Il Morbo è stazione balnearia alla quale concorrono in tempo d'estate i malfermi in salute dei vicini paesi, e della Maremma massetana. Fu quindi cosa al di fuori delle consuetudini ordinarie della casa il presentarsi di due stranieri alle 11 di sera. Zizzo si era fermato colla sua vettura al principio della piccola salita che vi è dalla parte del giardino, ed i viaggiatori avevano battuto alla porta che fu aperta dallo stesso ministro del Bagno. «Parlo al signor Martini?» chiese il Generale; e sulla risposta affermativa si trasse di tasca una lettera, e gliela consegnò. Introdotti i due stranieri nel salotto terreno, e pregati di sedersi, chiedeva Girolamo Martini il permesso, com'è d'uso, di leggere la lettera ricevuta, e ne aveva scorsi i primi versi, quando uno dei due, alzatosi in piedi di un tratto, e con tuono sicuro e confidente di chi parlasse ad un vecchio amico, lo interruppe dicendo: «Signor Martini, in due parole vi dirò il contenuto della lettera; sappiate che io sono il Generale Garibaldi, e questo mio compagno il Capitano Leggero.» Attonito guardò il Martini i suoi due ospiti, gli passarono per la mente le gesta gloriose del Generale, la fortuna avversa presente, il bisogno di soccorso immediato, e tutte queste cose ed altre assai si tradussero nella risposta che gli usciva dal cuore: «Coraggio, Generale, tutto si rimedia.» E pronto davvero al rimedio, col senso pratico che gli era abituale, pensò anzitutto di coonestare la venuta dei due stranieri ad ora così insolita al Morbo, e di fare insieme sparire le traccie loro presso al vetturino che li aveva condotti. Saputo dal Garibaldi come Zizzo fosse nella credenza di avere portati due mercanti di bestiame, si fece sulla porta di casa, e rivolgendosi a lui con voce alta lo rimproverò di avergli condotti i due mercanti coi quali non aveva nulla che fare, mentre essi erano diretti a comprare cavalli a Bruciano, e lo invitò a continuare senz'altro il viaggio, se voleva esser pagato colla pattuita mercede. Ma Zizzo, come era naturale, rispondeva: essersi impegnato col vetturino di Poggibonsi di portare i due passeggeri al Bagno, e questo avere fatto, quindi essere fuori dell'obbligo suo, e non volere andare a Bruciano in quell'ora per tutto l'oro del mondo; avere esso già impegno di portare oggetti alla fiera del Ponte di Ferro nel giorno successivo, ed essergli perciò necessario l'immediato ritorno a Pomarance. Ben si aspettava una tale risposta Girolamo Martini, quindi di rimando: «Sta bene, sta bene; vedo che colla tua brenna non saresti buono a condurceli, questi tuoi viaggiatori, cosicchè ce li farò condurre col mio legno appena si saranno un poco riposati.» Ciò detto scendeva il breve tratto di via che lo separava dal vetturino, e gli poneva in mano una moneta d'oro da venti lire a nome dei due mercanti. — Come restasse Zizzo a così lauta ricompensa si può immaginare. — Coll'ingordigia insaziabile del suo mestiere pensò che se i 10 chilometri dalla Burraia al Morbo gli avevano fruttato un marengo, la prosecuzione del viaggio a Bruciano ne avrebbe fruttato un altro almeno con persone così correnti allo spendere, e anche oggi dopo 35 anni rammenta con dispiacere il malaugurato rifiuto. — E noi che si considera ora le cose con piena calma si troverà invero la larghezza del Martini essere da risparmiarsi, come quella che, uscendo dalle consuetudini naturali, poteva generare sospetto circa ai due mercanti che pagavano con tal profusione; ma bisogna pensare altresì a quanto inopinatamente avveniva al Martini, allo stato dell'animo suo non atto in quel momento a ponderare con sangue freddo le cose più piccole, ed anzi loderemo la sagacia ammirevole del ripiego di Bruciano, col quale si giovava alla posizione degli esuli tanto rispetto al vetturino, quanto rispetto ai bagnanti.
Ma rimediato ad uno, ecco che si presenta un altro malanno. Era stato chiamato il cameriere della casa, che era già coricato, e gli era stato ordinato di servire i due nuovi venuti. Veduti esso i due profughi, che erano tuttora nel salotto terreno insieme col Martini, uscì subito dalla stanza, e chiamato quest'ultimo in luogo appartato, con modi di chi è trasognato dalla sorpresa, gli disse: «Ma, signor ministro, sa lei chi sono quei forestieri?» — E il Martini: «Chi sono dunque?» — «Uno dei due, quello dalla barba bionda, è Garibaldi.» — «Ma voi siete matto, replicò col suo sangue freddo il Martini, quei due sono mercanti di bestiame che vanno a fare acquisti di cavalli a Bruciano, e sono stati portati qui per errore.» — «E io, gli dico che sono due profughi, e uno di essi è Garibaldi; lo conosco bene, stia sicuro, l'ho servito a tavola a Nizza.» — Bisognò cessare dall'inutile negativa, e dire al cameriere che non si era ingannato, i due esser lì di passaggio per pochi momenti, ma guai a lui se avesse parlato, e il cameriere promise e mantenne.
Tutto questo avveniva in breve lasso di tempo. Ma la posizione dei profughi era precaria, e occorreva pensare a far qualcosa pel loro salvamento. Trovavasi per caso al Bagno un tale che godeva fama onesta, ed era creduto dal Martini assai liberale. A lui si rivolse il buon ministro confidandogli il nome degli ospiti illustri, e richiedendolo di consiglio. Era il creduto liberale onesto sì, ma pusillanime, e trasecolando nel sentire che in quella stessa casa si trovava Garibaldi, consigliò per il suo meglio il Martini a sbarazzarsi, e subito, di persone così pericolose, e questi a riparare la mal fatta confidenza, sempre d'animo pronto ai ripieghi gli replicava: «Già, già.... avevo io pure pensato così, e metterò subito in pratica il suo consiglio col farli accompagnare a Bruciano, appena si saranno riposati.» E chiamato il vetturino di casa, in presenza del timoroso signore gli ordinò di tenersi pronto per condurre a Bruciano i due viaggiatori; in segreto poi gli ingiungeva di partire al tocco dopo la mezzanotte, fermarsi al Campo Murato, località prossima a Bruciano, fino a giorno avanzato, tornare al Bagno facendo in modo di essere veduto, e dire a tutti di avere accompagnati i due mercanti di bestiame arrivati al Bagno nella sera antecedente. E così fece il vetturino che era fidatissimo, ma inconsapevole del perchè dal ministro gli fosse ordinata tale cosa, e il suo ritorno da solo tranquillizzò il pusillanime consigliatore, ingannò l'astuto cameriere, e fece persuasi i bagnanti che i mercanti di bestiame giunti ad ora tanto insolita, erano anche ripartiti con sollecitudine per la loro destinazione.
Frattanto il Martini aveva fatti passare i suoi ospiti nella parte più riposta della casa, e li aveva alloggiati al piano superiore nella camera sovrapposta alla sala di ricevimento. Nella notte non chiuse occhio, pensando e ripensando al dove trovare un asilo sicuro per essi, chè tale non era quello prescelto per necessità. E come uomo di cuore non si preoccupava soltanto del domani, ma anche e molto più di trovare una via per la quale far giungere i profughi in luogo di salvezza. Finalmente risolse di dirigersi a Michele Bicocchi, ricco proprietario della vicina fattoria di Sant'Ippolito, come a colui che poteva dare asilo, aiuto e consiglio. Si recò da lui la mattina prestissimo, e gli raccontò gli eventi della sera, gli disse il nome illustre che portava uno dei suoi ospiti, la necessità di ricovero più sicuro, il dovere che sentiva fortissimo di non abbandonare il proscritto.
