Emilia sorrise ad una superstizione tanto ridicola, e non pertanto, nella posizione del suo spirito, essa non potè del tutto resistere alla sua impressione contagiosa.
« Va bene, amico mio, disse Sant'Aubert; ma se qualcuno avesse avuto il coraggio di andar dietro al suono, il musico sarebbe stato conosciuto. Nessuno l'ha fatto?
— Sì, signore, fu tentato più volte, si è seguita la musica sino al bosco, ma essa si ritirava a misura che noi avanzavamo, e sembrava sempre alla medesima distanza: i nostri villani hanno avuto paura, e non vollero andar più oltre. Ben di rado la si sente tanto di buon'ora come stasera; d'ordinario ciò accade verso mezzanotte quando quella fulgida stella che si trova adesso al di sopra di quelle torrette tramonta a sinistra del bosco.
— Quali torrette? » domandò Sant'Aubert; « io non ne vedo alcuna.
— Perdonate, signore, eccone là una, sulla quale riflette la luna; vedete voi quel viale? il castello è quasi nascosto interamente dagli alberi.
— Sì, papà, » disse Emilia guardando; « non vedete voi qualche cosa brillare al disopra del bosco? io credo sia una banderuola, sulla quale riflettono i raggi della luna.
— Sì, ora vedo ciò che mi accenni. Di chi è quel castello?
— Il marchese di Villeroy ne era il possessore, » rispose Voisin con fare d'importanza.
— Ah! » disse Sant'Aubert agitatissimo: « siamo dunque così vicini a Blangy?
— Era la dimora favorita del marchese, » soggiunse Voisin; « ma la prese in antipatia, e son molti anni che non vi è stato: mi fu detto che è morto da poco tempo, e che questo feudo passò in altre mani. »
Sant'Aubert, ch'era caduto in pensieri, uscì dalla sua meditazione a queste ultime parole esclamando: « Morto! gran Dio! e da quanto tempo? »
— Mi fu detto esser già da quattro settimane, » rispose Voisin; « lo conoscevate voi forse?
— È cosa straordinaria, » rispose Sant'Aubert, senza fermarsi alla domanda.
— E perchè? » disse Emilia con timida curiosità. Egli non rispose, e ricadde nella sua meditazione; ne uscì poco dopo, e domandò chi fosse il suo erede.
« Mi son dimenticato del nome » disse Voisin; « ma so che questo signore abita Parigi, e che non pensa neppur per ombra di venire al suo castello.
— Il castello è egli ancora chiuso?
— A un bel circa, signore; la vecchia castalda e suo marito ne hanno cura, ma vivono in una casuccia poco distante.
— Il castello è spazioso, » disse Emilia, « e dee essere molto deserto, se non ha che due abitanti.
— Deserto! oh sì, signorina, » rispose Voisin; « non vorrei passarvi la notte per tutti i tesori del mondo.
— Che dite mai? » soggiunse Sant'Aubert, uscendo dalla sua meditazione; e Voisin ripetè l'istessa protesta. Sant'Aubert non potè trattenere una specie di singulto; ma quasi avesse voluto evitare le osservazioni, domandò prontamente a Voisin da quanto tempo abitasse quel paese.
« Quasi dalla infanzia, » rispose l'ospite.
— Vi rammentate voi della defunta marchesa? » disse Sant'Aubert con voce alterata.
— Ah! signore, se me lo ricordo; ve ne sono molti altri che non l'hanno dimenticata neppur essi.
— Sì, » rispose Sant'Aubert, « ed io sono uno di quelli.
— Dunque vi ricorderete d'una bella ed eccellente signora: dessa meritava una sorte migliore. »
Sant'Aubert versò qualche lagrima.
« Basta, » diss'egli con voce quasi soffocata, « basta, amico mio. »
Emilia, sebbene sorpresissima, non si permise di manifestare i suoi sentimenti con veruna dimanda. Voisin volle scusarsi, ma Sant'Aubert l'interruppe. « L'apologia è inutile, » gli disse; « cambiamo piuttosto tema di conversazione. Voi parlavate della musica che abbiamo sentita.
— Sì, signore, ma zitto, essa ricomincia; ascoltate questa voce. »
Udirono infatti una voce dolce, tenera ed armoniosa, ma i cui suoni, debolmente articolati, non permettevano di distinguer nulla che somigliasse a parole. Ben presto essa cessò, e lo strumento che l'accompagnava intuonò teneri concenti. Sant'Aubert osservò che i tuoni n'erano più pieni e melodiosi di quelli d'una chitarra, ed anche più malinconici di quelli d'un liuto. Continuarono ad ascoltare, e non sentirono più nulla.
« Questo è strano, » disse Sant'Aubert, rompendo alfine il silenzio.
— Stranissimo, » disse Emilia.
— È vero, » soggiunse Voisin; e tacquero tutti.
Dopo una lunga pausa, Voisin ripigliò:
« Sono circa diciotto anni che intesi questa musica per la prima volta in una bellissima notte estiva, men ricordo; ma era più tardi. Io passeggiava solo nel bosco; mi ricordo ancora ch'era molto afflitto; aveva un figliuolo malato, e temeva di perderlo; aveva vegliato tutta sera al suo letto, mentre sua madre dormiva, avendolo essa assistito tutta la notte precedente. Uscii per prendere un po' d'aria; la giornata era stata caldissima, ed io passeggiava pensieroso sotto gli alberi; udii una musica in lontananza, e pensai fosse Claudio che suonasse la sua zampogna; egli era amantissimo di questo strumento. Quando la sera era bella, stavasi un pezzo sulla sua porta a suonare; ma quando arrivai in un luogo ove gli alberi erano meno folti (non me ne scorderò per tutta la vita), mentr'io guardava le stelle di settentrione, che in quel momento erano molto alte, tutto a un tratto udii suoni, ma suoni ch'io non posso descrivere: sembrava un concerto di angeli; guardai attentamente, e mi pareva sempre di vederli salire al cielo. Quando tornai a casa, raccontai ciò che aveva ascoltato; si burlarono tutti di me, e mi dissero ch'erano pastori, i quali avean suonato il loro flauto; non potei mai persuaderli del contrario. Poche sere dopo, mia moglie udì l'istessa armonia, e fu sorpresa quanto me. Il padre Dionigi la spaventò moltissimo, dicendole che il cielo mandava questo avvertimento per annunziare la morte di suo figlio, e che questa musica aggiravasi intorno alle case, contenenti qualche moribondo. »
Emilia, nell'ascoltare quelle parole, si sentì colpita da un timore superstizioso affatto nuovo per lei, ed ebbe molta difficoltà a nascondere il suo turbamento al padre.
« Ma nostro figlio visse, o signore, a dispetto del padre Dionigi.
— Il padre Dionigi? » disse Sant'Aubert, il quale ascoltava con attenzione tutti i racconti del buon vecchio; « noi siam dunque vicini ad un convento?
— Sì, signore, il convento di Santa Chiara è poco distante da noi; esso è sulla riva del mare.
— O cielo! » sclamò Sant'Aubert, come colpito da un'improvvisa rimembranza; « il convento di Santa Chiara! »
Emilia osservò che ai segni del dolore sparsi sulla di lui fronte, mescolavasi un sentimento di orrore. Esso restò immobile; l'argenteo chiaror della luna colpivagli allora il volto; somigliava ad una di quelle marmoree statue che, poste su di un mausoleo, sembran vegliare sulle fredde ceneri, ed affliggersi senza speranza.
« Ma, caro papà, » disse Emilia, volendo distrarlo dai tristi pensieri, « voi vi scordate quanto avete bisogno di riposo; se il nostro buon ospite me lo permette, io andrò a prepararvi il letto, giacchè so come desiderate che sia fatto. »
Sant'Aubert si raccolse alquanto, e sorridendole con dolcezza, la pregò di non aumentare la sua fatica con questa nuova premura. Voisin, la cui cortesia era stata sospesa dall'interesse che avevano eccitato i suoi racconti, si scusò di non aver fatto venire ancora Agnese, ed uscì per andare a prenderla.
Poco dopo tornò, conducendo sua figlia, giovine di amabilissima presenza. Emilia intese da lei ciò che non aveva ancora sospettato, cioè che, per dar ricovero a loro, bisognava che parte della famiglia cedesse i suoi letti. Si afflisse di questa circostanza; ma Agnese, nella sua risposta, mostrò la medesima buona grazia e l'istessa ospitalità del padre. Fu dunque deciso che parte dei figli e Michele andassero a dormire in una casa poco distante.
