Rex sum, si ego illum hodie hominem ad me allexero.
L'arcivescovo di Ravenna giunse a Roma, ma non sì presto com'egli se lo aveva immaginato; perocchè gli fu d'uopo permanere alquanti dì nella sua vasta diocesi per darvi sesto agli affari. Se ne sbarazzò però quanto più presto e quanto meglio potè, ed i primi che avanzaronsi a salutarlo a Roma al suo arrivarvi furono il vescovo di Bovino e Cencio figlio di Stefano, prefetto della città. Cencio tornava anch'esso da Benevento—messo segreto a Guiscardo di parecchi baroni romani.
Guiberto arditamente, per mezzo del cardinale Ugo Candido, già col papa sgustato a cagione delle acerbe parole dettegli al ritorno della legazione di Spagna, mandò a significare a Gregorio che gli venisse a far riverenza, come a segretario dell'impero. Ildebrando nulla rispose all'audace dimanda. Ma fu tale il rimproccio di che fulminò il cardinale, il quale voleva così umiliarlo, che questi si alienò da lui compiutamente, e divenne il suo più tenace nemico. Ed il partito poderoso che osteggiava il papa dell'acquisto si rallegrò.
Intanto Gregorio si arrovellava del non poter pigliare misura alcuna contro Guiberto. Gregorio era potente, ma di forza morale, ma con la parola; la quale in quel secolo paventavano e riverivano tutti, meno gl'Italiani. Imperciocchè, se la lontananza nei popoli settentrionali rozzi e superstiziosi tornava il pontefice eguale a Dio, verun riguardo ne tenevano coloro che gli stavano più d'appresso, e ne sentivano troppo il peso e le passioni di uomo. Per modo che, non avendo egli altra forza temporale che quella dei baroni del patrimonio di San Pietro, e questi in maggior parte per sua severità voltiglisi contro o spiattellatamente o di nascosto, non avendo altra truppa che quella della divota contessa Matilde, ora occupata parte contro Guiscardo, parte nelle sue terre contro i vassalli dell'arcivescovo di Ravenna (perchè Guiberto comprese subito essere necessario un centro di rivulsione, e non perdette istante a levare in armi i numerosi suoi baroni), non potendo contare sui Romani, gente mutabile, indocile di chiericale dominio, orgogliosa, ed al suo prefetto obbediente, alla nobiltà divota; Gregorio si trovava sprovveduto di qualunque forza, tranne le scomuniche, cui temeva generalmente il mondo cristiano, ma deridevano ancora molti. E fra questi ardimentosi potevansi annoverare i Normanni ed il lor duca Roberto, i Francesi, l'arcivescovo di Ravenna, i Romani, e tolti in massa gl'Italiani tutti. Si arrogeva di più che per Guiberto favoreggiavano altresì i partigiani di Cencio.
Non bisogna veramente prestare intiera fiducia al canonico Paolo Bernriedens, scrittore della vita di Gregorio, ed al frate Lamberto Schafnaburgense, autore di cronache, perchè entrambi nemici petulanti di Enrico, e perciò appunto devotissimi a Gregorio. Questi due storici dipingono Cencio discolo uomo, perduto, facinoroso, un pendaglio da forca, di ogni scelleratezza vaghissimo, di ogni bruttura maestro, caporione di quanti ribaldi numerasse la città. Cencio aveva favoreggiato per l'antipapa Onorio II; alzata una torre a cima del ponte San Pietro, per riscuoter pedaggio da chiunque di quivi passasse, e perciò tenuto prigione alquanto tempo da Cinzio prefetto della città di allora. Ecco i torti di questo ardito giovane il quale, a vero dire, non vivendo nè meglio nè peggio degli altri baroni e gentiluomini di quei secoli, sapeva condursi con giudizio per sè, nel corrotto e nell'anarchia dei tempi. Di prosapia vetusta e nobilissima, di carattere robusto ed avventaticcio, si era messo a capo dei nemici d'Ildebrando; e perciò a costui esoso, e due volte scomunicato. I nobili romani, avversi al papa, lo avevano mandato a Guiscardo onde patteggiare aiuti, risoluti com'erano di sgabellarsene ad ogni modo. E Guiscardo, astuto altrettanto che temerario, aveva accennato accostarsi dal loro canto, dove che l'imperatore li secondasse. Aveva perciò rimandato Cencio indeciso di sua condotta futura, ed al vescovo di Bovino, invitato dal Ravennate, aveva date istruzioni segrete ma positive, ad ogni costo temperanti, conciossiachè già delle scomuniche fulminategli nel concilio di Roma e dell'esercito che si mandava ad osteggiarlo sapesse.
Cencio possedeva parecchi castelli dentro Roma. In uno di questi ospitò Guiberto, e quivi si aperse officina di progetti e di attentati contro Gregorio. Ripulso la prima volta, Guiberto aveva fatti novelli tentativi per avvicinarsi ad Ildebrando. Perocchè egli non era vesano al segno da non comprendere che un giorno o l'altro il pontefice avrebbe trionfato. E se corrotti dal donneare e dalla frega dei dissidi aveva i costumi, nell'anima nudriva sempre sentimenti generosi e blandi. Che perciò, malgrado dure fossero state le risposte di Gregorio e talora anche proterve, egli non rifiniva di inculcare ai suoi moderati partiti, e misure piuttosto adatte a piegare il pontefice e ritorcerlo da quel suo fatale sistema di riforma e di dominio. L'arcivescovo però malamente conosceva la tempra dei nemici d'Ildebrando; e' s'illudeva nel potere degli uomini e del tempo onde rimuover costui dai suoi propositi. Il vescovo di Bovino, Cencio, ed il cardinale Ugo Candido si unirono a consiglio una sera e si appigliarono al partito che non passerà guari e vedremo svilupparsi.
La mattina 24 dicembre 1076 una specie di belva faceva petulanti instanze nelle anticamere del palazzo di Laterano volendo essere ammesso a Gregorio, adducendo dovergli comunicare di gravi cose.
