quistioni di alta dialettica e di buia e stramba teologia. Talvolta però in queste poetiche pugne discutevansi pensieri di morale o fatti e leggi d'amore. Dappoichè i menestrieri cominciavano già a dettare ed a promulgare gli statuti di galanteria, e quel codice che regolar dovea un po' più tardi il vivere civile dei cavalieri e delle dame.
Queste Tenzoni però non rischiararono niente più lo spirito di monsignore. Preoccupato e' mangiava, e scarsa parte prendeva al diletto di altrui. Per lo che il tripudio dello stravizzo illanguidì, malgrado gli apotegmi spropositati degli istrioni, i canti dei buffoni, le carole delle damigelle, e le goffaggini di San Gaudioso. Infine la cena terminò. L'arcivescovo saluta allora la brigata per ritirarsi, e fa cenno a Baccelardo di seguirlo.
Entrarono in uno scompartimento della tenda, destinato al letto dell'arcivescovo. Vi avevano rizzato un padiglione di damaschi a nappe d'oro, che covriva una specie di ottomana. Due paggi di quattordici anni, inanellati e svenevoli, e due fanciulle bellissime e scollacciate, erano quivi al servizio dell'arcivescovo. Questi però, entrando, fa loro cenno di uscire, poscia voltosi a Baccelardo dimanda:
—E così, bel cavaliere, voi movete per l'Alemagna sicuramente.
—Monsignor sì « risponde Baccelardo ». Vi reco i decreti del concilio di Roma, e le lettere di Gregorio all'imperatore ed ai magnati della sua corte.
—Il concilio di Roma! « maravigliato sclama Guiberto che nulla sapeva di quel sinodo, egualmente che nulla se ne conosceva in Germania. « E quando mastro Ildebrando ha congregato codesto concilio?
—Non sono otto giorni, monsignore « dice Baccelardo. »
—Uhm! « mormora l'arcivescovo » il santo padre si sente dunque stimolare forte al guidalesco, che accoglie partigiani?—Già non ci vuol molto poi a capire di che si sia trattato in quella riunione.
—Sicuramente, monsignore. Papa Gregorio non batte che a ribadire un chiodo: riformare gli ecclesiastici: la Chiesa sollevar sull'Impero: Italia sottrarre a Lamagna.
—E ne ha colto proprio il tempo, ora che quel povero giovane d'Enrico sta sui prunai della guerra coi Sassoni, ed è sì fresco d'età, sì inesperto di reggimento! Ah! se fosse vivente la gloriosa memoria di suo padre! Papa Gregorio allora non sarebbe sbucato su fiero di tanto bruciore di santità e di ardimento; chè Enrico III ballottava i papi come i dadi, e li faceva e sfaceva come il nostro cuciniere fa le torte.
—Pur troppo è vero, monsignore « riprende peritoso Baccelardo » ma prego vostra mercede a volersi ricordare che io sono messo di papa Gregorio.
—Sicuro, Baccelardo, avete ragione; voi siete bravo cavaliere. Ma, diteci un poco, quali altri provvedimenti ha presi codesto concilio?
—Ecco qui: gli Spagnuoli che volevano fare i bell'umori sono stati esortati, con lettere severe, a riconoscersi vassalli della Chiesa, se non vogliono essere scomunicati.
—Bravo! gli Spagnuoli paventano delle scomuniche ed e' sariano capaci far qualche sacrifizio per non andare a casa del diavolo, che l'è popolata di canaglia. Ma se quei baroni gloriosi si ficcano nella memoria che il santo padre voglia smungerli a danari, e che è un eretico; essi, che trattano a tu per tu con monsignore el Rey e con monsignor Dios, saranno tali da scomunicar lui, e di venirgli a dire bona dia dentro Roma.
—E siano i ben venuti per parte mia! Al re di Francia poi è stata scritta una lettera piena di rimproveri, e tanti e cotali, che mantenga Iddio quel re non vada in bestia. È stato caricato di nomi di cui i minori sono tiranno, zingaro, ladrone di strada, turco, assassino, barattiero, e che so io. Una consimile ne è stata mandata pure ai vescovi della Francia, con il perentorio di un anno al pentimento ed alla riforma.
—Eh! eh! con Filippo messer Ildebrando non farà poi troppo il capotico. Filippo lo lascierà dire, ma vi assicuriamo noi, che seguiterà a vendere l'investitura delle abazie e dei vescovadi, se questo gli torna. Perchè alla fin fine saranno feudi ecclesiastici, ma son pur sempre feudi, di cui egli è signore, e di cui può disporre a suo talento.
—Voi dite benissimo, monsignore, e così pare anche a me. Sta a vedere però se papa Gregorio sia del medesimo avviso. Egli guarda le cose da un altro lato.
—E papa Gregorio farà conti falliti. E per la Germania quali misure ha prese il concilio?