« Se domani io starò meglio, mia cara Emilia, » disse Sant'Aubert, « noi partiremo di buon'ora per poterci riposare durante il caldo del giorno, e torneremo a casa. Nello stato della mia salute e delle mie idee, non posso pensare se non con pena ad un viaggio più lungo, e sento il bisogno di tornare alla valle. »
Anche Emilia desiderava questo ritorno, ma si turbò sentendo una risoluzione così subitanea. Suo padre, senza dubbio, stava molto peggio di quello che voleva far credere. Sant'Aubert si ritirò per prendere un po' di riposo. Emilia chiuse la sua cameretta, e non potendo dormire, i di lei pensieri la ricondussero all'ultima conversazione relativa allo stato delle anime dopo morte. Questo soggetto l'alterava sensibilmente, dacchè non poteva più lusingarsi di conservare lungamente il padre. Ella si appoggiava pensierosa ad una finestrella aperta. Assorta nelle sue riflessioni, alzava gli occhi al cielo; vedeva il firmamento sparso d'innumerevoli stelle, abitate forse dagli spiriti incorporei; i suoi occhi erravano negli immensi spazi eterei: i di lei pensieri s'innalzavano, come prima, verso la sublimità di un Dio, e la contemplazione dell'avvenire. Il ballo era cessato, le capanne erano silenziose, l'aria sembrava appena sommuovere leggermente la sommità degli alberi; il belato di qualche pecorella smarrita, tratto tratto il suono lontano di un campanello, il romore di una porta che si chiudeva, interrompevano soli il silenzio della notte. Anzi da ultimo questi diversi suoni, che le rammentavano la terra e le sue occupazioni, cessarono del tutto: cogli occhi lagrimosi, penetrata da una rispettosa devozione, restò alla finestra fintanto che, verso mezzanotte, l'oscurità si fu estesa sulla terra, e che la stella indicata da Voisin disparve dietro il bosco. Si ricordò allora di ciò ch'egli aveva detto su tal proposito, e rammentossi la musica misteriosa; stava alla finestra, sperando e temendo nel tempo istesso di sentirla tornare; era occupata della forte commozione del padre, quando Voisin aveva annunziata la morte del marchese di Villeroy e rammentata la sorte della marchesa, e si sentiva vivamente interessata di conoscerne la causa. La di lei curiosità su questo oggetto era tanto più viva, in quanto che suo padre non aveva mai pronunziato alla di lei presenza il nome di Villeroy. La musica non si sentì: Emilia si accorse che le ore riconducevanla a nuove fatiche; pensò che bisognava alzarsi di buon mattino, e si decise di porsi a letto.
Emilia fu svegliata di buon'ora, come l'aveva preveduto. Il sonno l'aveva ristorata un poco; era stata invasa da sogni penosi, e la più dolce consolazione degl'infelici non aveale menomamente giovato. Aprì la finestra, guardò il bosco, respirò l'aria pura dell'aurora, e si sentì più tranquilla. Tutto il paese spirava quella frescura che sembra apportar la salute. Non si sentivano che suoni dolci e simpatici, come la campana d'un convento lontano, il mormorio delle onde, il canto degli uccelli e il muggito del bestiame, ch'essa vedeva camminare lentamente fra gli sterpi e gli alberi.
Emilia udì un movimento nella sala, e riconobbe la voce di Michele, che parlava alle sue mule ed usciva con loro da una capanna vicina: uscì essa pure, e trovò il padre, il quale erasi alzato in quel momento, e non istava meglio di prima. Lo condusse nella stanzetta dove avevano cenato la sera avanti: vi trovarono una buonissima colazione, e l'ospite e sua figlia, che li aspettavano per augurar loro il buon giorno.
« Io v' invidio questa bella dimora, amici miei, » disse Sant'Aubert nel vederli; « essa è così piacevole, così placida, così decente! E l'aria che vi si respira! Son certo che questa potrebbe forse restituirmi la salute. »
Voisin lo salutò garbatamente, e gli rispose con civiltà squisita: « La mia dimora è divenuta invidiabile, dacchè voi e questa signorina l'avete onorata della vostra presenza. »
Sant'Aubert sorrise amichevolmente a questo complimento, e si mise a tavola, la quale era coperta di frutta, burro e cacio fresco. Emilia, che aveva esaminato attentamente il padre, e lo trovava in uno stato deplorabile, l'impegnava premurosamente a protrarre la sua partenza fino a sera; ma egli sembrava impaziente di tornare a casa, ed esprimeva questa impazienza con un calore veramente straordinario. Assicurava che da lunga pezza non s'era sentito tanto bene, e che viaggerebbe con minor pena al fresco del mattino che ad ogni altra ora del dì. Ma mentre esso parlava col suo ospite rispettabile, e lo ringraziava della cortese accoglienza fattagli, Emilia lo vide cambiar di colore e cadere sulla sedia prima ch'essa potesse sostenerlo. In pochi momenti si rimise dall'improvviso deliquio, ma stava così male, che si riconobbe incapace di viaggiare; e dopo aver lottato un poco contro la violenza dei suoi mali, domandò di essere aiutato a risalire la scala, e rimettersi in letto. Questa preghiera rinnovò tutti i terrori di Emilia provati il giorno antecedente, ma sebbene potesse appena sostenersi, e resistere al colpo fatale che la colpiva, procurò di reprimere il proprio dolore, e dandogli il braccio tremante, aiutò il padre a tornare nella sua camera.
Appena fu in letto, egli fece chiamare Emilia, la quale piangeva fuori della stanza, e chiese di esser lasciato solo con lei. Allora le prese la mano, e fissò gli occhi nella figlia con tanta tenerezza e dolore, che il suo coraggio l'abbandonò, ed essa proruppe in un pianto dirotto. Sant'Aubert cercava di conservare la sua fermezza, e non poteva parlare; non poteva che stringerle la mano, e trattenere a stento le proprie lacrime; alfine prese la parola.
« Mia cara figlia, » diss'egli, sforzandosi di sorridere in mezzo all'impressione del suo dolore, « mia cara Emilia! » Fece una pausa, alzò gli occhi al cielo, come per implorarne l'assistenza, ed allora con un tuono di voce più fermo, con uno sguardo in cui la tenerezza paterna univasi con dignità alla pia solennità d'un santo, « Figliuola, » le disse, « io vorrei addolcire le tristi verità che sono costretto a svelarti, ma non so nasconderti nulla. Oimè! vorrei poterlo fare, ma sarebbe troppo crudele di prolungare il tuo errore: la nostra separazione è imminente; convien dunque parlarne, e prepararci a sopportarla con le nostre riflessioni e le preghiere. » Gli mancò la voce; Emilia, sempre piangendo, si strinse la di lui mano al seno, ed oppressa da convulsi sospiri, non aveva nemmen forza d'alzare gli occhi.
« Non perdiamo un solo momento, » disse Sant'Aubert, rientrando in sè stesso; « ho molte cose da dirti. Debbo rivelarti un segreto della più alta importanza, ed ottenere da te una solenne promessa; quando ciò sarà fatto, io sarò più tranquillo. Tu devi aver già osservato, mia cara, quanto desidero di essere a casa mia; tu ne ignori la ragione: ascolta ciò che sono per dirti. Ma aspetta, ho bisogno di questa promessa, fatta a tuo padre moribondo! »
Emilia colpita da queste ultime parole, come se per la prima volta avesse conosciuto il pericolo del padre, alzò la testa; le sue lacrime si arrestarono, e guardandolo un momento con l'espressione di un'insopportabile afflizione, fu assalita dalle convulsioni, e svenne. Le grida di Sant'Aubert attirarono Voisin ed Agnese, che le apprestarono tutti i possibili soccorsi, ma per lunga pezza indarno. Quando Emilia rinvenne, Sant'Aubert era così spossato da tutta quella scena, che restò qualche minuto senza poter parlare. Un cordiale presentatogli da Emilia, rianimò le sue forze. Allorchè per la seconda volta furono soli, egli sforzossi di calmarla, e le prodigò tutte le consolazioni compatibili colla circostanza. Ella si gettò nelle sue braccia, pianse dirottamente, ed il dolore la rendeva talmente insensibile a' suoi discorsi, ch'egli cessò di parlare, non potendo che intenerirsi e mescolare le proprie lacrime a quelle della fanciulla. Richiamata alfine ad un sentimento di dovere, volle risparmiare al padre un più lungo spettacolo del suo dolore; si sciolse dalle di lui braccia, asciugò le lacrime, ed articolò qualche parola di consolazione.
« Cara Emilia, » riprese Sant'Aubert, « figliuola mia, assoggettiamoci con umile rassegnazione all'Ente che ci ha protetti e consolati nei pericoli e nelle afflizioni. Ogni istante della nostra vita è da lui conosciuto; egli non ci ha mai abbandonati, e non ci vorrà abbandonare neppure in questo momento. Io sento questa consolazione nel mio cuore; ti lascerò, figlia mia, ti lascerò nelle di lui braccia, e sebbene io abbandoni questo mondo, sarò sempre alla tua presenza. Sì; Emilia cara, non piangere: la morte in sè stessa non ha nulla di nuovo o di sorprendente, giacchè sappiamo tutti di essere nati per morire; essa non ha nulla di terribile per coloro che confidano in un Dio onnipotente. Se la vita mi fosse stata prolungata, il corso della natura me la avrebbe tolta fra pochi anni. La vecchiaia, e tuttociò ch'ella porta seco d'infermità, di privazioni e d'affanni, sarebbero state quanto prima il mio retaggio; la morte finalmente sarebbe giunta, e ti sarebbe costata quelle lacrime che spargi in questo momento. Rallegrati piuttosto, cara figlia, di vedermi liberato da tanti mali. Io muoio con uno spirito libero, suscettibile delle consolazioni della fede, e con perfetta rassegnazione. »
Si fermò stanco di parlare. Emilia si sforzò di ricomporsi, e rispondendo a ciò che le aveva detto, cercò di persuaderlo che non aveva parlato invano.