Dètte il Bicocchi consiglio buono, profferta grande di aiuti, ma rifiuto circa all'asilo. Coonestò la repulsa col dire la fattoria di Sant'Ippolito spesso frequentata dagli agenti del governo restaurato — ma questo era quanto succedeva allora per tutte le case di campagna, e in ogni caso era sempre stanza più sicura per gli esuli che non fosse il Morbo in tempo di bagnatura. — La ragione vera si era che il Bicocchi, per pochezza d'animo non volle correre il rischio delle pene comminate per chi ricettasse Garibaldi. Ma qui si ferma il lato cattivo, che poi, sempre a patto di non avere in casa sua un così pericoloso proscritto, si diè di tutta lena ad aiutare il Martini, d'onde ne venne il consiglio buono, e la profferta d'aiuti. — Propose Cammillo Serafini di San Dalmazio, e Angiolo Guelfi di Scarlino, come quelli che avrebbero accettata di gran cuore l'impresa del salvamento, e sarebbero stati da tanto di portarla a termine con esito fortunato, e l'uno fornirebbe sicuro asilo in San Dalmazio, mentre l'altro provvederebbe una via di salvezza per la Maremma. — Consigliò spedire un espresso al Serafini, e si profferse di parlarne egli medesimo ad Angiolo Guelfi, che sapeva doversi trovare quel giorno stesso alla fiera del Ponte di Ferro. — Quanto ad aiuti non misurò la promessa, che anzi dichiarò essere la sua pecunia a disposizione dell'impresa, ed essere pronto a spendere qualunque somma purchè riuscisse a bene. — Offrì uomini e cavalli per trasporti ed espressi, e certamente avrebbe tutto mantenuto, ma non ve ne fu il bisogno. Insomma il Bicocchi tutto poneva a disposizione, eccetto la sua personale sicurezza, e in quei momenti di egoistica abiezione, non era poca cosa. E se si aggiunge il modo tepido anzichè no con cui aveva sempre proceduto il Bicocchi nei partiti politici, e la sua vita appartata, vi è piuttosto da lodare che da biasimare. Questo è certo che passato il panico della reazione, il Bicocchi si è doluto più volte con alcuno dei coadiuvatori di non aver presa parte più attiva nell'impresa onoranda.
Così stabilito il da farsi, mandò il Martini un espresso a San Dalmazio, e partì il Bicocchi per la fiera del Ponte di Ferro alla quale sapeva d'incontrare il Guelfi. Ma l'espresso del Martini trovò che il Serafini era già partito per la fiera, cosicchè il Bicocchi potè ivi parlare con ambedue.
La fiera di bestiame, che si fa ora nella terra di Pomarance, si teneva allora sulla sponda sinistra del fiume Cecina presso il Ponte di Ferro nella adiacente pianura percorsa dalla via di Pomarance, e Garibaldi era passato appunto di là il giorno innanzi per andare al Morbo, cosicchè facendosi la riunione sui due lati della strada, la sua vettura nel giorno dipoi avrebbe dovuto passare in mezzo a tanto popolo adunato, e fu fortuna che questo incontro venisse a caso schivato. — Era in quel giorno il Serafini alla fiera come deputato del Comune di Pomarance, e il Guelfi vi si trovava per suo diporto. — Li prese il Bicocchi ambedue in segreto, e riferì loro essere necessario che si portassero subito al Morbo, essendovi, come disse, due personaggi colà rifugiati da salvare. Nè l'uno nè l'altro avevano di bisogno che una tal cosa fosse loro detta due volte, quindi lasciata il Serafini la deputazione, e il Guelfi gli amici, si posero in via per provvedere al soccorso di que' due proscritti di cui ignoravano il nome, nè questa era cosa nuova per essi che si erano affaccendati in quei tristi tempi a salvare dall'ergastolo e dalla morte quanti più patriotti esuli avevano potuto. — Ora si aspettavano di soccorrere tutt'altri che il più grande campione della libertà italiana. — Sapevano il Garibaldi scomparso dalla scena politica da circa un mese, e tutto faceva credere che dalle rive dell'Adriatico, ove era succeduta l'ultima catastrofe della sua schiera, egli avesse già trovata una via di salvezza per l'America, e in ogni caso mai pensavano che potesse essere in quei paraggi. — Stabilirono strada facendo che mentre il Serafini sarebbe corso ove si trovavano i profughi, il Guelfi anderebbe ad aspettare a San Dalmazio, ed ivi insieme, a seconda del bisogno, avrebbero concertate le misure necessarie al salvamento. E così fecero, per cui il Serafini correva difilato al Morbo, vi arrivava circa le due pomeridiane, ricevuto dal Martini come angiolo liberatore, ed introdotto presso i due profughi, a differenza degli altri che avevano fin qui soccorso l'Eroe, lo riconosceva a prima vista per averlo veduto a Livorno nel suo sbarco dell'Ottobre antecedente, e dopo vinta la sorpresa tanto naturale per così inopinato incontro, con voce franca e slancio patriottico disse: «Generale, disponete di me.» Ed il Generale intese dalle poche parole e dagli atti come potesse aver piena fiducia di chi gli offriva i suoi servigi, onde, abbracciandolo come un vecchio amico, rispose: «Portateci al mare e presto, e saremo salvi.» E, come sempre, non s'ingannava nè sulla via da seguirsi, nè sulla sollecitudine di tentarla. Sapeva guardate a vista tutte le vie di terra, e praticata una crociera attivissima dai legni austriaci sulla spiaggia adriatica; se nella sua lunga traversata dall'Appennino al Morbo avesse lasciato sentore di sè, non sarebbe mancata un'altra crociera sulla spiaggia tirrena per chiudere l'ultima via di scampo all'Esule temuto, che si voleva avere ad ogni costo nelle mani. — E la crociera fu posta infatti, ma troppo tardi. — Garibaldi era già in salvo da tre giorni quando la costa fu sorvegliata. — Egli non s'ingannava neppure nel supposto di lasciare dietro a sè sentore del passaggio; trovò ovunque amici fidi che si posero ad ogni rischio per lui, ma erano troppi per conservare tutti il segreto, ed è certo che in ogni luogo pel quale passò Garibaldi, se ne propagò la notizia poco dopo la partenza. — Il suo nome era troppo grande e popolare perchè potesse restare segreto.
Brevi furono gli accordi, e Serafini propose come temporario asilo la sua casa di San Dalmazio intanto che si fosse potuto provvedere allo scampo per la via di Maremma, e accennava alla presenza del Guelfi tutto disposto a prestare l'opera sua. In poche parole fu concertato che sull'imbrunire sarebbe tornato il Serafini per trasportare i due profughi a San Dalmazio.
