SUGLI AVVENIMENTI

DI MILANO

17-20 Aprile 1814

RELAZIONE

DEL
Conte CARLO VERRI

SENATORE DEL REGNO ITALICO
E
PRESIDENTE DELLA REGGENZA PROVVISORIA

 


SCRITTA IN NIZZA
Inverno 1817.

 


SUGLI AVVENIMENTI DI MILANO
17-20 di Aprile 1814

RELAZIONE.

Trascorsi ormai due anni dagli avvenimenti accaduti in Milano nell'aprile 1814, io, Carlo Verri, intraprendo a stendere una Memoria relativa a quella sfortunata epoca, che rimarrà lungamente scolpita negli animi dei Lombardi. Era mia intenzione di ciò fare, sino dal primo giorno nel quale seguí il movimento popolare; ma non mi è stato possibile. Le molte persone che vennero da me e l'essere io stato nominato Presidente del Governo non mi hanno lasciato libero il tempo. Avendo poi continuato a servire il Governo sino a tutto il 1815, distratto dagli affari ed essendo in debole salute, non ho saputo determinarmi a scrivere. Ora però che mi trovo in piena libertà e senza incombenza alcuna, io penso di esporre quanto la memoria saprà suggerirmi, né mi dilungherò in riflessioni, attenendomi a' soli e semplici fatti, dei quali io stesso fui personalmente testimonio e che constino per pubblici documenti, o tali, per pubblica fama, che non se ne possa dubitare, non avuto riguardo alle voci sparse e prive di sodo fondamento. Narrerò quanto io stesso ho veduto e quanto è accaduto a me: cosí questa mia relazione, che penso deporre nell'archivio di famiglia, darà qualche idea della cosa pubblica ed una notizia certa di quanto è accaduto a me come uomo pubblico in quell'epoca ed in seguito. Né sarà discaro agli individui della famiglia se, scrivendo di me, sarò forse diffuso, e se brevemente discorrerò degli impieghi ai quali sono stato chiamato prima dell'epoca che intendo descrivere, giacché il principale mio scopo è appunto quello di stendere una Memoria intorno a ciò che mi appartiene come uomo pubblico.

Nel 1802, mentr'io da qualche tempo viveva quasi abitualmente in campagna attendendo all'agricoltura, il conte Francesco Melzi, fatto vicepresidente della Repubblica Italiana, chiese di me e mi offrí una prefettura. Contavo già il cinquantesimonono anno d'età e con salute debole. Presi tempo a riflettere, poi accettai, sempreché fossi destinato alla prefettura del Lario in Como, città triste, ma che offriva la vicinanza dei miei fondi, della patria e del fratello cavaliere Giovanni in essa domiciliato. La fondata speranza di un buon Governo, lo Stato stabilito con pubblico trattato politico, il dovere che incombeva a qualunque probo cittadino di secondare la felice circostanza per il pubblico interesse mi determinarono all'assenso, avendo nei tempi antecedenti di rivoluzione della Cisalpina e dei variati governi vissuto affatto alieno da qualunque impiego. Erano le prefetture in quella loro istituzione di grado assai decoroso, ed erano i Prefetti quasi veri governatori; ma in seguito decaddero assai dal loro lustro.

Il vicepresidente Melzi avrebbe voluto destinarmi non a Como, ma in qualche altro dipartimento piú interessante, e probabilmente aveva fisso nell'animo quello del Mella, la cui capitale è Brescia. Ma le circostanze soprallegate fecero ch'io rimanessi nella mia prima adesione per il solo Lario in Como. Dopo circa un mese di sospensione, il vicepresidente, vedendomi costante, mi nominò per il Lario. Ma vari signori bresciani, mossi da propria opinione e probabilmente dal Governo istesso, mi fecero istanze assai lusinghevoli perché cangiassi di pensiero e accettassi il Mella, e tali furono le istanze che non senza imbarazzante difficoltà sarebbe accaduto che io mi dispensassi; al che si aggiunse una obbligantissima lettera del cittadino Villa, ministro dell'interno, colla quale mi partecipava il desiderio de' Bresciani e quello del Governo istesso, che io non mi rifiutassi per il dipartimento del Mella. Erano pertanto le cose a tal segno spinte che il rifiuto sembrava inurbana ostinazione, onde mi determinai a secondare l'istanza. Ma se la vivacità di quella nazione e le difficoltà che poteva presentare lusingavano e mi rendevano assai preferibile il Mella al Lario, pure la poca salute, la distanza da' parenti, dagli amici e dalle mie proprietà mi facevano preferire il Lario. Quindi in giugno del 1802 partii per Brescia: onorevolmente accolto, ivi rimasi fino al settembre del 1804, nel quale tempo ebbi una grave malattia di petto e fui nominato Consigliere legislativo. Quale memoria abbia fortunatamente lasciata di me nel dipartimento non istà a me il dirlo: il Governo ne fu contento e mi premiò coll'avanzarmi di grado in patria.