Dopo un poco di riposo, egli ripigliò. « Ma torniamo al soggetto che tanto mi preme. Ti ho detto che aveva da chiederti una promessa solenne; bisogna ch'io la riceva, prima di spiegarti la circostanza principale di cui devo parlarti; sonvene altre che, pel tuo riposo, importa che tu ignori per sempre. Promettimi dunque che eseguirai esattamente ciò che sono per ordinarti. »
Emilia, colpita dalla gravità di queste espressioni, si terse le lagrime, cui non poteva impedirsi dallo spargere; e guardando il padre eloquentemente, si obbligò con giuramento a fare ciò che egli esigerebbe da lei, senza sapere di che si trattasse. Allora egli continuò: « Ti conosco troppo, Emilia cara, per temere che tu abbia a mancar mai ai tuoi impegni, ma sopratutto ad un impegno così rispettabile. La tua parola mi pone in calma, e la tua lealtà diviene di un'importanza inconcepibile per la tranquillità dei tuoi giorni. Ascolta ora ciò che debbo dirti. Il gabinetto contiguo alla mia camera nel nostro castello della valle contiene una specie di botola, che si apre sotto un'asse del pavimento; la riconoscerai ad un nodo rimarchevole del legno; d'altronde, è la penultima asse dalla parte della parete, ed in faccia alla porta della camera. Circa ad un braccio di distanza dalla finestra, scorgerai una commessura, come se la tavola ne fosse stata cambiata; calca il piede su quella linea, la tavola si abbasserà, e potrai facilmente farla scorrere sotto l'altra; di sotto troverai un vuoto. » Egli si fermò per prender fiato, ed Emilia restò nella più profonda attenzione. « Capisci tu queste istruzioni, mia cara? » le disse egli. Emilia, capace appena di proferir accento, l'assicurò che l'intendeva benissimo.
« Quando tornerai a casa... » E sospirò profondamente.
Appena ella lo sentì parlare di questo ritorno, tutte le circostanze che dovevano accompagnarlo si presentarono alla di lei immaginazione; ebbe un nuovo accesso di dolore, e Sant'Aubert, più afflitto ancora dallo sforzo e dal ritegno fattosi, non potè trattenere le lacrime. Dopo alcuni momenti, si riebbe, e continuò: « Cara figlia, consolati; quando non esisterò più non sarai abbandonata. Ti lascio sotto l'immediata protezione della provvidenza, che non mi ha negato mai i suoi soccorsi. Non mi affliggere coll'accesso della tua disperazione; insegnami piuttosto, col tuo esempio, a moderare quella che risento. »
Il malato, il quale non parlava se non con difficoltà, ripigliò il suo discorso dopo una pausa. « Quel gabinetto, mia cara..... quando tornerai a casa, vacci, e sotto la tavola che ho descritta, troverai un fascio di carte; sta attenta adesso. La promessa che ho ricevuta da te, è relativa a questo unico oggetto; tu devi bruciare quelle carte senza osservarle, nè leggerle; io te l'ordino assolutamente. »
La sorpresa d'Emilia superando un istante il suo dolore, chiese il motivo di quella precauzione. Il padre rispose che se avesse potuto spiegarglielo, la promessa da lei richiesta non sarebbe stata più necessaria. « Ti basti, figlia mia, di penetrarti bene di questa ragione: essa è d'un'estrema importanza. Sotto quella medesima asse troverai circa dugento doppie in una borsa di seta. Questo segreto fu già immaginato per mettere in salvo il denaro che si trovava nel castello, allorchè la provincia era inondata da truppe, che, profittando della circostanza, si abbandonavano ad ogni sorta di depredazioni ed al saccheggio. Mi resta ancora da ricevere un'altra promessa da te, ed è, che in qualunque critica posizione possa trovarti, non venderai mai la nostra possessione della valle. »
Sant'Aubert aggiunse, che s' ella si fosse maritata, avrebbe dovuto specificare nel contratto nuziale, che il castello le sarebbe rimasto in assoluta proprietà. Le parlò in seguito del suo patrimonio con maggior dettaglio di quel che non avesse fatto fin a quel punto.
« Le dugento doppie, ed il poco denaro che troverai nella mia borsa, son tutto il contante che ho da lasciarti. Ti ho già detto in quale stato sono i nostri affari col signor Motteville di Parigi. Ah figlia mia, ti lascio povera, ma non nella miseria. »
Emilia non poteva rispondere a nulla; inginocchiata accanto al letto, bagnava di lacrime la mano diletta che teneva ancor nelle proprie.
Dopo questo discorso, lo spirito di Sant'Aubert parve molto più tranquillo; ma, spossato dallo sforzo fatto, cadde nel sopore. Emilia continuò ad assisterlo ed a piangere vicino a lui, fino a che un lieve colpo battuto alla porta della camera la costrinse a rialzarsi. Voisin venivale a dire che dabbasso eravi un confessore del convento vicino, pronto ad assistere suo padre; ma essa non volle che lo si svegliasse, e fece pregare il sacerdote a non andarsene. Quando Sant'Aubert uscì dal suo sopore, tutti i suoi sensi erano confusi; e ci volle qualche tempo prima ch'ei riconoscesse Emilia. Allora mosse le labbra, le stese la mano, ed essa fu dolorosamente colpita dall'impressione di morte che osservava in tutti i suoi lineamenti. Dopo pochi minuti ricuperò la voce, ed Emilia gli domandò se desiderava vedere un confessore. Le rispose di sì, ed appena fu introdotto il reverendo padre, ella si ritirò. Restarono insieme circa mezz'ora: quindi fu richiamata Emilia, che trovò il padre più agitato, ed essa allora guardò il confessore con alquanto risentimento, come s'egli ne fosse stato la cagione. Il buon religioso la rimirò con dolcezza, e Sant'Aubert, con voce tremebonda, la pregò di unire le sue preghiere a quelle degli altri, e dimandò se il suo ospite non volesse associarvisi. Il buon vecchio ed Agnese arrivarono amendue piangendo, e s'inginocchiarono vicino al letto. Il reverendo padre, con voce maestosa, recitò lentamente le preci degli agonizzanti. Sant'Aubert, con volto sereno, si univa con fervore alla loro devozione; qualche lacrima sfuggivagli talvolta dalle socchiuse pupille, ed i singulti di Emilia interruppero spesso l'uffizio. Quando fu finito, e che venne amministrata l'estrema unzione, il religioso se n'andò. Sant'Aubert fe' segno a Voisin d'avvicinarsegli, gli porse la mano, e stette alcun tempo in silenzio. Alfine gli disse con voce fioca:
« Mio buon amico, la nostra conoscenza fu breve, ma essa bastò per dimostrarmi il vostro buon cuore; io non dubito che voi non trasportiate tutta questa benevolenza su mia figlia: quando non sarò più, essa ne avrà bisogno. L'affido alle cure vostre, pei pochi giorni cui dee passar qui: non vi dico di più. Voi avete figli, conoscete i sentimenti d'un padre: i miei diventerebbero penosi assai se avessi meno fiducia in voi. »
Voisin lo rassicurò, e le lagrime attestavano la sua sincerità, che nulla trascurerebbe per addolcire l'affanno d'Emilia, e che, s'ei lo bramasse, l'avrebbe ricondotta in Guascogna. L'offerta gradì tanto al moribondo, che non trovò parole ond'esprimere la propria gratitudine, o a meglio dire che l'accettava.
« Soprattutto, Emilia cara, » ripigliò il morente, « non cedere alla magia de' bei sentimenti: gli è l'errore d'uno spirito amabile; ma quelli che posseggono una vera sensibilità, debbon sapere di buon'ora quant'ella sia cosa pericolosa; è dessa che tragge dalla menoma circostanza un eccesso di guai o di piacere. Nel nostro passaggio traverso questo mondo noi incontriamo più mali assai che godimenti; e siccome il sentimento della pena è sempre più vivo che quello del benessere, la nostra sensibilità ci rende vittima quando non sappiamo moderar e contenerla. »
Emilia gli ripetè quanto i suoi consigli le fossero preziosi, e gli promise di non dimenticarli mai e cercare di approfittarne. Sant'Aubert le sorrise con affetto e tristezza insieme. « Lo ripeto, » le disse, « io non vorrei renderti insensibile, quand'anche ne avessi il potere; vorrei solo guarentirti dagli eccessi della sensibilità ed insegnarti ad evitarli. È spregevolissima quella pretesa umanità che si contenta di compiangere, nè pensa a confortare!... »
Sant'Aubert, qualche tempo dopo, parlò della signora Cheron sua sorella.