—Per la Germania, monsignore, con la vostra sopportazione, non posso accennarvi nulla, perchè gli è questo il mio incarico. Posso però dirvi altresì, che all'Inghilterra ed alla Sardegna è stato imposto ancora di reputarsi feudi subordinati alla Chiesa, in virtù di non so quali vecchi scartabelli che questo benedetto pontefice va cavando dalle tignuole: che a Salomone il santo, re di Ungheria, è stato ordinato mettersi dell'animo in pace a cantar mattutini in un convento e cedere il suo regno all'usurpatore Geiza; perocchè questi si è dichiarato suddito della Chiesa.
—Che santo padre generoso! E' dà e toglie i regni come i ragazzi usano coi berlingozzi. E poi?
—E poi, i vescovi di Pavia, di Torino e di Piacenza sono stati tolti di grado per peccato di simonia—e voi altresì, monsignore, degradato per broglio ed indegnità della carica, e scomunicato.
—Che amoroso, che modesto pontefice! Ed inoltre?
—Ed inoltre, il vescovo di Liegi è stato esortato a smettere l'abitudine della carnalità; quello di Basilea a lasciare la moglie.
—E dalli con le femmine! Bisogna proprio credere che queste povere creature siano peggio del diavolo che fanno ai santi tanta paura.
—Monsignor sì, perchè le femmine hanno il torto di prestar piuttosto l'orecchio ai diavoli che ai santi. È stata di più abolita l'investitura di un feudo da un profano ad un uomo di chiesa—anche la cerimonia di darsi l'anello ed il bastone dal feudatario, sotto pena di scomunica ad ambedue. E su di questo segnatamente se ne sono dette delle tante, e dati ordini, e minacciati castighi che io non saprei ben bene esprimervi, quasi che dall'investiture dipendesse il finimondo. Per ultimo, nel bel mezzo del concilio, con ispaventevoli formalità è stato scomunicato Roberto Guiscardo, inibendo ai suoi sudditi di riconoscerlo ulteriormente come signore e come cristiano.
—È stato scomunicato quel demonio di Guiscardo?
—Sì, monsignore, e con tale solennità, con tanto apparato che ha incusso a tutti terrore. E non solamente lo ha scomunicato, ma gli ha mandato contro esercito poderoso, parte tolto dagli Stati di San Pietro, parte fornito dalla contessa Matilde, onde riconquistare le città delle Marche ed astringerlo a sgomberare di assedio Benevento dove adesso si sta.
—Proprio così, santo padre! « grida Guiberto » ma non l'incuterai a Roberto il terrore! Sta bene, Ildebrando, sta bene. Tirasti il giavellotto giusto allo scudo che te lo rimanderà sulla fronte. E sì dicendo, si fregava le belle mani, con indicibile gioia si dimenava sul suo seggio e sorrideva. Poi, volgendosi a Baccelardo, soggiunge:
—Non vogliamo saper altro, bel cavaliere. Però in compenso delle grate notizie che ci avete date, usateci la cortesia di accettar questa catena d'oro che a noi fu donata dall'imperatrice Berta. Non vi facciamo grandi promesse: vi preghiamo solo di accordarci talvolta il favore di potervi essere utile in qualche cosa. Vi diciamo intanto con rammarico che avete accettata una commissione che vi tornerà a grave danno.
—Sarà quel che vorrà Iddio, monsignore. Se pertanto potessimo rendervi servizio in Germania...
—Gran mercè, bel cavaliere! Ricordateci all'imperatore.
Baccelardo si congedò, e Guiberto chiamò l'abate di Modena. Era questi il segretario, il confidente, la coscienza, l'anima dannata dell'arcivescovo. Guiberto gli dice:
—Ser abate, gli è mestieri che in questo punto, seguíto da cinque uomini, montiate a cavallo, e che senza prender riposo nè dì nè notte vi rechiate sotto le mura di Benevento onde dare a Roberto Guiscardo il foglio che scriveremo. Intendete? nè dì nè notte farete sosta altro che quando e voi ed i cavalli prendiate cibo. Ci raggiungerete a Roma, al castello di Cencio. Ite dunque ad allestirvi.
Intanto l'arcivescovo scriveva:
« Monsignor Roberto, l'imperatore Enrico vuole che fra noi sia tolta ogni uggia; e di nostra parte più non ne abbiamo. Siamo stati eletti ad arcivescovo di Ravenna e segretario di Cesare in Italia, ed abbiamo di gravi cose a comunicarvi. Quindi o verrete voi a raggiungerci a Roma, nascostamente bene inteso, o ci manderete il nostro caro fratello monsignor di Bovino, con piena facoltà dal canto vostro di far trattati e con noi e con l'imperatore. Il resto a voce. Questo occorre che sappiate da noi. »
« Guiberto arcivescovo di Ravenna. »
Indi chiude il foglio, lo lega con un nastro, lo suggella del suo anello stemmato—e la lettera parte all'istante.