“Don Filippo e donna Giovanna, per la grazia di Dio re e regina di Castiglia, di Leon, di Granata, di Toledo, di Valenza, di Gallizia, di Maiorca, di Siviglia, ecc. ecc., ai reggenti, assistenti, alcaldi, alguazili ed altri giustizieri quali si vogliano di tutte le città, ville e luoghi dei nostri regni e dominii, salute e grazia!

“Sappiate che essendo noi deliberati di visitare tutte le terre del nostro regno, e perciò sul punto di partire da questa amata città, per rispetto alle antiche consuetudini ond’essa è privilegiata, come per dimostrazione del nostro vivissimo affetto, abbiamo ordinato che in Burgos siano convocate le Cortes di Castiglia e Leon, dove noi saremo ritornati, a Dio piacendo, prima del 20 giugno. Siano dunque avvertiti di ritrovarsi per quel giorno in Burgos i tre estamentos di Castiglia, del clero, dei nobili, dei procuratori delle città e borghi regali, a cui è concesso il diritto di partecipazione, per far le leggi nuove e riformare le antiche, per istabilire con equità i pubblici carichi, reprimere gli abusi, far ragione a tutti coloro che a noi si richiameranno di violata giustizia. Tale essendo il nostro piacere, conforme agli obblighi verso Dio e verso il buon popolo di Castiglia.

“Dato nella nostra antica città di Burgos, il giorno 8 di maggio, l’anno della natività del nostro Salvatore Gesù Cristo 1506.

Io il Re. Io la Regina.

Era quello un colpo maestro del buon Tellez Giron de Sandoval, duca di Ossuna, che primeggiava nei consigli dei nuovi sovrani. Ma la prima spinta era data da Beatrice di Bovadilla, che aveva preso assai facilmente presso la regina Giovanna il posto tenuto presso la grande Isabella. Ricordate che a Valladolid era venuto a cercare donna Beatrice il giovane marchese di Lucena, per riferirle in nome dell’Ossuna i desiderii del popolo; e come donna Beatrice consigliasse di rispondere in modo da contentare Valladolid senza offesa ai diritti di Burgos. L’occasione di appagare i voti dell’una e dell’altra città si era offerta più presto che Bovadilla non si potesse immaginare: fin da quando era giunto don Diego Colon a prender commiato dal padre, l’accorta signora aveva meditato quel colpo che doveva sgominare tutti i disegni faticosi del re d’Aragona. Così, fatta a Burgos una sosta di tre ore, con una certa promessa di ritorno, Giovanna e Filippo si rimettevano in via, pellegrini d’amore e banditori della propria sovranità per le terre di Castiglia. Quanto a visitarle tutte, non c’era impegno che potesse durare contro la stanchezza di un lungo viaggio. Ma si andava, come se il pellegrinaggio dovesse giungere fino alle rive del Mediterraneo e a quelle dell’Atlantico. L’essenziale era di lasciare il re Ferdinando colle mani in mano, nella Calle Alta di Burgos, dandosi pensiero di lui, che aspettava, come se fosse stato cento miglia lontano.

Nella Calle Alta l’editto regale fu letto quando Giovanna e Filippo erano già usciti dal palazzo di città, e le grida di saluto ai sovrani salivano al cielo. Il re Ferdinando sentì quelle grida nello stesso tempo che giungeva a lui qualche frase dell’editto, recitata a voce più alta dall’araldo, o non coperta dai rumori della moltitudine ascoltante. Partivano, dunque? partivano da Burgos, dov’egli si era venuto a piantare, per metterli nell’impaccio; e ce lo lasciavano lui, ignorandolo, non mostrando di sapere che fosse ancora tra i vivi.

Per una volta tanto, il pazientissimo re si morse le labbra dal dispetto. Questa poi non se l’aspettava. E voleva sfogarsene col fido Ximenes; ma il Ximenes non c’era. Non già perchè lo avesse abbandonato anche lui, come tutti i suoi gentiluomini di Castiglia; ma perchè era andato a parlamentare con gli avversarii. Come nato in Castiglia e arcivescovo d’una città di Castiglia, il Ximenes aveva fatto ossequio ai nuovi sovrani. Ed essi avevano mostrato di gradir molto la visita; e Giovanna in particolar modo si era mostrata affabilissima al confessore di sua madre. Ma a lei non aveva osato dir nulla, nè far preghiere, nè dar consigli non chiesti, specie vedendola così ben circondata, custodita e difesa.

Al duca d’Ossuna, piuttosto, e agli altri cortigiani maggiori, si aperse liberamente il virtuoso Ximenes. Perchè quella partenza improvvisa? senza dare un po’ di riposo alla regina? senza permetterle di vedere il re d’Aragona, che stava lassù ad aspettarla? Infine, quello era suo padre; ed era d’un padre aspettare i suoi figli.

—Vostra Eccellenza non dimentica che donna Giovanna è la regina di Castiglia, e che qui siamo, se Dio vuole, in Castiglia;—rispondeva con molta calma il duca d’Ossuna.—Vostra Eccellenza non ignora che non ci son più padri nè figli, dov’è in giuoco la dignità della Corona. Tutto ciò che Vostra Eccellenza ci fa notare col suo gran senno, con la sua grande pietà, con la sua grande prudenza, è stato attentamente considerato da noi. Non abbiamo obbedito a rancori, a puntigli, a dispetti; solo ci siamo studiati di non consigliar debolezze. Giovanna e Filippo son venuti qua in casa loro; ricevono visite, non vanno a farne.—

L’argomento era senza replica. Ma l’arcivescovo di Toledo, non potendo attaccarlo di fronte, si provò a scalzarlo di fianco.

—Intendo, intendo;—diss’egli.—E le ragioni son buone, come le intenzioni son pure. Ma non si potrà forse impedire che il popolo di Burgos faccia i suoi giudizi su questo caso spiacevole.

—Saranno giudizi temerarii;—rispose più placido che mai il duca di Ossuna;—saranno giudizi temerarii, se vorranno trovare un cattivo sentimento dove non era altro che l’obbligo sacro di mantenere nella sua integrità il buon diritto della Corona. Un altro giudizio, e più savio, vorrà fare il popolo di Burgos, pensando che il re d’Aragona, trovatosi qui mentre i reali di Castiglia giungevano in casa loro, non si è neanche degnato di andarli a ricevere alle porte, per offrir loro la casa, che teneva preparata per essi.

—Ah signori! signori!—esclamò il buon Ximenes.—E non son puntigli, questi?

—Ragioni di dignità, ragioni imprescindibili: e Vostra Eccellenza si dorrebbe a buon dritto, non per sè, ma per l’alto suo ministero, se Palencia o Siviglia mancassero di rispetto a Toledo.

—Ma pensate, signori,—insisteva il Ximenes, senza ribattere quell’argomento ad hominem,—pensate che molte cose con un po’ di buon volere dall’una parte e dall’altra s’aggiustano. Castiglia ed Aragona, finalmente, che sono? Non forse la Spagna? la Spagna antica, che le discordie avevano disfatta, aprendone la via al Moro infedele? la Spagna nuova, che dobbiamo saldar meglio nelle leggi e nei cuori? Chi, più del re Ferdinando, s’è adoperato per questa nobile Spagna? Non ha egli condotta a termine la cacciata del Moro? Non ha egli ceduto alla Spagna i particolari diritti d’Aragona sul reame di Napoli? e ancora non combatte per assicurarne il dominio alla Spagna?—

Il duca d’Ossuna aveva chinato più volte il capo alla progressione oratoria dell’arcivescovo di Toledo. E pareva che approvasse: ma non faceva altro che accompagnare col gesto quella enumerazione di meriti. Infatti, come quell’altro ebbe finito, così egli parlò, ribattendo:

—Molte cose si potrebbero rispondere alla Eccellenza Vostra. Poche ne diremo, stretti come siamo dal tempo. Si ricordi quanta parte abbia avuta nella gloria del regno la grande Isabella; e solo può dimenticar la regina, chi ha mostrato di dimenticare la donna. Aragona ha ceduto Napoli alla Spagna, non potendo tenerlo per sè, con dinastia separata e con forze troppo inferiori al bisogno. Che io dica il vero, lo dimostra il fatto che il re d’Aragona, dovunque non vide la pronta utilità dell’impresa, lasciò avaramente in ballo Castiglia.

—E dove?

—In una certa spedizione da Palos, donde venne alla Spagna l’acquisto di tante terre nel nuovo Mondo, e tanta gloria nel vecchio.

—Bravo, Ossuna!—gridò una voce femminile.