Venuto in Milano nel 1805 Napoleone per prendere la Corona di ferro, fece una nuova nomina per il Consiglio interinale di Stato, poi la fece stabile; ed in entrambe vi fui nominato. Poi, istituito l'Ordine della Corona di ferro, fui tra i primi nominato Commendatore, e n'ebbi la decorazione nella prima e sola funzione pubblica che si fece in Sant'Ambrogio, dalle mani del Principe Eugenio Viceré, seduto sotto il trono in piena formalità. Varie e distinte incombenze ebbi come consigliere, nelle quali anche fui nominato il primo ove si trattava di piú consiglieri nominati. Tale fu la commissione per la Dalmazia, ove io fui nominato per Zara e suo distretto; ma per motivi di salute mi dispensai. Cosí fui nominato il primo, e nei primi dipartimenti, come Ispettore di pubblica beneficenza.

Finalmente nel principio di aprile dell'anno 1808 il Principe Viceré, sebbene io per mia indole non avvicinassi né la real Corte né i Ministri, con maniere obbliganti mi chiese se avrebbe potuto disporre di me; al che risposi che tutto mi sarebbe stato gratissimo e ad onore, sempreché la mia poca salute ed i miei pochi talenti avessero potuto secondare le viste di S. A. R. Passati pochi giorni, il Principe con suo viglietto mi scrisse che mi disponessi a partire per Ancona e che conservassi il segreto che affidava alla mia discretezza. Poi volle a me solo manifestare il motivo della partenza, il quale era doversi da me organizzare i tre dipartimenti della Marca, cioè il Metauro, il Musone ed il Tronto. Comandava in essi, come governatore, il generale francese Lemarois. Volle il Principe ch'io carteggiassi direttamente con lui e diedemi per compagno Giacomo Luini, Consigliere uditore. Partii in aprile, pretestando un giro nei dipartimenti del circondario di pubblica beneficenza a me affidato, e giunsi in Ancona prima del giorno 21 del mese, epoca assegnatami. Rimasi in Ancona sino a tutto l'agosto, e ritornai in patria lasciando contente quelle popolazioni; e persino gli ecclesiastici di Roma non disapprovarono la mia condotta. Il real Governo ne fu contento ed il Principe, pagate le spese, mi regalò una bellissima tabacchiera col suo ritratto contornato di brillanti. Non è a tacersi essere io andato in quei dipartimenti senza istruzioni, senza notizie delle finanze, essendosi il real Principe interamente affidato, com'egli graziosamente diceva, alla mia saviezza.

Erettosi da S. M. l'Imperatore Napoleone il Senato del Regno d'Italia, ed essendosi riservata la nomina di alcuni, oltre quelli che gli fossero stati presentati dai Collegi elettorali in conformità dello Statuto, mi nominò Senatore con decreto del giorno 10 ottobre 1809.

Questa è la carriera da me percorsa nei pubblici impieghi, dai quali sono stato alieno fino all'anno cinquantesimo di mia vita e per i quali non ho mai fatto passo alcuno sia colla Corte, sia coi Ministri. Dal che facilmente si scorge che nel Governo della Repubblica italiana ed in quello del Regno d'Italia i sudditi chiamati a pubblico impiego ottenevano la confidenza del Governo, e non erano gl'Italiani trattati come semplici operai e sottoposti all'umiliante diffidenza, che disgraziatamente forma uno dei principali caratteri del Governo austriaco verso gl'Italiani.

