—Sì, come parente di Gian Aloise;—rispose il Fiesco, ridendo.—L’ho ben capito io, il suo giuoco. Gian Aloise è un gran signore, ha voce in capitolo laggiù, ed anche più verso qua, nei consigli del re Cristianissimo. Mostrarsi cortese ai Fieschi era un bell’accorgimento, ed assai naturalmente suggerito al re Cattolico, che correva il rischio di perdere la corona di Castiglia e Leone, se il re Cristianissimo non concedeva la sua amicizia a lui, ma in quella vece a Filippo d’Austria e alla consorte Giovanna. E chi sa? forse ancor oggi Ferdinando può credere la partita non del tutto perduta, ed un Fiesco esser buono ancora a qualche cosa. Vedremo, vedremo;—soggiunse il conte, che pareva riscaldarsi al giuoco anche lui.—Certo, se la parola di un uomo può servire a vincerne un altro, io dirò quella parola. Ma in verità, avrei più fede nell’efficacia d’una parola di donna.

—Di donna! e di qual donna?

—Di una gran donna; d’un miracolo di donna; della donna che vinse per Voi una battaglia campale. Rammentate, signor Almirante?... Quando i vostri alti disegni stavano per naufragare tra gli ostacoli messi avanti dai consiglieri della Corona, e Voi già eravate risoluto di lasciare la Spagna, quella donna, amata dalla regina, andò a chiudersi in un convento, non volendo più uscirne, se la Corona non accettava tutte le condizioni poste da Voi. La bella prova di amicizia si seppe, ed onorò grandemente quella donna nel cospetto del mondo.—

Il capitano Fiesco parlava, e la fronte dell’infermo si era offuscata; gli occhi sfolgoranti si erano ascosi sotto le palpebre; le vivide labbra, ultima bellezza di quel volto, contratte in uno spasimo d'angoscia profonda.

—Beatrice di Bovadilla!—mormorò egli con un filo di voce.

—Sì, la marchesa di Moya;—riprese il Fiesco;—la marchesa di Moya che io vidi a Barcellona, nelle solenni accoglienze che vi erano fatte dalla Corte.

—Tacete, conte Fiesco, tacete per carità!—gridò l’Almirante.—Non toccate una piaga mal chiusa. Per avermi così animosamente protetto, la nobil creatura ha tanto dovuto soffrire!

—Caduta in disgrazia, forse?

—Non già, ch’io sappia, finchè visse la regina. Ella stessa si allontanò dalla Corte, non potendo sempre rispondere con quella sua fiera schiettezza a tutti i miei nemici, che si moltiplicavano ogni dì, guadagnando anche l’animo di coloro.... a cui non si poteva rispondere. Così, sdegnata con tutti, si ritirò nei suoi dominii; ed anche, io penso, sdegnata con sè, col suo nome. Anima eccelsa! Voi non ignorate di qual sangue ella sia; voi ricordate che se una Bovadilla fu l’angelo tutelare della impresa a cui mi ero votato, fu un Bovadilla lo sgherro che mi ribadì le catene ai polsi, quelle catene che non mi abbandoneranno mai più. Voi le metterete nel mio feretro, Adelantado, mio buon fratello; e tu, Fernando, figliuol mio. Me lo avete promesso con giuramento. Io le ritroverò, nel gran giorno; con esse mi presenterò al Giudice eterno....

—Sì, sì, chiunque di noi Vi sopravviverà per disgrazia sua, come per legge di natura, non vorrà dimenticare i vostri desiderii, nè venir meno alle vostre volontà;—rispose l’Adelantado, con burbero accento, che male dissimulava la interna commozione.—Ma ora non vi turbate, fratello mio; sapete pure come ciò vi torni dannoso. E non vogliamo sperar poi che ne sia molto lontana l’occasione?—

Un sorriso d’incredulità sfiorò le labbra dell’infermo; e un moto del capo accompagnò quel sorriso.

—Ah, non la temo;—diss’egli.—Tante volte l’ho vista da vicino, la morte! Ma vorrei vivere quanto basta, fossero settimane soltanto, fossero giorni, per uscirne coll’onor mio, per confondere i nemici del mio nome, e del vostro. Di operare altre cose nel mondo non ho più speranza oramai. Vanno già tutti sulle tracce del Genovese, e trionfano. N’abbiano inni e corone dalla gran mentitrice, e conforto, se possono, nel fondo della loro coscienza. Ma voi dicevate, buon amico....

—Volevo chiedervi se la marchesa di Moya fosse ancora alla Corte. Mi avete detto anticipatamente di no. Nei suoi dominii, avete aggiunto. In quali? Moya, che apparteneva al marito, è in Catalogna. Bovadilla, che appartiene al suo nome, è in Andalusia; ma lontano da Siviglia, mi pare.

—Ed è a Siviglia, la nobil signora;—rispose l’Almirante;—ma non nel castello de’ suoi padri. Per quel ch’io ne so, dovrebb’essere nel suo ritiro prediletto, fra le monache di Santa Chiara.

—Bisogna parlare a lei, muover lei;—disse il Fiesco.

—Lei? ci pensate? per vincere il re?

—Il re, o la regina;—replicò il Fiesco prontamente.—Lascio stare il re, a cui pensate Voi, e che per ora, se è re in Aragona, non è altro che un reggente in Castiglia e Leone. Sappia dunque Vostra Eccellenza che i denari del viaggio da Barcellona a Segovia non me li sono spesi troppo male, e del mio tempo ho usato con un certo giudizio. Alle posadas ho discorso con ogni sorte di gente, popolani e signori, e preti e frati, e monache e soldati. C’è un’altra querela in campo, che al re Ferdinando pare assai più grave della vostra, e che per lui certamente è più fiera. Essa era già forte negli ultimi giorni di vita della regina Isabella, a cui si voleva persuadere di lasciar reggente in Castiglia il re suo marito, finchè giungesse alla maggiorità il figliuolo di Giovanna. Era un bel colpo, che escludendo dal trono la figlia e il suo giovane marito, assicurava ancora un quindici anni di regno a danno della figlia e del genero. Ma la regina non ha voluto fare quest’offesa a sua figlia; non ha voluto con un atto simile di materna crudeltà ribadire alla povera Giovanna il nome di pazza, che i cortigiani di Ferdinando non si son peritati di affibbiarle. Nel fatto la povera Giovanna non è pazza se non d’amore per il suo maritino troppo bello. Gran colpa! anche Isabella si ricordò di aver amato il suo Aragonese, credendolo tutt’altro da quello che ben presto si palesò, astuto, bugiardo e senza cuore. Ma lasciamo stare gli aggiunti, che a far le cose in regola dovrei dargliene troppi. Sta il fatto che la regina non acconsentì al disegno di una reggenza prolungata in quella forma; e fece bene; e la nobiltà e il clero di Castiglia hanno avuto un’altra occasione di lodare il gran senno della regina Isabella, come l’amor suo intelligente per il popolo che Dio le aveva concesso in governo. Lei morta, e fallito il colpo della lunga reggenza, Ferdinando non si adatta alla breve: tenta il re di Francia, che a lui, non al genero Austriaco, assicuri la propria alleanza; un’alleanza che Ferdinando farebbe tosto balenare davanti agli occhi di Castiglia, per trarla ai suoi desiderii.

—E a far riconoscere pazza la figliuola, non è vero?—domandò l’Almirante, che seguiva con molta attenzione il ragionamento del capitano Fiesco, tanto largamente istruito in viaggio.

—Così è, signor Almirante. Ma il re di Francia sta sul tirato; dà buone parole a Ferdinando, come Ferdinando a Vostra Eccellenza; nel fatto non vuol rendere un così grande servizio al suo caro rivale di predominio nelle cose d’Italia. Ed ecco un giuoco doppio, che forse si prepara per noi; o persuadere al re Luigi di concedere la sua alleanza al re Ferdinando, come più vecchio, e più da lui sperimentato in tanti incontri, piacevoli e spiacevoli che fossero; o persuadergli di riconoscere Giovanna e Filippo, legittimi sovrani di Castiglia, ed allearsi con loro. Dell’accordo con Ferdinando avrebbe forse buone ragioni il re Cristianissimo, se davvero non vuol contesa col re Cattolico nelle cose del reame di Napoli, e se questi non gli fa ostacolo nelle cose di Lombardia.... e della nostra povera Genova. Ma per render possibile un tale accordo, bisognerebbe che persona amica, in cui re Luigi molto si fida, mettesse una buona parola.

—Gian Aloise?—domandò l’Almirante.

—Lo avete detto, messere;—rispose Bartolomeo Fiesco.—Ma questa forse è la via più lunga; la più breve, per noi, sarebbe quella delle Fiandre.

—Lontane!—osservò l’Adelantado.