—Aggiungo,—riprese l’Ossuna, dopo aver risposto con un cavalleresco inchino a quel grido,—aggiungo poi, per quanto risguarda il combattere, che la grande Isabella ci ha guadagnata l’infermità donde fu tratta alla tomba, povera e santa guerriera! Aggiungo ancora che non Ferdinando ha preso Granata, ma Consalvo di Cordova; nè Ferdinando, ma Consalvo di Cordova combatte ancora in Italia; e Ferdinando non l’ama, Ferdinando l’ha in ira, forse più che in sospetto. Pure, è gloria di Spagna, Consalvo. E la gloria di Spagna, dopo tutto, noi la vogliamo sulla punta della nostra spada, non nel consigliar debolezze verso l’uomo che fino a ieri ha impedito (e ne abbiamo le prove) che la Castiglia ricevesse i suoi re.—

Neanche qui c’era da replicare; e il virtuoso Ximenes si contentò di mandar fuori un sospiro. Sentiva anch’egli che il suo re Ferdinando, con una buona causa alle mani, si era adoperato fin allora con indegni artifizi, come se l’avesse cattiva?

Pochi momenti dopo, la coppia regale era in moto, per uscire da Burgos, non dimenticando di lasciarci ufficiali suoi ed un nerbo di gente per custodirvi il buon dritto di Castiglia. Non ce ne sarebbe stato bisogno, tanto era l’ardore di quel popolo. Giovanna era adorata da ogni ordine di cittadini; Filippo, dal canto suo, aveva conquistate le padrone di tutti quei cittadini. Ah perchè i doveri del trono allontanavano da Burgos quel fior di bellezza? “Appena vidi il sol che ne fui privo„ avrebbe potuto gridare il gentil sesso di Burgos.

Non dubitate, o belle; ritornerà presto, il giovine Apollo di casa d’Austria. E qui, il 25 settembre, come a dire prima che passino i cinque mesi, egli morrà di morte improvvisa. E Giovanna ne perderà la ragione del tutto, e non concederà il cadavere alla vostra certosa di Miraflores, se non dopo averlo portato più settimane attorno, per città e campagne, aprendo ad ogni tratto la bara, per contemplarlo ancora, e nutrirsi del suo pazzo dolore, e farne spettacolo lagrimoso alle genti. Soltanto allora il re Ferdinando avrà conseguito il suo fine. Ragno paziente, rifatta la sua tela, e la pace coi nobili di Castiglia, otterrà una reggenza, che gli permetta di adoperarsi liberamente alla grandezza del regno. Causa buona, certamente; ma lasciata in cattive mani. Perchè?


Indice

Capitolo XVI.

Grazia, giustizia, e un granellin di follìa.

Ma per ora, vittoria. Giovanna e Filippo sono entrati a Valladolid. Le accoglienze sono maravigliose; l’allegrezza della città non si descrive; essa è tanto più grande, quanto più lontana era in lei la speranza di avere tra le sue mura i sovrani. Nè solamente per un giorno, come è toccato a Burgos. Valladolid li riterrà per parecchi, meglio prestandosi per una lunga dimora l’ampiezza del palazzo reale, e il non averci l’incomodo di un’altra corte, sempre molesta vicina, per quanto l’abbiano scemata di numero le diserzioni sollecite di tutti, o quasi tutti i gentiluomini Castigliani. Se poi l’altra corte volesse scendere anch’essa in Valladolid, non avrebbe a far altro che a prendere esempio da ciò ch’è avvenuto in Burgos, dov’ella si era già collocata, e i nuovi venuti erano smontati al palazzo di città. Venga pure a Valladolid, e smonti dove le pare; magari al palazzo di giustizia, dove abitava il Ximenes: l’essenziale è che non trovi alloggio al palazzo reale, che è proprietà di Castiglia e Leon, mentre Castiglia e Leon appartengono ai due giovani principi, ai sovrani adorati, che tutto il paese ha così prontamente riconosciuti, passando sopra alle minute formalità, alle vane cerimonie d’una trasmissione di poteri. Tutta roba, questa, a cui si potrà dar sesto in processo di tempo: per ora Valladolid non ha da curarsi di ciò; Valladolid è in festa, e sarà in festa finchè i giovani sovrani staranno tra le sue mura.

Beatrice di Bovadilla trionfa; quando passa lei per le vie, tutti i cittadini si scoprono il capo, le fan riverenze, l’acclamano. Si sa che il consiglio di scender subito a Valladolid è venuto da lei. Si vede che i duchi e tutti gli altri gran signori del cortéo regale, abbondando volentieri nelle belle forme della cavalleria spagnuola, si mostrano pieni di ossequio per lei; ed anche il popolo impara a riverirla, ad amarla. La regina Giovanna la vuol sempre al suo fianco; il re Filippo la colma di delicate attenzioni.

Troppe attenzioni, ahimè, quelle di Filippo il Bello, e troppo delicate! Giovanna ammette le cortesie, non riprova le garbatezze; ma ci vorrebbe più riguardo, più misura, più parsimonia. È gelosa, e la gelosia non ragiona; è gelosa, e ne soffre doppiamente questa volta, perchè la gelosia ha un argomento visibile su cui esercitarsi, e perchè infine ella ama la marchesa di Moya, e non vorrebbe privarsi di lei.

—Dio, come sei bella!—le disse al secondo giorno dell’entrata in Valladolid, non potendo più reggere alla sua pena.—Sei troppo bella, Bovadilla!—

Donna Beatrice diede in uno scoppio di risa, che mostrava tutta la sua bell’indole, ma ancora più i suoi bellissimi denti.

—Alla mia età,—rispose poscia,—non mi aspettavo più un simile discorso. È anche vero che Vostra Altezza ha il più bel cuore della cristianità.

—Oh, non è il mio cuore, quello che parla; sono i miei occhi;—replicò Giovanna, abbracciandola con tenerezza, come se volesse in quell’atto premunirsi contro la cattiveria del sentimento da cui si sentiva già invadere.—Tu hai bevuto alla fontana di giovinezza, che i maghi moreschi hanno fatta scaturire in qualche parte della Spagna. Dimmi dov’è, tu che lo sai; e dov’è la fontana della bellezza miracolosa. Perchè anche di questa ne hai bevuto, Bovadilla. Negalo, se puoi! C’è qualcheduno che ti vede troppo di buon occhio; ed io non voglio, Bovadilla, non voglio.

—Vostra Altezza si rassicuri anche contro le illusioni degli occhi;—rispose Beatrice di Bovadilla, mettendosi sul grave.—Io voglio farle qui una bella confessione.

—Ah sì, sentiamo, Bovadilla!—gridò la regina, battendo le palme dalla gioia.—Tu hai pure un certo modo originale di dir le cose più fini!

—Ringrazio Vostra Altezza, e incomincio con una domanda, ch’ella vorrà perdonarmi. Che cosa ho fatto, io, che cosa ho detto io alla mia regina, appena ella è smontata sulla spiaggia di Laredo?

—Non so più bene;—rispose Giovanna, sconcertata da quel modo di cominciare, che veramente era più originale di quanto ella potesse aspettarsi.—Ricordo che mi hai presentato don Bartolomeo Colon.

—Con una lettera, non è vero?

—Sì, con una lettera di ossequio, di suo fratello l’Almirante.

—Almirante maggiore del mare Oceáno;—aggiunse a mo’ di glossa in margine la marchesa di Moya, badando anche a batter bene l’accento sulla penultima di Oceáno, com’ella soleva.—E la lettera diceva, oltre le parole di ossequio? Non forse che l’Almirante aspettava giustizia dai nuovi sovrani?

—Sì, è vero; e la faremo. Ma che vuoi tu dire con ciò?

—Questo, mia buona regina: che anch’io, dopo l’ossequio dovuto a Vostra Altezza, non vedevo più altro fuorchè don Cristoval Colon, il grand’uomo, il luminare del mondo.

—Come ne parli!—esclamò Giovanna, guardandola fissamente negli, occhi.—E non temi, dandogli questo titolo, di far torto ad Apollo, il dio della luce?

—Non ho da render conto agli Dei; amo quell’uomo. Scendesse Apollo in terra, Apollo che è pure il dio della bellezza, della poesia e dell’arte, egli non avrebbe uno sguardo da me: non lo avrebbe avuto quand’ero ancor giovine, e bella davvero (posso oggi parlarne senza incorrere la taccia di superbia) e già amavo don Cristoval.

—Lo hai amato.... e lo ami sempre....—disse Giovanna, seguendo a modo suo il filo di quello strano discorso.—Bella cosa, amar sempre.... ed essere amata! Perchè non lo sposi?

—Non posso;—rispose Beatrice Bovadilla, con accento di profonda tristezza.

—Non puoi? E chi lo impedisce? Posso io esserti utile?

—No, mia signora;—mormorò Beatrice sospirando.—C’è un triste segreto di mezzo, il segreto di Cordova!

—Posso io saperlo? Vuoi dirmelo?—

La marchesa di Moya non poteva ricusare alla innocente curiosità della pietosa regina il resto di una confessione, ch’ella stessa si era proposta di fare. Ed anche le pareva di sfogare la piena del suo dolore, narrandone ancora una volta le tristi cagioni. Narrò dunque, svelò intieramente il segreto di Cordova.