Se le nostre leggitrici si ricordano di Laidulfo lo Zanni, che loro abbiamo presentato nelle atletiche pruove dentro le mura di Salerno, lo riconosceranno a primo sguardo, perocchè egli appunto si ostinava a domandare di abboccarsi col papa. E per vero seppe tanto minacciare e richiedere, che a Gregorio fu menato innanzi.
Ildebrando sedeva a magnifico seggio dorato negli intagli, sopra cuscini di velluto porporino. Era vestito di bianca tonica di lana di Cipro, con la stola ricamata di croci d'oro bellamente sul collo ripiegata, addosso negligentemente gittata rossa cappa, in testa il berretto di velluto di Costantinopoli, porporino anch'esso, i piedi in papuccie bianche con sopravi ricamate in oro l'ostia e la croce. Aveva la mano cacciata nella profusa e lunga barba, il gomito appoggiato ad un tavolo, lo sguardo severo perduto nell'avvenire, la fronte annuvolata come una notte di gennaio. Aspettò quest'uomo singolare. Laidulfo, appena intromesso, fa cenno a tutti di tirarsi fuori, avendo a favellare di cose al papa solamente da rivelarsi. I cortigiani di Gregorio stettero dubbiosi nell'obbedire perchè nulla di rassicurante aveva lo Zanni nella persona: ma Gregorio, che in Dio fidava e di paure femminili andava immune, comanda a tutti di uscire. Allora Laidulfo toglie un seggio e si asside anch'esso. Ildebrando stupefatto di tanto inconsueto ardimento, curioso lo guarda fare, poi dimanda:
—E così, figliuolo, in che mai ti possiamo noi esser giovevole?
—A me in nulla « risponde Laidulfo sfrontatamente » io vengo per tuo vantaggio, Gregorio.
—Innanzi tutto, quell'uomo, dicci chi sei?
—Mi chiamano Laidulfo lo Zanni. Fo il mestiere di sicario, di buffone, di spia, di corriere—tutti i mestieri per camparmi con la mia figliuola. Mi battezzarono quando era bambino. I giudei mi circoncisero, perchè ho dovuto vivere in mezzo di loro. Gli zingari mi hanno insegnato a rubare. Ho percorsa tutta Italia e mezza Europa, visitando fiere e santuarii, vendendo specifici, lattovari e veleni. Servo chi mi paga, per quantunque accetto una paga, se mi calza. Amo il sole, la vita orizzontale, le belle femmine, le belle feste, i boccali spumanti di lacryma Christi, i bei colpi di lancia, i bei tumulti di popolo, le belle cacce... Eccoti in due parole chi sono oggi. Un giorno io era Giordano figlio di Landolfo principe di Capua spogliato dai Normanni.
—Tu sei dunque quel figliuolo che lo sfortunato Landolfo perdè senza mai più udirne novella?
—Io appunto; ti dà forse maraviglia, pontefice?
—Ed ai Normanni, che il tuo patrimonio usurparono, hai tu perdonato?
—No; perchè sta scritto: al tuo nemico non perdonerai in eterno. Ma poichè la biada non si falcia che matura, aspetto.
—E se muori?
—Il prefetto di Roma, Crescenzio, del tradimento di Enrico II fu vendicato da sua moglie. Io nudro una fanciulla, più bella della Rachele del beato Abramo e della Sulamite di Salomone. I giudei sono maestri in fabbricare medicine contro tutti i mali, eccetto la lebbra che è castigo del Signore; ma e' sanno meglio fabbricare veleni sottili e possenti, cui neppure il volere di Dio annulla. Guaidalmira li conosce tutti.
—E pensi?
—Che t'importa saperlo?
—Cosa dunque sei venuto a chiedere qui?
—Ecco. Mi hai dimandato che fossi, chi fossi, ed hai fatto bene. Ora, dimmi, non ti sembro io nato tagliato per farne un vescovo?
—Scellerato! grida il pontefice rizzandosi sulla persona e puntando il pugno alla tavola, chi ti ha dunque mandato qui per venirci a contristare di codeste infami parole?
—Nessuno; perchè io non obbedisco a chicchesiasi, fuori di me.
—Va via di qui, via subito, se non vuoi che ti facciamo frustare fino al sangue.
—Acquetati, ser papa, chè io non mi spavento di nulla; e stammi ad udire. Il vescovado di Oria è vacante; io sono stanco di una vita randagia e stentata: fammi dunque vescovo d'Oria.
—Ancora?
—Ancora—e devi rendermi mercè che così temperato io mi sia nelle voglie. Se ti avessi dimandata la tua temuta tiara, se ti avessi domandato le tue due famose chiavi, se ti avessi richiesto del cranio degli apostoli, tu avresti dovuto prender tutto e darmelo, ed ancora in debito mi saresti restato.
—Ma in nome di Dio! cosa è dunque che tu vuoi dire?
—Ah! non hai ancora capito? Voglio essere vescovo d'Oria, di Parma, dell'inferno insomma, di dovunque; ed in compenso ti svelerò una coppia di segreti, che tu dovresti dare tutto quanto il tuo ponteficato e due terzi dell'anima per saperli.
—Ah! non si tratta che di questo?
—Se non t'importa saperli, io ti reputo un semplicione, avvegnachè tu sappia tanto dentro nel latino e nei santi Padri, ti saluto e vado via.
—E codesti segreti che riguardano?
—Eh! eh! mastro Ildebrando, mi hai dunque in conto di tanto gonzo che io ti dica così degli affari miei? Se fo lo scimunito, gli è perchè mi ricordo della storia di un certo monsignor Bruto, così mi pare che si chiamasse, il quale faceva da cappellano in casa del vescovo di Roma san Tarquinio. Ebbene, diceva il mio maestro che costui un giorno...
—Sappiamo il resto.
—Meglio per te, perchè il resto veramente io l'aveva già dimenticato. Dunque se tu vuoi sapere i fatti miei, devi darti adesso la fretta di venirmi a consacrar vescovo, e ti dirò tutto fil filo; altrimenti...