—Eh, pur troppo; fin che gli sposi regali stanno laggiù, non regnano qui, e c’è poco da sperarne, anzi nulla. Ma io ho anche sentito dire che si dispongano a calare in Ispagna. Forse l’inverno così lungo, e non largo che di fortunali nel golfo di Biscaglia, è cagione del loro indugio a risolversi. Ma pensate, messeri, se Giovanna di Castiglia viene ad occupare il trono di sua madre, che novità potranno essere per tutti! Ella sola può sgravare la coscienza regale, senza mestieri d’una Giunta che par fatta a posta per guadagnar tempo al re d’Aragona, e che del resto, vagliando minutamente ogni atto della defunta regina, cercherà sempre di intenderne l’animo con tutte le restrizioni possibili. Per me, il miglior modo di sgravar la coscienza regale è quello d’intenderla nel suo senso più largo, rispettandone gli atti, mantenendone le promesse. E sarà questo per la nuova regina il miglior modo di onorar la memoria di sua madre, mostrandosi degna di lei.

—Questo dovrebbe essere;—notò l’Almirante.—Ma sarà?

—Dobbiamo sperarlo; dobbiamo esplorar l’animo della nuova regina, se è risoluta di occupare il suo regno. E chi più forte sull’animo suo della marchesa di Moya, che fu dama d’Isabella, ed ha conosciuto Giovanna bambina? Beatrice di Bovadilla, che sa tutto, può istruirla di tutto.

—Ma non vorrà la nuova regina mostrarsi troppo ligia a suo padre?—domandò l’Adelantado.—Almeno sui principii del regno?

—Questo non crederò io;—rispose il Fiesco.—Troppe ragioni dividono la figlia dal padre, ricordi d’offese antiche, ed offese recenti. Volete Voi che Giovanna s’inchini ai voleri di suo padre, ne sposi i rancori e ne faccia sue le vendette, rammentando ch’egli voleva farla apparire incapace di regnare?—

Bartolomeo Colombo chinò il capo, assentendo. Se la nuova regina appariva in Castiglia, niente era perduto. Anche il signor Almirante riconosceva la giustezza di quella argomentazione; e riaprendo il cuore alle più vive speranze, dimenticava ad un tratto i suoi mali. Non è salute di corpo senza gioia di spirito: dove questa risplende, se ne illumina l’altra, e rivive.

—Avete ragione;—diss’egli.—Giovanna sola può render giustizia.

—Si parli dunque a Beatrice di Bovadilla;—riprese il capitano Fiesco.—Se la nobil signora si rammenta di ciò che ha fatto per Voi, non vorrà certamente lasciar l’opera sua incompiuta.

—Ahimè! si rammenterà ella?—esclamò l’Almirante, traendo un sospiro.—Dopo quelle catene, ella non mi ha più riveduto; nè io ho cercato di avvicinarla.

—V’intendo, messere; si frapponeva tra Voi e donna Beatrice la torbida figura dello sgherro. Ma credete Voi che Beatrice di Bovadilla potesse mutarsi da quella di prima perchè il suo indegno fratello vi faceva una guerra codarda quanto feroce? Avevate Voi offeso quell’uomo, perchè l’onor della casa facesse tacere nel cuor suo le voci dell’antica amicizia?

—Ben dite;—ripigliò l’Almirante.—E Voi certamente la giudicate com’ella si merita, la mia buona protettrice. Ma dopo tanti anni passati!... Anch’io, trattenuto da tante paure, non ho più osato presentarmi a lei. La morte orribile di quell’uomo ne fu anche cagione. Pure, Iddio mi è testimone che io avevo fatto quant’era da me, per la salvezza di quell’uomo, che era suo fratello, e cristiano.

—Iddio lo vide, e quanti avevano orecchi a San Domingo lo seppero;—aggiunse il Fiesco.—Lo seppero, prima che i loro occhi vedessero la tempesta da Voi annunziata imminente. Ciò che fu saputo e visto laggiù, non rimase ignoto in Castiglia; ne è giunta notizia anche a lei, non dubitate.

—E sarà stato il mio premio;—ripigliò Cristoforo Colombo.—Ma da lei non mi venne una parola; e il tempo, che passa su tutte le cose umane, avrà cancellato dal cuore della nobil signora anche il nome del marinaio Genovese.... dell’Almirante del mare Oceano;—soggiunse egli, abbassando la voce, e fremendo involontariamente al ricordo.—Chi lo richiamerà alla mente di lei?

—Io, signore;—rispose il capitano Fiesco;—io che ebbi l’onore di parlarle, dopo il primo e dopo il secondo viaggio. Vorrà ricordarsene, spero, non essendo io l’ultimo degli uomini, e il nome dei conti di Lavagna potendo essere un buon passaporto al più umile della casata. Andrò dunque io, col mozzo Bonito, se egli vorrà accompagnarmi;—aggiunse egli sorridendo.—E glielo consiglio con tutta l’anima, poichè la più nobile creatura del nuovo Mondo avrà occasione di conoscere la sua più degna sorella del vecchio.—

Sorrise il mozzo Bonito, stringendosi con atto modesto al petto del suo dolce signore. Sorrideva anche il sole alla domestica scena, mandando un raggio più vivo nella povera stanza, che parve per un istante una reggia; e gli occhi dell’Almirante sfolgoravano di gioia.

—Voi recate la primavera con Voi, mozzo Bonito;—diss’egli.—Non ho mai visto così bello il sole, dacchè sono arrivato a Segovia. Iddio ha condotto qui il nostro amico; Iddio m’aveva bene ispirato a chiamarlo.

—Iddio ne assista sulla via di Siviglia;—conchiuse il capitano Fiesco.—La giornata è buona; ringraziamolo intanto di questa.—


Indice

Capitolo X.

“Soy Bovadilla„.

Siviglia, la bellissima Andalusa, è lontana da Segovia un buon tratto. Intercedono due catene di montagne, la Sierra di Guadarrama e la Sierra Morena; ma dall’una all’altra corre tutta la Nuova Castiglia, con le valli del Manzanare, del Tago e della Guadiana, con le città di Madrid, di Toledo, di Ciudad Real e Calatrava. Inoltre, varcata la Sierra Morena, non si può dire di essere a Siviglia, poichè c’è ancora da toccar Cordova, e da seguitare per molte miglia il corso del Guadalquivir, tortuoso fiume se altro fu mai. Viaggio lungo, adunque; assai lungo in quei tempi, che bisognava farlo a cavallo; più lungo per il capitano Fiesco, che aveva gran desiderio di far presto.

Per fortuna, ed aiutando alla fortuna la previdenza del cavaliere, egli aveva ritenuta con sè una parte degli uomini che lo avevano accompagnato da Barcellona a Segovia. I lunghi viaggi erano resi allora più difficili dalla poca sicurezza delle strade; onde, a cansare i cattivi incontri, bisognava andar bene accompagnati, ed armati di tutto punto. Non accadeva nulla; e si poteva anche dire “precauzioni inutili!„ a viaggio finito. Ma erano state appunto le precauzioni inutili, quelle che avevano tenuto lontano il pericolo. Ora il capitano Fiesco, che viaggiava volentieri da solo, non credeva di aver troppa compagnia con cinque uomini di scorta, compreso il frate scudiero, perchè conduceva con sè il mozzo Bonito, luce degli occhi suoi, come si diceva in Italia, anima dell’anima sua, come si diceva in Ispagna. E il capitano Fiesco, per non usar preferenze, diceva spesso e volentieri in un modo e nell’altro.

Beatrice di Bovadilla viveva ritirata presso le monache di Santa Chiara, dove già una volta, quattordici anni addietro, era andata a rinchiudersi, in un impeto di generoso sdegno per la guerra sleale che si faceva al promettitore d’un mondo. Viveva da gran signora, come avrebbe fatto in ognuna delle sue terre, ma contentandosi di poche stanze, per sè e per le sue donne di servizio; piccola noia dopo tutto, e mancanza di spazio nemmeno avvertita. La gran dama, quanto è più dama, ed ha più vasto il palazzo, più vive ristretta nel suo quartierino, nel suo salotto, nel suo oratorio, nella sua cameretta da lavoro, dov’ella pensa e sogna, assai più che non lavori d’ago o d’uncino.

Nè faccia maraviglia il ritorno della nobil signora al convento, per una dimora che pareva fissa oramai. Accadeva spesso a que’ tempi che donne d’alto casato si ritirassero ne’ conventi, per farvi a modo loro una vita monastica. Benemerenze antiche o nuove, legati, largizioni, protezioni costanti delle grandi famiglie a questa o a quella corporazione religiosa, rendevano ligio l’ordine ai suoi potenti patroni, e men severa la regola verso gli ospiti illustri, che cercavano nelle mura del chiostro la pace dell’anima, quella pace che il mondo non ha mai data a nessuno, e insieme colla pace vi guadagnavano la illusione d’esser fuori del secolo. Vedove, nubili, orfane d’insigne casato, vi riparavano come colombelle a rifugio, quali disfatto il nido, quali non fatto ancora, o disperando, o disdegnando di farlo.