—E quella donna?—domandò la regina.—Se è libera, come tu dici, non darà la sua mano a don Cristoval?

—Non vuol saperne;—rispose Beatrice di Bovadilla.

—Non vuol saperne? e perchè, dopo il suo fallo? ed essendo questo l’unico modo di ripararlo?

—Non lo so;—disse Beatrice.—Pare che le sia entrata nel cuore una avversione invincibile contro il padre del suo Fernando, anche prima che questi nascesse. Misteri della povera carne! Ed io non cercherò di approfondirli. Pure ho tentato di ricondurla alla ragione, quella donna ostinata; e tanti anni fa, ed ancora in questi ultimi tempi. Dio mi è testimone che ho fatto ogni mio potere per convincerla. Non trovandola io, ed essendo chiamata dal segnale dei fuochi d’allegrezza a Laredo, ho posto sulle sue tracce una fidata persona, che l’ha ritrovata finalmente a Granata, consegnandole una lettera mia. Frate Alessandro, un buon francescano, che era il mio messaggero, è tornato iersera da me, senza aver nulla ottenuto. Le ha parlato da religioso e da cavaliere ad un tempo, ma senza alcun frutto. Gli ha risposto che è contenta così, e che vuol vivere in pace. Ma forse io m’inganno, sulla avversione inesplicabile di lei. Se don Cristoval fosse in auge, parlerebbe ella ancora così? Certo, non amerà esser la moglie di un povero abbandonato.

—E se io lo rimettessi in onore?—disse Giovanna.—Se io gli rendessi, unita col mio Filippo, tutti i suoi titoli, i suoi diritti, i suoi privilegi?...

—Chi sa? forse allora si muterebbe il suo cuore.

—E tu ne saresti contenta?—

Beatrice di Bovadilla stette dubbiosa un istante: ma si pose una mano sul cuore, come per reprimerne le voci ribelli, e rispose con accento sicuro:

—Sì, perchè mi parrebbe di avere adempiuto l’obbligo mio.

—Ami tu in questo modo?

—Ma sì, mia dolce signora. Ognuna di noi ama in un suo modo particolare. Il mio non rifugge dal sacrifizio.

—Povera Bovadilla, come devi soffrire! Ed è sempre bello, il tuo Almirante? bello, come io l’ho veduto bambina, alto, maestoso, sereno, con quei grandi occhi azzurri e quelle labbra che facevano anche più bello il sorriso?

—Sempre!—rispose Bovadilla, chiudendo gli occhi con atto religioso;—sempre tale io lo vedo, attraverso la nebbia degli anni. Ed è bello come un dio antico, sul cui capo sia passato il dolore, lasciandogli i suoi segni augusti nel viso. I travagli della vita lo hanno estenuato; gli tremano le membra, e spesso ricusano di sostenerlo; ma i suoi alti servigi ne han colpa. La fronte, ampia e serena, è campo di celesti pensieri, di cui si vorrebb’essere a parte; gli occhi scintillano, dardeggiano, e passano i cuori; le labbra.... ha detto bene Vostra Altezza.... le labbra son tali da fare anche più bello il sorriso, la cosa più bella, forse l’unica bella sulla faccia dell’uomo. L’aureola dei suoi patimenti raddoppia quella delle sue imprese immortali; essa fa di lui il più grande fra gli uomini.

—Che ardore!—esclamò la regina.—Ma quando si ama, si pensa così. Niente val più del nostro amore; niente val più dell’uomo che amiamo.—

Giovanna era sul punto di cadere in una delle sue estasi frequenti, donde tornava poi tanto difficile richiamarla alle cure volgari della vita.

—Ed io non abbandonerò più quell’uomo;—ripigliò la marchesa, alzando la voce, come per trattenere lo spirito vagabondo della regina.—Anzi, mi ascolti Vostra Altezza, io dovrò pregarla ben presto di darmi licenza. Alla mia regina ho portato l’omaggio di un cuore devoto; ma ella non avrà più bisogno di me; resterò a Valladolid.—

Un moto involontario d’allegrezza agitò il cuore e tinse d’una fiamma fugace le pallide guance della gelosa regina. Ma la gelosa era buona, ed amava la sua Bovadilla; perciò represse a forza quel senso importuno di gioia, che sarebbe anche parso di brutta ingratitudine.

—Mia cara!—diss’ella.—Ciò che vuoi fare a Valladolid non si accorda troppo bene con ciò che speri di ottener da Granata. Ma speriamo che Granata persista nel suo rifiuto; non ti rifiuterò io ciò che domandi per il tuo Almirante. Lascia che si compongano queste difficoltà con mio padre, e che io sia libera di dar corso ai voti del mio cuore, ed io penserò a don Cristoval Colon in modo da farti contenta. Sarà questo il mio primo atto di regno.

—Faccia la mia signora che sia soltanto il secondo;—rispose la marchesa di Moya.

—Come?—gridò la regina.—C’è altro, che ti preme di più?

—Non già che mi prema di più, ma che può farsi prima, che può farsi fin d’oggi.

—Che cosa? Sentiamo.

—Una visita al palazzo di giustizia, o, per dire più veramente, alle carceri attigue.

—Per che fare?

—Per liberare una povera donna, che molto mi sta a cuore, come sta a cuore del signor Almirante, essendo essa la moglie di un degno gentiluomo, suo concittadino e fedele servitore.

—Che cosa ha fatto questa donna? ha commesso un delitto?

—Sì, e gravissimo; è moglie ad un uomo che non voleva prestarsi ad un tradimento contro Giovanna e Filippo, legittimi sovrani di Castiglia.—

Così avendo incominciato, Beatrice di Bovadilla narrò tutta la storia del conte Fiesco e della contessa Juana. L’anima mite della regina si turbò grandemente al racconto di quella prepotenza inaudita, che, com’ella disse, gridava vendetta a Dio.

—E giustizia ai suoi ministri in terra;—conchiuse la marchesa di Moya.—Così si è messo il coltello alla gola d’un povero gentiluomo, straniero di nascita, ma vissuto parecchi anni ai servizi di Castiglia. E si aspetta da San Domingo la prova che la contessa di Lavagna non sia stata suddita Spagnuola. E si aspetta da Genova la prova che sia veramente la moglie del conte Fiesco. Se poi il conte Fiesco si decide a far firmare questo trattato dal re Cristianissimo, non c’è più mestieri di prove da Genova, non c’è più mestieri di prove da San Domingo, e la prigioniera è restituita al povero conte.—

Così dicendo, la marchesa di Moya aveva cavato un foglio dalla sua borsa di velluto, e lo metteva sotto gli occhi della regina.

Giovanna lèsse, e strinse convulsamente le labbra.

—Pazienza per me, che sono sua figlia;—diss’ella.—Ma contro i diritti di Filippo! È orribile, sai? Son pazza.... pazza io, perchè amo! Così avess’egli veramente amata mia madre, che non vedrei sul trono di Aragona la sua Germana di Foix! Ed è della sua cancelleria, lo scritto;—soggiunse, guardando ancora il foglio malaugurato.—Conosco la mano del suo segretario Fernando Alvarez di Toledo; un Castigliano che non abbiamo ancor veduto alla nostra corte! Meglio così, dopo tutto; che io non lo vedrei di buon occhio. Mi lasci questo foglio?

—È commesso alla mia fede, signora. Questo posso giurare, che non andrà, per le mani d’un Fiesco, a Parigi.

—Ripiglialo, Bovadilla. Tanto, mi scotterebbe le mani. E mi dicevi che le carceri sono attigue al palazzo di Giustizia?

—Sì, e se Vostra Altezza ama davvero la sua Bovadilla....

—E la mia Bovadilla, e la giustizia del mio regno;—rispose con nobile accento la regina.—Andiamo senza perdere un istante. Dov’è Filippo? Si cerchi del re.—

Filippo non era a palazzo. Mezz’ora prima era montato a cavallo, in compagnia del duca di Ossuna. Per dove? Non si sapeva; ma certamente non poteva andare lontano, non avendo accennato ad una lunga assenza. Era andato a passeggio; non si trattava dunque se non di una delle solite scappate mattutine, per veder la città. Il giovane re era come uno scolaretto, a cui pesino troppo le sue ore di studio, sotto gli occhi e la sferza del pedagogo.

Giovanna si addolorò di quella passeggiata, che si faceva senza di lei, e senza pure avvertirla. Ah, le belle di Valladolid! volevano farla disperare, come quelle di Brusselles, come quelle di Londra!

