Title: Messere Arlotto Mainardi, Pievano di S. Cresci a Maciuoli
Author: Francesco Domenico Guerrazzi
Release date: November 30, 2010 [eBook #34517]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara
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DI
F. D. GUERRAZZI
TERZA EDIZIONE
LIVORNO
GIO. BATTISTA ROSSI EDITORE
FIRENZE NAPOLI
LIBRERIA DEGLI SCOLARI FELICE PERRUCCHETTI
1868.
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Prato, Tip. Giachetti, Figlio e C.
Occorrendomi venire per queste parti mi sembra spediente di chiarire chi sia, e come e perchè io mi movessi da casa. Io sono il piovano Arlotto Mainardi, e nacqui in Firenze il giovedì di Berlingaccio del 1396 dove parimente senza il mio consenso mi toccò a morire il 27 febbraio 1484; alcuni scrivono nel 1483; ma ciò non è vero, e me lo potete credere perchè, ecco, io mi ci trovai presente. Mio padre si chiamò Giovanni, e fu per tutto il tempo della sua vita scannato più di san Quintino, il quale, come sapete, suonava a messa co' tegoli, onde al povero uomo accadde di sdrucciolare nelle Stinche più spesso, che le palle di biliardo non entrano nelle buche. Non pertanto io mi ebbi parente l'Arcivescovo santo Antonino, che fu santo davvero, imperciocchè ci hanno i veri santi nella medesima guisa, che ai giorni nostri troviamo le verità vere, e le verità, che non sono vere.
Per le quali cose, io giudico che derivassero in me certe qualità che mi accompagnarono durante la mia vita come sarebbe a dire la giocondità, la malinconia, e il santo timore di Dio.
Per la carità della casa Neroni, ed anco un po' per lo aiuto del mio parente Arcivescovo (che ai preti purchè il soverchio non rompa il coperchio sovvenire i congiunti non disdice) ottenni la chiesa pievania di san Cresci, ma intendiamoci bene quello a Maciuoli, non già l'altro Cresci in val Cava, che è un santo nel calendario di quello sboccato, che fu, Dio lo perdoni, Messere Giovanni Boccaccio. Questa chiesa tenni sposa fedele a mo' di fedelissima sposa, nè per altra o più bella, o più ricca io volli lasciarla mai; l'ampliai, la dotai di navate di colonne di pietra, la imbiancai levando dalle pareti le immagini dei santi, che non facevano frutto[1] ci misi la sepoltura famosa con la iscrizione, che parlava così:
Questa sepoltura il piovano Arlotto la fece fare per sè e per chi ci vuole entrare.
Voi avrete sentito dire, che io non sapeva leggere in altro libro, eccettochè nel mio: ora questo è vero per metà, perchè sebbene io non leggessi altro libro fuori del mio non per ciò io lo leggeva tutto; figurava bensì svoltare le faccie, ma il mio cuore come i miei occhi non andavano più oltre della prima, contenendosi in lei tutto quanto mi abbisognava sapere, anzi mi pareva ce ne fosse d'avanzo. In fatti su cotesta pagina ci si leggeva scritto:
«Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.
«Fa' agli altri quello che vuoi sia fatto a te.» E per quanto me lo consentisse la fragilità umana studiai, che questi due insegnamenti fossero per così dire la sistola e la diastola del mio cuore: qualche volta, io lo confesso, la voglia di rimbeccare mi vinse la mano, anzi una volta l'Arcivescovo santo Antonino tuttochè parente mi mandò in prigione, e fece bene; però desidero, che giudichiate voi stessi se io meritava pietà non che perdono. Dovete dunque sapere che la mia nonna buon'anima dette mio padre Giovanni all'avo Chinardo mentre egli noverava appunto settanta anni, ond'è che trovandomi un dì in brigata con certe femmine per avventura oltre al convenevole procaci, una di costoro mescendomi da bere mi disse: — Sere, bevete di questo, che gli è di Carmignano legittimo — e un'altra di rincalzo: — Bevete a chiusi occhi, che gli è legittimo più di voi. — Allora scappatami la pazienza risposi: — che credete, che a questo mondo non vi sieno femmine di partito altre, che voi? — Questo è il peccato, che mi condusse nelle carceri dell'Arcivescovo; avvertendo per la verità, che l'ultima parte del discorso non fu proprio a quel modo, bensì in un altro, che non importa dire. Da queste ed altre taccherelle in fuori mi mostrai sempre piacevole, motteggiatore arguto ed anco onestamente maliziato: più che potei giocondo conciossiachè provassi che un sorriso benigno vale a sconficcare un chiodo dalla bara, e la tristezza va spesso attorno col rimorso; di un tratto però io pareva pensoso, e ragionava con tanto giudizio, e così gravemente sopra le faccende del mondo, che con l'archipendolo alla mano non si sarebbe potuto andare più diritto. Talora mi vedevano girmene aioni con le mani sul dosso, e il naso all'aria pigliando diletto a vedere volare farfalle, e saltare grilli, e tale altra correre come un ramarro per servire gli amici, soccorrere le povere creature, e confortare gl'infermi. Nondimeno sia, che ridessi, o mesto meditassi, favellassi o tacessi il buon senso avrebbe potuto adoperare la mia immagine per autenticare i suoi decreti, come i tabellioni costumano ai contratti col sigillo notariale. Insomma tanto che vissi io fui, e morto durai ad essere il tipo vero dello ingegno del popolo fiorentino, anzi carne della sua carne, e osso delle sue ossa, una cosa stessa con lui, onde sepolto veramente tutto non apparvi mai, e quando dopo trecento settantatre anni quel bello umore del sor Marco Foresi venne a scotermi per le spalle nella mia sepoltura di santo Jacopo in via dei Preti (imperciocchè com'ebbi per vivere due case una in campagna, l'altra in città, così dopo morte desiderai possedere due avelli uno in città, l'altro in campagna, che alle mie comodità o morto o vivo io pensai sempre) mi rizzai in piedi, e mi posi a gironzolare per le vie di Firenze, nessuno mirai che mi sfuggisse come il fantasma: tutt'altro, tutti mi venivano incontro facendomi di berretta, e salutandomi: — Ben levato sor Piovano: ha ella dormito bene sor Piovano? — Ed io rispondeva: Benone, e tutta una tirata senza voltarmi mai.
Essendo stato sempre di mia natura curioso, subito cominciai a pigliare lingua del come in Firenze ci si vivesse, e mi fu detta, che senza scavezzarmi il cervello io andassi a leggere i giornali, e avrei avuto il fatto mio, ed io andai pei giornali. Io l'ho da dire, cotesto fradicio, onde mi parve, che la carta sudasse per la vergogna, cotesto inchiostro fresco, che t'insudicia le dita, e l'odore nauseante di grassume stantìo mi dettero sospetto di colta, e fu ragione, conciossiachè indi a breve di leggieri comprendessi come la più parte dei giornalisti si rassomiglino alle baldracche di carnovale, le quali finchè portano la maschera sul viso ti paiono le mille lire, ma palesate ch'elle sieno, tu te ne scappi lontano turandoti il naso. Tu hai a figurarti le più volte uno sciagurato, che non fu buono a cavarci un manovale ovvero un mozzo di stalla, che nè dalla natura sortì tanto d'ingegno, nè dalla educazione acquistò tanto di dottrina da servire di pedagogo ai ragazzi di Brozzi e di Peretola, ecco saltare su in bautta a giudicare uomini e popoli, e accusatore, giudice, e boia condannare, scoiare, e squatrare qualunque gli pigli vaghezza. Anima di buona voglia dannata compiacendo all'astio ch'è la febbre quartana della ignoranza presuntuosa, Giuda condotto a nolo a tanto l'ora come i fiaccheri il miserabile attende rimpiattato dietro una lettera dello alfabeto, ovvero anonimo a vibrare dall'arco fornito di corda filata col pelo della volpe tutta l'armeria delle frodi, delle menzogne, delle calunnie, e degli assassinamenti raccolta da Gano fino a Truffaldino.
Come sacerdote discreto io attesi rimediarci senza scandalo, provando un po' se ci fosse verso di applicare ai tristi scribacchiatori certo mio trovato, che fece la mano di Dio per liberarmi la canonica dai topi l'altra volta ch'io ci fui nel mondo: e il trovato fu questo; chiappai quanto più potei topi, e pel cocchiume gli misi dentro ad una botte, dove gli lasciai tanto, che si divorassero fra loro; uno solo sopravvisse, immane per mole, e per ferocia; e questo presi, e dopo avergli appiccato un sonaglio al collo lasciai andare per casa, dove così ferocemente continuò ad esercitare le parti di carnefice contro i tipi, che San Domenico non fece di peggio contro agli Albigesi. Il tiro era bello, ma non potè mandarsi a compimento perchè i giornalisti non si lasciarono agguantare, allora raccolsi i giornali e ne feci un falò pentendomi di tutto cuore della tentazione di leggere per questa volta che io sono al mondo più di quello, che costumassi durante la prima, e cercato, e ritrovato il vecchio libro deliberai risolutamente di starmi come per lo innanzi all'unica pagina.
Voi sapete, che l'arte si può quasi dire, che ci culla pargoletti noi altri italiani, massime fiorentini, però io Piovano misi subito, appena risuscitai, un bene matto addosso al Rossini, al Niccolini e al Guerrazzi, e siccome ad ora ad ora udiva taluno, che tagliava il giubbone addosso a questi cari miei, io presi a studiarli bene per di dentro e per di fuori, li macinai, li crivellai, o poi lì, come Aiace, che difende le navi dei Greci, calata giù buffa me ne dichiarai campione contro chiunque marrano a cui bastasse il cuore in corpo da venire avanti; le difese mie naturalmente ebbero a parere più strenue per l'ultimo imperciocchè contro di lui per essere balioso sempre, e non anco vecchio, ed oltre a fare professione di lettere si versò nei garbugli politici (gusti fradici!) vedessi più gagliarde e più spesse rinnovarsi le offese.