Ciò premesso per notizia della famiglia, passo ora alla seconda epoca, cioè a quella del cangiamento di Governo. Scrivendo ciò che la memoria potrà fornirmi e senza prevenzione di partito, non esporrò che i fatti certi, dai quali potrà chi legge dedurre quelle conseguenze che offrono da loro medesimi. Parlerò molto di me, poiché la Memoria che stendo ha per iscopo principale appunto quello di lasciare in famiglia un documento di quanto m'è accaduto, perché possa da esso dedurre argomento delle stabilità politiche, e quanto meglio sia il fondare la felicità sull'esistenza propria, sulle abitudini e geniali occupazioni, sui lumi, sullo studio, di quello che sugli impieghi dipendenti sempre dall'altrui volere e dall'impensato cangiamento degli eventi politici ed amministrativi.

Era la sera del giorno 16 aprile 1814, quand'io essendo colla società di varie persone, che seralmente da me si sogliono unire già da vari anni, ricevetti lettera d'avviso che la mattina seguente si univa il Senato in seduta straordinaria. Convalescente per recente malattia di petto e debole assai, gli amici mi consigliarono a non intervenire alla seduta; ma riflettendo io che questa seduta, attese le cose di Francia e le sventure di Napoleone delle quali correvano incerte voci, doveva essere effetto di oggetto interessante, mi determinai d'andare al Senato, anche esponendo la propria salute. Ignorava di che trattar si dovesse; e la mattina del 17 me ne stavo seduto in letto trattenendomi in alcune geniali occupazioni ed attendendo l'ora di alzarmi, quando venne da me il conte Alfonso Castiglioni mio nipote. Premessi i soliti atti di famigliare amicizia, egli mi chiese se pensava di andare al Senato; al che risposi affermativamente adducendone il motivo. Continuò egli interpellandomi se mi era noto l'oggetto della convocazione, e risposi che lo ignoravo. Allora egli mi disse: «Io ve lo dirò. Trattasi di un messaggio al Senato per ottenere che il Principe Eugenio, viceré d'Italia, sia dichiarato re.» Ignorando io ciò che era accaduto in Francia, come s'ignorava da tutti, fui sorpreso e meravigliato, onde ne parlai con stupore non potendo persuadermi di quanto mi veniva detto; ma il conte Castiglioni mi assicurò in modo cosí deciso e fermo che dovetti in certo modo persuadermi essere vero quanto mi diceva.

Dopo breve dialogo partito il Castiglioni e rimasto solo, riflettei fra me medesimo cosa dovessi fare e dubitai se fosse prudente cosa il non intervenire alla seduta, giacché la poca salute mi offriva giusto motivo. Da una parte io sentiva le molte obbligazioni mie verso il Principe, che sempre mi ha distinto sebbene io non frequentassi la Corte; non ignoravo, d'altronde, che già da un anno il pubblico non gli era piú affezionato e che molto di lui si doleva. Rammentavasi l'ordine, da lui emanato, di dare cinquanta colpi di bastone ciascun giorno di un intero mese a' vari condannati ai lavori forzati in Mantova per essere fuggiti: decreto che fu eseguito per alcuni giorni, poi sospeso, essendosi da Mantova mandati in commissione speciale alcuni cittadini onde revocare sí terribile decreto, che riduceva quelli infelici a dura morte per cancrena. Né fece poca impressione nell'animo degli Italiani la condanna a morte per fucilazione del sig. ...... guardia d'onore, di famiglia distinta di Corinaldo, dipartimento del Metauro, per pensata e non effettuata diserzione. Varie altre cose spargevansi già da qualche tempo contro il Principe, e singolarmente alcune sue espressioni di disprezzo pe' militari italiani. Né poteva il pubblico tollerare l'influenza del signor Méjan, suo segretario degli ordini, né quella di qualche suo aiutante disprezzatore degli Italiani. Spiaceva inoltre che il signor Darnay fosse stato fatto Direttore delle poste, e dicevasi che le lettere erano tutte aperte, molte trattenute ed abbruciate. Il partito opposto al Governo esagerava questi fatti e declamava: i tributi gravosissimi diretti dal ministro Prina odiato dal pubblico; la coscrizione militare che offriva al macello tanta gioventú e che non lasciava famiglia che non fosse in profonda desolazione; la lusinga sempre facile nel popolo di migliorare la sorte presente con un nuovo Governo; la reazione del partito dei nobili e di quelli che dimenticati dal Governo speravano nelle vicende della guerra, dopo i disastri sofferti nel fine della campagna di Russia, davano animo ad eccitare il generale malcontento con tutti quei mezzi e con tutte quelle dicerie, che l'entusiasmo e la vivacità dei partiti hanno poste in opera in tante fatali circostanze dell'età nostra.

