VI.

Agnese

(entra dolorosa e rigida. — Non riconosce Ulrico. — Resta interdetta.) Ti credevo solo.

Ulrico

I miei omaggi, Signora!

Agnese

(saluta, incerta, con un cenno del capo.)

Francesco

È Ulrico Nargutta...

Agnese

(con cordialità poco espansiva) Voi, Ulrico?... Perdonatemi di non avervi riconosciuto. Vi vedo dopo un anno d'assenza... E siete cosí trasformato!

Ulrico

Piú che trasformato, Signora! Del Nargutta di una volta non sopravvivono che l'amicizia da cui egli era legato al dottor Francesco Floriani e la devozione da cui era legato alla consorte di lui.

Francesco

(ad Agnese) Che hai da comunicarmi con tanta fretta?

Agnese

(reticente) ... Una mia decisione. Ma...

Francesco

Ulrico è informato di tutto. È naturale che io non abbia voluto celare a un intimo e sperimentato amico di casa ciò che tra breve non sarà un segreto per nessuno. Puoi parlare liberamente.

Agnese

(noncurante e altera: non sdegnosa, non iraconda) Per conto mio, non ho nulla da celare a un amico di casa, e non avrei nulla da celare neanche a una folla di estranei. Sicché, accolgo il tuo invito di parlare liberamente. La decisione che ho presa è di lasciarti oggi stesso.

Francesco

(con esasperata meraviglia) Oggi stesso?!

Agnese

Quando rincaserai, io sarò già via.

Francesco

Ma questa è una fuga! È una fuga, Agnese! Tu fuggi.

Agnese

Sí, fuggo.

Francesco

E quale fatto nuovo o quale allarme t'induce a fuggire cosí?... Ti sono sembrato, a un tratto, un manigoldo? un delinquente? un nemico?

Agnese

Non riempire la tua voce di parole da fanciullo! Io profitto d'un impulso che certo prima di domani sarà svanito.

Ulrico

(borbotta in sordina:) Approvo.

Agnese

(concitata) Fuggo per non aspettare l'ora della resipiscenza, per non aspettare l'ora della mia e della tua viltà; fuggo per schivare, soprattutto, la tregua ingannatrice della notte che alla viltà della transazione ci trascina; fuggo perché, se non fuggissi, se non ti lasciassi oggi fuggendo, non ti lascerei, credo, mai piú, e non avrebbe piú fine il conflitto che miseramente distrugge la nostra esistenza e la nostra dignità! Sii forte, Francesco, come sono io, e non impedirmi di fuggire.

Francesco

(terreo, appena reggendosi in piedi) Non te lo impedisco.

(Un silenzio.)

Ulrico

(senza accorgersene, si è scostato. — Ora, dal fondo, assiste, attentissimo, e, suo malgrado, pietoso, «al taglio netto». Ha davvero l'atteggiamento di chi assista a un'audace operazione cerusica.)

Francesco

E dove andrai?... Dove andrai?... Alla ventura?...

Agnese

Parto per Firenze. E lí abiterò la modesta casetta in campagna che era il mio piccolo patrimonio di orfana.

Francesco

(stentando a esprimersi) Io esigo... che, almeno, tu viva in una certa agiatezza. Permetterai, spero, che io te ne sia garante, che io ne assuma l'impegno.

Agnese

La vita di solitudine a cui mi dispongo rifiuterebbe l'agiatezza che non somigliasse un poco alla povertà. E poi... pensa che sempre caro mi fu destinare i nostri risparmi all'opera umanitaria della tua generosità e del tuo ingegno. Desidero che questo contributo non manchi e non diminuisca. Continuerà ad essere, in parte, l'obolo mio.

Francesco

Sarò scrupoloso interprete del tuo desiderio.

Agnese

Ti ringrazio. E addio! (Con fermezza eroica, gli stende la mano in una profferta di leale commiato.)

Francesco

(con pari fermezza istantanea, gliela stringe nella sua.) Addio, Agnese.

(Tutti e due, solenni, si guardano con gli occhi tristi che si vietano le lagrime.)

(Qualche lagrima, invece, vela gli occhi di Ulrico.)

(Le mani di Agnese e di Francesco si staccano l'una dall'altra, sbianchite, cadenti.)

Agnese

(non sa piú dominarsi, ed esce veloce.)

Francesco

(come colpito da un proiettile al petto, cade a sedere di piombo su una sedia che gli è vicina.)

Ulrico

(non osa accorrere. — Gli si gelano le vene. — Indi, reagendo con una specie di rabbia, emette una voce acre stridula sferzante:) Vieni o non vieni?

Francesco

(si leva súbito, ma senza fiato, senza sguardo.) Vengo.

Sipario.


