Non era Philippinus, no; nient’altro che un cavallaro, un corriere, un messo, o che altro si voglia dire, mandato da Genova per portar lettere alla Gioiosa Guardia. Polidamante, sceso a pigliar lingua, tornava su tutto affannato, con un plico, fatto di quella grossa carta di filo, che già da un secolo e più si fabbricava a Voltri, sul far di quella che aveva dato fama per tutta cristianità alle cartiere di Fabriano.
—Sire Iddio, che letterone!—esclamò il capitano Fiesco, torcendo lo sguardo atterrito.
—Vedi?—notò madonna Bianchinetta.—Ci avrai da leggere un bel poco, e Filemone e Bauci dovranno aspettare.
—Chi manda la staffetta è Giovanni Passano;—diceva Polidamante in quel mezzo.
—Strano!—ripigliò messer Bartolomeo.—Ci siam visti mezz’ora prima che io rimontassi a cavallo. Che bisogno c’era di mandarmi un corriere alle calcagna?
—Questo, senza dubbio,—replicò sua madre,—di farti giunger notizie importanti, avute da lui subito dopo che tu eri partito. Ma c’è un modo di saper tutto;—soggiunse con un placido riso la veneranda signora;—aprire quel letterone, non ti pare?
—Ecco, fuman le dapi;—disse il figliuolo, niente persuaso della utilità di aprire il messaggio.—Rischiavo di seccarmi con Filippino bello, e già n’ero tutto rimescolato. E poichè da questo lato respiro, non voglio procurarmi altre noie per ora. Che cosa mi diceva il Passano, nel prender commiato? Che andava al banco di San Giorgio. Vorranno dunque esser filze di numeri, tutta roba da levar l’appetito. Ceniamo; e tu, letterone, aspetta.—
Il letterone ebbe riposo su d’una credenza, e il capitano Fiesco pensò d’aver pace a tavola. E volle ridere, volle scherzare, secondo l’uso; ma non gli veniva fatto come le altre volte. Credeva anche d’aver portato dal suo viaggio frettoloso una buona dose d’appetito; ma non fu nulla, ed egli mangiò poco, e bevette anche meno. Quel letterone, posato laggiù sulla credenza, gli pesava sull’anima.
Perchè poi tanto sgomento per due o tre pagine di scritto? Ecco qua; bisogna sapere prima di tutto che messer Bartolomeo Fiesco, dacchè aveva fatto ritorno alla casa de’ suoi padri, era diventato nervoso. Non già stizzoso, o di mala voglia, perchè quasi sempre era ilare; ma in mezzo a tanta allegria sentiva di tanto in tanto i brividi dell’uomo che ha paura, che teme o sospetta di qualche cosa che non sa, ma che sente venirsi addosso, o pender da un filo sulla sua testa, come la famosa spada di Damocle. Le visite sopra tutto gli urtavano i nervi, e pareva che si aspettasse sempre una seccatura enorme. In verità non aveva tutti i torti. O per recitar sonetti della Bella mano a sua moglie, o per mandar lui a Pisa, capitava messer Filippino assai più spesso del bisogno. Ed altri ancora, parenti come Filippino, o partigiani della gente Fiesca, o vecchi conoscenti, si affollavano a Gioiosa Guardia, per ossequiare, per visitare, per esplorare, sopra tutto per far discorsi inutili, tra i quali non mancava mai l’accenno alla vita operosa che doveva aver fatta il capitano Fiesco, e alla impossibilità che egli si contentasse della vita tranquilla, uniforme e noiosa del castellano. Volevano saper tutti quando ne sarebbe uscito, e come contasse di usare il suo tempo. Ond’egli aveva già incominciato a capire che si sarebbe stati assai meglio in un bosco, e ben fuori di mano, anzi ben fuori di quella regione, dove, o di qua dall’Appennino o di là, erano sempre castella dei Fieschi, con Filippini in moto, e parenti e conoscenti, e cacciatori e curiosi, cavallari, staffette e via discorrendo, fino alla consumazione dei secoli e della pazienza degli uomini. Quel letterone, frattanto! Che diavolerìa si nascondeva là dentro? Messer Bartolomeo, diventato più nervoso che mai, non se lo poteva levar dalla mente, lo sbirciava da lontano con occhio sospettoso, quasi temesse da un momento all’altro di vederne saltar fuori uno scorpione, una vipera, un basilisco; questo, anzi, più facilmente, essendo una bestia dell’araldico serraglio Fieschino.
—Morale della favola;—diss’egli ad un certo punto tra sè.—Imparate, o giovani, a non lasciar chiusa una lettera che abbiate ricevuta. Meglio è morire sul colpo, che patire un’agonia di due ore.—
E madonna Bianchinetta e Fior d’oro, che parevano essersi scordate di quel misterioso letterone! La cena era finita, la tavola sparecchiata, e del noioso messaggio nè l’una nè l’altra delle due donne faceva parola. Doveva parlarne lui, facendone nascer lui l’occasione. E l’occasione fu questa, di fare una giratina per la sala, di accostarsi a quella credenza, e di salutare il letterone con un grido di maraviglia.
—Oh, eccolo qua, il bossolo dei segreti. Prendi, Juana, mia dolce amica, aprilo tu, ch’io non lo leggo. Piacevole non è di certo; e ci sarà almeno questo di buono, che la sua prosa, passando per la tua bocca, avrà acquistato buon suono.—
La contessa Juana aperse, e lesse. Non faccia maraviglia che sapesse leggere. Fior d’oro certamente non leggeva ancora a Maguana, nella casa di Caonabo, suo terribil signore e padrone. Ma già leggeva a Xaragua, avendo presto imparata la lingua castigliana. Aveva seguitato a leggere alla Giamaica, e poscia in viaggio, imparando via via l’italiano, e continuandone con mirabil profitto lo studio in Gioiosa Guardia. La Corinna di Haiti aveva ingegno potente; le cognizioni a lei nuove della civiltà europea erano venute insieme coll’esercizio di quelle due lingue, fondendosi, estendendosi, formandole un nuovo tesoro, dandole quasi un’anima nuova.
Per contro, aveva abbandonato assai dell’antica, o forse l’aveva sepolto nel profondo. Più non toccava il maguey dal malinconico suono; nè meditava più, nè cantava più l’areyto in cui era maestra. L’ultimo era stato quello di Cahonana nell’atto di partirsi per sempre dalla sua isola natale. Bene sulle rive dell’Entella s’era provato Damiano a chiederle la grazia d’un canto nella lingua d’Itiba. Ma ella se n’era schermita.
—Bambino amato, non esser cattivo; dolce signore, non esser tiranno. L’areyto era la gioia di un popolo semplice e buono, che sapeva appagarsi dei frutti della mia povera mente. La poetessa dell’areyto è morta insieme col suo popolo; perchè vuoi tu risuscitarla, se non hai forza di ritornarle in vita il suo popolo? Con altro nome rivive Anacoana; rivive per miracolo d’amore e di gratitudine. Ti ho amato, conte Fiesco, dal primo giorno che ti ho conosciuto; sarei morta coi miei poveri sudditi, amandoti e benedicendoti. Tu hai voluto ch’io vivessi, e la mia vita è diventata cosa tua, poichè tu l’avevi salvata. Tua regina, o tua serva, ogni condizione mi è buona; comandarti mi è dolce, obbedirti ancor più. Ma ti prego, una cosa non chieder da me; non chieder la voce che piacque a tanti infelici, la cui sorte è il segreto tormento dell’anima mia. La voce di Itiba è morta; ed io soffro già tanto, sforzandomi di dimenticare quei giorni! Dunque, se m’ami davvero....
—Dunque più nulla;—aveva detto Damiano, troncandole la frase.—La bella bocca che diceva le belle canzoni, io la suggello coi baci.
—E ti basti,—aveva ella risposto,—pensando che il cuore trabalza, venendo ad incontrarli sul labbro. Piacerebbe a te di narrarmi il tuo passato? Nè io, bada, chiederò mai di conoscerlo. Che colpa avresti ai miei occhi, se dal giorno che m’hai conosciuta il tuo cuore è stato mio, intieramente mio? Quanto a me, conte Fiesco, ho un passato, e tu lo conosci: ebbi un fiero padrone, che ho rispettato; n’ho uno assai cortese, che adoro. Tra l’uno e l’altro è il dolore d’una patria morta, a cui non gioveranno i miei pianti, ma a cui dobbiamo usare entrambi la pietà del silenzio.—
Il conte Fiesco riconobbe che sua moglie aveva ragione, e non chiese più nulla di quelle arti gentili di cui ella era stata maestra in Haiti. La cultura della contessa Juana si faceva del resto così profonda e così vasta nelle discipline europee, che veramente non era più necessario tornare col desiderio a prove antiche d’ingegno, le quali avevano il torto di destare in lei troppo dolorosi ricordi.
Or dunque, ritornando al racconto, la contessa Juana aperse il plico, e lesse; anzi tutto una lettera di Giovanni Passano, che diceva così:
“Magnifico Signor mio e padrone osservandissimo,
“Vi parrà strano che appena partito Voi per la Gioiosa Guardia io abbia da mandarvi il messo, come il cacciatore sull’orma. Così è piaciuto a Dio, dal quale vengono le fortune tutte e disgrazie di questo mondo, con che egli sperimenta le sue creature. Ma questa volta è misericordia sua e gran favore che sia evento piacevole, come io ben credo, trattandosi di lettera che Vi scrive l’uomo che più amate e venerate dopo il supremo dator di ogni bene.