Restarono il Garibaldi ed il Leggero per alcune altre ore nella loro camera appartata del Morbo. Quali fossero in questo tempo le cure da cui erano circondati per parte del Martini, è inutile il dire; basti solo riflettere quanti ostacoli avrà dovuto superare il buon uomo per poter ritenere nascostamente nella casa due individui, e provvedere ai loro bisogni di vitto, in mezzo a tante persone alcune delle quali già al corrente del segreto arrivo del Generale. Ma tanta fu la prudenza e l'assennatezza sua, congiunta a quel mirabile sangue freddo di cui lo abbiamo già veduto capace, che tutto seppe eludere, e si arrivò alla sera senza che nessuno della casa pensasse di coabitare coll'Esule temuto.
Venne alle 9 di sera il Serafini. — Entusiasta di Garibaldi e di amor patrio, non avrebbe ceduto il suo incarico pericoloso per cosa al mondo. — Subito arrivato a San Dalmazio aveva colle più animate parole posto Angiolo Guelfi al corrente della grave missione che la fortuna offriva loro. Aveva Angiolo Guelfi sortito da natura, insieme a fervido amore di libertà, carattere fermo e riflessivo, onde abbracciò l'importanza dell'impresa che gli si poneva dinanzi, ed aspettando la venuta degli ospiti volse nell'animo suo i diversi modi pei quali si poteva giungere al salvamento del Grande che il caso affidava alle loro mani. — Intanto il Serafini aveva prese nella sua casa le più minute precauzioni tanto per l'alloggio de' suoi ospiti, quanto perchè il loro arrivo passasse inavvertito agli abitanti del paese, e a coloro stessi che frequentavano la sua casa. — Uscirono i profughi inosservati dal Bagno, e accompagnati dal Martini raggiunsero il baroccino che era a breve distanza dalla casa sulla via pubblica, nel luogo ove da questa si stacca il piccolo braccio stradale del Morbo. — Armati dal Serafini, sempre previdente, di fucili da caccia, salirono i due nel baroccino insieme a lui, che colla sua abituale velocità fece in breve tempo i pochi chilometri di strada provinciale, e si fermò al luogo detto Croce del Bulera. Quivi cessava in quei tempi la strada ruotabile per chi fosse andato a San Dalmazio, e quivi il Serafini lasciò il suo legno presso i suoi parenti, come ne era solito, non credendo prudente il richiamare l'attenzione altrui sul passaggio inusitato di un veicolo a quell'ora, e per luoghi così malagevoli. Continuarono a piedi fino al paese i forse tre chilometri che restavano da fare, e alle dieci e mezzo di sera vi giunsero. — La strada principale, e si può dire unica, del paesello era deserta, e così poterono arrivare inosservati alla casa Serafini. Si fermarono gli ospiti al riparo di un angolo di caseggiato che si trova in faccia all'ingresso principale, mentre il proprietario per altra porta entrava nella casa, e li introduceva esso stesso nel suo salotto[10].
Per chi conosce i sensi gentili di ospitalità che sono pregio abituale di Cammillo Serafini, sarà facile cosa l'immaginare le cure da cui vennero circondati i due esuli in quella casa. Fu la splendida accoglienza che sa fare l'uomo cui la fortuna accordò largo censo, e la natura cuore più largo. Ma di ciò basti. Diremo piuttosto come appena installati i suoi ospiti nel salotto cui fa capo la breve scala di accesso, corresse il Serafini dal Guelfi per dargli la notizia dell'arrivo. Stava questi nella cucina della casa parlando coi familiari, in apparenza calmo, ma col cuore in ansia per l'aspettativa. Toltosi di là insieme al Serafini, fu da esso condotto nella stanza dov'erano i suoi ospiti illustri e presentato al Generale. Questi appena vide Angiolo Guelfi senz'altre parole gli gettò le braccia al collo, e gli disse: «Vengo con voi.» Nè il moto subitaneo proveniva dal desiderio di cercare uno scampo come che si fosse, bensì da sentimento di simpatia nel vedersi dinanzi quel patriotta dalla barba grigia, folta e prolissa, dalla fisonomia bella e severa, e dallo sguardo franco e leale, tale insomma da attirare a sè chiunque lo vedesse per la prima volta. Ma il Guelfi, pur corrispondendo all'effusione d'animo del Generale, gli faceva intendere che una traversata, per quanto breve, onde raggiungere la Maremma, sarebbe stata pericolosissima in quei momenti nei quali esso così conosciuto era tenuto d'occhio dalla polizia lorenese.
Strettisi a consiglio i due profughi insieme a Serafini e Guelfi, tutti convennero che scopo precipuo della ricerca dovesse essere una barca atta a trasportare gli esuli sulla riviera ligure, e che di ciò avrebbe dovuto occuparsi il Guelfi partendo senza dilazione per la Maremma. Espose esso le sue intenzioni circa alle persone a cui rivolgersi, ed ebbe in tutto l'approvazione del Serafini conoscitore esatto esso pure degli uomini e dello stato della Maremma. Parlò il Guelfi della sua casa nel piano di Scarlino da servire per luogo di sosta, come quella che, situata in pianura disabitata, aveva di frequente dato ricetto ad esuli politici, ma perciò appunto proponeva di non servirsene come asilo che in caso estremo, essendo ormai sospetta, sia per i profughi che l'avevano frequentata, sia pel nome inviso del proprietario. Tutto ciò veniva approvato dal Serafini; e fu stabilita la partenza del Guelfi per le prime ore del mattino successivo, onde evitare sospetti di una gita notturna. Fu preveduto anche il caso che il Guelfi dovesse trattenersi in Maremma, e che vi fosse bisogno di corrispondenza fra esso e San Dalmazio. A tale effetto fu stabilito che se avesse dovuto dare notizie di sè, le avrebbe fatte pervenire per mezzo del Martini dirigendo lettere al Morbo con nome convenzionale, e se si fosse dovuto di qualche cosa avvertirlo, si sarebbe usato l'indirizzo fittizio «Antonio Piesce» che Angiolo Guelfi scrisse di suo pugno sopra di un quarto di foglio, e che il Serafini poi conservò e conserva tuttora insieme agli altri documenti di quella data memoranda.
