Promet. Io mi rifiuto: Dite loro in breve io non lo voglio.
—Monsignore, dice Baccelardo facendosi incontro a Rodolfo che entrava nel salone dove i due personaggi attendevano, io sono Baccelardo duca di Puglia. Mi reco in Germania dall'imperatore Enrico, cui porto lettere di papa Gregorio. All'ascensione del San Gottardo il mio cavallo si è azzoppato. Mi sono fermato alquanti dì ad Altorf onde farlo riposare, sendomi desso prezioso come amico. Malgrado ciò, vedo che gli è impossibile proseguire il viaggio. Prego perciò vostra mercede accordarmi ospitalità fino a che il mio corridore non si rimetta.
—Noi vi rendiamo grazie, bel cavaliere, dell'onore che vi piace farci, dimorando nel nostro castello. E non solamente vi concediamo l'ospitalità che ci dimandate, ma vi preghiamo prolungarla per quanto sarà compatibile coi vostri doveri, e di usare della nostra corte in tutto quello che possa tornarvi a diletto.
—Molte mercè, monsignore, soggiunge Baccelardo. La fama che tanto nobilmente suona di vostra cortesia mi rendeva sicuro del generoso accoglimento che mi fate.
Allora si trae innanzi Goffredo di Buglione e parla:
—Duca di Svevia, il re Enrico si querela con voi che non abbiate tenuti gli accordi posti ad Eschenweg. Il 22 ottobre è passato. Al campo di Gerstungen son convenuti tutti i baroni ed i castellani di Lamagna—meno vostra grandezza, Guelfo di Baviera e Bertoldo il carintio.
—Monsignor di Buglione, risponde Rodolfo, l'imperatore Enrico non ha ragione di dolersi di noi. Come suo cognato e come principe dell'impero, noi abbiamo oltrepassati i nostri doveri per secondare i suoi divisamenti. Ora basta. La ragione e la coscienza c'impongono certi limiti, al di là dei quali più non ci faremo trascinare, perocchè quaggiù dobbiam guardarci l'onore; oltre la tomba, l'anima.
—Sta bene, messer duca, soggiunge Goffredo, ma per codesta medesima legge di dovere e di onore dovevate trovarvi dove il vostro sovrano vi chiamava, dove i principi dell'impero erano tutti convenuti, e dove ancor voi avevate fatto promessa di essere.
—Sire di Buglione, noi intendiamo diversamente la forza dei vincoli che ci uniscono al re, e quelli che ci uniscono alla nazione. I nostri principii sono ben altri. Perchè noi, innanzi tutto, mettiamo la giustizia di Dio; poi l'appello della patria; ed ultima la volontà del re.
—Ma noi non vediamo, monsignore, replica il Buglione inchinandosi, per che modo la patria e Dio vi avessero potuto ritenere nelle vostre castella, quando il re ed i baroni dell'impero si ragunavano al campo di Gerstungen!
—Lo vediamo ben noi, sire di Buglione, risponde Rodolfo con accento pacato e convinto. Quando l'imperatore Enrico ci aveva dipinti i Sassoni come gente ribelle e d'ogni freno intollerante, e d'ogni subordinazione schiva, noi abbiam pigliate le armi, e la battaglia di Hohenburg lo ha vendicato. Dovrebbe essere soddisfatto. Dovrebbe essere sazio. Dovrebbe essere pentito anzi, perchè quel sangue civile, sparso così scioperatamente, dimanda al cielo riparazione, e l'avrà. Ah! sire di Buglione, perchè non vi siete trovato voi a quella giornata, chè ora, invece di addurci recriminazioni da parte del re ed accusarci forse nel vostro cuore, ci direste: duca di Svevia, voi vi siete condotto da cavaliere e da cristiano.
—So che fu terribile vittoria quella di Hohenburg, e che non costò meno al vincitore che ai vinti.
—Per lo appunto, monsignore, fatalissima ad entrambi. Appena le vedette annunziarono ai Sassoni che noi gremivamo il piano, l'allarme e lo scompiglio si mette fra loro, ed intronati e confusi si sbrancano. Ma i più bravi allacciano tosto gli usberghi e pigliano la pugna. Il loro primo urto sfonda le squadre di Svevia, e dopo un'ora di strage, le sbaraglia. Seguono i Bavari; le truppe sveve si ricuciono, e torniamo alla carica. Ma fummo di nuovo rovesciati.
—Malgrado i prodigi di valore di vostra grandezza, che nel folto della mischia come lione pugnava! sclama il Buglione.
—Noi facemmo il nostro dovere, sire di Buglione; mercè dunque della memoria che vi piace serbare delle opere nostre. Però Ottone di Nordheim, tra i Sassoni, ci superava tutti; e dovunque più urgeva l'urto nemico, dove più spessa l'oste minacciava, e' compariva per dar la vittoria ai suoi. E forse la giornata si sarebbe decisa per loro, se Gozzelone di Lorena non pigliava la battaglia coi suoi valorosi cavalli, e con truppa fresca d'ogni lato investendoli, ristorava la fortuna inchinata degli imperiali.
—Ed è egli vero che lo stesso re si avventò fra i nemici e fece miracoli non mai più veduti di valore? dimanda Goffredo.
—Gli è verissimo, monsignore, risponde Rodolfo, e perciò i Sassoni indietreggiarono. Ottone di Nordheim si adoperò a restituire le ordinanze, e venire alla riscossa. Ma, respinto con grave danno dei suoi, è trascinato dalla piena dei fuggitivi. Allora la rotta fu generale. Gli sventurati Sassoni, sparpagliati per la campagna davano nelle lance dei Lorenesi, e ruzzolando sotto le zampe dei cavalli perivano di sconcia morte. Li cacciavano gli stessi custodi dei bagagli. Con l'addensarsi della notte però il sacco ed il macello cessa. Il campo di Enrico si trasferisce in quello dei Sassoni ben ricco e ben provveduto, ed i morti sono contati a ventimila. Ciò doveva bastare. Ma il re volle condurre le truppe vittoriose pel paese turingio e sassone a dare il guasto. E campi e castella incendiò, uccise uomini, donne vituperò; di lutto, di vergogne e di miserie coperse le contrade, che pure erano provincie del suo impero. Ad Eschenweg però fu costretto licenziare la truppa, perchè essendo egli bruciato a danari e non correndo a tempo le paghe, nè essendovi più nulla a disertare, essa accennava tumultuare. Allora richiese da noi solenne promessa che, ai 22 ottobre, ci saremmo trovati al campo di Gerstungen con doppie condotte. Questa promessa noi non abbiamo stimato di mantenere.
—E perchè, se Dio vi guarda, monsignore?
