L'alba faceva biancheggiare l'orizzonte. A poca distanza, e sul fianco di un colle, i viaggiatori distinsero la città che cercavano, e vi giunsero in breve. Con molta difficoltà poterono trovarvi un asilo momentaneo. Emilia domandò di non fermarsi più del tempo strettamente necessario per rinfrescare i cavalli; la di lei vista eccitava sorpresa, essendo senza cappello, ed avendo appena avuto il tempo di prendere un velo. Le rincresceva perciò la mancanza di denaro, che non permettevale di procacciarsi quest'articolo essenziale.
Lodovico esaminò la sua borsa, e trovò che non bastava neppur a pagare il rinfresco. Dupont si arrischiò di confidarsi all'oste, che gli pareva umano ed onesto; gli narrò la loro posizione, pregandolo d'aiutarli a continuare il viaggio. Colui promise di far tutto il possibile, tanto più essendo essi prigionieri fuggiti dalle mani di Montoni, cui egli aveva ragioni personali per odiare: acconsentì a somministrar loro i cavalli freschi per partire immediatamente, ma non era ricco abbastanza per fornirli anche di denaro. Stavano lamentandosi, lorchè Lodovico, dopo aver condotto i cavalli in istalla, ritornò tutto allegro, e le mise tosto a parte della sua gioia: nel levare la sella ad un cavallo, vi avea trovata una borsa piena di monete d'oro, porzione senza dubbio del bottino fatto dai condottieri. Tornavano essi dal saccheggio allorchè Lodovico era fuggito, ed il cavallo essendo uscito dal secondo cortile, ove stava a bere il suo padrone, aveva portato via il tesoro, sul quale per certo contava quel birbante.
Dupont trovò questa somma sufficientissima per ricondurli tutti in Francia, e risolse allora di accompagnarvi Emilia. Si fidava di Lodovico quanto poteva permetterglielo una conoscenza sì breve, eppure non reggeva all'idea di confidargli Emilia per un sì lungo viaggio. D'altronde, non aveva forse il coraggio di privarsi del pericoloso piacere di vederla.
Tennero consiglio sulla direzione da prendere. Lodovico avendo assicurato che Livorno era il porto più vicino ed accreditato, decisero d'incamminarvisi.
Emilia comprò un cappello e qualche altro piccolo oggetto indispensabile. I viaggiatori cambiarono i cavalli stanchi con altri migliori, e si rimisero lietamente in cammino al sorger del sole. Dopo qualche ora di viaggio attraverso un paese pittoresco, cominciarono a scendere nella valle dell'Arno. Emilia contemplò tutte le bellezze di quei luoghi pastorali e montuosi, unite al lusso delle ville dei nobili fiorentini, e alle ricchezze di una svariata coltura. Verso mezzogiorno scoprirono Firenze, le cui torri s'innalzavano superbe sullo splendido orizzonte.
Il caldo era eccessivo, e la comitiva cercò riposo all'ombra. Fermatisi sotto alcuni alberi, i cui folti rami li difendevano dai raggi del sole, fecero una refezione frugale, contemplando il magnifico paese con entusiasmo.
Emilia e Dupont ridiventarono a poco a poco taciturni e pensierosi, Annetta era giuliva, e non si stancava mai di ciarlare, Lodovico era molto allegro, senza obliare però i riguardi dovuti ai suoi compagni di viaggio. Finito il pasto, Dupont persuase Emilia a procurare di gustar un'ora di sonno, mentre Lodovico avrebbe vegliato. Le due fanciulle, stanche dal viaggio, si addormentarono.
Quando Emilia svegliossi, trovò la sentinella addormentata al suo posto, e Dupont desto, ma immerso ne' suoi tristi pensieri. Il sole era ancora troppo alto per continuare il viaggio, e giustizia volea che Lodovico, stanco dalle tante fatiche, potesse finire in pace il suo sonno. Emilia profittò di questo momento onde sapere per qual caso Dupont fosse caduto prigioniero di Montoni. Lusingato dall'interesse che dimostravagli questa domanda, e dell'occasione che gli somministrava di parlare di sè medesimo, Dupont la soddisfece immediatamente.
« Io venni in Italia, signora, al servizio del mio paese. Una mischia ne' monti colle bande di Montoni mise in rotta il mio distaccamento, e fui preso con alcuni altri. Quando seppi d'essere prigioniero di Montoni, questo nome mi colpì. Mi rammentai che vostra zia aveva sposato un Italiano di tal nome, e che voi li avevate seguiti in Italia. Non potei però sapere con certezza, se non molto dopo, che costui era quello stesso, e che voi abitavate sotto il medesimo tetto con me. Non vi stancherò dipingendovi la mia emozione allorchè seppi questa nuova, la quale mi fu data da una sentinella che potei sedurre fino al punto di accordarmi qualche ricreazione, una delle quali m'interessava assai, ed era pericolosissima per lui. Ma non fu possibile indurlo ad incaricarsi d'una lettera, e di farmi conoscere a voi. Temeva di essere scoperto, e provare tutta la vendetta di Montoni. Mi somministrò però l'occasione di vedervi parecchie volte. Ciò vi sorprende, ma vi spiegherò meglio. La mia salute soffriva molto per mancanza d'aria e d'esercizio, e potei finalmente ottenere, dalla pietà o dall'avarizia sua, di passeggiare la notte sul bastione. » Emilia divenne attenta, e Dupont continuò:
« Accordandomi questo permesso, la mia guardia sapeva bene ch'io non poteva fuggire. Il castello era custodito con vigilanza, ed il bastione sorgea sopra una rupe perpendicolare. M'insegnò egualmente una porta nascosta nella parete della stanza, ov'io era detenuto, ed imparai ad aprirla. Questa porta metteva in un andito stretto praticato nella grossezza del muro, che girava per tutto il castello, e veniva a riuscire all'angolo del bastione orientale. Ho saputo in seguito che ve ne sono altri consimili nelle muraglie enormi di quel prodigioso edifizio, destinati senza dubbio a facilitare la fuga in tempo di guerra. Per tal mezzo adunque io andava la notte sul bastione, e vi passeggiava con cautela onde non essere scoperto. Le sentinelle erano molto lontane, perchè le alte mura da quella parte supplivano ai soldati. In una di queste passeggiate notturne, osservai un lume alla finestra d'una stanza superiore alla mia prigione: mi venne in idea che quella fosse la vostra camera, e, sperando di vedervi, mi fermai in faccia alla finestra. »
Emilia, rammentandosi allora la figura veduta sul bastione, che l'aveva tenuta in tanta perplessità, esclamò: « Eravate dunque voi, signor Dupont, che mi cagionaste un terrore così ridicolo? La mia fantasia era tanto indebolita dai lunghi patimenti, che il più lieve incidente bastava a farmi tremare. »
Dupont le manifestò il suo rammarico d'averla spaventata, poi soggiunse: « Appoggiato al parapetto in faccia alla vostra finestra, il pensiero della vostra situazione malinconica e della mia mi strappò alcuni gemiti involontari che vi attrassero alla finestra, almeno così supposi. Vidi una persona, e credetti foste voi. Non vi dirò nulla della mia emozione in quel momento. Voleva parlare ma la prudenza mi trattenne, e l'avanzarsi della sentinella mi obbligò a fuggire.