—Altrimenti puoi andar via, s'interrompe Gregorio pacatamente, perchè dei tuoi segreti non curiamo nemmanco una buccia di porro.
—Dici da senno?
—Galantuomo! ricordati con chi parli perchè l'hai di già troppo spesso dimenticato.
—Ed io aveva costui in concetto di grand'uomo! sclama fra sè Laidulfo grattandosi lentamente il cocuzzolo. È la prima volta che debbo confessare che sono davvero un imbecille, come tutti mi dicono.
—Non hai dunque inteso? I tuoi segreti non vogliamo sapere. Se essi riguardano la nostra persona, non potrà per fermo accaderci più o meno di quello che vuole Iddio: se toccano le opere nostre o d'altrui, noi confidiamo nelle nostre forze, nella giustizia nella provvidenza del tempo. L'uomo semina gli eventi, Dio li matura. Va via.
—Ascolta; tu rispondi così perchè ti figuri che io voglia vantaggiare per me: vivi in errore. Quando avrai saputo di che si tratta mi dirai: Laidulfo, tu sei l'uomo più modesto di questa terra. Se io dimando mercede al servigio, gli è perchè ciascuno deve vivere del suo ingegno, e perchè la mercede ho trovata già. Del resto, io sono uomo di coscienza: agisco sempre così, e mi metto sempre sulla misura del premio e del servizio. Io non cangio sistema. Non hai voluto sapere dei miei segreti? Peggio per te. In questo mondo si vende tutto, dall'anima alla corona, dall'onore ai vecchi cenci; troverò chi li compri, e chi sappia profittarne. Ricordati solamente, papa Gregorio, che ti ho profferti i miei uffizii.
—Sta bene: ritirati.
—Dimmi solo se sei fermo nel tuo proposito di rifiuto.
—Fermo.
—Ed è l'ultimo tuo pensiero?
—L'ultimo: ed esci.
—Bisogna dire, o che sei un grand'uomo o uno scemo. Io aveva della simpatia per te, perchè ti sapevo ostinato e temerario nelle ambizioni, voleva farti del bene. Hai ricusato? Sarà dunque questo il volere di Dio, e non ci è che fare. Buon giorno, Ildebrando: Iddio ti protegga.
E sì dicendo Laidulfo si alza ed avviasi per partire. Gregorio lo richiama.
—Ah! ah! « sclama Laidulfo » ti sei rammollito? Già, l'umana natura se la cacci dalla porta rientra per la finestra! L'uomo non sa essere che codardo.
—Rispondi qui: non vorresti tu mutare la condizione del premio? Se ti dessimo oro, se ti facessimo valvassore di qualche terra, non riveleresti i tuoi segreti? Ben inteso però che essi siano interessanti come li spacci?
—No, ser papa. Se accettassi altro compenso, anche maggiore, si direbbe che Gregorio, testardo contro di cui niun uomo è mai tornato vittorioso, Gregorio capotico, ha vinto anche Laidulfo, di cui non si diede mai nè uomo nè mulo più caparbio. Signor no. O Laidulfo espugna Gregorio ed è fatto sull'istante vescovo d'Oria, o nulla: ed il segreto rimane con me.
—Il vescovo è un ministro di Dio, ed il ministero di Dio non si vende nè si dona per fini umani. Non vogliamo saper nulla.—Va via.
—Eh!! hai deciso?
—Sì.
—Possa non pentirtene un giorno.
Laidulfo parte. Gregorio resta lungamente mutolo, assorto a considerare, poi sclama:
—In manus tua, Domine, comendo spiritum meum—e si rassegna.
Laidulfo intanto riparava a casa, nel tempo stesso che vi rientrava Guaidalmira.
—E così? dimanda Laidulfo.
—Benissimo « risponde la giovinetta ».
—Benissimo, che cosa?
—Ma! Indovinava la sorte a numerosi palafrenieri di una corte, allorchè un enorme abate è venuto giù per condurmi innanzi a monsignore che mi aveva guardata dalle finestre.
—Codesti birbi passano la loro vita a sbirciar cantoniere.
—Birbo o no, ei mi va... Un bell'uomo! rosso, robusto, vivo, occhi turchini, il sorriso sulle labbra, una bella barba rossigna, una fronte d'imperatore... un bell'uomo davvero! alto, maestoso, ed una mano che giammai a dama di castello ne ho veduta più bella, più bianca, più eloquente. Io esaminai quella mano che parlava proprio, provocava come gli occhi suoi scintillanti, e senza stento, tutta sorpresa ed abbagliata sclamai: Monsignore, voi sarete papa!
—Già! costoro vogliono essere tutti papa: la s'intende. E poi?
—Quel barone sorride di tutto cuore e mi bacia sulla fronte e sulle guance.
—Ma quante volte debbo dirti che ti guardi di codesti baci? « grida Laidulfo » Il bacio di un uomo brucia la faccia delle fanciulle.
—Sì babbo: ma che poteva io farci? Quegli d'altronde fe' darmi dieci bei bizantini e mi comandò che andassi a trovarlo tutti i dì.
—Come si chiama costui?
—Che so—lo dicevano l'arcivescovo di Ravenna.
—Lui? « sclama Laidulfo sorpreso e resta un istante mutulo: poi soggiunge » Guaidalmira tu non ci andrai—decisamente, no, non ci andrai.
—Sì babbo « risponde la giovinetta ».
Ed intanto cacciava di sotto il gamurino una soffoggiatella, ed imbandiva sulla tavola alcune croste di pasticcio, della carne arrosto ed altri frusti di desinare comprati alla trecca.
Allora si udì picchiare all'uscio.
—Entrate « disse Laidulfo, sedendosi ad uno scanno per dar cominciamento al pranzo ».
Erano due persone imbacuccate fitte fitte nel mantello, una che portava in mano preziosa fiala di nanfa ed odorava, come fosse costretto respirare aria palustre, l'altra che restò alla finestra del corridoio a guardar nella corte.