« Bisogna ch'io t'informi, » aggiunse, « d'una circostanza interessante per te. Noi abbiamo avuto, lo sai, pochissimi rapporti con lei, ma è la sola parente che hai: ho creduto conveniente, come vedrai nel mio testamento, di affidarti alle sue cure sino all'età maggiorenne: essa non è veramente la persona alla quale avrei voluto rimettere la mia cara Emilia, ma non aveva altra alternativa, e la credo in fondo poi una buona donna; non ho d'uopo, figliuola, di raccomandarti d'usar la prudenza per conciliarti le sue buone grazie: lo farai del certo in memoria di chi l'ha tentato tante volte per te. »
Emilia protestò che quant'egli le raccomandava sarebbe religiosamente eseguito. « Aimè! » soggiunse affogata dai singhiozzi; « ecco in breve quanto mi rimarrà; sarà la mia unica consolazione il compiere esattamente tutti i vostri desiderii. »
La fanciulla non potea che ascoltare e piangere, ma la calma estrema del padre, la fede, la speranza cui dimostrava, lenivano alquanto la di lei disperazione. Nondimeno, essa vedeva quella figura scomposta, que' segni precursori di morte, quegli occhi infossati, e sempre fissi in lei, quelle pupille pesanti e preste a chiudersi: avea il cuore lacerato, e non poteva esprimersi. Ei volle darle ancora una volta la benedizione. « Dove sei, cara mia? » disse egli allungando debolmente le mani verso di lei.
Emilia era rivolta dalla parte della finestra per nascondere la sua inesprimibile afflizione; ma comprese allora ch'egli non ci vedeva più: le impartì la sua benedizione, che parve l'ultimo sforzo della sua vita spirante, e ricadde sul guanciale; essa lo baciò in fronte; il freddo sudore della morte gl'innondava le tempie; e dimenticando tutto il suo coraggio, gliele irrigò di lagrime. Il morente aprì gli occhi; egli esisteva ancora, ma erano gli ultimi sforzi della natura affralita, ed in breve la sua anima volò innanzi al Supremo Motore.
Emilia fu strappata a viva forza da quella camera da Voisin e da sua figlia, che procurarono di calmare il suo dolore; il vecchio piangeva con lei, ma i soccorsi di Agnese erano più opportuni.
Il buon religioso della mattina ritornò la sera per consolare Emilia, e le portò l'invito dell'abbadessa di un convento vicino al suo di recarsi da lei. La fanciulla non accettò l'offerta, ma rispose con molta riconoscenza. La pia conversazione del confessore, la dolcezza delle sue maniere, che somigliavano a quelle del defunto padre, calmarono un poco la violenza dei suoi trasporti: innalzò il cuore all'Ente Supremo, presente da per tutto. — Relativamente a Dio, — pensava Emilia, — il mio dilettissimo padre esiste come ieri esisteva per me: egli non è morto che per me; per Dio, per lui, veramente esiste. —
Ritirata nella sua cameretta, i suoi pensieri malinconici vagarono ancora intorno al padre. Immersa in una specie di sonno, imagini lugubri offuscaronle l'immaginazione. Sognò di vedere il genitore accostarsele con benevolo contegno. D'improvviso, sorrise mesto, alzò gli occhi, aprì le labbra; ma invece delle sue parole, udì una musica soave, trasportata sull'aere a grandissima distanza. Vide allora tutti i suoi lineamenti animarsi nella beata estasi d'un ente superiore: l'armonia diventava più forte; essa si destò. Il sogno era finito, ma la musica durava ancora, ed era una musica celeste.
Tese l'orecchio, e si sentì agghiacciata da superstizioso rispetto: le lagrime cessarono, si alzò, ed affacciossi alla finestra. Tutto era oscuro, ma Emilia, distogliendo gli occhi dalle tetre selve che frastagliavan l'orizzonte, vide a manca quell'astro brillante ond'avea favellato il vecchio, e che trovavasi al di sopra del bosco. Ricordossi quanto avea detto, e siccome la musica agitava l'aere ad intervalli, aprì la finestra per ascoltar la dolce armonia, la quale poco dopo andò affievolendosi, ed essa tentò indarno scoprire donde partisse. La notte non le permise di nulla distinguere sul prato sottoposto, ed i suoni diventando successivamente più fiochi e soavi, cessero alfine il luogo ad un assoluto silenzio...
Il giorno dipoi essa ricevè un nuovo invito dalla badessa; Emilia che non poteva risolversi ad abbandonare la casuccia finchè vi riposava il cadavere del padre, acconsentì con ripugnanza di andare quella medesima sera a rassegnarle il suo rispetto. Un'ora circa avanti il tramonto del sole, Voisin le servì di guida, e la condusse al convento traversando il bosco. Questo convento era situato, al par di quello dei frati di cui abbiam parlato, all'estremità di un piccolo golfo del Mediterraneo. Se Emilia fosse stata meno infelice, avrebbe ammirato la bella vista di un immenso mare, che si scopriva da un colle, sul quale sorgeva l'edificio; essa avrebbe contemplato quelle ricche spiaggie coperte d'alberi e di pasture, ma le sue idee erano fisse in un solo pensiero, e la natura non aveva ai suoi occhi nè forma, nè colore. Mentre passava per l'antica porta del convento la campana suonò a vespro, e le parve il primo tocco del funerale del padre. I più leggeri incidenti bastano per alterare uno spirito infiacchito dal dolore. Emilia superò la crisi penosa, da cui era agitata, e si lasciò condurre dalla badessa, la quale la ricevè con materna bontà. La di lei fisonomia interessante, i suoi sguardi benigni, penetrarono Emilia di riconoscenza; avea gli occhi pieni di lacrime, e non poteva parlare. La badessa la fece sedere vicino a lei e l'osservò in silenzio, mentre essa cercava di asciugare le lacrime. « Calmatevi, figliola, » le disse ella con voce affettuosa; « non parlate, io v'intendo, voi avete bisogno di riposo. Noi andiamo alla preghiera; volete accompagnarci? è una consolazione, fanciulla cara, il poter deporre i propri affanni in seno del nostro Padre celeste: egli ci vede, ci compiange, e ci castiga nella sua misericordia. »
Emilia versò nuove lacrime, ma le più dolci emozioni ne mitigarono l'amarezza. La badessa la lasciò piangere senza interromperla, guardandola con quell'aria di bontà che pareva indicare l'attitudine di un angelo custode; Emilia divenne più tranquilla, parlando francamente, spiegò i suoi motivi di non lasciare l'abitazione di Voisin.
La badessa approvò i di lei sentimenti ed il suo rispetto figliale, ma l'invitò a passare qualche giorno al convento, prima di ritornare al suo castello. « Procurate di distrarvi, figlia mia, » le disse ella, « per rimettervi un poco da questa scossa, prima di arrischiarne una seconda; non vi dissimulerò quanto il vostro cuore si sentirà lacerare alla vista del teatro della vostra passata felicità; qui voi troverete tutte le consolazioni che possono offrire la pace, l'amicizia e la religione; ma venite, » soggiunse vedendo che gli occhi le si riempivano di lacrime, « venite, scendiamo in cappella. »
Emilia la seguì in una sala, ov'erano già riunite tutte le monache; la badessa la presentò dicendo: « È una giovane per la quale ho molta considerazione; trattatela come vostra sorella. » Andarono tutte insieme alla cappella, e l'edificante devozione colla quale fu recitato l'uffizio divino, elevò lo spirito di Emilia alle consolazioni della fede e d'una perfetta rassegnazione.
L'ora era già avanzata, quando la badessa acconsentì a lasciarla partire. Ella uscì dal convento meno oppressa di quando v'era entrata, e fu ricondotta a casa da Voisin. Essa lo seguiva pensierosa in un sentieruzzo poco battuto, quando d'improvviso la sua guida si fermò, guardossi intorno, gettossi fuor del sentiero nello scopeto, dicendo d'avere smarrita la strada; camminava con molta velocità. Emilia, che non poteva seguirlo in un terreno lubrico e nella oscurità, restava a gran distanza, e fu costretta di chiamarlo: egli non voleva fermarsi, e l'invitava ad accelerare il passo con ruvidezza.
« Se voi non siete certo della vostra strada, » disse Emilia, « non sarebbe meglio indirizzarvi a quel gran castello che scorgo là fra gli alberi?
— No, » disse Voisin, « non ne vale la pena: quando saremo a quel ruscello dove voi vedete splendere un lume al di là del bosco, noi saremo a casa. Non capisco come ho potuto fare a smarrirmi: sarà forse perchè vengo rare volte da queste parti dopo il tramonto del sole.
— È un luogo molto solitario, » disse Emilia. « Ma però non ci sono assassini?
— No, signorina, non ve ne sono.
— Cosa è dunque che vi spaventa tanto, amico mio? Sareste mai superstizioso?
— No, non lo sono; ma, per dirvi la verità, signorina, nessuno ama trovarsi la notte nelle vicinanze di quel castello.
— Da chi è dunque abitato per crederlo così formidabile?
— Oh! signorina, se almeno fosse abitato! Il signor marchese è morto, come vi dissi; non ci era venuto da molti anni, ed i suoi servitori si sono ritirati in una casuccia poco lontana. »
Emilia comprese allora che il castello era quello di cui aveva già parlato Voisin, e che aveva appartenuto al marchese di Villeroy, la cui morte aveva tanto sorpreso il di lei padre.
« Ah, » disse Voisin; « com'esso è desolato! Era pure una bella casa; che bella situazione! quando me ne ricordo... »
Emilia gli domandò il motivo di quel terribile cambiamento. Il vecchio taceva, ed essa, colpita dallo spavento ch'egli manifestava, occupata soprattutto dall'interesse manifestato da suo padre, ripetè la domanda, ed aggiunse: Se non sono gli abitanti che vi spaventano, e se non siete superstizioso, per qual ragione dunque, amico mio, non avete il coraggio di avvicinarvi la sera a quel castello?
— Ebbene dunque, signorina, sarò forse un poco superstizioso, ma se ne sapeste la vera cagione, potreste divenirlo anche voi. Sono accadute colà cose stranissime; il vostro buon padre pareva aver conosciuto la marchesa.
— Ditemi, vi prego, cos'è accaduto? » gli disse Emilia molto commossa.
— Oimè! » rispose Voisin; « non mi domandate di più; i segreti domestici del mio padrone devono essere sempre sacri per me. »
Emilia, sorpresa da quest'ultima espressione, e sopratutto dal tuono di voce con cui avevala pronunziata, non volle fare ulteriori domande. Un interesse più vivo, l'imagine di Sant'Aubert, occupava allora tutti i suoi pensieri, ella si rammentò la musica della notte precedente, e ne parlò a Voisin. « Voi non siete stata la sola, » le diss'egli; « l'ho udita anch'io; ma ciò m'accade così spesso a quell'ora, che non ci bado più.
— Voi credete al certo, » disse Emilia, « che questa musica abbia rapporti col castello, ed ecco perchè siete superstizioso, n'è vero?
— Può essere signorina; ma vi sono altre circostanze relative a quel castello, e delle quali io conservo tristamente la memoria. »
Queste parole furono accompagnate da un profondo sospiro, e la delicatezza di Emilia trattenne la curiosità, che le avevano destato quei detti misteriosi.
Tornata a casa, la sua disperazione ricominciò: pareva che non ne avesse sospeso il corso se non perdendo momentaneamente di vista colui che ne formava il soggetto; andò tosto a contemplare la salma del padre, e cedè a tutti i trasporti di un dolore senza speranza. Voisin avendola finalmente decisa di allontanarsene, se ne tornò nella sua camera. Oppressa dalle fatiche del giorno, si addormentò immediatamente, e quando si svegliò trovossi molto più sollevata.
Sant'Aubert aveva domandato di essere sepolto nella chiesa delle monache di Santa Chiara; aveva scelta la cappella settentrionale, prossima alla sepoltura dei marchesi di Villeroy, e ne aveva indicato il posto. Il superiore vi acconsentì, e la processione funebre s'incamminò a quella volta. Il venerando padre, seguito da molti preti, venne a riceverla alla porta. Il canto del Miserere, il suono dell'organo, che rimbombò in chiesa quando vi entrò la bara, i passi vacillanti, e l'aria abbattuta di Emilia, avrebbero strappato le lacrime ai cuori più duri; ma essa non ne versò neppur una. Colla faccia semicoperta da un velo nero, camminava in mezzo a due persone che la sorreggevano; la badessa la precedeva, le monache la seguivano, ed il lamentoso loro canto faceva eco a quello lugubre del coro. Quando la processione fu giunta al sepolcro, Emilia abbassò il velo, e nell'intervallo dei canti si distinsero facilmente i di lei singulti. Il reverendo sacerdote cominciò la messa, ed Emilia riescì a frenarsi alquanto, ma quando il cadavere fu deposto nella tomba, quando udì gettar la terra che dovea ricoprirlo, le sfuggì un fioco gemito, e cadde in braccio alla persona che la sosteneva; ma si rimise prontamente, e potè intendere quelle parole sublimi: — Il suo corpo riposa in pace, e l'anima è tornata a Chi glie l'ha data. — La sua disperazione allora fu sollevata da un diluvio di lacrime.
La badessa la fece uscire di chiesa, la condusse nel suo appartamento, e le offrì tutti i soccorsi della santa religione e di una tenera pietà. La fanciulla facea sforzi per vincere la sua debolezza; ma la superiora, la quale l'osservava attenta, le fece preparare un letto e la indusse al riposo. Reclamò con bontà la promessa fatta da lei di passar qualche giorno al convento. Emilia, cui nulla più richiamava alla capanna, teatro del suo infortunio, ebbe agio allora di considerar la sua posizione, e si sentì incapace di ripartire immediatamente.
Intanto la bontà materna della badessa e le dolci attenzioni delle monache nulla risparmiavan per calmare il di lei spirito e restituirla in salute; ma essa avea provato scosse troppo violente per ristabilirsi presto: fu adunque per parecchie settimane colta da lenta febbre, e cadde in uno stato di languore. S'affligea di lasciar la tomba dove riposavano le ceneri del padre; si lusingava che, se moriva colà, sarebbe a lui riunita. Intanto, Emilia scrisse alla signora Cheron sua zia ed alla sua vecchia governante per partecipar loro l'accaduto, ed informarle della sua situazione. Mentre l'orfanella stava in convento, la pace interna di quell'asilo, la bellezza de' dintorni, le attenzioni della superiora e delle monache fecero su lei un effetto sì attraente, che fu quasi tentata di separarsi dal mondo; essa avea perduto i suoi più cari amici, voleva chiudersi in quel chiostro, in un soggiorno che il sepolcro del padre rendeale sacro in sempiterno. L'entusiasmo del suo pensiero, ch'erale quasi naturale, avea sparso una vernice sì patetica sul santo ritiro d'una monaca, ch'ell'avea quasi smarrito di vista il vero egoismo che lo produce. Ma i colori che un'imaginazione malinconica, lievemente imbevuta di superstizione, prestava alla vita monastica, svanirono a poco a poco, quando le tornarono le forze, e ricondussero un'imagine ch'erane stata bandita soltanto passaggiermente. Tale memoria richiamolla tacitamente alla speranza, alla consolazione, ai più dolci sentimenti; bagliori di felicità mostraronsi da lunge, e benchè non ignorasse a qual punto potevano esser fallaci, non volle privarsene. Dopo parecchi giorni, ricevè una risposta dalla sua zia, gonfia di espressioni comuni di condoglianza, ma non d'un vero dolore; le annunziava che una persona da lei incaricata sarebbe andata a prenderla per ricondurla al castello della valle, giacchè le di lei occupazioni non le permettevano d'intraprendere un sì lungo viaggio. Sebbene Emilia preferisse la sua valle a Tolosa, fu nonostante colpita da una condotta così poco delicata e sconveniente. La zia permetteva ch'ella ritornasse al suo castello senza parenti e senza amici per consolarla e per difenderla; e questa condotta diveniva tanto più colpevole, in quanto che suo padre moribondo aveva affidata la derelitta figliuola alle cure della sorella, com'essa l'aveva avvisata nella lettera scrittale.
Passarono alcuni giorni dall'arrivo dell'inviato della signora Cheron all'epoca in cui Emilia fu in grado di partire. La sera precedente alla sua partenza, andò a casa di Voisin per congedarsi da quella buona famiglia, ed attestarle la sua riconoscenza: trovò il buon vecchio assiso sulla porta, fra la figlia ed il genero, che, riposando in quel momento dai lavori della giornata, suonava una specie di flauto somigliante ad una zampogna. Essi avevano innanzi a sè imbandita una piccola mensa ben provvista di pane, frutti e vino; i ragazzi, tutti belli e pieni di salute, godevano intorno alla tavola della refezione che lor veniva distribuita con indicibile affetto dai genitori. Emilia si fermò un momento prima di avvicinarsi, contemplando il quadro interessante di quella buona gente; essa guardava attentamente quel vecchio rispettabile, e girando gli occhi sulla casa, l'immagine del padre le rammentò tutto l'orrore della sua situazione. Disse addio a tutta la famiglia con un'espressione la più tenera e sensibile; Voisin l'amava come sua figlia e versava lacrime. Emilia piangeva; evitò di entrare nella casetta, che le avrebbe rinnovato impressioni troppo dolorose, e partì.