A me pare averne ad acquistare merito però che quando non avessi avuto come ho ragione da vendere, dovevano tenermi conto dello spirito buono: ma no signore; ecco di un tratto sbucare fuori un fungo il quale non avendo a contrappormi cosa che valesse, od onesta fosse mi trafora di scancìo apponendomi l'accusa d'idolatria per il Guerrazzi, e dopo lui gli altri della cricca. Figuratevi quanto mi trafiggesse questa calunnia, ed oltrechè veniva a ferire il mio carattere di sacerdote ossequente a Dio, ed ai precetti suoi, mi metteva a rischio di trovarmi sospeso a divinis e mandato diritto come un fuso a fare gli esercizi a San Vivaldo: conciossiachè se quel mio parente Sant'Antonino avesse acconsentito a tornare meco nel mondo andava sicuro, che di soprusi non ci era da temerne, e le ragioni le sentiva, ma coll'Arcivescovo di oggi non ci è da gingillare e il meglio per noi altri poveri preti sarà non capitargli sotto le sue benedette mani.
Però stesi un po' di scrittura dove alla meglio m'ingegnai a scolparmi mostrando così in iscorcio le ragioni per le quali io non idolatrai no, bensì mi venne in grado il Guerrazzi, e la portai allo stampatore perchè me la stampasse. Io sono prete e aborro gli scandali, però vi dico una cosa sola, e voi altri intendete più di quello, che io non vi voglio dire. E' non ci fu verso di poterla stampare. Ora io dissi: — queste le sono porcherie, e non possono piacere a Dio, nè agli uomini: innanzi tratto ci sarebbe la grande benedizione, che noi non corressimo mai a contendere fra noi; e poichè questo sembra, che non si possa fare, almeno disputando ci astenessimo dagli improperii e dalle calunnie; e caso mai per disgrazia sdrucciolassimo anco a questo si lasciasse libero il campo alle difese come lo fu alla offesa. Quel voler dire, e volere poi, che non ti sia risposto è roba da poltroni; le prepotenze ebbero mai sempre virtù di farmi uscire dai gangheri, ed una volta questo mio genio mi costò due fiorini d'oro, e tre lire di bolognini, ed ecco come: essendomi recato un dì dopo vespro a visitare messere Antonio Picchini, piovano di Cercina, mi venne fatto di vedere certa tela dipinta da maestro Squarci, che fu garzone nella bottega del Ghirlandaio ove era ritratto Gesù Cristo legato alla colonna con dietro un figuro lungo, magro, colore di cece cotto, la faccia di avvoltoio che muta le penne, il quale tirava giù come se pestasse il pepe: — ah! ghiottone, ah! poltronaccio, presi a urlare, tu picchi perchè è legato, tu meni perchè prima ti se' voluto assicurare, che ei non te le baratti.... to' piglia questo — e menatogli un pugno lo sfondai, perchè in vista parea il Capitano Cardone, ma poi, a fin di conto gli era dipinto su la tela.... per la qual cosa pagai a maestro Squarci i due fiorini, e le tre lire perchè lo rabberciasse.
Questa volta non isfondai niente, ma risoluto a non patire violenza mi ricordai di certo salvadanaio murato in un canto della vecchia canonica dove riposi non so che danari, che mi furono pagati pel mortorio di Messere Francesco di Neri Diotisalvi Neroni trecento cinquanta anni fa a fine di servirmene in qualche repentino bisogno; lo trovai, lo ruppi, e messimi i denari allato m'incamminai verso Livorno disposto venirmene a Genova, dacchè il mare non mi fa paura, che fui un tempo cappellano di Galera, e nove volte navigai in Fiandra.
A Livorno sperava incontrare il mio amico capitano Raimondo Mannelli, ma lì seppi, che non aveva avuto voglia di resuscitare nè manco egli, e ora quasi quasi mi sembra, che abbia avuto ragione. Cercai delle galere, e mi risposero che non usavano più; allora mi mostrarono un macchinone, che fumava, e presomi per un braccio mi avvertirono, ch'entrassi lì dentro: — o che sono diventato un pane, che mi vogliate mettere in forno? — Gridai io pure, tentando di liberarmi, ma la gente mi fece capace come in grazia del signore Fulton (anche il Messere non usava più) adesso si andava sull'acqua col fuoco. E fuoco sia, onde m'imbarcai, e venni a Genova.
Quì sto, prima per istampare la mia difesa circa l'accusa appostami d'idolatria; e poi se i quattrini mi ci arrivano, vo' dare una capata a Torino per dire al Cocchiere che si è messo a cassetta: — fratello, con queste bestiaccie che hai attaccato al carro fa di adoperare frusta, e briglie perchè altrimenti, io dubito forte, che te, e noi non iscaraventino in qualche precipizio; di' loro: voi siete al verde, imperciocchè convoca l'assemblea se le cose hanno da procedere in regola bisogna, che deponiate il vostro potere nel seno di quella che è il principe: ad ogni modo voi avete a cessare dopo il voto dell'annessione, vogliamo dire unione col Piemonte: smettete via la voglia di volere morire a uso Argante.
Superbi, formidabili, feroci
Gli ultimi moti fur, le ultime voci.
Argante, pagano fu, e andò all'inferno, e voi altri cristiani, e dovete volare tutti in paradiso se prima non sarete obbligati a fare una fermatina al limbo per riverire il vostro amico Messer Pietro[2].
Acconciate pertanto le cose dell'anima confessate le peccata vostre a modo, e a verso, proponete di non peccare mai più e poichè siete in fondo non vi tornerà difficile mantenere la promessa, e Dio misericordioso, che ha le braccia tanto lunghe potrà pigliare anche voi.
Eccovi dunque chiariti del perchè io mi sia recato a Genova, e intenda andarmene fino a Torino, siatemi cortesi di ospitalità come a quello, che più degli altri sono fermo a formare con voi una casa, e mettere in combutta ogni cosa; e poi perchè io per natura inchino al cortese, e agli amici apersi in ogni tempo la casa e il cuore, sicchè se voi verrete a San Cresci di Maciuoli fate ricerca di me e in casa, o nella sepoltura mi ci troverete di certo dove vi renderò due cotanti più festose e liete accoglienze. I calunniatori al solito vi avranno detto, che io benedico i miei ospiti coll'olio: non date retta alle lingue bugiarde, questo feci una volta sola a certi tristi, che mi chiusero fuori di casa e mangiatomi il desinare ebbero il cuore di lasciarmi digiuno; allora io per barattare lo scudo di loro con sette lire di mio, quando vennero in chiesa li benedissi coll'olio. Io, da questa tattera in fuori, vissi sempre da galantuomo, e voi lo potete credere perchè ve lo affermo proprio io. Vivete buoni se desiderate vivere felici.
Arlotto Mainardi
Piovano di San Cresci di Maciuoli
nella Diocesi di Fiesole
In certa bella città di questa Italia bellissima havvi un Diario il nome del quale è vietato rammentare per la stessa ragione per cui Monsignor della Casa proibisce, che tra le urbane brigate ricordinsi le cose oscene; vero è però, che il costume ha introdotto certe clausole preservative, come sarebbe quella, con rispetto parlando, mercè le quali, forse le si potrebbono dire, ma io penso, che quanto può essere tollerato in un secolare disdica a un prete; però io me ne astengo addirittura, conoscendo come per quanto ci si usi cautela da colui, che parla di oscenità, egli non può impedire, che lo abbiano per isboccato. — E poi se io l'ho da confessare mi trattiene una mia devozione, che in altrui potrebbe parere soverchia, ma in un prete pari mio non si ha da estimare mai troppa, e questa è la croce. Sì, dilettissimi miei (scusate, che mi pareva di essere in pulpito), cotesto diario va coperto da una croce. Lo so, lo so, che voi mi risponderete, che come sul Calvario di Gerusalemme delle tre croci due spettavano a ladri, ed una a Cristo, così in ogni altra parte di mondo si è continuato e sbraciare croci alla medesima stregua; lo so, che voi potrete eziandio avvertirmi come Gesù quando ammonì: Non date il santo ai cani, forse profetando aveva in mente questi acquazzoni di croci; ma siccome così su due piedi non si può distinguere se la croce sia proprio del ladrone, ovvero di Cristo; e poichè cotesta indagine ad ogni modo sconviene a sacerdote io mi taccio. Quando incontro un cantone con la croce dipintavi su, sebbene io veda chiaro che la croce non valga a salvarlo da tutto quello che si fa dietro ai cantoni, pure dico fra me: — Colui (Dio lo perdoni) che mise la croce su quel canto certo avrà avuto i suoi bravi motivi per farlo, e tanto a me per indole, ed instituto discreto ha da bastare per non pisciarvi su.
Però se honestatis causa non nomino cotesto diario, bisogna che mi difenda da un accusa, ch'ei mi ha messo addosso d'idolatria. Se fossi un uomo come un altro me la passerei con una scrollatina di spalle secondochè le più volte costumo, esclamando: Grullerie! ma come prete io non vo' impacci con Monsignore Arcivescovo, nè correre il rischio di essere mandato a fare per tre mesi gli esercizi all'Alvergna; gli è vero che potrei ricorrere a Sua Eccellenza il ministro dei culti, ma mi par meglio non ci ricorrere, se non fosse altro per non dare disturbi a quel buon signore, che ama tanto la calma pensosa, ed ha ragione. Come prete cattolico apostolico romano (veramente sono fiorentino, ma non importa, lascio stare il romano per usanza) professo tre adorazioni: la Dulia, l'Iperdulia, e la Latrîa, o per dirla in termini, che i cristiani intendano, e non abbaino i cani, adorazione di Dio, della Madonna, e dei Santi; quanto agli uomini, io piovano Arlotto, non ho provato, nè provo idolatria, bensì reverenza ed affetto per coloro che con opere d'ingegno crebbero il retaggio del sapere umano, o innamorano le menti rudi del bello, le persuasero allo aborrimento del brutto; avvertendo che per me Piovano il bello e il buono formano tutta una cosa, come del pari tutta una cosa sono per me il brutto ed il cattivo. Due cotanti più degl'ingegnosi poi piaccionmi i generosi; vero è però che per favore insigne della Provvidenza di rado l'ingegno si scompagna dalla generosità: ad ogni modo, per me Piovano, la mia mente s'inchina in Santa Croce dove stanno sepolti Galileo, Michelangiolo, il Machiavello, l'Alfieri, e.... il Marchese di Laiatico, ma il mio cuore vola sotto le grondaie della chiesa di Cavinana dove rasente al muro giacciono le ossa di Francesco Ferruccio.