Così fra gli accordi e la mensa ospitale fatta imbandire dal Serafini si era arrivati a notte avanzata, e il Guelfi volle passare le poche ore che lo separavano dalla partenza nel conversare col Grande che così inopinatamente gli era stato avvicinato dalla fortuna. Furono queste alcune ore di amichevole colloquio che Angiolo Guelfi non dimenticò finchè visse. L'animo suo fiero, leale, entusiasta di libertà si beava nell'anima grande del Garibaldi, e soleva dire di poi che vi erano in quell'anima connesse la natura del guerriero indomito, a quella della delicata fanciulla. Parlarono di tante cose, ma più che tutto delle presenti miserie della patria, e delle speranze future. Una volta cadde il discorso sulla possibile eventualità che il piano ideato pel salvamento fosse scoperto, il Guelfi arrestato; e il Generale traendosi da tergo un pugnale glielo mostrò sorridendo e gli disse: «Vedete, Capitano, che non mi prenderanno mai vivo.» E lo chiamava con modo familiare così, sapendolo capitano della Guardia Nazionale di Scarlino. — Vi erano nella camera in cui si erano ritirati il Garibaldi ed il Guelfi alcuni giornali provveduti dal Serafini, che riflettendo l'indirizzo reazionario del Governo Granducale non mancavano d'ingiurie e di calunnie ai caduti. Garibaldi lesse fra le altre la stolta notizia avere esso rapito e portato seco il tesoro della Repubblica Romana in dieci milioni, e dopo avere estratto dalla tasca lo stesso borsellino col quale voleva pagare il mugnaio Pispola, lo mostrava al Guelfi, e gli diceva ridendo: «Capitano, ecco i miei milioni.» Ma poco dopo seguiva nel giornale un'infame calunnia: «Il famigerato bandito Garibaldi ha ucciso colle sue mani la propria moglie, perchè gli era d'inciampo nella fuga.» Allora le guancie dell'Eroe furono solcate dalle lacrime, e disse fiere parole all'indirizzo dei suoi vili detrattori. — Intanto i modi franchi, e i liberi sensi del Guelfi si erano fatta sempre più strada nell'animo del Generale. Quando venne l'ora della partenza del suo nuovo amico, il Garibaldi, cedendo ancora ad un moto subitaneo proprio della sua natura ferrea insieme ed entusiasta, tornò a gettarglisi al collo, e gli disse: «Voglio venire con voi.» Ma il Guelfi, più conoscitore delle cose locali di quello che lo fosse l'esule proscritto, gli rispondeva: «No, Generale, non si provvederebbe in tal modo alla vostra salvezza. I miei passi sono spiati; Voi insieme a me sareste riconosciuto, e si cadrebbe ambedue nelle mani de' nostri nemici. La sicurezza vostra mi costringerà ad altra cosa anche più dolorosa, quella di rinunziare all'onore di ricevervi io stesso nella mia casa, se, come spero, tutto potrà andare a seconda de' desideri nostri. Io starò sempre in questi giorni in un luogo diverso dal vostro, e mi porrò in evidenza; così vogliono le triste esigenze dei tempi, e la salute vostra che è salute futura della patria.» Si arrese il Generale alle prudenti ragioni del bravo maremmano, che poco dopo partì per Massa Marittima, prendendo a pretesto di esservi richiamato da urgenti affari privati. Quanto poi saggiamente operasse Angiolo Guelfi nel così fare, lo diremo a suo tempo.
Diremo intanto delle misure di precauzione prese dal Serafini a tutela de' suoi ospiti illustri. Il paesello di San Dalmazio dista 12 chilometri dal Morbo, ed è fabbricato sull'erta pendice meridionale del poggio, che ha sulla sua vetta la vecchia e diruta Rocca Silana. Segregato allora dal movimento commerciale per la mancanza di vie ruotabili, colla sua piccola popolazione intenta ai lavori agricoli, sembrava il più sicuro asilo pei due proscritti, eppure la lebbra reazionaria era entrata fin là, e le precauzioni prese dall'egregio Serafini non potevano dirsi mai troppe. La sua casa, posta quasi alla cima del paese, ha l'ingresso principale nella via di mezzo, e due altre uscite secondarie, di cui una al di sopra del paese in aperta campagna, e l'altra posteriore in una vallata deserta e quasi selvaggia. Della disposizione eccellente della casa intendeva servirsi il Serafini in caso di sorpresa, e mentre aveva provveduto con abbondanza d'armi alla momentanea resistenza, aveva indicata ai suoi ospiti la via che dovrebbero seguire per le diverse uscite, e i punti diversi di ritrovo, se, come esso diceva, sarebbe rimasto vivo nella lotta. — Aveva aperto da sè stesso la porta della casa al Generale e a Leggero, e mai nei quattro giorni della loro permanenza li fece vedere a' suoi familiari, ai quali con minaccia della vita aveva ingiunto il più rigoroso silenzio sulla presenza di stranieri nella casa, dichiarandoli due suoi consanguinei implicati nelle ultime vicende politiche, e che voleva ad ogni costo salvare. — Insomma una volta nelle mani del Serafini, Garibaldi non era più il proscritto in balìa della sorte, e la sua cattura non sarebbe stata più un facile colpo di mano. — Quivi il perseguitato potè godere i primi momenti di quiete dopo la morte di Anita.
Ma non era quieto il Serafini. Di carattere ardente e passionato, misurava gli indugi alla stregua del desiderio che sentiva vivissimo di vedere in salvo i suoi ospiti cari e rispettati. Seguiva colla mente il Guelfi nella sua gita in Maremma, ne misurava tutti i pericoli, ne esagerava anche la difficoltà di riuscita. E lo mise in maggiori angustie la lettera che ricevè per espresso nelle ore pomeridiane del giorno 28 spedita dal Martini. Era questa senza firma, ma scritta coi caratteri di Angiolo Guelfi, notissimi al Serafini. Diretta con finto nome ed indirizzo: «Al signor Dario Ascani — Colle,» diceva così:
«C. Amico
«Arrivato qua non ho trovato la persona per fare il noto affare. Dunque vi rimando il baroccino.
«Io parto nel momento per la Maremma bassa, quando avrò fatto i miei affari ritornerò a trovarvi.
«Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè l'aria è assai buona.
Seguiva un'aggiunta scritta dalla mano di Girolamo Martini nei termini che seguono:
«Se crede di volere cambiare venga da me nella giornata, che si combinerà tutto. Gradisca i miei ossequi, e li faccia gradire.»
La solita imperturbabile tranquillità del bravo Martini in faccia agli ostacoli traspariva dalle poche righe aggiunte alla lettera tanto significante di Angiolo Guelfi. Questi aveva trovato un ostacolo nell'esecuzione dei suoi disegni, e ne dava avviso col ritorno del baroccino, avvertendo in pari tempo che la sua lontananza sarebbe più lunga di quanto si era proposto. Il Serafini, trepidante per il buon esito dell'impresa, ne parlò al Generale, domandandogli il suo volere in faccia a questo inopinato ritardo. E il Generale calmo e sorridente rispondeva alle premure dell'ottimo Serafini: «Dolergli e molto dei gravi rischi che i suoi bravi amici andavano ad incontrare per lui; quanto a sè non si dassero pensiero;» e come erano sulla loggia della casa posta ad altezza non indifferente dalla sottoposta vallata gli diceva: «Vedete, tanto lo scalare questa vostra loggia, quanto lo scenderne, è per noi due cosa facile.» Opinò infine il Generale doversi aspettare l'esito delle pratiche, fiducioso di quanto andava facendo il Guelfi in Maremma, quindi fu deciso di nulla innovare.
Passò così il 29, e la mattina del 30 il Serafini, insofferente della mancanza di notizie del Guelfi, che a lui pareva prolungata, ed era naturalissima, mandò un espresso al Bagno per sapere qualche nuova dal Martini. Ma il Martini ne sapeva quanto lui, e gli rispondeva sempre calmo, sempre prudente con la seguente lettera senza data, senza firma, senza indirizzo:
«Pregiatissimo,
«Non essendo qua l'amico non posso dirgli niente, ma subito che tornerà che spero sarà in questa mattina, spedirò persona costà e lo renderò inteso di tutto; mi creda.
«Suo.»
E il ritorno tanto desiderato del Guelfi avvenne infatti la mattina del 30, come col suo animo calmo lo avea previsto il Martini.