Tornata al convento, ella si decise di visitare ancora una volta la tomba del padre. Avendo inteso che un andito sotterraneo conduceva a quei sepolcri, aspettò che tutti fossero in letto, eccettuato una monaca che le aveva promessa la chiave della chiesa. Emilia restò in camera finchè l'orologio suonò mezzanotte, ed allora giunse la monaca colla chiave promessa. Scesero insieme una scaletta a chiocciola; la monaca si offrì di accompagnarla fino al sepolcro, aggiungendo spiacerle il lasciarla andar sola a quell'ora; ma Emilia la ringraziò, e non potè acconsentire di avere un testimonio del suo dolore. La buona religiosa aprì una porticina e le porse il lume. Emilia la ringraziò, si avanzò nella chiesa, e suora Maria si ritirò. Assalita da improvviso terrore, la fanciulla si riavvicinò alla porta, ed era tentata di richiamarla, ma al momento stesso, vergognandosi del suo timore, si avanzò nuovamente. L'aria fredda e umida di quel luogo, il cupo silenzio che vi regnava, e un fioco raggio di luna che traversava una finestra gotica, avrebbero senza dubbio risvegliata in chiunque la superstizione; ma essa in quel punto non aveva altro pensiero che il suo dolore. Tutto ad un tratto le parve vedere un'ombra fra le colonne; si fermò, ma non avendo udito i passi di alcuno, conobbe esser l'effetto della sua imaginazione alterata. Sant'Aubert era sepolto in un'urna semplicissima, la quale non portava altra iscrizione fuor del suo nome e cognome, la data della nascita e quella della morte, ed era situata al piè del pomposo mausoleo de' Villeroy. Emilia vi si trattenne in orazione finchè la campana del mattutino l'avvertì esser tempo di ritirarsi. Versò ancora qualche lacrima, baciò il prezioso sarcofago, e se ne tornò in camera abbandonando un luogo così tristo. Dopo quel momento di effusione gustò di un sonno tranquillo; svegliandosi, si sentì lo spirito più calmo, e parve più rassegnata di quello fosse stata dopo la morte del padre.
Giunto il momento della partenza, tutto il suo dolore si rinnovò; la memoria di suo padre nella tomba, e la bontà di tante persone viventi, l'affezionavano a quella dimora; ella sembrava provare, per il luogo ove riposava Sant'Aubert, quella tenera affezione che si risente per la patria. La badessa, nel separarsi da lei, le diede tutte le più sensibili testimonianze di attaccamento, e l'impegnò a tornare, se altrove non avesse incontrata quella considerazione, che dovea aspettarsi. Le altre monache le esternarono i più vivi rammarici; alla perfine lasciò il convento colle lacrime agli occhi, portando seco l'affetto ed i voti di tutte le persone che vi restavano.
Aveva già percorso un lungo tratto di paese prima che il magnifico spettacolo, che si offeriva alla sua vista, potesse distrarla. Assorta nella malinconia, non notò tanti oggetti incantevoli se non per rammentarsi meglio il padre perduto. Sant'Aubert trovavasi con lei quando prima li aveva veduti, e le di lui osservazioni su di essi le tornavano alla memoria. Quel giorno passò nel languore e nell'abbattimento; la notte essa dormì sulla frontiera della Linguadoca, ed il dì successivo entrò in Guascogna.
Al tramontar del sole, Emilia si trovò nelle vicinanze della valle tutti quei luoghi che conosceva sì bene, richiamandola a rimembranze che le straziavano il cuore, ridestarono tutta la sua tenerezza ed il suo dolore; guardava piangendo le vette dei Pirenei colorite allora dalle più belle e vaghe tinte del tramonto. « Là, » sclamava essa, « là sono quelle medesime grotte; ecco là il medesimo bosco di abeti ch'egli guardava con tanta compiacenza quando passammo insieme da quei luoghi! Ecco là quella capanna sull'ameno colle del quale mi aveva fatto disegnare la veduta. Oh! padre mio, io non vi vedrò mai più. »
La strada ad una svolta le lasciò scorgere il castello in mezzo a quel magnifico paesaggio; i fumaiuoli, imporporati dall'occaso, sorgevan dietro le piantagioni favorite di Sant'Aubert, il cui fogliame celava le parti basse dell'edifizio. Emilia non potè reprimere un profondo sospiro. — Quest'ora, pensava ella, era pure la sua ora prediletta. — E vedendo il paese sul quale allungavansi le ombre: « Qual quiete! » sclamava; « qual deliziosa scena! tutto è tranquillo, tutto è amabile, aimè! come già un tempo! »
Ella resisteva ancora al peso terribile del suo dolore, quando udì la musica dei balli campestri che bene spesso aveva osservati passeggiando col padre sulle fiorite sponde della Garonna. Allora pianse amaramente fino al momento in cui si fermò la carrozza. Alzò gli occhi, e riconobbe la sua vecchia governante che apriva la porta della casa. Il cane di suo padre veniva festoso incontro di lei, e quando fu discesa la colmò di carezze; lo che aumentò il di lei vivo dolore.
« Mia cara padroncina... » le disse Teresa, e poi si fermò; le lacrime di Emilia le impedivano di replicare; il cane saltellava intorno a lei; di repente corse alla carrozza. « Ah! signora Emilia, povero il mio padrone! » sclamò Teresa; « il suo cane è andato a cercarlo. »
Emilia singhiozzò vedendo quell'animale amoroso saltare in carrozza, scendere, fiutare, e cercare con inquietudine.
« Venite mia cara signorina, » disse Teresa, « andiamo; che cosa potrò io darvi per rinfrescarvi? »
Emilia prese la mano della governante, sforzandosi di moderare il suo dolore, con interrogazioni sullo stato della di lei salute. Camminava lentamente verso la porta, si fermava, faceva un passo, e si fermava di nuovo. Qual silenzio! Qual abbandono, qual morte in quel castello! Temendo di rientrarvi, e rimproverandosi le sue esitanze, traversò rapidamente la sala, come se avesse temuto di guardarsi intorno, ed aprì il gabinetto che altre volte chiamava il suo. L'imbrunir della sera dava qualcosa di solenne al disordine di quel luogo: le sedie, i tavolini, e tutti gli altri mobili, che in tempi più felici osservava appena, parlavano allora troppo eloquentemente al suo cuore; ella sedette vicino ad una finestra che guardava sul giardino, d'onde, in compagnia del padre, aveva spesso contemplato l'effetto maraviglioso del sole all'occaso. Non si contenne più e si trovò sollevata da quello sfogo.
« Vi ho preparato il letto verde, » disse Teresa portandole il caffè; « ho creduto che ora lo preferireste al vostro. Non avrei mai creduto che aveste a tornar sola. Qual giorno, gran Dio! La nuova, quando la ricevetti, mi trapassò il cuore: chi l'avrebbe detto, quando partì il mio povero padrone, che non doveva tornare mai più? »
Emilia si coprì la faccia col fazzoletto, e le accennò di tacere e partirsene.
La fanciulla rimase alcun tempo immersa in alta mestizia; non vedea un solo oggetto che non le ravvivasse il suo dolore: le piante favorite di Sant'Aubert, i libri scelti per lei, e cui leggevano spesso insieme, gli strumenti musicali onde amava tanto l'armonia e che suonava egli medesimo. Alla fine, fattasi coraggio, volle vedere l'appartamento abbandonato; sentì che la sua pena sarebbe aumentata se differiva.
Traversò il cortile, ma il coraggio le venne meno nell'aprir la biblioteca; forse l'oscurità che la sera ed il fogliame diffondevano intorno accresceva il religioso effetto di quel luogo, dove tutto le parlava del padre. Scorse la sedia nella quale si poneva: rimase interdetta a tal vista, ed immaginossi quasi averlo visto in persona dinanzi a lei. Cercò scacciare le illusioni d'un'immaginazione turbata, ma non potè astenersi da un certo rispettoso terrore che mescolavasi alle sue emozioni. Inoltrò pian piano verso la sedia e vi s'assise; avea presso un leggìo, su cui stava un libro che suo padre non avea chiuso; riconoscendo la pagina aperta, rammentossi che la vigilia della sua partenza Sant'Aubert aveagliene letto qualcosa: era il suo autore favorito. Guardò il foglio, pianse, e tornò a guardarlo: quel libro era sacro per lei; essa non avrebbe chiusa la pagina aperta per tutti i tesori del mondo; ristette dinanzi al leggìo, non potendo risolversi a lasciarlo.
In mezzo ai suoi tristi pensieri, vide la porta aprirsi lentamente; un suono cui udì in fondo alla stanza, la fece trabalzare; credette scorgere qualche movimento. Il subietto della sua meditazione, l'abbattimento de' suoi spiriti, l'agitazione de' sensi le cagionarono un repentino terrore; s'aspettò qualcosa di sovrannaturale. Ma la ragione vincendo la paura: « Di che ho io a temere? » disse; « se le anime di coloro che amiamo compariscono, non può essere che pel nostro meglio. »
Il silenzio che regnava la fece vergognare del suo timore; frattanto il medesimo suono ricominciò; distinguendo qualcosa intorno a lei, che venne ad urtar leggermente la sua sedia, gettò un grido, ma non potè nel tempo stesso trattenersi dal sorridere con un po' di confusione, riconoscendo il buon cane che si accucciava vicino a lei, e le lambiva le mani. Emilia, non trovandosi in grado quella sera di visitare tutto il castello, uscì ed andò a passeggiare in giardino, sul terrazzo sovrastante al fiume. Il sole era tramontato, ma sotto i fronzuti rami de' mandorli distinguevansi le strisce di fuoco che indoravano il crepuscolo. La fanciulla si avvicinò al platano favorito, ove Sant'Aubert sedeva spesso vicino a lei, e dove la sua tenera madre le aveva tante volte parlato delle delizie della vita futura; quante volte ben anco suo padre aveva trovato conforto nell'idea di una eterna riunione! Oppressa da tale rimembranza, lasciò il platano, ed appoggiandosi al muro del terrazzo, vide un gruppo di contadini che ballavano allegramente sulle rive della Garonna, la cui vasta estensione rifletteva gli ultimi raggi del dì. Qual doloroso contrasto per la povera Emilia, infelice e desolata! Si voltò, ma oimè! dove poteva essa andare senza incontrar ad ogni passo oggetti fatti per aggravare il suo dolore? se ne tornava lentamente a casa quando incontrò Teresa, la quale sgridolla dolcemente di esporsi sola in giardino ed a quell'ora, dove non poteva ricevere alcuna consolante assistenza nello stato penoso in cui si trovava.
