Annetta venne a trovarla di buon'ora.
« Sono stata molto inquieta non vedendoti tornar più ieri sera, » le disse Emilia. « Che cosa ti è mai accaduto?
— Ah! signorina, chi avrebbe mai osato ier sera traversare i lunghi corridoi della casa in mezzo a tutta quella gente ubbriaca? Immaginatevi che hanno gozzovigliato tutta notte insieme alle signore venute recentemente. Che baccano, Dio Signore!... che chiasso!... Lodovico, temendo per me, mi ha chiusa in camera con Caterina.
— Oh che orrore!... » sclamò Emilia; « ma dimmi: sapresti tu, per caso, se vi sono prigionieri nel castello, e se son rinchiusi in queste vicinanze?
— Io non era dabbasso, quando tornò la prima truppa dalla scorreria, e l'ultima non è ancora tornata: laonde ignoro se vi siano prigionieri; ma l'aspettano stasera o domani, ed allora saprò qualcosa di certo. »
Emilia le domandò se i servi avessero parlato di prigionieri.
« Ah! signorina, » disse Annetta ridendo, « ora mi accorgo che pensate al signor Valancourt. Voi lo credete sicuramente venuto colle truppe che si dicono arrivate di Francia per far la guerra in queste contrade. Credete che, incontratosi ne' nostri, sia stato fatto prigioniero. O Signore! come ne sarei contentissima se ciò fosse.
— Ne saresti contenta? » disse Emilia con accento di doloroso rimprovero.
— Sì, signorina, e perchè no? Non sareste voi contenta di rivedere il signor Valancourt? Non conosco un cavaliere più stimabile; ho proprio per lui una gran considerazione.
— Ed in prova, » rispose Emilia, « tu desideri vederlo prigioniero. »
— Non già di vederlo prigioniero, ma sarei lietissima di rivederlo. Anche l'altra notte me ne sognai... Ma a proposito, mi scordava di raccontarvi ciò che mi fu detto relativamente a quelle pretese dame, arrivate ad Udolfo. Una di esse è la signora Livona, che il padrone presentò a vostra zia a Venezia: adesso ella è la sua amante, ed allora, ardisco dirlo, era press'a poco la medesima cosa. Lodovico mi disse (ma per carità, signorina, non ne parlate) che sua eccellenza non l'aveva presentata se non per salvar le apparenze. Si cominciava già a mormorarne; ma quando videro che la padrona la riceveva in casa, tutte quelle dicerie si credettero calunnie. Le altre due sono le amanti de' signori Bertolini e Verrezzi. Il signor Montoni le ha invitate tutte, e ieri ha dato un magnifico pranzo: vi erano vini d'ogni sorta; le risa, i canti ed i brindisi echeggiavano. Quando furono briachi, si sparsero pel castello; fu allora che Lodovico m'impedì di venir qui. La è stata una vera indecenza! così poco tempo dopo la morte della povera padrona! che cosa avrebbe mai ella detto, se avesse potuto intendere quello schiamazzo? »
Emilia volse la testa per nascondere l'emozione, e pregò Annetta di fare esatte ricerche a proposito dei prigionieri che potessero trovarsi nel castello, scongiurandola di usar prudenza, e non proferir mai nè il suo nome, nè quello di Valancourt.
« Ora che ci penso, signorina, » disse Annetta, « credo che prigionieri ve ne siano. Ho sentito ieri in anticamera un soldato che parlava di riscatto: diceva che sua eccellenza facea benissimo a prender la gente, e ch'era quello il miglior bottino a motivo dei riscatti. Il suo camerata mormorava, dicendo ciò essere vantaggioso pel capitano, ma non pei soldati. — Noi altri, diceva quel brutto ceffo, non guadagniamo nulla nei riscatti. »
Questa notizia accrebbe l'impazienza di Emilia, la quale mandò Annetta alla scoperta.
La risoluzione presa dalla fanciulla di cedere ogni cosa a Montoni, soggiacque in quel momento a nuove riflessioni. La possibilità che Valancourt fosse vicino a lei, rianimò il suo coraggio, e risolse d'affrontare oltraggi e minacce, almeno fin quando potesse assicurarsi se il giovane fosse realmente nel castello. Stava appunto pensandovi, allorchè Montoni mandò a cercarla.
Egli era solo. « Vi ho fatta chiamare, » le disse, « per sentire se vi decideste infine a smettere le vostre ridicole pretese sui beni di Linguadoca. Mi limiterò per ora a darvi un consiglio, benchè potessi imporre ordini. Se realmente siete stata in errore, se realmente avete creduto che quei beni vi appartenessero, non persistete almeno in questo errore che potrebbe diventarvi fatale. Non provocate la mia collera, e firmate questa carta.
— Se non ho nessun diritto, signore, » rispose Emilia, « qual bisogno avete voi della mia rinuncia? Se i beni son vostri, potete possederli in tutta sicurezza senza mia intervenzione e senza il mio consenso.
— Non argomenterò più, » disse Montoni vibrandole un'occhiata, che la fece tremare. « Avrei dovuto vedere che è inutile ragionare coi ragazzi. La memoria di quanto sofferse vostra zia in conseguenza della sua folle ostinazione, vi serva ormai di lezione... Firmate questa carta. »
Emilia restò alquanto indecisa; fremette alla rimembranza e alle minacce che le si ponevano sott'occhio; ma l'immagine di Valancourt, che l'aveva animata per tanto tempo, ch'era forse vicino a lei, unita alla forte indignazione fino da' primi anni concepita per l'ingiustizia, le somministrò in quel momento un imprudente, ma nobile coraggio.
« Firmate questa carta, » ripetè Montoni con maggiore impazienza.
— No, mai, » rispose Emilia; « il vostro procedere mi proverebbe l'ingiustizia delle vostre pretese, s'io avessi ignorati i miei diritti. »
Montoni impallidì dal furore; gli tremavano le labbra, ed i suoi occhi fiammeggianti fecero quasi pentire Emilia dell'ardita sua risposta.
« Tremate della mia prossima vendetta, » sclamò egli, con un'orrenda bestemmia; « voi non avrete nè i beni di Linguadoca, nè quelli di Guascogna. Osaste mettere in dubbio i miei diritti; ora osate dubitare del mio potere. Ho pronto un gastigo cui non vi aspettate; esso è terribile. Stanotte, sì, stanotte istessa...
— Stanotte! » ripetè una voce.
Montoni restò interdetto e si volse, poi, sembrando raccogliersi, disse piano: « Avete veduto ultimamente un esempio terribile d'ostinazione e di follìa; ma parmi non sia bastato a spaventarvi. Potrei citarvene altri, e farvi tremare solo nel raccontarveli. »
Fu interrotto da un gemito che pareva venire di sotto la stanza. Guardossi intorno: i di lui sguardi sfavillavano di rabbia e d'impazienza; un'ombra di timore parve nulladimeno alterarne la fisonomia. Emilia sedette vicino alla porta, perchè i diversi movimenti provati avevano, per così dire, annichilate le sue forze; Montoni fece una breve pausa, poi ripigliò con voce più bassa, ma più severa:
« Vi ho detto che potrei citarvi altri esempi del mio potere e del mio carattere. Se voi lo concepiste, non ardireste sfidarlo. Potrei provarvi che allorquando ho preso una risoluzione... Ma parlo ad una bambina; ve lo ripeto, gli esempi terribili che potrei citarvi non vi servirebbero a nulla; e quand'anco il pentimento finisse la vostra opposizione, non mi placherebbe. Sarò vendicato; mi farò giustizia. »
Un altro gemito succedè al discorso di Montoni.
« Uscite, » diss'egli, senza parer di badare allo strano incidente.
Fuori di stato d'implorar la sua pietà, Emilia alzossi per uscire, ma non potendo reggersi in piedi, e soccombendo al terrore, ricadde sulla sedia.
« Toglietevi dalla mia presenza, » continuò Montoni; « questa finzione di timore convien male ad un'eroina che osò affrontare tutto il mio sdegno.
— Non avete udito nulla, signore? » disse Emilia tremando.
— Odo la mia voce soltanto, » rispose Montoni severamente.
— Null'altro? » soggiunse la fanciulla, esprimendosi con difficoltà. « Ancora... non sentite nulla adesso?
— Obbedite, » ripetè Montoni. « Io poi saprò scoprire l'autore di questi scherzi indecenti. »
Emilia si alzò a stento, ed uscì. Montoni la seguì, ma invece di chiamare, come l'altra volta, i servi per far ricerche nel salotto, andò sulle mura.
La fanciulla da una finestra del corridoio vide scendere dai monti un distaccamento delle truppe di Montoni. Non vi badò se non per riflettere agli infelici prigionieri che conducevano forse al castello. Giunta alfine in camera, si abbandonò sopra una sedia, oppressa da' nuovi affanni che peggioravano la di lei situazione. Non potea nè pentirsi, nè lodarsi della sua condotta: sol ricordavasi d'essere in potere d'un uomo il quale non conosceva altra regola se non la propria volontà. Fu scossa da tristi pensieri udendo un misto di voci e di nitriti nei cortili. Le si offerse un'improvvisa speranza di qualche fortunato cambiamento; ma, pensando alle truppe vedute dalla finestra, credè fossero le stesse, di cui Annetta le aveva detto che si aspettava il ritorno.