—Perchè i Sassoni, pentiti, hanno dimandata mercede con ogni atto d'umiltà, e promesse quante soddisfazioni al re piacesse esigere da loro. Perchè noi abbiam digiunato quaranta dì, onde far penitenza di aver combattuto contra cittadini innocenti, e votato a piè dell'altare di non mai più combattere contro quei disgraziati. Perchè infine, sire di Buglione, noi ancora dormiamo le notti sul nudo pavimento, e ci laceriamo il fianco per aspro cilizio onde Iddio misericordioso si degni perdonarci il sangue dei fratelli ingiustamente sciupato.
—E cosa dunque, monsignore, dobbiam rispondere al re di parte di vostra grandezza?
—Gli risponderete, sire di Buglione, che perdoni i Sassoni ed i Turingi, e tolga da essi quelle riparazioni che una dieta generale di Alemagna saprà proporgli.
—Bene sta, messer duca, dice Goffredo; il re saprà la vostra risposta, e piaccia a Dio che non voglia dimandarvene ragione.
—Egli avrebbe torto se ciò facesse, risponde Rodolfo mestamente. Ad ogni modo, noi siamo a tutto rassegnati, e cada su chi lo provoca lo spargimento del sangue civile. Onorateci intanto, sir di Buglione, accettare ospitalità da noi, così come possiamo offrirla a tanto nobile e prode cavaliere, ed insieme alcuna memoria della visita che ci avete fatta nel nostro real castello di Zurigo.
—Mille mercè, monsignore. Resterò tanto che possa far riverenza alla duchessa, e togliere conforto di cibo. Indi muoverò per Gerstungen, dove il re mi attende impaziente di vostra risposta.
—Il vostro piacere sarà fatto.
Alla risposta di Rodolfo, che fu concorde a quella di Guelfo il bavaro e Bertoldo il carintio, Enrico strabiliò, e cento disegni di vendetta imaginò da prima. Poi si acquetò, e rammollito per la defezione di costoro, simulò cedere agli scongiuri dei Sassoni e si arrese. Mandò perciò nel loro campo gli arcivescovi di Salisburgo e di Magonza, i vescovi di Augusta e di Wurzburg, e Gozzelone duca di Lorena onde trattar dell'accordo. I commissarii imperiali con gravi e solenni parole esposero lo stato miserabile del sassone paese, ed il seme di discordia che per tal loro condursi si spargeva nelle province germaniche. Li consigliavano quindi a rendersi a mercede sull'istante, stando essi medesimi col proprio onore garanti, che i deditizii avrebbero salvo persona, sostanze e libertà. Fu lungo e tumultuoso il discutere di questo partito fra gl'insorti; infine e' piegarono all'imponente andazzo dei tempi, e cedettero.
Venne quindi rizzato in mezzo alla vasta pianura, lungo la destra dell'Ebra, suntuoso padiglione col trono ornato delle insegne imperiali. Ivi, il dì seguente, Enrico IV circondato dei suoi principi in gran pompa si assise. Tutto l'esercito sotto le armi si schierò a due fila, fra le quali dovevano passare tanti prodi ad umiliarsi. Al cenno del re, i deditizii furono fra le armi accompagnati ai piedi del soglio. Precedevano i principi sassoni e turingi, l'arcivescovo di Magdeburg, il valoroso vescovo di Alberstadt, Ottone di Nordheim, Magno duca di Sassonia, il conte Ermanno, Federico palatino, Teodorico conte di Cantelenburg, Adalberto langravio di Turingia, i conti Rudiger, Sizzo, Bern e Berengario. Seguivano baroni, nobili, e quanti eranvi gentiluomini, valvassori, valvassini, e paggi non per anco armati cavalieri, in una parola chiunque aveva nome, stato e ricchezze fra i ribellati. Enrico li accolse maestosamente. Poi, mal consigliato, li diede a custodire ai suoi, finchè non avesse pronunziato sulla loro sorte. E la loro sorte fu questa: che, dimentico della parola dei suoi commissari, li confinò in fortezze lontane e malignate da paludi, e loro confiscò i beni che tra i suoi guerrieri ripartì.
In quel punto giunsero i legati del papa, i quali, avendo tenuto altri sentieri e non essendo stati impacciati da mali di vetture, arrivarono alquanti dì prima di Baccelardo. Ora udiremo da costui quale accoglimento e' ricevessero, perchè, di ritorno, egli è già, dove noi lo lasciammo, alla presenza di papa Gregorio che anela interrogarlo.
Un cri part, et soudain voila que dans la plaine
Et l'homme et le cheval, emporté hors d'haleine,
Sur les sables mouvants,
Seuls emplissant de bruit un tourbillon de poudre
Pareil au noir nuage où serpente la foudre,
Volent avec les vents.
Infatti Ildebrando non curò neppure torsi dal viso le gromme del sangue, e dritto menatosi seco Baccelardo nel suo gabinetto, di lui non meno ansioso, dimanda:
—Ebbene, bel cavaliero?
—Santo padre, risponde Baccelardo, il cuore di Enrico è ostinato, e non vi ha potere che dal suo tenace proposito lo rimuova.
—Non vi ha potere! tentennando della testa ed accennando il volto a sorriso, sclama Ildebrando. Continuate. Raccontateci tutto fil filo.
—Santo padre, io non posso raccontarvi che poco, risponde Baccelardo, i vostri legati, che di non molto antecedo, v'informeranno meglio di tutto.
—Dite pure quel che sapete, impaziente scoppia Gregorio, e ditelo presto, in nome di Dio!
—Eccomi. Vostra beatitudine volle spedirmi in Germania prima dei legati onde in certo modo io preparassi loro la strada, e men bruschi facessi arrivare i decreti del concilio del Vaticano. Pur non avvenne così: io giunsi otto giorni dopo di loro.
—Otto giorni! sclama Gregorio! bisogna dire, ser cavaliere, che voi siate ben neghittoso, o traditore della santa Sede.
—Nè l'uno nè l'altro, signore. Il mio cavallo si azzoppì nelle montagne dell'Elvezia, e dovetti restare quindici giorni per farlo guarire. Ecco tutto.
—Pel nome santo di Dio! e voi curate più un tristo di ronzino, che l'adempimento dei nostri ordini, messere?