« Passarono alcuni giorni prima ch'io potessi tentare una seconda passeggiata, poichè non poteva uscire se non quando era di guardia il milite da me guadagnato coi doni. Intanto mi persuasi della realtà delle mie congetture sulla situazione della vostra camera. Appena potei uscire, tornai sotto la vostra finestra, e vi vidi senza ardir di parlarvi. Vi salutai colla mano, e voi spariste. Obliando la mia prudenza, esalai un lungo sospiro. Voi tornaste e diceste qualcosa. Intesi la vostra voce, e stava per abbandonare ogni riguardo, quando udii venire una sentinella, e mi ritirai prontamente; ma quel soldato mi aveva veduto. Egli mi seguì, e mi avrebbe raggiunto, senza un ridicolo stratagemma che formò in quel momento la mia salvezza. Conoscendo la superstizione di quella gente, gettai un grido lugubre, sperando che avrebbe cessato d'inseguirmi, e fortunatamente riuscii. Quell'uomo pativa di mal caduco: il timore ch'io gl'incussi lo fece cadere a terra tramortito, ed io m'involai prontamente. Il sentimento del pericolo incorso, e che il raddoppiamento delle guardie, per questo motivo, rendeva maggiore, mi dissuase dal tornar a passeggiare sul bastione. Nel silenzio delle notti però mi divertiva con un vecchio liuto procuratomi dal mio custode, e talvolta cantava, ve lo confesso, sperando d'essere inteso da voi. Infatti poche sere fa, parvemi udire una voce che mi chiamasse, ma non volli rispondere per timore della sentinella. Ditemi, in grazia, signora, eravate voi?
— Sì, » rispose Emilia, con un sospiro involontario, « avevate ragione. »
Dupont, osservando la penosa sensazione che tal soggetto le cagionava, cambiò discorso.
« In una delle mie gite nell'andito di cui vi ho parlato, intesi, » diss'egli, « un colloquio singolare che veniva da una stanza contigua al medesimo. Il muro era in quel luogo così sottile, che potei udire distintamente tutti i discorsi che si facevano. Montoni stava colà coi compagni. Egli cominciò il racconto dell'istoria straordinaria dell'antica padrona del castello. Descrisse circostanze strane; la sua coscienza però deve sapere fino a qual punto fossero credibili. Ma voi dovete conoscere, signorina, le notizie vaghe che si fanno circolare sul destino misterioso di quella dama.
— Le conosco, signore, » diss'Emilia, « e mi accorgo che voi non ci credete.
— Io ne dubitava, » replicò Dupont, « prima dell'epoca di cui vi parlo; ma il racconto di Montoni aggravò i miei sospetti, e restai quasi persuaso ch'ei fosse un assassino. Tremai per voi. Aveva udito pronunziare il vostro nome dai convitati in modo inquietante, e sapendo che gli uomini i più empi sogliono essere i più superstiziosi, mi decisi a spaventarli, per distoglierli dal nuovo delitto ch'io temeva. Ascoltai attentamente Montoni, e nel luogo più interessante del racconto, ripetei più volte le sue ultime parole.
— Non avevate timore di essere scoperto? » chiese Emilia.
— No, » rispose Dupont, « sapendo, che se Montoni avesse conosciuto il segreto dell'andito non mi avrebbe rinchiuso in quella stanza. La compagnia, per qualche momento, non badò alla mia voce, ma finalmente l'allarme fu sì grande, che fuggirono tutti. Montoni ordinò ai servi di fare attive ricerche, ed io tornai alla mia prigione. »
Dupont ed Emilia continuarono a discorrere di Montoni, della Francia, e del piano del loro viaggio. Ella gli disse che aveva intenzione di ritirarsi in un convento della Linguadoca; pensava di scrivere a Quesnel, per informarlo della sua condotta, ed aspettare la scadenza dell'affitto del suo castello della valle, per andare a stabilirvisi. Dupont la persuase che i beni, dei quali Montoni aveva voluto spogliarla, non erano perduti per sempre, e si rallegrò che fosse fuggita dalle mani di quel barbaro, il quale senza dubbio l'avrebbe tenuta prigioniera per tutta la vita. La probabilità di rivendicare i beni della zia, non tanto per sè medesima quanto per Valancourt, le fecero provare un senso di gioia ond'era stata priva per molto tempo.
Verso il declinar del sole, Dupont svegliò Lodovico per continuare il loro viaggio. Giunsero in Firenze a notte avanzata, ed avrebbero voluto rimanervi qualche giorno per rimirare le bellezze di quella famosa metropoli, ma l'impazienza di ritornare in patria li fece rinunziare a tal idea; ed il giorno seguente, di buonissim'ora, avviaronsi alla volta di Pisa, cui traversarono fermandosi appena il tempo necessario per rinfrescare i cavalli, e giunsero a Livorno verso la sera del giorno dipoi.
La vista di quella florida città piena di persone di tante diverse nazioni, ed i loro svariati abbigliamenti, rammentarono ad Emilia le mascherate di Venezia in tempo del carnevale; ma non vi regnava il brio e l'allegria dei Veneziani, essendo tutta gente occupata nel commercio.
Dupont corse al porto, e seppe che un bastimento doveva far vela in breve per Marsiglia, dove avrebbero potuto trovare facilmente un imbarco per traversare il golfo di Lione e giungere a Narbona. Il convento, nel quale Emilia voleva ritirarsi era situato a poca distanza da questa città. La fanciulla fu dunque lietissima nel sentire che il suo viaggio per la Francia non avrebbe sofferto verun ostacolo. Non temendo più d'essere inseguita, e sperando rivedere in breve la sua cara patria ed il paese abitato da Valancourt, si trovò talmente sollevata, che, dopo la morte di suo padre, non aveva passati mai momenti così tranquilli. Dupont fu informato a Livorno che il suo reggimento era tornato in Francia: questa notizia lo colmò di gioia, giacchè in caso diverso non avrebbe potuto accompagnarvi Emilia senza esporsi ai rimproveri, e fors'anco al castigo del suo colonnello. Seppe reprimere la sua passione fino al punto di non parlarne più alla fanciulla, obbligandola così a stimarlo ed a compiangerlo, se non poteva amarlo.
Torniamo ora in Linguadoca, ed occupiamoci del Conte di Villefort, lo stesso che aveva ereditato i beni del marchese di Villeroy, in vicinanza del monastero di Santa Chiara. Rammentiamoci che quel castello era disabitato, allorquando Emilia si trovò in quelle vicinanze con suo padre, e che Sant'Aubert parve assai commosso, allorchè seppe di trovarsi così vicino al castello di Blangy. Il buon Voisin aveva fatti discorsi molto allarmanti per la curiosità d'Emilia a proposito di quel luogo.
Nel 1584, anno in cui Sant'Aubert morì, Francesco di Beauveau, conte di Villefort, prese possesso dell'immensa tenuta chiamata Blangy, situata in Linguadoca, sulle sponde del mare. Queste terre per parecchi secoli avevano appartenuto alla sua famiglia, e gli ritornavano per la morte del marchese di Villeroy suo parente, uomo di carattere austero e di maniere riservatissime. Questa circostanza, unita ai doveri della sua professione, che lo chiamavano spesso alla guerra, aveva impedita ogni specie d'intrinsichezza tra lui ed il conte di Villefort. Si conoscevano poco, ed il conte non seppe la sua morte se non quando ricevè il testamento che lo faceva padrone di Blangy. Non andò a visitare i suoi nuovi possessi se non un anno dopo, e vi passò tutto l'autunno. Si rammentava spesso Blangy co' vivi colori che presta l'immaginazione alla rimembranza dei diletti giovanili. Ne' suoi primi anni, aveva conosciuta la marchesa, e visitato quel soggiorno nell'età in cui i piaceri restano sensibilmente impressi. L'intervallo scorso in appresso fra il tumulto degli affari, che troppo spesso corrompono il cuore e guastano la fantasia, non aveva però mai cancellato dalla sua memoria i giorni felici passati in Linguadoca.
Il defunto marchese aveva abbandonato il castello da molti anni, ed il suo vecchio agente l'aveva lasciato cadere in rovina. Il conte prese dunque il partito di passarvi l'autunno per farlo restaurare. Le preghiere e le lagrime ben anco della contessa, che sapeva piangere all'ocorrenza, non ebbero il potere di fargli cambiar risoluzione. Essa dovette dunque acconciarsi a permettere ciò che non poteva impedire, e a partir da Parigi. La sua bellezza la facea ammirare, ma il di lei spirito era poco adatto ad ispirare stima. L'ombra misteriosa dei boschi, la grandezza selvaggia dei monti, e la solitudine imponente delle sale gotiche, delle lunghe gallerie, non le offrivano che una trista prospettiva. Procurava di farsi coraggio pensando ai racconti statile fatti sulla bella vendemmia di Linguadoca, ma ivi non si conoscevano le contraddanze di Parigi, e le feste campestri dei contadini non potevano lusingare un cuore, dal quale il lusso e la vanità avean bandito da tanto tempo il gusto della semplicità e le buone inclinazioni.
Il conte aveva due figli del primo letto, e volle che venissero con lui. Enrico, in età di venti anni, era già al servizio militare; Bianca, che non ne aveva ancora diciotto, era sempre nel convento, dove l'avean messa all'epoca delle seconde nozze del padre. La contessa non aveva talenti bastanti per dare una buona educazione alla figliastra, nè il coraggio per intraprenderla, e perciò aveva consigliato il marito ad allontanarla; temendo quindi che una bellezza nascente venisse ad eclissare la sua, aveva impiegato in seguito tutta l'arte per prolungare la reclusione della fanciulla. La notizia ch'essa usciva di monastero fu per lei di gran mortificazione, la quale però mitigossi considerando che, se Bianca usciva dal chiostro, l'oscurità della provincia avrebbe sepolte le sue grazie per qualche tempo.
Il giorno della partenza, la carrozza del conte si fermò al convento. Il cuore della giovinetta palpitava di piacere alle idee di novità e libertà che le s'offrivano. A misura che si avvicinava l'epoca del viaggio, la sua impazienza crebbe al punto di contar perfino i minuti che le mancavano a finir quella notte. Appena spuntata l'alba, Bianca era balzata dal letto per salutare quel bel giorno, in cui sarebbe stata liberata dai vincoli del chiostro, per andar a godere la libertà in un mondo, ove il piacere sorride sempre, la bontà non si altera mai, e regna col piacere senza verun ostacolo. Quando intese suonare il campanello, corse al parlatorio, udì il rumore delle ruote e vide fermarsi nel cortile la carrozza di suo padre: ebbra di gioia, correva pei corridoi annunziando alle amiche la sua imminente partenza. Una monaca venne a cercarla per ordine della superiora, che scese alla porta onde ricevere la contessa, la quale parve a Bianca un angelo sceso per condurla al tempio della felicità. La contessa però, nel vederla, non fu animata dagl'istessi sentimenti. Bianca non era mai parsa tanto amabile, ed il sorriso dell'allegrezza dava a tutta la sua fisonomia la beltà dell'innocenza felice. Dopo un breve colloquio, la contessa si congedò: era il momento che Bianca attendeva con impazienza, come l'istante in cui stava per cominciare la sua felicità; ma non potè astenersi dal versar lacrime, abbracciando le sue compagne che piangevano egualmente nel dirle addio. La badessa, così grave, così imponente, la vide partire con un dispiacere, di cui non si sarebbe creduta capace un'ora prima. Bianca uscì dunque piangendo da quel soggiorno, ch'erasi immaginata di abbandonar ridendo.
La presenza del padre, le distrazioni del viaggio assorbirono presto le sue idee, e dispersero quell'ombra di sensibilità. Poco attenta ai discorsi della contessa e di madamigella Bearn sua amica che l'accompagnava; ella perdeasi in soavi meditazioni; vedeva le nubi tacite solcar l'azzurro firmamento velando il sole, ed oscurando così tratti di paese con bella alternativa di ombre e di luce. Quel viaggio fu per Bianca un seguito di piaceri; la natura, ai suoi occhi, variava ogni momento, mostrandole le più belle ed incantevoli vedute.
Verso la sera del settimo giorno, i viaggiatori scorsero in lontananza il castello di Blangy. La sua pittoresca situazione impressionò molto la fanciulla. A misura che si avvicinavano, ammirava la gotica struttura, le superbe torri, la porta immensa dell'antico edificio; essa credeva quasi d'avvicinarsi ad uno di que' castelli celebrati nell'istorie antiche, dove i cavalieri vedevano dai merli un campione col suo seguito, vestito di negra armatura, venire a strappar la dama de' suoi pensieri dall'oppressione d'un orgoglioso rivale. Essa aveva letto questa novella nella libreria del monastero, ripiena di cronache antiche.
Le carrozze si fermarono ad una porta che metteva nel recinto del castello, e che allora era chiusa. La grossa campana che serviva ad annunziar gli stranieri era da lunga pezza caduta; un servo salì sur un muro rovinato, per avvertire l'agente dell'arrivo del padrone. Bianca, appoggiata allo sportello, considerava con emozione i luoghi circostanti. Il sole era tramontato, il crepuscolo avvolgeva i monti; il mare lontano ripercotea ancora all'orizzonte una striscia di luce. Udivasi il fragor monotono dell'onde che venivano a frangersi sul lido. Ciascuno della compagnia pensava ai diversi oggetti che più l'interessavano. La contessa sospirava i piaceri di Parigi, vedendo con pena ciò ch'ella chiamava orridi boschi e selvaggia solitudine; penetrata dall'unica idea di dover essere sequestrata in quell'antico castello, si doleva di tutto. I sentimenti d'Enrico erano eguali; pensava sospirando alle delizie della capitale e ad una vaghissima dama ch'egli amava; ma il paese, ed un genere di vita diverso, avevano per lui l'incantesimo della novità ed il suo rincrescimento era mitigato dalle ridenti illusioni della gioventù.
Le porte s'apersero alfine; la carrozza penetrò lentamente tra folti castagni che impedivan la vista. Era il viale di cui già s'erano internati Sant'Aubert ed Emilia nella speranza di trovare un asilo vicino.
« Che brutti luoghi! » sclamò la contessa; « certo, voi non contate, signore, restare tutto l'autunno in questa barbara solitudine. Bisognerebbe aver portata una bottiglia d'acqua di Lete, affinchè almeno la rimembranza d'un paese meno sgradevole non aumentasse la tristezza di questo.
— Io mi regolerò secondo le circostanze, » rispose il conte; « questa barbara solitudine era l'abitazione de' miei antenati. »
Il custode del castello insieme ai servi stati mandati anticipatamente da Parigi, ricevettero il padrone all'ingresso del portico. Bianca riconobbe che l'edifizio non era intieramente di stile gotico. La sala immensa in cui entrarono non era però di gusto moderno. Un finestrone lasciava vedere un piano inclinato di verzura, formato dalla cima degli alberi sul pendìo del colle, ove sorgea il castello. Si scorgevano al di là le onde del Mediterraneo perdersi, a mezzogiorno od a levante, nell'orizzonte.
Bianca, nel traversar la sala, si fermò ad osservare un sì bel colpo d'occhio, ma ne fu presto riscossa dalla contessa la quale, malcontenta di tutto, impaziente di rifocillarsi e di riposare, si affrettò di giungere ad un salotto, adorno di mobili antichissimi, ma riccamente guarniti di velluto e di frange d'oro.
Mentre la contessa aspettava qualche rinfresco, il conte, in compagnia d'Enrico, visitavano l'interno del castello. Bianca rimase testimone, suo malgrado, del cattivo umore e del malcontento della matrigna.
« Quanto tempo passaste voi in questo tristo soggiorno? » chiese la contessa alla moglie del custode, quando venne ad offrirle il suo omaggio.
— Saranno trent'anni, signora, al dì di san Lorenzo.
— Come avete fatto a starvi così tanto e quasi sola? Mi fu detto però che il castello è rimasto chiuso per qualche tempo.
— Sì, signora, qualche mese dopo che il defunto signor marchese mio padrone fu partito per la guerra; sono più di venti anni che mio marito ed io siamo al di lui servizio. Questa casa è così grande e deserta, che in capo a qualche tempo andammo ad abitare vicino al villaggio, e venivamo solo tratto tratto a visitare il castello. Allorchè il mio padrone finì le sue campagne, avendo preso in avversione questo soggiorno, non ci tornò più, e non volle che abbandonassimo la nostra dimora. Ma ohimè! Quanto è cambiato il castello da quell'epoca! La mia povera padrona vi abitava col massimo piacere, e mi ricorderò sempre di quel giorno che arrivò qui dopo essersi sposata! Com'era bella! Da allora il castello venne sempre negletto, ed io non passerò più giorni così felici. »
La contessa parve quasi offesa dai discorsi ingenui di quella buona donna sui tempi passati, e Dorotea soggiunse: « Il castello però sarà nuovamente abitato; ma io non vi starei sola per tutto l'oro del mondo. »
L'arrivo del conte fece cessare le ciarle della vecchia. Egli le disse che aveva visitato buona parte del castello, il quale aveva bisogno di molti risarcimenti prima di essere abitabile.
« Me ne spiace, » disse la contessa.
— E perchè, signora?
— Perchè questo luogo corrisponderà male a tante premure. »
Il conte non replicò, e voltossi bruscamente verso una finestra.
La cameriera della contessa entrò; questa chiese di essere accompagnata nel suo appartamento, e si ritirò unitamente alla signora Bearn.
Bianca, profittando della poca luce diurna che restava ancora, andò a far nuove scoperte. Dopo aver percorso vari appartamenti, si trovò in una vasta galleria adorna d'antichissimi quadri e di statue rappresentanti, a quanto le parve, i suoi antenati. Cominciava ad annottare, e si affacciò ad una finestra, ove contemplò con interesse la vista imponente di quei luoghi meravigliosi, udendo il sordo e lontano mormorio del mare, ed abbandonandosi così all'entusiasmo di quella scena affatto nuova per lei.
— Ho io dunque vissuto tanto tempo in questo mondo, diceva fra sè medesima, senza aver veduto questo stupendo spettacolo, senza aver gustate queste delizie! La più umile villana dei beni di mio padre, avrà veduto fin dall'infanzia il bel colpo d'occhio della natura, e percorse liberamente queste posizioni pittoresche, ed io, nel fondo d'un chiostro, rimasi priva di queste meraviglie, che devono incantare la vista e rapire tutti i cuori! Com'è mai possibile che quelle povere monache, quei poveri frati possano provare un violento fervore, se non vedono nè sorgere, nè tramontare il sole? Io non ho mai conosciuto ciò ch'è veramente la devozione fino a stasera. Fino a questa sera io non aveva mai veduto il sole lasciare il nostro emisfero. Domani io lo vedrò sorgere per la prima volta. Com'è possibile di vivere a Parigi, non vedendo che case oscure e vie fangose, quando alla campagna si può vedere la vôlta azzurra del cielo e il verde smalto della terra? —
Questo soliloquio venne interrotto da un lieve rumor di passi, ed avendo Bianca domandato chi fosse, udì rispondersi: « Son io, Dorotea, che vengo a chiudere le finestre. » Il tuono di voce però col quale pronunziò queste parole sorprese alquanto Bianca. « Mi sembrate spaventata; » le disse; « chi vi ha fatto paura?
— No, no, non sono spaventata, signorina, » rispose Dorotea titubando. « Io son vecchia e poco ci vuole per turbarmi. Son lieta però che il signor conte sia venuto ad abitare in questo castello, il quale è stato deserto per tanti anni; ora somiglierà un poco al tempo in cui viveva la mia povera padrona. » Bianca le domandò da quanto tempo fosse morta la marchesa. « Ne è già passato tanto ch'io mi sono stancata di contar gli anni. Il castello da quell'epoca mi è sempre parso in lutto, e son certa che i vassalli l'hanno sempre in cuore. Ma voi vi siete smarrita, signorina. Volete tornare nell'altra parte della casa? »
La fanciulla domandò da quanto tempo fosse fabbricato il quartiere in cui si ritrovavano. « Poco dopo il matrimonio del mio padrone, » rispose Dorotea. « Il castello era bastantemente grande senza questo accrescimento. Vi sono nell'antico edifizio molti appartamenti, di cui si è mai servito. È un'abitazione principesca; ma il mio padrone la trovava trista, come lo è infatti. » Bianca le disse di condurla nel quartiere abitato; Dorotea la fece passare per un cortile, aprì la gran sala, e vi trovò la signora Bearn. « Dove siete stata fino ad ora? » le disse questa. « Cominciava a credere che vi fosse accaduta qualche avventura sorprendente, e che il gigante di questo castello incantato, o lo spirito che vi comparisce, vi avessero gettata da un trabocchetto in qualche sotterraneo per non lasciarvi uscire mai più.
— No, » rispose Bianca ridendo; « voi sembrate tanto amante delle avventure, che io ve le regalo tutte.
— Ebbene! v'acconsento, purchè un giorno possa raccontarle.
— Mia cara signora Bearn, » disse Enrico entrando nella sala, « gli spiriti odierni non sarebbero tanto scortesi per cercar di farvi tacere. I nostri spettri son troppo inciviliti per condannare una signora ad un purgatorio più crudele del loro, qualunque esso sia. »
La Bearn si mise a ridere; entrò Villefort, e fu servita la cena. Il conte parlò pochissimo, parve astratto e fece spesso l'osservazione che dall'epoca in cui non l'aveva veduto, il castello era molto cambiato. « Sono scorsi molti anni, » diss'egli, « i siti sono i medesimi, ma mi fanno un'impressione ben diversa da quella ch'io provava altre volte.
— Questo luogo vi è parso forse per l'addietro più piacevole che adesso? » disse Bianca; « mi pare impossibile. »
Il conte la guardò con sorriso malinconico. « Era per l'addietro tanto delizioso a' miei occhi, quanto lo è ora ai vostri. Il paese non è cambiato, ma ho cambiato io col tempo. L'illusione del mio spirito godeva alla vista della natura; ora essa è perduta! Se nel corso della vostra vita, cara Bianca, voi tornerete in questi luoghi, dopo esserne stata assente per molti anni, vi rammenterete forse i sentimenti di vostro padre, ed allora li comprenderete. »
Bianca tacque, afflitta da tali parole, e rivolse le sue idee all'epoca di cui parlava il conte. Considerando che chi le parlava allora probabilmente non esisterebbe più, chinò gli occhi, e sentendoli pregni di lagrime, prese la mano del padre, gli sorrise con tenerezza, e andò alla finestra per nascondere l'emozione.
La stanchezza del viaggio obbligò la compagnia a separarsi di buon' ora. Bianca, traversando una lunga galleria, si ritirò nel suo appartamento, luogo spazioso, colle finestre alte, il cui aspetto lugubre non era acconcio ad indennizzare della posizione quasi isolata in cui si trovava. I mobili n'erano antichi, il letto di damasco turchino, guarnito di frange d'argento. Tutto era per la giovine Bianca oggetto di curiosità. Prese il lume della donna che l'accompagnava per esaminare le pitture del soffitto, e riconobbe un fatto dell'assedio di Troia. Si divertì un poco a rilevare le assurdità della composizione, ma quando riflettè che l'artista che l'aveva eseguita, ed il poeta d'onde aveva ricavato il soggetto non erano più che fredda cenere, fu colta dalla malinconia.
Diede ordine di essere svegliata prima del sorger del sole, rimandò la cameriera e volendo dissipare quell'ombra di tristezza, aprì una finestra, e si rianimò alla vista della natura. La terra, l'aria ed il mare, tutto era tranquillo. Il cielo era sereno: qualche leggero vapore ondeggiava lentamente nelle più alte regioni, aumentando lo splendore delle stelle, che scintillavano come tanti soli. I pensieri di Bianca s'innalzarono involontariamente al grande Autore di quegli oggetti sublimi. Fece una preghiera più fervida di quelle non avesse mai fatto sotto le tristi vôlte del chiostro; poi a mezzanotte si coricò, e non ebbe che sogni felici. Dolce sonno, conosciuto soltanto dalla salute, dall'animo contento e dall'innocenza!
Bianca dormì assai più dell'ora indicata con tanta impazienza: la sua cameriera, stanca dal viaggio, la destò solo per l'ora della colazione. Questo dispiacere fu tosto dimenticato, quando, aprendo la finestra, vide da una parte l'ampio mare colorito dai raggi del mattino, le candide vele delle barche ed i remi che fendevano le onde; dall'altra, i boschi, la loro freschezza, le vaste pianure, e le azzurre montagne che tingevansi dello splendore del giorno.
Respirando quell'aria pura, le sue guance si colorirono di porpora, e facendo la sua preghiera: « Chi ha mai potuto inventare i conventi? » diss'ella; « chi ha potuto pel primo persuadere ai mortali di recarvisi, e col pretesto della religione, allontanarli da tutti gli oggetti che l'ispirano? L'omaggio d'un cuore riconoscente è quello che ci chiede Iddio; e quando veggonsi le sue opere, non si è grati? Non ho mai sentita tanta divozione, in tutte le ore noiose, trascorse in convento, come nei pochi minuti che ho passati qui. Io guardo intorno e adoro Iddio dal fondo del cuore. »
Sì dicendo si ritrasse dalla finestra, e traversando la galleria, entrò nella sala da pranzo, ove trovò il padre. Il fulgido sole aveva dissipato la sua tristezza; il riso ne sfiorava le labbra: parlò alla figlia con serenità, ed il cuore di lei corrispose a quella dolce disposizione. Comparvero poco dopo Enrico, la contessa e madamigella Bearn, e tutta la compagnia parve risentir l'influenza dell'ora e del luogo.
Si separarono dopo colazione. Il conte si ritirò nel suo gabinetto coll'intendente. Enrico corse alla riva per esaminare un battello, di cui dovevano servirsi l'istessa sera, e vi fece adattare una piccola tenda. La contessa e madamigella Bearn andarono a vedere un appartamento moderno costruito con eleganza. Le finestre guardavano sopra un terrazzo in faccia al mare, evitando così la vista de' selvaggi Pirenei.
Bianca intanto si divertiva a vedere le parti dell'edifizio che non conosceva ancora. La più antica attirò tosto la di lei curiosità. Salì lo scalone, e traversando un'immensa galleria, entrò in una fila di stanze, dalle pareti ornate d'arazzi, o coperte di cedro intarsiato a colori; i mobili sembravano della medesima data del castello; gli ampi camini offrivano la fredda immagine dell'abbandono: tutte quelle stanze portavano tanto bene l'impronta della solitudine e della desolazione, che coloro, i cui ritratti vi erano appesi, ne parevano stati gli ultimi abitatori.
Uscendo di là, si trovò in un'altra galleria, una delle cui estremità riusciva ad una scala, e l'altra ad una porta chiusa. Scesa la scala, si ritrovò in una stanzetta della torre di ponente. Tre finestre presentavano tre punti di vista diversi e sublimi: al nord la Linguadoca; a ponente i Pirenei, le cui cime coronavano il paese; al mezzogiorno, il Mediterraneo e parte della costa del Rossiglione. Uscì dalla torre, e scendendo per una scala strettissima, si ritrovò in un andito oscuro, ove si smarrì. Non potendo ritrovare il suo cammino, e l'impazienza facendo luogo al timore, gridò aiuto. Udì camminare all'estremità dell'andito e vide brillare un lume tenuto da una persona la quale aprì una porticina con cautela. Non osando inoltrarsi, Bianca l'osservava tacendo, ma allorchè vide che la porta si rinchiudeva, chiamò nuovamente, corse a quella volta, e riconobbe la vecchia Dorotea.
« Ah! siete voi, cara padroncina? » diss'ella « come mai poteste venire in questo luogo? » Se Bianca fosse stata meno occupata dalla sua paura, avrebbe probabilmente osservato la forte espressione di terrore e sorpresa che alterava la fisonomia di Dorotea, la quale la fece passare per un numero infinito di stanze, che, parevano disabitate da un secolo. Giunte finalmente alla residenza della custode, Dorotea la pregò di sedere e rinfrescarsi. Bianca, accettando l'invito, parlò della bella torre scoperta, e mostrò il desiderio di appropriarsela. Sia che Dorotea fosse meno sensibile alle grandi bellezze della natura, o che l'abitudine glie le avesse reso meno interessanti, non incoraggì l'entusiasmo di Bianca, la quale, domandò ove conducesse la porta chiusa in fondo alla galleria. L'altra rispose che comunicava con una fila di stanze nelle quali nessuno era entrato da molti anni.
« La nostra defunta padrona è morta colà, ed io non ho più avuto il coraggio di penetrarvi. »
Bianca, curiosa di veder quel luogo, si astenne dal farne domanda a Dorotea, vedendole gli occhi molli di pianto: poco dopo andò ad abbigliarsi per il pranzo. Tutta la società si riunì di buon umore, tranne la contessa, il cui spirito, assolutamente vuoto, oppresso dall'ozio, non poteva nè renderla felice, nè contribuire all'altrui contentezza.
L'allegria provata da Bianca nel riunirsi alla sua famiglia, si moderò allorquando fu sulla riva del mare, e guardò con paura quella gran distesa di acque. Da lontano l'avea osservata con entusiasmo; ma stentò a vincere il timore e seguire il padre in battello.
Contemplava tacendo il vasto orizzonte, che circoscriveva solo la vista del mare, una sublime emozione lottava in lei contro il sentimento del pericolo. Un lieve zeffiro increspava la superficie dell'acque, sfiorando le vele ed agitando le frondi delle foreste che coronavano la costa per molte miglia.
A qualche distanza esisteva in que' boschi un casino stato in altri tempi l'asilo dei piaceri, e per la sua posizione sempre interessante e pittoresco. Il conte vi aveva fatto portare il caffè ed i rinfreschi. I rematori si diressero a quella parte, costeggiando le sinuosità della riva, oltre il vasto selvoso promontorio e la circonferenza di una baia, mentre in un secondo battello alcuni suonatori facevano echeggiar i circostanti dirupi di belle melodie. Bianca non temeva più; una deliziosa tranquillità si era impossessata di lei, e la faceva tacere. Era troppo felice per rammentarsi il monastero, e la noia ivi provata per tanto tempo.
Dopo un'ora di navigazione, presero terra e salirono per uno stretto sentiero sparso di fiorite zolle. A poca distanza, e sulla punta di un'eminenza, si vedova il casino ombreggiato dagli alberi. Benchè preparato in tutta fretta, esso era bastantemente decente. Mentre la compagnia prendeva i rinfreschi e mangiava le frutta, i musicanti interrompevano la quiete deliziosa di quel luogo isolato. Il casino giunse perfino ad interessar la contessa, la quale, forse pel piacere di parlare di cose appartenenti al lusso, si diffuse a lungo sulla necessità di abbellirlo.
Dopo una passeggiata molto lunga, la famiglia tornò ad imbarcarsi. La bellezza della sera l'indusse a prolungare la gita ed avanzarsi nella baia. Una calma perfetta era succeduta al vento, che fin allora aveva spinto il battello, ed i marinai diedero mano ai remi. Bianca si compiaceva nel veder remare; osservava i cerchi concentrici formati nell'acqua dai colpi, ed il tremolìo che imprimevano nel quadro del paese senza sfigurarne l'armonia. Al disopra dell'oscurità del bosco distinse un gruppo di torricelle tuttavia illuminate dai raggi del sole, ed in un intervallo di silenzio della musica udì un coro di voci.
« Che voci son queste? » disse il conte, ascoltando attentamente; ma il canto cessò, — È l'inno del vespro, » disse Bianca, « io l'ho inteso in convento. — Noi siamo dunque vicini ad un monastero? » disse il conte; ed il battello avendo spuntato un capo molto alto, videro il convento di Santa Chiara in fondo ad una piccola baia: il bosco che lo circondava, lasciava vedere parte dell'edificio, la porta maggiore, la finestra gotica dell'atrio, il chiostro ed un lato della cappella; un arco maestoso che univa anticamente la casa ad un'altra porzione degli edifizi, allora demolita, restava come una rovina venerabile staccata da tutto l'edifizio.
Tutto era in profondo silenzio, e Bianca osservava con ammirazione quell'arco maestoso, il cui effetto cresceva colle masse di luce e d'ombra, che spandeva il tramonto coperto di nubi. In quella l'imponente inno de' vespri ricominciò, accompagnato dal grave suono dell'organo; poi il coro andò affievolendosi gradatamente, e si spense quindi affatto. Mentre erano tutti intenti ad ascoltare con religioso raccoglimento, videro uscire dal chiostro una processione di monache vestite di nero con un velo bianco in testa, passare pel bosco, e girare intorno al monastero. La contessa fu la prima a rompere il silenzio. « Quest'inno e queste religiose sono d'una tristezza che mi opprime, » diss'ella; « comincia a farsi tardi; ritorniamo al castello, e sarà già notte prima che noi vi siamo arrivati. » Il conte alzò gli occhi, e si accorse che una tempesta minacciosa anticipava l'oscurità. Gli uccelli marini s'aggiravano sull'onde, vi bagnavan le penne, e fuggivan verso qualche asilo lontano; i marinai facevan forza di remi, ma il tuono romoreggiante da lontano, e la pioggia, che già principiava a cadere, determinarono il conte a cercar ricovero nel monastero. Il battello cambiò direzione, ed a misura che la tempesta si avvicinava a ponente, l'aria diveniva più oscura, e i frequenti lampi infiammavano la sommità degli alberi ed i comignoli del convento. L'apparenza de' cieli allarmò la contessa e la Bearn, le cui strida ed i pianti inquietarono il conte ed i rematori. Bianca si teneva in silenzio, ora agitata dal timore, ora dall'ammirazione: osservava la grandezza delle nubi, il loro effetto sulla scena, ed ascoltava gli scrosci della folgore che scuotevano l'aere.
Il battello si fermò in faccia al monastero. Il conte mandò un servo ad annunziare il suo arrivo alla superiora e chiederle asilo. Benchè l'ordine di Santa Chiara fosse fino da quell'epoca poco austero, le donne sole potevano essere ricevute nel santo recinto. Il servitore riportò una risposta che spirava al tempo stesso l'ospitalità e l'orgoglio, ma un orgoglio nascosto sotto il velo della sommissione. Sbarcarono, e traversato velocemente il prato a motivo della pioggia dirotta, furono ricevuti dalla superiora che prima stese la mano ed impartì la benedizione. Passarono in una sala, ove trovavansi alcune religiose tutte vestite di nero e velate di bianco. Il velo della badessa però era semialzato, e lasciava scorgere una dolce dignità temperata da cortese sorriso. Ella condusse la contessa, la Bearn e Bianca in un salotto, ed il conte con Enrico restarono nel parlatorio.
La badessa domandò i rinfreschi, ed intanto discorse colla contessa. Bianca, avvicinandosi ad una finestra, potè considerare i progressi della burrasca; le onde del mare, che pochi momenti prima parevano ancora addormentate, si gonfiavano enormemente, infrangendosi senza interruzione contro la costa. Un colore sulfureo circondava le nubi, che si addensavano a ponente, mentre i lampi illumiminavano da lontano le rive della Linguadoca: tutto il resto era avvolto nelle tenebre. In qualche intervallo, un lampo dorava le ali d'un uccello marino che volava nelle più alte regioni, o si posava sulle vele d'una nave in balìa dei marosi. Bianca osservò per qualche tempo il pericolo di quel bastimento, sospirando sul destino dell'equipaggio e dei passaggeri.
Infine, l'oscurità divenne completa. Il bastimento si distingueva appena, e Bianca fu costretta a chiuder la finestra per l'impeto del vento. La badessa, avendo esauriti colla contessa tutti i complimenti di civiltà, ebbe campo di rivolgersi a Bianca. La loro conversazione venne presto interrotta dal suono della campana che invitava le monache alla preghiera, giacchè la burrasca andava sempre crescendo. I servi del conte erano iti al castello per far venire le carrozze, le quali giunsero sul finir della preghiera. La tempesta essendo meno violenta, il conte tornò al castello colla sua famiglia. Bianca fu sorpresa di vedere quanto si fosse ingannata sulla distanza del monastero per le sinuosità della spiaggia.
La contessa, appena arrivata, si ritirò nel suo appartamento. Il conte, Enrico e Bianca andarono nel salotto, ma appena vi furono giunti, udirono, un colpo di cannone. Il conte riconobbe il segnale d'un bastimento in pericolo che chiedeva soccorso; aprì una finestra, ma il mare avvolto nelle tenebre ed il fracasso della tempesta non lasciavan distinguer nulla. Bianca si ricordò della nave già veduta, e ne avvertì tremando suo padre. Di lì a poco udirono un'altra cannonata, e poterono scorgere al chiarore d'un lampo una barca agitata dai flutti spumosi, con una sola vela, e che, ora scomparendo nell'abbisso, ora sollevandosi sino alle nubi, cercava di guadagnar la costa. Bianca si attaccò al collo del padre con uno sguardo doloroso in cui si dipingevano lo spavento e la compassione. Non eravi bisogno di questo mezzo per intenerire il conte: egli guardava il mare con espressione di pietà, ma vedendo che i battelli non potrebbero resistere alla burrasca, proibì di arrischiarsi a perdita sicura, e fece portare molte torce accese sulle punte degli scogli, a mo' di faro.
Enrico uscì per andar a dirigere i servi, e Bianca col padre restò alla finestra, di dove si scorgeva al lume dei baleni il misero bastimento. Ad ogni cannonata rispondevano i servi alzando ed agitando le torce, e al debole chiarore dei lampi Bianca credè vedere nuovamente la nave molto vicino alla riva. Allora si videro i domestici del conte correre da tutte le parti avanzarsi sulla punta degli scogli, chinarsi sporgendo le torce; altri, dei quali non si distingueva la direzione che al movimento dei lumi, scendevano per sentieri pericolosi fin sulla spiaggia, chiamando ad alte grida i marinai, di cui sentivano i fischi e le fioche voci, che per intervalli si confondevano col fracasso della burrasca. Quei gridi inaspettati che partivano dagli scogli, accrescevano il terrore di Bianca ad un grado insopportabile; ma il di lei tenero interesse fu in breve sollevato, quando Enrico arrivò, correndo, a dar la notizia che il bastimento aveva gettato l'àncora nel fondo della baia, ma in sì miserando stato, che sarebbesi forse sommerso prima che l'equipaggio fosse sbarcato. Il conte fece tosto partire tulle le barche, annunziando agli stranieri che li avrebbe ricevuti nel castello. Tra essi eranvi Emilia Sant'Aubert, Dupont, Lodovico ed Annetta, i quali imbarcatisi a Livorno, e giunti a Marsiglia, traversavano il golfo di Lione quando vennero assaliti dalla tempesta. Furono tutti ricevuti dal conte con grande affabilità. Emilia avrebbe voluto andare al convento di Santa Chiara quell'istessa sera, ma egli non volle permetterglielo.
Il conte ritrovò in Dupont un'antica conoscenza, e si fecero i più cordiali complimenti. Emilia fu ricevuta colla più cortese ospitalità, e la cena fu servita.
L'affabilità naturale di Bianca, e la gioia cui esprimeva per la salvezza dei forestieri, che aveva sì sinceramente compianti, rianimarono a poco a poco gli spiriti di Emilia. Dupont, sciolto dal timore provato per lei e per sè medesimo, sentiva la differenza della propria situazione. Uscendo da un mare procelloso, in procinto d'inghiottirli, si ritrovava in una bella casa, ove regnavano l'abbondanza ed il gusto, e nella quale riceveva cortesissima accoglienza.
Annetta intanto raccontava alla servitù i pericoli sofferti, felicitandosi della propria salvezza e di quella di Lodovico. In una parola, risvegliò il brio e l'allegrezza in tutta quella gente. Lodovico era lieto come lei, ma sapeva contenersi, e procurava inutilmente di farla tacere. In fine, le risa smoderate furono intese persino dall'appartamento della contessa, che mandò a sentire cosa fosse quel chiasso, raccomandando il silenzio.
Emilia si ritirò di buon'ora per cercare quel riposo, onde avea tanto bisogno; ma stette un pezzo senza poter dormire, perchè il di lei ritorno in patria le ridestava interessanti memorie. I casi occorsi, i patimenti sofferti dopo la sua partenza, le si affacciarono con forza, non cedendo che all'immagine di Valancourt. Sapere ch'essa abitava la medesima terra, dopo sì lunga separazione, era per lei una fonte di gioia. Passava quindi all'inquietudine e all'ansietà, quando considerava lo spazio del tempo scorso dall'ultima lettera ricevuta, e tutti gli avvenimenti che, in cotesto intervallo, avrebber potuto cospirare contro il suo riposo e la sua felicità; ma l'idea che Valancourt non esistesse più, o che, se viveva, l'avesse dimenticata, era sì terribile pel suo cuore, che non potè sopportarla. Risolse d'informarlo subito il giorno dopo del suo arrivo in Francia con una lettera. La speranza finalmente di sapere in breve ch'egli stava bene, ch'era poco lontano da lei, ed in ispecie che l'amava ancora, calmò la di lei agitazione: il suo spirito si racchetò, chiuse gli occhi, e addormentossi.
Bianca aveva preso tanto interesse per Emilia, che quando seppe ch'essa voleva andar ad abitare il convento vicino, pregò il padre d'impegnarla a prolungare il suo soggiorno nel castello « Voi comprendete benissimo, » soggiunse, « quanto sarei contenta di avere una tal compagna. Ora non ho verun'amica, colla quale io possa leggere o passeggiare. La signora Bearn è amica soltanto della mamma. »
Il conte sorrise di quell'ingenua semplicità, che faceva cedere la figlia alle prime impressioni. Si propose di dimostrargliene il pericolo a suo tempo; ma in quel punto applaudì, col suo silenzio, a quella cordialità che la portava a fidarsi istantaneamente d'una sconosciuta.
Aveva osservato Emilia con attenzione, e gli era piaciuta, per quanto poteva comportarlo una sì breve conoscenza. Il modo con cui Dupont aveagli parlato di lei, l'aveva confermato nella sua idea; ma vigilantissimo sulle relazioni della figlia, e intendendo come Emilia fosse conosciuta al convento di Santa Chiara, risolse di recarsi a visitare l'abbadessa, e se le di lei informazioni avessero corrisposto ai suoi desiderii, voleva invitare Emilia a passar qualche giorno in casa sua. Aveva in vista, sotto questo rapporto, più il piacere della figlia, che il desiderio di far cosa grata all'orfana, ma nulladimeno prendeva per lei un sincero interesse.
Il dì dopo, Emilia era troppo stanca, e non potè scendere cogli altri a far colazione. Dupont fu pregato dal conte, come antico conoscente, di prolungare il suo soggiorno nel castello. Egli vi acconsentì volentieri, tanto più che questa circostanza lo tratteneva presso Emilia. Non poteva in fondo al cuore alimentare la speranza ch'ella corrispondesse giammai alla sua passione ma non aveva coraggio di procurar di vincerla.
Allorchè Emilia fu alquanto riposata, andò a passeggiare colla novella amica, e fu sensibilissima alle bellezze di quei punti di vista. Nel vedere il campanile del monastero, annunziò a Bianca esser quello il luogo in cui voleva andare a risiedere.
« Ahi » rispose questa sorpresa; « io sono appena uscita di convento, e voi vi ci volete rinchiudere! Se sapeste quanto piacere io provo nel passeggiar qui con libertà, e nel vedere il cielo, i campi ed i boschi intorno a me, credo che abbandonereste quest'idea. » Emilia sorrise dell'eloquenza, colla quale ella si esprimeva, dicendole come non avesse l'intenzione di chiudersi in monastero per tutta la vita.
Rientrando in casa, Bianca la condusse alla sua torre favorita, e nelle antiche stanze già da lei visitate. Emilia si divertì ad esaminare la distribuzione, a considerare il genere e la magnificenza dei mobili ed a paragonarli con quelli del castello di Udolfo, ch'erano però più antichi e straordinari. Considerò anche Dorotea che le accompagnava, e parea quasi tanto antica, quanto gli oggetti che la circondavano. Parve che la vecchia guardasse Emilia con interesse, ed anzi l'osservava con tanta attenzione, che appena intendeva quanto le dicevano.
Emilia, affacciatasi ad una finestra, volse gli sguardi sulla campagna, e vide con sorpresa molti oggetti, di cui conservava ancora la memoria: i campi, i boschi ed il ruscello che aveva traversati con Voisin una sera, dopo la morte di Sant'Aubert, nel tornare dal convento alla casa di quel buon vecchio. Riconobbe Blangy essere il castello che aveva scansato allora, e sul quale Voisin aveva tenuto discorsi così strani.
Sorpresa di tale scoperta, ed intimorita senza saperne il motivo, restò qualche tempo in silenzio, e rammentossi l'emozione di suo padre al trovarsi vicino a quella dimora. Anche la musica da lei sentita, e sulla quale Voisin le aveva fatto un racconto così ridicolo, le tornò allora in mente. Curiosa di saperne davvantaggio, domandò a Dorotea se si sentisse ancora musica a mezzanotte, e se ne conoscesse l'autore.
« Sì, signorina, » rispose la vecchia, « si sente tuttavia quella musica, ma non se ne conosce l'autore, ed io credo che non si saprà mai. Avvi qualcuno che indovina cos'è.
— Davvero! » sclamò Emilia; « e perchè non seguitano a far ricerche?
— Ah! signorina, abbiamo cercato anche troppo; ma chi può seguire uno spirito? »
Emilia sorrise, e rammentandosi quanto avesse recentemente sofferto per la superstizione, risolse di resistervi, benchè sentisse suo malgrado un certo timore mescolarsi alla curiosità. Bianca, che fin allora aveva ascoltato in silenzio, domandò cosa fosse questa musica, e da quanto tempo la si sentisse.
« Sempre, dopo la morte della nostra padrona, » rispose Dorotea. « Ma ciò non c'entra con quel che voleva dirvi.
— Diteci, ve ne prego, diteci tutto, » rispose Bianca. « Ho preso molto interesse a quel che mi hanno raccontato suor Concetta e suor Teresa in convento sulle apparizioni.
— Voi non avete mai saputo, o signorina, per qual motivo fummo costretti di uscire dal castello per andar ad abitare in quella casuccia? » continuò Dorotea.
— No, al certo, » rispose Bianca impaziente.
— Nè la ragione, per la quale il signor marchese... » Qui titubò, e cambiò discorso; ma la curiosità di Bianca era destata; ella sollecitò la vecchia a continuar il suo racconto, ma non potè indurvela. Era dunque evidente ch'essa s'allarmava della sua imprudenza.
« So bene, » disse Emilia sorridendo, « che tutte le case antiche sono frequentate dagli spiriti. Vengo da un teatro di prodigi, ma disgraziatamente, dopo che ne uscii, n'ebbi la spiegazione. »
Bianca taceva, e Dorotea stava seria e sospirava. Emilia, rammentando lo spettacolo veduto in una camera di Udolfo, e, per una bizzarra relazione, le parole allarmanti lette accidentalmente in una delle carte bruciate per cieca obbedienza agli ordini paterni, fremeva al significato che sembrava avessero, quasi quanto all'orribile oggetto da lei scoperto sotto il velo funesto.