Poco dopo udì molte voci nelle sale. Il rumore dei cavalli cessò, e fu seguito da perfetto silenzio. Emilia ascoltò attenta, cercando di conoscere i passi d'Annetta nel corridoio; tutto era quiete. D'improvviso, il castello parve immerso nella massima confusione. Era un camminare a precipizio, un andare e venire nelle sale, nelle gallerie e nei cortili, e discorsi veementi sul bastione. Corsa alla finestra, vide Montoni e gli altri officiali appoggiati al parapetto, od occupati ne' trinceramenti, mentre i soldati disponevano i cannoni. Il nuovo spettacolo la sbalordì.
Finalmente giunse Annetta, ma non sapea nulla di Valancourt. « Mi danno ad intendere tutti, » diss'ella, « di non saper nulla dei prigionieri; ma qui ci sono di belle novità! La truppa è tornata ai galoppo, ed a rischio di restare schiacciati, e' facevano a gara per entrare sotto la vôlta. Hanno portato la notizia che un partito di nemici, com'ei dicono, tengon loro dietro per attaccare il castello. Cielo! che spavento!
— Dio buono, vi ringrazio, » disse Emilia con fervore. « Ora mi resta qualche speranza.
— Che dite mai, signorina? vorreste voi cadere nelle mani dei nemici?
— Non possiamo star peggio di qui, » rispose Emilia.
— Ascoltate, ascoltate, tutto il castello è sossopra. Si caricano i cannoni, si esaminano le porte e le mura, battono, picchiano, turano, vanno e vengono come se il nemico fosse sul punto di dare la scalata. Ma che cosa sarà di me, di voi, di Lodovico? Oh! se io sento sparare il cannone, morrò di paura. Se potessi trovare aperto il portone per mezzo minuto, farei presto a fuggirmene via di qua, nè mi rivedrebbero più.
— Se lo potessi trovare aperto anch'io un solo istante, sarei salva. » E in brevi parole narrò alla cameriera la sostanza del suo colloquio con Montoni, quindi soggiunse: « Corri subito da Lodovico; digli ciò che ho da temere, e ciò che ho sofferto: pregalo di trovare un mezzo di fuggire senza dilazione, e di ciò mi fido intieramente nella sua prudenza. Se vuole incaricarsi della nostra liberazione, sarà ben ricompensato. Non posso parlargli io stessa: saremmo osservati e s'impedirebbe la nostra fuga. Ma fa presto, Annetta, e procura di agire con circospezione. Ti aspetterò qui. »
La buona ragazza, la cui anima sensibile era stata penetrata da quel racconto, era allora tanto premurosa di obbedire, quanto la padroncina di adoprarla, ed uscì immediatamente.
Riflettendo Emilia ai motivi dell'assalto inaspettato, ne concluse che Montoni avesse devastato il paese, e che gli abitanti venissero ad attaccarlo per vendicarsi.
Montoni, senza essere precisamente, come Emilia lo supponeva, un capo di ladri, aveva impiegato le sue truppe a spedizioni audaci e atroci a un tempo. Non solo avevano esse spogliato all'occorrenza tutti i viaggiatori inermi, ma saccheggiate ben anco tutte le abitazioni situate in mezzo ai monti. In queste spedizioni, i capi non si facevano mai vedere: i soldati, in parte travestiti, erano presi talvolta per malandrini ordinari, altre volte per bande forastiere, che a quell'epoca innondavano l'Italia. Avevano dunque saccheggiate case, e portati via tesori immensi; ma avendo assalito un castello con ausiliari della loro specie, n'erano stati respinti, inseguiti dagli alleati degli avversari. Le truppe di Montoni si ritirarono precipitosamente verso Udolfo, ma furono incalzate così da vicino nelle gole, che giunte appena sulle alture circostanti al forte, videro il nemico nella valle, distante poco più d'una lega. Allora affrettarono il passo per avvertir Montoni di prepararsi alla difesa; ed era il loro repentino arrivo che aveva piombato il castello in tanta confusione.
Mentre Emilia aspettava ansiosa il ritorno della fida ancella, vide dalla finestra un corpo di milizie scendere dalle alture. Annetta era uscita da poco; doveva eseguire una missione delicata e pericolosa, eppure era già tormentata dall'impazienza. Stava in orecchio, apriva la porta, e le movea incontro sino in fondo al corridoio. Finalmente udì camminare, e vide, non Annetta, ma il vecchio Carlo. Fu assalita da nuovi timori. Egli le disse che il padrone lo mandava per avvertirla di prepararsi a partire immediatamente, chè il castello stava per essere assediato, aggiungendo che si preparavano le mule, per condurla, sotto buona scorta, in luogo di sicurezza.
« Di sicurezza! » sclamò Emilia senza riflettere. « Il signor Montoni ha dunque tanta considerazione per me? » Carlo non rispose. La fanciulla fu alternativamente combattuta da mille contrari affetti: sembravale impossibile che Montoni prendesse misure per la di lei sicurezza. Era tanto strano il farla uscire dal castello, ch'essa non attribuiva questa condotta se non al disegno di eseguir qualche nuovo progetto di vendetta, come ne l'avea minacciata; poco dopo rallegravasi all'idea di partire da que' tristi luoghi; ma poscia, pensando alla probabilità che Valancourt fosse ivi prigioniero, se ne accorava vivamente.
Carlo le rammentò che non c'era tempo da perdere, il nemico essendo in vista. Emilia lo pregò di dirle in qual luogo dovessero condurla. Egli esitò, ma essa ripetè la domanda, ed allora rispose: « Credo che dobbiate andare in Toscana. »
— In Toscana! » sclamò la fanciulla; « e perchè in quel paese? »
Carlo disse di non saper altro, se non che sarebbe stata condotta sui confini toscani, in una casuccia alle falde degli Appennini, distante qualche giornata di cammino.
Emilia lo congedò. Preparava tremante una piccola valigia, quando comparve Annetta.
« Oh! signorina, non c'è più scampo; Lodovico assicura che il nuovo portinaio è ancor più vigilante di Bernardino. Il povero giovane è disperato per me, e dice che morirò di spavento alla prima cannonata. »
Si mise a piangere, e sentendo che Emilia partiva, la pregò di condurla seco.
« Ben volentieri, » rispose questa, « se il signor Montoni vi acconsente. »
Annetta non le rispose, e corse a cercar il castellano, ch'era sulle mura circondato dagli uffiziali. Pregò, pianse e si strappò i capegli, ma tutto fu inutile, e Montoni la scacciò duramente con una ripulsa.
Nella sua disperazione, tornò presso Emilia, la quale augurò male da quel rifiuto. Vennero tosto ad avvertirla di scendere nel gran cortile, ove le guide e le mule l'attendevano. Essa tentò indarno di consolare Annetta, che, struggendosi in pianto, ripeteva ognora, che non avrebbe più riveduta la sua cara padroncina. Questa pensava fra sè, che i suoi timori potevano esser pur troppo fondati, pure cercò di calmarla, e le disse addio con apparente tranquillità. Annetta l'accompagnò nel cortile, la vide montare su d'una mula, e partire colle guide, poi rientrò nella sua stanza per piangere liberamente.
Emilia intanto, nell'uscire, osservava il castello, il quale non era più immerso in tetro silenzio, come quando eravi entrata; dappertutto era uno strepito d'armi, un affaccendarsi ai preparativi di difesa. Quando fu uscita dal portone, quando s'ebbe lasciato indietro quella formidabile saracinesca, que' tetri bastioni, sentì una gioia improvvisa, come di schiavo che ricuperi la sua libertà. Questo sentimento non le permetteva di riflettere ai nuovi pericoli che potevano minacciarla: i monti infestati da saccomani, un viaggio cominciato con guide, la cui sola fisonomia valeva ad incuterle spavento. Sulle prime però gioì, trovandosi fuori di quelle mura, dov'era entrata con sì tristi presagi. Rammentavasi di quali presentimenti superstiziosi fosse stata côlta allora, e sorrideva dell'impressione ricevutane dal suo cuore.
Osservava con tai sentimenti le torri del castello, e pensando che lo straniero, cui credea ivi detenuto poteva essere Valancourt, la sua gioia fu di lieve durata. Riunì tutte le circostanze relative all'incognito, fin dalla notte in cui avevagli sentito cantare una canzone del suo paese. Se le era rammentate spesso, senza trarne alcuna convinzione, e credeva soltanto che Valancourt potesse esser prigioniero in Udolfo. Era probabile che, cammin facendo, raccogliesse da' suoi conduttori notizie più dettagliate; ma temendo d'interrogarli troppo presto, per paura che una diffidenza reciproca non li impedisse di spiegarsi in presenza l'uno dell'altro, aspettò l'occasione favorevole per intertenerli separatamente.
Poco dopo, udirono in lontananza il suono di una tromba. Le due guide si fermarono guardando indietro. Il bosco foltissimo, ond'eran circondati, non lasciava veder nulla. Uno di essi salì sopra un poggio per osservare se il nemico si avanzasse, giacchè la tromba senza dubbio apparteneva alla sua vanguardia. Mentre l'altro intanto restava solo con Emilia, ella si arrischiò d'interrogarlo a proposito del supposto Valancourt. Ugo, tale era il nome di colui, rispose che il castello racchiudeva parecchi prigionieri, ma che non rammentandosene nè la figura, nè il tempo dell'arrivo, non poteva darle informazioni precise. Gli domandò quali prigionieri fossero stati fatti dall'epoca che indicò cioè da quando aveva intesa la musica per la prima volta. « Sono stato fuori colla truppa per tutta la settimana, » rispose Ugo, « e non so nulla di quel che è accaduto nel castello. »
Bertrando, l'altra guida, tornò ad informar il compagno di quanto avea veduto, ed Emilia non domandò più nulla. I viaggiatori uscirono dal bosco, e scesero in una valle per una direzione contraria a quella che doveva prendere il nemico. Emilia vide intieramente il castello, e contemplò colle lacrime agli occhi quelle mura ov'era forse chiuso Valancourt. Cominciarono a sentire le cannonate; desse elettrizzavano Ugo, il quale ardeva d'impazienza di trovarsi a combattere, maledicendo Montoni che lo mandava così lontano. I sentimenti del suo compagno parevano molto diversi, e più adattati alla crudeltà, che ai piaceri della guerra.
Emilia faceva frequenti interrogazioni sul luogo del suo destino; ma non potè saper altro, se non che andava in Toscana; e tutte le volte che ne parlava, parevale scoprire nella faccia di quei due uomini un'espressione di malizia e fierezza che la faceva tremare.
Viaggiarono alcune ore in profonda solitudine; verso sera s'ingolfarono fra precipizi ombreggiati da cipressi, pini ed abeti; era un deserto così aspro e selvaggio, che se la malinconia avesse dovuto scegliersi un asilo, quello sarebbe stato il suo favorito soggiorno. Le guide decisero di riposar quivi. « La sera si avanza, » disse Ugo, « e andando più oltre saremmo esposti ad esser divorati dai lupi. » Questo fu un cattivo annunzio per Emilia, trovandosi ad ora così tarda in quei luoghi selvaggi, alla discrezione di coloro. Gli orribili sospetti concepiti sui disegni di Montoni se le presentarono con maggior forza; fece di tutto per impedir la sosta, e domandò con inquietudine quanto cammino restasse da fare.
« Molte miglia ancora, » disse Bertrando; « se non volete mangiare, buona padrona, ma noi vogliamo cenare, chè ne abbiamo bisogno. Il sole è già tramontato: fermiamoci sotto questa rupe. » Il suo camerata acconsentì, fecero scendere Emilia dalla mula, e sedutisi tutti sull'erba, si misero a mangiare alcuni cibi tratti da una valigia.
L'incertezza aveva talmente aumentata l'ansietà di Emilia a proposito del prigioniero, che non potendo discorrere col solo Bertrando, lo interrogò alla presenza di Ugo; indarno: ei disse non saperne nulla affatto. Ciarlando di varie cose, vennero a discorrere di Orsino e del motivo per cui era fuggito da Venezia. Qual non fu il raccapriccio d'Emilia allorchè Bertrando narrò la storia d'un altro assassinio fatto commettere per conto del cavaliere, ed in cui il bravo avea sostenuta una parte principale! A tale scoperta, mille terribili supposizioni l'assalsero: essa credeva restar vittima della cupidigia di Montoni, il quale avesse deciso di disfarsi di lei in silenzio, e per mezzo di quegli scherani, per appropriarsi in pace i di lei beni.
Il sole era tramontato tra folte nubi, ed Emilia arrischiò tremando di rammentare alle guide che cominciava a farsi tardi, ma essi erano troppo occupati dei loro discorsi per badare a lei. Dopo aver finito di cenare, ripresero la strada della valle in silenzio. Emilia continuava a pensare alla propria situazione, ed alle ragioni che poteva aver Montoni per trattarla così. Era indubitato ch'egli aveva cattive mire su di lei. Se non la faceva perire per appropriarsi istantaneamente i di lei beni, non facevala nascondere per un certo tempo, se non per riservarla a progetti più tristi, degni della sua cupidigia, e meglio adatti alla sua vendetta. Rammentandosi dell'insulto fattole nella galleria, la sua orribile supposizione acquistò maggior forza. A qual fine però l'allontanava dal castello, ove probabilmente erano già stati commessi con segretezza tanti delitti?
Il di lei spavento divenne allora sì eccessivo, che proruppe in dirotto pianto. Pensava nel tempo stesso al diletto padre, ed a ciò che avrebbe sofferto se avesse potuto prevedere le strane e penose di lei avventure. Con qual cura si sarebbe guardato dall'affidare la sua figlia orfana ad una donna tanto debole come la signora Montoni! La sua posizione attuale sembravale così romanzesca, che, rammentandosi la calma e serenità de' primi anni, si credeva quasi vittima di qualche sogno spaventoso, o di un'immaginazione delirante. La riservatezza impostale dalla presenza delle guide, cambiò il suo terrore in cupa disperazione. La prospettiva spaventevole di ciò che poteva accaderle in seguito la rendeva quasi indifferente ai pericoli che la circondavano. La notte era già tanto avanzata, che i viaggiatori vedevano appena la strada.
Dopo molte ore di penoso cammino, interrotto ben anco da una violenta burrasca, si trovarono fuori di quei boschi. Ad Emilia parve d'esser rinata, riflettendo che se quei due uomini avessero avuto ordine d'ucciderla, l'avrebbero certo eseguito nell'orrido deserto dond'erano usciti, e dove mai se ne sarebbe potuto trovare la traccia. Rianimata da questa riflessione, e dalla tranquillità delle sue guide, discese tacendo per un sentiero fatto solo per gli armenti, contemplando con interesse la sottoposta valle coronata a levante e a settentrione dagli Appennini; a ponente ed a mezzogiorno, la vista si estendeva per le belle pianure della Toscana.
« Il mare è là, » disse Bertrando, quasi avesse indovinato che Emilia esaminava quegli oggetti cui il chiaro di luna le permetteva di scorgere; « desso sta ad occidente, benchè non possiamo distinguerlo. »
Emilia trovò subito una differenza di clima, molto più temperato di quello de' luoghi alpestri, poco prima attraversati. Il paese ora contrastava tanto colla grandezza spaventosa di quelli, ov'era stata confinata, e co' costumi di coloro che vi abitavano, che Emilia si credè trasportata nella sua cara valle di Guascogna. Stupiva come Montoni l'avesse mandata in quel delizioso paese, e non potea credere fosse stato scelto da lui per servir di teatro ad un delitto.
La fanciulla si arrischiò a chiedere se il luogo di loro destinazione fosse ancora molto distante. Ugo le rispose che non n'erano lontani. « A quel bosco di castagni in fondo alla valle, » diss'egli, « vicino al ruscello, dove specchiasi la luna. Non vedo l'ora di riposarmi là con un fiasco di vino buono ed una fetta di prosciutto. » Emilia esultò udendo che il suo viaggio stava per finire. In pochi momenti giunsero all'ingresso del bosco. Videro da lontano un lume: avanzaronsi costeggiando il ruscello, ed arrivarono in breve ad una capanna. Bertrando battè forte. Un uomo si affacciò ad una finestrella, ed avendolo riconosciuto, scese immediatamente ad aprir la porta. L'abitazione era rustica, ma decente; costui ordinò alla moglie di portar qualche rinfresco ai viaggiatori, ed intanto parlò in disparte con Bertrando: Emilia l'osservò; era un contadino grande, ma non robusto, pallido, e di sguardi penetranti. Il di lui esteriore non annunziava un carattere capace d'ispirar fiducia, e non aveva modi che potessero conciliargli la benevolenza.
Ugo s'impazientiva, chiedeva da cena, e prendeva anche un fare autorevole, che non sembrava ammettere replica. « Vi aspettava un'ora fa, » disse il contadino, « avendo già ricevuto una lettera del signor Montoni.
— Fate presto, per carità, abbiamo fame; e sopratutto portate tanto vino. » Il contadino ammannì loro immediatamente lardo, vino, fichi, pane ed uva squisita. Dopo che Emilia si fu alquanto rifocillata, la moglie del contadino le indicò la sua camera. La fanciulla le fece alcune interrogazioni intorno a Montoni: Dorina, così chiamavasi la donna, rispose con molta riservatezza, pretendendo ignorare le intenzioni di sua eccellenza. Convinta allora che non avrebbe ricevuto alcuno schiarimento sul nuovo suo destino, la licenziò, e coricossi; ma le scene maravigliose accadute, tutte quelle che prevedeva, si presentarono a un tempo alla di lei inquieta immaginazione, e concorsero col sentimento della nuova situazione a privarla d'ogni sonno.
Quando, allo spuntar del giorno, Emilia aprì la finestra, restò sorpresa contemplando le bellezze che la circondavano. La casa era ombreggiata da castagni, misti a cipressi e larici. A settentrione e a levante gli Appennini, coperti di boschi, formavano un anfiteatro superbo e maestoso. Le loro falde verdeggiavano di vigne e di oliveti. Le ville elegantissime della nobiltà toscana, sparse qua e là sui colli, formavano una vista sorprendente. L'uva pendeva a festoni dai rami dei pioppi e dei gelsi. Prati immensi costeggiavano il ruscello che scendeva dalle montagne; a ponente ed a mezzogiorno, si scorgeva il mare a gran distanza. La casa era esposta a mezzogiorno, e circondata da fichi, gelsomini e viti dai rubicondi grappoli, che pendevano intorno alle finestre: il praticello innanzi alla casa era smaltato di fiori e d'erbe odorifere. Quel luogo era per Emilia un boschetto incantato, la cui vaghezza comunicò successivamente al di lei spirito la calma, che non aveva gustata da tanto tempo.
Fu chiamata all'ora della colazione dalla figlia del contadino, fanciulla di fisonomia interessante, dell'età di circa diciassette anni. Emilia vide con piacere che parea animata dalle più pure affezioni della natura: tutti quelli che la circondavano, annunziavano più o meno cattive disposizioni: crudeltà, malizia, ferocia e doppiezza; quest'ultimo carattere distingueva specialmente la fisonomia di Dorina e di suo marito. Maddalena parlava poco, ma con voce soave ed un'aria modesta e compiacente che interessarono Emilia. Le donne fecero colazione in casa mentre Ugo, Bertrando ed il loro ospite mangiavano sul prato prosciutto e formaggio, inaffiati di vini toscani. Appena ebbero finito, Ugo andò in fretta a cercare la sua mula. Emilia seppe allora ch'egli doveva tornare ad Udolfo, mentre Bertrando sarebbe rimasto alla capanna.
Quando Ugo fu partito, Emilia propose una passeggiata nel bosco; ma essendole stato detto che non poteva uscire se non in compagnia di Bertrando stimò meglio ritirarsi nella sua stanza.
Preferendo la solitudine alla società di quello scellerato e de' suoi ospiti, Emilia pranzò in camera, e Maddalena ebbe il permesso di servirla. La di lei conversazione ingenua le fece conoscere che i contadini abitavano da molto tempo in quella casa, la quale era un regalo di Montoni in ricompensa d'un servizio resogli da Marco, stretto parente del vecchio Carlo. « Sono così tanti anni, signora, » disse Maddalena, « ch'io ne so pochissimo; ma sicuramente mio padre deve aver fatto del gran bene a sua eccellenza, perchè la mamma ha detto spessissimo, che questa casa era il menomo regalo che potesse fargli. »
Emilia ascoltava con pena questo racconto, che dava un colore poco favorevole al carattere di Marco. Un servizio che Montoni ricompensava così, non poteva essere che delittuoso; e si convinceva sempre più di non essere stata mandata in quel luogo se non per un colpo disperato.
« Sapete voi quanto tempo sarà, » disse Emilia, pensando all'epoca in cui la signora Laurentini era sparita dal castello, « sapete voi quanto tempo sia che vostro padre ha reso al signor Montoni il servizio di cui mi parlate?
— Fu un po' prima che venisse ad abitare in questa casa; saranno circa diciotto anni. »
Era l'epoca in cui si diceva presso a poco che fosse sparita la signora Laurentini. Venne in mente ad Emilia che Marco avesse potuto servir Montoni in quell'affare misterioso, secondando forse un omicidio. L'orribile pensiero la piombò in angosciose riflessioni. Restò sola fino a sera, vide tramontare il sole, ed al momento del crepuscolo le sue idee furono tutte occupate di Valancourt. Riunì le circostanze relative alla musica notturna, e tutto ciò che appoggiava le sue congetture sulla di lui prigionia nel castello, e si confermò nell'opinione di averne udita la voce. Stanca d'affannarsi, si gettò finalmente sul letto, e cedè al sonno. Un colpo battuto all'uscio non tardò a svegliarla. L'immagine di Bertrando con uno stile alla mano, si presentò alla di lei immaginazione alterata. Domandò chi fosse. « Son io, signorina, aprite, non abbiate timore, sono la Lena.
— Che cosa vi adduce sì tardi? » disse Emilia facendola entrare.
— Zitto, signora, per l'amor del cielo, non facciamo rumore. Se ci sentissero, non me la perdonerebbero. Mio padre, mia madre e Bertrando dormono, » soggiuns'ella chiudendo la porta. « Siccome voi non avete cenato, vi ho portato uva, fichi, pane ed un bicchier di vino. » Emilia la ringraziò, ma le fece conoscere che si esponeva al risentimento di Dorina, quando si fosse accorta della mancanza dei frutti. « Riprendeteli, Lena, » le disse, « io soffrirò meno a non mangiare, che se sapessi doveste domani esserne sgridata da vostra madre.
— Oh! signora! non v'è pericolo, » soggiunse la Lena; « mia madre non può accorgersi di nulla, poichè è la mia parte di cena; mi fareste dispiacere ricusando. » Emilia fu talmente intenerita della generosità della buona fanciulla, che le vennero le lagrime agli occhi. « Non v'affliggete, » le disse la Lena; « mia madre è un po' viva, ma le passa presto. Non vi accorate dunque. Ella mi sgrida spesso, ma io ho imparato a soffrirla; e se mi riesce di scappare nel bosco, quando ha finito, mi scordo di tutto. »
Emilia sorrise, malgrado le sue lagrime, disse a Lena che aveva un ottimo cuore, ed accettò il dono. Desiderava molto sapere se Bertrando, Dorina e Marco avessero parlato di Montoni e dei suoi ordini in presenza di Maddalena; ma non volle sedurre l'innocente fanciulla, facendole tradire i discorsi de' suoi genitori. Quando se ne andò, Emilia la pregò di venire a trovarla più spesso che poteva, senza però mancare ai doveri di figlia; Lena lo promise, ed augurolle la buona notte.
Emilia per alcuni giorni non uscì mai di camera, e la Lena veniva a trovarla solo nel tempo de' pasti. La sua dolce fisonomia e le sue maniere interessanti consolavano la solitaria nostra eroina. In quest'intervallo il di lei spirito, non avendo ricevuta alcuna nuova scossa di dolore o di timore, potè giovarsi del divertimento della lettura. Ritrovò alcuni abbozzi, carta e matite, e si sentì disposta a ricrearsi disegnando qualche parte della magnifica prospettiva che aveva sott'occhio.
La sera d'un dì che faceva gran caldo, Emilia volle provarsi a fare una passeggiata, benchè Bertrando dovesse accompagnarla. Prese la Lena ed uscì seguita dallo scherano, che la lasciò padrona di scegliere la strada. Il tempo era sereno e fresco: Emilia ammirava con entusiasmo quella bella contrada.
Il sole all'occaso dorava ancora la cima degli alberi e le vette più alte. Emilia seguì il corso del ruscello lungo gli alberi che lo costeggiavano. Sulla riva opposta alcune bianche pecorelle spiccavano fra il verde. D'improvviso, udì un coro di voci. Si ferma, ascolta attenta, ma teme di farsi vedere. Fu la prima volta che riguardò Bertrando come il suo protettore; ei la seguiva davvicino discorrendo con un pastore. Rassicurata da questa certezza, si avanza dietro una collinetta; la musica cessò, e di lì a poco sentì una voce di donna che cantava sola. Emilia, raddoppiando il passo, girò dietro la collina, e vide un praticello coronato da alberi altissimi. Vi osservò due gruppi di contadini che stavano intorno ad una giovinetta, la quale cantava, tenendo in mano una ghirlanda di fiori.
Finita la canzone, alcune pastorelle si avvicinarono ad Emilia ed alla Lena, le fecero sedere in mezzo a loro, e le presentarono uva e fichi. Quella placida scena campestre la commosse oltremodo, e quando tornò a casa, si sentì lo spirito più calmato.
Dopo quella sera passeggiò spesso in compagnia della Lena, ma sempre colla scorta di Bertrando. La tranquillità in cui viveva, le faceva credere che non si avessero cattivi disegni su di lei; e senza l'idea probabile che Valancourt in quel momento fosse prigioniero nel castello, avrebbe preferito di restare colà fino all'epoca del suo ritorno in patria. Riflettendo però ai motivi che potevano aver deciso Montoni a farla passare in Toscana, la sua inquietudine non diminuiva, non essendo persuasa che il solo interesse della di lei sicurezza l'avesse deciso a condursi in questa guisa.
Emilia passò qualche tempo nella capanna prima di ricordarsi che, nella precipitosa partenza, aveva lasciato ad Udolfo le carte della zia relative ai beni della Linguadoca. Ciò le fece pena, ma poi sperò che il nascondiglio sarebbe sfuggito alle ricerche di Montoni.
Torniamo un momento a Venezia, dove il conte Morano geme sotto il peso di nuove sciagure. Appena giunto quivi, era stato arrestato per ordine del Senato, e messo in una segreta così rigorosa, che tutti gli sforzi degli amici non riuscirono a saperne notizia. Egli non avea potuto indovinare a qual nemico dovesse la sua prigionia, a meno che non fosse Montoni, sul quale appunto fissavansi i suoi sospetti.
Essi erano non solo probabili, ma anche fondati. Nella faccenda della coppa avvelenata, Montoni avea sospettato Morano; ma, non potendo acquistar il grado di prova necessaria alla convinzione del delitto, ebbe ricorso ad altri modi di vendetta. Da una persona fidata fece gettare una lettera d'accusa nella bocca del leone, destinata a ricevere le denunzie segrete contro i cospiratori politici.
Il conte erasi attirato il rancore de' principali senatori; i modi altieri, la smodata ambizione faceanlo odiar dagli altri; non dovea dunque aspettarsi alcuna pietà da parte de' suoi nemici.
Montoni intanto faceva fronte ad altri pericoli. Il suo castello era assediato da gente risoluta a vincere. La forza della piazza resistè al violento attacco, la guarnigione si difese strenuamente e la mancanza di viveri costrinse gli assalitori a sgomberare. Quando Montoni si vide di nuovo pacifico possessore d'Udolfo, impaziente di aver ancora Emilia in mano, mandò a cercarla. Costretta a partire, la fanciulla, diè un tenero addio alla dolce Lena. Risalendo l'Appennino, fissò un luogo sguardo di rammarico sulla deliziosa contrada che abbandonava; ma il dolore che risentiva a dover tornare al teatro de' suoi patimenti, fu addolcito dalla probabile speranza di ritrovarvi Valancourt, benchè prigioniero.
Giunti a sera inoltrata, e senza tristi incontri, presso al castello, poterono scorgere al chiaro di luna i danni patiti dalle mura durante l'assedio. Anche i boschi avean sofferto: alberi atterrati, schiantati, spogli di frondi, bruciati, indicavano i furori della guerra.
Profondo silenzio era susseguito al tumulto delle armi. Alla porta, un soldato munito di lampada venne a riconoscere i viaggiatori, e li introdusse nel cortile. Emilia fu colta quasi da disperazione udendo rinchiudersi alle spalle quelle formidabili imposte che parevano separarla per sempre dal mondo.
Traversato il secondo cortile, trovaronsi alla porta del vestibolo; il soldato augurò loro la buona notte e tornò al suo posto. Intanto Emilia pensava al modo di ritirarsi nella sua antica stanza senza esser veduta, per paura d'incontrare sì tardi o Montoni o qualcuno della sua compagnia. L'allegria che regnava nel castello era allora talmente clamorosa, che Ugo batteva alla porta senza poter farsi intendere dalla servitù. Questa circostanza aumentò i timori di Emilia, e le lasciò il tempo di riflettere. Avrebbe forse potuto giugnere allo scalone, ma non poteva andare alla sua camera senza lume. Bertrando aveva appena una torcia, ed ella sapeva benissimo che i servi accompagnavano col lume solo fino alla porta, perchè il lampione sospeso alla vôlta illuminava sufficentemente il vestibolo.
Carlo aprì alfine la porta: Emilia lo pregò di mandar subito Annetta con un lume nella galleria grande dove andava ad aspettarla, e, salita la scala, sedette sull'ultimo gradino. Il buio della galleria la dissuase dall'entrarvi. Mentre stava attenta per sentire se venisse Annetta, sentì Montoni ed i suoi compagni, che, parlando tumultuosamente con gente ebbra, si dirigevano a passi barcollanti verso la scala. Obliando la paura, entrò colle braccia avanti nella galleria, sempre attenta alle voci che udiva dabbasso, e tra le quali distinse quelle di Bertolini e Verrezzi. Dalle poche parole che potè intendere, capì che si parlava di lei: ciascuno reclamava qualche antica promessa di Montoni. Dopo aver alcun poco altercato, sentì venir su gente, e si slanciò nella galleria colla rapidità del lampo. Percorse così alla ventura parecchi di que' vetusti anditi; finalmente riescì in uno d'essi in fondo al quale le parve vedere un filo di luce.
Mentre dirigevasi colà, scorse venirle incontro Verrezzi barcollante. Per cansarlo, si gettò in una porta che trovò a sinistra, sperando di non essere stata veduta; poco dopo, socchiuse l'uscio per cercar d'andarsene, quando un lume spuntò in fondo a quel corridoio, e riconobbe Annetta; le corse incontro, e questa, vedendola, le si buttò al collo con un grido. Emilia potè farle comprendere il suo pericolo, e recaronsi ambedue nella camera di Annetta alquanto distante. Alcun timore però non valse a farla tacere. « Oh! mia cara padrona, » diceva essa camminando, « quanta paura ho avuto! Ah! ho creduto di morire mille volte, e non sapeva se sarei sopravvissuta al fragor dei cannoni per potervi rivedere. Non ho mai provato in vita mia un contento maggiore quanto adesso che vi ritrovo.
— Zitto! » diceva Emilia; « siamo inseguite! »
Ma era l'eco de' loro passi.
« No, » disse Annetta, « hanno chiusa una porta.
— Facciamo silenzio per carità, e non parliamo più, finchè non siamo giunte alla tua camera. » Vi arrivarono finalmente senza sinistri incontri. La cameriera aprì, e Emilia si mise a sedere sul letto per riposarsi alquanto. La sua prima domanda fa se Valancourt era prigioniero. Annetta le rispose non poter dirglielo con precisione, ma esser certa ch'eranvi molti prigionieri nel castello. Poscia cominciò a sua guisa a fare la descrizione dell'assedio, o piuttosto il dettaglio di tutte le paure sofferte durante l'attacco. « Ma, » soggiuns'ella, « quando intesi sulle mura i gridi di vittoria, credei che noi fossimo stati presi, e mi tenni perduta; in vece avevamo scacciati i nemici. Andai nella galleria settentrionale, e vidi un gran numero di fuggitivi sulle montagne. Del resto poi si può dire che i bastioni sono in rovina. Facea spavento il vedere nel bosco sottoposto tanti morti, ammucchiati l'un sopra l'altro!... Durante l'assedio, il signor Montoni correa qua, là, era da per tutto, a quanto mi disse Lodovico. Per me, egli non mi lasciava veder nulla. Mi chiudeva in una stanza nel centro del castello, mi portava da mangiare, e veniva a trovarmi più spesso che poteva. Debbo confessare che, senza Lodovico, sarei morta, sicuramente.
— E come vanno le cose dopo l'assedio?
— V'è un fracasso terribile, » rispose Annetta; « i signori non fanno altro che mangiare, bere e giuocare. Stanno a tavola tutta notte e giuocano tra loro le belle e ricche cose, che hanno preso quando andavano al saccheggio od a qualcosa di simile. Hanno alterchi vivissimi sulla perdita e sul guadagno; il signor Verrezzi perde sempre, a quanto si dice: Orsino guadagna, e sono sempre in lite. Tutte quelle belle signore sono ancora qui, e vi confesso che mi fanno ribrezzo quando le incontro.
— Sicuramente, » disse Emilia sussultando, « odo rumore, ascolta.
— Oibò! è il vento. Lo sento spesso quando soffia più forte del solito, e scuote le porte della galleria. Ma perchè non volete coricarvi? credo non vorrete restar così tutta notte. »
Emilia si stese sul letto pregandola di lasciare il lume acceso. Annetta si coricò accanto a lei; ma la fanciulla non poteva dormire, e le pareva sempre d'intendere qualche rumore. Mentre Annetta cercava persuaderla ch'era il vento, udirono rumor di passi vicino all'uscio. La cameriera voleva scendere dal letto, ma Emilia la trattenne; si bussò leggermente, e si chiamò Annetta sottovoce.
« Per l'amor del cielo, non rispondere, » disse Emilia, « sta quieta. Faremmo bene a spegnere il lume, che potrebbe tradirci.
— Madonna! » sclamò la cameriera; « non resterei al buio adesso per tutto l'oro del mondo. » Mentre parlava fu ripetuto più forte il nome di Annetta. « Ah! è Lodovico, » gridò essa allora, e si alzava per aprir la porta; ma Emilia ne la impedì volendo prima assicurarsi se era solo. Annetta gli parlò qualche tempo, ed egli le disse che, avendola lasciata uscire per andare a trovar la padroncina, veniva a rinchiuderla di nuovo. Questa temendo di essere sorpresa se continuavano a parlare in quel modo, acconsentì a lasciarlo entrare. La fisonomia franca e buona del giovane rassicurò Emilia, la quale implorò il di lui soccorso, se Verrezzi lo avesse reso necessario. Lodovico promise di passar la notte in una camera attigua per difenderla da qualunque insulto, e, acceso un lume, se ne andò al suo posto.
Emilia avrebbe desiderato riposare, ma troppi interessi occupavano la sua mente: si vedeva in un luogo divenuto soggiorno del vizio e della violenza, fuori della protezione delle leggi, in potere d'un uomo instancabile nella persecuzione e nella vendetta; e riconobbe che resistere più a lungo alla di lui prepotenza sarebbe stata follia. Abbandonò pertanto la speranza di vivere agiatamente con Valancourt, e decise di ceder tutto a Montoni la mattina seguente, purchè le permettesse di tornarsene tosto in Francia. Queste riflessioni la tennero svegliata tutta notte.
Appena fu giorno, Emilia ebbe un lungo colloquio con Lodovico, il quale le raccontò varie circostanze relative al castello, e le diè alcune notizie sui progetti di Montoni, che accrebbero i suoi fondati timori. Gli dimostrò gran sorpresa perchè, sembrando così commosso dalla di lei trista situazione in quel castello non pensasse d'andarsene. Ei l'assicurò non essere sua intenzione di restarvi, ed allora essa rischiò a domandargli se volesse assecondare la sua fuga. Lodovico l'accertò ch'era dispostissimo a tentarla, ma le rappresentò tutte le difficoltà dell'impresa, giacchè la di lui perdita sarebbe stata certa, se Montoni li raggiungesse prima d'esser fuori de' monti. Promise nulladimeno di cercarne con premura l'occasione, e di occuparsi d'un piano di fuga. Emilia gli confidò allora il nome di Valancourt, pregandolo d'informarsi se fosse nel numero dei prigionieri. La debole speranza che le rinacque da questo colloquio, dissuase Emilia dal trattare immediatamente con Montoni; risolse, s'era possibile, di ritardare a parlargli fin quando avesse saputo qualcosa da Lodovico, e di non far la cessione se non quando le fosse riuscito impossibile ogni mezzo di fuggire. Mentre fantasticava così, Montoni rinvenuto dall'ubbriachezza, la mandò a chiamare; essa obbedì, e lo trovò solo, « Ho saputo, » diss'egli, « che non passaste la notte nella vostra camera; dove siete stata? » Emilia gli dettagliò le circostanze che ne l'aveano impedita, e le chiese la sua protezione per l'avvenire. « Voi conoscete i patti della mia protezione, » diss'egli; « se realmente ne fate caso, procurate di meritarvela. »
Quella dichiarazione precisa, che non l'avrebbe protetta se non condizionatamente, durante la sua cattività nel castello, convinse Emilia della necessità di arrendersi; ma prima gli domandò se le avrebbe permesso di partire immediatamente dopo aver firmata la cessione; egli le ne fece solenne promessa, e le presentò la carta, colla quale essa gli trasferiva tutti i suoi diritti.
Fu per qualche tempo incapace di firmare, avendo il cuore lacerato da opposti affetti; stava per rinunziare alla felicità della sua vita, e alla speranza che l'avea sostenuta in un sì lungo corso di avversità.
Montoni le ripetè i patti della sua obbedienza, osservandole che tutti i momenti erano preziosi. Essa prese la penna e firmò la cessione. Appena ebbe finito, lo pregò di ordinare la sua partenza e di lasciarle condur seco Annetta. Montoni allora si mise a ridere. « Era necessario ingannarvi, » diss'egli; « era l'unico mezzo per farvi agire ragionevolmente: voi partirete ma non adesso. Bisogna prima ch'io prenda possesso di quei beni; quando ciò sarà fatto, potrete tornarvene in Francia. »
La fredda scelleratezza colla quale ei violava il solenne impegno da lui preso, ridusse Emilia alla disperazione, conoscendo che il suo sacrifizio non le avrebbe giovato a nulla, e sarebbe rimasta prigioniera: non sapeva trovar parole per esprimere i suoi sentimenti, e capiva bene che ogni osservazione sarebbe stata infruttuosa; guardò Montoni con aria supplichevole, ma egli volse il capo, e la pregò di ritirarsi. Incapace di fare neppure un passo, ella si abbandonò sopra una sedia, sospirando affannosamente senza poter piangere, nè parlare.
« Perchè abbandonarvi a questo inopportuno dolore? » le disse Montoni; « sforzatevi di sopportare coraggiosamente ciò che ora non potete evitare. Non avete da lagnarvi di verun affanno reale; abbiate pazienza, e sarete rimandata in Francia. Intanto tornate alla vostra stanza.
— Non oso, signore, » rispose Emilia, « andare in un luogo ove può introdursi il signor Verrezzi. — Non vi ho io promesso di proteggervi? » disse Montoni. — Promesso! » ribattè Emilia titubando. — La mia promessa dunque non basta? » riprese egli severamente. — Rammentatevi della vostra prima promessa, » disse Emilia tremando, « e giudicherete voi stesso qual caso io debba fare delle altre. — Guardatevi dal farmi ritrattare le mie parole. Ritiratevi, voi non avete nulla da temere nel vostro appartamento. »
Emilia ritirossi a passi lenti, e quando fu giunta nella sua camera, esaminò attentamente se vi fosse nascosto qualcuno, chiuse la porta, e si mise a sedere vicino alla finestra. La misera avrebbe forse perduta la ragione, se non avesse lottato fortemente contro il peso delle sue sciagure. Invano sforzavasi di credere che Montoni l'avrebbe realmente rimandata in Francia, tostochè si fosse assicurato de' suoi beni, e che intanto l'avrebbe guarentita dagl'insulti. La sua speranza principale però era riposta in Lodovico; nè dubitava del suo zelo, malgrado la poca fiducia di lui stesso nella progettata evasione.
Questa trista giornata la trascorse come tante altre nella propria camera. Calò la notte, ed Emilia sarebbesi ritirata nella stanza di Annetta se un interesse più forte non l'avesse trattenuta: voleva attendere all'ora consueta il ritorno della musica, la quale, se non potea assicurarla positivamente della presenza di Valancourt nel castello, valea a confermarla nella sua idea e procurarle una consolazione sì necessaria nel suo attuale abbattimento.
La notte era burrascosa: il vento soffiava veemente; le ore passarono: Emilia udì appostar le sentinelle. Di lì a poco, una fioca melodia traversò l'aere; riconobbe il suono di un liuto accompagnato da' queruli accenti d'un uomo. Essa ascoltava sperando e temendo; ritrovò la dolcezza armoniosa della voce e del liuto, che già conosceva. Convinta che la musica partiva da una delle stanze sottoposte, si sporse in fuori per iscoprire alcun lume, ma indarno. Chiamò anche sottovoce, ma il vento impedì senza dubbio di udirla; la musica continuava. D'improvviso, udì battere all'uscio della camera, ed avendo riconosciuto la voce di Annetta, le aprì, invitandola ad avvicinarsi pian piano alla finestra per ascoltare.
« Gran Dio! » sclamò Annetta; « io conosco questa canzone: essa è francese, ed una delle ariette favorite del mio caro paese... È un nostro compatriota che canta e dev'essere il signor Valancourt. — Piano, Annetta, » disse Emilia, « non parlar sì forte; potremmo essere intese. — Da chi? dal cavaliere? — No, ma qualcuno potrebbe tradirci. Perchè credi tu sia Valancourt quello che canta? Ma zitto: la voce diventa più forte. La riconosci? — Signorina, » rispose Annetta, « io non ho mai udito cantare il cavaliere. » Ad Emilia spiacque assai che l'unico motivo di Annetta per credere ch'era Valancourt, fosse che il cantore era Francese. Poco dopo udì la romanza intesa alla peschiera, e il di lei nome fu ripetuto così spesso, che Annetta gridò ad alta voce: « Signor Valancourt! signor Valancourt! » Emilia tentò trattenerla, ma essa gridava sempre più forte; la musica cessò, e nessuno rispose. « Non importa, signora Emilia, » disse la ragazza; « è il cavaliere senz'altro, ed io voglio parlargli. — No, no, Annetta; voglio parlargli io stessa. Se è lui, riconoscerà la mia voce, e risponderà. Chi è, » gridò ella, « che canta così tardi? » Susseguì un lungo silenzio. Ripetè la domanda, ed intese fievoli accenti, i quali parevano venir sì da lontano, che non potè distinguer nessuna parola. Allora credè che l'incognito fosse Valancourt senz'altro, giacchè aveva risposto alla sua voce, e lusingandosi che l'avesse riconosciuta, si abbandonò a trasporti di gioia. Annetta intanto continuava a chiamare. Emilia, temendo allora di esser tradita nelle sue ricerche, la fece tacere, riservandosi ad interrogare Lodovico la mattina seguente.
Stettero ambedue qualche tempo alla finestra, ma tutto rimase tranquillo. Emilia, giubilante, camminava a gran passi per la camera, chiamando sottovoce Valancourt, e tornava quindi alla finestra, dove non udiva altro che il mormorio del vento tra le frondi. Annetta mostravasi impaziente quanto lei; ma la prudenza le decise infine a chiudere la finestra, ed andarsene a letto.
Passarono alcuni giorni nell'incertezza. Lodovico aveva potuto sapere solamente che c'era un prigioniero nel luogo indicato da Emilia, un Francese, stato preso in una scaramuccia. Nell'intervallo, Emilia sfuggì alle persecuzioni di Verrezzi e Bertolini, confinandosi nella sua camera. Talvolta passeggiava la sera nel corridoio. Montoni pareva rispettar l'ultima sua promessa, sebbene avesse violata la prima; ed ella non poteva attribuire il suo riposo che al favore della di lui protezione. Erane allora così persuasa, che non desiderava partire dal castello se non dopo aver ottenuto qualche certezza a proposito di Valancourt. L'aspettava adunque, senza che ciò le costasse verun sacrifizio, non essendosi presentata fin allora nessuna occasione propizia di fuggire.
Finalmente, Lodovico venne ad avvertirla che sperava di vedere il prigioniero, dovendo questi avere per guardia la notte seguente un soldato di cui erasi fatto amico. La di lui speranza non fu vana, giacchè potè entrare nella prigione col pretesto di portargli acqua. La prudenza però gl'impose di non confidare alla sentinella il vero motivo di quella visita, che fu molto breve.
Emilia stette impaziente ad aspettarne il risultato; infine vide ricomparire il giovano con Annetta. « Il prigioniero, signorina, » diss'egli, « non ha voluto confidarmi il suo nome. Quando pronunziai il vostro, si mostrò meno sorpreso di quel ch'io m'immaginassi.
— Come sta egli? Dev'essere molto abbattuto dopo una sì lunga prigionia... — Oh no! mi parve che stesse bene, quantunque non glie l'abbia domandato. — Non vi ha consegnato nulla per me? » disse Emilia. — Mi ha dato questo, dicendo che vi avrebbe scritto se avesse avuto l'occorrente. Prendete. » E le consegnò una miniatura. Emilia riconobbe il suo proprio ritratto, lo stesso che aveva perduto sua madre in modo così singolare alla peschiera della valle. Pianse allora di gioia e tenerezza, e Lodovico continuò: « Mi ha scongiurato a procurargli un abboccamento con voi. Gli rappresentai quanto mi paresse difficile farvi acconsentire il suo custode; mi rispose ciò esser più facile che non immaginassi, e che se ne gli avessi portata la vostra risposta, si sarebbe spiegato meglio. — Quando potrete rivedere il cavaliere, ditegli che acconsento a vederlo. — Ma quando, signora, in qual luogo? — Ciò dipenderà dalle circostanze; desse fisseranno l'ora ed il luogo. »
Il giovane le augurò la buona notte, e se ne andò.
Passò una settimana prima che Lodovico potesse rientrare nella prigione. Nell'intervallo, comunicò ad Emilia rapporti spaventosi di quanto accadeva nel castello: il di lei nome era spesso pronunziato ne' discorsi di Bertolini e Verrezzi, e diveniva sempre soggetto di alterchi. Montoni aveva perduto al giuoco somme enormi con Verrezzi, e c'era tutta la probabilità che gliela destinasse in isposa per isdebitarsi, ad onta dell'opposizione di Bertolini. A tai notizie, la meschina scongiurava Lodovico a riveder tosto il prigioniero, ed a favorire la loro fuga.
Finalmente Lodovico le disse d'aver riveduto il cavaliere, il quale avealo indotto a fidar nel carceriere, di cui aveva già esperimentata la condiscendenza, e che avevagli promesso di uscire per mezz'ora la notte seguente, quando Montoni ed i suoi compagni stessero gozzovigliando. « È una bella cosa per certo, » soggiunse il giovane; « ma Sebastiano sa bene che non corre alcun rischio, lasciando uscire il prigioniero, poichè se potrà scappare dalle porte di ferro sarà molto destro. Il cavaliere mi manda da voi, o signora, per supplicarvi in nome suo di permettergli che vi veda stanotte, quando pur fosse per un momento solo, non potendo più vivere sotto il medesimo tetto senza vedervi; circa all'ora, non può precisarla, giacchè dipende dalle circostanze, come voi diceste, e vi prega di scegliere il luogo che crederete il più sicuro. »
Emilia era sì agitata dalla prossima speranza di rivedere Valancourt, che passarono alcuni minuti prima di poter rispondere. Finalmente, non seppe indicare un luogo più sicuro del corridoio. Fu dunque stabilito che il cavaliere sarebbe venuto quella notte nel corridoio, e che Lodovico avrebbe pensato a scegliere l'ora. Emilia, come può credersi, passò quest'intervallo in un tumulto di speranza, di gioia e d'ansiosa impazienza. Dopo il suo arrivo al castello non aveva mai osservato con tanto piacere il tramonto del sole. Contava le ore, e le parea che il tempo non passasse mai.
Finalmente suonò mezzanotte. Aprì la porta del corridoio per ascoltare se vi fosse rumore nel castello, e udì solo l'eco delle risa smoderate che partivano dalla sala grande. S'immaginò che Montoni ed i suoi ospiti fossero a tavola. « Essi sono occupati per tutta la notte, » disse fra sè, « e Valancourt sarà presto qui. » Chiuse la porta, e passeggiò per la camera coll'agitazione dell'impazienza. Si affacciava alla finestra, lusingandosi di sentir suonare il liuto; ma tutto era silenzio, e la sua emozione cresceva. Annetta, che aveva fatto restare in sua compagnia, ciarlava secondo il solito; ma Emilia non intendeva sillaba de' suoi discorsi. Tornando alla finestra, sentì alfine la solita voce cantare accompagnata dal liuto. Non potè astenersi dal piangere per la tenerezza. Finita la romanza, Emilia la considerò come un segnale che le indicasse l'uscita di Valancourt. Poco dopo udì camminare nel corridoio, aprì la porta, corse incontro all'amante, e si trovò fra le braccia d'un uomo che non aveva mai veduto. La faccia ed il suono della voce dell'incognito la disingannarono sul momento, e svenne.
Allorchè risensò, trovossi sostenuta da quest'uomo, il quale la considerava con viva espressione di tenerezza e d'inquietudine. Non ebbe la forza per interrogare, nè per rispondere: proruppe in dirotto pianto, e si sciolse dalle di lui braccia. L'incognito impallidì. Sorpreso, guardava Lodovico come per domandargli qualche schiarimento; ma Annetta gli spiegò il mistero che non intendeva neppur Lodovico. « Signore, » gridò ella singhiozzando, « voi non siete l'altro cavaliere. Noi aspettavamo il signor Valancourt, e non siete voi quello. Ah! Lodovico, come avete potuto ingannarci così? la mia povera padrona se ne risentirà per molto tempo. » L'incognito, il quale pareva agitatissimo, voleva parlare, ma gli spirarono le parole sul labbro, e battendosi colla mano la fronte, come preso da improvvisa disperazione, si ritirò dalla parte opposta del corridoio.
Annetta si terse le lagrime, e disse a Lodovico: « Può darsi che l'altro cavaliere, cioè il signor Valancourt, sia tuttora dabbasso. » Emilia alzò la testa. « No, » replicò Lodovico, « il signor Valancourt non c'è stato mai, se questo cavaliere non è lui. Se aveste avuta la bontà di confidarmi il vostro nome, signore, » diss'egli all'incognito, « quest'equivoco non avrebbe avuto luogo. — È verissimo, » rispos'egli in cattivo italiano; « ma m'importava molto che Montoni lo ignorasse. Signora, » soggiunse quindi, volgendosi in francese a Emilia, « permettetemi due parole. Soffrite che spieghi a voi sola il mio nome e le circostanze che m'indussero nell'errore. Io sono vostro compatriotta, e ci troviamo ambidue in una terra straniera. »
Emilia procurò di calmarsi, ed esitava ad accordargli la sua domanda; in fine, pregò Lodovico di andar ad aspettarla in fondo al corridoio, trattenne Annetta, e disse all'incognito che quella fanciulla intendendo pochissimo l'italiano, ei poteva favellarle in questa lingua. Si ritirarono in un angolo, e l'incognito le disse, dopo un lungo sospiro: « Signora, la mia famiglia non dev'esservi ignota. Io mi chiamo Dupont; i miei parenti vivevano a qualche distanza dal vostro castello della valle, ed io ebbi la fortuna d'incontrarvi qualche volta, visitando il vicinato. Non vi offenderò certo ripetendovi quanto sapeste interessarmi, quanto mi compiaceva di errare nei luoghi che voi frequentavate, quante volte ho visitato la vostra peschiera favorita, e quanto gemeva allora delle circostanze che m'impedivano di dichiararvi la mia passione! Non vi spiegherò come potei cedere alla tentazione, ed in qual modo divenni possessore d'un tesoro inestimabile per me, che affidai, pochi giorni sono, al vostro messaggero, con una speranza ben diversa da quella che or mi resta. Non mi estenderò di più. Lasciate ch'io implori il vostro perdono, e circa a quel ritratto che restituii così male a proposito, la vostra generosità ne scuserà il furto, e vorrà rendermelo. Il mio delitto stesso è divenuto il mio castigo; e quel ritratto che involai alimentò una passione che dev'essere sempre il mio tormento. »
Emilia, interrompendolo, disse: « Lascio alla vostra coscienza, o signore, il decidere se, dopo tutto quant'è accaduto a proposito del signor Valancourt, io debba rendervi il ritratto. Non sarebbe un'azione generosa: dovete convenirne voi stesso, e mi permetterete di aggiungere che mi fareste un'ingiuria insistendo per ottenerlo. Mi trovo onorata della favorevole opinione che concepiste di me; ma... l'equivoco di questa sera mi dispensa dal dirvi di più.
— Sì, signora, oimè! sì, » replicò Dupont; « accordatemi almeno di farvi conoscere il mio disinteresse, se non il mio amore. Accettate i servigi d'un amico, il quale, benchè prigioniero, giura di fare ogni tentativo per togliervi da quest'orribile soggiorno, e non mi negate la ricompensa d'aver tentato almeno di meritare la vostra gratitudine.
— Voi la meritate già, signore, » disse Emilia, « ed il voto che esprimete merita tutti i miei ringraziamenti. Scusatemi se vi rammento il pericolo a cui siamo esposti, prolungando questo abboccamento. Sarà per me una gran consolazione, sia che i vostri tentativi vadano a vuoto, od abbiano un esito felice, di avere un generoso compatriotta disposto a proteggermi. »
Dupont prese la mano di Emilia, che voleva ritirarla, e se l'appressò rispettosamente alle labbra.