“Sappiate adunque che, mentre Voi andavate verso porta di Santo Stefano glorioso, io me ne andai al magnifico Banco di San Giorgio per collocare il denaro che eravamo rimasti d’intesa. E là mi avvenni per singolar fortuna nello spettabile iureconsulto messer Nicolò di Oderigo, che scendeva allora dallo scalone. Umanamente mi salutò, e mi chiese di Voi, che tanto desiderava incontrarvi. E gli dissi che appunto eravate giunto questa mattina, ma per stare sull’ali e ripartire; che anzi a quell’ora certamente andavate passando il ponte di Sant’Agata benedetta. Mostrò dispiacere di tal contrattempo, perchè aveva ricevuto lettera di Castiglia per Voi, e a me la diede, commettendomi di spedirla al più presto. E sì m’aggiunse il prefato messer Nicolò: “ignoro che cosa sia detto in tal lettera, avendola sigillata senza leggere; ma se somiglia ad altra per me ricevuta, certo è fatto di somma importanza, e merita che il vostro signore e parente subito la tenga in sue mani„. Al che risposi non dubitasse, che avrei fatto ogni diligenza, siccome ero pronto, anche partendo io medesimo.
“Non fu mestieri di ciò, avendo io trovato Battistino di Certénoli, che si disponeva appunto a partire. Io solo gli ho fatto e faccio raccomandazione di non fermarsi troppo a tutte le frasche, più che non avvenga a me quando vengo a trovarvi. Ed egli, saputo esser ciò per Vostro servizio, promette e giura, se Voi non correte più di lui, di raggiungervi ancora in cammino. Quanto a messer Nicolò di Oderigo, richiesto da me che cosa fosse scritto a lui, per darvene contezza, risposemi queste parole: “Il nostro eccelso concittadino spera e dispera ad un tempo: è come un naufrago, che può toccar terra con l’aiuto di Dio, o andare sommerso nel profondo del mare. Egli è tanto disgraziato come grande„.
“Messer riverito, io vi prego di star bene, e bacio umilmente le mani a madonna Bianchinetta e a madonna Fior d’oro mia nobil cognata; che veramente io non mi risolverò mai di chiamarla suocera, contro ogni apparenza di ragione. Bianchina mia a voi tutti si raccomanda.
“Di Genoa, li 6 marzo anno Domini 1506.
“Johannes Paxano.„
Il capitano Fiesco era stato a sentire con una certa curiosità la prima parte della lettera di Giovanni Passano. Alla seconda, ricominciò a non poter più star fermo sulla sedia, tanta era l’agitazione che gli entrava addosso; agitazione a cui partecipava l’animo di Fior d’oro, com’era dimostrato dall’andar più spedito, quasi convulso, della lettura.
—All’altra! all’altra!—gridò messer Bartolomeo, com’ella ebbe finita la prima.—Che sarà mai, mio Dio, se un uomo grave e tranquillo come il dottore Oderigo si mostra così sgomentato per la sorte del nostro grand’uomo?—
Fior d’oro prese allora la seconda lettera, e con molta reverenza ne lesse la soprascritta, in lingua spagnuola: “Al muy virtuoso Señor micer Bartholomè Fresco„; poi ruppe il suggello, aperse il gran foglio, e lesse il contenuto, scritto in lingua italiana, mescolata di forme spagnuole e latine, di questo tenore:
“Virtuoso amico.
“Iddio nostro signore ha disposto che quando la creatura è nel fondo delle afflizioni, ella a Lui abbia ricorso e in Lui solo confidi: ma non è senza suo consiglio che ella si volga agli amici, nei quali è come un raggio in terra della sua eccelsa bontà. Tra i miei mali ho questa sorte, che ancora qualche anima mi resti fedele. Ma perchè i pochi che mi amano son tutti lontani da me?
“Amico, la mia querela col mondo è antica oramai, come l’uso ch’egli ha di maltrattarmi. Già mille combattimenti mi diede, e a tutti ho resistito finora; in che non mi ha giovato nessuno. Ei mi tiene crudelmente colato a fondo: solo mi regge la speranza di Chi creò tutti, e sudditi e re. Il soccorso di Lui fu prontissimo sempre. Un’altra volta, è già molto, trovandomi assai abbattuto, mi sollevò col suo braccio divino, dicendo: levati su, uomo di poca fede, che son io, non aver timore. Ma adesso la voce misteriosa non parla più come prima; temo forte che voglia altro di me.
“Da più d’un anno sto qui aspettando che don Fernando mi renda giustizia e m’ascolti, come aveva promesso anche a Voi. Tutti ottengono da lui, di dovunque arrivino; checchè gli propongano, son tutti ascoltati: più ancora se nemici miei, o da lui avuti per tali. Di me non si fa caso; anche qui tutti mi sfuggono, come fossi un lebbroso. Pensate a questo, Voi che avete visto il mio arrivo a Barcellona. Ora io vi sto mallevadore che non è uomo sì vile il quale non pensi d’oltraggiarmi. Se io avessi rubate le Indie per darle a Portoghesi, come una volta si sospettò indegnamente, quando la tempesta mi gittò nel ritorno alle rive del Tago, non potrebbero in Ispagna dimostrarmi nimicizia maggiore. Chi ciò crederebbe d’un paese, dove fu sempre tanta generosità di sentire?
“Grande aggravio ricevo da questo re, poi che la eccelsa donna mia protettrice è in cielo (che più non la vidi viva al mio ritorno), e non so come basteranno le forze a sostenere il mio dritto. Ma per rispetto a quella medesima dignità che Iddio mi ha data, quando permise che io discoprissi un mondo e lo rendessi alla sua fede, dovrò combattere fino all’ultimo soffio di vita. E son qui solo, nella mia pena, infermo, aspettando ogni dì da un uscio la giustizia degli uomini, dall’altro quella del cielo. Non è con me neppure il mio buon fratello don Bartolomeo, sempre in moto per mia cagione. Diego Mendez fu qui, nè vuole abbandonarmi del tutto; ma in troppe circostanze non fa al bisogno mio, dovendo, egli anche provvedere a sè stesso. Ah, i miei amici d’un tempo! Il loro affetto mi consolerebbe d’assai cose che mi mancano. E mi manchino pure per sempre; perchè “dove amore non è, più nulla è il resto„.—
Tremava, per commozione profonda, la voce della bella lettrice; e gli occhi del capitano Fiesco si erano velati di lagrime.
—Com’è vero!—diss’egli.—È questo il grido dell’anima.
—E noi lo sentiremo;—rispose Fior d’oro;—e correremo a lui, non è vero?—
Messer Bartolomeo si turbò forte, a quell’altro grido dell’anima.
—Andrò certamente;—balbettò egli.—Ma tu....
—Ed io con te. Potrei forse lasciarti solo?
—Perchè no! Andavo pur solo a Pisa!
—Che mi parli tu di Pisa?—proruppe Fior d’oro.—Non ci sei andato, finalmente. E laggiù, dov’egli soffre, dond’egli chiama soccorso, il debito nostro è di andare senza indugio. Non gli debbo ancor io qualche cosa? Ma lasciami leggere il resto; son poche righe ancora;—soggiunse ella, sforzandosi d’apparire tranquilla.
E proseguì, sebbene con voce alterata, la dolorosa lettura.
“Domando forse troppo? Vi conosco, fedele amico dei lieti giorni come dei tristi, e penso che ciò non sia. Avendovi presso, di due cose una mi verrà bene ad ogni modo. O mi rifiorirà la speranza, poichè avrete ottenuto Voi ch’io parli un’ultima volta al re; e Voi solo potrete ottenerlo, che foste ricevuto da lui, e congedato con buone promesse. Dovrà ricordarle, vedendovi; e forse egli sentirà rossore di ciò che fa, per mio danno ed onta sua. O non otterrete nulla neppur voi? Sarà segno ch’io non debbo aspettare più nulla dal mondo, se non questo, che Voi mi chiudiate gli occhi al gran sonno. In questo caso sarete ancora il ben venuto al mio fianco; nell’ultim’ora della mia triste vita mi sarà dolce l’aspetto della città dond’io venni, e nella quale son nato.
“Ricordatemi, ve ne prego, alla nobil signora che allieta i giorni del vostro riposo, e che ha tanto da perdonarmi anche lei. Ma io veramente non sono in colpa, e fu con buono intendimento tutto quello che feci. Iddio mi aveva guidato laggiù; gli uomini malvagi hanno guastata l’opera di Dio, come già aveva fatto il maligno, sotto forma di serpente, in quel beatissimo Eden, di cui mi sembrò l’imagine sulla terra di Haiti. E ancora salutate per me il virtuoso messere Gian Aloise con la sua signora madonna Catalina. Dite loro che mi perdonino, se non ho più date nuove di me, che liete e degne di loro non n’ebbi più da gran tempo. Neanche, per dirvi tutto, ebbi comodità di scrivere, negli umili alberghi per cui mi vengo tramutando, poverissimo come sono, e spesso costretto ad accettar prestito da qualche anima buona. Non che per iscrivere una lettera e dar beveraggio a chi la porti, non ho il più delle volte una “bianca„ per l’offerta in chiesa. Le mie rendite sono a San Domingo, e le tiene e le gode il gran commendatore d’Alcántara, che Iddio non vorrà dimenticare, nella sua forza e sapienza infinita, mentre io sono sventurato come vi dico. Ho pianto molto in mia vita sugli altri; su me piangerà presto la terra, se ancora ha senso di carità, se ancora v’è in pregio la verità e la giustizia. E vi tenga Nostro Signore nella sua santa guardia, con tutti coloro che amate; poichè, vi ripeto, dove amore non è, più nulla è il resto.