—Mia signora,—disse Beatrice, che non voleva altri indugi,—se il re Filippo non è a palazzo, lo troveremo fuori, facendo un giro per la città. E del resto, si fa presto a trovarlo.—

Era in anticamera il marchese di Lucena; la marchesa lo chiamò, e in presenza della regina gli disse:

—Lucena, siate oggi, con licenza di Sua Altezza, il mio aiutante. Uscite e cercate del re don Filippo; ditegli che la regina è andata fino al palazzo di giustizia, per visitare le carceri, e lo attende colà.

—Lo desidera;—corrèsse la regina.

—Vostra Altezza sarà obbedita;—rispose il marchese di Lucena, muovendosi tosto per partire.

—E veduto il re,—aggiunse la marchesa,—cercate del conte Fiesco. Lo troverete probabilmente in casa del signor Almirante Colon. Ditegli, vi prego, di venirmi a trovare alle carceri. Il ritrovo non sarà bello,—soggiunse ella ridendo,—ma non l’ho inventato io, e bisogna prender le cose del mondo come vengono.—

Il marchese di Lucena s’inchinò, e partì come una freccia.

Mezz’ora dopo, la regina Giovanna, seguita dalla sua dama di palazzo, da due cavalieri d’onore e da un drappello d’arcieri, si presentava all’ingresso delle carceri, detto il palazzo di giustizia.

—Sua Altezza la regina di Castiglia! aprite!—intimò il capo degli arcieri.

Il cancello si aperse, e la regina entrò in un cortile di vecchio convento, diventato prigione. Il prevosto delle carceri non tardò ad apparire dall’alto di una scala, e tutto confuso da quella visita inaspettata scese a precipizio, rischiando un paio di volte di fiaccarcisi il collo.

—Agli ordini di Vostra Altezza;—balbettò egli, piegandosi in due;—agli ordini di Vostra Altezza.

—Voglio visitare le carceri;—disse la regina, con piglio severo.—Precedimi.—

Il prevosto non osava passare avanti: ma Beatrice di Bovadilla gli fece notare che dove Sua Altezza ordinava, il cerimoniale portava di obbedire. E il prevosto si piegò in due una seconda volta, precedendo la comitiva fino al piano superiore del chiostro.

—Non aspettavate di rivedermi così presto?—gli disse a mezza voce la marchesa di Moya, mentre la regina si affacciava nell’intercolonnio, a guardare di sotto e d’intorno.

—Signora.... sa Iddio se avrei voluto contentarvi l’altro giorno; ma ho comandi superiori.... sono schiavo del dovere....

—Il vostro dovere lo vedremo quest’oggi;—ribattè la marchesa.—E preparatevi a farlo bene.

—Che cosa gli dici?—domandò la regina, avvicinandosi.

—Che si disponga a liberare il mozzo Bonito, secondo gli ordini di Vostra Altezza;—rispose la marchesa di Moya.

—Tale è infatti il nostro piacere;—disse la regina.—Dov’è egli?

—È là, al numero sette, voltato quell’angolo del corridoio;—rispose il prevosto, più confuso che mai.—Ma.... voglia perdonarmi Vostra Altezza.... So bene che Vostra Altezza comanda.... Tutta Valladolid lo dice; ma io, povero vecchio soldato, schiavo del mio dovere....

—Vuoi dire che non hai libertà di obbedirmi? Colpa di chi non te lo ha fatto sapere in tempo;—replicò la regina, con più asseveranza che non fosse dato aspettare da lei.—Apri quell’uscio, e metti fuori il prigioniero, a cui faccio grazia, se forse non è meglio dire gli rendo giustizia.—

Il povero prevosto nicchiava. L’aspetto imperioso della regina egli lo vedeva, e ne tremava tutto: ma aveva anche agli occhi le immagini del re Ferdinando e del suo potente ministro Ximenes.

—Mia signora....—balbettò egli.—Se almeno avessi un ordine in iscritto!

—Non c’è altra difficoltà?—disse la marchesa di Moya.—Portate qua penna e calamaio con un foglio di carta, e l’ordine è presto fatto.

—Capisco.... sì, capisco bene. Ma gli ordini, forse, andrebbero meglio se firmati da due.... dalla regina e dal re. Il re e la regina sono inseparabili.—

La marchesa di Moya stava già per rispondergli. Ma la regina fu colpita dalle parole dello scrupoloso carceriere.

—Hai ragione, buon servo della corona di Castiglia;—diss’ella, intenerita.—Tu pensi che Filippo debba esser sempre accanto a Giovanna? Ricordami queste tue parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e ti sarà concessa, te lo prometto fin d’ora.—

Ciò detto rimase estatica, pensando e guardando fissamente davanti a sè. Era uno dei momenti pericolosi, per chiunque aspettasse qualche cosa da lei. La povera estatica non era più capace di nulla.

—Possiamo almeno entrare, a visitare il prigioniero;—disse la marchesa, alzando la voce.—Apriteci, signor prevosto. E Vostra Altezza si degni di entrare,—soggiunse, premendo con devota amorevolezza il braccio della regina.—La contessa Juana del Fiesco aspetta una buona parola dal bel labbro regale.

—Bel labbro!...—mormorò la regina.—Bel labbro!... Come sei originale, Bovadilla! Andiamo dunque;—soggiunse, alzando a sua volta la voce;—e portiamo la buona parola. Bel labbro!—tornò a ripetere sommessamente.—Bel labbro! Così parlasse Filippo!—

La regina voleva visitare il prigioniero; era nel suo diritto, e adempiva anche uno dei precetti della santa madre Chiesa. Il prevosto non ebbe argomenti da opporre, e mise mano alle chiavi. La cella del numero sette fu aperta, e la regina passò.

Il mozzo Bonito era là, nel vano dell’unica finestra onde prendeva luce la cella; e stava con la fronte appoggiata alle sbarre d’una inferriata, per sentire il fresco del metallo, e per bere un soffio d’aria, della buona aria del cielo, della eterna libera, che forse ignora la sua grande fortuna. Non si era volto, all’aprirsi dell’uscio, pensando che si trattasse d’una delle solite visite de’ suoi carcerieri; ma si volse al fruscío delle vesti femminili, e ad una ondata d’insolita fragranza che penetrava in quel chiuso. Vide allora le dame, riconobbe la marchesa di Moya, e si gettò nelle braccia che essa gli tendeva in quel punto.

—Ecco la regina, mozzo Bonito;—fu pronta a dire la marchesa di Moya;—la regina Giovanna, che vi fa la grazia di venirvi a vedere.—

Il mozzo Bonito guardò quella dama dal malinconico aspetto e dai grandi occhi buoni; si chinò, le prese la mano, baciandola divotamente, e ruppe in uno scoppio di pianto. Erano le prime lagrime che Fior d’oro avesse versate là dentro.

—Mozzo Bonito! mozzo Bonito!—esclamò la regina, commuovendosi.—O piuttosto, contessa del Fiesco.... Sappiamo tutto: non piangete; siamo qua noi. Dio!—soggiunse, volgendosi alla marchesa.—Come è bella! Se avesse i capelli biondi, non si direbbe?...

—La regina vi fa giustizia;—prese a dire la marchesa, cercando di rompere il corso dei pensieri regali.—Essa abomina una odiosa prepotenza, a cui il suo governo è straniero. La regina vi ama, e vi conduce a respirare un’aria più sana. Venite, contessa, e ringraziate la regina fuori da questa orribile stanza.

—Ci sa di rinchiuso;—aggiunse la regina, muovendosi.—E come è brutta la prigione!—

Uscita dalla triste stanzetta, la comitiva svoltò l’angolo del corridoio, avviandosi a quella parte dond’era venuta. Il signor prevosto delle carceri si trovò male a quella vista, e fu per cacciarsi le mani nei capelli. Come richiamar dentro il prigioniero, senza offendere la regina, che andava oltre, tenendogli per dimostrazione di benevolenza una mano sugli ómeri? La marchesa di Moya, che veniva dopo di loro a pochi passi di distanza, vide il comico agitarsi del disgraziato; ma non si diè cura delle sue smanie, e seguitò imperturbata un esodo che le pareva troppo bene avviato. Ma egli non la intendeva così; e fattosi animo, afferrò la marchesa per una manica ricadente della sua sopravveste di broccato.

—Signora marchesa.... mia buona signora marchesa....—ansimava egli con voce soffocata.—È un tradimento.... Sono un uomo rovinato....

—Che cosa vi avevo detto io, signor prevosto?—ribattè la marchesa, traendo a sè la sua manica.—Carta, penna e calamaio, e vi si fa l’ordine di scarcerazione.

—Ma senza la firma del re?

—Ecco, voi non siete ragionevole nei vostri desiderii. La regina vi ha detto: ripetimi le tue belle parole, quando avrai qualche cosa da chiedermi, e sarai contentato. Avete voi chiesto allora che il re autenticasse la parola di lei? E non andrete un giorno o l’altro a chiedere un posto migliore, anche senza avere la firma del re?