Di là dentro la marchesa di Moya aveva sfidati i nemici dell’uomo che l’amor suo aveva preconizzato Almirante dell’Oceano; ed anche, con quell’esempio di costanza, aveva insegnato fermezza alla sua regale amica e signora, Isabella di Castiglia. Là dentro era tornata a rifugio, dopo la morte di don Giovanni Cabrera, marchese di Moya e gentiluomo di camera del re Ferdinando. Mal maritata al vecchio soldato, che in lei aveva veduto uno strumento alla sua ambizione di cortigiano, male adatta alla vita di corte, che sempre più, in processo di tempo, le era occasione di sdegno per tante ingiustizie, di nausea per tante viltà, la nobile Beatrice di Bovadilla aveva portate là dentro le sue tristezze, coll’amara voluttà di raccontarle a Dio, ascoltatore benigno, consolatore augusto d’ogni orgoglio ferito, d’ogni ambizione offesa, d’ogni amore deluso, che lascia intravvedere di là dal santuario, tra nuvole d’incenso e luccichio di candele, uno spiraglio del suo paradiso, gloria inaccessibile ai tristi, calma solenne, perdono ineffabile, bella vendetta sull’ingiustizia e sulla viltà della terra.

Il capitano Fiesco non ebbe più difficoltà d’entrare e di ottenere udienza, che non ne avesse incontrata quattordici anni prima don Alonzo Quintanilla. Anch’egli, il conte di Lavagna, e il suo mozzo Bonito, aspettavano di veder comparire la marchesa alla grata; ma anche per essi un uscio di fianco si aperse, e Beatrice di Bovadilla apparve nella sala. Bella ancora, quantunque presso a quei cinquanta, che più per le donne non si contano a primavere, ma disgraziatamente ad autunni! Qualche filo d’argento screziava i neri capelli, che le uscivano in lucide ciocche di sotto alla tocca di raso nero, orlata di trinette d’oro; ma per vedere l’argento bisognava cercarlo, e di cercarlo non poteva venire il desiderio in mente, tanto era fresca la carnagione e scevra di rughe, tanto nere le sopracciglia, tanto lucenti gli occhi nerissimi, tanto vermiglio il fior delle labbra. La volontà si scolpiva in quelle sopracciglia; la intelligenza lampeggiava in quegli occhi; la bontà sorrideva da quelle labbra fiorenti. Gran dama sempre, quasi regina, con la sua lunga veste di velluto operato, il cui color nero appariva gentilmente attenuato dal bianco della gorgieretta e dei polsini di tela di Fiandra, era tale da destar l’ammirazione divota di chiunque la vedesse, e da mettere in vena di sonetti il più misero e stentato tra i poeti d’allora. Il frate scudiero, a buon conto, avrebbe messo mano alle canzoni, di cui sempre aveva ingombro il cervello, e sfrombolata questa quartina per saggio:

Nobil donna in negra tocca,
In gramaglia vedovil,
Per un bacio di tua bocca
Daría ’l regno Boabdil.

Ma il frate scudiero, allora più scudiero che mai, non era entrato in convento; vegliava in istrada, aspettando gli ordini del suo grazioso signore. Beatrice di Bovadilla non ebbe dunque i suoi versi; ebbe per contro l’ammirazione dei due visitatori. Uno dei quali, essendo a lei noto, ottenne la stretta amichevole di una bella mano, che divotamente baciò; l’altro, in quella vece, la cui fine bellezza adolescente troppo contrastava con l’abito modesto del marinaio, ebbe un’occhiata curiosa, ed anche un po’ diffidente.

—Siamo in viaggio, signora;—disse il Fiesco, a cui non era sfuggito l’atto della marchesa di Moya;—e Vostra Mercede mi perdonerà, se non ho voluto rinunziare a questa fedel compagnia. Ho l’onore di presentarvi il mozzo Bonito, come si chiama ora in Ispagna, come si chiamò per alcuni mesi di viaggio, dalla Giamaica all’Europa. Son cose, queste, che ad una gentildonna pari vostra si possono confidare, soggiungendo che il mozzo Bonito.... è donna, e si chiama Juana contessa del Fiesco.

—Volevo ben dire!—esclamò la marchesa, avvicinandosi con molta ed affettuosa premura.—Mozzo Bonito, voi siete tanto bello, da non poter ingannare del vostro sesso la gente. Bisognerebbe esser ciechi! Ed io vi consiglio, signora contessa, di ripigliare la vostra veste di donna, od altrimenti di tingervi il viso e le mani.

—La prima cosa non si può fare, signora marchesa;—rispose il finto Bonito;—e mio marito ve ne direbbe le ragioni, se fosse d’alcun pregio il conoscerle. La seconda l’avrei fatta ben io, ma col dispiacere di restare alla porta del convento. Venire a Voi col viso tinto di carbone o di pece!... che cosa avreste detto di me?

—Niente, bel mozzo; ma capisco che avrei avuto il dispiacere di non potervi baciare, come ora farò, se permettete, donna Juana mia dolce. Non ho più grazia, essendo morta la mia gioventù; ma di bellezza m’intendo ancora, e so apprezzarla dov’è. Che bei fiori dà sempre l’Italia, il giardino d’Europa!

—Sempre, ben dice Vostra Mercede; ma questo è nativo delle Indie;—rispose il capitano Fiesco;—delle Indie scoperte da Voi.—

Beatrice di Bovadilla era rimasta colpita da quell’accenno al fior delle Indie, che mal s’accordava con una bellezza affatto europea; e già stava mentalmente accozzandolo coll’altro accenno al viaggio del mozzo Bonito dalla Giamaica all’Europa. Ma l’ultima frase del conte Fiesco doveva trarla ad un’altra forma di maraviglia.

—Da me!—esclamò la marchesa.—Che dite!

—Il vero, mia signora;—rispose prontamente il Fiesco, volgendo il discorso al punto che più gli premeva.—Se Voi non eravate, se il vostro alto patrocinio non assisteva il mio grande concittadino Colombo, sarebbe ignota la terra dove è nato il mozzo Bonito, e il mare tenebroso custodirebbe i suoi gelosi segreti.

—Sarà mia gloria;—rispose con bella semplicità la marchesa di Moya;—ed io sento qui tutto l’orgoglio che Voi mi concedete di assumerne.

—Non io solamente, signora; è il pensiero costante di don Cristoval. “Senza l’aiuto di quella donna sublime, sarei rimasto oscuro ed inutile uomo„; son queste le parole ch’egli mi diceva ancora sei giorni fa, nel triste tugurio dov’io l’ho ritrovato a Segovia.—

Al ricordo di don Cristoval il volto della marchesa di Moya si era rannuvolato, e il vivido sguardo nascosto sotto le palpebre. Ma le ultime parole la scossero; si dischiusero gli occhi, e tutto il volto si atteggiò ad espressione di doloroso stupore.

—In un tugurio, Voi dite? Molte nuove giunsero qui, del grande Almirante; non questa, ch’egli fosse in angustie. Non è egli presso la Corte?

—Presso la Corte, sì, e in un tugurio. A lui fu sempre destino passare accanto alle grandezze, e trascinare la sua gloria nel fango della strada. Ricordate? la sventura è con lui. Che ricompensa abbia ottenuta dei suoi maravigliosi servigi, non ignorate di certo; nè come sia ritornato dal quarto viaggio, donde ha recata la certezza di tant’oro quanto basterebbe a saziare l’avarizia di dodici Ferdinandi d’Aragona; nè come duri la slealtà, che lo ha spogliato delle sue rendite e delle sue dignità; nè come, essendo morta la regina, gli sia venuta anche meno la speranza di ottenere quando che sia la giustizia, che, nobilmente ostinato, continua a domandare. Delle rendite perdute non si duole, più che un uomo di gran cuore non abbia a dolersi di un furto patito: ben si duole delle sue dignità, de’ suoi titoli, così nobilmente acquistati com’erano liberamente concessi, di vicerè governatore delle Indie ed almirante maggiore dell’Oceano. A questi non rinunzia; questi egli vuole; questi domanderà fino all’ultimo soffio di vita. Non lo ascolteranno gli uomini? Commetterà le sue ragioni, aspetterà le sue giuste vendette dal cielo. Ma Iddio, che è fonte di giustizia, Iddio che ha versato un giorno il tesoro della sua pietà nel cuore di una donna sublime, non ispirerà questa donna perchè si muova ancora una volta a soccorso del grande sventurato? Egli non ha bisogno di pane. È qui finalmente un suo vecchio ufficiale, un suo buon servitore, che farà il debito suo. Ma questo suo ufficiale, questo suo concittadino, è straniero, e non può nulla presso la Corte.—

La marchesa di Moya era stata ad ascoltare in silenzio, ma non senza sospiri, e con gli occhi pieni di lagrime.

—Ahimè!—diss’ella.—Beatrice di Bovadilla non ha più potere presso il re, poichè la regina è nella gloria di Dio. Non lo sa, questo, il signor Almirante?

—Lo sa, mia signora; e non voleva che per questo io venissi a pregarvi. Ma io gli ho detto che la giustizia dee farla chi regna sulla Castiglia. E sulla Castiglia non regna il re d’Aragona.

—V’intendo: ma chi dovrebbe regnare sulla Castiglia è lontano ancora da noi.

—Amore e pietà non conoscono distanze; e Beatrice di Bovadilla potrebbe....

—Perchè vi fermate?—domandò la marchesa.—Perchè, se volete consigliarmi di andare? Non è un bell’esempio, questo che Voi mi date;—soggiunse, mettendo nella tristezza di quella conversazione la timida nota d’un sorriso.—Andrei, non dubitate; andrei volenterosa, ad ogni preghiera che mi venisse da lui. Ma per questa volta non sarà necessario andar tanto lontano come Voi proponete. Ho notizie; notizie sicure; e restino qui tra noi, ve ne prego, come la ragione per cui la contessa Juana del Fiesco diventa in Ispagna il mozzo Bonito.