Diremo ora della gita di Angiolo Guelfi in Maremma, ma a spiegazione dei timori del Serafini, e del rifiuto del Guelfi a portare seco i due profughi, accenneremo come pochi giorni avanti, mentre attendeva esso nel piano di Scarlino alla direzione della sua azienda, venne a trovarlo Olivo Pina, quello stesso che vedremo poi accompagnare Garibaldi al mare, e gli disse come essendo andato per affari suoi a Massa Marittima, aveva incontrato Giovanni Fabbri e Giuseppe Lapini ambedue autorevoli ed onesti cittadini, ma non malevisi dal restaurato governo lorenese, i quali, come amici di Angiolo Guelfi, cercavano appunto occasione segreta e sicura per fargli sapere che non si presentasse nè a Massa nè a Scarlino, perchè era a loro certa cognizione, avere le autorità locali ordine di procedere in tal caso al di lui arresto. All'annunzio di questa nuova persecuzione aveva il Guelfi domandato fra il serio ed il faceto, dove dovesse dunque andare, poi facendo di necessità virtù, si ritirò nelle vicinanze del Morbo, un poco riparandosi presso gli amici suoi Bruscolini di Castelnuovo, un poco presso l'amico e parente Cammillo Serafini a San Dalmazio, e così si conduceva, incerto sempre del domani, tantochè credè bene stare lontano anche dalla famiglia che teneva allora a Laiatico, per risparmiare il possibile dolore di un suo arresto sotto gli occhi dei suoi cari. Era insomma il Guelfi un perseguitato, che si era assunto di aiutare altri più perseguitati di lui. Nè poteva delegare ad alcuno la missione sua, perchè difficile sarebbe stato il trovare chi al pari di lui avesse autorità e fiducia insieme sui patriotti di Massa, di Scarlino e di Follonica, tutti indispensabili col concorso loro alla buona riuscita dell'impresa. Ora per organizzare il passaggio e il salvamento per la via di mare, era necessario non solo aggirarsi pei due luoghi proibiti, Massa e Scarlino, ma occorreva altresì in quei tempi di sospetti e di arbitrii, avere rapporti coi più caldi repubblicani, che erano a lor volta i più perseguitati e i più sorvegliati. Ecco dunque perchè il Serafini, che bene sapeva lo stato del Guelfi, temeva tanto del buon esito dell'impresa; ecco perchè il Guelfi stesso rifiutò con dolore la richiesta del Generale di averlo a compagno, ecco perchè lo troveremo sempre in luogo diverso dal Generale.
È stato in varii modi e da varii scrittori toccato questo periodo della vita avventurosa del Garibaldi, ma nessuno ha conosciuto e svelato la posizione difficile nella quale dovè preparare, e portare a termine l'impresa un pugno di patriotti, perseguitati essi stessi, e costretti spesso a pensare alla loro salvezza, se volevano avere libero il domani, per spenderlo, non a proprio vantaggio, ma in prò della salute del Generale.
Partì dunque Angiolo Guelfi dal Morbo nelle prime ore del 29, ed arrivò a Massa circa alle 8. Fece subito ricerca dei due fratelli Giulio e Riccardo Lapini, e di Pietro Gaggioli detto Giccamo. Trovò i Lapini, giovani animosi e caldi patriotti, pronti ad assumere la parte loro, di scortare cioè i profughi a traverso il territorio di Massa fino alla Casa Guelfi, ma non potè trovare il Gaggioli, sceso a Follonica per affari suoi. Era intenzione del Guelfi, quando partì dal Morbo, di prendere gli accordi opportuni coi Lapini e col Gaggioli, e ritornare poi subito donde era venuto, sempre per non destare colla sua presenza sospetti nei luoghi pei quali doveva passare Garibaldi. Ma la inopinata mancanza di Giccamo gli fece fare di necessità quello che voleva schivare, e si risolvè ad andarlo a trovare a Follonica. Fu allora che scrisse la lettera all'indirizzo convenzionale di «Dario Ascani, Colle» e la fece recapitare al Martini col ritorno del baroccino che lo aveva accompagnato a Massa. In essa annunziava velatamente, come si è sentito, la mancanza del Gaggioli, faceva intendere la sua gita in cerca di lui, e coll'animo pieno di fiducia nel buon esito dell'impresa pericolosa che si era assunta, mandava un saluto ed un conforto agli amici colle parole: «Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè l'aria è assai buona.»
E non poteva fare altrimenti. La salvezza del Generale e del compagno suo dipendeva dal trovare chi si assumesse l'incarico di traversare coi due profughi il mare dalla spiaggia tirrena alla ligure, e questo non poteva trovarsi che da Giccamo per la sua professione sempre in rapporto con uomini di mare. Era Pietro Gaggioli, detto Giccamo, onesto commerciante e buon patriotta di Follonica, e per di più deferentissimo ad Angiolo Guelfi per antica amicizia. Necessario quindi che il Guelfi parlasse in persona al Gaggioli, il quale si sarebbe piegato a fare per lui quello che non avrebbe fatto per altri. Partì infatti il Guelfi per Follonica la mattina stessa del 29, ed ebbe la fortuna d'incontrare Giccamo per via al Ponte della Pecora di ritorno a Massa insieme a suo figlio. Restò lietamente sorpreso il buon Giccamo dell'incontro inopinato di Angiolo Guelfi che non soleva mai tornare in quei luoghi prima del Novembre, e scesi ambedue dai loro baroccini si strinsero a colloquio sul margine della via. Espose il Guelfi la causa della sua gita in Maremma, e pregò l'amico quanto più caldamente potè a non tralasciare una circostanza così inattesa di giovare alla causa della libertà, e a contentare insieme un vecchio amico. Misurò il Gaggioli tutte le difficoltà ed i pericoli di quanto si sarebbe andato facendo, poi, patriotta ed amico, cedeva alle ragioni ed alle preghiere del Guelfi patriotta vecchio ed amico suo, e tornando indietro dall'intrapreso cammino, rifaceva la via per Follonica, mettendosi con tutta lena a porre in esecuzione quanto aveva promesso. Il Guelfi, poi, resa inutile la gita di Follonica, volgeva per Scarlino, suo paese nativo, onde prendere gli opportuni accordi pel ricevimento degli esuli, e per la loro scorta fino al mare. Giunse a Scarlino, sempre nelle ore della mattina, e fece ricerca tosto di Olivo Pina che conosceva audacissimo, ed era altresì legato seco lui da stretta familiarità, e postolo al corrente di tutto, lo richiese di ricevere esso per lui assente gli ospiti illustri nella sua casa del piano di Scarlino, e di trovare altri giovani di buona volontà e risolutezza che gli si associassero per servire di scorta ai profughi durante il loro soggiorno alla Casa Guelfi, e nella traversata fino al mare. Il trovare compagni non era per Olivo Pina cosa difficile, attesochè nella Maremma tutta, e specialmente in Massa e Scarlino, si era dichiarato il popolo caldo difensore delle idee democratiche, e lo aveva mostrato coll'invio di numero grande di volontari, che erano testè stati rimandati alle loro case pieni di malcontento dal governo lorenese restaurato. Che se si aggiunge trattarsi di difendere la vita del più popolare campione della libertà, vogliamo dire Giuseppe Garibaldi, vi era da trovare uomini volenterosi oltre il bisogno. In tutti quei luoghi poi era Angiolo Guelfi potente per aderenze ed amicizie, massime in Scarlino, ove possedeva censo, oltre a reputazione non piccola. In pochi momenti Guelfi e Pina s'intesero che nel giorno ed ora designate da Gaggioli e dai Lapini sarebbero andati in quattro alla casa Guelfi, cioè Olivo Pina, Giuseppe Ornani, Leopoldo Carmagnini, e Oreste Fontani, tutti sotto-ufficiali della disciolta Guardia Nazionale di Scarlino, di cui già il Guelfi era il ben amato Capitano, e che una volta ricevuti i due esuli sarebbero stati difesi fino alla morte. Stabilito tutto ciò, Angiolo Guelfi insieme ad Olivo Pina tornava a Follonica, ivi prendeva gli accordi ultimi con Giccamo circa a trasmissione di notizie, si divideva da Olivo Pina, risaliva a Massa, dava ai fratelli Lapini le buone nuove delle pratiche iniziate, e conveniva con essi che avvertiti da Gaggioli, avvertirebbero a lor volta Olivo Pina, e per mezzo di espresso terrebbero informato il Guelfi stesso che si ritirava al Bagno, e dopo ciò la mattina del 30 tornava al Morbo come si è visto di sopra.