SECONDO ATTO

Un piccolo salotto — tipicamente equivoco. Un'aria di roba vecchia e raccozzata.

Non grossi mobili. Un leggero tavolinetto tondo, con su una sigariera. Una mensola, con su bottigliette di liquori e bicchierini. Qualche sedia, parecchie poltrone di forme diverse. Molti specchi corrosi, screziati, uno dei quali è piú alto e sorge dall'impiantito. Un gran divano: cioè, uno di quei divani che si chiamano «alla turca»; basso, larghissimo, senza spalliera, senza piedi, carico di cuscini. Un drappeggio di cattivo gusto incornicia lo specchio piú alto e guernisce lo stipite di una porta in fondo, da cui si accede a un corridoio. Predomina il rosso in svariati toni: vivido, smortito, vermiglio, cremisino, paonazzo, quasi arancione, quasi roseo, quasi amaranto. Questa varietà è distribuita sulla tappezzeria della porta e della specchiera, sulla stoffa del divano, su i cuscini, sulle poltrone, sul tappeto frusto e rappezzato che copre in parte il pavimento, su certi sbrendoli attaccati ai muri per addobbo.

Alla parete laterale di sinistra è — in primo piano — una porticina un po' misteriosa di minime dimensioni. Alla parete opposta un'altra porta, di dimensioni normali. In un angolo, il braccio d'un fantoccio di legno raffigurante un moro regge una lampadina elettrica.

Dal soffitto penzola un gruppo di quattro grosse lampadine di vetro turchino.

I.

Sera.

La porta, in fondo, è chiusa. È soltanto accesa la lampadina del moro, di cui biancheggiano i denti in uno stupido sorriso immobile. — Nella scarsa luce si spande fantasticamente la sinfonietta del rosso. — Sul divano dorme Sonia Zarowska. — Bella. Biondissima. Pallida, d'un pallore latteo. E nel pallore sembrano morti i suoi occhi sigillati dal sonno, orlati di bistro e cinti da un cerchietto livido. — Non è distesa, né supina. Il suo corpo si sprofonda nei cuscini, bisbeticamente scomposto. Dalla stretta e succinta veste nera, che è cosparsa di lucide pagliuzze cangianti, tutte si rivelano le membra torte e squinternate. Una gamba è scoperta fino al ginocchio, e tra il nero della veste e il rosso dei cuscini risalta il grigio perla della calza velina. — Un mantello è a terra, aggrovigliato, presso il divano. Un tocchetto bizzarro è, capovolto, su una sedia.

Sonia

(si svoltola. Sogna, brontola:)... Roastbeef con patate! (Pausa)... Un cocktail!... (Poi, un barbuglio senza parole. E piú niente. — Si svoltola di nuovo. Agita un braccio. Brontola piú vivacemente:) Vile gendarme!... Per te non voglio danzare!... (Si stende, sbracalata) Puff!... Antipatico!... Antipatico!... Puff!... (Si accheta.)

(Silenzio.)

(La porta, in fondo, si apre un po'.)

II.

Ulrico

(sulla soglia, fa capolino.) Sonia!... Soniuccia!... (Tra sé:) Dorme come un ghiro. (Le si avvicina, la osserva.) Ubbriaca? Benissimo!

Francesco

(che seguiva Ulrico, è rimasto, circospetto, esitante, di là dalla soglia, nel corridoio poco illuminato.)

(Tutti e due hanno i cappelli calcati in testa, indossano paltò invernali.)

Ulrico

(a Francesco) Entrata libera e senza agguati, senza insidie! Trabocchetti non ce ne sono.

Francesco

(fa qualche passo. Non entra ancora.)

Ulrico

Ma, insomma, chi ti trattiene? Chi si permette di trattenerti?... L'ombra della tua consorte?... Sono già due mesi che sei separato da lei: della sua ombra dovresti sbarazzarti. O, almeno, non dovresti darle retta. Avanzati, dottore!

Francesco

(si avanza, sempre circospetto. Per un atto abituale, si cava il cappello.)

Ulrico

Ti cavi il cappello rispettosamente?... Ti ringrazio per Sonia Zarowska e ti ringrazio per me, giacché io qui sono un po' in casa mia. Difatti, vedi: (gli mostra una chiave) questa è la chiave unica della porticina, diciamo cosí, privata. (Indica la porticina.) Un vero vantaggio da padrone di casa, perbacco! Non mi costa gran che e ho il diritto d'entrare senza incomodare nessuno, da mezzanotte in poi, quando cioè la porta della scala ufficiale è chiusa alle conoscenze avventizie. E appunto in qualità di padrone di casa, quantunque a scartamento ridotto, ti prego di metterti a sedere. (Gli piglia di mano il cappello, lo posa in un canto.) Cedo a te la mia poltrona preferita (una larga e comoda poltrona). Siedi, siedi a tuo bell'agio, e consentimi di presentarti, in uno dei suoi atteggiamenti personalissimi, il piú mansueto, il piú semplice e il piú utile campione del sesso femminile.