« Permettetemi, » le disse, « di sospirare vivamente per la vostra felicità, e lodarmi d'una passione che m'è impossibile di vincere. » In quel punto Emilia udì rumore nella sua camera, e voltandosi da quella parte, vide un uomo il quale, precipitandosi nel corridoio brandendo uno stile, gridò: « v'insegnerò io a vincere questa passione! » E corse incontro a Dupont ch'era inerme. Questi scansò il colpo, si gettò su colui, nel quale Emilia riconobbe Verrezzi e lo disarmò. Durante la lotta, Emilia e Annetta corsero a chiamar Lodovico, ma era sparito. Tornando indietro, il rumore della lotta le fece sovvenire del pericolo. Annetta andò a cercar Lodovico; la fanciulla s'affrettò dove Dupont e Verrezzi erano sempre alle prese, e li scongiurò a separarsi. Il primo finalmente gettò in terra l'avversario e ve lo lasciò sbalordito dalla caduta. Emilia lo pregò di fuggire, prima che comparisse Montoni, o qualcun altro: ei ricusò di lasciarla così senza difesa, e mentr'ella, più spaventata per lui che per sè medesima, raddoppiava le sue premurose istanze, udirono salire la scala segreta.
« Siete perduto, » diss'ella; « è la gente di Montoni. » Dupont non rispose, e sostenendo Emilia, che stentava a reggersi, aspettò di piè fermo gli avversari. Poco dopo entrò Lodovico solo, e gettando un'occhiata dappertutto: « Seguitemi, » disse loro, « se vi è cara la vita; non abbiamo un momento da perdere. »
Emilia domandò cosa fosse accaduto, e dove convenisse andare.
« Non ho tempo di dirvelo, » rispose Lodovico. « Fuggite, fuggite. »
Essa lo seguì all'istante, sostenuta da Dupont. Scesero la scala, e mentre traversavano un andito segreto, si ricordò di Annetta, e chiese dove fosse, « Ci aspetta, » le rispose Lodovico sottovoce. « Poco fa furono aperte le porte per un distaccamento che arriva, e temo che vengano chiuse nuovamente, prima che noi vi giungiamo. » Emilia tremava sempre più dopo aver saputo che la sua fuga dipendeva da un solo istante. Dupont le dava braccio, e procurava, camminando, di rianimare il suo coraggio.
Lodovico aprì un'altra porta, dietro la quale trovarono Annetta, e scesero alcuni gradini. Il giovane disse che quel passaggio conduceva al secondo cortile, e comunicava col primo. A misura che si avanzavano, un tumulto confuso, che pareva venire dal secondo cortile, spaventò Emilia.
« Non temete, signora, » disse Lodovico, « la nostra sola speranza è riposta in questo tumulto: mentre la gente del castello è occupata di quelli che giungono, potremo forse uscir dalle porte inosservati. Ma zitto, » soggiunse avvicinandosi ad una porticella che metteva sul primo cortile; « restate qui un momento: io vado a vedere se le porte sono aperte, e se c'è qualcuno per via. Vi prego, signore, di spegnere il lume se mi sentirete parlare, » aggiunse consegnando la lampada a Dupont, « ed in tal caso restate in silenzio. »
Uscì, e chiuse la porta. « Noi saremo in breve fuori di queste mura, » disse Dupont a Emilia; « fatevi coraggio, e tutto andrà bene. »
Poco dopo udirono Lodovico parlar forte, e distinsero anche un'altra voce. Dupont spense subito il lume. « Gran Dio! È troppo tardi, » esclamò Emilia; « che sarà di noi? » Ascoltarono attenti, e si accorsero che Lodovico parlava colla sentinella. Il cane di Emilia, che l'aveva seguita, cominciò a latrare. Dupont lo prese in braccio per farlo tacere, e sentirono che il giovane diceva alla sentinella: « Intanto farò io la guardia per voi. — Aspettiamo un momento, » replicò la sentinella, « e non avrete questo incomodo. I cavalli devono esser mandati alle stalle vicine, si chiuderanno le porte, e potrò assentarmi per un minuto — Oibò! Per me non è un incomodo, caro camerata, » disse Lodovico; « farete a me lo stesso servizio un'altra volta. Andate, andate ad assaggiare quel vino, altrimenti la truppa arrivata lo berrà tutto, e non ve ne rimarrà più. »
Il soldato esitò, e chiamò nel secondo cortile, per sapere se i cavalli dovevano esser condotti fuori, e se potevano chiudersi le porte. Erano tutti troppo occupati per rispondergli, quand'anco l'avessero inteso.
« Sì, sì, » disse Lodovico, « non son così gonzi, si dividono tutto fra loro. Se aspettate quando partono i cavalli, troverete il vino bevuto tutto. Io ne ebbi la mia parte, ma giacchè non ne volete, andrò io in vece vostra.
— Alto là, camerata, » soggiunse la sentinella, « prendete il mio posto per pochi minuti, che torno subito. »
E andossene correndo.
Lodovico, vedendosi in libertà, si affrettò di aprire la porta dell'andito. Emilia soccombea quasi all'ansietà cagionatagli dal lungo colloquio. Egli disse loro che il cortile era libero: lo seguirono senza perder tempo, e menarono seco due cavalli che trovarono isolati.
Usciti senza ostacolo dalle formidabili porte, corsero ai boschi. Emilia, Dupont e Annetta erano a piedi; Lodovico sopra un cavallo, conduceva l'altro. Giunti nella selva, le due fanciulle salirono in groppa coi loro protettori. Lodovico serviva di guida, e fuggirono tanto presto quanto lo permetteva una strada rovinata, ed il fioco chiaror di luna traverso gli alberi.
Emilia era così stordita dall'inattesa partenza, che osava credere appena di essere sveglia: dubitava però molto che l'avventura potesse andar a finir bene, ed il dubbio era pur troppo ragionevole. Prima di uscire dal bosco udirono alte grida, e videro molti lumi nelle vicinanze del castello. Dupont spronò il cavallo, e con molta pena lo costrinse a correr più presto.
« Povera bestia, » disse Lodovico, « dev'essere ben stanca, essendo stata fuori tutto il giorno. Ma signore, andiamo da questa parte, perchè i lumi vengono per di qua. » E spronati i cavalli, si misero a galoppare. Dopo una lunga corsa, guardarono indietro: i lumi erano tanto lontani, che a mala pena potevano distinguersi; le grida avean fatto luogo a profondo silenzio. I viaggiatori allora moderarono il passo, e tennero consiglio sulla direzione da prendere. Decisero di andare in Toscana per guadagnare il Mediterraneo, e cercar d'imbarcarsi prontamente per la Francia. Dupont aveva progettato di accompagnarvi Emilia, se avesse potuto sapere che il suo reggimento vi fosse tornato.
Erano allora sulla strada già percorsa da Emilia con Ugo e Bertrando. Lodovico, il solo di essi che conoscesse i tortuosi sentieri di que' monti, assicurò che a poca distanza ne avrebbero trovato uno pel quale sarebbesi potuto scender facilmente in Toscana, e che alle falde degli Appennini c'era una piccola città, dove avrebbero potuto procacciarsi le cose necessarie pel viaggio.
Emilia pensava a Valancourt ed alla Francia con gioia; ma intanto essa sola era l'oggetto delle riflessioni malinconiche di Dupont. L'affanno però ch'ei provava pel suo equivoco, veniva addolcito dal piacere di vederla, Annetta pensava alla lor fuga sorprendente, e al susurro che avrebber fatto Montoni ed i suoi. Tornata in patria, voleva sposare il suo liberatore per gratitudine e per inclinazione. Lodovico, per parte sua, si compiaceva di avere strappato Annetta ed Emilia al pericolo che le minacciava, lieto di fuggire egli stesso da quella gente che gli faceva orrore. Aveva resa la libertà a Dupont, e sperava di viver felice coll'oggetto del suo amore.
Occupati dai loro pensieri, i viaggiatori restarono in silenzio per più di un'ora, meno qualche domanda che faceva tratto tratto Dupont sulla direzione della strada, o qualche esclamazione di Annetta sugli oggetti che il crepuscolo lasciava vedere imperfettamente. Infine scorsero lumi alle falde di un monte, e Lodovico non dubitò più non fosse la desiata città. Soddisfatti di questa certezza, i suoi compagni si abbandonarono di nuovo ai loro pensieri; Annetta fu quindi la prima a parlare.
« Dio buono, » diss'ella, « dove troveremo noi denaro? So che nè la mia padrona, nè io non abbiamo un soldo. Il signor Montoni ci provvedeva egli! » L'osservazione produsse un esame che terminò in un imbarazzo seriissimo. Dupont era stato spogliato di quasi tutti i suoi denari allorchè cadde prigioniero; il resto l'aveva regalato alla sentinella, che avevagli permesso di uscire dal carcere. Lodovico, che da molto tempo non poteva ottenere il pagamento del suo salario, aveva appena di che supplire al primo rinfresco nella città in cui dovean giungere.
La loro povertà li affliggeva tanto più, perchè poteva trattenerli in cammino, e, sebbene in una città, temevano sempre il potere di Montoni. I viaggiatori adunque non ebbero altro partito che quello di andare avanti a tentar la fortuna. Passarono per luoghi deserti; finalmente udirono da lontano i campanelli di un armento, e poco dopo il belato delle pecore, e riconobbero le tracce di qualche abitazione umana. I lumi veduti da Lodovico erano spariti da molto tempo, nascosti dagli alti monti. Rianimati da questa speranza, accelerarono il passo, e scopersero alfine una delle valli pastorali degli Appennini, fatta per dare l'idea della felice Arcadia. La sua freschezza e bella semplicità contrastavano maestosamente colle nevose montagne circostanti.