—Ser papa, uditemi. Io non sono per alcun modo vassallo della Chiesa, che per me nulla ha fatto nè ha saputo fare finora. M'incaricai delle vostre commissioni per cortesia, e le compii con quella solerzia che meglio mi convenne. In ordine al ronzino poi, come vi piace addimandarlo, gli è bene che vostra beatitudine sappia, io averlo caro più della persona mia stessa. È il solo fedele che io mi abbia. Mi son trovato in mezzo alle zuffe accerchiato da densa selva di aste, minacciato da cento nemici; e non ho veduto papa Gregorio aprirmi il varco periglioso, ma il mio cavallo. Mi son trovato fra gli aguati dei miei persecutori, inseguito come belva, messo a segno di cento arcadori, in un nuvolo di giavellotti e di chiaverine; e non è stato papa Gregorio che dall'insidie e dalla morte mi ha campato, ma la velocità del mio cavallo. Ho dovuto arrampicarmi per greppi dirupati, sospeso fra il cielo e l'abisso, senza segno di calle, dove il camoscio non si sarebbe avventurato; ho dovuto valicare lagune melmose affondando fino alla gola; ho dovuto guadar fiumi terribili; e non ho trovato papa Gregorio che il pericolo e la fatica mi temperasse, ma questo fedel mio cavallo. Per qual titolo dunque papa Gregorio pretendeva da me che io avessi abbandonato il compagno che Iddio ha messo alla deserta mia vita per obbedir lui, che finora non mi ha data neppure una parola di conforto o di speranza?
—Tu non hai fede, cavaliere, sclama Gregorio con gravità, non volendo rispondere per le rime e romper con Baccelardo per allora; e dove manca la fede, l'interesse mondano precede a tutte le considerazioni di anima e di Dio. I tempi non sono ancora maturi, la Chiesa milita ancora. Ma i dì della grazia son prossimi, ed allora vedrai se papa Gregorio saprà darti più del conforto, più della speranza.
—Sì, santo padre, quel che mi avete dato pel servigio che vi resi a Montecassino, insultando il neghittoso papa Alessandro! I tempi che sperate però mi sembrano ancora lontani, se vero è pure ciò che ho udito della sorte dei vostri legati.
—Della sorte dei nostri legati! grida Gregorio stupefatto. E che sarebbe loro avvenuto di sinistro, cavaliere? Parlate su, dite chiaro, e dite presto quel che sapete. Il vostro narrare lento e misterioso ci stucca.
—Ne apprenderete fra breve anche troppo, signore. Essi si presentarono al re, nel momento ch'e' finiva di umiliare i Sassoni. Enrico aveva sentore del vostro parteggiare per costoro e delle prevaricazioni che i vostri legati andavan spargendo pel campo, onde subitamente levarli a rumore. A rompervi le vie, diede sul fatto libertà ad Ottone di Nordheim e lo constituì vicario imperiale di Sassonia. Poscia, dopo discussi gli altri affari dell'impero, fe' comparire i legati. Io non saprei dirvi qual corruccio destasse fra quei numerosi principi il canone che li spoglia del dritto d'investir feudi agli ecclesiastici, e di riscuotere i livelli annessi ad essi, nè quanto maggiore fosse lo sdegno al divieto delle mogli ai sacerdoti. Per poco quella adunanza di gente nobile ed assennata non iscoppiò in tumulti. Si rise però quando udissi della scomunica fulminata contro l'arcivescovo di Brema, contro quel di Strasburgo, contro i vescovi di Bamberga e di Spira, ed altri uffiziali della corte e primati dell'impero, se pel mese di giugno non si fossero presentati in abito di penitenti alla soglia del Vaticano onde essere giudicati da voi.
—Si rise! sclama Gregorio ghignando. E poi? Ed i legati?
—Oh! quanto ai legati essi non si scomposero nè per ire nè per beffe. Chè anzi allora presentarono la vostra lettera ad Enrico. Questi, borioso per aver domata Sassonia, la lesse, e ad alta voce alcuni pezzi ne recitò, tra i cachinni dell'assemblea.
—E non sapreste per avventura, bel cavaliere, quali fossero codesti pezzi?
—Se ne parla per tutta Germania, santo padre, e maraviglia ognuno di vostra temerità. Quell'indirizzo per esempio: Al re Enrico salute ed apostolica benedizione, se alla sede apostolica presterà l'obbedienza dovutale da chiunque è cristiano: quell'imporgli di sfrattare dalla reggia gli scomunicati da voi, ed impetrare con idonea penitenza il perdono; quel rimproverargli che da nemico, da ribelle, da traditore, col più insolente disprezzo oppugna la sempiterna autorità della Chiesa—testimoni i vescovadi di Firmano, di Ravenna, di Spoleto e di Milano conferiti a sue creature, quasi che le chiese fossero ad arbitrio di un laico, e date a governare ai re: quel consigliarlo a non mormorare dei vostri decreti e recarsi volentieroso come giumento a fare ciò che voi ordinavate: quel comandargli che non solo egli ma tutti i re della terra con riverenza profonda debbano osservare i vostri decreti: quel mettergli perentorio in fine, perchè senza lungamento di tempo ritornasse alle loro sedi gli ecclesiastici sassoni esuli o imprigionati che fossero, restituisse le chiese ed i beneficii usurpati, si sottomettessero tutti ai canoni di un concilio presieduto da voi, se pure, contumaci al vostro decreto, dalla spada di s. Pietro non volessero essere sterminati dal grembo della Chiesa. (Ep., III, 10).
—Basta, comprendo, l'interruppe Gregorio, E poi?
—Eh! beato padre, e poi l'imperatore lacerò in più pezzi il foglio, e sul volto dei legati lo gittò fra un pieno grido di gioia di tutta la dieta. E per dar prova più solenne in qual conto e' tenesse vostre minacce e vostri desideri, fe' trarsi avanti i chierici ed i laici di Colonia, venuti a supplicarlo di eleggere il successore di Annone, e li costrinse o ad accettare per arcivescovo un tale Idolfo, uomo di bassa lega, ovvero a star senza pastore finchè loro ne salisse la noia. Idolfo fu accettato.
—Ed i legati? dimanda Gregorio furibondo.
—I legati intimarono allora all'imperatore la citazione di comparire ad un concilio a Roma onde purgarsi delle colpe che gli apponeva tutta Germania, sotto pena di essere pronunciato ribelle, scomunicato, e decaduto dai dritti di re. A quest'intíma la collera di Enrico trabocca. Ei fa cacciar via vituperosamente gli audaci legati, tra le contumelie di tutta l'assemblea, e dai suoi Stati di Germania li bandisce, rattenuto dall'arcivescovo Sigofredo da Magonza che non li facesse frustare. Indi spedì corrieri per ogni provincia di Lamagna, onde convocare a Worms un concilio, ed egli stesso vi si recò.
—Ed il concilio si tenne?
—Per certo, e vi accorse numero immenso di abati, diaconi, vescovi, metropoliti e duchi, conti e baroni senza fine. Congregatisi tutti, il cardinal Bennone sorse a leggere una storia di voi, santo padre, nella quale tutti i fatti di vostra vita dettagliavansi ed esaminavansi con severità. Indi produsse terribili accuse contro la vostra modestia, le sue parole confirmando per lettere di parecchi vescovi, cardinali, ecclesiastici e nobili d'Italia, non che del popolo e del senato romano. Delle quali multiplici imputazioni ricordo solamente, che....