Francesco

(a guisa di un automa, si è seduto. Guarda Sonia con la coda dell'occhio. Ha una contrazione di disgusto.)

Ulrico

(riavvicinandosi a lei) Esemplare grand prix! Non sciarade, non rompicapi psicologici, non scenografia intellettuale!... Origine slava, con radici nel vecchio semplicismo analogo. Trasmigrazione casuale, come d'un sughero in balia del mare. Acclimatazione per inerzia. Intelligenza primitiva. Capacità a delinquere, ma non oltre i limiti di qualche lieve danno pecuniario. Assoluta impossibilità d'amare e di tollerare d'essere amata. E, dalla punta dei piedi a quella dei capelli, completa idoneità ai riti del piacere. Un ghiribizzo di Fidia impersonato da una sciocca del secolo ventesimo, intanfato nella suburra di tutti i tempi! Ecco la donna che ho scelta, ecco la donna delle mie ore fiammanti. (La contempla.) Dormi, dormi, ignobile bestiolina sublime! Tu abbandoni il bel corpo inverecondo al sonno della ubbriachezza, e io, beato, ti contemplo, benedicendoti una volta di piú!

Francesco

(tace, oppresso, appesito.)

Ulrico

(gli striscia dietro, come un folletto maligno e gli scuote una spalla.) Su, su, povero malato!... Per curarti ti ho introdotto dove meglio sbocciano la mia saggezza e la mia felicità, e tu disdegni e ti riavvolgi nella tua asfissiante tetraggine?... Respira a pieni polmoni l'aria ossigenata che ti offro! Apri gli occhi sul prezioso piccolo mostro fascinatore. Comincia a comprenderlo. Comincia a valutarlo. E, soprattutto, non incepparti nella prevenzione di urtare la mia suscettività. Ti rammenti di quello che ti dissi quando venni ad annunziarti d'essere rinsavito?... «Se non m'infischiassi che la mia donna è di tutti, temerei di non aver conseguita la perfezione!» E nulla mi seduce di piú che il cimentarmi nell'esperimento supremo. Assistere alla concorrenza dell'amico fraterno!... (Spampana con enfasi presuntuosa, modificandolo per l'occasione, il popolare verso dantesco:) «Qui si parrà la mia nobilitate»!

Francesco

(flemmatico) Il cinismo che ostenti è ristucchevole, ma per fortuna è anche falso.

Ulrico

E mettimi alla prova!

Francesco

A quale prova?... Tu non sei tanto ottuso da non intendere che costei non può essere per me — al piú al piú — che un oggetto di osservazione e di studio.

Ulrico

(si eccita, si frega le mani, ride) Eh eh eh eh!... Da cosa nasce cosa! Nella vita, come nella chimica, date certe circostanze, due corpi eterogenei diventano combinabili da un momento all'altro.

Francesco

Va' là che sei il piú candido degli impostori!

Ulrico

Ah, questo mi dici?!... Mi dai dell'impostore? Mi disconosci? Mi stuzzichi? Mi provochi?... E sai in che modo rispondo io alla tua provocazione?

Francesco

Mi è indifferente, caro!

Ulrico

(con una stizza paradossale) Io ti lascio nella tana del mostro, consegnandoti cosí ai suoi fascini, e me ne vado a cena! (Esce rapido dal fondo chiudendo i battenti con veemenza.)

Francesco

(levandosi come spaventato) Ma no! Aspetta, imbecille! Io solo, qui, non voglio restare!

Ulrico

(di fuori, grida, ride, sghignazza.) Brutalizzarsi! Brutalizzarsi!

Francesco

(gridando anche lui, cerca il cappello) Aspetta! Ti ordino di aspettare! (Col cappello in mano si slancia verso il fondo.)

Ulrico

(allontanandosi) Brutalizzarsi o morire!...

III.

Sonia

(si sveglia) Chi è là?

Francesco

(è arrestato da quel «chi è là» presso l'uscio, di cui stava per aprire i battenti. — Si volta. — Indugia imbarazzato.)

Sonia

Chi sei?

Francesco

Non un ladro.

(Una pausa.)

Sonia

Ti conosco o non ti conosco?

Francesco

No no, non mi conoscete.

Sonia

(ancora intorpidita dal sonno) È la prima volta che ti vedo?

Francesco

La prima volta.

Sonia

E tu?... Dove mi hai veduta? Quando mi hai veduta?

Francesco

Mai.