Si mise il Guelfi a fare in apparenza la parte del tranquillo bagnante al Morbo, ma dentro a sè tormentato dal dubbio circa la riuscita del suo piano, e pronto a tentare altra via se quello andasse fallito; e il Martini pensava intanto a trasmettere a San Dalmazio la lieta nuova del felice ritorno, e delle pratiche bene avviate dal Guelfi.
Per tutto il tempo che il Generale si trattenne a San Dalmazio traspariva dai suoi atti una tale sicurezza, come se i pericoli non esistessero intorno a lui. Si alzava alle 6 della mattina, dormiva tranquillamente, mangiava, come al suo solito, parcamente, era calmo, spesso sorridente col suo ospite che procurava con ogni modo di mostrargli il suo rispetto e il suo amore. Prediligeva trattenersi nella terrazza attigua al salotto, e che guarda la vallata deserta. Ivi stava fumando e leggendo per molte ore i libri messi a sua disposizione dal Serafini, e più degli altri la vita di Vittorio Alfieri. Così passava tutto il tempo che non si intratteneva a parlare coll'ospite suo. Il capitano Leggero poi si aggirava continuamente per tutte le stanze della casa, escluse quelle praticate dai domestici del Serafini, quasi fosse insofferente di quella prigionia, e accorreva pronto ad ogni minimo desiderio dal suo Generale. Nei ragionamenti che faceva il Garibaldi col Serafini entravano spesso le speranze sulla liberazione della patria, ed anzi riconoscendo nel suo interlocutore un entusiasta partigiano di libertà, gli lasciò scritti di sua mano i nomi di coloro coi quali poteva intendersi per una futura riscossa, ma per non compromettere l'amico scriveva così:
«Nominativi per un tentativo mineralogico.
«Il sacerdote Verità Giovanni parroco di Modigliana.
«Montanari tenente-colonnello della caduta Guardia Nazionale di Ravenna.
«Bonnet N. capitano della G. N. a Comacchio presso Ravenna.
«Caldesi Vincenzo ex-Deputato a Roma, di Faenza.
«Capaccini ex-capitano del reggimento l'Unione a Forlì.
«Il 1º Settembre 1849
«In Ancona, Giannini N. dedicato al commercio.
«Elia Antonio padrone di bastimenti.
«Casale Raffaello di Foligno.
«Vincenzini Pietro ex-maggiore della G. N. di Rieti.»
Così l'autografo religiosamente conservato dal Serafini insieme a molti altri del Generale, e l'esule che non aveva terra che lo sostenesse, pensava non a sè ma al bene futuro della sua patria. È sempre il prigioniero di Gualeguay che intuona alla patria schiava i versi pieni di amore selvaggio:
Spesso ancora si mostrava preoccupato il Serafini dell'esito incerto circa alle pratiche iniziate da Angiolo Guelfi per l'evasione dalla parte del mare, tantochè il Generale, colla sua solita serenità, gli diceva: «Non vi date pensiero di me, dirigetemi al mare, e là un solo trave basta per noi due.» E siccome un uomo tale non conosceva cosa fosse millanteria, bisogna ben dire che il coraggio in lui non aveva confini.
Una volta il Serafini, che cercava in ogni modo di render meno sgradita ai suoi ospiti la loro reclusione, volle dare ad essi lo spettacolo gradito di una cacciata quasi sotto i loro occhi, e avvisatone il Generale che assisteva dalla terrazza, presi seco cani e fucile, da eccellente cacciatore qual'era, uccise in poco tempo una lepre e due pernici, che presentò subito al suo ospite amato quanto rispettato, e questi, sensibile alla nuova manifestazione di riguardo, qualificò con effusione come una grata sorpresa, il pensiero del Serafini. E qui cade in acconcio raccontare un aneddoto, che mostra la serenità d'animo del Generale nelle circostanze più difficili della sua vita avventurosa, e insieme la perenne memoria che conservava poi beneficî ricevuti. — Era la sera del 2 Ottobre 1860, e per tutto quel giorno memorando aveva Garibaldi perigliato sul campo di battaglia di Santa Maria di Capua; più volte si era veduto sfuggire la vittoria, e più volte aveva saputo riafferrarla co' suoi lampi di genio, coll'entusiasmo che faceva risorgere la sua presenza fra i volontari. Affaticato dai disagi della giornata, e dall'incertezza di quella pugna che per lui valeva più di un regno — valeva l'unità della patria — si era gettato su di un letticciuolo, e stava fumando modestamente il solito suo mezzo sigaro, quando chiese di vederlo Cammillo Serafini. Non si erano più incontrati dal 1849, e fu subito fatto passare nella camera per ordine del Generale. Eravi Bixio assiso su di una seggiola al capo del letto ove Garibaldi si era gettato. Quali cortesi accoglienze si avesse il Serafini dal Dittatore, è inutile il dire. Basti il sapere che rivoltosi a Bixio gli raccontò questo periodo del suo trafugamento, e rammentò le gentilezze avute dal Serafini, e con compiacenza narrò al suo compagno d'armi la grata sorpresa di una cacciata fatta sotto i suoi occhi dal cortese suo ospite. Così era quest'uomo straordinario, e in mezzo ai gloriosi fatti svolti poche ore fa, il suo animo aveva sempre un ricordo gentile per quanto aveva ricevuto nei giorni di sventura.
E per provare che la serenità dell'animo non lo abbandonasse anche nei momenti più difficili, basti il dire che in casa Serafini trovava tanta quiete da permettergli di accingersi alla narrazione dei fatti gloriosamente compiuti a difesa della Repubblica Romana. La sera del 1º Settembre aveva cominciato il suo scritto così:
«Fatti di Roma»
«Giunto da Rieti negli ultimi d'aprile a Roma, colla 1ª Legione Italiana — io fui destinato a guarnire le mura, da Porta S. Pancrazio a Porta Portese — il 30 dello stesso mese essendoci notizie che i francesi si avanzavano per attaccarci — io mandai un distaccamento....»
Era lo scritto a questo punto quando si sentì un colpo alla porta, e la voce maschia e ben conosciuta di Angiolo Guelfi, che pronunziava la parola Venezia. Noi la sentiremo ripetere questa parola, e passerà per la bocca di tutti i patriotti, che di qui in avanti fino a Cala Martina prenderanno parte alla impresa onoranda. La scelse il Generale, e la portò Angiolo Guelfi come parola di riconoscimento e di consegna a tutti coloro per le cui mani dovevano passare gli esuli illustri. Era un tributo di amore alla infelice città, che fino allora assalita dalla peste, dalla fame, e dalle armi straniere, aveva saputo ultima mantenere alto il vessillo nazionale, e lo aveva ora ripiegato con onore.