Questi pensieri ed il dubbio del carattere che il Senato fosse per assumere in cosí difficile circostanza, l'intimo sentimento mio di esprimere il mio voto sempre diretto dall'onore, dal dovere e dal pubblico bene, mi davano grande perplessità e timore di espormi inutilmente. L'incertezza delle notizie, l'ignoranza del vero stato politico delle cose, la volubilità degli eventi, la generale avversione al Governo francese, le declamazioni contro il Principe erano tutti oggetti gravissimi di seria riflessione. Considerando però che l'uomo appunto nelle circostanze difficili non doveva smentire il proprio carattere e che l'uomo appunto in queste occasioni deve prestarsi in favore dello Stato e del bene della società, mi determinai di andare al Senato nella ferma risoluzione di parlare con quella libertà che era di preciso dovere, quand'anche avessi dovuto sacrificare me stesso, e di ragionare in conformità di quanto fosse stato proposto alla discussione del Corpo, giacché realmente non sapevo immaginare sotto quale aspetto, con quali motivi e come potesse essere disposto l'affare.

Giunto al palazzo del Senato, dubitando che la prevenzione di alcuni individui, la debolezza di molti, le private viste ed un antecedente maneggio potessero indurre il Senato o ad essere sospeso o a non mantenere quel nobile carattere e quella saviezza che conveniva al primario Corpo del Regno, avvicinai due o tre senatori, e, chiesto loro se avessero notizia di quanto doveva trattarsi, essendomi stato risposto che lo ignoravano, dissi loro che l'affare doveva essere grave e che li esortava ad essere attenti e cauti contro qualunque sorpresa.

Era presidente il conte Veneri, modenese, ex-ministro del tesoro del Regno. Aperta la seduta, fu letto un messaggio del signor Duca di Lodi, guardasigilli del Regno, col quale annunziava al Senato che le vicende politiche e le circostanze esigevano la piú seria attenzione, ed essere necessario:

1º di spedire una Deputazione alle Alte Potenze alleate contro la Francia, onde interessarle a sospendere le ostilità e conservare il Regno coll'indipendenza dello Stato.

2º Convocare i Collegi elettorali.

Con questo messaggio venne proposta anche la forma del decreto da adottarsi, e dopo i due suddetti articoli eravi il terzo ed ultimo, col quale volevasi che

3º La Deputazione esprimesse alle Alte Potenze alleate il sentimento di riconoscenza che la nazione nutriva verso la persona del Principe Eugenio viceré, per l'ottima sua condotta nell'amministrazione pubblica.

Grande fu la sorpresa del Senato alla lettura di questo messaggio, col quale, tacendosi gli eventi accaduti in Mantova ed a Parigi, si vedeva invitato a cangiare il Sovrano. E veramente in quell'epoca destinata a tanti cangiamenti, si sono commessi errori politici da tutte le parti, e anche da chi aveva dati non piccoli saggi di esperimentata prudenza e saviezza; come si vede dall'irregolare, imprudentissimo messaggio del Duca di Lodi al Senato, e come meglio apparirà considerando gli effetti degli opposti partiti, dei quali l'uno fu tanto imprudente da muovere la plebe contro il Senato, e l'altro non seppe, con opportuni modi, operare in favore dell'indipendenza dello Stato. Cosí avvenne in Roma per la dissensione fra la nobiltà e la plebe, allorché odiando quella la facoltà tribunizia e questa la consolare, si crearono i Decemviri; imperocché in quella straordinaria circostanza gravi errori commisero il Senato, la plebe e i Decemviri.

Fatta al Senato la proposizione, io voleva chiedere la parola; ma il senatore Guicciardi mi prevenne e fece una mozione d'ordine, chiedendo come il signor presidente avesse convocato il Senato in seduta straordinaria, la quale non poteva farsi senza un decreto del Principe. Parmi che il presidente rispondesse che il Duca di Lodi, guardasigilli, era autorizzato e che le circostanze lo esigevano; ma quali fossero quelle circostanze ignoravasi dal Senato. Chiesi, dopo Guicciardi, la parola; ma sedendo io nel rango superiore, poiché le sedie stavano in due giri, l'uno piú alto dell'altro, il senatore Dandolo, che era appunto sotto di me nel circolo inferiore, si alzò e parlò con molta eloquenza e saviezza, ragionando sulle tante incongruenze, che di sua natura offriva quello strano progetto appoggiato a nessuna positiva notizia e solo in generale alle urgenti circostanze.