Sonia

E, senza avermi mai veduta, vieni a farmi una visita?

Francesco

Ulrico Nargutta mi ha condotto.

Sonia

Ah, ecco: ti ha condotto lui! (Comincia a schiarirsi.) E quei gridi che mi hanno svegliata?... Che erano quei gridi?...

Francesco

(balbetta:) Ho alzato la voce inconsideratamente.

Sonia

Non t'eri accorto che dormivo?

Francesco

Me n'ero accorto.

Sonia

È tanto dolce dormire!

Francesco

Mi duole d'avervi disturbata.

Sonia

(si sgranchisce) Ti duole?... Che me ne importa che ti duole?... Non è un rimedio.

Francesco

Avete ragione. Del resto, la colpa non è tutta mia. Il mio amico mi ha costretto a gridare, e lui stesso ha ecceduto: ha fatto del chiasso.

Sonia

Avete litigato?

Francesco

Non è stato un litigio.

Sonia

E che è stato? Raccontami. Raccontami.

Francesco

Nulla da raccontarvi. Sciocchezze!

Sonia

E com'è che lui non è qui?

Francesco

È scappato via all'improvviso.

Sonia

Perché è scappato via?

Francesco

... Un suo capriccio... Uno dei suoi scherzi bizzarri...

Sonia

Ma, già, io credo che quello lí non abbia la testa a posto.

Francesco

(ironico) È una ipotesi da non escludere.

Sonia

Entra, esce, scappa, torna. Sempre cosí! Non ha mai requie. Scommetto che tornerà súbito.

Francesco

Speriamo!

Sonia

E sei rimasto attaccato all'uscio?... Non ti accomodi?

Francesco

(confuso e garbato come se stesse al cospetto d'una signora) Ero sul punto d'andarmene quando vi siete svegliata.

Sonia

Adesso, è fatta. Non ho piú sonno, adesso.

Francesco

Voi non avete piú sonno, ma io non mi tratterrò. Non ho menomamente l'intenzione di trattenermi.

Sonia

(di scatto) Oh, bella, ti sono antipatica!

Francesco

... Non è mica per questo che mi tarda d'andarmene.

Sonia

Se non è antipatia, che può essere?... Paura?... Tu hai paura di me?

Francesco

Non è antipatia e non è paura.

Sonia

È paura, è paura! Non negare! Hai l'aria di un topo in trappola!

Francesco

Vi assicuro che voi equivocate. Gli è che sono a disagio. E non c'è' altro. (Alla sua inesperienza sembra ch'egli debba giustificarsi. Parla disordinato, con un certo orgasmo.) D'altronde, è pur naturale ch'io sia a disagio. Le mie abitudini son troppo diverse da quelle che consentono di venire qui spensieratamente e di svagarvisi in piena libertà. E, poi, vivo cosí lontano, io, dal vostro ambiente!... Ulrico Nargutta si era affaticato a descrivervi, a illustrarvi, a esaltarvi; si era per giunta intestato di condurmi da voi, e io... mi son lasciato condurre... un po' per curiosità e un po' per una specie di passiva obbedienza. Lo deploro per me e lo deploro per voi.

Sonia

E che hai concluso con tutto il tuo imbroglio di chiacchiere?... Il fatto è che, se te ne vai, mi offendi.

Francesco

Ma che c'entra l'offendere?

Sonia

Sí, mi offendi. Tu non hai competenza. Non puoi giudicare. Ti giuro che mi offendi.

Francesco

Non ho alcun motivo di volere arrecarvi offesa. E non ne ho il diritto. (Tituba. — Apre un po' le braccia remissivamente.) Resterò ancora qualche minuto affinché non riteniate che mi permetta d'offendervi proprio io, a cui siete completamente innocua.

Sonia

E non stare in piedi, ti prego, come si sta in un bar per prendere un caffè! Che diavolo!...

Francesco

Un'altra offesa?... Non starò in piedi.

Sonia

Vedrai che ti terrò buona compagnia.

Francesco

È un'ottima intenzione, ma alquanto problematica. (Paziente, rassegnato, siede di nuovo, lontano da lei, su una seggiola qualunque, gettando il cappello su un'altra seggiola.)

Sonia

Puff!... Che rospo! (Si alza, tuttora fiaccata dall'ubriachezza, con le gambe malsecure, cascante, flaccida, sciatta e pur provocante nella nera guaina stellata di faville, attraverso di cui si delinea il giovane corpo sinuoso. La gran massa di capelli d'oro sbiadito è tutta arruffata ed erta sull'occipite, come un fantastico colbacco. — Ella si accosta al tavolino. Tira fuori dalla sigariera una sigaretta, l'accende con disinvoltura maschile, aspirando il fumo avidamente e lo caccia dal naso, le cui narici si dilatano. — Alle spalle di Francesco, fumando, lo osserva.)