—Ma ancora non è detto che io l’ottenga!—rispose il prevosto.

—E il modo vostro è cattivo, se mai, per ottenere qualche cosa;—ribattè la marchesa.—Credete voi che fugga Giovanna stasera, e sia qui domani da capo il re d’Aragona? Ah, per buona sorte, e per rimettervi il fiato in corpo,—soggiunse ella, ridendo,—eccolo qua un re, signor prevosto, e migliore di quello che volevate servire. Animo! carta, penna e calamaio, se non volete che il re e la regina vadano via, senza lasciarvi due righe di biglietto.—

Il marchese di Lucena aveva fatte le cose per bene. Filippo, accompagnato dal buon duca d’Ossuna, era giunto allora nel chiostro, e stava a colloquio colla regina. Egli ebbe notizia di ciò che Giovanna aveva fatto, e stava rivolgendo qualche frase benevola al prigioniero liberato, quando la marchesa di Moya si avanzò per dargli spiegazioni più minute.

—Bene! egregiamente!—disse Filippo, a cui poco bastava, e che lì per lì si sarebbe anche contentato di niente.—Facciamo dunque un po’ di giustizia? Mi par d’andare a nozze una seconda volta. Ma sì!—aggiunse lesto, vedendo oscurarsi la fronte di Giovanna.—Con la giustizia, oggi, come già ci andai con la grazia.—

Il prevosto aveva fatto portare uno scrittoio, con la carta, il calamaio e la penna. Gli fu steso l’ordine di scarcerazione, e Filippo si avvicinò allo scrittoio per apporre la firma: Yo el Rey.

—È la prima che faccio, in Valladolid; ed ora, mia cara Giovanna, a voi.—

Giovanna sussultò a quel dolcissimo aggiunto; e tutto il suo essere palpitava, radiava incontro a quell’uomo biondo e bello come un giovane iddio. Guardando a mala pena la carta, e subito levando gli occhi verso Filippo, scrisse accanto alla firma di lui: Yo la Reyna.

—Basta così, per voi?—chiese la marchesa di Moya al prevosto.

—Sì, signora marchesa;—rispose egli, chinando il capo più in giù delle spalle.

—Ma ancora non basta a me;—ripigliò la signora.—Questo scrittoio può servire a qualche altro po’ di giustizia, se Sua Altezza permette. Ossuna, volete voi scrivere un salvacondotto per don Bartolomeo Fiesco, conte di Lavagna, per la contessa sua moglie, e per ogni altra persona che fosse con lui in terra di Castiglia e Leon, che nessuno li possa mai molestare nè imprigionare?

—Il re e la regina permettono;—disse il buon duca di Ossuna, vedendo sorridere i sovrani e far segno di assenso.—Dettate voi, marchesa, che sapete i nomi e i titoli, e il bisogno del conte.—

La marchesa dettò; Filippo e Giovanna firmarono ancora, l’uno di costa all’altro, e il duca d’Ossuna v’aggiunse il suo nome, entrando così in carica di segretario.

—Due buone azioni, e fatte insieme;—disse la regina.—Sono contenta, Filippo.

Ma Filippo s’era messo e dire troppe garbatezze al mozzo Bonito, e già pareva non avesse più occhi se non per lui. Onde la regina strinse il braccio di Bovadilla, su cui s’era appoggiata per scender la scala; e stringendo il braccio, le disse all’orecchio:

—Odio il mozzo Bonito. È troppo bello; portalo via.

—Lo manderò, piuttosto; perchè vedo là in fondo allo scalone il conte di Lavagna, che sarà più felice di accompagnarlo. Se pure,—aggiunse la marchesa,—Vostra Altezza non vuol liberarsi di me.

—No, no, rimani; son pazza;—mormorò Giovanna, stringendosi a lei.—Son pazza! son pazza!—seguitava sommessamente.—Lo ha detto anche mio padre.

—Pazza d’amore;—le sussurrò Beatrice di Bovadilla all’orecchio.—Ed è bello, in una donna, esser pazza così.

—Anche tu, non è vero, Bovadilla? Accompagnami a palazzo; non son gelosa di te. Ma oggi, piuttosto, per avere il tuo premio, o per darlo altrui con la tua dolce presenza, andrai dagli amici tuoi che t’aspetteranno, e dirai a don Cristoval che Giovanna di Castiglia farà giustizia anche a lui. Come è bello far giustizia! Piace anche a Filippo; ed è più bello ancora scrivere il proprio nome accanto al suo. Inseparabili! inseparabili nella vita! Ma bisognerebbe anche esser tali nella morte; non credi?—


Indice

Capitolo XVII.

Sposi novelli.

Dicono che l’uomo non intenda pienamente il suo bene, se non quando gli sia accaduto di perderlo, e che non sia maggior dolore del ricordarsene senza speranza, nè maggiore felicità del ricuperarlo dopo tanto sconforto. Ma il capitano Fiesco, per intendere il suo, non aveva mestieri di vederselo rapire a quel modo. Il doloroso esperimento, se mai, lo aveva già fatto una volta a San Domingo; e in verità non c’era bisogno d’insegnargli più nulla con un nuovo pericolo. E il pericolo era stato assai grave, ad onta delle speranze che gli faceva balenare davanti agli occhi il ministro Ximenes. Come sperare che Gian Aloise si mettesse per il suo disgraziato parente in una lunga peregrinazione e in uno spinoso negozio, se quel suo parente gli aveva poco prima ricusato di muoversi per lui a più breve viaggio e a più facile impresa? E se pure Gian Aloise si fosse lasciato persuadere per amor di Juana, da lui tenuta al fonte battesimale, da lui accompagnata all’ara nuziale, era da credere che sarebbe egualmente venuto a capo di una trattazione, che doveva essere tanto più malagevole, quanto più pareva premere al re Ferdinando? Se i negoziati fallivano a Parigi, addio speranze di Valladolid. E il capitano Fiesco si sarebbe ucciso, non potendo sopravvivere a Fior d’oro, irremissibilmente perduta. Triste chiusa al poema! Ed era questo il suo pensiero dominante, l’unico che lo tenesse in vita.

Un raggio di speranza lo aveva portato con sè la marchesa di Moya. Si era sentito rinascere all’annunzio che i nuovi sovrani di Castiglia sarebbero giunti a Laredo, togliendo al perfido Aragonese l’amministrazione del regno. Ma anche un animoso tentativo della generosa Beatrice di Bovadilla era andato a vuoto. Il prevosto delle carceri, pregato, minacciato da lei, aveva resistito a preghiere, a minacce; e donna Beatrice era partita per Burgos, promettendo molto al povero conte, animandolo a sperare da capo, ma neanche lei ben certa di promettere utilmente, di dargli speranze efficaci. E i giorni passavano, ed erano giorni d’angoscia terribile. Ferdinando era andato a Burgos, incontro ai nuovi sovrani. Accorto com’era, non avrebbe acquistato sovr’essi un ascendente che già gli poteva assicurare la sua condizione di padre? Ma no; i giovani sovrani avevano lasciato Burgos, per scendere a Valladolid. Quel padre astuto non aveva vinto ancora. Per contro, venuta a Valladolid con la regina Giovanna, la marchesa di Moya non si era lasciata vedere in casa dell’Almirante. Che voleva dir ciò? Una cosa sola: che la dama di palazzo non aveva potuto, nei primi momenti dell’arrivo in Valladolid, allontanarsi dal fianco della regina; che se avesse potuto farlo, non lo avrebbe neanche voluto, amando meglio restar là, a vigilare, a spiar le occasioni, a cogliere il buon momento per tentare un gran colpo. La marchesa di Moya non era donna da dimenticare gli amici, nè da lasciarli in angustie.

Che gioia, quando il marchese di Lucena, comparso improvvisamente nella casa di Gil García, ebbe detto al Fiesco: “signor conte, andate subito alle carceri del palazzo di giustizia; la marchesa di Moya vi aspetta colà!„ E che bella giornata era quella! com’era sereno il cielo! com’erano liete le strade, per cui egli passava, non andando, non correndo, volando!

C’era folla, sulla piazzetta delle carceri, e gli arcieri stentavano a contenerla. Gli si fece largo, nondimeno: era un gentiluomo, doveva appartenere al séguito dei sovrani di Castiglia, che erano andati là dentro, per compiere un atto di grazia, di giustizia, di clemenza regale. Sì, c’era un po’ di tutto questo, nell’atto, e non bisognava perdere il tempo ad almanaccarci su. Il capitano Fiesco sentiva le benedizioni, e il cuore gli si allargava in petto, mentre la persona si faceva sottile ed elastica, per scivolare in mezzo alla calca.