Dopo il conte Dandolo, chiesi la parola e mi limitai a poche domande: chiesi pertanto se l'imperatore Napoleone viveva o no, poiché le voci plateali ed il messaggio stesso davano luogo a supporlo morto; se, qualora fosse morto, non esistesse il figlio, re di Roma; se, vivo, Napoleone avesse abdicata la corona per sé e per la discendenza sua, senza di che il Senato si renderebbe colpevole di fellonia e di ribellione. Insorta cosí una viva discussione, voleva il presidente che senz'altro si adottasse il progetto di decreto; ma il Senato, per quanto mi sovviene, sulla ferma proposizione di Dandolo determinò che il progetto di decreto proposto al Senato fosse esaminato da una commissione, che ne facesse rapporto nello stesso giorno: la seduta fu dichiarata permanente. Fattosi lo scrutinio, furono nominati per la commissione Guicciardi, Bologna, Castiglioni, Dandolo, Cavriani, Verri e Costabili.

Rimaneva però sempre il dubbio con quale autorità legale vi fosse stata quella straordinaria convocazione; onde il Senato delegò Guicciardi, Dandolo e Verri, perché tosto si portassero personalmente dal Duca di Lodi per intendere da lui le facoltà che avesse, e se vi fosse un armistizio fra il Principe Eugenio e l'armata nemica, poiché il ministro Vaccari, mentre il Senato discuteva sull'interessante oggetto, accennò che si era fatto un armistizio. È da sapersi che i ministri potevano intervenire alle adunanze del Senato quando pure non fossero senatori, ed in quell'occasione i ministri Vaccari dell'interno e Luosi della giustizia, che certamente erano al fatto e consci di tutto, intervennero. Anzi si poté sapere in seguito, e la condotta loro lo confermò, che Vaccari singolarmente ed alcuni senatori, cioè Prina, Paradisi e Carlotti, avevano avuta parte nel formare un cosí strano e assurdo progetto, o per lo meno ne erano prevenuti; progetto che per le sue incongruenze appena sembra credibile. Né fu poca la maraviglia mia e di altri estimatori ed amici del Duca di Lodi, nel vedere che egli approvasse e potesse secondare e dar mano a tanta assurdità. E tale fu la sorpresa nostra che io, sull'istanza che alcuni mi fecero, mi portai al gran tavolo ove sedeva il presidente co' segretari, e chiesi di vedere la firma del Duca di Lodi, dubitando di qualche sorpresa; tanto era lo stupore. Esaminata la firma, vi trovai sottoscritto il Segretario Villa per espressa commissione di S. E. il Duca di Lodi impedito dalla gotta; ed il carattere era del Villa, a me notissimo.

Eseguendo la commissione del Senato andai subito co' senatori Guicciardi e Dandolo dal Duca Melzi, il quale ci partecipò l'armistizio, l'abdicazione di Napoleone e l'autorità a lui concessa per le occasioni straordinarie che potessero occorrere essendo assente il Viceré. Non è fuori di proposito di osservare che il Senato fu convocato in questo giorno 17 marzo, ad un'ora dopo mezzogiorno; che l'invito fu diramato il giorno antecedente e che l'armistizio suddetto non fu notificato che un'ora appunto dopo mezzogiorno del 17 istesso; come risulta dalla stampa pubblicatasi in Mantova, la quale incomincia, ecc.[37]

Ritornati noi al Senato, dopo lunga discussione, dichiarata permanente la seduta, partiti i senatori, rimanemmo noi sette delegati per esaminare e modificare il progetto di decreto stato proposto. Nessuna difficoltà si trovò nella forma dei due primi articoli del decreto, i quali furono facilmente tra noi ad unanimità di parere combinati, cioè:

1º Per l'invio di una Deputazione di tre senatori al quartiere generale delle Potenze alleate, onde supplicarle, in conformità de' liberali principî da esse pubblicati, non solo a sospendere, ma a cessare dalle ostilità e conservare il Regno con un sovrano indipendente.