La casa che abitava Laidulfo era una topaia in vasto, nero e sdrucito edifizio. Vi si saliva per lunghissima e tortuosa scala che metteva capo in un corridoio, alla cima del quale era una finestra ed una porta. La porta introduceva al bugigattolo di Laidulfo; la finestra dava sulla corte.
La persona che vi era restata, guardava tutto attento una processione; perchè di rincontro a lui, ad un angolo della corte, si vedeva aperta una cappella o chiesetta.
Precedeva la croce, seguivano dei preti vestiti solamente di cotta e di stola nera, altri di piviali e dalmatiche anche nere: poi due becchini o monatti con una barella sul dorso, e dietro il popolo. Ma qual popolo? Gente vestita a metà di sacco nero; parte della quale aveva la pelle brizzolata come quella della tigre, a chiazze gialle o rosse sparse per tutta la persona, larghe e spesse; parte coverta di macchie annerite già, duro il cuoio come quello dell'elefante, gonfio il naso, le sopracciglie cadute. Altri di maggior numero, avevano queste impronte coperte di squama bianca, come il ventre del luccio. Altri infine carichi di ulcere sordide, la fronte tubercolata a porri violacei, il naso gonfio, cadute le unghie ed i capelli, varii punti della persona ingangreniti, gli occhi vitrei ed immobili. Atterrito e stomacato dall'aspetto di quegli esseri, i quali della classe umana non avevano ormai che la coscienza di loro degradazione ed i dolori atroci che non li lasciavano posar mai, quel signore, quasi per riposar lo sguardo, lo volse alla barella dei monatti, credendolo volgere ad un cadavere. Ma il raccapriccio aumentò. Perocchè i monatti, giunti avanti l'altare, poggiano a terra la bara, ed un residuo d'uomo vi si rizza sopra a metà.
Non aveva capelli, la testa coperta d'ulceri sordide, il volto turgefatto e difforme in guisa d'aver perduto l'aspetto umano per pigliar le somiglianze del lione, con i medesimi grossi tratti, le medesime sporgenze degli zigomi, il resto del corpo ammagrito, vizzo, labefatto, coperto solamente di cuoio squamoso, nerastro, ulcerato, le estremità ingrossate e fatte torpide ed inflessibili. Questo disgraziato, spogliato de' suoi panni, mentre i preti cantavano il De profundis fu vestito di nero sacco e bagnato d'acqua lustrale. Poi lo tornarono a stendere come morto sulla bara, onde avvertirlo: che il mondo si separava da lui; che non poteva entrare in altra chiesa fuori di quella, non in mulino, non in forno pubblico e tremolasse pure di freddo nel fitto gennaio; non lavarsi le mani in fontane o ruscello; non toccare oggetti o derrate che con l'estremità di una bacchetta armata di tre tabellette di legno per far rumore; infine non togliersi più di dosso il nero cencio, che all'esecrazione pubblica lo designava, neppure per discendere nella fossa. Quegli insomma era un lebbroso. L'edifizio in cui dimorava Laidulfo e la sua figlioccia un lebbrosaio.
La terribile malattia della lebbra sparsero in Europa i palmieri reduci di Terra Santa, dove questo morbo era indigeno; ed in Europa si mantenne lungamente, malgrado i lazzaretti che la pietà dei cristiani alzò fuori le porte della città, dotò di ricchi lasciti, ed affidò alla condotta di pietosi sacerdoti.
Quel signore dunque inorridito a tanta stomachevole vista entra precipitoso nella camera di Laidulfo ed ode il suo compagno che dicevagli:
—Dunque stai fermo?
—Sì, monsignore, risponde Laidulfo; basta che mi paghiate.
—Innanzi?
—Questo è il mio sistema, monsignore: ciascuno regola casa sua come gli torna.
—La bisogna deve mandarsi ad effetto stanotte.
—Anche adesso per parte mia. Ora sono tranquillo di coscienza.
—Eccoti dunque i cento danari patteggiati. Ma guardati di trufferie e di tradimenti, perchè sarebbero gli ultimi di vita tua.
—Salvo che morte anteriore non m'impedisca, non temete di nulla. Voi trafficate con un uomo onesto che vuole acquistar pratiche.
—Sta bene. Al palazzo di messer Cencio.
—Non vi occorre altro? andate in pace, se tuttavia non volete partecipare al nostro povero desinare.
Quei signori partirono.
La notte tutte le campane di Roma suonavano per la messa di Natale, allorchè il cardinale Ugo Candido, il vescovo di Bovino e Cencio, levandosi di botto dalla tavola dell'arcivescovo di Ravenna, da lui si accommiatano. Guiberto resta maravigliato del loro allontanarsi dall'orgia così presto; ma il vescovo di Bovino gli si accosta all'orecchio e pianamente gli susurra:
—Tranquillatevi, monsignore, ritorneremo subito. Andiamo ad uccidere papa Gregorio nella chiesa di Santa Maria Maggiore, e saremo qui.—Tranquillatevi.
Sangue sitisti, ed io di sangue t'empio.