“De Segovia, a 20 de febrero 1506.
“El Almirante mayor del mar Oçeano
“Visorey y Gobernador general de las Indias, etc.
S.
S. A. S.
X. M. Y
Xp̃o FERENS.
I titoli non mancavano mai, nelle lettere di Cristoforo Colombo. E potevano far sorridere gli sciocchi, e far piangere gli assennati, pensando che l’almirante maggiore dell’Oceano, il vicerè e governatore delle Indie era povero in canna, spesso nelle osterie, dov’era costretto a prendere i suoi pasti, non avendo di che pagare lo scotto. Quanto alla sigla che aveva sostituita alla firma, gli amici suoi sapevano che cosa volesse dire. Così l’aveva egli solennemente descritta nel suo testamento e istituzione di maggiorasco, del 22 febbraio 1498: “...... don Diego mio figlio e tutti i miei successori e discendenti, come pure i miei fratelli Bartolomeo e Diego, porteranno le mie armi quali le lascierò dopo morte, senz’aggiungervi alcun’altra cosa, e saranno scolpite sul lor sigillo. Don Diego mio figlio, o chiunque erediterà i suoi beni, andando al possesso dell’eredità, segnerà con la firma di che ora mi servo, che è una X con sopra una S, una M con sopra un’A, ed una S più in su, e quindi una Y sormontata da una S, colle linee e punti giusta il mio costume„. Ma la descrizione non essendo ancora l’interpetrazione, bisognerà soggiungere quella che n’hanno tentata i moderni eruditi, ricordando che Cristoforo Colombo, a detta del figlio Fernando nella sua Historia dell’Almirante, “se alcuna cosa aveva da scrivere, non provava la penna senza prima scrivere queste parole: Jesus cum Maria sit nobis in via„. Così avendo egli mutata la firma dopo le dignità ottenute, formò la sigla misteriosa, che si può sciogliere naturalmente in questo modo: Salva me Xristus, Maria, Yosephus. Quanto all’ultima linea, Xristoferens, mezzo abbreviato, è l’istesso nome di Cristoforo, portatore di Cristo, come anche dimostra la nota iconografia di quel santo, col famoso distico leonino e maccheronico che suol richiamare alla mente.
—Ed ora,—disse Fior d’oro, nell’atto di ripiegare il foglio,—sosterrai tu che io non debba seguirti? Vedi, egli vuol chiedermi perdono, non essendo in colpa di nulla. Io, io debbo portargli una parola di riconoscenza per me, con le benedizioni del mio popolo, ch’egli amò tanto, ch’egli avrebbe reso felice, se gli uomini malvagi non ne avessero attraversati i disegni.
—Sia come volete, Juana;—rispose il capitano Fiesco.—Il cielo forse v’ispira. Al letto di un infermo vale anche meglio una donna che un uomo. Iddio ha posto negli occhi vostri un raggio della sua pietà, e sulle vostre labbra il balsamo delle sue misericordie. Nè il grand’uomo sarà solo, quand’io dovrò chiedere udienza al suo re. Non vorrà certo negarmela;—soggiunse messer Bartolomeo;—tanto cortesemente mi aveva egli accolto, che pareva non sapesse più spiccarsi da me. Niente al signor Almirante, e si capiva, quantunque promettesse di vederlo e di udirlo; a me tutto; mi avrebbe posto Castiglia e Leone sulle braccia, con le Indie per il buon peso. “Voi siete, signor conte, in grandissima stima presso don Nicola Ovando, che d’uomini s’intende, come del nostro servizio; stimato dal gran commendatore d’Alcántara, che così vantaggiosamente mi scrive di Voi, non sarete meno stimato e favorito da me: non dispiaccia ad un Fiesco di prender servizio presso un re d’Aragona, che conosce il merito, e sa ricompensarlo„. La grazia delle sue ricompense! Ma bisognò sputar dolce, dopo inghiottito l’amaro. Infine, chi sa? Non è una ispirazione del cielo che l’Almirante mi richiami presso di sè, per ottenergli giustizia? E se fossi io quello che potesse fargliela avere.... colla reintegrazione dei suoi diritti.... colla spedizione sua ad un altro viaggio di scoperta!...
—Quante speranze ad un tratto!—esclamò Fior d’oro.
—Non per me, si capisce. Io non andrò più, certamente. Sarà un sacrifizio.... che farò lietamente a Fior d’oro. Ma per lui, che forse ad un tale annunzio ritornerebbe da morte a vita, mi par che sia bene tentare, e per intanto sperare. Sperare giova, e tentare non nuoce. Andremo dunque a Segovia. Ma ora che ci penso, come vi porterei io in Ispagna, dove forse Fior d’oro....
—Fior d’oro può restar qui;—rispose la contessa;—ed anche può esser morta di là dal gran mare. In vece sua può ben rinascere il mozzo Bonito, di cui conservo ancora le spoglie.—
Con quel nome e in quelle spoglie Anacoana era andata dalla sua isola natale alla Giamaica, e di là ritornata a San Domingo, per passar poscia in Europa; mozzo per tutti, tranne per pochissimi che erano a parte del segreto.
—Eh, voi trovate rimedio a tutto, Juana;—disse il capitano Fiesco, sforzandosi di sorridere.—Ma questo mi fa pensare che avrò da trovar qualche cosa ancor io, non essendo naturale che un mozzo faccia così lungo tragitto per via di terra. Dove sarà il cavallaro? Probabilmente nel tinello a cena; che non avrà voluto rinunziare alla buona occasione. Polidamante!—
Il ragazzo non era là in anticamera, e bisognò andarlo a chiamare dall’alto dello scalone. Udì la voce tonante del padrone, ed accorse.
—Battistino è ancora giù con voi altri?
—Sì, mio signore; anzi dormirà qui, avendo fatto tardi, per andare a Certénoli.
—E non ci andrà. Si tenga pronto a ripartire domattina all’alba per Genova.—
Ciò detto, il capitano Fiesco ritornò alla caminata, e là scrisse in fretta una lettera per Giovanni Passano.
—E questa è fatta;—diss’egli conchiudendo, mentre suggellava il foglio.—Se il Paradiso è ancora in porto, può esser qui doman l’altro. Non sarà neanche mestieri che ci facciamo vedere a Genova.—
Madonna Bianchinetta approvò tutti gli ordini del figliuolo, e la fretta con cui erano dati. Aveva sparse tante lagrime, la veneranda signora, sentendo legger la lettera del signor Almirante!
Due giorni appresso, sull’ora del vespro, la nave Paradiso gettava le àncore davanti alla spiaggia di Chiavari. Subito si spiccava dal suo bordo un palischermo, con quattro rematori sui banchi di voga, e Giovanni Passano al timone. Un’ora dopo, il fido luogotenente e ministro del conte Fiesco era a Gioiosa Guardia. Non si poteva fare più presto, nè meglio di così, per contentare quell’argento vivo del conte.
Messer Bartolomeo s’imbarcò a notte alta, avendo non meno alte ragioni di far ciò. Quel mozzo Bonito non doveva esser visto da tanta gente, che nei giorni festivi ammirava la contessa Juana nella chiesa di San Salvatore. Con messer Bartolomeo e col mozzo Bonito montarono in nave due scudieri, Pietro Gentile, e frate Alessandro. Il frate tornava al suo secondo uffizio d’elezione; non dimenticando il primo, per altro, poichè portava la sua tonaca e la sua cocolla, delle quali aveva fatto il solito involto.
—Portar l’abito indosso e portarlo in mano è tutt’uno;—diceva il frate scudiero.—L’essenziale è di non lasciarlo per via, di non gittarlo ai rovi, come fanno certuni, dimenticando i loro giuramenti. Io tengo i miei, onorando il glorioso fondatore dell’ordine, seguendone gli esempi, facendo allegramente quel po’ di bene che posso. Il benedetto san Francesco non voleva musi lunghi, nè ipocrisie. Gli uomini aveva tutti per fratelli; e chi si adoperava per utile dei fratelli, lo aveva per figliuolo.—
Anche don Garcìa avrebbe voluto seguire il padrone e accompagnare il conterraneo; tanto più che si approdava a Barcellona. Sosteneva di poter rientrare senza pericolo in Ispagna, avendo lasciato San Domingo col suo bravo congedo, per anzianità di servizio. Ma il capitano Fiesco non volle saperne di lui.
—Restate, don Garcìa;—gli aveva detto.—Dio guardi se qualcheduno vi riconosce....
—Avete ragione, signor conte;—aveva risposto don Garcìa, chinando umiliato la fronte.
—E non dico per questo che voi ora pensate;—replicò il capitano Fiesco.—Dico che anche essendo partito col vostro bravo congedo, vi siete allontanato da San Domingo insalutato hospite. E l’ospite era il governatore, che può aver notata la cosa. Il congedo, poi, era soltanto a voce. Insomma, vi dico che non è bene per voi venire laggiù, e meglio sarà che rimaniate qui, a godere davvero il vostro congedo benedetto.—
Così restò don Garcìa, e la nave Paradiso si allontanò senza di lui dalla spiaggia di Chiavari. Fortunata, aveva anche il vento in fil di ruota, che, avendo preso a soffiar nella notte dalle gole di Sestri Levante, doveva accompagnarla fino oltre la punta di Portofino. Di là da Capodimonte, lo ebbe di fianco, ed era tramontana schietta: ma la tramontana era anche più favorevole del vento in poppa, perchè si poteva serrarla con tutte le vele, navigando al gran largo, che è la più gloriosa maniera, ed allarga altrettanto il cuore del capitano, che ha fretta di giungere al porto.
La nave non volendo toccar Genova, era rimasto a terra e per via di terra sarebbe tornato a casa il Passano.
Ora, mentre egli usciva da Gioiosa Guardia, dove era andato a prendere un cavallo dalle scuderie, indovinate chi gli passò davanti agli occhi, tra Paggi e San Salvatore. Il capitano Fiesco ci avrebbe dato alla prima. Messer Filippino? Lui, sicuramente, lui, che aveva trovato un altro buon pretesto, di andare in Fontanabuona, per passare davanti al castello del suo amato parente, fermarsi un tratto ad ammirare la contessa Juana e sospirarle un sonetto.
—Io arrivo, e voi partite?—diss’egli, facendo la bocca dolce.
—Sì, parto, come vedete, messer Filippino.
—E i miei buoni parenti stanno bene?
—Benissimo,—rispose il Passano,—e in via per la Spagna.
—Per la Spagna!—ripetè Filippino, stupito.—Il mio caro cugino, che non si voleva più muovere.... per nessuna ragione!...
—Eh, capirete, messere; quando si trattava di andar solo. Ma ora va accompagnato.
—Accompagnato!—ripetè Filippino, sgranando gli occhi, e impallidendo un pochino.
—Già, con la dolce consorte. Beato lui, che può portarsela allato come la sua buona spada. Io, poveraccio, vado e torno ad ogni tanto, sempre costretto a lasciare la mia sposina a Genova. È vero che i miei viaggi son brevi.—
Messer Filippino non gli dava più retta. Che importava a lui delle pene maritali di Giovanni Passano?
—La contessa con lui!—esclamò.—E quanto rimarranno?
—Questo non saprei dirvi io, messere. Nè credo che lo sappia madonna Bianchinetta. Ma potete provare a domandargliene.
—Veramente, non contavo di entrare, questa volta. Ho da fare a Santo Stefano....
—Allora, buon viaggio, messer Filippino.
—E a voi, messer Giovanni, a voi.—
Giovanni Passano toccò il cavallo, che subito prese il portante, andando verso la Maddalena.
—M’è rimasto di stucco:—diceva il Passano tra sè.—Che fastidioso uomo è costui! Ed ora, se Dio vuole, per la prima volta non gli parrà Gioiosa, la Guardia.—
Aveva dato nel segno. Messer Filippino c’entrò, mezzo per consuetudine, e mezzo per curiosità, volendo sapere, se gli veniva fatto, come e perchè fossero partiti i due coniugi, e quanto sarebbero rimasti lontani. Ma la Gioiosa Guardia, dove più non era la contessa Juana, gli parve triste, desolata come un nido vuoto. Anch’egli doveva pensare quel giorno, ma con altra intenzione, quello che Cristoforo Colombo aveva scritto all’amico: “Dove amore non è, più nulla è il resto„.
Non avendo speranza di leggere un altro capitolo dei Commentarii di messer Bartolomeo Fiesco, che se ne va con buon vento alle coste di Spagna, cercheremo di dir noi brevemente quanto sarà mestieri conoscere dei casi di Cristoforo Colombo, ritornato che fu dal suo quarto viaggio di scoperta, e della condizione tristissima ond’egli era stato consigliato a scrivere la dolente sua lettera al virtuoso capitano. Dovremo per ciò ritornare un passo indietro (e sian pur molti, a patto che non paian più d’uno) fino alla partenza del signor Almirante dall’isola Giamaica, dove il fedel Diego Mendez gli aveva condotto un naviglio, e il perfido Ovando, non potendo più oltre ignorare lo stato del grand’uomo, gliene mandava un altro, che finalmente si era risoluto di trovare.
Su quei due navigli s’imbarcavano i fedeli dell’Almirante e i pentiti seguaci del Porras, facendo vela il 28 giugno 1504, dopo un anno e quattro giorni di forzata inerzia nel villaggio galleggiante sulla spiaggia di Maima. Ancora non si era chetato lo sdegno degli elementi contro il magnanimo nocchiero, che primo aveva osato sfidare i flutti dell’Atlantico; e le correnti fortissime tra la Giamaica e la Spagnuola diedero assai travaglio alle navi, che solo il 13 agosto afferravano il porto di San Domingo. Col livore nell’anima e col sorriso sulle labbra, accolse don Nicola Ovando l’aborrito Colombo; gli profferse ospitalità nel palazzo del governo, e mostrò di volergli usare ogni maniera di cortesie. Quella era la pace dello scorpione, come si diceva con energica frase intorno al signor Almirante; e non senza ragione, poichè il gran commendatore d’Alcántara, ch’era lo scorpione in discorso, mentre faceva la bocca dolce al suo ospite, metteva in libertà il Porras, che questi aveva condotto prigione, unico escluso dal perdono concesso ai ribelli, come quegli che li aveva istigati e spinti alla prova delle armi. Non pago di ciò, don Nicola Ovando parlava di voler fare egli stesso un’inchiesta di ciò ch’era avvenuto alla Giamaica, sostituendosi audacemente all’autorità del signor Almirante, e usurpando il diritto dei reali di Spagna, ai quali si spettava, se mai, di rivedere il processo e di far piena giustizia. Ma qui il signor governatore non andò oltre la minaccia, che forse aveva fatta per giustificare lo scarceramento del Porras, ed anche per fare dispetto al suo ospite e indurlo ad abbreviare i termini del suo soggiorno a San Domingo.
Messer Cristoforo non voleva già rimanere a lungo in quel triste luogo, dove i segni dello sgoverno e della rapina erano troppi e troppo evidenti; dove ancora non tacevano gli echi delle orribili carneficine che avevano funestata da un capo all’altro la povera Haiti; dove infine non c’era verso di ottenere alcuna soddisfazione delle sue rendite, e nemmeno un’ombra di conti. Al signor governatore aveva oramai restituito il naviglio, e un altro ne aveva acquistato del suo. E per tal modo, su due legni proprii, come un privato armatore, riconduceva in Ispagna tanti servitori della Corona, che per Castiglia e Leone avevano due anni intieri messa a bei rischi la pelle. All’Ovando e al soggiorno di San Domingo lasciava ancora tutti i ribelli del Porras, che il signor governatore li premiasse pure secondo i gran meriti loro, e magari li facesse del suo consiglio di governo. Ed egli, co’ suoi due legni, si mise alla vela il 12 di settembre.
Qui subito incominciò la disdetta. Avevano fatte appena due leghe di cammino, che sulla nave dell’Almirante si spaccò per lungo l’albero di maestra, dalla vetta fino in coperta. Buon legno, e stagionato, anche tu? L’Almirante passò sulla seconda nave, che era sotto il comando dell’Adelantado, e rimandò a San Domingo la caravella inservibile. Si veleggiava con buon vento, e i cuori si riaprivano alla speranza; quand’ecco, il 18 ottobre, una terribil fortuna di mare, che mette l’unica nave in pericolo. Se n’esce sani, e torna il mare in bonaccia; ma il giorno appresso, in quella gran calma, e quasi non lavorando le vele, si spezza in quattro l’albero di maestra.
—Piove sul bagnato!—si contentò di dire l’Adelantado, che tosto, consigliato dal fratello, a cui la gotta non consente di lasciare il giaciglio, prende un’antenna di rispetto, ne fa un piccolo albero, fortificandolo di legname preso dai castelli di poppa e di prora, strettamente lega ogni cosa con gran giri di fune, e vi adatta la vela. Si naviga ancora verso levante, ma incappando presto in un altro fortunale, che porta via l’albero di trinchetto. In tal guisa l’Atlantico rabbioso dava congedo al suo domatore: e in tal guisa, fatte settecento leghe di mare e d’angoscia indicibile, nella mattina del 7 novembre il legno disalberato afferrava San Lucar di Barrameda, donde il signor Almirante, sfinito da due anni e mezzo di continui travagli, tormentato dalla gotta e più dal pensiero della umana malvagità, si faceva trasportare a Siviglia.
Sperava di trovar pace colà, e di ricuperare tanto di forze da potersi condurre a Medina del Campo, dov’era allora la Corte, necessariamente un po’ nomade in quel primo periodo di ricostituzione del regno. Ma non ricuperò punto di forze, non avendo trovata la pace, bensì in gran disordine le cose sue, poichè dal tempo della sua prigionìa, avendo il Bovadilla preso possesso della sua casa e delle sue sostanze in San Domingo, non pure non gli pagavan le rendite, ma non erano state neanche esatte con la debita puntualità, e quel tanto che se ne veniva raccogliendo restava nelle mani del governatore. Ond’egli, un mese dopo l’arrivo a Siviglia, scriveva al figliuol suo Diego, ch’era paggio alla Corte: “Il governatore m’ha crudelmente trattato. Mi dicon tutti che io là posseggo undici o dodicimila castigliani; ed io non ne ho avuto un quarto„. Si aggiunga che quel quarto gli era servito a comperar le due navi, per portare in Ispagna tanti buoni servitori della Corona, che ancora un mese dopo l’arrivo a San Lucar di Barrameda non avevano ricevuto il soldo di due anni e mezzo di onorati servizi; e a lui si volgevano, chiedevano denari a lui, che non ne aveva per sè.
Nè solo scriveva al figliuolo che perorasse per lui e per la giustizia; scriveva al re, scriveva alla regina. Ordinassero che fosse dato il soldo a quella povera gente; comandassero all’Ovando di fargli pagare senza indugio il dovuto, perchè, senza una lettera regia, nè quegli si sarebbe mosso, nè gli stessi agenti dell’Almirante in San Domingo avrebbero ardito aprir bocca; provedessero finalmente, in guisa che meglio fossero amministrate laggiù le rendite della Corona; al qual proposito bastava accennare che una immensa quantità d’oro si ammonticchiava in mal costrutte case, esposte di continuo alla rapina, al saccheggio. Aveva risposte, ma fredde, che lo rimandavano di giorno in giorno, anzi peggio, di mese in mese. Erano andati alla Corte del re Ferdinando e della regina Isabella, i suoi due fidati amici, Diego Mendez e Alonzo Sanchez di Carvajal, ricevendo anch’essi un sacco e sette sporte di buone parole. Più non poteva fare la regina, inferma, da parecchi mesi inchiodata in un letto: più non voleva fare il re, largo promettitore, non senza un’aria di canzonatura, che tirava, sia detto col rispetto dovuto a su’ Altezza reale, che tirava i ceffoni. Intanto, trionfava il Porras, parente in quel brutto modo che sappiamo al regio tesoriere Morales. E il re Ferdinando a tutte le sollecitazioni del povero infermo di Siviglia mandava a rispondere: “si vedrà, si farà quanto è dovuto, e più ancora„; la regina Isabella, in cui era riposta l’ultima speranza dello sventurato Colombo, la regina Isabella moriva.
Povera donna, infelice regina, che non aveva avuto in tutta la sua vita fortunosa un’ora di pace! Abbiamo narrate le vicende della giovinezza di lei, e come le paresse liberazione andar moglie a Ferdinando d’Aragona. Ma proprio allora incominciò la prigionia, non della persona, bensì dell’anima generosa, del cuore pietoso d’Isabella di Castiglia e Leone. Le istesse gioie della maternità, che consolano tante donne d’un nodo malaugurato, volsero in lutto per lei. Le era morto l’unico maschio, il principe Giovanni; morta la diletta figliuola Isabella, e il figliuoletto di lei, don Michele; restava Giovanna, misera creatura che doveva rimanere nella storia col nome di Giovanna la pazza, maritata all’arciduca Filippo d’Austria, bel giovane e dissoluto, che la rendeva infelice vivendo, e doveva lasciarla infelicissima, morendo un anno di poi. Di tutti questi dolori materni nutriva Isabella i suoi anni maturi; e d’altri ancora, onde la colmò di continuo l’indole avara e tiranna del suo consorte e signore. Quell’astuto Aragonese, che, lei morta appena, sarebbe passato a seconde nozze con una principessa francese, non era fatto davvero per darle allegrezza della vita e del regno. E cercò sempre, la nobil donna, di nascondere al mondo la sua infelicità; fece quanto potè, anche in punto di morte, per esser creduta la più felice delle mogli.
“Che il mio corpo (diceva ella nel suo testamento) sia seppellito nel monastero di San Francesco, nell’Alhambra della città di Granata, in un modesto sepolcro, senz’altro monumento che una semplice pietra, su cui sarà scolpita l’iscrizione. Desidero nondimeno, ed ordino, se il re mio signore s’eleggesse sepoltura in una chiesa, o monastero, in alcun altro luogo o parte de’ miei regni, che il mio corpo sia pur tramutato e sepolto accanto a quello di Sua Altezza; per forma che la unione di cui abbiamo goduto in vita, e di cui speriamo la Dio mercè che le anime nostre godranno nel cielo, possa essere raffigurata dalla unione dei nostri corpi in terra.„
Isabella moriva il 26 novembre del 1504, a Medina del Campo, in età di cinquantaquattro anni. Il grand’uomo ch’ella aveva protetto, intendendone l’ingegno e la missione divina, trattenuto dalla sua infermità nelle mura di Siviglia, non aveva potuto rivederla un’ultima volta: neanche gli fu dato di conoscer subito la notizia della morte di lei. Sapendola aggravata dal male, e desideroso di recarsi al suo letto d’agonia, non aveva trovato mezzo di trasporto più adatto d’una lettiga che i canonici di Siviglia avevano usata poco prima per trasportare la salma del cardinal di Mendoza. Ma i canonici temevano per il fatto loro, che non andasse guasto o perduto; e l’istesso giorno che Isabella moriva a Medina del Campo, si faceva in Siviglia tra quei canonici e il “vicerè delle Indie„ un regolare contratto per l’affitto di quella lettiga, di quella bara, restando mallevadore don Francesco Pinedo, tesoriere della marina, che la strana vettura sarebbe stata restituita. Già era per salirvi il dolente; ma le trafitture del suo male e lo straordinario rigore della stagione non gli permisero di mandare ad effetto il suo divisamento.
La morte d’Isabella era il colpo di grazia al grande infelice. Viva la regina, si poteva sperare ch’ella fosse un giorno e l’altro per vincer l’animo iniquo di Ferdinando; e ad ogni modo si poteva esser certi che la regia fede sarebbe stata mantenuta, com’era scritta in forme solenni. Lei morta, le ragioni di Cristoforo Colombo, lasciate così a lungo sospese, sarebbero state sicuramente disconosciute, e le speranze deluse. E ancora tentava, scrivendo lettere su lettere, mescolando le umili supplicazioni alle giuste querele. Nella primavera del 1505 tentò per lui don Bartolomeo suo fratello di ottenere a voce quello che per iscritto non si era potuto fin allora. L’Adelantado conduceva seco il secondo figliuolo dell’Almirante; savio e costumato adolescente, allora nei diciassette anni, che aveva partecipato alle fortunose vicende del quarto viaggio. Si chiamava Fernando, l’adolescente; Fernando, come il re; ma non gli valse altrimenti che ad ottenere un altro sacco di buone parole.
Un filo di speranza era venuto al signor Almirante dalla notizia che Diego di Deza, il dotto domenicano, allora vescovo di Palencia, ma innalzato ad arcivescovo di Siviglia, sarebbe rimasto alcun tempo alla Corte. Diego di Deza era stato l’unico dotto, e perciò l’unico sostenitore di Cristoforo Colombo, nel famoso consiglio degli indotti di Salamanca. Non avendo potuto persuadere i suoi ostinati colleghi, era pure tornato utile al navigatore genovese, consigliandolo a restare in Castiglia, aspettando una migliore occasione di vincere. Queste cose, che tanto onoravano il Deza, mandò a ricordargli Cristoforo Colombo: ma è da credere che l’arcivescovo di Siviglia non potesse far più, per l’amico, nessuno di quei buoni uffici che aveva fatti il lettore di filosofia del convento di San Domenico in Salamanca. Un altro amico parve la man di Dio allo sventurato Colombo, quando se lo vide comparire in casa, in quella medesima primavera del 1505. Quell’amico era Amerigo Vespucci, che al tempo del terzo viaggio di Cristoforo Colombo al nuovo Mondo, era stato con Alonzo d’Ojeda alle Antille, in quella spedizione che fu il primo colpo dato da re Ferdinando ne’ suoi patti solenni coll’Almirante maggiore del mare Oceano e Vicerè governatore generale delle Indie. La conoscenza di Amerigo Vespucci con Cristoforo Colombo era anche più antica, poichè il Vespucci era stato computista presso il fiorentino Giannotto Berardi, ricco negoziante in Ispagna, il quale appunto aveva dovuto dare una sua nave alla grande spedizione dell’Almirante, allora per l’ultima volta in auge presso la Corte spagnuola.
Di lui scriveva l’Almirante al figlio Diego, il 3 febbraio 1505: “.... Ho parlato con Amerigo Vespucci, latore della presente, chiamato dal re per affari di navigazione. Egli ebbe sempre desiderio di compiacermi; è uomo molto dabbene; la fortuna gli fu avversa, siccome a molti altri; i suoi lavori non gli profittarono come ragione voleva. Parte assai ben disposto per me, e bramoso, se gli è possibile, di fare qualche cosa che mi sia utile. Io di qui non so di che potrei incaricarlo, perchè ignoro che voglia da lui la Corte; egli va, determinato di fare per me quanto gli sarà possibile. Vedi in che può servirmi, e adóprati a questo proposito, poichè egli farà ogni cosa; parlerà e metterà tutto in opera; ma tutto sia segretamente, a fine di non destar sospetti contro di lui. Io gli dissi quello che potei circa le cose mie, e lo informai della ricompensa che mi ebbi ed ho per le mie fatiche„.