Così restò troncata questa pagina di storia che scriveva l'autore stesso dei fatti gloriosi; il manoscritto fu conservato dall'egregio patriotta Cammillo Serafini, e insieme ad altri documenti riguardanti questo periodo della vita di Garibaldi, fu da lui tenuto nascosto sotterra per i dieci anni nei quali rimase in piedi la dominazione lorenese[11].
Spieghiamo ora la venuta di Angiolo Guelfi a dare in persona l'avviso della partenza.
Stava esso, come abbiamo detto, al Morbo, in apparenza come bagnante, in fatto per riprendere all'occorrenza le pratiche del trafugamento per la via del Tirreno, se per una qualche disgrazia non si fosse potuto effettuare il piano ideato. Si era imposto di non accostare il Generale che in caso di assoluta necessità, ma la sera del 1º settembre aveva ricevuto un espresso dei fratelli Lapini diretto a Girolamo Martini, col quale si diceva che tutto era pronto, e che nella notte stessa sarebbero impostati lungo la via i mezzi di trasporto, e non aveva potuto reggere al desiderio ardentissimo di rivedere per l'ultima volta i due profughi, e portare loro da sè stesso la lieta novella. Ma non aveva dimenticato di dire ad arte che, richiamato a Pisa da urgenti affari, andava la sera a San Dalmazio, per farvisi condurre dai cavalli dell'amico Serafini. E così fece di fatti, che il giorno successivo, mentre Garibaldi imbarcava felicemente a Cala Martina, il Guelfi si faceva vedere in Pisa[12].
Con quanta gioia fosse ricevuta dal Serafini e dagli esuli la lieta novella si può immaginare. Angiolo Guelfi, che aveva così bene condotta la cosa, fu fatto segno per parte di Garibaldi e di Leggero alle più entusiastiche dimostrazioni di amicizia e di ringraziamento. Nei pochi momenti che precederono la partenza volle il Generale restare a solo col Guelfi nella sua camera. Lo ringraziò con effusione di quanto aveva da lui ricevuto, lo abbracciò e baciò caramente, lo chiamò suo amico, poi volendogli dare un attestato della sua riconoscenza si levò da tergo un pugnale americano, che lo aveva sempre accompagnato nelle guerre al di là dell'Atlantico, e nella difesa di Roma, e porgendolo al Guelfi gli disse: Non ho altro oggetto a me caro da potervi dare per mio ricordo. — Prendete, capitano, questo stile che mi rammenta tante cose, ed io mi auguro che in tempi per la patria migliori mi possa essere riportato dal vostro figlio, al quale mostrerò di essere sempre memore dell'aiuto ricevuto da voi, e dai valorosi maremmani. —
E il pugnale non è stato mai più presentato al Generale, perchè Angiolo Guelfi non era uomo da mettersi in mostra. — Aveva compiuto un dovere, nè voleva di più. — Però Garibaldi trovò il modo di dimostrare la sua gratitudine. — Nel 1859 venne a prendere a Modena il comando delle truppe toscane. In esse era volontario Guelfo, l'unico figlio di Angiolo Guelfi, che secondo le istruzioni del padre non si presentava al Generale. — Lo seppe però questi una sera per circostanza fortuita, e ordinò che si andasse tosto a chiamare il figlio del suo amico, come esso diceva. — Non fu possibile trovarlo la sera, per cui fu avvisato di portarsi la mattina successiva al Quartier Generale. — Vi andò, e modestamente si atteggiò, quando entrato nell'anticamera la trovò piena di ufficiali superiori toscani ivi riuniti per il rapporto giornaliero. — Salutò militarmente i suoi superiori, poi, non sapendo che fare di meglio, si ritirò nel vano di una finestra. E quivi stava, guardato con occhio sprezzante da tutti quegli ufficiali gallonati, che avevano servito la casa di Lorena, ed ora servivano il popolo toscano. — Passò un sotto-tenente di Stato Maggiore, volontario anch'esso e amico del Guelfi figlio, e a questi si diresse il giovane maremmano per pregarlo di dire al Generale che esso era là ad aspettare i suoi ordini. — Entrò il sotto-tenente nella stanza dove Garibaldi riceveva ad uno ad uno gli ufficiali superiori, e subito dopo se ne aperse la porta, e ne uscì un colonnello, l'ufficiale di Stato Maggiore con cui aveva parlato il Guelfi, e lo stesso Generale. — E giacchè siamo entrati in così minute particolarità, vogliamo dire qualcosa del vestiario di questo uomo, nella cui anticamera stavano ufficiali così superbi pei loro colletti dorati, pei loro bottoni lucenti. — Aveva i calzoni da generale piemontese con striscia dorata, il berretto ugualmente da generale, una giacca cittadina di lana sottile, e non altro. — Licenziò il colonnello, poi precedendo sempre di qualche passo il suo ufficiale, si avanzò sorridente traversando l'ampia sala, e non curando i saluti compassati dei presenti, diceva: «Dov'è, dov'è?» — E sull'indicazione dell'ufficiale che lo seguiva, si diresse fino al vano della finestra ove si era ritirato il giovane Guelfi, lontano le mille miglia dal pensare che tutto questo movimento si facesse per lui, cosicchè si trovò preso per la mano dal Generale che lo guardava con fare paterno, e lo condusse nella sua stanza, ove chiusa da sè stesso la porta, lo fece assidere al suo fianco, e rimproverandolo dolcemente del perchè non era venuto a vedere un vecchio amico di suo padre, gli disse più volte: «Io gli devo la vita al tuo babbo, e mi rammenterò sempre di quanto ha fatto per me.» E con mille modi familiari lo licenziò dopo avergli domandato notizie del padre e contezze dell'essere suo, e dopo avergli detto sorridendo: «Voi giovani avete spesso bisogno di denaro; rammentati che hai qua un amico.» — Traversò il giovane l'anticamera estatico delle maniere affascinanti, del fare semplice e modesto dell'Eroe, e questa volta non vide neppure le inappuntabili uniformi, che ingombravano ancora la sala, e solamente scendendo le scale col cuore gonfio dall'emozione provata, pensava a quel Generale che riceveva i suoi ufficiali in tenuta così lontana da quella d'ordinanza, e che interrompeva senza riguardi un rapporto per andare a prendere per la mano un semplice volontario, l'unico merito del quale consisteva nell'essere figlio di chi gli aveva salvata la vita, quando il governo di quei signori gallonati lo aveva cercato a morte. — Triste e singolare mutabilità delle cose umane!
Angiolo Guelfi poi non rivide il Generale che nel 1862 a Pisa, ed anche perchè da lui stesso ricercato per mezzo di Girolamo Martini. — Ebbe le stesse difficoltà del Sequi per essere introdotto, che cessarono però quando al figlio Menotti disse con voce grave «non allignare in uomo dei suoi anni curiosità puerile, bensì essere ivi per obbedire ad un ordine del Generale;» ebbe anch'esso liete accoglienze e dimostrazioni infinite di gratitudine, e fu dallo stesso Garibaldi presentato come suo liberatore al figlio Menotti, che lo abbracciò con trasporto quando si sentì dire: «Vedi, a questo amico tu devi la vita di tuo padre.» E certamente deve avere narrato lo stesso ad un signore inglese ivi presente, poichè questi, dopo avere ascoltato attentamente Garibaldi che parlava nella di lui lingua nativa, corse a stringere e squassare ad Angiolo Guelfi la mano con vivacità mista alla consueta compassatezza britannica, parlandogli con calore in inglese, lingua che il Guelfi non conosceva, e a cui rispondeva con monosillabi tronchi, e colla sua solita grave indipendenza di fare; contrasto singolare di cui rise lo stesso Generale, che nell'accomiatarsi dal Guelfi gli strinse la mano, e gli consegnò un suo ritratto fotografico, sotto al quale aveva scritto di sua mano queste parole: «Al mio carissimo amico Guelfi Angiolo. Ricordo di gratitudine. G. Garibaldi.» Ma di ciò basti e riprendiamo il filo della storia interrotto[13].