Come Laidulfo si fu allontanato da Ildebrando, per tutto il dì questi restò in una specie di assorbimento di spirito, che non era meditazione, ma vago raggranellare di fatti, di pensieri, di fisonomie, di memorie che per interna visione gli passavano davanti come quadri senza nesso e senza principii, da cui non sapeva cavare construtto. Ed egli si abbandonava al pendío di quelle idee senza menomamente sollecitare la volontà per dare loro ordine o scopo. Era una stanchezza della continuata tenzione delle potenze dell'intelletto, una rivolta dei pensieri sempre dominati e diretti ad un fine. Ildebrando non si fece violenza per uscire da quel semi letargo contristato da sogni indefiniti. Si compiacque anzi tuffarsi in quel voluttuoso e trascurato deliramento. Solamente rivedeva con pena le sembianze del padre suo, come le aveva vedute negli ultimi momenti della vita di lui, e sentiva l'eco intima di quella voce che gli diceva: Guiberto ha miglior cuore del tuo, Ildebrando; riconciliati con lui, che io vi benedirò dal cielo! Quelle parole lo molestavano. Perchè nulla mai di amichevole gli era derivato da quel suo fratello, il quale, bizzarro, corrivo, temerario, e nell'ira crudele, come il suo cattivo genio, se lo aveva trovato allato in tutti i punti i più dolorosi della vita. E maggiormente e' ne sentiva il tormento, perchè quello che il padre loro, il bravo Bonizone, chiamava dolce cuore, egli definiva per ipocrita ironia, per istinto satanico di far il male. Ildebrando, fuso tutto d'una tempra, con un armonico lusso d'interna organizzazione, non sapeva comprendere, e mal si persuadeva della stravaganza di certe nature che incedono in perenne opposizione nei voleri e nei fatti della vita. Egli in certo modo, benchè lo predicasse tanto, non ammetteva nei suoi severi principii il pentimento, e lo dileggiava. Perocchè l'uomo che si è cacciato una volta per cammino qualunque, quello deve percorrere con perseveranza fino alla cima, ed o risultare vincitore o perire. La sua vita si condusse su questo modello.
Sul fare della sera però prese le briglie del suo pensiero in quelle corse vagabonde, e, come se uscisse dal sonno, si rimise ed orizzontò. Allora tutte le facoltà della mente si allucidirono. E' si ricordò della scena con Laidulfo, e si maravigliò con sè stesso di quella specie di affatturamento che quell'uomo sovra di lui aveva gittato, e come e' si fosse stato ad udirlo. E si rammentò pure con rammarico che, per conoscere quei due formidabili segreti, si era condotto fino ad offrirgli non sapeva più qual premio, ma un premio sicuramente, e tollerare da lui franchezze che puzzavano d'insolenza e di sopruso.
—Mio Dio, perdonami, egli pregò; in un momento di debolezza ho potuto dubitare che l'uomo alcuna cosa influisca sul corso dei destini da te stabiliti. Stolto! Quis contra Deus? Tu l'hai detto e la tua parola è infallibile. Io cammino sulle tue vie, o Signore. Ho commosso il mondo facendogli sentire il vigore delle tue leggi, perchè il mondo viveva sotto il dominio di Satana; perchè il mondo adorava idolo falso; perchè riconosceva e venerava altro potere fuori di quello del tuo luogotenente; perchè altri davano leggi fuori di costui, e davano leggi che giungevano ad insultarlo, a pigliarsi gabbo di lui. Signore, non far trionfare i tuoi nemici. La mia carne, la mia ragione si conturberebbero. Potrei dire nel dolore: non est Deus! I miei principii sono i tuoi; le mie glorie saranno le tue. Se io soccombo, l'amaritudine mi ucciderà, ma tu soccomberai con me; ed i popoli correranno senza legge e senza lume. Sorgi, Signore, ed i tuoi nemici più non saranno. Io mi sono rassegnato, mi sono rassegnato a tutto, ma non mi acqueterò mai, o Signore, finchè non mi sarò vendicato ed avrò stritolati come cenere i tre perversi che contro me e contro te hanno sollevata la cervice. Io li commetto all'ira tua—ramméntati, Signore, di Roberto Guiscardo, di Enrico di Germania e di Guiberto. Distruggiamoli. Sottragghiamo Italia al dispotismo straniero. Il sire d'Italia siamo noi.
Indi e' tolse alcun cibo, e si mise a scrivere di quelle potenti sue lettere, sia per edificare qualche fedele, sia per atterrire qualche ribelle, sia per consolare qualche popolo, o per esortare i vacillanti—lettere esuberanti di apostolica carità, di severo sdegno contro il vizio, di dolcezza e di mansuetudine, lettere che lusingano tutte le vanità dei potenti, che li richiamano a dovere, che la superiorità della Chiesa sull'universo portano impressa ad ogni linea; ma nelle quali non si trova nè l'Ildebrando della storia, nè il Gregorio. Ed era intento a questi studii, quando ode le campane di Roma che invitavano alla chiesa i fedeli per la celebrazione delle funzioni del Natale. Allora Ildebrando mette tutto da parte ed avviluppatosi in bianco mantello, alla chiesa di Santa Maria Maggiore si avvia accompagnato dai prelati della sua corte.
Era una notte orribile. La grandine, il vento, i lampi, atterrivano; le strade erano ghiacciate; mettevano i passaggieri in pericolo di sdrucciolo. Un buio fitto e denso, un muggito sordo e lontano di tuono; ed in mezzo a tutto quel corruccio della natura, la squilla prolungata della campana, più argentina, più malinconica. Pochissima gente però si era avvisata di lasciare i riscaldati ricoveri, e recarsi a laudare il Signore che nasceva. Massimamente perchè, in quel parteggiare di cittadini ed accanire di fazioni, non mancava mai alcun tumulto, delle battacchiate sovente, sovente delle uccisioni. Così che parte pei ghiacciori, parte pel buio, parte infine pel tumultuare dei violenti, si tennero a casa sicuri, ed i tempii lasciarono deserti. Ma di gente non mancava a Santa Maria Maggiore, dove sapevasi che il papa si sarebbe condotto ad uffiziare. Infatti Gregorio, che non temeva nè il broncio degli uomini nè quello della natura, anzi provava solletico a bravarli, dalla porta della chiesa profusamente illuminata intravide molta gente già dentro, molt'altra affollarvisi. Avvenne però che in quella calca, sul mettere il piede alla soglia, una giovinetta gli si facesse avanti, e cacciatasi ardimentosa fin presso la sua persona:
—Papa Gregorio, supplicò, tornate indietro, in nome di Dio!
—Dio ti benedica, figliuola, risponde Gregorio, terribile con i forti, mansueto coi poveri: non ti occorre altro da noi?
—Papa Gregorio, tornate indietro, insiste la giovinetta, uditemi, io non sono degna di favellarvi, ma uditemi.
—Ma perchè, figliuola mia?