—Tacetevi: non vogliamo udirle, l'interruppe Gregorio. Il nostro giudice è in cielo, ed a colui solamente dobbiamo dar conto. I giudici ed i potenti della terra abbiamo sotto le suole dei nostri sandali, e li schiacciamo a guisa di fango.
—Come vi piace, santo padre. Mentre dunque quelle incolpazioni si discettavano, giunsi io. Gli araldi che guardavano le porte mi annunziano all'imperatore per oratore del papa. A questo titolo mi si vieta l'ingresso. Ma avendo insistito esser io cavaliere, ed avere lettera di Gregorio VII da presentare nelle proprie mani del re, m'intromettono alla presenza dell'augusto concilio. Superbamente un segretario dell'imperatore toglie la lettera per ordine di lui, e ad alta voce comincia a recitarla. Alle corrucciate ed amare parole della santità vostra, lo sdegno di Enrico traripa. Egli mette in obblìo le sacre prerogative degli ambasciadori, e comanda che mi gittassero nel fondo di una torre del castello di Worms. Allora io protestai avanti a tutta quella adunanza dell'onta che si faceva alla mia persona, e dichiarai che, quando che fosse, ne avrei dimandata ragione, se non come oratore come cavaliere.
—E ben faceste.
—Udite adesso ciò che accadde. Appena uscito dall'aula del concilio, otto uomini della guardia imperiale mi aggrattigliano, mi tolgono ogni maniera d'armi, e mi traggono alla prigione. Allora dimandai per favore vedere un'estrema volta il mio cavallo, e licenziarmi dal fedele animale. E sì dicendo sentii le lagrime navigarmi per gli occhi. Messer Ulrico di Cosheim, favorito dell'imperatore e suo intimo confidente, notò la mia richiesta, e fece soddisfarmi. Venne anch'egli a vedere il superbo corridore, ed assai maravigliò della fortezza, della venustà, dell'eleganza del nobile animale. Io gli carezzai il collo, gli carezzai la testa, e raccomandai al sire di Cosheim che, se quel disgraziato palafreno avesse dovuto cangiar di padrone, gliene avessero dato almeno uno altrettanto generoso e distinto che la sua genealogia meritava. Ulrico mi promise che lo avrebbe tenuto per sè, se la mia sfortuna così avesse portato, o ne avrebbe fatto dono al re. In ogni modo, ei s'incaricava di custodirmelo e riguardarlo come il cavallo di un bravo si riguarda. Confortato di questa fidanza, più contento mi recai alla muda.
—Proprio alla muda vi avevano condannato? domanda Gregorio.
—Alla muda proprio, risponde Baccelardo, quasi io mi fossi un malfattore. Però non ebbi poscia a dolermene. Perocchè avvenne che a messer Ulrico di Cosheim, invaghito della bellezza del destriero, prendesse talento cavalcarlo. Glielo apprestarono. Ora io non saprei dirvi, santo padre, quanto quel gentile animale s'imbestialisse vedendo quel nuovo signore. Fu tanta la selvaggia sua retrosia, e tanto il mordere e sparar di calci, che molti tra quei palafrenieri e scudieri accorsi ne restarono malamente conci. Messer Ulrico, che è maestro in cavalleria e vigoroso della persona e destro, s'incoccia a vincere la partita. Gli si accosta quindi di nuovo, e con maniere parte aspre parte carezzevoli cerca domarlo. Messer Ulrico però aveva malamente avvisato, perocchè ne tolse di tale percossa dalle zampe d'avanti, ch'ei fu trasportato via per estinto. Nessuno più allora sentì voglia aver che fare con quella belva, sapendo come tutti il sire di Cosheim superasse per maestria di equitare. Fu intanto riferito ad Enrico della grave ferita del suo favorito e del croio corridore. Anche al re salta il ticchio vincere la puntaglia; chè il re valeva ancor meglio del duca di Cosheim nel maneggio de' cavalli. Fu quindi il mio povero Licht novellamente bardato, e tratto nella cavallerizza. I cortigiani di Enrico vollero distoglierlo da quella prova, ma perciò appunto ve lo decidono più. Sicchè fa condurre quivi altri cavalli, fa circondare il mio da scudieri e mozzi, e quasi tendendogli aguati cerca di cavalcarlo. Dio lo perdoni! perchè due di quei disgraziati ebbero a morirne, ed egli si salvò da qualche sconcio per la sola leggerezza del tirarsi da canto.
—È un demonio dunque codesto vostro cavallo, ser cavaliere? dimandò Ildebrando.
—Mai no, santo padre—esso è di quegli esseri che la specie umana conobbe pochi per egual fedeltà. Ma, per farla breve, l'imperatore sospettando che vi fosse alcun segreto nel modo di cavalcarlo, ed innamorato della sua leggiadria volle impararlo a montare da me. Fui perciò ritratto di prigione, e tradotto alla cavallerizza, presente lui. Udii del suo desiderio e mi balzò il cuore per allegrezza.
—Comprendo anch'io, disse Gregorio. Tirate avanti.
—Vostra beatitudine vedrà se avevo ragione di amarlo. Dimandai dunque innanzi tratto che mi restituissero le armi. E dopo che me le ebbi tutte vestite, feci menarmi sul mastio. Quivi era uno spianato, da un lato circondato da mura, dall'altro da una specie di parapetto, sotto il quale, alla profondità di un quindici piedi scavavasi fossa profonda altrettanto, ripiena di acqua. Oltre di questa, aprivasi vasta campagna. Quivi condotto dunque cominciai a palpare il mio fedele Licht; cominciai ad aggiustargli le cinghie, e gli pizzicai un cotal poco le orecchie. Ed esso a farmi festa a non finirla. L'imperatore, l'imperatrice, tutti i grossi baroni della corte e dame e donzelli e scudieri stavano presenti. Io li obbligai a tirarsi da canto e salii a cavallo. Allora detti un fischio, come lo squittire della volpe; e mentre essi tutti si aspettavano che io lo avessi fatto un cotal poco corvettare e saltabeccare nell'angusto spianato, io lo volto netto al parapetto della fossa e dissi:
» Sire, tu contro il sacramento delle genti mi hai fatto cattivo; io, contro la santità della parola di cavaliere ti dico che ti sei condotto da sleale, e via me ne vado.
—Bravo! sclama Gregorio stendendo la sua mano a Baccelardo, che la strinse ma non la baciò. E continuò:
—Io detti allora forte di sprone, ed il cavallo salta giù, coverti entrambi di pesanti armadure come eravamo. Da prima affondammo fino all'imo ambedue ed alcun poco vi rimanemmo. Ma poscia toccando di sprone novellamente, Licht si dimena, e risaliti in un baleno, e guadata la fossa, che dall'altra sponda era piena di acqua a fior di terra, fuggimmo per la vasta pianura. I balestrieri dell'imperatore avrebbero voluto tirarci su; egli nol permise. Solo ci sciolse dietro molti suoi uomini d'armi per righermirci. Infatti mentre noi correvamo così alla perduta ed avevamo quei bracchi alla coda, ecco spuntarci di fronte, al gomito della strada, uno squadrone di cavalieri del duca di Lorena. Sicchè chiusi in mezzo per tal modo dovemmo arrenderci. Quei cavalieri però ci trattarono co' maggiori riguardi, e ci condussero alla presenza del re. Egli, al vedermi, si alza da sedere. Fa anche di più, mi viene incontro e mi stende la mano cui io piegando a terra il ginocchio baciai. Ed e' mi disse:
—Messer Baccelardo, voi siete bravo ed animoso cavaliere. Le vostre ardite parole e la vostra audace opera ci son piaciute moltissimo, e perciò vi diamo licenza di ritornare ad Ildebrando, con nostre lettere, libero ed onorato. Togliete intanto questa catena di oro, questa spada, e questo pugnale in nostra memoria, ed abbiatevi la imperiale nostra parola che, come avremo aggiustate le cose dell'Alemagna, penseremo altresì ai vostri negozi col duca Guiscardo, che a noi non negherà di obbedire.
—Mercè, sire, risposi io, codesta è cortesia che supera ogni mia speranza.
—Noi vi rendiamo giustizia, cavaliere, riprende egli magnanimamente. E perchè abbiate maggior prova del come noi sappiamo far conto dei bravi, vi proponiamo a stanza la nostra corte imperiale, finchè non sarete restituito negli Stati del padre vostro—se ciò vi permettono gli anteriori accordi fra voi ed Ildebrando.
E sì dicendo si mise a dettare la lettera che vi presento, santo padre; e di cui, se per avventura avrete dispiacere, non dovete accusarne che voi.
Gregorio prese la lettera di Enrico e ad alta voce lesse:
« Enrico per la grazia di Dio re dei Romani ad Ildebrando.
« Tale saluto hai tu meritato colla tua mala condotta, tu che in quanti nella gerarchia ecclesiastica occupasti gradi infimi od alti hai teco recato sovversione di ogni ordine, e scandalo e maledizione di Dio. E per non dir che delle cose più gravi, oltraggiasti i ministri del tempio, umiliasti gli arcivescovi, i vescovi, i preti e gli unti del Signore quali vili mancipi, i quali non sappiano ciò che si faccia il padrone, li affliggesti e conculcasti coi piedi. Tu eri tiranno e noi tacemmo per non turbare la pace e menomare la maestà della fede: ma la nostra pazienza, giudicando timore, ti sei sollevato contro la stessa dignità di sovrano che a noi fu data da Dio. Hai minacciato per mezzo di arroganti legati; hai voluto rapirci il potere quasi che noi lo tenessimo da te e non da Cristo, e che regno ed impero stessero nella mano dell'uomo; mentre il Signore dei cieli ha chiamato il servo Enrico all'impero non il nemico Ildebrando alla sede. Tu vi salisti per la scala che dicesi frode ed è maledetta da Dio. Per danaro sei pervenuto al favore, pel favore ad una potenza di ferro, per la potenza alla sede di Pietro, e dalla sede della pace hai cacciato in bando la pace con l'armare i sudditi contro i sovrani, con l'insegnare a vilipendere i vescovi chiamati da Cristo, quasi non da Cristo chiamati. Nè pago del tiranneggiare i tuoi sudditi, hai gravemente oltraggiato anche noi, che, indegni sì, ma pur siamo fra gli unti, unto non al tempio ma al trono; mentre è dottrina dei santi Padri che Dio solo ci può giudicare.
« S. Leone emulator dell'apostolo ha detto: temete il Signore, onorate il re. Ma perchè tu non temi il Signore, credi di non onorar noi che siamo re. Tu pertanto che fosti maledetto e condannato dal concilio tenuto qui a Worms, discendi, abbandona una sede usurpata. Farem salire codesta cattedra da un altro, il quale non veli la prepotenza, l'orgoglio e l'ambizione col manto di religione, ed insegni la vera dottrina di carità dell'evangelo, non quella di Satanno.
« Noi Enrico per la grazia di Dio, re di Germania e di Roma questo vogliamo che tu sappi, Ildebrando simoniaco e falso pastore[1] ».
Come Gregorio ebbe letta questa lettera, che Paolo Bernried, pecudino fautore di lui chiama di ogni ingiuria disonesta e di falsità ripiena, e sir Rogero Greiffey il sunto più esatto della storia e condotta di Gregorio, il colore del volto di lui si fece rovente come bragia. Senza dimandare più motto, licenzia Baccelardo, e tutto quel dì e la notte susseguente lo si vide percorrere le stanze cupo, taciturno, agitato da interna inquietudine, e da quella specie di smania che tormenta la donna vicina a partorire.
E presso a poco, guardata dal lato morale, identica era la situazione di Gregorio.
Egli ruminava il più vasto colpo che per undici secoli avessero mai concepito i successori di san Pietro. E' doveva dare alla terra un esempio di rigore e di smisurato arbitrio di potere, che i secoli venturi funestò di mali infiniti, di guerre, d'irreligioneria senza limiti. I suoi progetti erano alfine giunti a pienezza onde venire alla luce, senza più veli, senza più orpelli. La sua autorità aveva messa radice solida. I popoli avevano udito maravigliati la novità dei suoi disegni, e speravano fare un passo ancora al riscatto, affrancarsi dalla potenza della spada, vigilando sbarazzarsi poi anche di quella della parola. I potenti, colpiti nell'ebbrezza dell'orgoglio e dei dritti, fremevano parte, parte ridevano. Tutta la terra, in una parola, quest'uomo fatale aveva messa a combustione; ed ora saliva i pinacoli per gittarle il più grande dei suoi pensieri, per farle udire il più terribile suo verbo.
Al domani fu intimato un altro concilio per Roma.
Descendors, les ordres divins
Veulent que ce bonheur, ces clartés sans mélange
Passent rapidement.
Centodieci vescovi e prelati convennero a Roma pel novello sinodo intimato da Gregorio, alcuni cardinali, e parecchi dei feudatari che dominavano Italia—tra i quali quella celebre contessa Matilde, che sì giovane, sì bella, attenevasi al papa per tal divota sommessione da lasciar poi parlare di stregonecci e di amori. Vi assistevano il prefetto ed i tribuni di Roma, per la sicurezza e tranquillità dei padri, e quelli dei nobili che per Gregorio tenevano, onde tornare più solenne e maestosa l'adunata.