—Conoscerete il mio segreto;—disse Juana.—Non dobbiamo averne con Voi.

—Ma non sia come prezzo del mio;—replicò Beatrice.—E il mio sappiatelo subito. La regina e il re di Castiglia stanno per muoversi.... dalle Fiandre (diciamo così), cedendo ai voti di tutto il reame. Nessuno ancora lo sa; il re Ferdinando, che ne ha timore, crede che la probabilità sia ancora lontana; spera ancora negli amori di Francia; e frattanto va trasportando le tende dall’una all’altra città della Vecchia Castiglia, per amicarsi il popolo, se gli riesce, e scongiurar la tempesta. Da Medina del Campo a Segovia; da Segovia ritornerà indietro a Valladolid; da Valladolid a Burgos; poi, chi sa dove? Tanto ha paura di perdere il giuoco del regno! Questo sappiate per vostro governo, com’io l’ho da persona amica, che ha veduto Giovanna. Ma non ne dite nulla; resti chiuso con sette sigilli.

—Anche con l’Almirante dovremo tacere?

—Sì, anche con lui;—disse la marchesa di Moya.—E non per lui, s’intende, ma per gli altri che lo avvicinano.

—L’Adelantado suo fratello!—notò il Fiesco.—Il suo figliuolo Fernando!

—Ah, il suo Fernando!—esclamò la marchesa.—Caro innocente bambino, che ho tenuto in collo ancor io, come una nutrice; che ho veduto crescere in bellezza e gravità superiore agli anni, quando era paggio alla Corte! E non c’è altri in casa? nè uomini, nè donne?

—D’uomini sì, un vecchio marinaio, pei servigi di casa, che veramente son pochi;—rispose sospirando il capitano Fiesco.—Di donne, poi, neppur l’ombra. La casa del signor Almirante è un convento di Certosini.—

La marchesa di Moya rimase un istante sovra pensiero; poi scuotendosi ripigliò:

—Non importa; resti egualmente un segreto per lui, quel che vi ho confidato. È anche necessario per l’utile suo. Se anche fossimo sicuri che nessuno commettesse un’imprudenza, dobbiamo premunirci contro il pericolo che dal suo volto trasparisca troppa fiducia, e si trasfonda negli altri. Ferdinando è sospettoso, e sempre agli agguati; che almeno egli non sospetti il vero da una maggior sicurezza delle sue vittime.

—Ho inteso;—disse il capitano Fiesco.—Bisognerà parere più contriti e più umiliati che mai. “Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet„ direbbe il mio scudiero, che ho lasciato in istrada ad attendermi, e che è, indegnamente com’egli dice, un frate francescano. Porterò almeno il vostro saluto al signor Almirante?

—No, vi prego, neppur questo.

—Perchè, se è lecito domandarlo? C’è un segreto anche qui? Una nube, se mai, che sarà bene dissipare. Tra i nobili cuori non ce ne dovrebbero essere.

—Dite bene; ma la nube non c’è.

—Il segreto, dunque? Lo rispetteremo.

—Sì, un segreto; ma è quello del mio cuore, e voglio dirvelo. A voi solo, conte Fiesco, non avrei osato confessarmi, e neanche al vostro francescano, che pure, se sta con Voi, dev’essere un brav’uomo. Ma c’è qui tra noi una donna, che mi dà coraggio; che certe cose può intenderle, e darmi anche ragione. Parlerò dunque: ma voi ditemi prima una cosa. Perchè siete venuto a me, facendo a bella posta un così lungo viaggio da Segovia a Siviglia? Vi ha forse egli detto....

—Che siete sempre stata la sua protettrice. E questo io già lo sapevo.

—Ed altro non vi ha detto di me? Ed altro non sapevate Voi?

—No;—disse il Fiesco, che si era turbato un pochino.

Ma c’era tanta asseveranza in quel no, e tanto candore negli occhi del gentiluomo, che la marchesa di Moya non ebbe più ombra di dubbio, e prendendogli la mano ch’egli stava per mettersi sul petto a testimonio della sua fede, ripigliò in questa guisa:

—Vi credo. Del resto, il segreto mio non era tale per nessuno, alla Corte, nè quando il nostro amico partiva, nè quando fu ritornato dal suo portentoso viaggio nell’ignoto. Ho amato don Cristoval; lo amo ancora, come il mozzo Bonito deve amar Voi.

—Oh, bella sincerità!—gridò il mozzo Bonito in un impeto di ammirazione.

—Sei tu così sincera, Juana?—disse Beatrice di Bovadilla.—Allora siamo sorelle. Ti piace?

—Mi è caro; ma bada,—rispose Juana,—nella mia patria questi patti di fratellanza si suggellano sempre col cambio d’una goccia di sangue.

—Così anche faremo, se sarà necessario;—riprese Beatrice.

E tenendo sempre la sua mano in quella di Juana, così continuò, rivolgendosi al conte:

—Ho amato don Cristoval, ed ho avuto il bell’ardimento di confessarglielo. È così bello amare un uomo, stimandolo primo per ingegno, per lealtà, per valor vero e per vera grandezza, che è quella dell’anima! Nessun amore al mondo è stato più puro del mio; ma l’ho gridato ai quattro venti, come se fossi io la padrona del suo cuore. Non ero tale, pur troppo! Quel cuore s’era dato ad un’altra, non degna di possederlo. Notiamo per la storia,—soggiunse la marchesa, accompagnando le parole con un lampo degli occhi, donde traluceva la memore superbia d’una celebrata bellezza,—che ciò era stato prima di conoscermi; ed aggiungiamo che già quella donna aveva preso ad odiarlo, disconoscendolo. Tu intenderai queste cose, Juana. L’odio di quella donna cominciò insieme con una nuova vita, che ella sentiva agitarsi nel suo seno. Arcani del sangue, ha detto il gran medico Villalobos, a cui ne ho domandato più tardi. Rispettiamo gli arcani, aspettando che altri Villalobos li chiariscano alle generazioni venture. Quanto a me, appena seppi di quella donna, andai a cercarla; non ebbi pace fino a tanto non potei ritrovarla, per pregarla di ritornare a don Cristoval.

—Tu hai fatto questo, sorella?—disse Juana.

—Sì, non era il dover mio?—chiese Beatrice.

—Vederlo è d’anime grandi, se mai;—rispose Juana, inchinandosi.—Bacio nella tua mano l’anima tua.

—Ed anche il mio orgoglio, bada;—replicò Beatrice.—Perchè questo non manca mai, e guasta un pochino la tua Bovadilla. Non volevo l’amor suo intorbidato da un ricordo nemico. Pensavo ancora che quell’uomo era grande, e più grande sarebbe divenuto; onde volevo esser grande ancor io. Avrei desiderato che quella donna persistesse nella sua avversione; ed ho usata tutta l’arte mia, tutta la mia pertinacia, tutta la mia eloquenza per vincerla. Dovevo esser lieta della mia sconfitta, non ti pare? E non fu così: n’ebbi dolore; anch’io m’ero inebriata della mia magnanimità. Fino all’ultimo, sai? Don Cristoval partiva, e là sulla spiaggia di Palos incontrai quella donna. Va, le dissi, prendi una barca, raggiungilo, è tempo ancora per te di riconquistare il tuo posto onorato. Ricusò, la disgraziata: e perchè? Questo io non so, nè l’ho domandato al dotto Villalobos.

—Amava un altro, forse;—entrò a dire Juana.

—L’ho bene pensato. Certo, un altro amava lei, e per lei faceva pazzie; mio fratello don Francisco Bovadilla, commendatore di Calatrava. Fu riamato? Sfruttato, sì, certo, da bisognosi parenti; ma se ne ricevette un grazie, si potrebbe anche giurare che una stretta di mano più calda dell’usato non accompagnasse quel grazie. Io lo argomento dall’ira che don Francisco serbò sempre viva contro don Cristoval. Rammentate con quale accanimento perseguitasse egli il suo rivale fortunato? rammentate le catene di San Domingo? Ah, le orribili catene, che hanno stretti i polsi dell’uomo grande e giusto!... E fu un Bovadilla, lo sgherro!...

—Calmatevi, signora!—disse il capitano Fiesco.—Il signor Almirante dubitò sempre di aver perduta per quel fatto la vostra protezione. E ricordava spesso e ricorda ancora che a don Francisco, se questi avesse voluto ascoltarlo, avrebbe salvata la vita. Di questo fui testimone, e potrei star mallevadore ancor io.