—Santo pontefice, non posso dirvi di più. Tornate addietro; siete ancora a tempo: potete ancora andarvene incolume.
—Chi recede dalla via del Signore, risponde Gregorio rivolgendosi al suo seguito, pecca contro la provvidenza e la misericordia di lui. Sii benedetta, figliuola, lasciaci il passo.
E sì parlando entra nel tempio.
Guaidalmira, chè dessa appunto aveva tenuta la porta al pontefice, resta fredda ed attonita; poi si stringe nelle spalle e sclama:
—La volontà del Signore sia fatta!
E si accuccia in un angolo della chiesa per udirvi la messa
Il pontefice comincia la celebrazione. Tutto era tranquillo nella chiesa; tutto inspirava severa solennità—l'istesso canto dei cori, fuori del quale nè altra voce, nè altro rumore si udiva. Gregorio, dopo l'evangelo, parla al popolo la parola di Dio; poi si comunica, e comincia a comunicare gli astanti. Quand'ecco precipitoso entrar nella chiesa un uomo tutto ravviluppato nel mantello, col cappuccio di esso tirato sul capo, ed i becchetti ripiegati sul volto. Egli gira intorno sguardo inquieto, poi si presenta all'altare onde anch'egli comunicarsi. Il papa, assorto nella santità del ministero, non si avvede di nulla. E' profferisce le parole consuete, ed accosta l'ostia allo strano divoto. Ma questi sul punto di assumerla, mormora:
—Sálvati, Ildebrando, gli assassini sono qui.
Quella voce fa dare un sussulto a Gregorio. E' si ritrae indietro inorridito; il corpo di Cristo gli cade dalle mani. Non ode ciò che dice colui: conosce solamente la voce e grida:
—Indietro, scellerato, indietro, sacrilego profanatore delle sante cose; indietro, Satana, indietro; chè le mura del tempio si scrollano, il Dio di Isdraello ruggisce—indietro, indietro, indietro.
—Ma sálvati, per Dio, ripiglia l'altro, sálvati, Ildebrando!
—Allontánati, empio! prosegue Gregorio con le mani levate al cielo, minaccioso, acceso nel volto e nello sguardo, la voce tonante, terribile, inspirata, radiante di fiamma elettrica come le onde del mare nella tempesta; esci dalla casa del Signore che hai polluta come postribolo, hai venduta come schiava. La misericordia di Dio è stanca, è impotente a redimerti, t'abbandona, ti condanna. E tu, popolo di Dio, uccidi, sbrana, dissipa i suoi nemici.
A questa selvaggia apostrofe il penitente resta pietrefatto. Egli alza gli occhi sul volto del pontefice e lo vede corruscare negli sguardi di fosforica luce, tremante ancora di raccapriccio e di sdegno. Volge la testa al popolo, e l'ode mormorare e lo vede commuoversi. Tanto basta. Egli si alza come forsennato, salta sull'altare sì che fosse a vista di tutti, di un colpo di mano manda indietro il cappuccio e mette un fischio acuto. I congiurati, che nella chiesa appostavano ed attendevano che Gregorio avesse consumato il corpo ed il sangue di Cristo—perchè il corpo non l'anima di lui volevano morire—prendendo quel sibilo per segno, si scagliano sul popolo ed incominciano a cacciarlo via a colpi di spada. Laidulfo intanto da un lato, Cencio dall'altro si avventano al pontefice, ancora in sull'atteggiamento d'inspirato, e Cencio lo prende alla nuca, Laidulfo gli scarica sulla testa un colpo di daga. L'arma vola in pezzi sul cranio dell'unto. Al colpo, il pontefice si appoggia all'altare. Il sangue imbrattagli il volto, la pisside cade. Lo stile di Cencio gli passa il braccio credendo passargli il fianco. Ildebrando però non profferisce lamento, nè si trasforma in volto. Segno di commozione, di paura, di sdegno in lui non appare. Solamente, quando Cencio gli dà del pugnale mormora le sublimi parole di Cristo:
—Signore, perdonali; ignorano quel che fanno.
Il vescovo di Bovino intanto si unisce ancora a quei due. Rovesciano a terra Gregorio, ed in mezzo ad un popolo sbalordito e volto in fuga, tra sacerdoti atterriti e moribondi, lo trascinano via dalla chiesa.
L'arcivescovo di Ravenna era restato in piedi sopra l'altare, freddo, impassibile, con le braccia incrociate sul petto, girando attorno lo sguardo immobile e distratto—come la statua del silenzio—come la statua della stupidità—come Amicla—come Niobe—come la moglie di Lot, lo sguardo, la mente perduti nel vago.
Se il tuo fratello pecca contro di te sgridalo,
e se si pente, perdonalo.
Appena Guiberto ebbe udito che andavano ad attentare alla vita di Ildebrando, appena ebbesi veduti dileguare d'innanzi i tre antesignani della congiura, anch'egli si leva da cenare e nelle sue stanze si ritira. Cento pensieri lo assalgono ad un tempo. Prima i pensamenti dell'arcivescovo, il quale vedeva finalmente rimossa la pietra angolare che i passi alla sua ambizione attraversava. Egli vedeva scrollati gli alti disegni di quel severo pontefice, che alzatosi in mezzo al secolo, e, saldo come roccia colossale, aveva detto a tutte le leggi, a tutti i principii, a tutti i costumi che contro lui andavano a infrangersi: volgete il corso! Egli vedeva il suo più ostinato nemico abbattuto, dinoccolato nella polvere; e seco, tutte le ambiziose riforme, gli arditi concetti, e le rigidezze insensibili. Egli sentiva i popoli italiani respirare dal giogo novello, che aspra teocrazia gli preparava—non il giogo soave del Vangelo, non la legge di carità di Cristo, ma smisurata libidine di dominio che mai non avrebbe avuto nè confine, nè sazietà. Egli vedeva gioire gli ecclesiastici, sbalorditi da gli alteri comandi del nuovo unto, violentati nelle opere loro, richiamati da una vita lusingata da facili amori, avvaghita da glorie guerresche, da poteri sproporzionati, da dignità che trovavano a comprare senza stento, e dorata da nobile libertà cui niuno si piccava disputar loro. Egli vedeva l'imperatore Enrico e l'Alemagna tripudiare, sentendosi liberi da guerra feroce che li minacciava, da un uomo il quale stendeva la gigantesca sua mano alla corona, agli statuti dell'impero, ai dritti del popolo per scrollarli, capovolgerli, annichilirli, contaminarli di onta non redimibile mai. Egli vedeva infine emancipati tutti i re della terra e tutti i popoli che avevano cominciato ad udire voce novella, che si sentivano di botto mutati a vassalli di un uomo senza esercito, senza città, senza regno, senz'altra forza che una magica parola, senz'altro dritto che la debolezza di qualche bigotto scellerato, il quale, per redimersi delle peccata, aveva osato donare ciò che non è d'alcuno, ciò a cui senza sacrilegio non si può mettere mano, ciò a cui non si mette giammai mano impunemente—la libertà dei popoli! E questi e cento altri pensieri dell'uomo di Stato, dell'uomo civile, del magnate della Chiesa si spandevano per la mente dell'arcivescovo. Guiberto poi meditava da quale umile condizione a quale altezza si fosse collocato quell'uomo fatale; quale carriera avesse percorsa. E mano mano, considerando sè stesso, risalendo dall'arcivescovo di Ravenna al priore di Lacedonia, dal priore al paggio della contessa Beatrice di Toscana, dal paggio al figlio di Bonizone l'artigiano; e Gregorio VII dal papa all'arcidiacono Ildebrando, dall'arcidiacono al priore di Cluny, e dal priore discendendo fino alla bassa origine di lui, giungeva ad un punto dove le due esistenze combaciavano, dove le due carriere si congiungevano, s'immedesimavano; dove i due fratelli, non nemici implacabili come adesso, pargoleggiavano nel povero abituro del falegname di Soano. E qui il pensiero s'inebriava dei placidi trastulli dell'infanzia con tanta voluttà gioiti nel tetto paterno, della patria che mai più tanto lusinghiera non si sente se non quando si è lontani, ed in mezzo alle lutte dell'età adulta. Quindi si risovveniva di suo padre, che, pio e povero, per sudori della fronte somministrava loro il pane, che tanto savii consigli loro dava, e che la sera se li toglieva sulle ginocchia e loro insegnava a mormorare una preghiera per la madre, che più non viveva, loro additava le leggi di Dio, la pietà pei poveri, il rispetto pei padroni, e dopo scarsa cena, ringraziando il Signore del dì trascorso, loro raccomandava di amarsi sempre, ed andavano a dormire sonni sereni, innocenti—di quei sonni che non gustarono mai più, quando, cacciati nel turbine sociale, ad affetti e pensieri dovettero mettere condizione e misura. E queste ed altre memorie soavissime, impadronendosi del cuore di Guiberto, lo lacerano, lo commuovono, lo vincono. Guiberto domina l'arcivescovo; il fratello prende la mano sul nemico. Laonde perdendo di vista il pontefice per ricordarsi d'Ildebrando il figliuolo di Bonizone, si gitta addosso un mantello velocemente ed alla chiesa di Santa Maria Maggiore corre.
Ah! perchè Gregorio non si compunse alla voce del fratello, che generoso lo andava a salvare dagli assassini! Ma Gregorio non mutava di propositi. Gregorio aveva sterile l'anima, il cuore freddo, il carattere orgoglioso e caparbio; Gregorio vituperava le blandizie delle umane passioni. Il suo ghiaccio rivoltò Guiberto; la sua durezza inviperì l'arcivescovo.
I congiurati si trascinavano dunque Ildebrando, ed egli, dopo un tratto di sbalordimento, a passi lenti li seguiva.
Ma ecco che la voce per Roma si sparge dell'assassinio e del ratto del pontefice. Ecco che i partigiani di Gregorio si destano; che tutti i cuori si spetrano; che tutte le voci si sciolgono. Ecco che le opere ed i disegni di Gregorio si cominciano a commentare. Si mettono a luce le sue generose azioni, la sua carità verso i poveri, il suo disinteresse, la sua pura morale. Ecco che gli stessi nemici cominciano a magnificare la sua persona, strano misto di vizii e virtù opposte, a paragonarlo ai vituperevoli pontefici trascorsi, lerciati di ogni laidezza, a sentire la nobiltà dell'idea di riscattare gli oppressi, di tornar Roma regina dell'universo. Ed un rumor crescente si sparge per Roma. Si svegliano i neghittosi; si suonano a stormo le campane; e si dimanda del Santo. E si corre alla torre di Cencio dove si dice imprigionato o sepolto.
L'alba rompeva. Un'alba buia, brizzolata di nebbia che il freddo cangiava in ghiacciuoli. Non sole, non risveglio di quella vita del mattino che tutto penetra, uomini e natura. Roma pareva in scorruccio. Infrattanto, una moltitudine concitata di gente, che alla torre di Cencio aveva tratto, vi stormeggiava intorno, e levava vasto ululato chiedendo il suo pastore.
Per le feritoie e per le petriere, con forte scarica di frecciate e di sassi, e con la voce è loro intimato di allontanarsi. Il corruccio del popolo dirompe. Tutti quei curiosi, o neghittosi, o pietosi ed anche divoti, si cangiano in partigiani. Essi accostano alla torre un battifredo, protetti dai pavesi, ed intendono a travagliare le mura, forare la torre. Poi, di quella breccia il torrente trabocca dentro.
—Il papa! il papa! gridavano taluni.
—Che papa e papa! rispondevano altri, non ne vogliamo altri che il papa dei pazzi.
—Uccidete quanti son dentro, sclamavano di un lato.
—Risparmiate almeno le bestie, facevano eco da un altro.
—Mai no, mai no, perchè allora dovreste tutti salvarli. Uccidete, bruciate—e lasciate le femmine, onde ristorare lo spirito all'allibito pontefice.