Io Piovano, dichiaro pertanto non conoscere di persona Francesco Domenico Guerrazzi; non gli ho mai parlato; seco non mi lega benefizio ricevuto, nè pratica di vivere, e nè comodo che speri riceverne; perchè io grazie al Signore non ebbi mai nella passata come in questa odierna rinnovata vita altra ambizione eccetto quella di servire degnamente Dio, e la Patria (e metto avanti Dio per riverenza, quantunque creda, che nè Dio preceda la Patria, nè la Patria Dio, ma sì compongano insieme una medesima spiritalità dove non ci è prima nè poi), inoltre poco è il desiderio, e poco il nostro bisogno, onde la vita si mantenga; e per ultimo il fatto mio lo redai, e l'ho conservato, e non mi dà il cuore nè mi stringe il bisogno di saltare su al risucchio della cassa dello Stato come le mignatte si attaccano alle mammelle delle vacche quando vanno a pascere nel pantano. Io dunque come uomo per fama si innamora, presi a stimare il mio compatriotta perchè studiandolo bene nelle opere senza amore nè odio, lo rinvenni per ingegno lodabile, e per generosità anco più. Della vita privata taccio, perchè già i panegirici non si recitano ad altri che ai santi, e a confidarvela in camera charitatis, talvolta mi sono dovuto pentire di averli fatti anco per loro, come per esempio quello a san Luigi Gonzaga, che si vergognava di levare gli occhi in faccia perfino a sua madre per non cadere in tentazione[3]. Per Bacco! Il diavolo della libidine doveva essersi impossessato davvero di codesto ragazzaccio. Inoltre si ha da notare che i preti per bene compongono i panegirici a quelli che morti operano miracoli, e la santa madre Chiesa romana (ci s'intende, e valga una volta per sempre) registrò su l'albo dei santi. Ora il Guerrazzi vive; nè per quanto legga le Gazzette io ho trovato fin qui, che egli operasse miracoli; circa all'essere messo fra i santi della santa madre chiesa non so.... non vorrei pregiudicare.... ma dubito che un po' di osso da rodere ci ha da trovare anco lui. Questo solo sa il Piovano della sua vita privata, che padre per elezione non per natura le parti di padre ei fece e fa con amore, solerzia, e generosità certo non unica, ma rara e di molto; i suoi famigliari invecchiarono con lui, e lo amano come fratello carissimo; compagno delle sue fortune egli li condusse dovunque lo balestrarono la sorte rea, e la più rea perversità degli uomini; nè soli i famigliari, ma gli animali irragionevoli ei trasse seco, e degli oggetti inanimati tutti quelli, che gli ricordano qualche fatto domestico, a fine di mantenersi vivo nell'animo il culto dei congiunti. Ora tutto questo, a parte ogni altro argomento, ci è prova, che grande e tenace ha da vivere in lui la virtù d'amore.
Mettiamo dunque il nostro uomo sul trespolo della vita politica e consideriamolo per di dietro, e per davanti. Il Piovano si compiace trovare il Guerrazzi giovanetto di 15 anni alla Università di Pisa salire invitato su i tavolini del Caffè dell'Ussero e leggere ai compagni i giornali della rivoluzione di Napoli; gli garba quando venuto a Firenze dal Puccini il quale per cotesta lettura lo esiliava dall'Università dirgli a viso aperto avere operato ingiustizia perchè se colpa fu leggere cotesti fogli, egli non doveva commettere la insidia di lasciarli esposti alla lettura: e come costui rispondeva non poterci rimediare perchè la potestà sua era di punire, non di rimettere la pena, il giovinetto soggiunse: io vi compiango signore di tenere ufficio in cui non potete fare altro, che male. Il Piovano lo seguita nello studio delle scienze, delle lettere, e della libertà; lo vede entrare in corrispondenza con Giuseppe Mazzini indomato promotore di spiriti patrii; ne raccoglie la eredità dell'Indicatore Genovese, e fonda in Livorno l'Indicatore Livornese. Livorno, che a quei tempi spregiavasi come la Beozia della Toscana, Livorno dove come sono desti gl'ingegni così ci si trovano scarsi, o piuttosto affatto manchevoli i modi, e gl'istituti per apprendere; quivi egli giovane educa i giovani nel culto delle lettere, e della libertà avendo a compagno in questo quel Carlo Bini, il quale dura meritamente cara memoria del popolo livornese, che con pietoso ufficio andò a pigliarne le reliquie fino a Carrara dove d'immatura morte periva, e dette loro in Patria onoratissima sepoltura. E avvertite bene, che questo il popolo livornese volle fare non mica perchè i parenti del Bini si trovassero con gli averi male in arnese; tutt'altro, bensì perchè gli parve spettasse a lui dare a cotesto suo figliuolo siffatto testimonio di riconoscenza, e di amore. Tale il popolo a Livorno; non mica che anco là qualche cattivo soggetto non ci si trovi, come si trova a Genova, e come da per tutto; che pesci senza lisca non volle fabbricarne Dio con quelle sue sante mani, ma colà, io che sono Plebano, cioè tengo usanza con la plebe, ho da confessare, che il palpito dei cuori batte largo e veemente come l'onda del mare sopra le aperte costiere.
Al piovano, va a sangue, che il Guerrazzi per tempissimo credesse sì nella efficacia delle lettere ad acquistarci libertà, ma più ponesse fede nelle armi, onde egli desiderato giovanissimo nell'accademia del suo paese non ci leggeva mica versi di amore, od altre siffatte buaggini, bensì lode ai forti popolani livornesi giunti a grado supremo negli eserciti di Napoleone, e morti gloriosamente in battaglia. — Se cotesta paresse voce capace di rompere l'alto sonno nella testa ai più addormentati, voi lo avete a giudicare da questo, che il Governo senza cerimonie confinò l'oratore a Montepulciano immaginando in grazia di queste fitte persecuzioni sgomentarlo; per fortuna sua e nostra egli non era facile a lasciarsi sgomentare. Il Piovano, che ha parecchi amici anche in cotesta bella e felice città è informato che il Guerrazzi non istesse lassù con le mani alla cintola, ma quello che allora operasse qui non è spediente dire: giovi piuttosto raccontare come consumato costà il semestrale confino egli venisse a Firenze dove molto prese a frequentare la casa del Generale Colletta, che lo amò come figlio; in cotesta casa riducevasi il fiore di quanto nostrano o ascitizio onorava la nostra città, Giordani, Leopardi, Ciampolini, Ranieri, Capponi, Niccolini, ed altri parecchi: e come le lettere varrebbero poco più della livrea di uno staffiere, dove non insegnassero l'amore del vivere libero, e lo studio di conseguirlo con ogni via generosa, così si attendeva tra cotesta gente dabbene divisare i modi di venirne a capo. Il Piovano sa, che cosa ci si statuisse; naturalmente il Generale sarebbe stato preposto alla direzione del moto, ed è da credersi che non avrebbe a sentirselo dire; ma il poveretto per colpa di certa infermità, dono austriaco mentre viveva confinato in Moravia, esangue, e giallo come una lucerna di ottone giaceva sopra un lettuccio; dunque si pensò a qualche giovane feroce, di lingua prode, ma più di mano; e il pensiero dei convenuti si volse al signore Avvocato Vincenzo Salvagnoli. — Sì signori, oh! che ci è egli da ridere? Fu pensato al signore Avvocato, e poi delegarono per lo appunto il Guerrazzi a fargliene la proposta: il Guerrazzi andò, e nello studio del signore Avvocato Salvagnoli rinvenne non lui, bensì il conte Terenzio Mamiani, che veniva dagli stati pontificii nunzio della rivoluzione operata, a sollecitatore di aiuti. Pur alla fine il signore Salvagnoli comparve, e udita la proposta ebbe a trasecolare; non si capacitava si parlasse davvero di lui; capacitato, dette in furore, ed imprecava alla malizia de suoi nemici, che gli tendeva insidie per farlo capitare male, e levarlo di mezzo. Non essere uomo egli da cotesti garbugli: mite avere sortito da natura l'indole, mansueto essere stato educato dalla madre sua; mettergli ribrezzo la vista del sangue; lo scoppio di una pistola farlo sbasire. Il Guerrazzi, tra stupito e ridente, lo confortava a ripigliare animo; non parergli dicevole bandire da sè la propria poltroniera; avrebbe dato per lui scusa onesta. Bisogna dire, che il coraggio sia come la fede la quale ti casca addosso quando te l'aspetti meno: conciossiachè questo non tolse che il signore Avvocato non diventasse a suo tempo uno dei più feroci bociatori: fuori barbari, che intronassero le orecchie di Italia. Mancato Achille, i convenuti per la meno trista confidarono il carico della impresa al Guerrazzi, ed egli lo accettò perchè ci si correva pericolo; egli pertanto nottetempo corse a Pistoia, Prato, Pescia, Lucca, Pisa e Livorno; quivi per interposta persona acquistò fucili, e provvide spedirli a Firenze, ingannate le guardie; al punto stesso inviava il suo fratello Temistocle a Empoli a pigliare la moneta fornita dai Fiorentini. — Come la trama rimanesse sconcertata per colpa del Libri, e di altri parecchi, mi astengo raccontare; questo vo' che si sappia, che alla notizia del caso, il Guerrazzi accorse a Firenze tentando pertinacemente rannodare i fili tronchi. Se sguinzagliati dietro a lui lo cercassero gli sbirri lascio immaginarlo a voi, ma non giungevano a mettergli le mani addosso; mutando egli ad ogni ora di vesti, e di luogo, e dormendo sul nudo terreno; anzi una notte fino per le scale del Liceo Candeli. Mirabile a dirsi! Un mercante livornese G. A. Prinoth e nè manco dei più benevoli al Guerrazzi, saputo il pericolo del giovane si recò a Firenze dove tenuta una carrozza di posta pronta a partire fuori di porta romana riuscì a parlargli, gli fece toccare con mano, che per allora egli era come un dare le capate nel muro, e lui reluttante invano menò seco a Livorno. Il Governo cui per la paura battevano ancora i denti si contentò di confinare il Guerrazzi dentro le cerchia delle mura, e sottoporlo al precetto di ridursi alle ventiquattro ore a casa. D'allora in poi il Guerrazzi prese l'abitudine di ritornarci a mezzanotte sonata. Intanto esulava il Mazzini, e a Marsiglia instituiva la setta famosa col nome di Giovane Italia; in oltre egli stampava un giornale a cui dovevano comparire sottoscritti tutti i componenti la setta. E si giocava di teste! Al Guerrazzi egli rese questo bel servizio, che nel primo fascicolo della Giovane Italia stampò senza licenza, anzi senza neppure consultarlo (ed egli stesso nella prefazione lo dice) il suo scritto sopra Cosimo Del Fante generale livornese, che gli avea fruttato sei mesi di confino. Non per questo il Guerrazzi ricusò sovvenire al Mazzini, come a qualunque altro operasse virtuosamente in pro della Patria, ma non a modo di settario, bensì libero di fare, o di astenersi secondochè giudicasse spediente. Per quanto io sappia dalla penna del Mazzini non uscirono mai parole in detrimento della fama del Guerrazzi; non così i suoi partigiani che a Londra e a Genova ne levarono i pezzi; ma il Guerrazzi longanimo così allora sentiva, ed oggi sente del Mazzini: — quante volte ricordo il giovane genovese, che nei giorni di angoscia, e di lutto non sapeva darsi pace, che il fuoco della libertà fosse spento in Italia, e lo miro con la fede degli apostoli, e la religione dei martiri cercarlo per le tombe dei morti, ed in cotesti tempi più difficile assai nel cuore dei vivi, e avvivarlo, mantenerlo, poi metterlo a sventolare sul candelabro, io lo riverisco come Dio, e mi ami o no io non rinnego mai Dio. Perchè non durò egli sempre nell'aere puro dei principii? Finché l'amore di Patria fu religione soltanto egli ne apparve degno sacerdote; un giorno però la libertà diventò impresa da combattersi in guerra, e partito da discutersi nei parlamenti, o nei consigli dei principi, allora il pertinace ligure, pare a me, si mostrasse impari a se stesso, o pagando il tributo alla umana nostra debolezza tanto più presumesse comparire capace quanto più si sentiva ignaro delle arti di milizia, e di governo. Gli Americani dettero sepoltura onorata alla gamba, che il generale Arnold perdeva pugnando per la Patria, il rimanente di lui (poichè si fece traditore) consacrarono alla infamia; ora qui non si tratta di traditore, Dio grazia, nè di tradimento, bensì di gesti operati bene, altri meno bene, ed anche taluno per avventura male per la Patria, però sempre con generoso intendimento. Perchè dunque e come i disonesti vituperii? Perchè nel paese ove nacque più rabbiosamente che altrove si lacera? Perchè i generosi suoi conterranei lo soffrono? Certo la lingua turpe fa prova della turpitudine di chi parla; ma per isventura testimonia ancora della vulgarità di cui ascolta. Perocchè come nelle città bene ordinate gli ufficiali preposti alla salute pubblica ricercano i cibi malsani, e quelli trovati buttano in mare, perchè gli uomini, cibandosene, non intristiscano i corpi, così la urbanità ha da pigliarsi il carico di raccogliere gli scritti disonorevoli, e buttarli via affinchè non intristiscano gli spiriti. Studino soprattutto gli Italiani a mondarsi del vizio della ingratitudine, conciossiachè la esperienza abbia fatto toccare con mano, che i popoli ingrati se liberi, sono alla vigilia di diventare schiavi, e se schiavi bisogna, che depongano la speranza di mai più rivendicarsi in libertà. — E a me Piovano questo sembra un favellare da uomini di cuore e di cervello sani.
Andati anco per questa volta a male i casi delle Romagne, nello intento di tornare da capo gli operatori di quelli rifuggivano in Toscana; i più, popolo, non avevano a temere altro, che andare in prigione, d'onde, dopo avere patito di ogni ragione disagi, erano cavati fuori per essere sbalestrati in altre terre con la intenzione del villano che sterpa la cicuta dal suo campo e la scaraventa sul campo del vicino. — Al Piovano piace sapere, che se non unico, certo operosissimo ed animoso soccorritore di questi mal capitati fosse il Guerrazzi; nè Livorno solo potendo sopperire a tanta spesa, vi sopperirono Pisa, Lucca, Firenze, Pistoia, Siena e Montepulciano insieme con Arezzo. Andava a cotesti giorni famoso per infelice celebrità un commissario di polizia Manetti di concetti bestiale, ma di modi anco più; costui recandosi nelle carceri a tormentare dove il Guerrazzi recavasi a consolare lo incontrava spesso con suo infinito disgusto, onde un giorno si attentò fargli una bravata da mandar giù porta San Friano; il Guerrazzi stette a udirlo fino in fondo, e poi gli disse: — Non ci bisticciamo, commissario; voi fate la vostra parte, io la mia, e mi sembra che fra noi non avesse a entrarci invidia, perchè tanto io la parte vostra non saprei fare, nè voi, vedete, la mia. — E poichè da una carcere, che ha la porta su le scale della fortezza vecchia uscivano voci di minaccia, e preghiere, e gemiti, il Guerrazzi tanto disse, così con le persuasioni raumiliò cotesta bestia, che si arrese a farla aprire. La carcere non aveva altra apertura, eccetto la finestrina sopra la porta, sicchè n'eruppe una frotta piuttosto di larve, che di persone, per fame, per febbre, per vigilie e per difetto di vivido aere estenuate: fra queste il Guerrazzi riconobbe l'Anfossi di Taggia allevato a Roma, anima leonina, ingegno sovrumano, spirito irrequieto a cui se fossero stati più benigni od anco meno rei gli uomini e i tempi, oggi la corona della gloria italica andrebbe splendida di una gemma di più. — Non ad altro scopo, che per avere un testimonio credibile, io Piovano ricordo il signore Eugenio Alberi il quale albergato, giusta il costume del Governo toscano, nelle carceri di fortezza vecchia, chiamò e non invano il Guerrazzi per le occorrenze necessarie alla condizione a cui si trovava ridotto. — Altri poi minacciava più fiera burrasca; chè si perseguitavano, cercavansi, e ponevasi sul capo loro la taglia; di questi il comandante delle guardie nazionali di Bologna; un tempo lo custodirono fra le montagne di Pistoia; disperati poi di poterlo più oltre tenere con sicurezza i Pistoiesi si volsero a Livorno, ed appuntarono lo avrebbero in certa notte condotto travestito da donna in carrozza presso alla barriera fiorentina dove è la forca di cui un braccio mette alla barriera, l'altro fa capo alla porta San Marco. In cotesta sera il mio amico vestito a gala si recò al teatro, e fece vedersi in più palchi; ad un tratto se la svigna e arriva alla posta dove non mirando nessuno si accoccola dentro la fossa di un campo, e quivi sta lunga ora, finchè non arriva la carrozza: scambiatisi i segni, fa scendere il travestito, ed ordina la carrozza continui il cammino per la barriera, egli si mette per la via erbosa, ed introduce il proscritto in città. Fin qui la faccenda procedeva a pennello; adesso era mestieri nasconderlo e salvarlo. Il Guerrazzi lo mena a casa di certo amico, che abitava in parte remota della città, questo amico chiamavasi Alessandro Nardi, e credo sia anche vivo, almeno io Piovano finchè stetti di là non lo vidi fra i morti... è vero, che io Piovano pigliava il fresco passeggiando per le fornaci del purgatorio, ed egli potrebbe essere andato in paradiso; ma non mi pareva uomo da andarci così di punto in bianco. Basta tutto è possibile alla misericordia di Dio! L'amico non era mica avvertito di niente; ma per cuore livornese non ci ha mestieri avviso a fine di indurlo ad operare da uomo; lo nascose, lo albergò, gli fu cortese di amorosa accoglienza. Il giorno appresso il Guerrazzi provvide alla partenza di lui per la Francia, agevole incarico mercè gli aiuti di Aristide Ollivier raccomandatario dei piroscafi francesi amico suo; e verso sera il proscritto travestito da capo da acquaiolo col suo cerchio, e le sue brave brocche pendenti dalle spalle seguitando da lontano una scorta se ne andò fino alla fonte della darsena dove posati il cerchio e le brocche, come è uso di cui arriva tardi per aspettare la volta, si accostò alla barca, dove entrato di acquaiolo tramutavasi in barchettaiolo, e preso come gli altri un remo si condusse a bordo del Sully mandando un diluvio di benedizioni a Livorno. — Se io le avessi a contare tutte, farei una Bibbia; pure anche per una io vo' che me lo consentiate, perchè ecco in questo la vo' spuntare, che intendo chiarire come gli anni molti che passai la prima volta nel mondo, e i tre che ci vissi la seconda che ci ritornai non me li sono giocati a carte, e i buffali sopra la neve li so distinguere anch'io — La contessa Barbara Peretti è madre di quella bella ed onorata famiglia Fabbrizi, che congiurò tutta contra il Duca di Modena assieme a Ciro Menotti, e si trovò tutta a combattere in casa sua la notte ch'ei fu preso; andava composta allora di quattro fratelli; due adolescenti; ma l'amore di patria, e i feroci propositi non germogliano nei petti italiani con la ragione del calendario. La madre dopo la catastrofe si dava a cercare i corpi dei figli, chè, poveretta! li credeva morti; a caso rinvenne Luigi vivo, e a mo' di colomba spaventata venne con ale tese a porlo in salvo; lo istinto materno la persuase a commetterlo in braccio al Guerrazzi. O Francesco Domenico ben puoi essere contento di questo; la fede che senza conoscerti pose in te la madre derelitta ti fa più chiaro assai di qualunque panegirico, fosse anco del Bossuet, che noi preti salutiamo per aquila. Il Guerrazzi lo tutelò dagli sbirri; ci si pose con le mani e coi denti; promise non sarebbe andato in prigione, e non ci andò; in questo gli valse la benevolenza del Marchese Garzoni Venturi governatore di Livorno, il quale:
Fu un fior di galantuomo pei suoi tempi
come disse il Caporali di Mecenate. Però la sera fu forza mettersi in mare, e il tempo volgeva alla burrasca, il sole si tuffava infocato, l'aria incupiva ogni momento più; il giovinetto bellissimo portava un berretto vermiglio alla greca, e i capelli proprio d'oro schietto gli fremevano ventilati dietro le spalle. Un marinaro livornese nel vederlo non potè frenarsi dal dire: «Dio salute! a considerare che questo bel sangue se ne ha da ire fuori di casa mi crepa dentro il cuore!» Nè sole le persone, ma carte private e pubblici documenti di suprema importanza si confidarono nelle mani del Guerrazzi affinchè li serbasse, e gli spedisse; tra gli altri conservò parecchio tempo i fogli spettanti all'avvocato Vicini che fu presidente di Bologna; io so, ch'essendo aperti, ei li lesse, e vi trovò cose di cui egli intende ragionare a suo tempo a modo, e a verso per ammaestramento dei suoi compatriotti.
Adesso torno al Mazzini, che incocciato nella impresa della Savoia chiedeva da tutte parti denari; e non importa dire se ne cercasse a Livorno: il Guerrazzi opinò non si mandassero, perchè un moto predicato da per tutto, conosciuto da quante erano polizie nella Europa, per sorpresa non si poteva operare; alla scoperta, capire egli benissimo che delle cose umane una parte e grande doveva commettersi alla fortuna, massime nelle manesche; pure chiarire follìa questo buttarsi allo sbaraglio con forze tanto dispari, anzi senza forze contro un nemico armato di tutto punto, e che ti aspetta. Gli contradisse il Signor Pietro Bastogi, che poi mutata fede fu banchiere della Restaurazione, e cavaliere di san Giuseppe, e per ultimo dai nostri Caporali del giorno di oggi promosso a consigliere, quando essi mescolando insieme le lesine con le mannaie crearono quella famosa consulta sigillo piccolo, come l'Assemblea parve poi sigillo più grande dei partiti presi dai prelodati signori Caporali. Tuttavolta i denari furono spediti, ed ecco come. Il Governo in aspettazione di qualche sobbollimento mise le mani innanzi, e fece una giacchiata alla cieca di quelli che avevano nome di liberali in Toscana; chi veniva veniva, che quando si tratta di agguantare non si bada tanto al minuto secondo la pratica di ogni Governo, che ricevutala dal precedente tale e quale la consegna al successore. Ora menerebbe troppo per le lunghe ricordare tutti i prigioni; ci fu un Venturi, un Contrucci, un Boddi, un Vaselli, un Agostini, Angiolini, Bini; del Guerrazzi non se ne parla nè manco, e con altri un tale, che immemore di ogni dignità teneva perpetuamente in mostra la sua faccia di plenilunio malato di febbre maremmana alla finestra della prigione, e con le manacce coperte di guanti gialli reggendo l'occhialetto sbirciava le donne recantesi a passeggiare al molo di Livorno. Le donne in passando guardavano i mascheroni di bronzo murati a fior di acqua della Fortezza vecchia e poi lui; e i mascheroni di bronzo parevano loro più belli, e soprattutto più utili, però che essi con la campanella in bocca agguantavano le navi, ed egli non agguantava nulla, nemmeno le mosche. I quattro ultimi rammentati furono spediti a Portoferraio. Il Guerrazzi sapendo come Napoleone I ci avesse lasciato parte della sua biblioteca, chiese, ed ottenne che gliene facessero copia come a Montepulciano il vescovo Nicolai gli aveva aperto la sua, e a Portoferraio come a Montepulciano si mise a studiare libri di ogni generazione, massime storici, e politici con tale un ardore, o piuttosto furore, che a taluno parve poterlo battezzare col nome di fame canina. Lì pure compose l'Assedio di Firenze; e il forte della Stella può vantarsi di avere fra le sue mura visto sorgere il poema sacro alla rigenerazione italiana. — Pei vani conati del Mazzini perpetuamente conducenti al patibolo i più generosi, stavano gli uomini sbigottiti, e la lucerna, se non appariva spenta, aveva affiochita la luce, e di molto: a infonderci nuovo olio il Guerrazzi e gli amici suoi divisarono stampare l'Assedio di Firenze, ma dove? In Italia non bisognava pensarci nè anche: mandarono a Parigi, lo stamparono a proprie spese, e questo libro, che arricchì molti stampatori, costò agli amici del Guerrazzi e a lui 14,000 lire. Di coloro, che contribuirono alla spesa, giovi al Piovano ricordarne due, uno il signor Pietro Bastogi, allora amico del Guerrazzi, ed il signor Aristide Ollivier fratello di Demostene, esule illustre a Firenze, e zio di quell'Emilio, che a Parigi nel Parlamento è tanta speranza dei confessori della libertà di Francia. Famiglia inclita nelle lotte della libertà è questa degli Ollivier, la quale sempre sacrificandosi, e sempre moltiplicandosi non ha nella storia chi la rassomigli, se forse non è quella dei Fabii di Roma. — Gatti affamati non dettero mai così ardente caccia ai topi, come le polizie di tutti i paesi si arrabattavano dietro all'Assedio di Firenze, ed egli a modo della verbena si distese per tutta Italia da Ciamberì fino a Trapani. Contro il Guerrazzi processi, perquisizioni e molestie, che rinnovaronsi poi quando scopersero il manoscritto sepolto nello studio del suo fratello Temistocle.
Molti, anzi infiniti, il Guerrazzi ebbe a patire disagi corporali, nè lo domarono; i perpetui travagli dell'animo alla perfine lo vinsero, ed ei giacque infermo tre anni, quando più quando meno, della trucissima fra tutte le malattie, il tic doloroso del capo. Qui fu che, visitato dal professore Matteucci, a lui che lo confortava a ridursi a più tranquilla vita accettando una cattedra nel pisano Ateneo, egli rispondeva: un giorno avergli sorriso questo concetto; adesso troppe ingiurie essere corse fra il Governo, e lui perchè potesse compiersi senza scapito della reputazione di ambedue: del Governo come quello, che male si sarebbe creduto averlo comprato, suo, come quello, che peggio lo avrebbero reputato venduto. — E pure da ciò trasse argomento un gentiluomo cristiano per maculare la fama del Guerrazzi apponendogli per lo appunto il contrario di quanto egli aveva operato; e quando? Quando egli tradito, e oppresso, logorava la sua vita in quinquennale carcere contendente il capo a suprema accusa, circondato da milizie, o piuttosto da belve tedesche! E il sor Filippo Gualterio si vanta, ed è caporale dei moderati. Dio ci scampi da questa razza moderati! Se tali opere persuade loro la temperanza, che cosa possa insegnar loro la scapigliata ferocia io non so davvero. Il signor Matteucci, non curata la tristizia dei tempi, richiesto attestò vero il dire del Guerrazzi, calunnioso il Gualterio. Certo il signor Matteucci va chiaro per la sua molta sagacità nelle scienze fisiche, un po' meno per le politiche; ma il Piovano va errato, o giudica, che un dì presso i Toscani svegliati, più delle legazioni, delle commessarie, delle senatorie, delle cavallerie, delle sue stesse sperienze su la torpedine gli meriterà affetto questa lettera dettata generosamente in difesa di uomo generoso che i nemici suoi non contenti di condurlo a morte, s'industriavano coprirlo d'infamia, ch'è la morte dell'anima. Queste cose si sono viste nella civile Toscana! E non pure viste ma tollerate; e non pure tollerate, ma sì per vergogna immortale, celebrate e difese.
A me piace il Guerrazzi quando pertinace nel 47 negò fede al risorgimento italiano per virtù del Papato: prete sono, sicchè come Catone so in quale parte mi stringa la scarpa.
Il Guerrazzi, ingegno educato alle dottrine della scuola italiana, non si adattava alle scapestrate fantasie del Gioberti cui pareva mosso piuttosto da voglia ambiziosa di comparire nuovo, che da studio di essere vero. Ad ogni modo quei suoi ragionari alla rinfusa gli facevano l'effetto di ondate, che rompessero contro le severe e lunghe meditazioni della scuola italiana. Gli è fiato perso; il regno di Cristo non è di questo mondo. Gesù lo ha detto, e gira, e rigira, ci si arrabattino attorno scribi, e farisei, argomentino furibondi e contumeliosi, ovvero pacati ed urbani, la messa tornerà sempre a mattutino; quanto più accosterai la Chiesa alla terra, tanto la dipartirai dal paradiso. — Io l'ho da dire? il risorgimento italiano promosso da Roma mi ebbe l'aria di flauto sonato da chi non sa pigliarne la imboccatura. — Misericordia pei poveri orecchi! Però se il Guerrazzi avesse in uggia le riforme non è a dirsi nemmeno. Le sono lustre per parere, egli diceva; il pecorume se ne stizziva, ed egli lo gridava più forte, che mai, e riducendola ad oro egli argomentava: — Con le riforme torrete voi la potestà mondana al papato? Con le riforme torrete voi dagli ugnoli dello Imperatore di Austria la Italia? Non le torrete. Se durano Roma e Vienna, le riforme o mirano a cosa, che importi o a bagattella; nel primo caso, non isperate che ve le lascino condurre non che a fine, a mezzo. Credete voi, grulli! di gabbare Roma e Vienna mettendo loro il diavolo in corpo, senza che se ne avvedano? Se le approdano a bagattelle, o uomini moderati, pigliatevi i giocattoli di Norimberga per divertirvi, non le vite, e non i cuori dei popoli. Il popolo non è pargolo, che lo possiate tenere fasciato con le manine dentro, e il cercine in capo; il popolo come un forte inebriato, che si desta dal sonno, se lo toccate, assorgerà gridando: armi! libertà! — Se questo presagite; se a questo voi vi apparecchiate; o se questo confidate con ogni supremo sforzo conseguire, leviamoci col nome santo di Dio, che perdere non potremo; imperciocchè morire in tale impresa non hassi a reputare perdere. — Affermarono, che il signor Neri Corsini domandasse primo a Leopoldo lo Statuto, ed è vero; però primo a domandarglielo in Corte, ma non per proprio moto, e dopo, che il Guerrazzi aveva domandato, presente il signor Corsini, per parte del popolo in piazza, e questo confessa il medesimo signor marchese a parole da speziale nella lettera, che scrisse al conte Pietro Ferretti.
Accusarono allora i moderati, e più ardenti, che mai rinnovano l'accusa adesso (perocchè sperino poterlo fare a mano salva) avere il Guerrazzi sommosso il popolo ai disordini. Si potrebbe contrapporre, perchè noi lo abbiamo letto, e per testimonianza universale si conferma, che primi a chiamare il popolo a parte delle faccende politiche furono i moderati: certo essi chiedevano coppe e venne loro risposto bastoni, ma tanto è eglino e non altri implorarono primi aiutatore il popolo. Opera dei moderati da principio la stampa clandestina, e lo incessante aizzare contro il governo: — Voi agitate in Città, scriveva il sig. Ridolfi al sig. Montanelli, io agiterò in Corte. — Io non riprendo per questo il sig. Ridolfi; solo noto, che in foro coscentiae questa parte a lui aio del Principe non istesse a capello, ma transeat. Bensì mi tocca ad appuntarlo di questo altro, che l'agitazione gli piacque, finchè non ebbe spinto lui al ministero; allora poi volle licenziarla, come se fosse la serenata, che costuma sotto le finestre delle case dove fu battezzato il bimbo. Pareva al sig. Ridolfi, che, lui ministro, la Italia avesse ad essere contenta, e ce ne fosse d'avanzo; la Italia non se ne contentò ed ebbe il torto, secondo lui; però mettete in salvo questo, che il marchese Ridolfi portato ministro non chiese lo Statuto, e mi farei coscienza affermarlo, se non lo dicesse proprio lui nel decreto col quale egli, e i colleghi suoi dopo avere fatto per prima cosa uomo grande il marchese di Laiatico, per la seconda lo mandano a dormire in Santa Croce.
Però, vedete, l'agitazione popolare non uscì da questo, nè da quell'altro uomo; tanto è vero, che Pio IX l'attribuì addirittura alla Provvidenza; nè fino da quel tempo doveva parere lieve, dacchè egli la paragonasse niente meno che alla voce di Dio, la quale schianta la quercia! Poveri noi se gli venisse in capo di fare un po' di conversazione col genere umano! — Per me giudico tale insania appuntare il tale, o tal altro dei moti del 47 e degli anni successivi, che dichiaro alla ricisa non potere capire in cervello umano, bensì la reputo una delle tante stramberie di partito con le quali i moderati, giovandosi della temperie che corre, s'industriano abbindolare il popolo dandogli ad intendere, secondo l'usanza vecchia, lucciole per lanterne. Andavano in volta grandi reami, e antiche signorie, come foglie di castagno a mezzo decembre, per tutta la Europa, e voleva tenere ferma la Toscana? — Cause di rivoluzione queste: i popoli smaniosi, da un lato, di mutare gli ordini odiati; i principi non meno smaniosi, dall'altro, di conservarli intatti; e non potendo in cotesto punto con la forza si schermivano con le arti; se i ministri condotti al governo dal voto popolare reggevano il sacco si dava loro l'osculum pacis, se non lo reggevano si baciavano sempre, ma col bacio di Giuda.
Di qui un tira tira, uno strappa strappa, per cui taluno ebbe a paragonare festosamente il governo toscano alla gallina pelata viva; a questo modo gli ordini vecchi disfatti, non costituiti i nuovi, il governo caduto in abbiezione, senza un concetto su cui fare fondamento, senza un aiuto al quale potersi appoggiare; chi possiede grano di sale non pure non ha a maravigliare se disordini avvenissero, bensì se non ne accaddero maggiori. E poi ci era la faccenda delle armi, imperciocchè il Governo non credesse possibile la guerra, e caso mai scoppiasse non la voleva fare. I tumulti di Livorno nel principio del 48 derivarono appunto dalle armi; chiedeva il popolo schioppi, e il governo li prometteva a tutti, poi si atterriva, e armeggiava. — Ora il governo si riprometteva non darne punti; pure se avesse avuto intenzione di darne parte avrebbe dovuto dire: «che il popolo si armi sta benone; ma alla rinfusa no» — poi ordinato con largo istituto la milizia cittadina questa armare nei modi convenienti. — Il popolo scarrucolato dette di fuori; irruppe in violenze, e peggio, e fu allora, che il Guerrazzi chiamato dal Governo si adoperò a sedare gl'infelloniti e ci riuscì. Se rimase nella commissione per lo armamento ci stette per preghiera del Governo, e come il signor Ridolfi mostrava il viso dell'uomo di arme Celso Mazzucchi, che in ogni sua fortuna si mantenne onesto, si partì da Livorno per farlo capace. Ond'è, pertanto, che il signor Ridolfi non pose fede nel signore Mazzucchi magistrato, e persona dabbene? A me Piovano non importa indagarlo. Fatto sta, che il signor Ridolfi proconsole con pieni poteri accompagnato da molte armi venne in Livorno, dal balcone sparse fogliolini stampati al popolo; — confetti parlanti ferocia e menzogna secondo il solito contro il Guerrazzi; sorsero su predicatori per tutti i canti predicando come codesta belva volesse saccheggiare ed ardere la Patria.... e il popolo se la bebbe. O popolo!... O popolo!..., O popolo!....
Un esercito, proprio un esercito (si conta fossero 4,000 uomini) andò ad arrestare il Guerrazzi, che avvisato in tempo ordinò le porte del palazzo si tenessero aperte; fu preso, gittato sul vapore, e incatenato... — Queste catene gli tolse dalle mani un carabiniere — facendo prova da non dimenticarsi giammai come un carabiniere possedesse il pudore, la carità, e la giustizia che mancavano a un moderato[4].
Chiuso in carcere, e calafatata ogni fessura donde non che la voce, ma il fumo non uscisse, la canatterìa dei moderati incominciò la sozza, e rea persecuzione delle calunnie che o non mai fu vista più oscena al mondo, o che se mai venne superata la superarono i moderati adesso. — Patria, Corriere, Italia, tutti addosso; e questo due volte per opera, e virtù del signor Giorgino; che a lacerare un meschino sotto giudice, pendente il giudizio, non isveniva; a corrompere la mente del giudice, a pervertire la opinione pubblica e gittarla come calce viva sul misero col frenello alla bocca non isveniva il Giorgino; bensì sveniva sponendo il voto dell'Assemblea toscana di unirsi al Piemonte dove non parve ci fosse materia di svenimento davvero; non è egli tenerone di fibra il signor Giorgino? Sapete voi come queste diavolerie si conchiudessero? Non volendo il Guerrazzi uscire di prigione se non erano solennemente smentite dal Governo le calunnie, il Granduca nel 22 marzo 1848 emanò un rescritto col quale, dopo avere detto, che gli atti obiettati al Guerrazzi si riducevano ad una preordinazione per ispingere possibilmente verso una meta cui le sopravvenute mutazioni in Italia hanno a noi permesso di prevenire senza pericolo del nostro popolo — sopprimeva il processo. — Certo non ci era pericolo che per simili misfatti si mettesse a repentaglio di andare prigione un moderato! Intanto ciò conferma la verità della nostra proposizione, che non il signor Corsini bensì il Guerrazzi fosse primo a puntare per la Costituzione.
Quando il Guerrazzi tornò a Livorno i suoi avversari paurosi avevano preso il largo; ed egli diceva: «dopo la calunnia i miei emuli non possono farmi ingiuria maggiore di quella di credermi vendicativo.» Nè fu contento di mostrare la carità patria a parole, bensì avvicinandosi il tempo delle elezioni, timoroso accadessero disordini in casa sua, rinunziata con pubblico bando la candidatura a deputato, se ne allontanava riducendosi presso Niccolò Puccini a Pistoia, che fu suo amico svisceratissimo; quel Puccini il quale morendo, di ogni suo avere fece erede il popolo per guarirlo delle due grandi piaghe che lo affliggono miseria ed ignoranza. I moderati lo chiamavano matto. Signore! se nella tua misericordia ti degnassi ascoltare la voce del tuo Piovano, vorrei tu ci mandassi quaggiù una serqua di cervelli che non fossero niente più savii di quello di Niccolò Puccini.