In spaziosa sala del palazzo Laterano, a foggia di semicerchio, si allogarono i seggi. Primi sedevano i cardinali, allora non più di sette, nè vestiti di porpora ma di paonazzo. Dopo gli arcivescovi, cui sotto i bianchi manti seminati di croci nere trasparivano ricche dalmatiche, aperte ai fianchi. Indi i vescovi e gli abati dalle lunghe barbe che loro scendevano sul petto. Ai due lati di questo semicerchio, nella parte interna, sedevano i signori laici e gli oratori delle corti straniere. Nel centro, sotto l'elevato seggio del papa, quattro segretari; ed il pontefice di rimpetto a tutti, nel mezzo, con due prelati dietro per trasmettere i suoi comandi. L'abate Ugone di Cluny riceveva alla porta i brevi di credenza di coloro che si presentavano al concilio. Egli poi li affidava agli araldi sacri onde condurli ai posti che loro spettavano. Infine si tenevano fuori quattro centurioni, con un manipolo di soldati, per arginare esterni tumulti, mettere a segno i riottosi del sinodo.
All'ora di sesta, radunati tutti, comparve la contessa Matilde. Ella aveva già trent'anni, conciossiachè di meno assai ne dimostrasse. I suoi lineamenti puri e severi erano bellissimi, di quella bellezza senza menda, ma senza poesia, senza inspirazione, che osservasi nelle opere di Canova. Le si leggeva sul volto un'aria di pensiero che la faceva sembrare alcun poco accigliata a primo aspetto. Però la soave trasparenza dell'occhio ceruleo, e la serenità della fronte maestosa ogni nube dissipavano, e quella specie di rigido contegno rivelavano bene per quel che era in sè stesso, un'abitudine cioè di ascetiche meditazioni, cui mai intieramente abbandonava e che le davano quell'alcun che di vago nello sguardo, e l'abitudine delle cure virili che dalla tenera età l'avevano occupata. Nell'insieme però bellissima la sua greca fisonomia riusciva, se non piacevole altrettanto. Vestiva tunica di bianchissima lana di Cipro, orlata d'aurei ricami contesti a seta cilestre, ed aperta un cotal poco sul petto per far luce ad una camescia di seta d'India, egualmente bianca. Stringevale i fianchi cordone d'oro che, terminato in due ghiande di pietre preziose, venivale giù fino ai piedi, chiusi in eleganti pantofole di broccato. Dalle spalle pendevale manto di velluto di Venezia chermisino, foderato di vaio, orlato del pari di trena d'oro, e fermato da scheggiale di zaffiro, di un pezzo solo, a forma d'aquila. Il manto aveva il tassello calato; poichè, dovendo sedere al concilio della testa scoverta, aveva dimesso il solito berretto a corno che si osserva nei suoi ritratti, aveva intessuto fra le trecce dei capelli d'oro, bianco velo ricamato a pagliuzze di argento, e mantenuto da ghiera d'oro che le cingeva la fronte, senza ecclissarla di splendore—solo e tenue distintivo del suo nobile grado.
Ella precedette di poco il pontefice che, per favore speciale ai servigi da lei resi alla santa sede, le aveva accordato assistere al sinedrio. Maestosa avanzò nell'aula Matilde, seguita da bianco levriere mentre due paggi le sostenevano i lembi della clamide, ed andò a sedere al seggio che, assai più basso, presso a quello di Gregorio, le avevano rizzato. Indi a poco comparve anche costui.
Al suo apparire tutti si alzarono. Egli li benedisse in prima, poi li ringraziò per brevi e gravi parole della sollecitudine che avevano mostrata nel venire a consolidare del loro voto i decreti di Dio. E scoverti della testa com'erano, intuonò la preghiera per invocare lo Spirito Santo. Poi, come tutti gli atti preparativi furono compiuti e steso il processo verbale per l'apertura della seduta, Ildebrando fece cenno della mano per richiamare l'attenzione e parlò:
—Figliuoli, sta scritto che sarebbero venuti i tempi pericolosi in cui i nemici di Cristo sarebbero sorti. Questi tempi sono arrivati. Credevamo alfine che dopo lungo battagliare avesse la Chiesa potuto assaporare giorni di pace. Ma questa pace è stata addentata da due sacrileghi; è stata violata da due infami. Questa pace han contaminata Enrico di Germania, e colui che oggi si chiama arcivescovo di Ravenna—il più sozzo, il più malvagio di quanti reprobi avessero mai conquinata la terra. Imaginate voi un delitto il più nuovo, il più gigantesco possibile che questi due non abbian commesso. Imaginate gli attentati più empi, le opere più terribili, i vituperi più nefari; questi due li han commessi tutti. O essi stessi son l'Anticristo, o ne sono i precursori. All'erta dunque, soldati di Cristo; all'opera, padri della chiesa. Siate prudenti come i serpenti, allacciatevi i sandali, cingete la spada, perchè l'epoca di una messe di sangue è matura, perchè i leoni di Giuda ruggirono. La divisa del sacerdote è la dolcezza. Però quando gli altari di Dio sono concussi; quando i santuari sono profanati e messi a vendita e a ruba; quando le persone dei sacerdoti sono prostituite, svillaneggiate, ed esposte al mercato come schiavi da gleba; quando tutte le credenze che i popoli adorano riverenti sono manomesse dai reprobi; allora ricordiamoci, fratelli, che siamo sacerdoti del Dio dei fulmini e delle vendette, del Dio che percuoteva Faraone, del Dio che sterminava Sanneccheribbo e gli Amaleciti; e sorgiamo terribili ed esclamiamo: Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus ».
Dopo questa selvaggia diatriba si alza quel camerario Giovanni che abbiam veduto innanzi, e che Gregorio aveva elevato a vescovo di Porto, e messo molto addentro nelle sue grazie, dopo la diserzione del cardinale Ugo Candido. Giovanni di Porto era veramente un uomo terribile. Violento nelle passioni, spicciativo, manesco egli era, e come pressochè tutti i buoni ecclesiastici di allora, soldato in ogni suo affetto, in ogni suo uso. Giovanni, in poche parole descrisse della Chiesa il quadro più luttuoso, e dopo averne accennate le brutture e le miserie, continuò:
—Ma chi l'ha travolta in tanta geenna di vituperi? L'apostata Enrico di Germania; quel mostro dell'arcivescovo di Ravenna, Guiberto. Vuol bene questo santo padre Gregorio, il più grande di quanti pontefici ha avuti finora la Chiesa, vuol bene interdire mogli e concubine agli ecclesiastici, vuol bene condannare le leziosaggini e le morbidezze del vestire, il donneare, l'impazzir dietro cacce e banchetti, il frequentar meglio le orgie che gli altari, l'usar nelle corti, il cavalcare alle guerre; vuol bene sottrarre i sacerdoti alle investiture dei laici, al loro dominio, ai loro capricci, alle loro servitù; il santo padre non affrancherà giammai intieramente la Chiesa, non eleverà giammai il calice sulla spada, la tiara sulla corona, la nobile Italia sull'Alemagna, finchè vi resterà ancora per la terra codesto Enrico, il quale estolle l'empia cervice contro la sublime maestà del pontefice, e dice anch'esso: io sono! Finchè ci resterà Guiberto, che tutte le infamie e tutte le scelleratezze in sè porta incarnate, la Chiesa è disonorata. Questi due sono il nucleo a cui si aggruppano tutti i malcontenti; essi sono il loglio che contamina il buon grano; essi sono il braccio che fulcisce i rivoltosi; essi hanno alzata la bandiera a cui concorrono le schiere dei perduti; essi sono il principio che fomenta i ribelli, la peste che corrompe, il consiglio che diserta; e finchè essi saranno, pace e salute la Chiesa non avrà mai. La Chiesa però non solamente ha le chiavi ma la spada; non solamente ha la carità ma i fulmini; non solo i sacerdoti ma i soldati. Distruggiamoli dunque. Il ferro ed il fuoco, il pugnale ed il veleno, la guerra ed il tradimento, ogni mezzo si adoperi per cavar tale imbratto alla Chiesa; perchè sta scritto nel libro della Sapienza: Horrende et cito apparebit vobis, judicium durissimum his qui præsunt, fiet.