—Date a me che possa sfamarmi di codesto Cencio.
—Ohe! udite Stefano che vuole sfamarsi!
—Farai magro pasto, Stefano; chè tu sei un lupo e Cencio un mingherlino non più grosso di una corda da liuto.
—Ti mangi la rabbia! mi hai rotte due costole coi gomiti.
—Largo, largo, io porto il fuoco per incendiare la torre: preme a me delle tue costole dunque?
—Tanto meglio, chè ce li beccheremo arrosti costoro.
—No no; perchè, se brucerete, cosa prenderemo noi?
—Che prendere! ci cuculia costui! Il papa vogliamo, il papa.
—Che papa e papa! se l'han mandato all'altro mondo giù del Tevere! Pensate a portare alcuna cosa a casa vostra, dico io.
—Demonii! mandarlo all'inferno per via d'acqua! Che giudizio!
—Il papa, il papa—morte a Cencio, morte a tutti.
—Che morte ci conti, un bischero? Peliamoli anche con un riscatto.
Il pontefice intanto era stato trascinato nella stanza più riposta del castello.
All'irrompere del popolo nel primo cortile, Cencio ed il vescovo di Bovino lo minacciano di freddarlo del tutto se non si affacciava alle finestre per allontanare la plebe. Ma alle minacce Gregorio sta sodo, e non risponde parola, non dà a vedere segno di commozione o di codardia.
Come però Cencio si avvide che principiavano a lavorare anche alla porta con asce ed azze, e che i gangheri pericolavano di cedere, supplica il pontefice per umili modi che volesse allontanare la canaglia, la quale rotto eccidio minaccia. Alle maniere sommesse Gregorio si piega. Approssimasi al balcone, quindi benedice quella gente aggruppata nella corte, le ordina di ritirarsi ed ai capi che venissero a lui, perchè si sarebbero aperte le porte. Ma quei di giù, prendendo i cenni per inanimamento, si avventano di più rabbia alle porte. Appoggiano scale alle mura per isfondar le finestre; appiccano il fuoco alle stalle. Cencio allora sgomentato si gitta ai piedi del pontefice e supplicandolo di perdono:
—Mercè! santo padre, sclama novellamente, mercè se ho oltraggiata la vostra tremenda persona.
—Non avete oltraggiato noi, Cencio, risponde Ildebrando, perchè noi siamo l'ultimo servo dei servi. Voi avete vilipesa la terribile maestà di Dio; ed a lui volgetevi per dimandargli perdono.
—Se mi perdonerete voi, pontefice, mi perdonerà ancora Iddio che giudica la terra col vostro consiglio.
—E siete voi pentito davvero, Cencio, oppure temete la giustizia degli uomini, che è qui per dimandarvi ragione del sacrilegio?
—No, pontefice. Nella cecità della mente io vi avevo mal giudicato. Io vi apponeva sentimenti che in voi non trovo adesso. Lasciatemi pure allo sdegno degli uomini, se volete, ma voi perdonatemi, e restituitemi la vostra stima; perchè io porterò mai sempre cordoglio di aver vituperato un nobile e santo uomo.
—Ma non sarebbe codesta ipocrisia, Cencio, ed un proponimento di voltarsi a vita migliore, come tante altre volte nelle angustie avete fatto, e poi, uscitone, ricominciare peggio d'assai?
—No, pontefice. Io sono veramente addolorato di avervi offeso. I vostri nemici vi avevano calunniato. Le opere vostre erano torte e forviate. Io non vi aveva mai conosciuto sì da vicino e sì grande. Io mi condussi a vendicarmi di torti che credetti aver da voi ricevuti per sola malignità o per gelosia di potere, e per gusto che avevate di altrui mal fare. Ma adesso....
—Ebbene, Cencio, noi vi perdoniamo, l'interrompe Gregorio. Solamente, in pena del macchiato santuario, andrete in pellegrinaggio a Gerusalemme. E con voi perdoniamo tutti i vostri compagni.
Intanto la plebe aveva gittate le porte, allagata la casa, e penetrava nella camera del pontefice, e i ferri alzava sulla testa di Cencio, del vescovo di Bovino e di Laidulfo. Ma Gregorio arresta loro le braccia e dice:
—Alto, figliuoli; non potrete percuotere l'uomo pentito senza peccare. Cencio ed i complici suoi sono stati perdonati da Dio e da noi; perdonateli voi ancora.
E sì dicendo faceva loro riparo della sua persona, ed allontanava il popolo, ringraziandolo dell'attestato di affetto che avevagli dato.
Eglino intanto se lo toglievano sulle braccia, ed acclamandolo, giubilosi se lo recavano in trionfo per le contrade di Roma.
Cencio sfuggì. Ma i suoi servi furono morti, sperperate le sue masserizie, bruciate le case, e messo a spada chiunque dei suoi si trovò; saccheggiate ed arse le case dei complici. Il vescovo di Bovino ebbe appena ventura di ripararsi novellamente a Roberto—dopo già aver ferme parole di alleanza con Guiberto tra l'imperatore Enrico ed il duca di Puglia, Calabria e Sicilia.
Fuggì pure Laidulfo.
Il pontefice tra le ovazioni del popolo era stato ricondotto a Santa Maria Maggiore. E benchè gravemente ferito sulla fronte e nel braccio, con tranquillità imperturbata di spirito, con solenne maestà, che cento tanti lo faceva comparire più grande del consueto, perdona i suoi nemici, canta il Te Deum per render grazie a Dio di sua liberazione, ringrazia il popolo di commoventi e soavi parole, e finisce di celebrare le tre messe. Rientrava in fine al suo palazzo di Laterno, allorchè gli si fa incontro Baccelardo che, reduce di Germania, sulla via della quale noi lo lasciammo, recava pressanti notizie. Egli si presenta a Gregorio e gli dice:
—Sire papa, venite al vostro gabinetto ed udrete. Io trascuro di spazzolarmi la polvere, trascuro confortarmi di cibo; la mano di Dio vuol provarvi.