Bianca intanto, non potendo indurre Dorotea a spiegarsi di più, la pregò, passando vicino alla porta chiusa, di farle vedere tutti gli appartamenti.
« Cara signorina, » rispose la custode, « vi ho già dette le mie ragioni per non aprire quella stanza. Non vi sono più entrata dopo la morte della mia cara padrona: quella camera mi affliggerebbe troppo: per carità dispensatemene.
— Sì, certo, » rispose Bianca, « se tal è il vostro vero motivo.
— Pur troppo è l'unico, » disse la vecchia. « Noi l'amavamo tanto, ed io la piangerò sempre. Il tempo vola sì rapido! Sono molti anni ch'è morta, eppur mi ricordo, come se fosse oggi, di tutto quel che accadde allora. Molte cose nuove mi sfuggirono dalla memoria; ma le antiche le vedo come in uno specchio. » Poi, avanzandosi nella galleria, e guardando Emilia, soggiunse: « Questa signorina mi rammenta la signora marchesa: mi ricordo ch'era fresca come lei ed aveva il medesimo sorriso. Povera donna! Com'era allegra quando fece il suo ingresso qui!
— Che! forse non lo fu anche in seguito? » disse Bianca.
Dorotea scosse la testa. Emilia l'osservava, e sentivasi penetrata da vivo interesse. « Se ciò non vi affligge, » disse Bianca, « fateci la grazia di raccontare qualcosa della marchesa.
— Signora, » rispose Dorotea, « se voi ne sapeste quanto me, le trovereste troppo penose, e ve ne pentireste. Vorrei cancellarne l'idea sulla mia memoria, ma è impossibile... Io vedo sempre la mia cara padrona al suo letto di morte, vedo i suoi sguardi e mi rammento i suoi discorsi. Dio! che scena terribile!
— Che le accade dunque di sì terribile?
— Ah! la morte non è dunque abbastanza terribile? »
La vecchia non rispose ad alcuna delle interrogazioni di Bianca. Emilia, osservando che le spuntavano le lacrime, cessò d'importunarla, e procurò di attirare l'attenzione della sua giovine amica su qualche punto del giardino. Il conte, la contessa e Dupont vi stavano passeggiando, ed esse li raggiunsero.
Quando il conte vide Emilia, le andò incontro, e la presentò alla contessa in un modo così gentile, che le rammentò l'affabilità del proprio genitore.
Prima di aver finito i suoi ringraziamenti per l'ospitalità ricevuta, ed espresso il desiderio di recarsi tosto al convento, fu interrotta da un invito pressantissimo di prolungare il di lei soggiorno nel castello. Il conte e la contessa ne la pregarono con tanta sincerità, che malgrado il desiderio che aveva di rivedere le amiche del monastero, e sospirare nuovamente sulla tomba dell'amato padre, acconsentì di restare per qualche giorno. Scrisse intanto alla badessa per informarla del suo arrivo, e pregarla di riceverla nel convento come educanda. Scrisse parimente a Quesnel ed a Valancourt, e siccome non sapeva ove indirizzare precisamente quest'ultima lettera, la diresse in Guascogna al fratello del cavaliere.
Verso sera, Bianca e Dupont accompagnarono Emilia alla casa di Voisin; nell'avvicinarsene, provò una specie di piacere misto ad amarezza. Il tempo aveva calmato il suo dolore, ma la perdita fatta non poteva cessare di esserle sensibile; si abbandonò con dolce tristezza alle memorie che le rammentava quel luogo. Voisin viveva ancora, e sembrava godere, come in passato, della placida sera di una vita senza rimorso. Era seduto innanzi alla porta della sua casa, compiacendosi della vista dei nipotini, che scherzavano intorno a lui, e di cui ora il suo riso, ora le sue parole eccitavano l'emulazione. Riconobbe subito Emilia, e mostrò gran gioia nel rivederla, annunciandole che, dopo la sua partenza, la di lui famiglia non aveva sofferto affanni o perdite funeste.
Emilia non ebbe coraggio di entrare nella camera ov'era morto Sant'Aubert, e dopo un'ora di conversazione, tornò al castello.
Nei primi giorni che soggiornò a Blangy, osservò con pena la malinconia profonda, che assorbiva troppo spesso Dupont. Emilia compiangeva l'acciecamento che lo tratteneva vicino a lei, e risolse di ritirarsi al convento appena potesse farlo. L'abbattimento dell'amico non tardò ad inquietare il conte, e Dupont gli confidò finalmente il segreto del suo amore senza speranza. Villefort si limitò a compiangerlo, ma decise fra sè di non trascurare veruna occasione per favorirlo. Allorchè conobbe la pericolosa situazione di Dupont, si oppose debolmente al desiderio da lui esternato di partire da Blangy l'indomani; gli fece però promettere di venire a passarvi qualche tempo, quando il suo cuore fosse stato più tranquillo. Emilia, che pur non potendo incoraggiare il suo amore, ne stimava le buone qualità, ed era gratissima ai di lui servigi, provò grand'emozione quando lo vide partire per la Guascogna. Si separò da lei con tal espressione di dolore, che il conte s'interessò vie più per l'amico.
Pochi giorni dopo, anche Emilia partì dal castello, avendo però dovuto promettere al conte ed alla contessa di venire spesso a trovarli. La badessa la ricevè colla materna bontà di cui le aveva già data prova, e le monache con nuovi segni d'amicizia. Quel convento, a lei sì noto, risvegliò le sue tristi idee; ringraziava il Supremo Motore di averla fatta sfuggire a tanti pericoli, sentiva il prezzo dei beni che le restavano, e sebbene bagnasse sovente la tomba di suo padre delle sue lacrime, non sentiva più però la medesima amarezza.
Qualche tempo dopo il suo arrivo nel monastero, Emilia ricevè una lettera dello zio Quesnel in risposta alla sua, e alle domande su' suoi beni, che egli aveva preteso amministrare nella di lei assenza. Erasi specialmente informata sull'affitto del castello della valle, che desiderava abitare, se le sue sostanze glie lo permettevano. La risposta di Quesnel fu secca e fredda come se l'aspettava; non esprimeva nè interesse per i di lei patimenti, nè piacere perchè ne fosse sfuggita. Quesnel non perdè l'occasione per rimproverarle il suo rifiuto alle nozze del conte Morano, cui cercava rappresentare come ricco e uomo d'onore; declamava con veemenza con quell'istesso Montoni, al quale fin allora, erasi riconosciuto tanto inferiore; era laconico circa gl'interessi pecuniari di Emilia, avvertendola però che l'affitto del castello della valle spirava fra poco; non l'invitava ad andare da lui, ed aggiungeva che, nello stato meschino della sua sostanza, avrebbe fatto benissimo a restare per qualche tempo a Santa Chiara. Non rispondeva nulla alle di lei domande sulla sorte della povera Teresa, la vecchia serva del padre suo. In un poscritto, Quesnel, parlando di Motteville, nelle cui mani Sant'Aubert aveva posto la maggior parte del suo patrimonio, le annunziava che i di lui affari stavano per accomodarsi, e ch'essa ne ritirerebbe più di quel che avrebbe potuto aspettarsi. La lettera conteneva parimente una cambiale a vista per riscuotere una modica somma da un mercante di Narbona.
La tranquillità del monastero, la libertà statale accordata di passeggiare sul lido e pei boschi circonvicini, tranquillarono a poco a poco lo spirito di Emilia, la quale però sentivasi inquieta a proposito di Valancourt, ed impaziente di riceverne una risposta.
FINE DEL TERZO VOLUME
Milano 1875 — Tip. Ditta Wilmant.