—So anche questo;—rispose la marchesa.—E gli ostinati nemici dell’Almirante gli han fatto colpa anche di questa magnanimità. Non era tempo da tempeste, sentenziarono; l’Almirante sapeva di non esser creduto; perciò ha fatto il magnanimo a buon patto. La tempesta, piuttosto, la tempesta non doveva egli chiamare, con le sue arti di negromante? E andate a persuadere gli stolti, quando i tristi hanno parlato! Nè io mi dolsi per la morte di don Francisco, se non perchè portava il mio nome. Che dovesse finir male glielo avevo predetto io, senza aver arte di magia più del signor Almirante; glielo avevo predetto io medesima, dopo ch’egli era andato ad accusarmi al marchese di Moya. Bei fratelli, non vi pare? Ma torniamo a don Cristoval. Io piuttosto avevo dovuto temere ch’egli si fosse troppo volentieri dimenticato di me, per cagione della mia parentela dolorosa. Ed anche debbo dirvi dell’altro, che più mi stava sul cuore? Ero dolente, scorata, avvilita, di vedermi trattata così male da lui. Male, sì; non è un male la freddezza, la noncuranza e la fuga? Ed egli ha sempre sfuggita questa povera Bovadilla lebbrosa! Come?—continuò la bella marchesa di Moya, animandosi ai ricordi, e corrugando le nerissime ciglia.—Io l’amo, e son pronta al sacrifizio più grande che possa fare una donna innamorata, di cedere l’amor mio ad un’altra. Costei ricusa; io non ne ho colpa; e quell’uomo dovrebbe esser mio nella pura fede delle anime; dovrebbe darmi il premio che ho meritato, il premio d’una schietta parola; qua la tua mano nella mia, e camminiamo puri, baldi, sereni nel mondo, ed altrettanto sicuri, io di te, tu di me. Così la povera Bovadilla intendeva l’amore. Così non l’ha inteso l’Almirante del mare Oceano. Si può dir qui, tra gente che l’ama, e che nessun altri ci senta, ch’egli è stato in ciò molto minore di sè stesso, cedendo a piccole paure, a più piccoli scrupoli?

—Non vi rivolgete al mozzo Bonito;—disse il conte Fiesco, tentando anch’egli di mettere nel doloroso colloquio una nota men triste.—Egli non vi saprebbe rispondere, non essendo nato in Europa, nè educato dalla prima adolescenza alle leggi, alle consuetudini, ai riguardi del nostro mondo decrepito e saggio. Piccole paure? V’intendo; col vostro gran cuore non ce ne sono; e molta altezza di sentire, e il rispetto che meritate, potevano tenervi guardata come in una rocca inaccessibile. Ma egli, che ha l’anima grande, poteva temere di non aver così forte il cuore, e di non poter resistere alla violenza di un sentimento, che noi tutti sappiamo come sia indomabile. Qual uomo potrebbe giurare, amando davvero, di non varcare certi confini? E allora, vedete, le piccole paure ingigantiscono, gli scrupoli assalgono, e non sono più piccoli. Si pensa alle ciarle assassine del mondo, e si teme per la donna virtuosa, fino a quel giorno onorata, che l’amor nostro, eccedendo nelle sue dimostrazioni, che la sua divina bontà, non vedendo i pericoli, potrebbero in un momento offuscare. Io non so nulla di ciò dal signor Almirante; conosco l’anima sua, e giurerei che ha pensato così.—

Beatrice di Bovadilla stette alquanto in silenzio; segno che sentiva la forza dell’argomentazione. Ma non era vinta; ma non aveva vuotata la sua faretra.

—Il marchese di Moya morì;—diss’ella finalmente, senza alzar gli occhi verso il suo interlocutore, e come proseguendo un suo ragionamento interiore.—Cessavano gli scrupoli del leal cavaliere. Bovadilla era sempre Bovadilla; rimaneva alla Corte, e vedeva ogni giorno il paggio Fernando, che già tanto somigliava a suo padre. I maschi per lo più matrizzano; quello no, era tutto l’Almirante; e Bovadilla lo divorava con gli occhi, come se fosse stata essa sua madre. Vi ho detto che il mio terribile orgoglio era diventato sforzo di non averne più. L’Almirante tornava dai suoi viaggi: misurato, severo, studioso di tutti i suoi atti. Intesi i riguardi, dopo il secondo viaggio; ancora viveva Giovanni Cabrera, nostro signore e padrone. Ma dopo il terzo!... dopo le catene!... Ah, gloriose catene, che del grand’uomo facevano un martire! gloriose catene, che avrei baciate, e diventavano sacre, com’è sacro il bacio della donna che ama! Oh, non mi dite nulla; non ci dovevano esser nubi, tra noi; nè io dovevo aver parenti, per lui; non ne avevo avuti, assistendolo contro tutti. Quel suo contegno fu un colpo atroce al mio cuore. Egli ama quella donna, pensai; nè più questo pensiero mi uscì dalla mente; l’amo ancora, e don Francisco non è più; egli ritornerà a quella donna. Che cosa avvenne? non so. Il favor della Corte gli veniva mancando sempre più: nè io osai farmi avanti non chiesta. Incominciavo a credere ancor io che fosse un delitto, mettermi tra lui e la Enriquez. La religione, a cui chiedevo conforti, mi sgomentava anch’essa colla imagine dei diritti dell’altra Beatrice. Ah, quella donna! è qui, nella mia vita, come un pugnale nel costato; e non mi uccide, ma geme di continuo la sua goccia di sangue nero. E quella donna è l’errore, com’era già la perfidia: son io, Fernandez di Bovadilla, son io la donna di don Cristoval, io che l’ho gridato Almirante del mare Oceano, prima, assai prima, che altri gli concedesse quel titolo, il più bello che uomo abbia portato mai sulla terra. Pensateci, conte Fiesco, voi che lo conoscete a prova, quel mare. L’Oceano, il grande, il terribile Oceano; e comandato da lui, che lo aveva domato, mentre da migliaia d’anni tutto il mondo ne aveva avuto paura! Moglie dell’Almirante, avrei fatto tremare molta gente, che rialzava più baldanzosa la testa. Vivente la regina, avevo saputo persuaderla ben io, che quell’uomo non era un avventuriero, e non covava il tradimento nell’animo. Questo infatti si perfidiava di lui. Voleva dare le Indie al Portogallo! le voleva dare a Genova, per vendicarsi di Spagna! Tutti avevano sentito; tutti avevano veduto; avrebbero posta la mano sul fuoco. Non era egli sempre a segreti conciliaboli con Francesco Rivarola e con Francesco Grimaldi, con Francesco Doria, con Pantalino ed Agostino Interiani?

—I suoi amici compassionevoli;—interruppe il Fiesco;—i suoi soccorritori nelle angustie, in cui lo avevano messo le angherie degli Aguadi, degli Ovandi.... e degli altri.

—E lo immaginavo ben io. Ma come chiuder la bocca a tutti? Anche lei, la buona Isabella, doveva qualche volta porgere orecchio a tante accuse, che venivano d’ogni parte al suo trono. E ne piangeva, ora credendo, ora discredendo. Sai, Bovadilla? mi diceva. Anche questo si dice; se mi fossi ingannata sul conto del tuo Genovese!... Mio! anche Vostra Altezza le crede? È così poco mio, che non mi guarda nemmeno.

—Ma egli,—notò il Fiesco,—vi temeva mutata troppo per lui!

—E se mai?...—ribattè la marchesa.—Non dovevo apparir tale, mentre egli seguitava a tacere? L’obbligo mio era di non attraversarmi alla Enriquez, di lasciargliela sposare. Non accennava a questo disegno, la sua deliberazione di togliere il paggio Fernando dalla Corte, levandomelo dagli occhi? E perchè non chiamare con sè il primogenito, destinato un giorno a succedergli, e perciò meglio indicato ad un viaggio d’esperimento, che gli facesse conoscere il suo futuro governo? Questa considerazione non l’avete fatta anche voi, signor conte?

—Un caso;—rispose il Fiesco;—un caso e non altro. Fernando aveva manifestato il desiderio di accompagnare suo padre. Era un ragazzo studioso, per l’indole sua meno adatto alla vita del cortigiano. E su questa semplice apparenza avete fondata la vostra argomentazione, donna Beatrice? e siete giunta fino a credere l’Almirante pacificato colla Enriquez? con una donna, che era diventata una immagine? con una immagine svanita e dimenticata?

—Dov’è ora quella donna?

—Non so; certo non è in Segovia; certo non l’ha egli riveduta dalla vigilia del consiglio di Salamanca. Son diciott’anni passati.

—I diciott’anni del mio tormento!—esclamò la marchesa.—E lunghi, lunghi, troppo lunghi per questo povero orgoglio!—

Povero orgoglio davvero, che si stemprava in un pianto dirotto. Pianse lungamente, la nobil signora, col viso nascosto tra le palme. E la contessa Juana, fattasi più presso a lei, con atti amorosi la veniva accarezzando, la baciava in fronte, le afferrava le mani, per distoglierle da quel viso; e consolandola de’ suoi baci, beveva silenziosa le lagrime della sua sorella europea. Sapeva anch’essa, la bella figlia d’Haiti, che le lagrime fan bene, ma a patto che chi ci ama s’intenerisca con noi.

A poco a poco donna Beatrice si riebbe; rasciugò le sue lagrime, levò la fronte e disse:

—Che rimedio ci vedete voi, conte Fiesco?