A questa terribile sentenza la contessa Matilde si alza, e voltasi al pontefice:
—Santo padre, supplica, se è lecito impetrar grazia pel nostro cugino Enrico, noi siam quella che lo facciamo, se pur pregio ebbero mai dinanzi agli occhi vostri le poche opere nostre a pro della Chiesa. Enrico è giovane, corrotto da perfidi consiglieri, ma l'anima ha gentile e da generosi pensieri non aliena. Usategli dolcezza ancora, non lo inasprite per dure maniere, chè bene può emendarsi. E noi, noi stesse promettiamo a questo santo sinedrio ed a voi, beato padre, di recarci in Lamagna e comporlo con la Chiesa, e ritrarlo dal precipizio.
—Madonna, voi non sapete quel che chiedete, con un tal qual piglio rispose Ildebrando. Noi abbiamo usata misericordia ad Enrico lungamente, avvegnachè, come diretti padroni di Germania, lo avessimo dovuto punire fin da principio per non indurarlo nel male. Ma egli si è fatto di dì in dì sempre più malvagio, egli ha costretti Iddio e noi ad abbandonarlo. E per chi è abbandonato da Dio e da noi, chi osa interporsi ad intercedergli grazia?
—Noi, riprende Matilde arditamente credendo aver pure alcun merito di qualche servigio renduto alla sede ponteficia.
—Voi, madonna, ne avete perduto ogni prezzo col vantarvene, severo l'interrompe Ildebrando. La Chiesa non ha bisogno di alcuno, perchè ci siam noi ed il braccio di Dio che la difendiamo. E se talvolta imponiamo ai laici di coadiuvarci, gli è più per prestar loro occasione di guadagnarsi il regno de' cieli, che per bisogno cui noi ne sentissimo.
—Ed io attesto, sorge a dire Baccelardo, che quanto ha detto il vescovo di Porto è tutto falso e calunnioso. L'imperadore Enrico di Germania è magnanimo, valoroso, d'intendimenti nobili e cristiani, che rispetta gli altrui dritti ed i suoi vuol venerati, che ha come sante le constituzioni di Lamagna a cui si vuole attentare, che non soffrirà mai che il suo impero venga tenuto come feudo della Chiesa, mentre egli è invece imperadore dei Romani, patrizio di Roma. Si disdica quindi il vescovo Giovanni di Porto, perchè male sta in un pastore di Cristo malignare i possenti.
Il vescovo si leva per rispondere, ma gli araldi sacri annunziano Rolando da Parma, commissario dell'imperadore di Alemagna. Costui era arrivato due giorni prima, nè a chicchessia aveva rivelato il motivo di sua venuta. L'istesso arcivescovo di Ravenna alcuna cosa non seppe fino alla mattina nella quale il concilio si aprì. Allora Rolando gli consegnò lettere di Enrico, e Guiberto, nel momento istesso, mosse la sua corte di Roma e partì. Rolando si recò al concilio, e dopo aver presentati i brevi di credenza alla porta entrò nella sala.
Non aveva ancora trent'anni; colossale e robusto della persona, ardito ed imperioso nell'aspetto, Rolando constringeva i più audaci ad abbassare gli sguardi, fulminati dal suo scintillante e lucido occhio nero. A lievi distintivi potevasi discernere esser egli prete. Del rimanente, vestito affatto da uomo di guerra, nell'inflessione dell'alta e sonora voce, nella speditezza del gesto, nella franchezza delle maniere, chiaro appariva che del sacerdozio egli non aveva saputo mai che farsene, e che per sola petulanza o capriccio ne adottava ancora alcun segno. Senza nudarsi la testa menomamente, a passo solenne si avanzò fino al seggio di Matilde per profferirle lieve riverenza, baciandole la mano, essendo Rolando nato suo suddito. Poscia si trasse avanti al soglio di Gregorio, che accigliato ne seguiva ogni atto ed ogni movimento, e disse:
—Mastro Ildebrando, il re mio signore e tutti i vescovi d'oltremonte e d'Italia t'intimano questo comando: Scendi dalla sede di Pietro usurpata con arti malvage. Deponi il governo della Chiesa cristiana. Abbandona la soglia del tempio, perchè niuno può levarsi a maestro di fedeli, non eletto dai vescovi, nè confirmato dal patrizio di Roma. E voi, sudditi di Enrico, sappiate che il giorno di Pentecoste dovete presentarvi al sovrano onde ricevere dalle sue mani un pontefice, perchè costui, giudicato dal concilio di Worms, di cui vi presento gli atti, non fu trovato tale, ma lupo rapace e tiranno.
E sì dicendo, al papa presentava la lettera dell'imperatore, ai segretari i decreti del sinodo di Worms. Ma a quelle parole, l'ardente vescovo di Porto balza in piedi e grida:
—Per il manto di Dio! imprigionate lo scismatico.
Ed alle parole giungendo l'esempio, si avventa sopra Rolando, traendo di sotto le vesti pugnale per assassinarlo. Costui però non dà segni di sgomento. Egli aspetta il vescovo, e mentre questi lo aveva di già ghermito dal petto e gli alzava sul capo lo stile, non saprei se per intimorirlo o per ucciderlo, Rolando lo abbranca dalla nuca, e, quasi avesse allontanata da sè importuna cianfrusaglia, lo manda a battere di testa ai seggi dei prelati, vicino la porta. Al novello tratto di ardimento, il prefetto, i tribuni ed i soldati di Roma sguainano le spade, e levati in massa gli si rovesciano sopra per morirlo ai piedi del papa. Se non che questi di lancio si precipita dal trono, ed allogatosi avanti al petto di Rolando, ai furibondi grida:
—Indietro, signori: rispettate il dritto delle genti che fa sacri gli oratori, e la tremenda maestà del concilio. Noi non dobbiamo odiar nessuno, ma tollerare gl'insani che si affaticano violare le leggi eterne di Dio. Vi dissi che l'ora della persecuzione era per giungere; è giunta. Risparmiate il sangue e siate pronti a resistere con fermezza, perchè lo spirito di prudenza e di mansuetudine è spirito di sapienza e di fortezza.