Entrò nel portico del chiostro, mentre la comitiva regale scendeva lo scalone. Si trasse indietro per darle il passo, e il cuore gli balzò in petto più forte, poichè vide in quella comitiva il mozzo Bonito. Anche il mozzo Bonito avea visto lui, e rizzando la sua bella testina in mezzo a quel barbaglio d’oro e di seta che scendeva con lui dagli ultimi scalini, si era recato la mano alle labbra; col sommo delle dita gli gittava il suo bacio, con un lampo degli occhi gl’illuminava quel bacio.

Dalla marchesa di Moya fu presentato alla regina; fece un profondo inchino, balbettò poche frasi rotte dalla confusione del momento; ma in quella confusione gli venne bene di poter salutare in lei “l’angelo di Castiglia.„ Angelo per la bontà, si capisce; ma gli angeli sono anche belli. E il complimento, fiorito così naturalmente sulle labbra del cavaliere, doveva tornar sommamente gradito al cuore della regina.

—Signor conte di Lavagna,—diss’ella amabilmente,—noi vi rendiamo un tesoro. Andate, e custoditelo, per vostra fortuna e sua. Se mai vi accada di abbisognare del nostro appoggio, contate su noi, che saremo sempre felici di rivedervi.—

Ciò detto, e baciato sulle guance il bel mozzo Bonito, congedò graziosamente gli sposi, che rimasero lì, contro il muro, per lasciarla passare. Ma ella volle che passasse prima Filippo; indi, tra gli applausi e le acclamazioni della folla, entrò nella sua lettiga, che tosto si mosse, per ricondurla al palazzo reale.

La marchesa di Moya aveva trovato il tempo di consegnare un foglio al conte Fiesco.

—Eccovi un salvacondotto, che abbiamo potuto aggiungere ad un biglietto di scarcerazione;—diss’ella.—Dov’è il più, non conta il meno: pure, sarà sempre bene tenerlo. Andate; ci rivedremo dall’Almirante, stasera.—

La folla si assiepava intorno ai sovrani, non badava più ad altro, e lasciava libero il passo rasente al muro dell’edifizio. Il capitano Fiesco, preso il mozzo Bonito sotto il patrocinio d’un braccio amoroso, scivolò destramente da quel vano in una viuzza laterale.

Andavano, andavano muti e palpitanti d’allegrezza profonda; andavano senza saper dove, felici di andare e d’essere insieme. Quante cose avevano a dirsi! ma tutte inutili, davanti alla gioia di trovarsi ricongiunti, ricuperati l’un l’altro, come rinati insieme ad un medesimo soffio di vita. Le strade tortuose, lunghe, malinconiche, erano sentieri di paradiso per essi; e lembi di cielo azzurro non ridevano dall’alto, tra le grondaie dei tetti? La gente guardava un po’ troppo i due viandanti felici; ed essi, per quanto andassero spensierati, non potevano sempre esser tanto distratti, da non vedere quegli sguardi curiosi. Gente indiscreta! E non si dava mica pensiero delle coppie di colombi, che svolazzavano di continuo da una casa all’altra, venendo a grugare, a bezzicarsi sulle sponde dei cornicioni, sui davanzali delle finestre, sugli sporti dei tetti! Perchè pigliarsi cura di due felici mortali, che se ne andavano allegramente pei fatti loro, non dando noia a nessuno? Adagio, a non dar noia! L’uomo felice ne dà sempre un pochino al suo prossimo. E i nostri felici non istettero molto a capirlo, perchè bel bello, senza dirselo, un po’ vergognosi, ma anche un po’ sorridendo, si spiccarono l’uno dall’altro, muovendo il passo più svelto, e girando con tacito consenso verso le vie più deserte, finchè riuscirono sulla spianata delle mura di Valladolid. Ah, benedetto il cielo, che per intanto si vedeva più largo! e con molta campagna davanti agli occhi, e senza curiosi indiscreti dattorno, con un po’ di giardini lungo la strada solitaria, e qualche modesta casetta qua e là. Bel luogo campestre, tanto più bello quanto era più lontana l’ora dei vespri rumorosi del popolino! E come invitava bene un’insegna di posada, su cui era scritto in grosse lettere: a la Gaita Zamorana!

—Dovrebb’essere una piva, la gaita;—notò il capitano Fiesco.—A casa nostra, quando va a male un’impresa, si dice che l’uomo ritorna con le pive nel sacco. Mi par di vedere il re Ferdinando, e il suo ministro Ximenes. E non ti pare un’insegna di buon augurio, Fior d’oro? Non hai sete? non hai fame?

—Un po’ di verde e un po’ di pace!—esclamò Fior d’oro, traendo un lungo sospiro.

—Questo prima di tutto;—riprese il capitano Fiesco.—Ma io ritorno anche al desiderio di vivere. E sarà, se tu vuoi, il primo boccone che dopo tanti giorni d’angoscia non m’andrà di traverso.—

Fior d’oro si strinse amorosamente al fianco del suo cavaliere. E tutt’e due entrarono nella posada della Gaita Zamorana. Due minuti dopo erano nel giardino attiguo, seduti sotto un pergolato di vigna, che incominciava a vestirsi di pampini.

Qui, mentre l’ostessa andava e veniva col meglio della sua cucina, scusandosi di non poter fare di più a cagione dell’ora bruciata, i suoi due forestieri si scambiavano le prime parole un poco ordinate, i primi pensieri un po’ riposati, riandando i giorni dolorosi della loro separazione.

—Che orrore, Fior d’oro! E che angoscia, la mia, pensando a quello che tu dovevi soffrire! Come avrai pianto, mia povera bella!

—No, sai? Per te, mi sono afflitta; per me, non ho versato neanche una lagrima. Ero tranquilla. Come ciò fosse non so; ma dopo il primo momento di sdegno per la infamia del re Ferdinando, una gran pace si era fatta nell’animo mio, per effetto di una profonda sicurezza. Ti sentivo presente, Damiano, ti sentivo molto vicino a me, ed ero tranquilla. Vedevo tutti i tuoi passi, udivo quasi le tue parole. Tu hai parlato anche al re.

—Come lo sai?

—Ti ho veduto, ti ho seguito con gli occhi del cuore. Non ho bene inteso tutto; ma tu parlavi alto, come sai, come ti consigliava l’amor tuo per Fior d’oro. Anch’io col Ximenes....

—Ah, sì, egli è venuto infatti da te;—interruppe il capitano.

—Col miele sulle labbra, e non dicendomi il vero;—riprese Fior d’oro.—Mi avevano arrestata, perchè in ispoglie virili; che pretesti infantili! Lo avevo ben inteso io, che il mio delitto era più grave; d’essere Anacoana, la regina di Xaragua, e d’essere fuggita al loro capestro. Come l’hanno scoperto? o come l’hanno sospettato? Ma io, non dubitare, ho accolto per buono il loro pretesto, che mi toglieva dalla dolorosa alternativa di mentire davanti ad anima nata, o di nuocere a te con la mia sincerità.

—Dio!—esclamò il Fiesco, atterrito al solo pensarci.—E come avresti potuto tener fermo alle loro minacce?

—Avrei mentito a mezzo, tacendo. Conosci i figli d’Itiba, o Damiano, come siano saldi ai tormenti. Il cielo non ha consentito loro altra difesa che questa! Ma per me non fu necessario, e la mia povera persona non sarà tanto orgogliosa da ricusare la sua gratitudine alla giustizia del re. Avevo anche indovinato dalle parole del Ximenes che qualche cosa mancava ai miei carcerieri, e che quella cosa si voleva da te, o dal signor Almirante.

—Da me, da me;—rispose il capitano.—Io dovevo ottenere da Gian Aloise che andasse in Francia, per un trattato d’alleanza, onde fosse a Giovanna e a Filippo impedito di regnare in Castiglia.

—E per questo partivi, come annunziava il Ximenes?

—Sì, per salvarti. Anche il signor Almirante mi esortava a far ciò, per quanto danno gliene potesse venire. Scusami, Fior d’oro, ma io, per eccesso d’amore, son meno forte di te. Accetterei tutti i tormenti; non saprei rassegnarmi al rischio di perderti. Ah, gran fortuna, o provvidenza del cielo, l’arrivo della marchesa di Moya! E l’arrivo inatteso di Giovanna! e gli eventi precipitati, con tutto quello che tu hai veduto stamane!

—Beatrice di Bovadilla è una donna incomparabile;—disse Fior d’oro.—Che forza sugli uomini e sulle cose avrebbe avuta il Giocomina, con quella donna al fianco! Una donna,—soggiunse Fior d’oro, con un sorrisetto malizioso,—è spesso un impiccio, pei cavalieri in viaggio; ma è pure un grande aiuto, se ha cuore ed ingegno; non credi?

—Se lo credo! Ma mi fai pensare agli impicci, adorata creatura. Mi fai pensare che bisognerà rinunziare a quello dei tuoi abiti maschili. Buoni laggiù, sulla costa di Maima, e sulla coperta d’un naviglio, con la giunta della pece e della fuliggine che vi faceva parere un diavoletto nero; non potevano andar più in Europa, tra gente più o meno civile, dove bisogna levarsi le croste d’attorno, e mettere in mostra la più bella faccia del mondo nuovo e del vecchio. E vedi, cara, come anche l’ostessa, quando ti viene davanti, non sa più spiccar gli occhi da te.

—Ma sì, ho ben veduto; e m’annoia. Dio sa che cosa s’immagina; che voi, per esempio, bel conte, abbiate piantata laggiù sull’Entella una povera castellana a struggersi in pianti e sospiri, per venire qua a rubar cuori in Castiglia, e portarveli attorno travestiti da scolaretti.

—Ella non vorrà far questa offesa alla contessa Juana del Fiesco, che, se Dio vuole, non è a pianger laggiù;—rispose il capitano, mettendosi volentieri sul medesimo tono.—Venite qua, padrona;—soggiunse, volgendosi all’ostessa, che non era lontana;—vi piace il mozzo Bonito, come gli fa comodo di chiamarsi in viaggio?

—Se mi piace?—esclamò la donna sincera, giungendo le palme ed accostandole al viso.—Per sant’Jago di Compostella, lo mangerei dai baci.

—Alla larga, dunque, e paghiamo lo scotto;—disse il capitano, ridendo di cuore.—Perchè, vedete, padrona? com’è vero che il mozzo Bonito è mia moglie, e si chiama la contessa di Lavagna, voi potreste essere sotto spoglie femminili un bel garzone invaghito di lei, e si dovrebbe far qui alle coltellate.—

L’ostessa della Gaita Zamorana parve molto felice della confidenza che quel gran signore si compiaceva di farle. Perchè aveva capito benissimo di servire un gran signore, che non dissimulava punto il suo essere, e una bella donna sotto mentite spoglie. Quella bella donna era per giunta una gran dama? Tanto meglio, quantunque a lei non glien’entrasse niente in tasca: è poi sempre piacevole di aver da fare con persone di conto; con dame, anzi che con pedine.

—Signor conte,—rispose l’ostessa, inchinandosi;—l’avevo ben capito io, che era una donna. Se la signora mi permetterà, le bacerò la mano, che è bella come il viso.

—Ma, niente divorare, mi raccomando;—gridò il capitano.

—E scusino, le Vostre Eccellenze;—ripigliò l’ostessa, animata:—siete sposi novelli?

—O giù di lì; ma fate conto che ci serbiamo tali per tutta la vita. Due creature che si amano, sono sempre nel dì delle nozze.

—Cavaliero,—esclamò l’ostessa,—voi parlate come un angelo.

—E non vorrete mica divorarlo dai baci anche lui!—scappò detto a Fior d’oro.

—Eh, signora contessa, che dirvi?—rispose l’ostessa.—Si esprime in un certo modo, che tutte le donne dovrebbero volergli un gran bene.

—Ma non dirglielo;—replicò Fior d’oro.—Venite qua, baciate me, e facciamo la pace.

—Con che gusto, signora!—

Così dicendo, l’ostessa della Gaita Zamorana saltò al collo del mozzo Bonito, e gli stampò due bacioni, uno per guancia. Avrebbe ricominciato, se non fosse stata fermata da una osservazione del cavaliere.

—Ponete mente, padrona;—diceva egli;—avete baciate due guance, su cui oggi appunto si sono posate le labbra della vostra regina.

—Signore Iddio! è vero questo?

—Come è vero che qui c’è un castigliano per lo scotto.

—Vi rifaccio il resto, signor conte.

—No, cara; anzi, eccone qui un altro, per fargli compagnia. I castigliani si annoiano, da soli. Quanto a noi, abbiamo passate due belle ore in pace nel vostro giardino; e valgono certamente di più.

—Tornateci, allora.

—Se si potrà: ma temo di no.

—E allora, siate benedetti da Dio; e vi accompagnino tutti i santi del cielo.—

La povera ostessa non capiva più nella pelle. Li accompagnò fino sull’uscio della posada, e aveva le lagrime agli occhi, nel vederli partire.

—Signore! Signore!—balbettava, seguendoli degli occhi, finchè non disparvero dietro una svolta della strada solitaria.—Tanta fortuna, alla Gaita Zamorana! chi l’avrebbe mai detto? Una al giorno, di queste coppie benedette, e in capo a un anno ci ho da comprarmi un poderuccio a Zamora.—

Il poderuccio! il sogno di tutti coloro che non l’hanno. Sarebbero poi più felici, quando l’avessero? Felici, no; ma certamente meglio provveduti, e più tranquilli, per aspettare il gran giorno che tutte le noie finiscano.

—Ma sai, amico mio, che sei matto!—disse Fior d’oro al marito, mentre camminava al suo fianco.—Butti via i castigliani, come se fossero maravedis.

—Ah, lasciami fare, lasciami sfogare!—rispose egli;—Son tanto felice! Questa giornata vale tutto l’oro di Veragua. Ed io, non potendo di più, ci butterei tutto un viaggio del Paradiso, che ho portato saviamente con me, scambio di collocarlo in San Giorgio. Ma anche tu, cara, butti via i baci, come se fossero bucce di limoni. Baci alle regine, baci alle dame di palazzo, baci alle ostesse; io solo, poveraccio, resterò a bocca asciutta.—

Fior d’oro s’accostò a lui, guardandolo in viso.

—Qui, vuoi?—gli disse.

—No, per carità!—esclamò egli.—Siamo nell’abitato, e a Valladolid, che è città dentro terra. Se fossimo in un porto di mare, potrebbe correr liscia, la cosa; si crederebbe che accompagnassi a bordo un ragazzo discolo, e non mi potessi trattenere da una ripresa di tenerezza paterna.—

Così folleggiavano, come due scolaretti in festa. E muovendo per le vie nella direzione del Campo Grande, che era il loro punto d’orientamento per ritrovar la via di casa, andavano col naso in aria, guardando le insegne. Cercavano una sastreria, una bottega di costurera, o qualche cosa di simile, da pigliar lingua, almeno, e trovare il fatto loro. Nelle vicinanze del Campo Grande s’imbatterono invece nel frate scudiero; proprio la mano di Dio.

Frate Alessandro, quel giorno più scudiero che mai (del resto, in quel viaggio di Spagna non aveva indossata la tonaca se non una volta, a Granata), fece festa al suo capitano, e più ancora alla contessa Juana. Sapeva già della liberazione di lei, essendo andato a girandolare intorno al palazzo di giustizia, e avendo avuto dalla gente del vicinato una descrizione del piccolo marinaio, bello come un angelo, levato di là dentro dalla regina Giovanna. Ma a casa non erano tornati; ed egli andava aliando di qua e di là, sperando sempre d’incontrarli.

—M’hai detto d’essere stato altre volte a Valladolid;—gli disse il capitano Fiesco.—Mi troverai dunque una bottega da sarta. La contessa non deve più oltre vestire da mozzo; un travestimento che non inganna nessuno, ed ha il guaio di attirar troppo l’attenzione della gente.

—Niente sarta da donna;—rispose il frate scudiero.—Ho il fatto vostro, se il vecchio Abner non è ancora andato a ricoverarsi nel seno di Abramo.

—Un rigattiere?

—Che! un drappiere, un banchiere, tutto quel che vorrete. Nella casa di Abner c’è un po’ di tutto; perfino un lembo della casacca di Saul.

—Della quale non saprei proprio che farmi;—disse il capitano Fiesco.

—Eh, dico così per farvi intendere che in casa di Abner non manca la stoffa.

—E tagliata ad abito di donna?

—Anche tagliata ad abito di donna, e debitamente cucita.

—Dunque un rigattiere?

—Ma che rigattiere, se mai! Venite, la piazza del Mercadero è qui presso.—

Seguirono il frate scudiero, per due traverse di strada, e sboccarono nella piazza ch’egli diceva, tutta fiancheggiata di portici. Entrarono dietro a lui in un androne, che mandava odor di pannine il che non era da rigattieri, e conciliò l’animo del capitano con Abner, e perfino con la casacca di Saul.

Giunto in fondo all’androne, il frate scudiero levò la faccia in alto, verso una scala, e gridò:

—È qui il degno amico mio Abner Ben Meir Aben Ezra?

—Chi mi chiama amico?—rispose una voce nasale.—Son qua. Datevi la briga di salire; non più di venti scalini.

—Ma alti come i piuoli della scala di Giacobbe;—disse sotto voce il frate scudiero.—Madonna, vi faccio strada.

—Sei forte d’ebraico;—notò il capitano.