—Rimedio? a che? ad uno stato di cose che quella donna ha voluto? Quella donna l’ha offeso; è fuggita da lui; ha perfino rinnegata la sua creatura. Che ci volete fare? Tanti anni sono passati oramai! Cade un edifizio, per qualsivoglia cagione, folgore, incendio, tremuoto. Si può vedere a tutta prima la necessità, la utilità di salvarlo. Ma quello che non si è veduto prima, si vedrà forse più tardi? Sulle vecchie rovine crescono i cardi, i rovi, le ortiche; tra le vecchie rovine si appiattan le serpi, e fischiano irritate al viandante. Si gira largo, e si edifica altrove; o non si edifica più in nessun luogo;—conchiuse il Fiesco, sospirando.—Povero signor Almirante! la vecchiezza è venuta precoce su lui.

—Ma il figlio?... come rimarrà egli, povero innocente?

—Il figlio, se ha senno, accetterà la sua sorte, che è bella ancora, e val meglio di quella che sorride a tant’altri. Non è egli stato ammesso a Corte, come già il figlio legittimo di donna Filippa Mogniz? Un decreto sovrano ha nobilitato quel ragazzo, e cancellato il vizio d’origine. Vizio, poi!... I tempi nostri non mi paiono fatti per badare a certe inezie. Una sbarra nello scudo, in vece d’una banda o d’una fascia, ecco tutta la differenza. La illegittimità non ha impedito a nessun valoroso di diventar cavaliere, conte, principe e re. Più illustre è la macchia, più porta in alto; e potrei citarvi esempi a migliaia, antichi e recenti. Lasciamo dunque il pensiero di voler aggiustare le cose che non richiedono di essere aggiustate, e sopra tutto di cercar quella donna. Che sarà poi diventata? D’un altro, senza dubbio; e chi sa? forse contenta, fors’anche felice.

—Lo saprò;—disse la marchesa, con gesto risoluto.—Devo saperlo. Ed anche mi ha maledetta, sulla spiaggia di Palos, mentre io tentavo una seconda volta di ricondurla a lui. Ella vedrà pur troppo come abbia fruttato la sua maledizione. Oggi stesso uscirò dal mio ritiro. Ma non ho se non donne, al mio servizio; un uomo mi manca.

—Per che fare?

—Per essere il braccio della mia volontà. Non debbo cercare? non debbo trovare, e subito? Lo avete voi, quell’uomo?

—Ho il frate scudiero, di cui vi parlavo poc’anzi, e che ci aspetta in istrada.

—Che uomo è?

—Forte e coraggioso, accorto e leale.

—Datelo a me; ve lo renderò presto.

—Sia, ma per la regina Giovanna?...

—Lasciatemi fare; per Giovanna, che è ancora.... lontana, arriverò sempre in tempo. Voi ritornate a Segovia; e se, giunto là, com’io ne sono sicura, la Corte non ci sarà più, andate a Valladolid, dove si sarà trasferita. Anche questo lo so di buon luogo. Vi fa maraviglia? Pensate che Santa Chiara è di Castiglia, e per Castiglia; e sa tutto, e partecipa a tutto. Voi dunque non dubitate, poichè a me siete venuto per il signor Almirante; nè a voi nè a lui mancherà il mio povero aiuto. Egli ha seguita la Corte fin qui; la segua ancora, perchè io possa ritrovarlo. Addio, contessa Juana; addio, sorella, e contate su me, se anche non è stato fatto ancora il cambio del sangue. Soy Bovadilla;—conchiuse la nobil signora, mettendosi solennemente la destra sul cuore;—una cosa, entrata che sia qua dentro, non n’esce più; se ho dato questo, l’ho dato per sempre. Amami, e aspettami.—


Indice

Capitolo XI.

Invito a palazzo.

Israele aveva levate ancora una volta le tende. La marchesa di Moya si era dunque apposta al vero, dicendo al capitano Fiesco che la Corte sarebbe passata di quei giorni da Segovia a Valladolid. Sappiamo le ragioni politiche di quegli spessi tramutamenti; dobbiamo anche conoscere come e perchè se ne avesse così pronta la notizia nel convento di Santa Chiara a Siviglia. E non solamente in quello, ma in tutti i conventi di Castiglia. Era il tempo che la politica degli stati la facevano i vescovi e i grandi ordini religiosi, padroni dei re, nel nome istesso di una autorità superna, che innalzava e sbalzava di seggio i potenti. E i re, si capisce, non potendo fare in casa tutto quello che volevano, se ne ricattavano fuori, con le guerre di predominio e di conquista, l’alto clero non disapprovando la supremazia militare della nazione a cui pur esso apparteneva, e potendo mandare le ragioni dell’amor patrio di pari passo con quelle del tornaconto di classe. Così il cattolico re Ferdinando, libero di accrescere la potenza spagnuola in Italia, dov’egli trasferiva alla Spagna le pretensioni dinastiche della casa d’Aragona, non era altrimenti libero di fare in tutto a suo modo nelle terre di Castiglia; e più ancora si sentiva le mani legate dopo la morte della moglie Isabella. Bene cercava egli di prolungarsi la reggenza sui dominii della morta; ma da quei dominii, ostinate nella sostanza quanto rispettose nella forma, resistevano le autorità da tanti secoli stabilite, dell’alto clero e del basso, vescovi e capitoli, abbazie, priorati, parrocchie e monasteri.

Anche i conventi di donne partecipavano a questo lavoro di resistenza: e ciò s’intenderà facilmente, chi pensi che negli ordini monastici erano allora numerosissime le figliuole delle grandi famiglie del regno, famiglie a cui pure appartenevano i magnati del clero, alleanza naturale di nobiltà religiosa e di nobiltà militare; e che delle personali rinunzie al mondo le nobili claustrali si ricattavano, anch’esse partecipando largamente alle ambizioni delle casate dond’erano uscite, e di cui serbavano, se non in tutto il fasto mondano, certamente il ricordo e l’orgoglio.

A quei centri di vita monastica affluivano, da quei centri si diffondevano le notizie politiche utili a sapersi da ogni classe di aderenti. Le vaste possessioni degli ordini religiosi favorivano il continuo viavai dei razionali, dei vicarii, dei gastaldi, tramutati in messaggeri. Il servizio delle poste pubbliche era in mano delle università; quello delle poste segrete in mano dei conventi. E non poteva dirsi una distinzione, ma piuttosto una affinità di uffici, poichè nelle università primeggiavano i frati, come maestri di teologia e d’eloquenza, di diritto canonico e civile, di filosofia, perfino di medicina.

Ritornati a Segovia, Bartolomeo Fiesco e il mozzo Bonito seppero avvenuto ciò che a Siviglia avevano udito imminente. Da cinque giorni la Corte si era trasferita a Valladolid, nell’antico reame di Leon, lasciando nel mezzo Medina del Campo, dov’era morta Isabella, e avvicinandosi a Burgos, la capitale antica dei conti di Castiglia, e la patria del Cid Campeador. Burgos, a cui si avvicinava Ferdinando, era anche la città del pericolo per lui. Di laggiù, infatti, doveva avanzarsi Giovanna, se mai si fosse risoluta di lasciare le Fiandre e di approdare alla costa di Biscaglia. Ma egli, da Valladolid, risalendo da levante la gran valle del Duero, aveva nella fida Aragona la sua ritirata strategica. Perchè egli viveva in istato di guerra, tra tutte le apparenze della pace; ed era guerra di ambizioni personali e di diritti dinastici tra il padre e la temuta figliuola. Pazza la dicevano a bassa voce, e sarebbe piaciuto a lui che pazza fosse gridata a larghi polmoni: ma più pazza era, e più si doveva temerne il troppo sollecito arrivo. Ah quei nobili Castigliani, così superbi e così ostinati! Non c’era dunque verso di tirarli dalla sua?

Cristoforo Colombo aveva seguitata la Corte. Il capitano Fiesco seguitò dunque il suo viaggio, muovendo lungo il corso dell’Adarà, fino alla pianura insalubre di Medina del Campo; di là passato il Duero, proseguì fin dove l’Esgueva, umile tributario, si getta nel Pisurga. Era finalmente a Valladolid, la opulenta città, che ancora non possedeva i centomila abitanti a cui giunse sotto Carlo Quinto, ma che aveva già tre volte e più i ventimila a cui è ridiscesa nei tempi nostri. E già allora Valladolid era fiorente d’industrie, famosa pel suo studio di giurisprudenza, orgogliosa del suo Campo Grande, vastissima piazza, fiancheggiata da diciassette conventi, dove già con grande concorso di popolo si arrostivano Mori ed Ebrei, a maggior gloria di Dio misericordioso. Da ventisei anni era stato legalmente riconosciuto e diffuso il Sant’Uffizio nella felicissima terra di Spagna.

Il capitano Fiesco, che pur non era di tenerissima fibra, torse gli occhi da quella piazza che doveva costeggiare passando, e dove appunto si stava rizzando un gran palco di legname per l’auto da fè del giorno vegnente; il mozzo Bonito rabbrividì, correndo involontariamente col pensiero agli orrori della piazza di Xaragua, dove ottanta cacichi erano stati bruciati sotto i suoi occhi; ed anche di un’altra piazza a San Domingo, dove per lui era stato rizzato il palco ferale.

Avevano preso lingua per via; e non era stato facile ritrovare subito la dimora del Vicerè delle Indie. Chi conosceva a Valladolid un vicerè delle Indie? Per fortuna s’erano imbattuti nel servo Geronimo, che li aveva condotti in una via fuori mano e mezzo campestre, dove sorgeva una casa di povera apparenza, quasi una masseria di campagna, con un gran portone pei carri, un pianterreno cieco, un piano superiore di poche finestre non grandi, nè tutte in fila, e un secondo, che prendeva luce più scarsa da quattro o cinque finestrini sotto i rozzi modiglioni del tetto. In quella casa era andato ad ospizio il vicerè delle Indie, presso un marinaio, Gil Garcìa, che, avendo riconosciuto il suo Almirante, non aveva voluto lasciargli cercare alloggio più oltre.

—Forse lo trovereste migliore;—aveva detto il buon Garcìa;—ma stancandovi nella ricerca. E pensate, mio signore, che se la casa è povera, neanche a Valladolid son ricchi i cuori di chi possiede i palazzi.

—Gil Garcìa, tutto il mondo è paese;—aveva risposto l’Almirante.—E Valladolid è una gran capitale, se ha la tua casa per reggia.—

La fatica del viaggio non aveva troppo stancato il signor Almirante; e il capitano Fiesco, entrandogli in camera, lo ritrovò seduto sul letto in una di quelle alcove di cui gli Arabi avevano dato il nome e l’uso alla Spagna, donde uso e nome passarono poscia all’altre parti di Europa. Come già parecchi giorni innanzi, l’infermo si rianimò alla vista dell’amico; e non sentì più i suoi dolori, udendo le nuove del colloquio che questi aveva avuto con la marchesa di Moya.

Il Fiesco, naturalmente, non gli riferiva appuntino ogni cosa. Più che dalla raccomandazione del segreto, si sentiva trattenuto dal timore di rallegrar troppo il grande sventurato. Voleva, se mai, ragionarne prima coll’Adelantado, dicendogli delle cose segrete almeno quel tanto che fosse mestieri, per farne buon uso ad ogni opportunità. Espose in quella vece all’Almirante come la marchesa di Moya gli fosse amica immutata ed immutabile; vedendo poi quanta letizia si diffondesse sul volto dell’ascoltatore, non tacque le confessioni che la nobil Beatrice di Bovadilla gli aveva fatte così spontaneamente, senza puerile ritegno. Impacciato si sentiva egli piuttosto a riferire quelle calde parole: ma per fortuna il viso aveva abbastanza celato nella penombra dell’alcova, poichè, stando seduto presso la sponda del letto, dava le spalle alla luce; ond’ebbe più coraggio a dir tutto.

Don Cristoval appariva trasfigurato da quel tiepido soffio di buona ventura. Gli si tingevano di vermiglio le gote; gli sfavillavano gli occhi; un sorriso della sua balda gioventù gli sfiorava la bocca bellissima. Qual miracolo si operava sotto gli sguardi del buon messaggero! e qual altro maggiore non si doveva egli aspettare, dagli sguardi della pietosa amica?

—Lasciatemi pensare;—disse l’Almirante.—È un’ora ben lieta, questa che voi mi portate.—

E pensò, mentre quell’altro rimaneva silenzioso a contemplarlo; pensò lungamente, sorridendo ai suoi pensieri, che tramutati in immagini parevano sprigionarsi dalla sua fronte, sciogliendo il volo tutto intorno e facendo risplendere come un lembo di cielo l’aria rinchiusa della malinconica alcova. Dunque ella non l’odiava? L’ombra di quel morto non aveva offuscata la immagine di don Cristoval nel cuore di Beatrice? Dunque ella era sempre Bovadilla, la pietosa, la soave Bovadilla, ogni cui detto, ogni cui gesto, anche imperioso, recava l’impronta della bontà, perchè lo aveva informato un senso d’amore? Ah, dolce cosa, e balsamo divino ad ogni angoscia patita! E che orribil tormento sarebbe la vecchiaia, la turpe, la paurosa vecchiaia, se non potessimo vivere qualche volta del nostro passato, chiamarlo a rassegna, goderne col pensiero, anche togliendo alle cose vissute i troppo chiari e vigorosi contorni? Il vecchio fu giovane; amò, fu amato; e quel ricordo, che è la sua beatitudine, è ancora la sua gloria. Per quell’amore egli compì grandi cose, o gentili, memorabili sempre; per quell’amore si sentì fatto migliore, sorrise alla vita, fu buono alle creature che gli stavano intorno. E passano davanti agli occhi i lampi di quelle giornate lontane; e figure da gran tempo obliate trascorrono in quella luce, animando la scena. La bella donna che si amò tanto forte, si muove in quel piccolo mondo, gloriosa e serena, sorridente della sua giovinezza; e par che non guardi, par che non veda nulla intorno a sè; ma voi sentite l’onda magnetica del suo sguardo, che giunge a voi, che tutto v’involge, e v’inebria. Ah, lampi maravigliosi! spiragli divini di un dolce passato! Il quadro luminoso si scolora ad un tratto, e la visione si spegne; ma può ancora riaccendersi, può ancora colorirsi; e di quelle fugaci apparizioni si vive. Triste cosa, che, morti noi, spariscano anch’esse per sempre, nè possa più altri goderne! Attimo di eternità che dilegua; ciò che fu, ritorna nella notte delle cose che non furono mai. Perciò qualche volta la visione lascia un senso di dolore nell’anima. L’amaro è nel dolce; e fors’anche ha mestieri di quel senso d’amaro, per aver vita, e coscienza di sè stesso, il piacere.

Anche il capitano Fiesco pensava. Come sono maravigliosi questi vecchi, che serbano ancora tanta gioventù dentro l’anima! Ed ancora, che altezza di sentire in quest’uomo! Non fa egli ricordare i bei versi di Dante? “E se il mondo sapesse il cor ch’egli ebbe, mendicando la vita a frusto a frusto, assai lo loda, e più lo loderebbe„. Amato dalla più bella creatura del reame di Castiglia, ha rinunziato a quell’amore, che poteva essere il suo premio, ben superiore a tutte le fortune, a tutte le dignità della terra. Virtù, certamente; virtù, che dobbiamo coltivare in noi, come un fiore divino! Ma questa virtù non è dato condurla oltre i confini della umana natura; ed egli non si salvò dalla forza indomabile della passione se non colla fuga. Avrebbe un certo Damiano saputo fare altrettanto, ai tempi suoi, consule Planco? È vero che Damiano non era un santo; non n’ha mai avuta la stoffa, con tanti cardinali e un paio di papi in famiglia!

L’Almirante ruppe finalmente il silenzio, e insieme con le meditazioni sue cessarono quelle un po’ meno alte del suo reduce amico.

—La marchesa verrà, mi avete detto?

—Sì, messere, e presto. Ma silenzio, per carità; non si deve sapere prima del fatto; non si deve averne sospetto.

—E parlerà essa a Ferdinando?—

Qui il capitano Fiesco si ritrovò un pochettino impacciato a rispondere.

—Eh, lo immagino;—balbettò.—Vissuta tanto tempo a Corte, non passerà dov’è la Corte senza rimetterci piede.

—E perchè non è venuta con voi?

—Che so io? che debbo dirvi, messere?—rispose il Fiesco, più impacciato che mai.—Mi ha parlato vagamente di certe cose, che la trattenevano ancora. Hanno sempre tanti impicci, le donne! e non tutte, per cavarsi d’impicci, hanno l’arte e gli abiti del mozzo Bonito. Credo ancora che avesse da sbrigare un negozio più grave. Ma neppur questo mi ha detto, quantunque non fosse un segreto, poichè mi ha pregato di lasciarle il frate scudiero. Le servirà di scorta in viaggio;—soggiunse il capitano, felice di aver trovata una gretola, e scappando da quella.—A mezza monaca mezzo frate, non vi pare? Badiamo, dico così per dire; che il mio scudiero è frate, con tutti i tre voti. Ma egli pare così poco un frate, vivendo sempre fuor di convento! Come le ha, le dispense? non è il caso che se le pigli da sè?

—Dovreste saperne voi qualche cosa, che lo conducete pel mondo;—osservò l’Almirante, sorridendo.—Ma non bisogna credere che frate Alessandro manchi al precetto dell’obbedienza. Non facciamo sospetti temerarii, e crediamo che abbia la sua brava licenza in tasca.—

L’Almirante era allegro, e celiava, come ne’ suoi giorni più belli. Un’ondata di buona ventura entrava nella povera casa di Gil Garcìa; bisognava approfittare del vento; e don Cristoval, che si sentiva rinfrancato, volle vestirsi. Mentre il marinaio Geronimo lo aiutava in quella bisogna, il capitano Fiesco scese in cortile a discorrere coll’Adelantado. Con lui non poteva menare il can per l’aia; anche senza dir tutto, doveva aprirsi con lui della prossima venuta della marchesa di Moya, e del tentativo ch’ella si proponeva di fare. Per non mancare alle promesse sue, bastava non dire che la nuova regina di Castiglia era aspettata alla coste di Spagna. Restava, e bastava, che l’arrivo ne fosse sperato, per giustificare il passo di donna Beatrice. Dopo tutto, anche di quel poco che si lasciava uscir di bocca, il capitano Fiesco raccomandava il segreto alla conosciuta prudenza dell’amico; il quale a sua volta ne riconobbe tutta la importanza gelosa.