La lettera era bella, e doveva infiammare il giovine Diego Colombo di nobilissimo zelo a servire il buon Amerigo, che certo si adoperò per l’amico, e da amico lo servì, dando il suo nome di battesimo a quella parte del mondo, che senza l’ingegno, la costanza, la intrepidità del navigator genovese sarebbe rimasta Dio sa quanto ancora sconosciuta, ma sicuramente di là dagli anni di vita concessi dalla natura al buon messere Amerigo. Non ci ebbe colpa, dicono, nella faccenda del nome; fu un capriccio della gran matta, il giorno che, sollevata un pochino dagli occhi la benda famosa, lesse a caso il nome del Vespucci sopra una carta delle terre di recente scoperte da un altro.
Il quale seguitava ad illudersi; come s’era illuso, quando, ritornate da San Domingo alcune navi cariche d’oro per la Corona, della parte dovuta all’Almirante non portarono nulla, e dovevano esserci per lui almeno settantamila scudi; come quando, essendo mossa questione di far partire per il nuovo Mondo tre vescovi, indarno richiese che fosse ascoltato il suo parere prima di eleggerli. Questa, per altro, era stata ingiuria troppo grave alla sua dignità, e non aveva saputo tollerarla. Infermo com’era, proponendosi di andare a Segovia, dove allora si ritrovava la Corte, a far dimostrazione del suo desiderio di farla finita con tante tergiversazioni indegne di un re, come con tante offese al suo buon diritto, aveva chiesto per lettera il permesso di servirsi d’una mula per il viaggio, non potendo sopportare lo scuotimento del cavallo. È qui da sapere che il troppo frequente uso dei muli aveva fatto trascurare in Ispagna l’allevamento dei cavalli; onde già il re Alfonso XI aveva proibito l’uso dei muli per cavalcatura. Il divieto era stato mitigato in processo di tempo, ma poi rimesso in tutto il suo vigore dal re Ferdinando, che l’andare a dorso di mulo permetteva soltanto agli ecclesiastici, alle donne, ai fanciulli. Incomportabili angherie pei tempi nostri; ma allora un re poteva tutto quel che voleva; e a volere non mancavan pretesti.
La licenza, chiesta da Cristoforo Colombo negli ultimi giorni del 1504, non fu accordata se non il 23 febbraio dell’anno seguente. Il re Ferdinando, evidentemente seccato dall’idea di quella visita, aveva trovata quell’altra rémora, per allontanarsene quanto più potesse la noia. Forse ricordava il proverbio: “piglia tempo e camperai„. Tante cose potevano accadere in due mesi! E ancora fu servito dalla mala ventura del suo Almirante maggiore, a cui le pioggie rovinose di quell’inverno avevano guaste le strade, di guisa che non gli venne fatto di mettersi in cammino se non un mese più tardi.
Il colloquio di Segovia meriterebbe d’esser narrato in disteso. Ma se uno degli interlocutori ci è caro, l’altro maledettamente ci è in uggia. Si sta mal volentieri con lui; si guadagna un tanto a vederlo di scorcio, e passando; specie quando si sa di dover presto ritornare alla sua non lieta presenza.
Cuoceva al re di tante concessioni straordinarie ad un navigatore straniero; concessioni la prima volta già fatte di mala voglia, tra per finirla con un molesto dimandatore, e per la convinzione di non impegnarsi a nulla. Che cosa avrebbe mai scoperto quel promettitore di regni? Qualche altro scoglio in mezzo all’Oceano, da far riscontro a Madera e Porto Santo; nel qual caso un titolo di vicerè contava poco, e si poteva concederlo, in vista d’un bruscolo negli occhi ai Portoghesi, fin allora troppo fortunati vicini. O non trovava niente; e buona notte al titolo di vicerè, come a quello d’Almirante maggiore, che andava a seppellirsi in fondo all’Oceano. E questa, poi, era la saldissima fede di Ferdinando d’Aragona; il quale non aveva apposta la sua riverita firma alle concessioni sullodate, se non per compiacere ad un vero capriccio della regina di Castiglia e Leone, sua magnanima consorte, troppo facile ad infiammarsi d’un disegno che a lui pareva d’imbroglione o di matto. Quelle concessioni maledette, le aveva poi confermate al ritorno del Genovese, non matto nè imbroglione, ma scopritore d’un mondo; le aveva confermate nel caldo di un entusiasmo che per un istante aveva sopraffatto anche lui. Ma il secondo viaggio, con tutte le spese che aveva cagionate, con tutte le speranze forsennate che aveva pel momento deluse, offriva il buon pretesto per scemare allo scopritore una somma di privilegi, che parevano inconciliabili colla maestà del regno. Non c’era ancor l’oro a botti; c’era un mondo da sfruttare; doveva scoprirlo tutto quell’uomo, aver la sua parte di tutto? Di qui la prima violazione dei patti stabiliti con quell’uomo, e la licenza data ad altri scopritori, che già diventavano legione; di qui tutto il resto, che si compendia in un ragionamento crudele, ma semplicissimo: dobbiamo noi lasciare tant’oro ad un marinaio fortunato, che ce ne ha ritrovata la vena? dobbiamo noi lasciare tanti privilegi ad uno straniero, che vuol trattar da pari a pari con noi, per il fatto che ha indovinata una strada sul mare? E qui dubbiezze, che la pronta calunnia convertiva in sospetti; qui malumori che la vigile perfidia traeva ad ostilità; qui facili sdegni e dure risoluzioni, seguite da tardi pentimenti, ognuno dei quali lasciava il suo lievito di rancori nell’animo di chi aveva dovuto mostrarsi pentito, e disposto a render giustizia. Ma il re Ferdinando, diventando a mano a mano più forte nei consigli della mite Isabella, e già in via di allontanarne il cuore del suo infelice protetto, era piuttosto vergognoso che poco desideroso di mostrarsi sleale. E ancora, vivente la regina, si dovevano rispettar certe forme; lei morta, e lui rimasto reggente di Castiglia in nome della figliuola Giovanna, non c’era più ragione di rispettar neppur quelle.
Accolse dunque con fredda cortesia il gran suddito; ascoltò i lagni del suo vicerè ed almirante maggiore, senza dargliene i titoli; venendo al fatto, dichiarò di non potergli rispondere lì per lì, trattandosi di quistioni complesse, e da parecchio tempo malamente intricate. Erano giuste tutte le offese ch’egli diceva esser fatte ai suoi privilegi, con le patenti date ad altri scopritori, ad altri governatori? C’era per tutte queste faccende un Consiglio delle Indie. I re, disgraziatamente, non potevano sapere appuntino ogni cosa, bastando loro di vigilare dall’alto, perchè ad ognuno fosse facile sostener sue ragioni. Don Cristoval sosteneva che il Consiglio delle Indie gli fosse nemico. Come disingannarlo? come sincerarsi che si apponesse al vero? Doveva il re sciogliere il consiglio delle Indie, in tal dubbio, e per una accusa di parte? Non potendo scioglierlo, poteva prender licenza di non rispettarlo? Questioni complesse, questioni intricate; ci sarebbe voluto un arbitro, per vederci chiaro, e proferire un giudizio.
Don Cristoval si appigliò per disperato a quest’áncora di salvezza. Un arbitro, sì, lo accettava. E perchè non sarebbe stato il vescovo di Palencia, testè nominato arcivescovo di Siviglia, ma non ancora andato ad occupar la sua sede? Era lì, sotto la mano, il buon Diego di Deza, dottissimo uomo, savio, e prudente. Parve ottimo anche al re Ferdinando, che con questa trovata aveva l’aria di concedere ogni cosa. Intanto si levava di torno un argomentatore importuno; e guadagnava tempo, che era l’essenziale. Piglia tempo e camperai.
Ma l’arbitro, che era parso a tutta prima un tocca e sana, non rimediava a nulla di nulla. Sarebbe bisognato anzi tutto distinguere, stabilir chiaramente le materie su cui dovesse esercitare la sua autorità. Ferdinando intendeva su tutte; non così l’Almirante. Questi accettava l’arbitro per ciò che riguardava i suoi diritti sull’entrate delle Indie, arretrati da computare, redditi da stabilire pel futuro. E ci fosse anche da dare un taglio, per amor di pace; l’Almirante non voleva piatire per una questione di denaro; che anzi, senza arbitrato, si sarebbe rimesso alla coscienza del re, e solamente accettava l’arbitrato perchè il re non voleva far lui, per tema di apparir giudice e parte. Ma egli, l’Almirante, non poteva egualmente sottoporre ad arbitrato i suoi titoli di vicerè, d’almirante maggiore, di governator generale, coi privilegi annessi e connessi, i quali ancora di recente erano stati offesi coll’invio dei tre vescovi, senza averlo pure consultato.