2º Per la immediata convocazione dei Collegi elettorali.

Ma molte e gravi difficoltà insorsero nel combinare, ciò che riguardava il Principe viceré. Trattavasi, nel primo progetto di decreto presentato al Senato, di un elogio del Principe da farsi alle Alte Potenze alleate, e di tal natura che sembrava indicarsi il vóto della nazione per averlo in sovrano. Ma il Senato non poteva parlare in nome della nazione, non avendone la rappresentanza, e questa dovevasi considerare, in quelle circostanze singolarmente, come riposta ne' soli Collegi elettorali; al che si aggiungeva il fermento generale del popolo contro il Governo francese e le fatali declamazioni contro il Principe. Egli è ben chiara cosa che l'interesse personale dei senatori e fors'anche il vero interesse della nazione ottimamente combinavano colla nomina del Principe Eugenio in sovrano. Ed in quanto a me lo avrei bramato assai, onde, parlando in Senato, dissi: nessuno piú di me essere riconoscente e per dovere essere a lui affezionato; ma che sfortunatamente l'opinione generale da qualche tempo erasi cosí cangiata riguardo al Principe che pericolosa cosa sembravami il proporlo ed anche l'insinuarlo come bramato dalla nazione. Il fatto provò quanto fosse fondato il timor mio, come si vedrà nel seguito di questa relazione. Quindi, dopo tentati tutti i mezzi fra noi sette delegati alla riforma ed all'esame del progetto, né ritrovando il modo di formare il terzo ed ultimo articolo, combinando i nostri privati sentimenti colle sfavorevoli circostanze della generale opinione e col moto che scorgevasi nella città contro il Principe ed i Francesi, si stese un articolo nel quale il Senato esprimeva la sua riconoscenza verso il Principe. Nessuno di noi era contento di quel troppo semplice articolo e troppo meschine espressioni; ma che potevasi fare, quando il dire di piú esponeva il Senato al furore del popolo e la nazione ad una rivolta? Noi fummo occupati tutto il rimanente del giorno, studiandoci di trovare una piú onesta uscita; ma non ci fu possibile immaginarla.

Unitosi pertanto di nuovo il Senato la sera e montato alla tribuna il conte Dandolo, fece al Senato a nome della commissione formale rapporto e propose la riforma del decreto alla sanzione dei senatori. Qui grande discussione insorse: molto parlò il senatore Paradisi e con lui il senatore Prina, tentando con mille ragionamenti d'indurre il Senato a determinazioni piú analoghe al primo progetto; ma inutili furono i loro sforzi, persistendo il Senato nell'opinione della commissione. Sarebbe troppo lungo il riferire quanto fu detto; né io ora saprei colla necessaria esattezza narrare tutto l'occorso. Basterà pertanto il dire che il Senato passò alla nomina di tre individui da spedirsi in commissione alle Alte Potenze alleate, e furono nominati Guicciardi, Testi e Castiglioni. Io ero stato interpellato da Guicciardi, se potessi esporre la mia debole salute per la patria accettando di essere della commissione, ma risposi che sarei sicuramente rimasto ammalato in cammino; e troppa infatti era la debolezza mia fisica per età non solo, ma per convalescenza di malattia di petto.

Mentre queste cose in Senato non senza vivacità si discutevano, quando si pervenne alla lettura del terzo articolo il ministro Vaccari, spinto dall'attaccamento suo al Principe, e poco o nulla ragionando sulle circostanze, alzatosi dalla sedia, disse: «Oh, questo poi è troppo, ed è un insulto, poiché appena è detto ciò che si direbbe ad un subalterno che cessa dal servizio». Che poco fosse il complimento ciascun di noi, con vero dispiacere, lo sentiva; ma come porvi rimedio? Questa mossa però del ministro Vaccari fece sí che alcuni senatori studiarono stendere in piú onesta maniera l'articolo; ma in fatto sempre insorgeva la terribile difficoltà che in nome della nazione il Senato non poteva parlare e che qualunque elogio fatto al Viceré, il quale potesse dare idea alle Potenze alleate che il Principe fosse bramato in sovrano, incorreva nella fatale contrarietà della fermentante opinione del popolo, con grave pericolo del Senato e della pubblica quiete. Dopo vari tentativi fu letto un articolo, che parmi fosse scritto dal senatore conte Mengotti, nel quale si stabiliva che fossero fatti i dovuti ringraziamenti al Principe per l'ottima sua amministrazione; fosse a lui partecipata la riconoscenza e l'affezione del Senato, con alcune altre espressioni atte a dare favorevole opinione del Principe, che ora bene non saprei risovvenirmi. Fu quell'articolo adottato per istanchezza piuttosto che per persuasione in modo tumultuario, essendosi alzati i senatori ed essendo inoltrata la notte.