Francesco

(si sente guardato e, poiché ciò lo stringe viepiú nell'impaccio, tenta di far deviare l'attenzione petulante di lei.) Da parecchio tempo avete amicizia con Ulrico Nargutta?

Sonia

Con Ulrico Nargutta?... Da quattro o cinque mesi.

Francesco

Un bel po'! E, oramai, gli siete divenuta indispensabile, nevvero?

Sonia

Senza le donne, gli uomini s'impiccherebbero.

Francesco

Ne convengo. Ma... domandavo se egli si sia tanto legato a voi da non potersene piú distaccare.

Sonia

Pare di sí. Gli piaccio.

Francesco

Solamente?

Sonia

Gli piaccio piú di tutte le altre donne.

Francesco

E da parte vostra?

Sonia

Da parte mia, che cosa?

Francesco

Non avete una speciale affezione per lui?

Sonia

Non capisco... Che vuol dire «una speciale affezione»?

Francesco

Non siete legata a lui come egli è legato voi?

Sonia

Anche lui piace a me.

Francesco

Piú di tutti gli altri uomini?

Sonia

Questo, poi, non lo so.

Francesco

Dovreste pur saperlo.

Sonia

Dovrei pur saperlo?!... Non capisco.

Francesco

È assurdo che non lo sappiate.

Sonia

E non lo so, non lo so! Che ho da farci? Mi secchi. Smettila!

Francesco

La smetto, sí. Vi rivolgevo qualche parola... per non tacere.

Sonia

Che un tipo come te parli o taccia, è tutt'uno!

Francesco

Se è tutt'uno, preferisco di tacere.

Sonia

Puff!... Puff!... Che brutto rospo!

Francesco

(accenna un gesto che significa: tanto, non c'è rimedio!)

(Un silenzio.)

Sonia

Non fumi, tu?

Francesco

No, non fumo.

Sonia

Tutta l'umanità fuma. È una stravaganza non fumare.

Francesco

Forse, è una stravaganza.

Sonia

Una stravaganza idiota!

Francesco

Una stravaganza idiota.

(Un silenzio.)

Sonia

(sfiorandogli i capelli con le dita) Oh, guarda! Hai dei capelli bianchi! Ulrico Nargutta non ne ha. Parecchi ne hai, tu.

Francesco

E aumentano di giorno in giorno.

Sonia

Non te ne affliggere. I capelli non contano.

Francesco

Io non me ne affliggo di certo.

Sonia

E se tu non fossi un brutto rospo, saresti abbastanza simpatico.

Francesco

(bonario) Troppa indulgenza!

Sonia

(di palo in frasca) E sei celibe o sei ammogliato?

Francesco

(incupisce) ... Ammogliato.

Sonia

Ah!... Questa è la vera ragione per cui stai sulle spine!... Sei ammogliato? Evvia! Stupido!... Chi è che potrebbe accusarti a tua moglie? Scaccia gli spauracchi!... (Pausa.) — (Poi insinuante) Vuoi che ti faccia... la danza?: la danza di Sàlome?... Io stessa mi accompagno, sai, col canto a bocca chiusa.

Francesco

Ma no, ma no! Ve ne dispenso.

Sonia

(si addolora del rifiuto. — Ritenta:)... E con la luce blu te la faccio. Vedi: ho lí, apposta, le lampadine colorate di blu. Allora — dicono — è piú suggestiva. Vuoi?

Francesco

Vi ripeto che ve ne dispenso.

Sonia

Hai torto. Sono brava.

Francesco

Non ne dubito. Io ve ne dispenso per non abusare del vostro zelo. Mi sembrate già stanca. Vi risparmio un fastidio. Vi risparmio una fatica.

Sonia

(meravigliatissima — si sforza di pensare. — Gradisce. — Sorride di gradimento.) Questo è molto carino!... Nessuno mi è stato mai tanto cortese! Ma per me non è una fatica, non è un fastidio. Anzi!... Ci trovo gusto. Spesso, quando sono sola, mi tolgo di dosso il vestito inutile e mi metto a danzare davanti allo specchio. Fin da ragazza ho danzato cosí, e fin da ragazza ci ho trovato gusto.

Francesco

Fin da ragazza?! Cioè?... Quanti anni avevate?

Sonia

Pochi potevo averne. Ne avevo dodici, ne avevo tredici...

Francesco

Probabilmente, qualcuno v'istigava, qualcuno v'insegnava...... Chi v'insegnava?

Sonia

(vantandosi) M'insegnava una danzatrice della Maison Rouge: l'amica del mio patrigno.

Francesco

E il vostro patrigno lo permetteva?

Sonia

Sicuro che lo permetteva! Restava a lungo a vedermi danzare e mi divorava con gli occhi.

Francesco

(ha un moto di ribrezzo e di sdegno) È orribile!

Sonia

È orribile?... Non capisco... S'intende che doveva compiacersi. Non ero uno sgorbio, non ero un fuscellino. Ero un fresco bocciuolo di cardenia! Non mi credi?

Francesco

Vi credo.

Sonia

Uno scultore celebre, che mi copiò tale e quale, non so piú quante volte, dal capo ai piedi, soleva chiamarmi: la piccola Venere.

Francesco

Facevate anche la modella a quell'età?

Sonia

Non la facevo che con lui. Di nascosto la facevo. Andavo da lui invece di andare alla scuola. Un bell'uomo era!... Aveva un viso da Nazareno con certi sguardi vellutati, che io sentivo sulla pelle quando posavo.

Francesco

E come vi premiava, come si disobbligava lo scultore celebre?

Sonia

Mi dava il caviale, la grappa, il cognac. Perfino lo sciampagna mi dava.

Francesco

Tutta gente infame e malefica!

Sonia

(si smarrisce e trema un poco) Infame e malefica, no!... Io non capisco... Non capisco... Che male ne avevo?

Francesco

E vostra madre? Non vi sorvegliava mai, vostra madre? Non badava mai a voi?

Sonia

(quasi passiva) Mia madre non esisteva piú. Era morta all'ospedale.

Francesco

(triste, compassionevole) In conclusione, voi siete... una povera creatura!

Sonia

(sempre piú smarrendosi e tremando) Io?! Perché sono una povera creatura?...

Francesco

Non vi preoccupate di quello che dico. Non ne vale la pena.

Sonia

Ma io non capisco... Fammi capire... Fammi capire...

IV.

Una voce

(sgarbata, spadroneggiante — chiama di fuori:) Sonia Zarowska! Sonia Zarowska!

Francesco

(turbandosi, levandosi) Si chiede di voi. Mi si troverà qui. Ciò è molto noioso. Dovevo, peraltro, prevederlo.

Sonia

Io non rispondo e non lascio entrare.

Francesco

Non ve lo consento.

Sonia

Me lo consento io.

Francesco

Non è giusto che io vi sequestri.

Sonia

Ti farei uscire per questa porticina, se ne avessi la chiave...

La Voce

Sonia Zarowska, preparatevi a ricevermi. Sono un agente della polizia.

Sonia

(aggrotta la fronte. Appare contrariata, ma non impappinata.)

Francesco

(turbandosi maggiormente, si domina.) Questo, poi, non era prevedibile, ed è anche piú noioso. È insopportabilmente noioso!

Sonia

Si tratterà di qualche equivoco. Mi sbrigherò in pochi minuti. Tu ti chiudi nella stanza accanto, e aspetterai che mi sbrighi.

Francesco

Potrebbe incogliermi peggio. Mi conviene piú di non rimpiattarmi. Fate entrare súbito!

La Voce

Ma, sangue di un demonio, è inutile che fingete di non udire! E vi avverto che non sono disposto a perdere il mio tempo. Aprite!

Sonia

Eh!... Quante parole per niente! Entra! Entra! Non c'è la spranga alla porta!

L'Agente

(spalanca i battenti con una certa irruenza, e si ferma.)

(Dietro di lui, è un uomo sulla quarantina, vestito con precisa e sobria eleganza, dal volto scialbo e allampanato, dagli occhi incolori e vitrei: — il signor Edgardo Lemms. Nulla di losco. S'indovina, vedendolo, che è una persona per bene. — Resterà attentissimo, ma impassibile, inalterabile.)

Francesco

(si fa da parte, senza aver l'aria di nascondersi.)

Sonia

(si trova, ritta, presso il divano. Sbircia di traverso l'Agente e l'uomo che gli è dietro.)

L'Agente

(al signor Lemms) La identificate?

Lemms

Perfettamente.

L'Agente

Venite, venite. Staremo a vedere se lei ammette d'aver cenato con voi.

(Si avanzano tutti e due. Si accorgono di Francesco. L'Agente gli getta un'occhiata di competenza. Non si toglie il cappello. Il signor Lemms abbozza un saluto, e si toglie il cappello.)

L'Agente

(a Sonia) Compiacetevi di rispondere, Sonia Zarowska. Stavate, circa tre ore fa, a cena col signor Edgardo Lemms, in una saletta particolare del Falchetto d'oro?

Sonia

Edgardo Lemms sarebbe il nome di quel signore là?

L'Agente

Appunto. E rispondetemi.

Sonia

Rispondo di sí. Con quel signore sono stata a cena dove hai detto.