—Eh, si fa quel che si può;—rispose umilmente quell’altro.—Del resto, qui non ci sono difficoltà. Abner, figlio di Meir, nipote di Esdra; tutti nomi di brave persone dell’antico Testamento. Abner, da non confondere col generale di Saul, discende, a sentirlo, da un gran rabbino di Toledo, che fiorì nel dodicesimo secolo. È dunque carico di gloria; ma più ancora di roba. E se vive, e gli è cresciuta debitamente una bella bambina, che egli aveva dieci anni fa, vedrete che bocciuolo di rosa.

—E san Francesco permette di badare a queste cose?—disse il capitano, battendo della mano sulla spalla al frate scudiero.—E di bazzicare col leone di Giuda?

—Il glorioso san Francesco non dubitava di andar dai lebbrosi;—notò il frate scudiero.—E vedere, e giudicare quel che si vede, non ha egli proibito a nessuno. Aggiungete che il vecchio Abner fu sempre un grande amico dei Francescani, a cui fece sempre elemosina.

—Di bene in meglio;—conchiuse il capitano.—Andiamo a vedere questa fenice d’Israele.—

Il vecchio Abner non riconobbe alle prime l’amico, che con tal nome lo aveva apostrofato dal fondo della scala, e frate Alessandro fu costretto a rinfrescargli la memoria. Del resto, il frate conduceva un buon avventore, di cui gli recitava nome, cognome, titoli, patria, e vita e miracoli; tutta roba da farlo diventare morbido e pieghevole come una pelle di guanto.

Per quel nobilissimo avventore, il vecchio Abner Ben Meir Aben Ezra ci aveva di tutto, e dell’altro ancora, com’egli si compiaceva di dire. Le sue stanze erano piene di banchi, e di scaffali, che andavano fino ai cornicioni delle vôlte Apriva cassetti, apriva forzieri, scopriva e metteva in mostra ogni ben di Dio; stoffe in pezza, d’ogni tessuto e d’ogni colore, damaschi e damaschetti, broccati e broccatelli, pannolani e pannolini, scarlatti, ferrandine, zendadi, camellotti, e via discorrendo. Ma il conte Fiesco voleva un abito da donna già fatto, che s’attagliasse alla sua signora, non avendo tempo da perdere. E il vecchio Abner lo fece passare in un altro stanzone, tutto forzieri, casse intagliate e ferrate, stipi, scrigni e bacheche. Era quello il sancta sanctorum del suo tabernacolo, dove, insieme con ori e gioie d’ogni specie, dormivano nello spigo nardo e nella polvere di giaggiólo intieri corredi da sposa, da gran dame, da maritate e da vedove. Parecchie di quelle vesti erano già state indossate, ed Abner sapeva la storia di tutte. Sciorinò per esempio sotto gli occhi del conte Fiesco una veste di broccato d’oro, nuova fiammante, che pur risaliva a quarant’anni addietro, o poco meno, e l’aveva indossata appena una volta la duchessa di Truxillo, alle nozze d’Isabella di Castiglia. Quell’altra, nera, di velluto a opera, era stata portata dalla contessa di Fuentes, dama d’onore di Giovanna di Portogallo, moglie ad Enrico IV di Castiglia, ed era stata ammirata per severa eleganza come abito da viaggio, nell’anno 1463, quando la sfarzosa corte di Castiglia era andata ad incontrare il misero cortéo del gretto e trasandato Luigi XI di Francia sulle rive della Bidassóa. Queste e tante altre ricchezze di vestiario, come si trovavano là dentro a dormire? In tempi più tardi si sarebbe potuto ascrivere il fatto ai capricci della moda, e alla noia che dovevano sentire le dame per un abito di gala portato due volte. Ma allora? Ahimè, grandezze umane, assai più mutevoli dei capricci della moda! Non pure le fortune dei gran signori, ma quelle istesse dei re, in una età di rivolgimenti continui, andavano spesso a soqquadro; per ogni guerra da intraprendere, per ogni pericolo da scongiurare, si metteva in pegno il vasellame, le gioie, le vesti sfarzose, ogni cosa di prezzo. E non sempre, salvati o perduti i dominii, si riscattavano le cose impegnate.

Gli occhi del mozzo Bonito (chiamiamolo ancora una volta così) furono attratti da una gran veste di rascia fine, che tosto diventò nella parlantina di Abner il capo più elegante del suo magazzino. E bisognava notare che quella veste non era stata indossata mai; era nuova di trinca. La dama che l’aveva ordinata non era più venuta a ritirarla. Quella lì, con un mantello nero, di seta o di ferrandina, doveva andare a pennello, formare un vestimento senza rivali, severo e ricco ad un tempo.

—Severo sì, ricco no;—disse il frate scudiero.—E poi, sarà vero che la veste sia nuova, non portata mai?

—Oh, per la barba....

—Di’ pure, per la barba di Aronne....

—Ma sì, vi assicuro, frate Alessandro. Vedete la fodera, che è candida come la neve, ed intatta. Guardate l’orlo della balza!... Se non è nuova fiammante, e non mai escita dalla casa di Abner, possa io non veder più la mia figliuola Noemi!

—Ah, la piccola Noemi! Si sarà fatta grande, e bella come un occhio di sole.

—È tutta sua madre;—mormorò Abner, con un sospiro di reminiscenza.

—Meno male!—esclamò il frate scudiero.—Povera a lei, se somigliava al babbo!

—Frate Alessandro! frate Alessandro! Voi avete sempre voglia di scherzare.—

Mentre i due amici, l’uno del vecchio e l’altro del nuovo Testamento, si bisticciavano così allegramente, Juana fermò la sua scelta sulla veste di rascia. Per la statura le andava, ed anche doveva andarle per il taglio. In quel tempo il taglio delle vesti non offriva le dotte complicazioni, e non richiedeva i più dotti cincischiamenti dei secoli più tardi. Ancora non si assassinavano impunemente a colpi di forbice teli di drappo finissimo, che costava un occhio del capo.

—Ma ci vorrà biancheria;—disse il frate scudiero.—La signora contessa, venuta in abito da marinaio per la poca sicurezza delle nostre strade, non ha portato biancheria da donna.

—C’è tutto, qui, e dell’altro ancora;—rispose Abner colla sua vanteria di bottegaio.—Noemi! Noemi!—

Una bella fanciulla sui vent’anni apparve dal vano di un uscio; bianco dorata la carnagione, i capegli neri e ricciuti, gli occhi grandi, profondi ed accesi della sua schiatta.

Noemi aiutò il babbo a sciorinar biancheria, aprendo a sua volta forzieri e ceste. Juana scelse tutto ciò che poteva convenirle. E già il vecchio Abner preparava un canestro lungo, in cui collocare ogni cosa.

—Ma, veramente, non si vorrebbe portare a casa tutta questa roba;—disse il frate scudiero.—Non ci sarebbe modo d’indossarla qui?

—Ma sì, ma sì, caro amico, si può tutto, e dell’altro ancora;—rispose il vecchio Abner.—Noemi, conduci la signora contessa nella tua camera. Dico la signora contessa; e non ti stupire, se hai davanti agli occhi il più bel mozzo che mai si sia visto in Ispagna.—

Mentre le donne uscivano dalla stanza, per salire al piano superiore, il conte Fiesco mise mano alla borsa. Il vecchio Abner capì che poteva calcare sui prezzi. Non si mandava la moglie a vestirsi di tutta quella roba, se si aveva intenzione di lesinare sui prezzi, col risico di rimandarla a spogliarsi, per la differenza di pochi castigliani. Fece i suoi conti con molta diligenza, tirò la somma, e mise il foglio sotto gli occhi dell’avventore. Ma anche il frate scudiero ci volle dare la sua sbirciatina.

—Cinquanta castigliani!—gridò.—Ah furfante! Meriteresti d’esser trattato come quei due tuoi antecessori in Israele furono trattati dal Cid Campeador, che Dio l’abbia in gloria. Vuoi che te la canti io, la romanza?

—Lo so, frate Alessandro, non vi scomodate per così poco;—rispose il vecchio Abner, senza scomporsi.—Ed anche voi non riconoscete che quella non fu la più bella impresa del vostro eroe? Quanto a me, giuro che ho fatti i prezzi più onesti. Nessuno si è mai lagnato di me. E il signor conte, che conosce il prezzo delle cose, giudicherà da pari suo.

—Giudicherò....—disse il capitano Fiesco, pacatamente.—Giudicherò quando la contessa ci sarà venuta davanti nelle nuove spoglie. Se starà bene così rimpannucciata, non leverò un maravedis.

—Mio signore!...—gridò il vecchio Abner, sgranando gli occhi.—Oh mio signore! Voi siete magnifico, da vero Italiano, da vero Genovese. Io son sicuro di avere i miei cinquanta castigliani. Così ne avessi chiesti sessanta, frate Alessandro, che mi fate gli occhiacci! La signora contessa parrà una regina, se anche avesse indossato una veste di saia. Con quella persona! con quella faccia! Rachele e la Sulamite ci scapiterebbero al paragone.