—Queste,—diceva egli,—sono mie dignità, regolarmente conseguite e guadagnate con l’opere mie a pro’ della vostra Corona. Che se io ne facessi getto, e mi adattassi a rinunziarne solo una parte, lascerei credere di avere in alcuna cosa demeritato del regio favore, o di non esserne stato mai degno. E se io ne son degno, perchè dispogliarmi? La forza può tutto, ed io cederei alla forza; ma potrei appellarmi alla divina giustizia, presso a cui, nella gloria che alle sue virtù era dovuta, siede ora la nostra regina. Che direbbe ella, vedendo così deluso il suo volere e non mantenuti i patti da lei liberamente sottoscritti? Perchè i suoi voleri sian rispettati, non è stata nominata una Giunta degli scarichi?—
Don Cristoval toccava un tasto assai delicato. Castiglia e Leone vegliavano gelosamente alla custodia dei loro diritti. Nel matrimonio della loro regina col re di Aragona si preparava la unione delle due parti di Spagna in un solo reame; ma per intanto, uniti i sovrani, restavano distinti i diritti; nè il regno più vasto voleva essere assorbito dal più piccolo. Morta la regina di Castiglia e Leone, sotto colore di far rispettare gli obblighi che per isgravio di coscienza avesse ella potuto assumere in suo vivente (e qui si vedeva la mano del clero di Castiglia, le cui ragioni di classe si confondevano con quelle della patria dignità) era stata istituita quella Giunta, intitolata degli “scarichi della coscienza regale„, che doveva nel fatto riuscire a freno del re Ferdinando, nel tempo della sua inevitabil reggenza in Castiglia. E quell’uomo ch’era tuttavia così potente per far pesare la sua autorità nelle cose d’Europa, sostituendo nella lontana penisola italiana il predominio spagnuolo al predominio francese, non poteva egualmente far pesare la sua volontà sul reame di Castiglia. Ne era il reggente, finchè non giungesse la figliuola Giovanna, col suo giovine marito, ad assumere la corona d’Isabella; e una giunta de los Descargos teneva infrenato il reggente. Casistica politica dei tempi; e a qualche cosa serviva.
Ferdinando aveva avuto comune con Isabella il titolo di Cattolico; ed era naturalmente devoto. Meglio sarebbe stato aver religione, pensare che ogni promessa è debito, e che ogni debito è sacro. Egli tentò in quella vece di persuadere l’ostinato avversario a recedere dalle sue pretensioni, accettando un gran titolo di nobiltà e un vasto dominio in Andalusia; Carrion de los Condes, niente di meno. Ma Cristoforo Colombo non s’era mosso per ricchezze e per titoli; bensì per l’onore del suo nome, che oramai era vincolato alle dignità conseguite. Ricusò dunque dominii e marchesati; al re Ferdinando non rimase altro che di chinare la testa, passando sotto il giogo de los Descargos. Giogo soave, per altro, e con cui si guadagnava tempo, assai tempo, fin oltre il bisogno. Quel vecchio ostinato, rotto nella salute, non avrebbe mica voluto durar tanto da veder la Giunta degli Scarichi della coscienza regale metter fine ai suoi delicatissimi uffici. Era composta di gran signori, chiesastici e secolari: ferma nell’opporsi alle prepotenze del re su Castiglia e Leone, non poteva sentire ugual voglia di render giustizia ad uno straniero, il quale pretendeva titoli e privilegi non mai ottenuti in tal copia nè con tale pienezza da alcun suddito di Castiglia, di Leone, d’Aragona.
Bene si avvide Cristoforo Colombo, che da quella parte non c’era niente a sperare. Passavano i mesi, e la Giunta studiava ancora, o diceva di studiare. Nè per altra via aveva potuto smuovere il re, quantunque le buone parole non mancassero mai. E giunto così alla primavera del 1505, dopo aver scritto in quel modo che sappiamo al conte Fiesco, suo compagno di gloria, così scriveva desolato ad un altro amico, a Don Diego di Deza, fatto arbitro un istante, ma senza frutto, della sua querela col re.
“Pare che Sua Altezza non estimi a proposito di mantenere le promesse, da lui e dalla regina, la quale or si trova nel sen della gloria, ricevute sotto la lor parola e sotto il loro sigillo. Opporsi al volere di lui sarebbe un lottar contro il vento. Io ho fatto tutto ciò che dovevo; lascio il resto a Dio.„
Segovia, nella Vecchia Castiglia, poco distante dalle falde settentrionali della Sierra di Guadarrama, è una città nobile e bella, come tutte le città molto antiche di qualsivoglia paese, che possono piacere e non piacere, secondo i gusti e gli umori, ma che bisogna accettar come sono. A buon conto l’avevano per bellissima i suoi dodicimila abitanti del 1506, tenendosi molto della sua zecca, che era la più vecchia della Spagna; delle sue diciotto chiese, compresa la cattedrale di stile tra gotico e moresco, non meno decorosa del duomo di Salamanca, e provveduta d’un campanile a gran pezza più alto; finalmente del suo Alcazar, saldamente piantato su d’una roccia dominante, antico soggiorno dei re Mori, e per allora della Corte spagnuola, nomade al solito, e già meditante il suo trapasso a qualche città meno antica, forse, ma più adatta a ricevere i nuovi sovrani di Castiglia, il cui arrivo dalle Fiandre si sperava sempre imminente.
L’orgoglio di Segovia era il suo acquedotto romano, di cento e sessantun arco, in due file sovrapposte, tutti di pietre riquadrate e senza cemento. L’aveva fatto costrurre Traiano, come i Segoviani affermavano? Poteva essere; ma in verità non era neanche necessario ricorrere a quel virtuoso imperatore, nato Spagnuolo, per intendere il fatto di quella maraviglia d’arte in Ispagna, essendo nota la imparzialità Romana in materia edilizia, e l’usanza costante di decorare di grandi opere di pubblica utilità ogni parte più lontana del vastissimo impero. L’acquedotto di Segovia non aveva altro torto che di fare tropp’ombra in certe strade della città per cui veniva a passare, tragittandosi dall’una all’altra delle due colline su cui ella era fabbricata, in forma di nave, a cui il fiumicello Eresma faceva uffizio di chiglia. Ma è detto che ogni gloria si paghi; e Segovia pagava la sua gloria a quel modo, come pagava la sua sicurezza antica con un giro di mura turrite, aperte da sette porte, quattro delle quali mettevano ad altrettanti sobborghi. Donde si vede che fin d’allora Segovia non capiva in sè stessa. E faceva mostra d’un’insolita animazione, in quella fine d’inverno del 1506, tra tanti fumi di grandezze cortigiane, quasi non sentendo più il freddo, ignorando perfino di avere tra le sue mura, all’ombra dell’acquedotto di Traiano, un grand’uomo, ma grande davvero, e non di quelli che si distinguevano per classi.
Povero grand’uomo, a sessant’anni già vecchio, mani e piedi rattrappiti dalla gotta, senz’altra energia che degli occhi sfolgoranti, senz’altra gioventù che della bocca, rimasta sempre bellissima! Stava a letto la più parte del giorno, poichè quell’anno l’inverno s’era mantenuto rigidissimo, invadendo anche ed usurpando i principii della primavera; ond’egli, latinista impenitente, soleva dire col suo malinconico sorriso: “in cauda venenum„. Per poche ore, intorno al mezzodì, alzatosi con grave stento da letto, cercava di reggersi in piedi; per riflessione, diceva, e per avvezzarsi ad uno sforzo maggiore che un giorno o l’altro avrebbe dovuto pur fare. Intorno a lui poca gente: anzi tutto il figliuol suo Fernando, caro adolescente sui diciassette anzi, a cui traluceva dagli occhi la mestizia pensosa di una esistenza già provata alle sventure, e fors’anche il dolore profondo di non vedere accanto al padre venerato una madre ond’egli non aveva avute mai le carezze; indi un uomo di matura virilità, l’Aiace Telamonio d’un’altra Iliade, don Bartolomeo Colombo, uomo di poche parole e di molti fatti, più conosciuto sotto il nome di Adelantado, come a dir podestà, governator di provincia, prefetto; finalmente Geronimo, un marinaio fedele, che faceva i servigi della casa, e troppo spesso non avendo da far nulla, s’industriava a tener vivo con poche legna uno scarso fuoco, insufficiente a riscaldare la cameretta del signor vicerè delle Indie. Che freddo in quella casa! che tristezza, più dura a gran pezza del freddo!
Ma un po’ di calore, un po’ d’allegrezza doveva penetrare anche là dentro. Irrompevano, con un raggio di sole mattutino, tre visitatori inattesi; un cavaliere di bell’aspetto, uno scudiero, un adolescente vestito da mozzo, ma con figura di paggio. Erano venuti con grossa scorta da Barcellona, per la via di Lerida e di Saragozza; ma passata la Sierra di Guadarrama, ne avevano rimandata una parte, per non lasciar troppo scarsa di numero la marinaresca del Paradiso, di quella bella nave che li aveva portati fino a Barcellona, e che laggiù, in quel massimo porto di Catalogna, doveva aspettarli.