« Ve ne prego, Teresa, lasciatemi tranquilla, » disse Emilia; « la vostra intenzione è ottima, ma l'eloquenza è male adattata in questo momento.
— Intanto la cena è preparata, » rispose la governante.
— Non posso mangiare, » disse Emilia.
— Fate malissimo, mia cara padrona, bisogna nutrirsi. Vi ho preparato un fagiano, che m'ha mandato stamattina il signor Barreaux: avendolo incontrato ieri, gli dissi che vi aspettava; vi giuro che non ho mai veduto un uomo più afflitto di lui, quando gli diedi la trista nuova... »
Emilia, malgrado tutte le premure di Teresa, non volle mangiare, e si ritirò nella sua camera.
Qualche giorno appresso ricevè lettere di sua zia. La signora Cheron, dopo alcune espressioni di consolazione e di consiglio, la invitava ad andare a Tolosa, aggiungendo che il defunto fratello avendole affidata la sua educazione, si credeva in obbligo d'invigilare sopra di lei. Emilia avrebbe preferito di restare alla valle; essendo esso l'asilo della sua infanzia ed il soggiorno di coloro che aveva perduti per sempre, poteva piangerli liberamente senza essere molestata da alcuno; ma desiderava parimenti non dispiacere alla sola parente che le restava.
Quantunque la di lei tenerezza non le permettesse di dubitare un istante sulle ragioni che avevano determinato Sant'Aubert a fare questa scelta, Emilia comprendeva benissimo che la sua felicità andava ad essere esposta ai capricci della zia. Rispondendole, ella chiese il permesso di restare ancora qualche tempo nella valle, allegando il suo estremo abbattimento, ed il bisogno che aveva di riposo e di solitudine, per ristabilirsi dai dispiaceri sofferti; sapeva benissimo che i di lei gusti differivano assai da quelli di sua zia, la quale amava la dissipazione, e le sue ricchezze le permettevano di goderne. Dopo avere scritta questa lettera, Emilia si sentì più sollevata.
Ricevè la visita di Barreaux, il quale compiangeva sinceramente la perdita dell'amico.
« Non posso rammentarmene senza il più vivo interesse, » diceva egli; « io non troverò alcuno che lo somigli. Se avessi incontrato un uomo solo come lui nel mondo, non ci avrei rinunciato. »
L'affezione di Barreaux per Sant'Aubert lo rendeva estremamente caro ad Emilia; la di lei maggior consolazione consisteva nel parlare de' suoi genitori con un uomo che stimava moltissimo, e che, sotto un esteriore poco gradevole, nascondeva un cuore tanto sensibile ed uno spirito così coltivato.
Scorsero parecchie settimane, ed Emilia nel suo pacifico ritiro passò gradatamente dal dolore ad una dolce malinconia; poteva già leggere, e leggere perfino i libri che aveva percorsi col padre, sedere al suo posto nella biblioteca, inaffiare i fiori da lui piantati, suonare il pianoforte, e cantare di tempo in tempo qualcuna delle sue arie favorite.
Quando il suo spirito fu un poco rimesso da questa prima scossa, comprese il pericolo di cedere all'indolenza, e pensando che un'attività sostenuta avrebbe potuto restituirle la forza, si attaccò scrupolosamente ad impiegare con metodo tutte le ore del giorno. Allora conobbe più che mai il pregio dell'educazione ricevuta. Coltivando la di lei mente, Sant'Aubert le aveva assicurato un rifugio contro l'ozio e la noia. La dissipazione, i brillanti divertimenti e le distrazioni della società da cui separavala la sua posizione attuale, non eranle punto necessari. Ma, nel tempo medesimo, il padre aveva sviluppato le preziose qualità del suo spirito; spargendo le sue beneficenze intorno a sè, con la bontà e la compassione addolciva i mali di coloro che non poteva alleviare coi soccorsi; in una parola, sapeva compatire tutti gli esseri che si trovavano vittima dei mali inseparabili della vita umana.
Non ricevendo nessuna risposta dalla Cheron, Emilia cominciava a lusingarsi di poter prolungare il suo soggiorno nella valle; e sentendosi bastantemente in forza, si arrischiò a visitare quei luoghi, ove il passato rappresentavasi più vivamente al di lei spirito; recossi dunque alla peschiera, e per aumentare la malinconia, che tanto le piaceva, portò seco il liuto, e vi andò in una di quelle ore della sera che tanto si affanno all'immaginazione e al cuore: quando la fanciulla fu tra i boschi e vicina a quel luogo delizioso, si fermò, appoggiossi contro un albero, e pianse qualche minuto prima di avanzarsi. La stradella che menava al padiglione era allora tutta ingombra di erbe; i fiori seminati da suo padre sui margini, ne parevan quasi soffocati; le ortiche, il caprifoglio crescevano a cespi; ed ella osservava tristamente quella passeggiata negletta; ove tutto annunziava il disordine e la noncuranza, aprì la porta tremando. « Ah! » disse; « ogni cosa è al suo posto come ve la lasciai quando ci stava in compagnia di chi non rivredrò mai più. » Se ne stava ella così pensierosa, senza riflettere ch'era imminente la notte, e che gli ultimi raggi del sole indoravano già la cima de' monti; sarebbe rimasta senza dubbio più a lungo in quella situazione, se non fosse stata risvegliata da un rumore di passi dietro l'edifizio. Poco dopo fu aperta la porta, comparve uno straniero, e stupefatto di vedere Emilia, la supplicò di scusare la sua indiscretezza. Al suono di quella voce, svanì il timore di lei, ma crebbe la sua commozione. Quella erale famigliare, e sebbene non potesse riconoscerne l'oggetto, la memoria le serviva troppo bene perch'ella conservasse paura.
L'ignoto ripetè le sue scuse. Emilia rispose qualche parola, ed allora avanzandosi esso con vivacità, esclamò: « Gran Dio! è mai possibile? Certo, io non m'inganno, è la signorina Sant'Aubert.
— È vero, » disse Emilia, riconoscendo Valancourt, la cui fisonomia sembrava molto animata. Mille rimembranze penose rinnovarono le sue tristi afflizioni, e lo sforzo che fece per contenersi, non servì se non ad agitarla davvantaggio. Valancourt intanto s'informava premurosamente della salute di Sant'Aubert. Un torrente di lacrime gli fece conoscere pur troppo la fatal notizia. Egli la condusse ad una sedia, e si assise vicino a lei che continuava a piangere, mentre il giovane teneva una mano stretta fra le sue.
« Io so, » disse finalmente, « quanto in simili casi sono inutili le consolazioni: dopo una sì gran disgrazia, non posso che affliggermi con voi. »
Quando Valancourt intese che Sant'Aubert era morto in viaggio, ed aveva lasciato Emilia in mano a persone estranee, esclamò involontariamente: « Dov'era io? » quindi mutò discorso, e parlò di sè medesimo. Le raccontò che, dopo la loro separazione, aveva errato qualche giorno sulla riva del mare, ed era tornato in Guascogna passando per la Linguadoca.
Dopo questa breve narrazione, egli tacque: Emilia non era disposta a riprendere la parola, e s'incamminarono verso il castello. Quando furono giunti alla porta, egli si fermò come se avesse creduto di non dover andar più oltre; disse ad Emilia che contando recarsi il giorno seguente ad Estuvière, domandava il permesso di venire a congedarsi da lei, ed essa non ebbe coraggio di negarglielo.
Giunta la notte, non potè prender sonno, essendo più che mai occupata dalla memoria del padre. Rammentandosi in qual maniera precisa e solenne le aveva ordinato di bruciare le sue carte, rimproverò a sè stessa di non avere obbedito più presto, e decise di riparar la domane a questa negligenza.