L'Agente

Egli vi accusa di avergli rubato il portafogli.

Sonia

(non si scompone e si stringe nelle spalle) Uhm!

L'Agente

Evidentemente, il signor Lemms, dopo aver pagato il conto,... si è distratto, o è stato distratto da voi. Egli ha lasciato il portafogli sulla tavola, e voi ve ne siete impossessata, profittando... della distrazione.

Sonia

Io non me ne ricordo.

L'Agente

I ladri non hanno mai buona memoria.

Sonia

Avevo tanto bevuto!

L'Agente

Intendete dire che eravate ubbriaca!... Eh, lo so! Voi state già architettando il vostro piano di difesa! (A Lemms) Furba, l'amica!... (Poi, a lei) Ma è ridicolo sostenere che abbiate dimenticato d'aver commesso un furto perché in quel momento eravate ubbriaca. È ridicolo, cara Sonia Zarowska!

Francesco

(intervenendo, riservato e affabile) La memoria è una delle piú dirette attività della coscienza. Difatti, per misurare il grado di coscienza, da cento a zero, in qualcuno di cui si suppone che abbia corso il pericolo di perderla tutta o parzialmente, uno dei primi e piú arguti mezzi è di sperimentarne la memoria. Intanto, è incontestabile che la coscienza venga soppressa dall'ubbriachezza grave, la quale, nelle sue manifestazioni, nei suoi effetti, rassomiglia alla completa follia. Io, anzi, la chiamerei: una follia incidentale.

Lemms

(ha ascoltato con deferenza, e approva:) Perfettamente.

Sonia

(ha ascoltato con un vano sforzo di comprensione e ha tremato alla parola «follia».)

L'Agente

(ha ascoltato, squadrando Francesco con ostilità.) Vi consta, signor Lemms, che Sonia Zarowska aveva bevuto molto?

Lemms

Moltissimo.

L'Agente

Ma non era una ubbriachezza grave se è stata digerita in tre ore.

Francesco

Io non giurerei che ella ne sia del tutto libera. Comunque, mi parrebbe opportuno considerare che, negli ubbriachi abitualmente recidivi, proprio questa abitudine fa sí che il sonno basti ad affrettare il ritorno dello stato normale: — normale, beninteso, in rapporto al quadro permanente degli alcoolizzati. E io attesto di aver trovata pocanzi Sonia Zarowska immersa in un profondo sonno.

L'Agente

(a Francesco, con una calma intorbidita di sorda minaccia) Voi insistete nell'interloquire, egregio signore, senza che io vi abbia interrogato.

Francesco

Chiedo scusa.

L'Agente

Avrete la bontà di favorirmi il vostro nome.

Francesco

Nulla in contrario. (Cava fuori una carta di visita, gliela porge.)

L'Agente

(leggendo, si raccapezza: muta contegno, e, per atto di rispetto, tocca la falda del cappello.) Non potevo immaginare che...

Lemms

(a Francesco, inforcando gli occhiali) Permette?

Francesco

S'accomodi pure.

L'Agente

(mostrando a Lemms la carta di visita) Un professore rinomato.

Lemms

(legge, e s'intravvede nella sua impassibilità una convinta ammirazione.)

Francesco

Un modesto medico specialista, pel quale non è infruttuoso studiare i vizii e le degenerazioni nei loro covi e nei loro laboratorî.

L'Agente

Che schifo, illustre professore!

Lemms

(quasi tra sé) Non tanto!

Francesco

E spero che la mia professione mi giustifichi anche di non essermi astenuto dall'interloquire. Si era un po' nei miei paraggi.

L'Agente

(con animazione autorevole, dispotica) A ogni modo, il portafogli è sparito, ed è qua che bisognerà cercarlo. (Appellandosi a Francesco come per averne il consenso) È chiaro?

Francesco

Questo non è affar mio.

L'Agente

(a Sonia) Orbene, a voi! Dovrebbe trovarsi proprio sulla vostra persona. Io non vi perquisisco, a condizione che voi stessa lo cerchiate.

Sonia

(ha seguíto quello che accadeva intorno a lei, assumendo un atteggiamento di sottomissione quando parlava Francesco. Adesso, all'invito dell'Agente, recalcitra:) Sulla mia persona, il portafogli non c'è.

(Non si riesce a intendere se ella sia in buona in mala fede.)

L'Agente

Tanto peggio per voi, sapete! Solamente se stesse sulla vostra persona si potrebbe accettare l'ipotesi del Professore, cioè che, essendovene appropriata quando lavorava la sbornia, non ve ne ricordiate piú. Ma se aveste già provveduto a nasconderlo, come fareste, cretina che siete!, a giustificarvi con la sbornia e con la dimenticanza?