Indi, aperta la lettera di Enrico, con tranquilla voce e serenità di sembiante legge:
« Enrico, non per usurpazione ma per volere di Dio re di Germania, ad Ildebrando non papa ma falso monaco.
« Sebbene noi avessimo sperato finora da te ciò che da padre prudente può sperare figliuolo amoroso, e sebbene a dispetto dei nostri vassalli fossimo stati riverenti al tuo cenno, ciò nullamanco ti abbiamo provato per tale quale appena avrebbe saputo mostrarsi il più pernizioso nemico dell'impero germanico. Ci hai scemato il nostro ereditario potere; ci hai negato l'onore che dal vescovo di Roma è dovuto al re dei Romani. Con maligna arte hai sedotti i vassalli italiani a rinnegare la sovranità dell'impero. Nè contento dall'avere offeso il tuo re, hai posta mano pesante addosso ai vescovi lombardi e tedeschi, li hai gravati contro ogni dritto, vilipesi in faccia alle genti, condannati alle pene più atroci, solo perchè i generosi mantenevano salda lor fede, ed ai capricci di uomo orgoglioso resistevano. E poichè la nostra longanimità pazientava, hai presa la sofferenza benigna per languore di sovrano indolente, hai osato minacciare il tuo re, bandire il regicidio dal pergamo, e con parola nefanda giurato, che o saresti morto tu stesso, o fra poco tolto di seggio e di vita il monarca. A rintuzzare l'inaudita insolenza non credemmo valer più le parole, ma fatti volersi e castighi. Per lo che, cedendo alle preghiere dei principi, congregammo il concilio di Worms, ove i vescovi quanto sinora per timore o per rispetto avevan taciuto, svelarono; e sulle prove parlanti, che nelle lettere di ciascuno leggerai, giudicarono essere nocevole all'orbe cristiano che tu governi la Chiesa. Dietro la quale sentenza emanata dal santo concilio, secondo i canoni ed i santi Padri e giusta al conspetto di Dio, noi re di Germania ti pronunciamo decaduto dai dritti di papa usurpati, e ti comandiamo discendere dalla sede di quella città della quale i liberi suffragi del popolo ci han creato patrizio e sovrano.
« Questo comanda Enrico re di Germania ad Ildebrando usurpatore del ponteficato e falso pastore di Roma »[2].
Dopo di ciò, un segretario del concilio lesse la lettera al popolo e senato romano. Ma e' non potè tutta compierne la lettura, perchè gli scalpori ed il gridare dei componenti del sinodo si levarono altissimi. Per modo che al messo imperiale fu gran fatto novellamente campare la vita, difeso dalla generosa prudenza di Gregorio. Giovanni di Porto però, prendendo la parola a nome di tutta l'assemblea, scongiurò il papa che sguainasse la spada di Pietro e scomunicasse un monarca scellerato e ribelle, giurandogli a nome di tutti fedeltà ed obbedienza, decisi com'erano di correre una sorte con lui—fosse stato pure il martirio!
Allora Ildebrando sorge fra le acclamazioni del sinodo e con voce solenne e maestosa, con volto sereno parla:
—S. Pietro! tu principe degli apostoli e vicario di Cristo porgi orecchio all'imponente scongiuro, ed ascolta. Te attesto, e la madre di Dio, e Paolo tuo fratello di grazia che questo soglio non ho usurpato per ambizion di comando. Mercè tua, è piaciuto al popolo confidato a te che obbedisca al tuo servo Gregorio, e che in lui risieda il potere di sciogliere e legare quaggiù ciò che tu sciogli e leghi nei cieli. Fermo in questa fiducia, io legittimo papa e vero luogotenente di Dio, scomunico in nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo Enrico re di Germania, figlio di Enrico imperator dei Romani, empio che con feroce superbia perseguita ed oppugna la Chiesa, gl'interdico le insegne reali, ed il governo del regno tedesco e d'Italia, sciolgo tutti i cristiani dal giuramento che gli han dato e daranno, vieto a tutti ed a ciascuno che d'ora innanzi obbediscano a lui come a re; ed in nome dei santi apostoli e di Cristo lo lego col vincolo di un tremendo anatema; affinchè tutti i popoli sappiano tremando che io sono erede e successore di Pietro, e che su questa pietra il figliuolo di Dio edificò la sua Chiesa, contro di cui le porte infernali non potranno mai prevalere. »
Dopo le quali tremende parole Gregorio scomunica altra volta i vescovi di Lamagna ed i consiglieri del re; scomunica Guiberto, Ugo Candido e Guiscardo; intima ai vescovi del concilio di Worms di comparire al suo tribunale, per essere giudicati; dichiara ribelle e scismatico il clero lombardo, ne scomunica quasi tutti i vescovi, egualmente che molti vescovi francesi e molti conti, e presenta al concilio quel celebre Dettato del papa per sanzionarlo.
In fatti si stabilì quell'improbo regolamento di dritto ecclesiastico, che servì di norma a Gregorio ed ai pontefici a lui somiglianti, e che compendia a maraviglia quei tempi di sanguinose lutte, la politica dei pontefici, ed i passi che dettero nella loro onnipotenza dei secoli di mezzo per consolidare la sovranità della croce sulla spada. Si stabilì fra le altre sentenze: « all'arbitrio ed alle mani del papa stare le insegne imperiali—al papa doversi baciare i piedi da tutti i monarchi—non essere al mondo che un nome, il nome tremendo del papa—essere del papa il giudicare i monarchi—nessun mortale abrogarne le sentenze, nè alcuno fuori di lui poterle rivocare, il papa essendo sovrano ad ogni giurisdizione di uomo—la stessa elezione canonica constituirlo santo—autorizzati dal papa potere i sudditi accusare i sovrani—il papa poter sciogliere dal giuramento i sudditi dei monarchi ». Ed altri principii presso a poco consimili, di ogni ordine, di ogni pudore sovversi.
Dopo di che si chiude il sinodo, e Gregorio detta lettera e per i feudatari e pei vassalli dell'impero teutonico, e le dà a portare allo stesso Rolando, in unione dei suoi legati. I quali si recarono incontanente in Germania e pubblicarono i decreti del concilio di Roma, e la condanna di Enrico[3].