Cammillo Serafini poneva mano ai preparativi per la partenza, e ordinava subito che fossero sellati tre dei suoi cavalli, e per un lungo giro al di sopra del paese fossero impostati a meno di mezzo chilometro da San Dalmazio, in luogo detto «La Croce della Pieve» sull'incontro delle due vie a sterro che conducevano da Rocca Silana a Castelnuovo, e da San Dalmazio a Montecastelli. Disse ai suoi uomini che aspettava alcuni amici cacciatori provenienti dalla parte di Rocca Silana, che prendessero detta via coi cavalli bardati, e se non li incontrassero, andassero a legare i cavalli al luogo indicato, e venissero ad avvertirlo. I suoi uomini, assuefatti ad obbedire spesso a simili ordini, essendo il padrone tanto ospitale e cortese, adempiuto a quanto era stato loro comandato, poichè non incontrarono per via i pretesi cacciatori, tornarono a San Dalmazio ad annunziare al Serafini che i tre cavalli erano stati impostati alla Croce della Pieve. Tuttociò aveva fatto il Serafini per simulare un arrivo, e sviare così le menti dalla partenza imminente dei profughi. Ai suoi subalterni poi mostrò sorpresa che non avessero incontrato alcuno, e disse che i cacciatori da lui aspettati forse avevano sbagliata strada, e voleva da sè stesso andare ad incontrarli; si occupassero essi intanto di alcune faccende in casa. Ciò fatto corse dagli ospiti suoi, e dette il segnale della partenza. — E qui giova notare a vero onore del Serafini, come sia cosa più facile ad immaginarsi che ad eseguirsi il tenere nascoste due persone a chicchessia per quattro giorni e quattro notti in un paesello di campagna. Eppure, tante e tanto grandi furono le cautele prese dal bravo Serafini, che nessuno in San Dalmazio sospettò della presenza di due esuli in casa sua, in quei tempi nei quali l'occhio vigile della polizia, reso più acuto ancora dal vigliacco sussidio del partito reazionario, scrutava per tutto, e dappertutto vedeva nemici.
Erano poco più delle 9 di sera, e Garibaldi, Leggero, Guelfi e Serafini scesero la breve scala che conduce per mezzo delle stanze terrene alla porta segreta che si apre nella vallata deserta. Quivi Angiolo Guelfi si separò dai cari esuli con addio breve, ma pieno di dimostrazioni d'affetto dall'una e dall'altra parte; ciò fatto, richiuso l'uscio esterno, tornava nel piano superiore della casa Serafini, studiando di mostrarsi tranquillo, mentre col pensiero angosciato precorreva i pericoli cui quella notte decisiva andavano incontro gli illustri proscritti. — Uscirono i tre silenziosi, e armati di tutto punto, nella vallata. — Precedeva il Serafini, seguiva Garibaldi, veniva ultimo il Leggero, e percorrendo lungo le mura del castelletto per sentiero dirupato, sboccarono sulla via che era in que' tempi sterrata, o come suol dirsi, a bastina, e volgendo a sinistra si avviarono alla Croce della Pieve. — Pochi passi avanti di giungervi, il Serafini col suo solito zelo, pregò i compagni di ritirarsi per un poco nel bosco che ivi fiancheggia la via, ed esso volle andare a speculare il luogo, e vedere da sè stesso se i cavalli erano al posto da lui designato. — Trovò tutto nell'ordine voluto, li sciolse, ne aggiustò le redini, e li pose tutti tre in fila, ove stettero, essendo in tal guisa ammaestrati. Chiamò allora i profughi, e posti in sella prima Garibaldi, poi Leggero, salì esso sul terzo, e a trotto serrato e uniforme presero la strada di Castelnuovo, essendo già stabilito che al di là di questo paese avrebbero trovato un baroccino impostatovi da Girolamo Martini. — Di che grado si fossero buoni cavalieri quei tre si giudichi nel pensare come i due esuli fossero usi a cavalcare i poledri delle libere pianure di America, e come il Serafini fosse, e sia tuttora conosciuto per addestrare cavalli, e correre con essi a precipizio per le vie malagevoli dei suoi paesi. — Andavano l'uno accanto all'altro, quasi toccandosi il ginocchio quando lo permetteva la larghezza della via, e quando questa si ristringeva, andava innanzi il Serafini, poi il Garibaldi, ultimo il capitano Leggero. — Così procederono fin presso Castelnuovo, ove, incontrata via più facile, fu il trotto dei cavalli anche più spedito. — Questa corsa precipitosa era un vero sollievo pel Generale, che veniva così richiamato alle sue abitudini predilette. — Traversarono Castelnuovo, chè non si poteva fare altrimenti, serrati l'uno all'altro, e di trotto così accelerato e uniforme, che pareva sentire lo scalpitare di un solo cavallo. Chi avesse visto quei tre correre così armati a quell'ora, chi sa cosa avrebbe pensato; ma nessuno li vide, e passarono il paese senza incontro per raggiungere il punto stabilito che era presso al Molino di Bruciano, luogo sicuro perchè distante dall'abitato. — Quivi era già ad aspettarli Girolamo Martini, che era partito solo in calesse dal Bagno alle ore 9 con due fucili a due canne, dicendo di andare in Maremma alla caccia delle quaglie. — Scesero di sella i tre cavalieri, e Garibaldi, vedendo il Martini in persona, e giudicando per lui, piuttosto avanzato in età, troppo grave il disagio di quel viaggio notturno, gli disse in tuono di dolce rimprovero: «Come, voi stesso, signor Martini, volete accompagnarci?» — «Io stesso» — rispose il buon Ministro, che non voleva affidare a mani mercenarie il prezioso incarico.
Quivi il Serafini, ritirando i fucili da caccia come armi troppo appariscenti, volle fare accettare al Generale un suo stile dalla lama triangolare, poi il Garibaldi e il Leggero si accomiatarono da lui esternandogli i loro più vivi ringraziamenti per l'ospitalità cordiale, e per la sua valida cooperazione al loro salvamento. Si scambiarono augurî per sè e per la patria, e si divisero abbracciandosi e baciandosi. — Quanto il Generale tenesse in conto l'operato di Cammillo Serafini, e qual memoria ne abbia sempre conservato, lo mostrano l'accoglienza fattagli la sera del 2 Ottobre 1860, al quartiere generale di Caserta, subito dopo la vittoria di quel giorno, cosa della quale abbiamo già parlato, e lo mostrano altresì le molte lettere direttegli in tempi diversi, ma specialmente la seguente che qui riproduciamo, colla quale, sotto colore di fare domanda relativa ad un caso d'idrofobia, fa sapere al Serafini e agli amici di essere arrivato in salvo, e di conservare memoria degli aiuti che ebbe in Toscana. Ecco la lettera scritta poco dopo i fatti narrati: