Emilia, non sentendosi bastantemente rimessa per sopportare la solitudine della sua camera, rimase sul baluardo fino a sera. Gli uomini cenarono fra loro. La signora Montoni non uscì dalle sue stanze: Emilia recossi da lei prima di ritirarsi, e la trovò piangente ed agitata. La tenerezza della nipote era naturalmente così insinuante, che riusciva quasi sempre a consolare gli afflitti; ma le più dolci espressioni a nulla valsero colla zia. Ella finse, colla solita delicatezza, di non osservare il dolore di lei, ma ne' modi usò una grazia così squisita, una premura così affettuosa, che quella superba se ne offese. Eccitare la pietà della nipote, era per lei un affronto sì crudele pel suo orgoglio, che s'affrettò a congedarla. Emilia non le parlò della sua estrema ripugnanza a trovarsi isolata; le chiese soltanto in grazia che Annetta potesse restare con lei fino al momento di coricarsi. L'ottenne a stento; e siccome Annetta allora era co' servitori, le convenne ritirarsi sola. Traversò veloce le lunghe gallerie. Il fioco chiarore del lume non serviva che a rendere più sensibile l'oscurità, ed il vento minacciava di spegnerlo ad ogni istante. Passando davanti la fuga delle stanze visitate la mattina, credette udir qualche suono, ma guardossi bene dal fermarsi per accertarsene. Giunta alla sua camera, non vi trovò neppure una scintilla di fuoco. Prese un libro per occuparsi, finchè Annetta venisse; ma la solitudine e la quasi oscurità la piombarono nuovamente nella desolazione, tanto più ch'era prossima al luogo orribile scoperto la mattina. Non sapendo risolversi a dormire in quella stanza dove per certo la notte precedente era entrato qualcuno, aspettava Annetta con penosa impazienza, volendo saper da lei un'infinità di circostanze. Desiderava egualmente interrogarla su quell'oggetto d'orrore, di cui la credea informata, sebbene inesattamente. Stupiva però, che la camera che lo conteneva restasse aperta tanto imprudentemente. Il fioco chiarore diffuso sulle pareti dal lume presso a spegnersi, aumentava il suo terrore. Si alzò per tornare nella parte abitata del castello, prima che l'olio fosse totalmente consunto.

Nell'aprir la porta, intese alcune voci, e vide un lume in fondo al corridoio. Era Annetta con un'altra serva. « Ho piacere che siate venute, » disse Emilia; « qual cagione vi ha trattenute tanto? Favorite di accendere il fuoco.

— La padrona aveva bisogno di me, » rispose Annetta un poco imbarazzata. « Vado subito a prendere le legna.

— No, » disse Caterina, « è incombenza mia. » Ed uscì. Annetta voleva seguirla; ma Emilia la richiamò, ed ella si mise a parlar forte e a ridere, come se avesse avuto paura di stare silenziosa.

Caterina tornò colle legna, e tostochè fu acceso il fuoco e la serva se ne fu andata, la fanciulla domandò ad Annetta se avesse prese le informazioni ordinatele.

« Sì, signora, » rispose la ragazza, « ma nessuno sa nulla. Io ho osservato Carlo con attenzione, perchè dicono ch'egli sappia di cose strane; quel vecchio ha una cert'aria che non saprei esprimere: mi domandò più volte se era ben sicura che la porta della scaletta segreta non fosse chiusa. — Sicurissima, gli risposi. In verità, signorina, son tanto sbalordita, che non so quel che mi dica. Non vorrei dormire in questa camera più che sul cannone del baluardo, là in fondo.

— E perchè meno su quel cannone che in qualunque altra parte del castello? » disse Emilia sorridendo. « Credo che il letto sarebbe duro.

— Sì, ma non si può trovarne un più cattivo. Il fatto sta che la notte scorsa fu veduto qualcosa vicino a quel cannone, che vi stava come di guardia.

— E tu credi a tutte le favole che ti spacciano?

— Signorina, vi farò vedere il cannone di cui si tratta. Voi potete scorgerlo qui dalla finestra.

— È vero, ma è una prova che sia guardato da un fantasma?

— Come! Se vi faccio vedere il cannone, non lo credete neppure allora?

— No, non credo altro se non quel che vedo co' miei occhi.

— Ebbene, lo vedrete, se volete avvicinarvi soltanto alla finestra. »

Emilia non potè trattener le risa, e Annetta parve sconcertata. Vedendo la di lei facilità a credere al maraviglioso, la fanciulla credè bene astenersi dal parlarle del soggetto del suo terrore, temendo ch'ella soccombesse a paure ideali. Parlò dunque delle regate di Venezia.

« Oh! sì, signorina, » disse Annetta, « que' bei lampioni e quelle belle notti al chiaro di luna: ecco che cosa c'è di magnifico a Venezia; son certa che la luna è più bella in quella città che altrove. Che musica deliziosa si sentiva! Lodovico cantava così spesso vicino alla mia finestra, sotto il portico! Fu Lodovico a parlarmi di quel quadro che avevate tanta smania di vedere ieri.

— Che quadro? » disse Emilia, volendo far parlare Annetta.

— Quel quadro terribile col velo nero.

— L'hai tu veduto?

— Chi? io? giammai; ma stamattina, » continuò la cameriera, parlando sottovoce e guardandosi intorno, « stamattina, quando fu giorno chiaro, — voi sapete ch'io aveva un gran desiderio di vederlo, ed aveva inteso strane cose in proposito, — andai fino alla porta decisa di entrarvi, ma la trovai chiusa. »

Emilia fremette, e temendo d'essere stata osservata, poichè la porta era stata chiusa sì poco tempo dopo la sua visita, tremava la sua curiosità non le attirasse la vendetta di Montoni; e comprendendo quel soggetto essere troppo spaventoso per occuparsene a quell'ora, cambiò discorso. Era vicina la mezzanotte, e Annetta accingeasi ad andarsene, allorchè intesero suonare la campana della porta d'ingresso; ristettero spaventate: dopo una lunga pausa udirono il rumore di una carrozza nel cortile; Emilia si abbandonò sopra la sedia esclamando: « È il conte senz'altro.

— A quest'ora! oh no! parendomi impossibile ch'egli abbia scelto questo momento per arrivare in una casa.

— Cara mia, non perdiamo tempo in vani discorsi, » disse Emilia spaventata; « va, te ne prego, va a vedere chi può essere. »

Annetta uscì portando via il lume, e lasciandola all'oscuro: ciò le avrebbe fatto paura qualche minuto prima, ma in quel momento non ci badava: aspettava ed ascoltava quasi senza respirare. Infine Annetta ricomparve.

« Sì, » diss'ella, « avevate ragione; è il conte.

— Giusto cielo! » sclamò Emilia; « ma è proprio lui? l'hai realmente riconosciuto?

— Sì, l'ho veduto distintamente; sono andata al finestrino della corte occidentale che, come sapete, guarda nel cortile intorno. Ho veduto la sua carrozza, ov'egli aspettava qualcuno: vi erano molti cavalieri con torce accese. Quando gli si presentò Carlo, disse alcune parole ch'io non potei capire, e scese in compagnia d'un altro signore. Credendo che il padrone fosse già in letto, corsi al gabinetto della padrona per saper qualcosa; incontrai Lodovico, dal quale seppi che il signor Montoni vegliava ancora, e teneva consiglio cogli altri signori in fondo alla galleria di levante. Lodovico mi fe' segno di tacere, ed io son tornata subito qui. »

Emilia domandò chi fosse il compagno del conte, e come li avesse ricevuti Montoni; ma Annetta non potè dirle nulla.

« Lodovico, » soggiuns'ella, « andava appunto a chiamare il cameriere del padrone per informarlo di questo arrivo, allorchè io lo trovai. »

Emilia restò alcun tempo incerta; finalmente pregò Annetta di andar a scoprire, se fosse possibile, l'intenzione del conte venendo al castello.

« Volentieri, » rispose l'altra; « ma come potrò io trovare la scala, se vi lascio la lucerna? »

Emilia si offrì di farle lume. Quando furono in cima alla scala, essa riflettè che poteva essere veduta dal conte, e, per evitar di passare pel salone, Annetta la condusse per vari anditi ad una scala segreta che metteva nel tinello.

Tornando indietro, Emilia temè di smarrirsi, ed essere nuovamente spaventata da qualche misterioso spettacolo, e fremea all'idea di aprire una sola porta. Mentre stava perplessa e pensierosa, le parve udire un singulto; si fermò, e ne sentì un altro distintamente: avea a destra parecchi usci; tese l'orecchio; quando fu al secondo, intese una voce lamentevole, ma non sapeva decidersi ad aprir la porta, o ad allontanarsi. Riconobbe sospiri convulsi e le querele d'un cuore alla disperazione: impallidì, e considerò ansiosa le tenebre che circondavanla: i lamenti continuavano; la pietà vinse il terrore. Nella probabilità che le di lei attenzioni valessero a consolarlo, depose il lume, ed aprì la porta pian piano: tutto era tenebre, tranne un gabinetto in fondo d'onde trapelava una fioca luce. Parendole riconoscere la voce, si avanzò adagio, e vide sua zia appoggiata al tavolino, col fazzoletto agli occhi... Essa restò immobile per lo stupore.

Un uomo stava assiso vicino al caminetto, ma non potè distinguerlo, perchè le voltava le spalle; tratto tratto egli diceva qualche parola sottovoce, che non potevasi intendere, ed allora la zia piangeva più forte. Avrebbe Emilia voluto indovinare il motivo di quella scena, e riconoscere colui che a quell'ora si trovava colà: non volendo però aumentare le smanie della zia scuoprendo i suoi segreti, si ritirò con cautela, e, sebbene a stento, le riuscì di trovare la sua camera, ove in breve altri interessi le fecero obliare la di lei sorpresa.

Annetta tornò senza risposta soddisfacente. I servi, coi quali aveva parlato, ignoravano il tempo che il conte doveva restare nel castello: non parlavano che delle strade cattive percorse, dei pericoli superati, e maravigliavansi che il loro padrone avesse fatto quella strada a notte così avanzata. Ella finì col chiedere il permesso d'andarsi a riposare.

Emilia, conoscendo che sarebbe stata una crudeltà il trattenerla, la congedò. Rimase sola, pensando alla propria situazione ed a quella della zia; e gli occhi di lei fermaronsi alfine sul ritratto trovato nelle carte che il padre aveale imposto di ardere, e che stava sul tavolo con vari disegni estratti da una scatoletta poche ore innanzi: tal vista la immerse in tristi riflessioni, ma l'espressione commovente del ritratto ne addolciva l'amarezza. Guardò intenerita que' leggiadri lineamenti; d'improvviso, ricordossi conturbata le parole del manoscritto trovato colla miniatura, e che allora aveanla compresa d'incertezza e d'orrore. Infine, si riscosse, e decise di coricarsi; ma il silenzio, la solitudine in cui si trovava a quell'ora tarda, l'impressione lasciatale dal soggetto cui stava meditando, le ne tolsero il coraggio. I racconti di Annetta, benchè frivoli, aveanla però conturbata, tanto più dopo la spaventosa circostanza ond'ella era stata testimone poco lungi dalla sua camera.

La porta della scala segreta era forse il soggetto d'un timore meglio fondato. Decisa a non ispogliarsi, si gettò vestita sul letto; il cane di suo padre, il buon Fido, coricato ai di lei piedi, le serviva di sentinella.

Preparata così, procurò di bandire le triste idee; ma il suo spirito errava tuttavia sui punti che più l'interessavano, e l'orologio suonò le due prima ch'ella potesse chiuder occhio. Cedè finalmente ad un sonno leggero, e ne fu svegliata da un rumore che le parve sentire in camera. Tremante alzò il capo, ascoltò attenta: tutto era nel silenzio; credendo essersi ingannata, si riadagiò sul guanciale.

Poco dopo il rumore ricominciò: pareva venir dalla parte della scaletta. Si rammentò allora il disgustoso incidente della notte scorsa, in cui una mano ignota aveva socchiuso quell'uscio. Il terrore le agghiacciò il cuore. Si alzò sul letto, e stirando lievemente il cortinaggio, osservò la porta della scala. Il lume che ardeva sul caminetto spandeva una luce fiochissima. Il rumore che credeva venire dalla porta continuò a farsi sentire. Le pareva che ne smovessero i chiavistelli; poi si fermavano, e quindi ricominciavano pian piano, come se avessero temuto di farsi udire. Mentre Emilia fissava gli occhi da quella parte, vide l'imposta muoversi, aprirsi lenta e qualcosa entrare in camera, senza che l'oscurità le permettesse distinguer nulla. Quasi morta dallo spavento, fu abbastanza padrona di sè stessa per non gridare e lasciar ricader la cortina. Osservò tacendo quell'oggetto misterioso, il quale pareva cacciarsi nelle parti più oscure della camera, poi talvolta fermarsi; ma quando si avvicinò al camino, Emilia potè distinguere una figura umana. Una tetra rimembranza fu quasi per farla soccombere. Continuò nonostante ad osservar quella figura, la quale restò immobile buona pezza, e si avvicinò quindi pian piano ai piedi del letto. Le cortine, socchiuse alquanto, permettevano alla fanciulla di vederla; ma il terrore la privava perfin dalla forza di fare un movimento. Dopo un istante, la figura tornò al camino, prese il lume, considerò la camera, e riaccostossi adagio al letto. I raggi della lampada svegliarono allora il cane, il quale saltò a terra, latrò forte, e corse sull'incognito, che lo respinse colla spada coperta dal fodero. Emilia riconobbe il conte Morano. Essa lo guardò muta dallo spavento. Egli cadde in ginocchio, scongiurandola di non temere, e gettando il ferro, volle prenderle una mano. Ma, ricuperando allora le forze paralizzate dal terrore, Emilia saltò giù dal letto, Morano si alzò, la seguì verso la porta della scaletta, e la fermò mentre ne toccava il primo gradino; ma già al chiarore d'un lume, essa aveva veduto un altr'uomo a metà della scala medesima. Gettò un grido di disperazione, e, credendosi tradita da Montoni, si diè per perduta.

Il conte la trascinò in camera. « Perchè tanto spavento? » diss'egli con voce tremante. « Ascoltatemi, Emilia, io non vengo per farvi alcun male; no, giuro al cielo, vi amo troppo, senza dubbio pel mio riposo. »

Emilia lo guardò un momento coll'incertezza della paura. « Lasciatemi, signore, » gli disse, « lasciatemi dunque sul momento.

— Ascoltate, Emilia, » soggiunse Morano, « ascoltatemi: io vi amo, e sono disperato, sì, disperato. Come posso io guardarvi, forse per l'ultima volta e non provare tutte le furie della disperazione? Ma no, voi sarete mia a dispetto di Montoni, a dispetto di tutta la sua viltà.

— A dispetto di Montoni! » sclamò Emilia con vivacità. « O cielo! che sento mai?

— Che Montoni è un infame, » gridò Morano con veemenza, « un infame che vi vendeva al mio amore, che...

— E quello che mi comprava lo era egli meno? » diss'ella gettando sul conte un'occhiata sprezzante. « Uscite, signore, uscite sull'istante. » Poi soggiunse con voce commossa dalla speranza e dal timore, benchè sapesse di non poter essere intesa da nessuno: « Od io metterò sossopra tutto il castello, ed otterrò dal risentimento del signor Montoni ciò che implorai indarno dalla sua pietà.

— Non isperate nulla dalla sua pietà; egli mi ha tradito indegnamente: la mia vendetta lo perseguiterà da per tutto; e quanto a voi, Emilia, ha senza dubbio progetti più lucrosi del primo. »

Il raggio di speranza che le prime parole del conte avevano reso ad Emilia, fu quasi spento da queste ultime espressioni. La di lei fisonomia ne fu conturbata, e Morano procurò di trarne vantaggio. Ei disse:

« Io perdo il tempo, non venni per declamare contro Montoni, venni per sollecitare, per supplicare Emilia; venni per dirle tutto ciò che soffro, per iscongiurarla di salvarci amendue: me dalla disperazione e lei dalla rovina. Emilia, i progetti di Montoni son tali, che voi non potete concepirli; sono terribili, ve lo giuro. Fuggite, fuggite da quest'orrida prigione coll'uomo che vi adora. Un servo, guadagnato a forza d'oro, mi aprirà le porte del castello, e fra breve vi sarete sottratta da questo scellerato. »

Emilia era oppressa dal colpo terribile ricevuto nel mentre appunto rinascevale la speranza in cuore. Si vedeva perduta senza riparo. Incapace di rispondere e quasi di riflettere, si abbandonò sur una sedia, pallida e taciturna; era probabilissimo che in principio Montoni l'avesse venduta a Morano, ma era chiaro che in seguito avesse ritrattata la sua promessa, e la condotta del conte lo provava. Appariva eziandio che un progetto più vantaggioso aveva solo potuto decidere l'egoista Montoni ad abbandonare quel piano, che aveva sì vivamente sollecitato. Queste riflessioni la fecero fremere delle parole di Morano, ch'ella non esitava a credere. Ma mentre tremava all'idea delle sventure che l'attendevano nel castello di Udolfo, considerava che l'unico mezzo di uscirne era la protezione d'un uomo, col quale non potevano mancarle sciagure più certe e non meno terribili; mali in fine, di cui non poteva sostener il pensiero.

Il silenzio di lei incoraggì le speranze del conte, che l'osservava con impazienza; ei le prese la mano e scongiurala a decidersi. « Tutti gl'istanti di ritardo, » le disse, « rendono la partenza più pericolosa; i pochi momenti che noi perdiamo, possono dare a Montoni il tempo di sorprenderci.

— Per pietà, signore, non m'importunate » disse Emilia fiocamente; « io sono infelice, e debbo continuare ad esserlo. Lasciatemi, ve ne prego, lasciatemi al mio destino.

— Non mai, » gridò il conte con impeto; « io perirò piuttosto... ma perdonate questa violenza: l'idea di perdervi mi altera la ragione. Voi non potete ignorare il carattere di Montoni; ma potete ignorare i suoi progetti, sì, voi li ignorate certo, chè diversamente non esitereste fra l'amor mio ed il suo potere.

— Io non esito punto, » disse Emilia.

— Partiamo dunque, » soggiunse Morano baciandole la mano, ed alzandosi in fretta. « La mia carrozza ci aspetta sotto le mura del castello.

— V'ingannate, signore; vi ringrazio dell'interesse che prendete per la mia sorte, ma io resterò sotto la protezione del signor Montoni.

— Sotto la sua protezione! » sclamò violentemente Morano; « la sua protezione! Emilia, deh! non vi lasciate ingannare... Ve l'ho già detto quale sarebbe la sua protezione.

— Scusate se in questo momento non presto fede ad una semplice asserzione, e se esigo qualche prova.

— Non ho il tempo nè il mezzo di produrne.

— Ed io non avrò nessuna volontà di ascoltarle.

— Voi vi beffate della mia pazienza e delle pene mie, » continuò Morano; « un matrimonio coll'uomo che vi adora, è egli dunque così terribile ai vostri occhi? Preferite questa crudel prigionia? Oh! c'è qualcuno, per certo, che m'invola gli affetti che dovrebbero appartenermi, altrimenti non potreste ricusare un partito che può sottrarvi alla più barbara tirannide. » E correva smarrito su e giù per la camera.

— Il vostro discorso, conte Morano, prova abbastanza che i miei affetti non potrebbero appartenervi, » disse Emilia con dolcezza. « Questa condotta prova abbastanza ch'io sarei ugualmente tiranneggiata, caso fossi in vostro potere. Se volete persuadermi il contrario, cessate di molestarmi davvantaggio colla vostra presenza; se me lo negaste, mi obblighereste di esporvi alla collera del signor Montoni.

— Ma ch'ei venga! » sclamò Morano furibondo; « ch'ei venga! Ardisca provocare la mia! ardisca guardare in faccia l'uomo che ha così insolentemente oltraggiato! Gl'insegnerò io cosa sia la morale, la giustizia, e specialmente la vendetta! venga, ed io gl'immergerò la spada nel seno. »

La veemenza colla quale si esprimeva, divenne per Emilia un nuovo motivo d'inquietudine. Si alzò dalla sedia, ma le tremavano le gambe, e ricadde. Guardava attentamente la porta chiusa del corridoio, convincendosi di non poter fuggire senza esserne impedita.

« Conte Morano, » diss'ella finalmente, « calmatevi, ve ne scongiuro, ed ascoltate la ragione, se non la pietà. Voi v'ingannate egualmente nell'amore e nell'odio. Non potrò mai corrispondere all'affetto onde vi piaceste onorarmi, e certo io non l'ho mai incoraggito. Il signor Montoni non può avervi oltraggiato: sappiate ch'ei non ha diritto di disporre della mia mano, quand'anco ne avesse il potere. Lasciatemi, abbandonate questo castello, finchè potete farlo con sicurezza. Risparmiatevi le terribili conseguenze d'una vendetta ingiusta, ed il rimorso sicuro di aver prolungato i miei patimenti.

— Una vendetta ingiusta! » esclamò il conte riprendendo a un tratto la furia della passione. « E chi mai potrà vedere questo volto angelico, e credere un castigo qualunque proporzionato all'offesa che mi fu fatta? Sì, abbandonerò questo castello, ma non ne uscirò solo. La mia gente mi aspetta, e vi porterà alla mia carrozza; le vostre strida saranno inutili; nessuno può ascoltarle in questo luogo remoto. Cedete dunque alla necessità, e lasciatevi condurre.

— Conte Morano, » diss'ella alzandosi, e respingendolo mentre si avanzava, « io sono adesso in poter vostro, ma riflettete che una simile condotta non può acquistarvi la stima di cui pretendete esser degno. »

Qui fu interrotta dal brontolìo del suo cane, che saltò giù dal letto per la seconda volta; Morano guardò verso la scala, e, non vedendo alcuno, chiamò ad alta voce Cesario.

« Emilia, » le disse, in seguito, « perchè mi obbligate ad usar questo mezzo? Oh! quanto desidererei persuadervi, anzichè obbligarvi ad essere la mia sposa! Ma giuro al cielo che Montoni non vi venderà ad un altro. Intanto verrete meco. Cesario, Cesario!... »

Un uomo comparve. Emilia gettò un alto strido, mentre il conte la trascinava. In quel punto s'intese rumore all'uscio del corridoio. Il conte si fermò, come esitante tra l'amore e la vendetta; l'uscio si aprì, e Montoni, seguito dal vecchio intendente e da parecchi altri, entrò precipitoso nella camera dicendo: « Ah traditore! pagherai il fio del tuo infame attentato; in guardia! »

Il conte non aspettò una seconda sfida; consegnò Emilia a Cesario, e voltosi con fierezza: « Sono da te, infame, » gridò egli menandogli un colpo da disperato. Montoni si difese valorosamente, ma furono separati dai seguaci, mentre Carlo strappava Emilia alla gente di Morano.

« È per questo, » disse Montoni con ironia, « è per questo ch'io vi riceveva nel mio tetto, e vi permetteva di passarvi la notte? Voi adunque veniste a ricompensar la mia ospitalità con un indegno tradimento, e per involarmi mia nipote?

— Che chi parla di tradimento, » rispose Morano con rabbia concentrata, « osi mostrarsi senza arrossire. Montoni, voi siete un infame; se qui c'è tradimento, voi solo ne siete l'autore.

— Ah vile! » gridò l'altro sciogliendosi da chi lo tratteneva e correndo addosso al conte. Uscirono dalla porta del corridoio. Il combattimento fu così furioso, che nessuno ardì avvicinarsi. Montoni, d'altra parte, giurava di trafiggere il primo che si fosse frapposto. La gelosia e la vendetta aumentavano la rabbia e l'acciecamento di Morano. Montoni, più padrone di sè stesso, ed abilissimo, ebbe il vantaggio, e ferì l'avversario; ma questi parendo insensibile al dolore e alla perdita del sangue, seguitò a battersi, e piagò Montoni leggermente nel braccio, ma nell'istesso momento toccò una larga ferita, e cadde in braccio a Cesario. Montoni, appoggiandogli la spada al petto, voleva obbligarlo a chieder la vita. Morano potè appena replicare con un gesto ed una parola negativa, e svenne. L'altro stava per trafiggerlo, ma Cavignì gli trattenne il braccio: cedette però con molta difficoltà, e vedendo l'avversario rovesciato, ordinò di trasportarlo all'istante fuori del castello.