Non venivano ad accrescere il numero delle bocche in quella povera casa, dove sicuramente, non che mancasse il superfluo, scarseggiava il necessario. Erano viaggiatori che potevano smontare alla migliore posada di Segovia, e prender magari un palazzo in affitto, se la folla dei gentiluomini e dei servitori di Corte avesse lasciato in quei giorni un posto conveniente a nuovi ospiti. Restando accanto al signor Almirante non sarebbero stati altrimenti a carico della famiglia, dove anzi portavano un po’ d’agiatezza, e per intanto un raggio di sole; raggio benefico insieme e crudele, poichè metteva più in chiaro la nudità desolata d’una casa da poveri.
Alla vista di messer Bartolomeo Fiesco si rianimò, ed anche si commosse vivamente, il disgraziato vicerè delle Indie. Aveva stretta fra le sue braccia la testa dell’amico, l’aveva baciato e ribaciato sulle guance, come un padre il figliuol suo prediletto.
—Che Iddio vi benedica, conte Fiesco!—diss’egli, con voce mezzo soffocata da lagrime di tenerezza.—Ecco, vedete? è il primo raggio di sole che ci risplende, dopo tanti giorni di nuvole. Anche la primavera vuol mostrarsi, ora che voi ci arrivate. Ah, come siete stato buono a muovervi per me!
—Poteva dubitarne Vostra Eccellenza?—rispose il capitano Fiesco.
—Lasciate i titoli;—riprese Cristoforo Colombo.—Non me li dà Ferdinando; potete sopprimerli Voi.—
Non pareva al capitano Fiesco che il discorso del signor Almirante fosse conforme ai sani precetti della logica; e non volle lasciarlo passare senza protesta.
—Ecco,—diss’egli,—il re Ferdinando può molte cose, e potrà anche questa. Ma non possiamo sopprimerli noi, i vostri titoli, noi che vi abbiamo seguito, noi che abbiamo veduto come sapeste meritarli. Tornando a lui, siamo qui sulle terre del Cid; ed è venuto con me frate Alessandro, il quale saprà dirvi in canzone come fosse riconoscente un altro re ad un altro valentuomo.
—Eh, ci pensavo infatti, alla ricompensa che ebbe il valoroso don Rodrigo di Bivar dal suo re don Alfonso;—disse frate Alessandro, accostandosi al capezzale dell’infermo.—Mi astenevo dal parlare, per sentimento di rispetto. Mi permette ora Vostra Eccellenza che io le baci la mano?
—La guancia, buon frate, e siate il ben venuto anche voi;—rispose l’Almirante.—E mi pare, in tanta contentezza, di non sentire già più i miei dolori. Ospiti antichi e molesti, vorranno cedere il posto ai nuovi e cari che la provvidenza m’invia? Mi alzerò certamente un po’ prima del solito. Ma quel ragazzo.... quel giovinetto che è laggiù.... Oh, sarebbe vero? il mozzo Bonito?—
Il mozzo si fece innanzi a sua volta; grazioso adolescente, vestito alla marinaresca, di panni grossolani e mal tagliati, ma dai quali prendeva disgraziatamente più spicco la sua bella faccia vermiglia, inghirlandata dalle indocili ciocche dei capelli neri abbastanza arruffati.
—Sicuro,—diceva intanto il capitano Fiesco,—ecco il mozzo Bonito che avrebbe potuto venire in veste da paggio, ma si è fitto in capo di non indossare altri abiti che questi, per ripresentarsi al cospetto del suo Giocomina.
—Che idea! che idea!—mormorò l’Almirante, mentre, avendo presa la mano del mozzo, se la recava alle labbra, come in altri tempi la mano regale d’Isabella di Castiglia.—Venire fin qua!... tra questa gente.... a rinfrescare certe memorie dolorose!...
—Ha voluto;—rispose il capitano Fiesco;—ha voluto così, e non c’è stato verso di fargli cambiar proposito.
—Ebbene,—sentenziò l’Almirante,—sia fatta la volontà.... delle dame. Non è così che bisogna dire? E vi ringrazio con tutto il cuore, o mozzo Bonito. Perchè qui, naturalmente, l’abito fa il monaco, e non bisogna dir nomi, nè scoprire segreti.
—Così è, Giocomina;—rispose il bel mozzo, arrossendo;—resti il segreto, che mi ha permesso di accompagnare il conte Fiesco. Potevo io lasciarlo venire solo da voi? mentre il mio desiderio più vivo era quello di vedervi ancora una volta, e di portarvi l’attestato della mia gratitudine?
—Gratitudine! da Voi.... mozzo Bonito? E Voi, e i vostri, non avreste piuttosto ragione di maledirmi?—
Così parlava, non senza sospiri, lo scopritore di Haiti, mentre l’immagine di un popolo distrutto si affacciava agli occhi della sua mente turbata.
—Non dite, Giocomina, non dite!—ripigliò il mozzo Bonito, inginocchiandosi alla sponda del letto e prendendo amorosamente tra le sue morbide mani il pugno rattrappito del vecchio glorioso.—Tuttavia vi han reso giustizia, i figli d’Itiba; in Voi tutti hanno venerato un messaggero del cielo. Le vostre intenzioni erano pure; ed io ora posso riconoscere che erano sante.
—Amore vi ha illuminato, o mozzo Bonito, dandovi la conoscenza del Dio unico e vero. Fidiamo in lui;—conchiuse l’Almirante.
—E speriamo, per conseguenza;—soggiunse il Fiesco.—Non è già perduta ogni speranza?
—La speranza è l’ultima a morire;—disse l’infermo.—Ma ce n’è così poca.... così poca!
—Vediamo, signor Almirante; lasciate che ne giudichi anch’io. E per cominciare, permettete che io vi faccia qualche domanda.
—Fate, amico mio, fate; son pronto a rispondervi.
—Da chi aspettate giustizia? dal re Ferdinando?
—È l’unico oramai, a cui mi possa rivolgere, poichè la regina è nella gloria di Dio. Aspetto giustizia, ed egli la nega; giurando di volerla fare, la nega, proponendomi gran dominio e titolo di gran nobiltà in Ispagna, purchè io rinunzi agli uffici, alle dignità che sono la mia proprietà e la mia gloria. Mi sono richiamato alla sua lealtà, ma inutilmente; è uno sleale, quel re. Ho invocata la santa memoria della regina, che non poteva essere offesa col violare le sue volontà, col tradire le sue intenzioni. E così siam venuti al partito di sottoporre la mia querela alla Giunta degli scarichi. Sapete che cos’è?
—Ne ho sentito parlare abbastanza in otto giorni di viaggio attraverso Catalogna ed Aragona;—rispose il capitano Fiesco.—È una giunta che non iscaricherà nulla di nulla.
—È anche il mio pensiero, oramai;—riprese l’Almirante.—E per questo avevo tentato di questi giorni un’altra via, scrivendo a Diego, il mio primogenito. Doveva egli offrire in mio nome a Sua Altezza un patto assai conveniente. Mi tengano pure per straniero; rinunzierò alle mie dignità di vicerè delle Indie, di almirante maggiore dell’Oceano, ma a benefizio del figliuol mio; egli vada al governo della colonia e delle altre terre scoperte da me, assistito da un consiglio di persone scelte tutte quante dal re. A questo patto io non avrei chiesto più nulla; salvato l’onore, nient’altro poteva più importarmi, nessuna ambizione, nessuna vanità, nessuna idea di tornaconto passarmi pel capo.
—Ed egli?
—Ed egli neppur questo ha voluto accettare.
—Nessuno gli ha parlato per Voi, dei potenti amici che vi hanno in altre occasioni assistito? Il Quintanilla? il Santangel?
—Morti!—rispose Cristoforo Colombo, traendo un sospiro;—morti come il cardinale di Mendoza, che fu mio protettore costante, e nella cui bara dovevo io per grande fortuna essere trasportato da Siviglia alla Corte.
—E il nuovo arcivescovo di Siviglia?
—Diego di Deza? È ancor qui, ma inascoltato. Ferdinando lo venera, ma facendogli sentire che non ha da metter bocca in cose di Stato, specie ora che c’è una Giunta degli Scarichi, che ha ufficio di coscienza, e non può essere turbata da raccomandazioni di nessuno. Anche della coscienza si giova, il re Ferdinando, anche dell’altrui coscienza, per offendere la sua propria, per soffocarne le voci.
—Questo è dell’indole sua;—disse Bartolomeo Fiesco;—e servono bene gli scrupoli di coscienza a coloro che non vogliono por mente al più grave, che sarebbe quello di non mettersi in condizione di averne. Ma lasciamo queste sottigliezze, nelle quali si smarrirebbe anche la coscienza del vostro umilissimo servo, quantunque abbia fatto il suo corso di filosofia. I due Medina, che vi erano tanto amici, che pensano?
—Non si mostrano alla Corte da un pezzo;—rispose l’Almirante.—Nè io so in che potrebbero giovarmi, se pure volessero. C’è la Giunta degli Scarichi, oramai!
—E con questa si può chiudere la bocca ad ogni onesta osservazione?—ripigliò il capitano Fiesco.—Io non lo credo; e vo’ farne ad ogni modo l’esperimento.
—Amico mio, in questa speranza mi ero rivolto a Voi, ricordando le accoglienze cortesi, le larghe dimostrazioni di stima che vi aveva fatte il re, tenendovi in quel conto che meritate.