La mattina seguente, Emilia fece accendere il fuoco nella camera da letto del padre, e vi andò ond'eseguire scrupolosamente i di lui ordini: chiuse la porta per non essere sorpresa, ed aprì il gabinetto dov'erano i manoscritti; là, in un canto, presso un seggiolone, eravi il medesimo tavolino ove avea veduto assiso il padre la notte precedente alla loro partenza, ed essa non dubitò più che le carte di cui le aveva parlato, non fossero quelle stesse la cui lettura gli cagionava allora tanta emozione. La vita solitaria vissuta da Emilia, i malinconici subietti de' suoi consueti pensieri avevanla resa suscettibile di credere a spettri e fantasime. Era in ispecie passeggiando la sera in una casa deserta, ch'ella avea rabbrividito più volte a pretese apparizioni, che non l'avrebbero mai colpita quand'era felice: tal fu la causa dell'effetto da lei provato, allorchè, alzando gli occhi per la seconda volta sulla sedia posta in un canto oscuro, vi scorse l'imagine del genitore. Fu colta da terrore, ed uscì a precipizio. Poco stante rimproverossi la sua debolezza nel compiere un dovere così serio, e riaperse il gabinetto. A tenore delle istruzioni ricevute trovò ben presto il nodo che doveva servirle di guida: calcò col piede, e la tavola scorse da per sè sotto la contigua. Emilia vi ritrovò il fascio di carte, la borsa dei luigi, e qualche altro foglio sparso; prese tutto con mano tremante, richiuse il segreto, e disponevasi a rialzarsi, quando si vide ancora dinanzi l'imagine che l'avea spaventata: ella si precipitò nella camera, e cadde sopra una sedia svenuta; poco dopo rinvenne, e superò in breve quella spaventevole, ma pietosa sorpresa dell'immaginazione. Tornò alle carte, ma avea la testa sì poco a casa, che fissò gli occhi quasi involontariamente sopra le pagine aperte, senza pensare che trasgrediva agli ordini formali del padre; una frase di estrema importanza risvegliò l'attenzione e la memoria di lei. Abbandonò le carte, ma non potè cancellare dallo spirito le parole che rianimavano così vivamente il suo terrore e la sua curiosità; essa erane estremamente commossa. Più meditava, e più la sua immaginazione accendevasi. Spinta dalle più imperiose ragioni, voleva conoscere il mistero che si nascondeva in quella frase; si pentiva del giuramento fatto, ed arrivò perfino a dubitare di essere obbligata ad osservarlo; ma il suo errore non fu di lunga durata.
« Ho promesso, » diss'ella, « e non devo discutere, ma obbedire: allontaniamo una tentazione che mi renderebbe colpevole, giacchè mi sento forza bastante per resistere. » E all'istante tutto fu arso.
Aveva lasciata la borsa sul tavolino senza aprirla; ma accorgendosi che conteneva qualcosa di più grosso dei dobloni, si mise ad esaminarla.
« La sua mano ve li pose, » dicea ella baciando ogni moneta ed irrigandola di lagrime; « la sua mano, che or non è più se non fredda polvere! »
Vi trovò in fondo un pacchettino, contenente una scatoletta d'avorio nella quale esisteva il ritratto d'una signora. Stupì e sclamò: « È la stessa dinanzi la quale piangeva mio padre! » Per quanto la considerasse attentamente, non potè precisarne la somiglianza: essa era di peregrina beltà. La sua espressione particolare era la dolcezza, ma vi regnava un'ombra di tristezza e rassegnazione.
Sant'Aubert non le aveva prescritto nulla a proposito di questa pittura. Emilia credè poterla conservare, e rammentandosi in qual modo le avesse parlato della marchesa di Villeroy, s'immaginò facilmente che quello ne fosse il ritratto: pur non sapeva comprendere per qual ragione egli l'avesse conservato.
La fanciulla osservava la miniatura, senza comprendere l'interesse che prendeva a contemplarla, e il movimento d'affetto e di pietà che sentiva in sè. Ricci di capelli bruni scherzavano trascuratamente sovra un'ampia fronte: avea il naso quasi aquilino. Le labbra sorridevano, ma con malinconia: sollevava gli occhi cilestri al cielo con amabil languore, e la specie di nube sparsa su tutta la sua fisonomia parea esprimere la più viva sensibilità.
Emilia fu scossa dalla profonda meditazione in cui l'aveva gettata quel ritratto, sentendo aprire la porta del giardino: conobbe che Valancourt ritornava al castello, e le abbisognarono alcuni momenti per rimettersi. Quando lo incontrò nel salotto, fu colpita dal cambiamento della sua fisonomia dopo la loro separazione nel Rossiglione: il dolore e l'oscurità le avevano impedito di accorgersene la sera precedente; ma l'abbattimento di Valancourt cedè alla gioia di vederla.
« Voi vedete, » le disse, « ch'io faccio uso del permesso da voi accordatomi. Vengo per dirvi addio, sebbene abbia avuto la fortuna d'incontrarvi ieri soltanto. »
Emilia sorrise debolmente, e, come imbarazzata di ciò che dovrebbe dire, gli domandò da quanto tempo fosse tornato in Guascogna. « Vi sono da... » disse Valancourt facendosi rosso, « dopo aver avuta la disgrazia di separarmi da amici che mi avevano reso così delizioso il viaggio dei Pirenei; ho fatto un giro assai lungo. »
Una lacrima scorse dagli occhi d'Emilia mentre Valancourt parlava; egli se ne avvide e parlò di tutt'altro; lodò il castello, la sua bella situazione ed i punti di vista che offriva. Emilia, imbarazzatissima per quel colloquio, scelse con piacere un soggetto indifferente. Andarono sul terrazzo, e Valancourt fu incantato dalla vista del fiume, dei prati, e dei quadri molteplici che presentava la Guienna.
Si appoggiò al parapetto, contemplando il rapido corso della Garonna. « Non è molto tempo, » diss'egli, « che sono rimontato fino alla sua sorgente; io non aveva allora la fortuna di conoscervi, poichè in tal caso avrei dolorosamente sentita la vostra assenza. »
Il giovane tacque, e sedette accanto a lei, muto e tremante; finalmente disse con voce interrotta: « Questo luogo delizioso.... dovrò abbandonarlo, e abbandonerò anche voi, forse per sempre.
Questi momenti possono non tornar più; non voglio perderli: soffrite intanto che, senza offendere la vostra delicatezza e il vostro dolore, vi esprima una volta tutta l'ammirazione, e la riconoscenza che m'inspira la vostra bontà. Oh! se io potessi avere un giorno il diritto di chiamare amore il vivo sentimento che... »
La commozione di Emilia non le permise di rispondere, e Valancourt, avendo gettato gli occhi su di lei, la vide impallidire e sul punto di venir meno: fece un moto involontario per sostenerla, e questo moto bastò a farla rinvenire con certo quale spavento. Quando Valancourt riprese la parola, tutto in lui, e perfino la voce, manifestava l'amore il più tenero.
« Io non ardirei, » soggiunse egli, « parlarvi più a lungo di me: ma questo momento crudele avrebbe meno amarezza, se potessi portar meco la speranza, che la confessione, testè sfuggitami, non mi escluderà in avvenire dalla vostra presenza. »
Emilia fece un nuovo sforzo per vincere la confusione delle sue idee. Temeva di tradire il suo cuore, e di lasciar conoscere la preferenza che accordava a Valancourt. Ella esitava a manifestare i sentimenti ond'era animata, non ostante che il cuore ve la spingesse con molta vivacità. Nonpertanto, riprese coraggio, per dirgli che si trovava onorata dalla bontà d'una persona, per la quale suo padre aveva avuto tanta stima.
« Egli mi ha dunque giudicato degno della sua stima? » disse Valancourt con dubbiosa timidezza; poi, rimettendosi, soggiunse: « Perdonate questa domanda; io so appena ciò che voglia dirmi. Se ardissi lusingarmi della vostra indulgenza, se voi mi concedeste la speranza di avere qualche volta le vostre nuove, mi separerei da voi con maggior tranquillità. »
Dopo un momento di silenzio, Emilia rispose: « Io sarò sincera con voi; voi vedete la mia situazione, e son certa che vi ci adatterete. Vivo in questa casa, che fu quella del padre mio, ma ci vivo sola. Oimè! Io non ho più genitori, la cui presenza possa autorizzare le vostre visite...
— Non affetterò di non sentire questa verità, » disse il giovane. Poi aggiunse tristamente: « Ma chi m'indennizzerà del sacrificio che mi costa la mia franchezza? Almeno mi permetterete voi di presentarmi ai vostri parenti. »
La fanciulla confusa, non sapeva che rispondere conoscendone la difficoltà. Il suo isolamento e la sua posizione non le lasciavano un amico del quale potesse ricevere un consiglio. La Cheron, unica sua parente, era occupata solo de' propri piaceri, e trovavasi talmente offesa della ripugnanza di Emilia a lasciar la valle, che sembrava non pensar più a lei.
« Ah! io lo vedo, » disse Valancourt, dopo un lungo silenzio, « conosco che mi sono lusingato di troppo. Voi mi credete indegno della vostra stima. Viaggio fatalissimo! Io lo riguardava come l'epoca più fortunata della mia vita: quei giorni deliziosi avveleneranno il mio avvenire. »
Qui si alzò bruscamente, e passeggiando a gran passi sul terrazzo, gli si vedeva la disperazione dipinta in volto. Emilia ne fu vivamente commossa. I movimenti del suo cuore trionfarono della di lei timidezza, e quando egli le fu vicino, gli disse con una voce che la tradiva: « Voi fate torto ad amendue, quando dite ch'io vi credo indegno della mia stima; devo confessare che la possedete da molto tempo, e che.... »