Emilia, che non aveva potuto uscire dalla camera durante lo spaventoso tumulto, entrò nel corridoio, e patrocinando con coraggio la causa dell'umanità, supplicò Montoni di accordare a Morano, nel castello, i soccorsi che esigeva il suo stato. Montoni, il quale non ascoltava quasi mai la pietà, parea in quel momento sitibondo di vendetta. Colla crudeltà d'un mostro ordinò per la seconda volta che il suo vinto nemico fosse trasportato subito fuori del castello nello stato in cui si trovava. Quei dintorni, coperti di boschi, offrivano appena una capanna solitaria da passarvi la notte. I servi del conte dichiararono che non l'avrebbero mosso di lì, finchè non avesse dato almeno qualche segno di vita. Quelli di Montoni stavano immobili, e Cavignì faceva invano rimostranze: la sola Emilia, non badando a minacce, portò acqua a Morano, e ordinò agli astanti di fasciargli le ferite. Montoni, sentendo finalmente qualche dolore alla sua, si ritirò per farsi medicare.

In quell'intervallo, il conte rinvenne. Il primo oggetto che lo colpì, aprendo gli occhi, fu Emilia chinata su di lui coll'espressione della massima inquietudine. Egli la contemplò dolorosamente.

« L'ho meritato, » diss'egli, « ma non da Montoni. Io meritava d'esser punito da voi, e ne ricevo invece pietà. » Dopo qualche pausa soggiunse: « Bisogna ch'io vi abbandoni, ma non a Montoni. Perdonatemi i dispiaceri che vi cagionai. Il tradimento di quell'infame non resterà impunito.... Non sono in istato di camminare, ma poco importa: portatemi alla capanna più prossima. Non passerei la notte in questo luogo, quand'anco fossi certo di morire nel breve tragitto che dovrò fare. »

Cavignì propose di andare ad uniformarsi se vi fosse nelle vicinanze qualche abituro, prima di levarlo di là, ma il conte era troppo impaziente di partire. L'angoscia del suo spirito sembrava ancor più violenta del patimento della ferita. Rigettò sdegnosamente la proposta di Cavignì, nè volle che si ottenesse per lui il permesso di passar la notte nel castello. Cesario voleva far venir innanzi la carrozza, ma Morano glielo proibì. « Non potrei sopportarla, » diss'egli; « chiamate i miei servitori: essi mi trasporteranno sulle braccia. »

Finalmente, calmandosi alquanto, acconsentì che Cesario andasse prima in cerca di un ricetto. Emilia, vedendolo risensato, si disponeva ad uscire, quando Montoni glie l'ordinò per mezzo d'un servo, aggiungendo che se il conte non era partito, dovesse allontanarsi immediatamente. Gli sguardi di Morano sfavillarono di sdegno, e si fece di fuoco.

« Dite a Montoni, » soggiunse, « che me n'andrò quando mi converrà. Lascerò questo castello ch'esso chiama il suo, come si lascia il nido di un serpente; ma non sarà l'ultima volta che udrà parlar di me. Ditegli che, per quanto potrò, non gli lascerò un altro omicidio sulla coscienza.

— Conte Morano, sapete voi bene quel che dite? » disse Cavignì.

— Sì, lo so benissimo, ed egli intenderà ciò ch'io voglio dire. La sua coscienza, su questo punto, seconderà la sua intelligenza.

— Conte Morano, » disse Verrezzi, che fin allora stava zitto, « se ardite insultare ancora il mio amico, v'immergo la spada nel cuore.

— Sarebbe azione degna dell'amico d'un infame, » disse Morano, e la violenza dello sdegno lo fe' sollevare dalle braccia de' servi; ma la di lui energia fu momentanea, e ricadde spossato. La gente di Montoni tratteneva Verrezzi, il quale pareva disposto a compiere la sua minaccia. Cavignì, meno irritato di lui cercava di farlo uscire, Emilia, trattenuta fin allora dalla compassione, stava per ritirarsi, quando la voce di Morano l'arrestò. Le fe' cenno di avvicinarsi. Ella si avanzò timidamente, ma il languore che sfigurava la faccia del ferito, eccitò la di lei pietà.

« Vi lascio per sempre, » ei le disse; « forse non vi vedrò più. Vorrei portar meco il vostro perdono, e, se non fossi troppo importuno, ardisco chiedere la vostra benevolenza.

— Ricevete questo perdono, » disse Emilia, « coi voti più sinceri per la vostra pronta guarigione. »

Scongiuratolo quindi ad uscir tosto dal castello, recossi dallo zio. Egli era nel salotto di cedro su di un sofà, e soffriva molto della sua ferita, ma la sopportava con gran coraggio.

Emilia tremava nell'avvicinarsegli; ei la rampognò forte per non aver obbedito subito, e attribuì a capriccio la di lei pietà pel ferito.

La fanciulla, punta da quelle oltraggiose parole, non rispose.

In quella Lodovico entrò nella stanza, riferendo che trasportavano Morano su d'una materassa ad una capanna poco distante. Montoni parve placarsi, e disse ad Emilia che poteva tornare alla sua camera. Ella andossene volentieri; ma l'idea di passar la notte in una stanza che poteva esser aperta a tutti, le fece allora più spavento che mai. Risolse di andare da sua zia a chiederle il permesso di condur seco Annetta.

Nell'avvicinarsi alla galleria, udì voci di persone che parevano altercare; riconobbe ch'erano Cavignì e Verrezzi; quest'ultimo protestava di voler andare ad informar Montoni dell'insulto fattogli da Morano. Cavignì parea cercar di calmarlo.

« Non si deve badare, » diceva egli, « alle ingiurie d'un uomo in collera; la vostra ostinazione sarà funesta al conte ed a Montoni; noi abbiamo ora interessi molto più seri da discutere. »

Emilia unì le sue preghiere alle ragioni di Cavignì, e riuscirono in fine a distoglier Verrezzi dal suo progetto.

Entrata dalla zia, la di lei calma le fece credere che ignorasse l'accaduto; volle raccontarglielo con cautela; ma la zia l'interruppe dicendole che sapeva tutto. Benchè Emilia sapesse benissimo ch'ella aveva poche ragioni per amare il marito, pur non la credeva capace di tanta indifferenza. Ottenne il permesso di condur seco Annetta, e si ritirò subito. Una striscia di sangue, rigando il corridoio, conducea alla sua stanza, e nel luogo del combattimento il suolo erane tutto coperto. La fanciulla tremò, ed appoggiossi alla cameriera nel passarvi. Giunta in camera, volle esaminare dove mettesse la scala, dipendendo molto la sua sicurezza da questa circostanza. Annetta, curiosa e spaventata insieme, acconsentì al progetto; ma nell'avvicinarsi alla porta, la trovarono chiusa al di fuori, talchè dovettero accontentarsi di assicurarla nell'interno, appoggiandovi i mobili più pesanti che poterono smovere. Emilia andò a letto, e la cameriera si mise sur una sedia presso al camino, ove fumava ancora qualche tizzone.


CAPITOLO XXI

Fa duopo riferir ora qualche circostanza di cui l'improvvisa partenza da Venezia e la rapida sequela di casi susseguiti nel castello non ne concessero d'occuparci.

La mattina istessa di quella partenza, Morano, all'ora convenuta, andò a casa Montoni per ricevere la sposa. Fu sorpreso non poco dal silenzio e dalla solitudine de' portici, pieni al solito di servitori; ma la sorpresa fece luogo immediatamente al colmo dello stupore ed alla rabbia, allorchè una vecchia aprì la porta, e disse che il suo padrone e tutta la famiglia erano partiti di buonissim'ora da Venezia per andare in terraferma. Non potendolo credere, sbarcò dalla gondola e corse nella sala ad informarsi più minutamente dalla vecchia, la quale persistè nella sua asserzione, e la solitudine del palazzo lo convinse della verità. L'afferrò pel braccio, e parve volesse sfogare sulla poveretta la bile che l'ardea. Le fece mille interrogazioni in una volta, accompagnati da gesti così furibondi, che colei, spaventatissima, non fu in grado di rispondergli. La lasciò, e si mise a scorrere il portico e i cortili come un insensato, maledicendo Montoni e la propria dabbenaggine.

Quando la donna si fu riavuta dal terrore, gli raccontò quanto sapeva; per verità era poco, ma bastò a far comprendere a Morano come Montoni fosse andato al suo castello degli Appennini. Ei ve lo seguì tostochè la sua gente ebbe fatti i necessari preparativi, accompagnato da un amico e da numerosa servitù. Era deciso di ottenere Emilia, o sacrificare Montoni alla sua vendetta. Quando si fu alquanto calmato, la coscienza gli rammentò alcune circostanze che spiegavano abbastanza la condotta di Montoni. Ma in qual modo quest'ultimo avrebbe mai potuto sospettare un'intenzione ch'egli solo conosceva, e che non poteva indovinare? Su questo punto però era stato tradito dall'intelligenza simpatica che esiste, per così dire, fra le anime poco delicate, e fa giudicare ad un uomo ciò che deve fare un altro in una data circostanza. Così infatti era accaduto a Montoni. Aveva alfine acquistata la certezza di quanto già sospettava: che la sostanza, cioè, del conte Morano, invece di esser ragguardevole, come l'aveva creduto in principio, era al contrario in cattivissimo stato. Montoni avea favorito le sue pretese sol per motivi personali, per orgoglio, per avarizia. La parentela d'un nobile veneziano avrebbe sicuramente soddisfatto il primo, e l'altro speculava sui beni di Emilia di Guascogna, che doveangli esser ceduti il giorno stesso delle nozze. Aveva già concepito qualche sospetto per le sregolatezze del conte, ma non aveva acquistata la certezza della di lui rovina, se non la vigilia del matrimonio. Non esitò dunque a concludere che Morano lo ingannava per certo sull'articolo dei beni di Emilia, e questo dubbio confermossi, quando, dopo aver convenuto di firmare il contratto la notte medesima, il conte mancò alla sua parola. Un uomo così poco riflessivo, così distratto come Morano, nel momento in cui s'occupava delle sue nozze, aveva facilmente potuto mancare all'impegno senza malizia; ma Montoni interpretò l'incidente secondo le proprie idee. Dopo avere aspettato un pezzo, egli aveva ordinato a tutta la sua famiglia di star pronta al primo cenno. Affrettandosi di arrivare al castello d'Udolfo, voleva sottrarre Emilia a tutte le ricerche di Morano, e sciogliersi dall'impegno senza esporsi ad alterchi. Se il conte, al contrario, non avesse avuto che pretese onorevoli, com'ei le chiamava, avrebbe certamente seguito Emilia, e firmata la cessione concertata. A questo patto Montoni l'avrebbe sacrificata senza scrupolo ad un uomo rovinato, all'unico scopo di arricchir sè medesimo. Si astenne nullameno dal dirle una sola parola sui motivi di quella partenza, temendo che un'altra volta un barlume di speranza non la rendesse indocile ai suoi voleri.

Fu per tai considerazioni ch'era partito improvvisamente da Venezia; e, per motivi opposti, Morano eragli corso dietro attraverso i precipizi dell'Appennino. Allorchè seppe il di lui arrivo, Montoni, persuaso che venisse ad adempire la sua promessa, si affrettò di riceverlo; ma la rabbia, le espressioni ed il contegno di Morano lo disingannarono tosto. Montoni spiegò in parte le ragioni della sua improvvisa partenza; e il conte, persistendo a chiedere Emilia, colmollo di rimproveri senza parlare dell'antico patto.

Il castellano finalmente, stanco della disputa, ne rimise la conclusione alla domane, e Morano si ritirò con qualche speranza sull'apparente di lui perplessità; quando però, nel silenzio della notte, si rammentò il loro colloquio, il di lui carattere e gli esempi della sua doppiezza, la poca speranza che conservava l'abbandonò, e risolse di non perder l'occasione di possedere Emilia in altro modo. Chiamò il suo confidente, gli comunicò il proprio disegno, e l'incaricò di scoprire fra i servi del castello qualcuno che volesse prestarsi a secondare il ratto di Emilia: se ne rimise in tutto alla scelta e prudenza del suo agente, e non a torto, poichè questi non tardò a trovar un uomo stato recentemente trattato con rigore da Montoni, e che non pensava se non a tradirlo. Costui condusse Cesario fuori del castello, e per un passaggio segreto l'introdusse alla scala, gl'indicò una via più corta, e gli diede le chiavi che potevano favorirne la ritirata; fu anticipatamente ben ricompensato, ed abbiamo veduto qual riuscita ebbe l'attentato del conte.

Il vecchio Carlo, frattanto, aveva sorpreso due servitori di Morano, i quali avendo avuto ordine di aspettare colla carrozza fuori del castello, comunicavansi la loro maraviglia sulla partenza improvvisa e segreta del padrone. Il cameriere non aveva lor confidato, del progetto di Morano, se non ciò ch'essi dovevano eseguire; ma i sospetti eran destati, e Carlo ne trasse il miglior partito. Prima di correre da Montoni, procurò di raccogliere altre notizie, ed a tal uopo, accompagnato da un altro servo, si pose in agguato alla porta del corridoio della camera di Emilia; nè vi restò indarno, giacchè, poco dopo, sentì giunger Morano, ed essendosi accertato de' suoi progetti, corse ad avvertire il padrone, contribuendo così ad impedire il ratto.

Montoni, il giorno dopo, col braccio al collo, fece il solito giro delle mura, visitò gli operai, ne fece aumentare il numero, e tornò al castello, ov'era aspettato da nuovi ospiti. Li fe' venire in un appartamento separato, e Montoni restò chiuso seco loro per quasi due ore. Chiamato poscia Carlo, gli ordinò di condurre i forestieri nelle stanze destinate agli uffiziali della casa, e di farli immediatamente rifocillare.

Frattanto il conte giacea in una capanna della foresta, oppresso da doppio patimento, e meditando una terribil vendetta. Il servo di lui, spedito al villaggio più vicino, non tornò che il dì dopo con un chirurgo, il quale non volle spiegarsi sul carattere della ferita, e volendo prima esaminare i progressi dell'infiammazione, gli amministrò un calmante, e restò con lui per giudicarne gli effetti.

Emilia potè nel resto di quella notte riposare un poco. Destandosi, si rammentò che finalmente era stata liberata dalle persecuzioni di Morano, e si sentì sollevata in gran parte da' mali che l'opprimevano da tanto tempo. L'affliggevano ancora però i sospetti esternatile dal conte sulle mire di Montoni: egli aveva detto che i suoi progetti erano impenetrabili, ma terribili. Per iscacciarne il pensiero, cercò le sue matite, si affacciò alla finestra, e contemplò il paese per iscegliervi una bella veduta.

Così occupata, riconobbe sui bastioni gli uomini giunti di fresco nel castello. La vista di quegli stranieri la sorprese, ma ancor più il loro esteriore: avevano essi una singolarità di vestiario, una fierezza di sguardi, che cattivarono la di lei attenzione. Si ritirò dalla finestra mentr'essi vi passavano sotto, ma vi si riaffacciò tosto per osservarli meglio. Le loro fisonomie accordavansi così bene coll'asprezza di tutta la scena, che, mentre esaminavano il castello, li disegnò come banditi nella sua veduta.

Carlo, avendo procurato a coloro i rinfreschi necessari, tornò da Montoni, il quale voleva scoprire il traditore da cui, la notte precedente, Morano aveva ricevute le chiavi; ma Carlo, troppo fedele al suo padrone per soffrire che gli nuocessero, non avrebbe però denunziato il camerata, neppure alla giustizia. Accertò che l'ignorava, e che il colloquio de' servi del conte non gli avea svelato altro che la trama. I sospetti di Montoni caddero naturalmente sul guardaportone, e lo fece venire. Bernardino negò con tanta audacia, che lo stesso Montoni dubitò della sua reità, senza poterlo credere innocente; infine lo rimandò, talchè sebben fosse il vero autore del complotto, ebbe l'arte di sfuggire ad un severo castigo.

Montoni recossi dalla moglie, ed Emilia non tardò a raggiungerli; essa li trovò in una violenta contesa e voleva ritirarsi, ma la zia la richiamò.

« Voi sarete testimone, » diss'ella, « della mia resistenza. Ora ripetete, o signore, il comando al quale ho tante volte ricusato d'obbedire. »

Egli ordinò severamente alla nipote di ritirarsi. La zia insistè perchè restasse. Emilia desiderava sfuggire alla scena di quell'alterco; voleva servire la zia, ma disperava di calmare Montoni, nei cui sguardi dipingeasi a tratti di fuoco la tempesta dell'anima.

« Uscite, » gridò egli infine con voce tuonante, Emilia obbedì, e andò sul bastione, dove non erano più gli stranieri. Meditando sull'infelice unione fatta dalla sorella di suo padre, e sull'orrore della propria situazione, cagionata dalla ridicola imprudenza della zia, avrebbe voluto rispettarla quant'erale affezionata; ma la condotta della Montoni aveaglielo sempre reso impossibile. La pietà però che sentiva pel cordoglio di quella infelice, le faceva obliare i torti dei quali poteva accusarla.

Mentre passeggiava così sul bastione, comparve Annetta, che, guardando intorno con cautela, le disse:

« Mia cara padroncina, vi cerco dappertutto; se volete seguirmi, vi farò vedere un quadro.

— Un quadro! » sclamò ella fremendo.

— Sì, il ritratto dell'antica padrona del castello. Il vecchio Carlo mi ha or detto ch'era dessa, e pensai farvi cosa grata conducendovi a vederla: quanto alla signora, voi sapete che non si può parlargliene.

— E perciò tu ne parli con tutti.

— Sì, signora; cosa farei qui, se non potessi parlare? Se fossi in un carcere, e mi lasciassero chiaccherare, sarebbe almeno una consolazione: sì, vorrei parlare, quand'anco fosse ai muri. Ma venite, non perdiamo tempo: bisogna che vi mostri il quadro.

— È forse coperto da un velo? » disse Emilia dopo una pausa; « non ho nessuna voglia di vederlo.

— Come! signora Emilia, non volete vedere la padrona del castello, quella signora che sparve così stranamente? Quanto a me, avrei traversate tutte le montagne per veder il ritratto. A dirvi il vero, questo racconto singolare mi fa fremere al solo pensarvi, eppure è l'unica cosa che m'interessa.

— Sei tu poi certa che è un quadro? l'hai tu veduto? È coperto da un velo?

— Buon Dio! sì, no e sì: son certa che è un quadro. L'ho veduto, e non è coperto da alcun velo. »

L'accento e l'aria di sorpresa con cui Annetta rispose, rammentarono ad Emilia la sua prudenza, e con un sorriso forzato, dissimulando la commozione, acconsentì ad andar a vedere il ritratto posto in una stanza oscura attigua al tinello.

« Eccolo qua, » disse Annetta piano, mostrandole il quadro. Emilia l'osservò, e vide che rappresentava una signora nel fior dell'età e della bellezza. I lineamenti n'erano nobili, regolari e pieni d'una forte espressione, ma non di quella seducente dolcezza che avrebbe voluto trovarvi Emilia, nè di quella tenera melanconia che tanto l'interessava.

« Quant'anni sono scorsi, » disse Emilia, « dacchè è sparita questa signora?

— Venti anni circa, a quel che dicono. »

La fanciulla continuò ad esaminare il ritratto.

« Io penso, » ripigliò Annetta, « che il signor Montoni dovrebbe situarlo in una camera più bella. A parer mio, il ritratto della signora, della quale ha ereditate le ricchezze, dovrebbe stare nell'appartamento nobile. In verità, era una bella donna, ed il padrone potrebbe, senza vergognarsi, farlo portare nel grand'appartamento dove c'è il quadro velato. (Emilia si volse). È vero che non lo si vedrebbe meglio: ne trovo sempre chiusa la porta.

— Usciamo, » disse Emilia; « lascia, Annetta, che torni a raccomandartelo; procura di esser riservatissima nei tuoi discorsi, e non far sospettare che tu sappia la minima cosa, a proposito di quel quadro.

— Santo Dio, non è già un segreto: tutti i servitori lo hanno veduto più volte.

— Ma come può essere? » disse Emilia sussultando; « veduto! quando? come?

— Non c'è nulla di sorprendente: già noi siam tutti un pochetto curiosi.

— Ma se mi dicesti che la porta era chiusa?

— Se così fosse, come avremmo potuto entrare? » E guardava da per tutto.

— Ah! tu parli di questo quadro qui, » disse Emilia calmandosi. « Vieni, Annetta. Non vedo altro degno d'attenzione. Andiamo via. »

Avviandosi alla sua stanza, essa vide Montoni scendere nella sala, e tornò nel gabinetto di sua zia, cui trovò sola e piangente. Il dolore e il risentimento lottavano sulla sua fisonomia. L'orgoglio aveva trattenuto fin allora le sue doglianze. Giudicando Emilia da sè medesima, e non potendo dissimulare ciò che si meritava da lei l'indegnità del suo trattamento, credeva che i suoi affanni avrebbero eccitata la gioia della nipote, anzichè qualche simpatia. Credeva che la disprezzerebbe, nè avrebbe, per lei la minima compassione; ma conosceva assai male la bontà di Emilia.

Le pene vinsero finalmente l'orgoglioso carattere. Quando Emilia era entrata la mattina nelle sue stanze, le avrebbe svelato tutto, se il marito non l'avesse prevenuta; ed or che la di lui presenza non glielo impediva, proruppe in amari lamenti.

« O Emilia, » esclamò ella, « io sono la donna più infelice! Vengo trattata in un modo barbaro! Chi l'avrebbe preveduto, quando aveva dinanzi a me una sì bella prospettiva, che proverei un destino così terribile? Chi avrebbe creduto, allorchè sposai un uomo come Montoni, che mi sarei avvelenata la vita? Non c'è mezzo d'indovinare il miglior partito da prendere; non ve n'ha per riconoscere il vero bene. Le speranze più lusinghiere c'ingannano, ingannando così anche i più saggi. Chi avrebbe preveduto, quando sposai Montoni, che mi pentirei così presto della mia generosità? »

Emilia sapeva bene che avrebbe dovuto prevedere tutti questi inconvenienti, ma non essendo quello il momento di farle inutili rimproveri, sedette presso la zia, le prese la mano, e con quell'aria pietosa che la faceva somigliare ad un angelo custode, le parlò con infinita dolcezza. Tutti i suoi discorsi però non bastarono a calmare la signora Montoni, la quale non volle ascoltar nulla; essa aveva bisogno di sfogarsi ancor prima di essere consolata.

« Ingrato! » diss'ella, « mi ha ingannato in tutte le maniere. Ha saputo strapparmi dalla patria, dagli amici; mi chiuse in questo antico castello, e crede costringermi a cedere a tutti i suoi voleri; ma vedrà che si è ingannato, vedrà che nessuna minaccia basterà ad indurmi a... Ma chi l'avrebbe creduto? Chi l'avrebbe mai supposto che, col suo nome, la sua apparente ricchezza, costui non avesse nulla affatto? No, neppure uno zecchino del suo! Io credeva far bene: lo credeva uomo d'importanza ed opulentissimo, altrimenti non lo avrei sposato. Ingrato! Perfido! Mostro!...

— Cara zia, calmatevi; il signor Montoni sarà forse men ricco di quello che credevate, ma non è poi così povero. La casa di Venezia e questo castello sono suoi. Posso io domandarvi quali sono le circostanze che vi affliggono più particolarmente?

— Quali circostanze! » sclamò la zia furibonda. « Che! non basta? Da molto tempo rovinato al giuoco, ha perduto anche tutto ciò che gli ho donato, ed ora pretende che gli faccia cessione di tutti i miei beni. Fortuna che la maggior parte di essi sono in testa mia: ei vorrebbe dilapidare anche questi e gettarsi in un progetto infernale di cui egli solo può comprendere l'idea; e... tutto questo non basta?

— Certo, » disse Emilia, « ma rammentatevi, signora, ch'io l'ignorava assolutamente.

— E non basta, che la sua rovina sia compiuta, che sia pieno di debiti d'ogni sorta al punto che, se dovesse pagarli, non gli resterebbe nè il castello, nè la casa di Venezia?

— Sono afflittissima di ciò che mi dite...

— E non basta, » interruppe la zia, « che mi abbia trattata con tanta negligenza e crudeltà, perchè gli ricusai la cessione; perchè invece di tremare alle sue minacce, lo sfidai risolutamente, rimproverandogli, la sua vergognosa condotta? Io l'ho sofferto con tutta la dolcezza possibile. Voi sapete bene, nipote, se mi sfuggì mai una parola di doglianza fino ad ora; io, il cui unico torto è una bontà troppo grande ed una troppo facile condiscendenza! E per mia disgrazia mi vedo incatenata per la vita a questo vile, crudele e perfido mostro! »

Emilia, comprendendo che i suoi mali non ammettevano consolazione reale, e spregiando le frasi comuni, stimò meglio tacere; la signora Montoni però, gelosa della sua superiorità, interpretò quel silenzio per indifferenza o disprezzo, e le rimproverò l'oblio de' propri doveri e la mancanza di sensibilità.

« Oh! come diffidava io di quella sensibilità tanto vantata, quando sarebbe stata messa alla prova! » soggiuns'ella; « io sapeva benissimo che non v'insegnerebbe nè tenerezza, nè affetto pei parenti che vi hanno trattata come loro figlia.

— Perdonate, zia, » disse Emilia con dolcezza, « io mi vanto poco, e se lo facessi, non mi vanterei già della mia sensibilità, ch'è un dono forse più da temere che da desiderare.

— A meraviglia, nipote, non voglio disputar con voi; ma, come io diceva, Montoni minacciommi di violenze, se persisto più a lungo a negargli la cessione; era appunto il soggetto della nostra contesa quando entraste stamattina. Ora son decisa; non v'ha forza sulla terra che possa costringermivici, e non soffrirò con calma tanti mal trattamenti; gli dirò tutto ciò che merita, a dispetto delle sue minacce e della sua ferocia. »

Emilia profittò di un momento di silenzio per dirle: « Cara zia, voi non fareste che irritarlo senza necessità; non provocate di grazia, i mali crudeli che temete.

— Poco men cale, ma non lo appagherò mai; voi mi consigliereste forse a spogliarmi di tutto il mio?

— No, zia, non intendo dir questo.

— E che intendete voi dunque?

— Voi parlavate di far rimproveri al signor Montoni... » disse Emilia titubante.

— Che! Forse non li merita?

— Certo; ma non credo sia prudenza il farglieli nella situazione attuale.

— Prudenza! prudenza con un uomo che senza scrupolo calpesta perfino le leggi dell'umanità! ed userò prudenza con costui? No, non sarò vile a tal segno.

— Pel vostro solo interesse, e non per quello di Montoni, » disse Emilia modestamente, « stimerei bene di consultar la prudenza. I vostri rimproveri, quantunque giusti, riescirebbero vani, nè farebbero che spingerlo a terribili eccessi.

— Come! Dovrei dunque sottoporrai ciecamente a tutto ciò ch'ei mi comanda? Pretendereste ch'io me gli gettassi ai piedi per ringraziarlo della sua crudeltà? Pretendereste che gli facessi donazione di tutti i miei beni?

— Cara zia, io forse mi spiego male! non sono in caso di consigliarvi sopra un punto tanto delicato; ma soffrite che ve lo dica: se amate il vostro riposo, cercate di calmare il signor Montoni, anzichè irritarlo.

— Calmarlo! è impossibile, ripeto, non voglio neppur provarmici. »

Emilia, benchè piccata dall'ostinazione e dalle false idee della zia, sentiva pietà de' di lei infortunii, e fece il possibile per calmarla e consolarla, dicendole:

« La vostra situazione è forse meno disperata che non crediate. Il signor Montoni può dipingervi i suoi affari in uno stato più cattivo di quello che lo siano realmente, per esagerare e dimostrare il bisogno che ha della vostra cessione; d'altronde, finchè conserverete i vostri beni, vi offriranno una risorsa, se la futura condotta di vostro marito vi obbligasse a separarvi da lui....

— Nipote crudele e insensibile, » la interruppe impazientemente la zia, « voi dunque tentate persuadermi che non ho motivo di querelarmi? Che mio marito è in una posizione brillante? che il mio avvenire è consolante, e che i miei affanni son puerili e romanzeschi come i vostri? Strane consolazioni! Persuadermi che sono priva di criterio e di sentimento, perchè voi non sentite nulla, e siete indifferentissima ai mali altrui! Io credeva aprire il cuore ad una persona compassionevole, che simpatizzasse colle mie pene; ma mi avvedo pur troppo che le persone sentimentali non sanno sentire che per sè. Andatevene. »

Emilia, senza risponderle, uscì con un misto di pietà e disprezzo. Appena fu sola, cedè ai penosi pensieri che le faceva nascere la posizione infelice della zia. Le proprie osservazioni, le parole equivoche di Morano, l'aveano convinta che il patrimonio di Montoni mal corrispondeva alle apparenze. Vedeva il fasto di lui, il numero de' servi, le sue nuove spese per le fortificazioni, e la riflessione aumentò la di lei incertezza sulla sorte della zia e la propria, pensando al truce carattere dello zio che andava ognor più spiegandosi nella sua ferocia.

Mentre versava in questi affliggenti pensieri, Annetta le portò il pranzo in camera. Sorpresa da tal novità, domandò chi glielo avesse ordinato. « La mia padrona, » rispose Annetta. « Il signore ha comandato ch'essa pranzi nel suo appartamento ed ella vi manda il pranzo nel vostro. Ci sono state forti discussioni fra loro, e mi pare che la cosa si faccia seria. »

Emilia, poco badando alle sue ciarle, si mise a tavola, ma Annetta non taceva sì facilmente: parlò dell'arrivo degli uomini da lei già veduti sul bastione, e della loro strana figura, non meno che della buona accoglienza lor fatta da Montoni. « Pranzano essi con lui? » disse Emilia.

— No, signorina; hanno già mangiato nelle lor camere in fondo alla galleria settentrionale. Non so quando se ne andranno. Il padrone ha ordinato a Carlo di portar loro il bisognevole. Hanno già fatto il giro di tutto il castello, e dirette molte interrogazioni ai manovali. In vita mia non ho mai veduto ceffi così brutti; fanno paura a vederli. »

La fanciulla le domandò se avesse udito riparlare del conte Morano, e se vi fosse per lui speranza di guarigione. Annetta sapeva solo che trovavasi in una capanna, e molto aggravato. Emilia non potè nascondere la commozione.

« Signorina, » disse la ciarliera, « come le donne sanno ben nascondere l'amore! Io credeva che voi odiaste il conte, e mi sono ingannata.

— Credo di non odiar nessuno, » rispose Emilia sforzandosi al sorriso; « ma non sono innamorata certo del conte Morano; e sarei egualmente dispiacentissima della morte violenta di chicchessia. »

Annetta tornò a parlare de' dissensi fra i coniugi Montoni. « Non è cosa nuova, » diss'ella, « giacchè abbiamo inteso e veduto tutto fino da Venezia, sebbene non ve ne abbia mai parlato.

— E facesti benissimo, ed avresti fatto meglio a continuare a tacere; abbi dunque prudenza, che questo discorso non mi garba.

— Ah! cara signora Emilia, vedo qual rispetto avete per persone che si occupano sì poco di voi! Io non posso soffrire di vedervi illusa in tal modo; debbo dirvelo unicamente pel vostro interesse, e senza alcun disegno di nuocere alla mia padrona, quantunque, a dir vero, abbia poca ragione di amarla.

— Tu non parli certo di mia zia, » disse Emilia con gravità.

— Sì, signora; ma io sono fuori di me. Se voi sapeste tutto quel che so io, non andreste in collera. Spesso, spessissimo ho inteso lei ed il padrone che parlavano di maritarvi al conte: essa gli diceva sempre di non lasciarvi cedere ai vostri ridicoli capricci, ma di saper costringervi ad obbedire. Mi si straziava il cuore all'udire tanta crudeltà; parendomi che essendo ella stessa infelice, avrebbe dovuto compatire le disgrazie altrui e....

— Ti ringrazio della tua pietà, Annetta; ma mia zia era infelice, e forse le sue idee erano alterate. Altrimenti io penso... son persuasa che... Ma via, lasciami sola, Annetta, ho finito di pranzare.

— Voi non avete mangiato quasi nulla; prendete un altro boccone... Alterate le sue idee? affè! mi pare che lo siano sempre. A Tolosa ho inteso spesso la padrona parlare di voi e del signor Valancourt alla signora Marville e alla signora Vaison in un modo poco bello: diceva loro che durava fatica a contenervi ne' limiti del dovere, che eravate per lei un gran peso, e che se non vi avesse sorvegliata bene, sareste andata a scorrazzare per le campagne col signor Valancourt; che lo facevate venir la notte, e....

— Gran Dio! » sclamò Emilia facendosi di fuoco; « è impossibile che mia zia mi abbia dipinta così.

— Sì, signora, questa è la pura verità, sebbene non la dica tutta intiera. Mi pareva che avrebbe potuto parlare in altra maniera di sua nipote, anche nel caso che voi aveste commesso qualche fallo. Ma siate certa che non ho mai creduto neppure una sillaba di tutti i suoi discorsi. La padrona non guarda mai a ciò che dice, quando parla degli altri.

— Comunque sia, Annetta, » disse Emilia, ricomponendosi con dignità, « tu fai malissimo ad accusar mia zia presso di me; so che la tua intenzione è buona, ma non parliamone più; sparecchia la tavola. »

La cameriera arrossì, chinò gli occhi ed affrettassi ad andarsene.

« È dunque questo il premio della mia onestà? » disse Emilia quando fu sola. « È questo il trattamento che debbo ricevere da una parente, da una zia, la quale doveva difendere la mia riputazione, invece di calunniarla? Oh! mio tenero ed affettuosissimo padre, cosa diresti se tu fossi ancora al mondo? Che penseresti della indegna condotta di tua sorella a mio riguardo?... Ma via, bando alle inutili recriminazioni, e pensiamo soltanto ch'essa è infelice. »

Per divagarsi alquanto, prese il velo, e scese sui bastioni, l'unico passeggio che le fosse permesso. Avrebbe, sì, desiderato percorrere i boschi sottoposti, e contemplare i sublimi quadri della natura; ma Montoni non volendo ch'ella uscisse dal castello, cercava contentarsi delle viste pittoresche cui osservava dalle mura. Nessuno eravi allora colà; il cielo era tetro e tristo come lei. Però, trapelando il sole dalle nubi, Emilia volle vederne l'effetto sulla torre di tramontana: voltandosi, vide i tre forestieri della mattina, e si sentì un tremito involontario. Coloro le si avvicinarono mentre esitava. Volle ritirarsi, ed abbassò il velo, che mal ne nascondeva la beltà. Essi guardaronla attenti, parlandosi tra loro: la fierezza delle fisonomie la colpì ancor più del singolare abbigliamento. La figura in ispecie di quello in mezzo spirava una ferocia selvaggia, truce e maligna che l'atterrì. Passò rapida: quando fu in fondo al terrazzo, si volse, e vide gli stranieri all'ombra della torretta, intenti a considerarla, ed a parlare con fuoco tra loro. Ella affrettossi a ritirarsi in camera.

Montoni cenò tardi, e restò un pezzo a tavola cogli ospiti nel salotto di cedro. Gonfio del suo recente trionfo su Morano, vuotò spesso la coppa, e si abbandonò senza ritegno ai piaceri della tavola e della conversazione. Il brio di Cavignì parea al contrario scemato: guardava Verrezzi, cui aveva stentato molto a contenere fin allora, e che voleva sempre manifestare a Montoni gli ultimi insulti del conte.

Un convitato mise in campo i casi della notte scorsa, e gli occhi di Verrezzi sfavillarono: si parlò poscia di Emilia, e fu un concerto di elogi. Montoni solo tacea. Partiti i servi, la conversazione divenne più libera; il carattere irascibile di Verrezzi mescolava talvolta un po' di asprezza in quanto diceva, ma Montoni spiegava la sua superiorità perfin negli sguardi e nelle maniere. Uno di essi nominò imprudentemente di nuovo Morano; Verrezzi scaldato dal vino, e senza badare ai ripetuti segni di Cavignì, diede misteriosamente qualche cenno sull'incidente della vigilia. Montoni non parve notarlo e continuò a tacere, senza mostrare alterazione. Quell'apparente insensibilità accrebbe l'ira di Verrezzi, il quale finì a manifestare i detti di Morano, che, cioè, il castello non gli apparteneva legittimamente, e che non avrebbegli lasciato volontariamente un altro omicidio sull'anima.

« Sarei io insultato alla mia tavola, e lo sarei da un amico? » gridò Montoni pallido dal furore. « Perchè ripetermi i motti d'uno stolto? » Verrezzi, che si aspettava di vedere l'ira di Montoni volgersi contro il conte, guardò Cavignì con sorpresa, e questi godè della sua confusione. « Avreste la debolezza di credere ai discorsi d'un uomo traviato dal delirio della vendetta?

— Signore, » disse Verrezzi, noi crediamo solo quel che sappiamo.

— Come! » interruppe Montoni con gravità; « dove sono le vostre prove?

— Noi crediamo solo quel che sappiamo, e non sappiam nulla di quanto ci affermò Morano. »

Montoni parve rimettersi, e disse: « Io son sempre pronto, amici, quando si tratta del mio onore; nessuno potrebbe dubitarne impunemente. Orsù, beviamo.

— Sì, beviamo alla salute della signora Emilia, » disse Cavignì.

— Con vostro permesso, prima a quella della castellana, » soggiunse Bertolini. Montoni taceva.

— Alla salute della castellana, » dissero gli ospiti, e Montoni fece un lieve cenno di capo in segno d'approvazione.

« Mi sorprende, signore, » gli disse Bertolini, « che abbiate negletto tanto questo castello: è un bell'edifizio.

— E molto adatto ai nostri disegni, » replicò Montoni. « Voi non sapete, parmi, per qual caso io lo posseggo?

— Ma, » disse Bertolini ridendo, « è un caso fortunatissimo, ed io vorrei che me ne accadesse uno simile.

— Se volete compiacervi d'ascoltarmi, » continuò Montoni, « vi racconterò la cosa. »

Le fisionomie di Bertolini e Verrezzi esprimevano ansiosa curiosità. Cavignì, il quale non ne esternava, sapeva probabilmente già la storia.

« Sono quasi venti anni che posseggo questo castello. La signora che lo possedeva prima di me, era mia parente lontana. Io sono l'ultimo della famiglia: essa era bella e ricca, ed io le offrii la mia mano, ma siccome amava un altro, mi respinse. È probabile che il preferito abbia respinto lei, che fu assalita da una costante malinconia, ed ho tutto il fondamento di credere che troncasse ella stessa i suoi giorni. Io non era allora nel castello: è un caso pieno di strane e misteriose circostanze ch'io vo' ripetervi.

— Ripetetele, » disse una voce.

Montoni tacque, ed i suoi ospiti, guardandosi reciprocamente, si chiesero chi avesse parlato, e s'avvidero che tutti si facevano la stessa domanda.

« Siamo ascoltati, » disse Montoni; « ne parleremo un'altra volta: beviamo. »

I convitati guardarono per tutta la sala.

« Siamo soli, » disse Verrezzi, « fateci la grazia di continuare.

— Non udiste qualcosa? » sclamò Montoni.

— Parmi di sì, » rispose Bertolini.

— Pura illusione, » disse Verrezzi guardando ancora. « Siam soli. Continuate, ven prego. »

Montoni ripigliò sottovoce, mentre i convitati si serravano intorno a lui.

« Sappiate che la signora Laurentini da qualche mese mostrava i sintomi d'una gran passione e d'un'immaginazione alterata. Talvolta si perdeva in una placida meditazione, ma spesso farneticava. Una sera di ottobre, dopo uno di questi accessi, si ritirò sola nella sua camera, vietando di sturbarla. Era la camera in fondo al corridoio, ch'è stata il teatro della scena d'ieri sera: da quell'istante non la videro più.

— Come! Non fu veduta più? » disse Bertolini. « Il suo corpo non fu trovato nella camera?

— Non si trovò il suo cadavere? » esclamarono tutti unanimamente.

— Mai, » rispose Montoni.

— Quai motivi s'ebbero per supporre che si fosse uccisa? » disse Bertolini. — Sì, quai motivi? » disse Verrezzi. Montoni gli lanciò un'occhiata sdegnosa. « Perdonate, signore, soggiunse l'altro; non pensava che la signora fosse vostra parente, quando ne parlai con tanta leggerezza. »

Montoni, ricevendo questa scusa, continuò: « Vi spiegherò tosto il tutto: ascoltate.

— Ascoltate! » ripetè una voce.

Tutti tacevano, e Montoni cambiò di colore.

« Questa non è un'illusione, » disse finalmente Cavignì. — No, » disse Bertolini; « l'ho intesa anch'io.

— Questo diventa straordinario, » soggiunse Montoni, alzandosi precipitosamente. Tutti i convitati si alzarono in disordine: furono chiamati i servi, si fecero ricerche, ma non fu trovato nessuno. La sorpresa e la costernazione crebbero. Montoni fu sconcertato. « Lasciamo questa sala, » diss'egli, « ed il soggetto del nostro discorso; è troppo serio. » Gli ospiti, disposti ad uscire, pregarono Montoni di andare altrove a seguitare il suo racconto, ma invano; malgrado tutti i suoi sforzi per parer tranquillo, egli era visibilmente agitatissimo.

« Come! » disse Verrezzi; « sareste superstizioso, voi che vi burlate dell'altrui credulità?

— Non sono superstizioso, » rispose Montoni « ma convien sapere cosa ciò vuol dire. » Uscì, e tutti ritiraronsi.

 
 

FINE DEL SECONDO VOLUME

 
 


Milano, 1875 — Tip. Ditta Wilmant.