Però la Toscana indi a poco ricompensava il Guerrazzi eleggendolo a un punto deputato a Dicomano, a Rosignano, ed al collegio di San Friano a Firenze. Veramente contraddittore del marchese Ridolfi egli fu; ma s'ingannerebbe a partito chi pensasse, che per opera sua cotesto nobile signore risegnasse il ministero. Tre erano allora fazioni, nel partito aristocratico in Firenze, non mica distinte per principii diversi, bensì per cupidità di imperio, le quali si unirono poi tutte nell'11 aprile 1849 a' danni della democrazia, e due soltanto nel 27 aprile 1859. Di queste principale la setta Ridolfi come uomo di corte, aio del principe, e presidente dell'accademia dei Georgofili; seconda quella del Capponi, cui le altre irridendo chiamavano la scuola storica di via San Sebastiano, perchè in cotesta contrada ha il marchese Gino le sue case, ed egli fa professione di studio delle storie così patrie come forestiere; e a lui mettevano capo il Capei Pietro, e il Giusti, e non so quale altro di nome. La terza del Ricasoli, cui si accostavano il prete Lambruschini, che il popolo prese a chiamare Luterino per via delle riformine che egli abbacava imporsi non pure ai Principi bensì anco al Papato, e il signor Salvagnoli; credo fosse con loro un Odaldi pistoiese, uomo che sbalestrava a parole, e peggio a fatti, il quale poi si accomodò col Governo restaurato pigliando lo ingoffo di spedalingo di Santa Maria Nuova, e poi morì facendo dire che la era stata cotesta la meglio azione, che avesse mai fatta in tempo di vita sua. Cattive lingue ve'! Per me requiescat in pace amen. Sono Piovano e basta. Ora io non so a quali di queste alludesse, ma ricordiamo tutti che il signor Ridolfi, quando ci fece sapere che se ne andava via a cagione dei fischi del paese, aggiunse ancora, che lo avevano i suoi cari amici pettinato col mattone. Che nella opposizione del Guerrazzi contro al Ridolfi ci entrasse ruggine, e quanta io non so dire, ma non meriterei di essere stato confessore se io non lo credessi: uomini siamo non angioli, e se non andassimo soggetti a tentazione voi vedreste il sacramento della penitenza mandarsi al Presto come nella estate il coltrone: il che non è, e voi persuadetevi, dilettissimi, che dopo la morte, la cosa che più fie nel mondo, sarà sempre la penitenza. Chiedo perdono della distrazione; anco qui pensava di trovarmi sul pulpito; e invece di predicare, mi tocca a scolparmi della idolatria. Anche questo si aveva a vedere! Adesso mi rimetto in carreggiata.
Della opposizione del Guerrazzi mi piacque la parte con la quale eccitava perpetuamente alle armi; cosa in cui questi benedetti moderati patiscono sempre del restìo. Egli propose la condotta del Generale Garibaldi al signor Neri Corsini, ma questo buon signore con un letterone lungo lungo com'egli sapeva farne affogò la proposta sotto un'acquazzone di parole. — Tale merito non misero con gli altri nel decreto, che mandò il Corsini in Santa Croce, ma ce lo metto io. — Vi giuro da galantuomo, che se io non ero già bello e morto sarei cascato in terra senza vita, quando lessi il signor Ridolfi scolparsi dalla bigoncia dall'accusa dei mali provvedimenti militari così: — egli detestare la guerra: questa accennare a barbarie; civile anzi civilissimo il popolo toscano, però aborrente da' tafferugli maneschi; non egli volerlo ributtare nella barbarie; e quanto a sè applaudirsi averlo tenuto lontano dalle armi eccetera, eccetera. — To'! to'! esclamai io, che novelle sono queste di faccia a un nemico, che minaccia mangiarti vivo senza neppure sputare gli ossi? Oh! non aveva bociato egli nel caffè Ferruccio che avrebbe dato addosso ai tedeschi egli, e i figliuoli suoi co' sassi, e co' bastoni? Basta tiriamoci un frego sopra, e andiamo innanzi. A me garba il Guerrazzi quando per mal governo ridotta a pessimo partito la sua città, piena di morti, fatta campo di guerra scellerata, dal governo divisa, caduta in mano a gente forestiera audacissima, e nequissima con la quale già avevano capitolato non che le fanterie gli stessi artiglieri con le fortezze, e drappellava all'aere la bandiera rossa con fiere minaccie contro gli abbienti, egli, mentre sbigottito il governo a quale santo votarsi più non sapeva, inerme, e solo penetra traverso il laberinto delle barricate nella città, la strappa dalle zanne dei facinorosi in mezzo agli estremi pericoli ogni momento rinascenti, allo scoppio della polveriera, alla orribile strage della gente là accorsa, al sospetto che nella moltitudine armata si fece correre più volte, ch'ei fosse venuto a tradirla. Può darsi che io come Piovano non me ne intenda; ma mi era parso, che questo fosse amore di Patria, e di quello buono; se ho sbagliato, chiedo scusa. Il Guerrazzi riagguantata la città, e abbonitala, tenendola da un lato pel morso, e dall'altra reggendo la staffa disse: — Risaliteci su! — E il governo non ci volle risalire, nè, astioso, consentì ci salisse il Guerrazzi; una cosa di mezzo egli concesse, un partito capace di partorire stroppi maggiori, vuoto di ogni utilità; tutta volta anco così fuori di squadra il Guerrazzi rimette su la guardia nazionale, crea quella di sicurezza, confida la polizia a spettabili cittadini, chiama il popolo a guardia del popolo, accatta danari, che o gli danno, o gl'imprestano gli amici; vigila giorno e notte; e la città come per incanto ritorna in florido e tranquillo stato; anzi per un mese intero ci accaddero solo tre furti di lieve importanza; sicchè se continuava a quel modo il diavolo falliva, nell'altro mondo, e in questo il bagno si poteva appigionare; e tutto questo fra gli ostacoli, che apponeva il governo pur troppo cruccioso che il Guerrazzi riavviasse una città arruffata, mentr'egli l'aveva nabissata tranquilla. Di ciò non si sapendo dar pace il governo si attacca al Montanelli glorioso per ferita mortale rilevata combattendo le guerre patrie; e si consiglia sguinzagliarlo alle gambe del Guerrazzi; ma questi diritto si scansa; lo raccomanda con lodi meritate ai suoi, e senza pure vederlo gli lascia libero il governo di Livorno, e ciò per alcuni rispetti, non volendo, se fosse rincresciuto, che si dicesse com'ei per mal talento lo avesse osteggiato, e, se riuscito, come sperava, aborrendo si dicesse ch'ei si reggeva per consiglio altrui, non già per virtù proprie. — Affermarono che il popolo fu aizzato in Toscana per domandare ministro il Guerrazzi; il tempo ha chiarito false coteste voci; spontaneo l'acclamò il popolo, spontaneo ne lo richiese il Montanelli, spontaneo ne lo desiderò il principe pei conforti del signor Capponi, e del ministro inglese; egli ricusò recisamente, e più volte, ed accettò solo quando il principe gli si disse disposto a renunziare perfino la corona se ciò fosse tornato a benefizio dei popolo, però che egli si rammentasse essere nato in Pisa, e quindi come ogni altro pregiarsi di amare con cuore di figliuolo la Patria. O infelice, se tale tu avessi sentito davvero ora te non accorrebbe esule Monaco di Baviera, ma il sole ti scalderebbe le membra sopra le care sponde dell'Arno!
Diamo una giravolta al trespolo e miriamo un po' il Guerrazzi ministro. Io piovano innanzi tratto, lo lodo chè amico della libertà della stampa privato, non la rinnegò ministro, però che reputasse indegno di governare chi teme il giudizio pubblico, e colui che comincia col chiudere la bocca termina sempre collo incatenare le mani ai cittadini, se questi a tempo non incatenano lui; la stampa medica le ferite della stampa; sia lecito ad ognuno poter dire la sua; niente approda tanto contro le ragionacce quanto le buone ragioni, e se il governo compia davvero il debito, non dubiti che gli improperii dei malevoli saranno uno abbaiare di cani da pagliaio. Rammentate la infesta Patria, allora arsa a vergogna dal popolo? Il Guerrazzi e i suoi colleghi ordinano si rispetti, e si pubblichi. Libertà di parola ad ognuno; il giornale lo biasima? Che rileva questo? Nè anche Giove piace a tutti, dice il proverbio antico, ed egli non si estima Giove davvero[5]. Ricordate la Vespa? Questa non meno della Patria lacerava a morsi il Guerrazzi, e i colleghi; e noi leggemmo con quanta premura egli volle che fosse difesa, e vendicata. Queste cose si sanno; non si sanno, queste altre, che il più mordace degli scrittori di cotesto giornale visitando il Guerrazzi nello esilio, e da lui accolto cortesemente, deplorò la dicacità a cui piuttosto per intemperanza di sangue giovanile che per mal talento si abbandonava cotesto giornale. — Fu egli infocato nei rancori, o piuttosto porse le labbra santamente alla tazza della Concordia come bevanda ministrata a sanare le infermità del corpo sociale? — Giù la ipocrisia; udite come a tale che s'interponeva per rimettere la pace tra lui e G. P. Bartolomei scrivesse: «Sarei un infame se per privati disgusti ricusassi anco un bacio per la difesa della patria. Favorisci, ed eccita G. P. B.; per ridonargli la mia amicizia anzi cotesta è l'unica via. Componga il battaglione subito. Appena fatto lo manderò in Garfagnana e allo Abetone[5]». L'emulazioni allora soltanto nocciono quando sono codarde, dice il Guerrazzi, ed io Piovano confermo.
Adoperò il magistrato come arme insidiosa a perseguitare i suoi nemici, o piuttosto come scudo a proteggerli? Eh! ogni uomo se ne può chiarire quando si buttò giù in piazza a strappare dalla furia del popolo il figliuolo di Baldasseroni. Il cavaliere Giovanni per non essergli grato disse, ch'ei fece il suo dovere: certo fu dovere; solo può domandarsi al sor Giovanni: ed ella lo avrebbe fatto? Ancora, non fu un brutto momento quello in cui egli salvò il Lenzoni ed il Fornetti dalle branche del popolo? Credo di sì, perchè ci fu persino chi gli sparò dietro una pistola che portò via un orecchio al portinaio del ministro d'Inghilterra. — Di questi due grato ne rimase il secondo, il primo no; ma quegli nacque popolano, questi patrizio, e nobil sangue non può fallire: il Fornetti ebbe per patria Livorno; l'altro...? Gl'ingrati non hanno patria. — Le proprietà del Bartolomei e del Ridolfi con affannosa cura furono da lui vigilate; e quando i livornesi insultarono di passaggio a Empoli il Ridolfi, il Salvagnoli e il Samminiatelli, scrisse il Guerrazzi al governatore di Livorno così: «Questi fatti non si possono tollerare: ella richiami i livornesi che vennero a Firenze, li mortifichi, e se la legge dà luogo a pubblica accusa, faccia accusare, e provochi le pene che saranno di giustizia. Se hanno creduto mostrarmi affezione con queste grida forsennate, dica loro che hanno sbagliato grandemente; mi hanno offeso. Devo come magistrato difendere tutti; e se in questa mia condizione mi fosse permessa qualche parzialità, dovrei usarla appunto in proteggere coloro, che più mi nocquero. Così vuole la magnanimità del popolo che io rappresento, e sento potere rappresentare». Di questa lettera si trova la minuta tutta di pugno del Guerrazzi negli archivii dello Stato; non era composta a comparire su i giornali per accennare coppe e poi buttare denari, come ne corre adesso il vezzo. Ora io Piovano credo, che questo sia parlare da cristiano, e da uomo degno; ma caso mai sbagliassi, son qua per recitare il confiteor. Credeva che la morale eterna, eternamente stesse ad un modo, ma può darsi che ora non sia così, e muti foggia secondo il modello che ci viene di Parigi; che volete ch'io povero prete ne sappia? Compatite la ignoranza.
Mi piacque, e di molto il Guerrazzi quando alla guardia di polizia, che solo per fuggire nome odioso, si appellò municipale volle cresciuta la paga, e al principe, che diceva: è troppo! oppose: non è troppo, perchè a cui agguanta i ladri bisogna torre ogni causa per divenirlo egli stesso; che se per necessità ruba, allora non ci è coscienza a punirlo. Se per tanto oggi i giandarmi tirano soldo da potercisi schermire ne devono obbligo al Guerrazzi. Se non avessi saputo da quanti vennero nel mondo di là quello, che il Guerrazzi operasse alacre, indefesso e tenace per la retta amministrazione dello stato io non lo avrei mai creduto; ma ai morti bisogna credere, conciossiachè non so come vada questa faccenda, ma è sicuro, che le anime tutte appena spogliate del corpo diventano sincere; e poi tornato di quà lo lessi pei libri, e pei diarii stranieri, e nei dispacci, che i ministri esteri residenti in Toscana mandavano ai proprii governi; e per ultimo la dichiarazione di Niccolò Tommaseo vale per mille, però che lui meritamente la Italia onori come uomo nel quale la bontà è vinta soltanto dalla sua immensa dottrina: egli pertanto schietto e leale così gli scrisse: «N. Tommaseo desidera attestare al M. Guerrazzi (le grullerie dei titoli erano state abolite) la sua gratitudine non solo per quanto fece, e bramò in pro di Venezia, ma per quanto egli parla ed opera in difesa di quell'ordine dignitoso e leale fuori del quale la Italia non troverà, che ignominie.» Lo appuntarono della bandita legge stataria; e non egli lo mise; all'opposto fu egli, che la levò: appuntaronlo eziandio di elezioni violentate, ed anco gliene mossero accusa formale; ma l'accusa cadde senzachè ei pur si degnasse difendersi; difatti il ministro inglese informava il 30 dicembre 1848 il suo governo: «le elezioni interrotte per violenza degli agitatori vennero compite sotto la più energica protezione del governo». Il popolo però aveva ragione di pigliarsela con cotesta legge elettorale; ma aveva torto di procedere a tumulto: difatti cotesta legge dettata dalle repugnanze, o dalle paure del potere assoluto che con infinita amarezza era costretto a trasformarsi creava un paese legale diverso, anzi pure in contrasto col paese reale. In questo modo si ottengono simulacri di opinione mentita, non già la testimonianza della opinione vera; e i partiti allora diventano manette, che i meno mettono al polso dei più; donde poi le gozzaie, i pessimi umori, e i perpetui sconvolgimenti; conti aperti con la rivoluzione, che i Caporali cortesi, dove potessero sarebbero capaci di saldare più tardi facendo sangue.
Io Piovano lo predico a cui lo vuole, e a cui non lo vuole sapere; faccio di berretta al Guerrazzi quando domando: a quale dei suoi parenti dette officio? quale degli amici suoi promosse? piuttosto quale dalle cariche respinse per causa, che gli aveva proceduto avverso? — Al contrario in quei tempi corse, e tuttavia dura la voce, che per ottenere favore da lui bisognava essergli stato nemico.
Egli non fu ricco mai, chè quella po' di roba che si trova la mise a parte co' suoi sudori, quantunque non avesse casa a Firenze, e gli tornasse grave mantenersi costà, pure ai suoi colleghi e a lui parve, che nelle angustie della patria il cittadino dovesse tenersi pago al necessario; però ridussero lo stipendio ministeriale a 10.000 franchi annui; e il generoso Mazzoni contrastò lungamente per rifiutare ogni compenso, nè si tacque se nonchè quando gli mostrarono come ciò non convenisse. — Io Piovano, che ho potuto vedere i libri di amministrazione del Guerrazzi, so com'egli nel ministero rimettesse del suo più del doppio dello stipendio: non dimanco la Commissione governativa, appena lo ebbe ristretto in carcere, gli istituì addosso un sindacato composto dei signori Tartini, Gargiolli e Galeotti perchè indagasse s'egli avesse grancita qualche parte della pecunia pubblica. Il solo sospetto per cui fu istituito il sindacato parve a taluno ingenerare offesa; e sia laude al vero egli non cadde manco per ombra nella mente al Granduca il quale fece dire al Guerrazzi essere lieto, che non gli mancasse pure una spilla; cui questi fece rispondere: «e' s'inganna; gli manca un asciugamano rotto che se nol contrasta, io terrò per memoria di quello, che si guadagna co' principi» Non importa dire, che non richiese il suo asciugamano il Granduca. Però il Guerrazzi non si arrecò punto del sindacato della Commissione governativa, anzi lo ebbe a caro, e a quanti si maravigliavano di questa sua placidezza, egli aperse il suo Valerio Massimo e mostrò come al luogo dove cotesto scrittore racconta che domandandosi a L. Scipione conto di 4 milioni di sesterzi mentr'egli stava per porgere lo specchio al Tribunale, il suo fratello l'Affricano arraffato lo specchio lo mise in pezzi dicendo, che la fama e la condizione degli Scipioni gli assolveva da ogni rendimento di conti, avesse posto una nota, che diceva così: «Scipione per questo meritò l'esilio; imperciocchè un cittadino che tale sentiva, ed operava non poteva più dimorare in Roma senza pericolo della repubblica:» e va bene. Da ciò imparino le anime infelici nate sotto la costellazione dello staffiere come della libertà si pensi, e si ragioni; costoro ad ogni parola che si muova per la libertà, urlano, «e' lo fa per ferire i nostri riveriti padroni e signori». Grulli! Che stima volete, che si faccia di loro se non si può parlare di libertà senza che gli entrino le convulsioni? Mercè di questo sindacato si conobbe come egli quando co' suoi colleghi venne al ministero trovasse lire fiorentine 300 in cassa, e non so che soldi; e come vedete non ci era da stare lungo tempo a tavola; si conobbe eziandio, che per più giorni il Governo pagò co' denari imprestati da amici livornesi, e con quelli del signor Adami, e suoi; si conobbe che i buoni del tesoro di cui si dissero sperpetue non iscapitarono mai alle mani del ministero democratico dieci per cento; mentre oggi creando imprestiti all'ottanta pare toccare il cielo col dito; e per ultimo si conobbe s'elle fossero rettoriche, o verità prette quelle parole ch'ei disse ai signori che tennero il ministero innanzi a lui: voi ci lasciate lo Stato come il morto in mano al prete: per benedirlo, e per sotterrarlo! E molto in questo cittadino mi talentarono la modestia, la pazienza, la parsimonia, e la occupazione sue. Dissero, ch'egli ostentò fasto regio, e simili altre fandonie, e tutti sanno com'ei dormisse sopra un letto da domestico, e nella stanza tenesse una tavola di legno senza nè anco tingere. Lo appuntarono altresì perchè essendo egli segaligno e freddoloso si riparasse con pelli: lo accusarono di valersi di corsieri appariscenti, e al contrario tolse un cavalluccio addestrato per femmine non potendo sopportare movimenti troppo aspri; nè ciò mica in diarii giocosi, sboccati; bensì in iscritture che si ebbe il coraggio di chiamare storie; che Dio a cui ciò fece perdoni le sue peccata, come scolpirono sul sepolcro di Salvino degli Armati primo inventore degli occhiali.