Sonia

Ti ripeto che sulla mia persona non c'è'! (Leva la voce, ringhiosa, furiosa.) Non c'è e non c'è! E io, no, non mi lascio perquisire! Ti proibisco di perquisirmi! (Sfugge allontanandosi dal divano e riparando in un cantuccio.)

(Il divano è rimasto tutto scoperto alla vista dei tre uomini.)

L'Agente

Sangue di un demonio, voi agite a danno vostro!... Mi sembrate un mulo che si affatichi a tirarsi calci alla coda. Perché siete una donna, non volevo perquisirvi, non volevo mettervi le mani addosso. Ma questi signori sono testimoni che voi mi ci obbligate. (Uscendo dai gangheri, si avventa su lei.) Dunque, andiamo! Sottoponetevi alla perquisizione, senza altre chiacchiere!

Francesco

Fermatevi un momento, per favore.

L'Agente

(desiste, sospeso.)

Francesco

Se i miei occhi non s'ingannano, il portafogli è lí, mezzo conficcato tra i cuscini del divano, dove ella pocanzi dormiva. È minuscolo ed è quasi del colore dei cuscini, il che lo ha reso poco visibile.

(Emerge appena di tra i cuscini rossi un piccolo grazioso portafogli di cuoio rosso.)

Sonia

(mal sorpresa, si protende per vedere.)

Lemms

(sempre impassibile — inforca di nuovo gli occhiali.)

L'Agente

(dissimulando il disappunto, si avvicina al divano, e con due dita prende il portafogli. Indi, tenendolo in alto, lo mostra al signor Lemms.) È questo il vostro portafogli?

Lemms

Perfettamente.

Francesco

Le sarà cascato dal petto o dalla cintola, quando si è gettata lassù o quando vi si agitava nel sonno. Certo è che, rincasando, non aveva provveduto a nasconderlo.

L'Agente

(al signor Lemms) Dovrebbe contenere?...

Lemms

(rammentandosi a stento)... Lire milletrecento,

L'Agente

(verifica)... Sono mille trecento e sette. (Gli consegna il portafogli.)

Lemms

Guadagno sette lire.

Sonia

(è tuttora impenetrabile. Dal suo contegno non trapela la consapevolezza, non l'innocenza, non la mortificazione, non il risentimento.)

L'Agente

(obliquo — sottolineando le parole) Con ciò, spieghiamoci, Sonia Zarowska non cessa di dover rispondere dell'accusa di furto.

Lemms

Io mi oppongo.

L'Agente

Voi vi opponete, ma l'autorità procede.

Lemms

Procede a che? Ho riavuto il mio portafogli con sette lire di piú. Mi pare che l'incidente sia esaurito.

L'Agente

C'è la vostra denunzia.

Lemms

La ritiro.

L'Agente

Trattandosi d'un reato d'azione pubblica, non c'è modo di ritirarla. Deve per forza arrivare davanti alla giustizia.

Lemms

La mia denunzia non è stata raccolta che da voi. Con un prudente sacrificio... reciproco, possiamo metterci d'accordo per non incomodare la giustizia e, soprattutto, per non dare altre noie a questa donna.

L'Agente

(con astuta condiscendenza) Be',... ci penseremo, e ne riparleremo.

Lemms

Perfettamente.

L'Agente

La prima cosa, intanto, che ho da fare per non avere imbarazzi è di licenziare le due guardie che ho lasciate sul pianerottolo. Vi aspetto in portineria.

Lemms

Vi raggiungo súbito.

L'Agente

(a Francesco) Riverisco, illustre professore!

Francesco

Si conservi.

L'Agente

(esce.)

Lemms

(a Sonia, avvicinandosi) Avete udito, piccina?... Vi saranno risparmiate ulteriori noie. E vi rivedrò volentieri. Quel che mi dispiace è che non siete una ladra sul serio. Sareste piú interessante.

Sonia

(ha l'istantanea sensazione d'una puntura.)

Lemms

(si avvicina a Francesco) Signor medico, sono ben felice d'aver fatta la sua conoscenza.

Francesco

Ella è molto cortese.

Lemms

E, forse, rivedrò anche lei. Potrò venire a chiederle qualche consiglio?

Francesco

Le auguro di non averne bisogno.

Lemms

Sospetto che troppo tardi mi giunga l'augurio.

Francesco

In tal caso, a sua disposizione.

Lemms

Perfettamente. I miei ossequi.

Francesco

(accenna un inchino.)

Lemms

(via.)

La voce dell'agente

(irritata) Ma, sangue d'un demonio, vi avevo ordinato di piantonare le scale! E dove stavate, invece, dove stavate?!

Alcune voci femminili

(scrosciano, lontanissime, in una sconcia risata.)