—Dicevo bene!—esclamò Bartolomeo Colombo.—Dicevo bene, se la marchesa di Moya veniva proprio a parlare col re. Non è lei, l’antica dama di palazzo della mite e generosa Isabella, che potrebbe commuover le viscere al marito di Germana di Foix. E notate che io avevo già mulinato il disegno di rivolgermi a questa, per chiedere il suo patrocinio. Sposa novella, pensavo, avrà potere sul maturo consorte, e potrà usarne a nostro vantaggio. Ma ho dovuto rinunziarci. La bionda reginetta è qui come un pesce fuor d’acqua. Già molto è se la tollerano, questi signori Castigliani, cedendo alle raccomandazioni del virtuoso Ximenes.

—Il confessore della morta regina!—esclamò il capitano Fiesco.

—Ma sì; lo vedete, il confessore di quella santa, costretto a raccomandare la calma, a far mandar giù, come uno zuccherino, quella profanazione del talamo reale? E non ha aspettato che si raffreddasse la povera salma, il cattolico re! Appena era passato l’anno, e la nuova regina passava i Pirenei. Ma che cosa non fa fare la maledetta cupidigia del regno? Basta,—conchiuse lo sdegnoso Adelantado,—io non ci ho niente da vedere, nè da spartire: il cardinal di Toledo riconosce il male, e s’ingegna di ricavarne il bene. Signori miei, dice egli ai nobili di Castiglia, abbiamo pazienza un po’ tutti; pensiamo che Germana di Foix, la graziosa nipote del re Cristianissimo, ci porta in dote la rinunzia dei Francesi a tutte le terre che possedevano ancora nel reame di Napoli.

—E che Consalvo avrebbe potuto riprendere senza sforzo;—notò il capitano Fiesco.—Ho anche sentito dire che per quella rinunzia del Cristianissimo, il Cattolico si obbliga di pagargli in dieci anni settecentomila ducati d’oro.

—Vero;—rispose l’Adelantado.—Per contro restano liberi dalla prigionia i baroni di quel regno, che avevano militato in favore del Cattolico. E di rimpatto,—soggiunse sarcasticamente,—è levata la confisca fatta contro coloro che avevano seguitato il partito francese. Sicchè, vedete, non si sa bene chi più ci guadagni. Questo rimane, per altro, che il Cattolico deve pagare settecentomila scudi d’oro, farsi amare da una sposina francese, e tollerare dalla nobiltà castigliana. Grattacapi non gliene mancano, adunque; ma ci pensi lui. Il guaio per noi è questo solo, che in tanta confusione n’andiamo di sotto. Perchè, s’intendano o non s’intendano, contro di noi sono tutti, Castigliani ed Aragonesi, ben risoluti di non farci giustizia.

—E il virtuoso Ximenes?

—C’è la Giunta degli scarichi; così dice egli a chi gliene parla. La Giunta degli scarichi è il suo grande argomento. L’ha inventata lui, difatti, per le questioni di Castiglia; e gli pare che sia la man di Dio. Con questa, egli ha scaricato anche la sua stessa coscienza. Poveraccio, finalmente! ha tanti carichi sulle spalle, che qualche volta mi vien voglia di compatirlo. Sapete, mio caro Fiesco, che io non l’ho con questa gente; l’ho colla nostra cattiva stella, che ci ha condotti qui, a piatire da vent’anni con un bugiardo, ad inghiottire ogni sorta di amari bocconi. Il mio grande fratello non vuol che si dica; e per rispetto a lui sto zitto. Ma qualche volta la pazienza dà di fuori, come se fosse una pentola. Se si dava retta a me, o con Francia, o con Inghilterra, sarebbe stato un altro paio di maniche. Ripeto e torno a dire: poichè il male è fatto e non si muta, venga Giovanna, e sia l’ultimo tratto di dadi. Di questo, poi, si potrà toccarne all’Almirante, quando sia il momento. Mi pare che una lettera alla regina dovrà scriverla anche lui. Per ora non conviene dir nulla. Quella sua gotta, o artritide che sia (sapete che i medici non sono neanche d’accordo sull’indole del suo male) può aggravarsi di schianto, con ogni commozione un po’ forte; tanto che io non gli ho neppur detto una cosa, che ora mi torna a mente. Vedete che smemorato! Ma anch’io ci perdo la testa, con tanti pensieri. E si tratta appunto di voi.

—Di me?—chiese il Fiesco.

—Sì, di voi, che il re Ferdinando ha mandato a cercare.

—A cercar me? e come sa che io dovessi arrivare?

—Cioè;—ripigliò l’Adelantado,—maravigliatevi ch’egli sapesse del vostro arrivo a Segovia; perchè là vi ha mandato a cercare, e non qui. Due giorni dopo ch’eravate partito per Siviglia, venne da noi il dottor fisico Villalobos, l’Esculapio di Corte. Che degnazione, non vi pare? Credevo che fosse stato cortesemente mandato a visitar mio fratello; ma quello era l’ultimo pensiero del sommo Villalobos. Si contentò di qualche domanda, e non chiese neanche di vederlo. Mi chiese invece, così di punto in bianco: è giunto da voi altri il signor conte di Lavagna? Sì, gli risposi, non avendo ragione di nasconder la cosa, nè parendomi savio negarla. Sua Altezza, ripigliò, lo vedrebbe molto volentieri; rammenta sempre di averlo ricevuto due anni fa, al suo ritorno dalla Giamaica; è un amabile cavaliere, e Sua Altezza, che ama molto gl’Italiani, sarà felice di riceverlo. Risposi, naturalmente, di non poter fare così presto l’ambasciata; voi esser venuto in Ispagna per vostre ragioni d’interesse, e solo per l’amicizia vostra col signor Almirante aver mandata innanzi agli affari una visita a Segovia, ma subito esser partito per Cadice, che ne sapevo io? per Granata, o per Malaga, avendo da incontrare certi mercatanti e banchieri del vostro paese. Infine, alla bell’e meglio ho cucite insieme le mie quattro bugie, come un altro Ferdinando; con questa differenza, che le mie erano molto innocenti, sicuramente meno gravi delle sue. Ho soggiunto, s’intende, poichè n’ero richiesto, e non volevo apparire bugiardo poi, che sareste tornato ancora, dopo sbrigate le vostre faccende, a prendere i comandi dal vostro veneratissimo capo, e che in tale incontro vi avrei avvertito del desiderio di Sua Altezza, tanto onorevole per voi, tanto caro, tanto lusinghiero, e chi più n’ha ne metta.—

Il conte Fiesco cascava dalle nuvole: cascava, cascava, e non toccava mai terra.

—Che diamine vorrà egli da me?—chiese egli, stupito.—Parlarmi dell’Almirante, mentre lo ha qui sotto la mano?

—Oh, non credo che si tratti di ciò;—rispose l’Adelantado.—Per quanto gli piaccia mentire, mostrandosi mondo di colpe, puro come un agnellino, di nient’altro dolente che delle esorbitanti pretensioni del signor Almirante Colon, egli non manda di sicuro a cercar la gente a cui versare nel seno le sue giustificazioni.

—Allora?

—Allora, mio caro, voi siete il conte di Lavagna.

—Così poco, don Bartolomeo, così poco, che quasi non m’avviene di ricordarmene; e qui, nella gloria del vostro immortale fratello, meno che mai, ve lo giuro.

—Ma conte di Lavagna restate. E m’è entrato in testa che il re Ferdinando, abbandonato da tanti gentiluomini di qui, vada in busca dei più illustri d’ogni terra. Non siete voi anche nipote di quel Giacomo, che mezzo secolo fa è stato vicerè di Napoli? Ferdinando li conosce, i grandi nomi d’Italia; e vi vorrà alla sua corte.

—Io! starei fresco;—scappò detto al capitano.—Più fresco ch’io non sia già per l’antico soprannome degli avi;—soggiunse, ridendo al bisticcio che gli fioriva spontaneo dal labbro.

—Eppure, chi sa? da cosa nasce cosa....

—E il tempo la governa, volevate dire? Ma non è da uomini gravi almanaccare, quando ci vuol poco a saperne l’intiero.

—Certo, bisognerà andare; e più presto andrete sarà meglio. Non volevate già chiedere udienza, tentando di fare, come dicevate, il vostro giuoco doppio? Ecco che l’occasione vi si presenta; anzi vi è venuta incontro.

—Amico,—rispose il capitano Fiesco,—pensavo bene di destreggiarmi a quel modo, avendo poca sicurezza da una parte e dall’altra. Ora, dopo il colloquio di Siviglia, mi pareva che il meglio fosse di non far più nulla qui, aspettando tutto di Fiandra.

—E neanche a Valladolid sarà male vedere;—ribattè l’Adelantado.—Non foss’altro, per esser ben certi che non c’è nulla da sperare. Di nulla infatti vi parlerà, se non gliene entrate voi stesso. Vi vuole a Corte, credetemi; son volpe vecchia, e gioco che c’indovino.

—Io poi son volpe giovane;—disse di rimando il capitano Fiesco;—ed ho buone gambe, per andargli lontano mille miglia. Gioiosa Guardia mi è troppo cara, e non ci voleva meno di una lettera del signor Almirante, per trarmene fuori. Ma questi non è un re.