Aveva il conte Testi, nominato tra i delegati alle Alte Potenze alleate, dichiarata l'impossibilità di aderire alla propria partenza, adducendo il fisico incomodo che tuttora aveva negli occhi, incomodo che realmente sussisteva e non di poca conseguenza. Stette egli fermo nell'iscusarsi, e il Senato a tenore del suo decreto doveva supplire con altra nomina, onde tre fossero gli ambasciatori; ma il presidente, non avuto riguardo a questa circostanza, dichiarò sciolta la seduta: e sebbene io gli dicessi che ciò era irregolare e che la rinuncia del conte Testi esigeva un supplemento, egli rispose con qualche impazienza che la seduta era sciolta e che usava l'autorità della quale era investito. Fu la fine di questa seduta irregolare, e priva d'ordine, come spesso accade nelle assemblee quando gli animi sono stanchi; e mentre il senatore Paradisi, che molto aveva parlato in sentenza contraria alla generale opinione del Senato, se ne uscí frettolosamente col senatore Carlotti e mentre gli altri alzatisi dalle sedie si frammischiavano nella sala per partire, il ministro Vaccari disse che «la deputazione doveva prendere la strada di Mantova e presentarsi al Principe Eugenio prima di portarsi al quartiere generale delle Potenze.» D'onde nacque in molti non poca meraviglia come ciò si dicesse da un ministro, che niuna autorità aveva sopra il Senato, e lo dicesse dopo levata la seduta.

Guicciardi e Castiglioni, prese le istruzioni dal Duca di Lodi per il modo di seguire l'ambasciata, partirono per Mantova, e Castiglioni partí, per la insinuazione degli amici e non senza difficoltà. Portatisi a Mantova, ritornarono in Milano senza effettuare la commissione; e non essendomi ben noto ciò che in Mantova è avvenuto, mi riservo informarmene dai delegati medesimi ed aggiungerne le relazioni.

Mentre il Senato sedeva, in tutto quel giorno il partito contrario al Governo non rimase ozioso, e nella città cresceva il fermento. La sera tale era la vivacità dell'opposizione che nel gran teatro della Scala fu proposto di andare al Senato ed ivi manifestare l'opinione del popolo e costringere il Senato a dimettere qualunque idea che tendesse ad avere il Principe Eugenio in sovrano. Ma, fosse per caso o per arte di un commesso della Polizia come fu detto, sparsasi nella platea del teatro la voce che il Senato era sciolto ed i senatori partiti, fortunatamente il progetto non ebbe effetto. Che se il popolo occupava di notte il Senato, questa infelice città avrebbe sofferta una terribile calamità, ed i senatori non avrebbero potuto salvarsi, tanta era l'animosità del partito che divulgava volere il Senato il Principe in sovrano e tanta l'avversione popolare. Mosso il popolo e mossa di notte la plebaglia, i cattivi, per vendetta di parte e per avidità di saccheggio, avrebbero posta la città tutta in un vero caos di disordini e di crudeltà.

La mattina del giorno 18 andai a fare un piccolo passeggio verso Porta Orientale, e passai lungo la corsía de' Servi: la sera mi fu detto, non essere io stato riconosciuto da quelli che si trovavano alla bottega di caffè, se non quando la aveva oltrepassata, e che n'ebbero dispiacere, perché riconoscendomi prima m'avrebbero fatto applauso. In quello e nel seguente giorno 19 sempre crebbero i discorsi pubblici, l'incertezza delle cose politiche, l'avversione ai Francesi: lo spirito di partito agitava tutte le menti. Varie persone vennero da me, colle quali io procurava d'insinuare la quiete, assicurandole che il Senato nulla aveva fatto che si opponesse al bene generale e che la risoluzione presa era savia e prudente. Non mancò chi voleva la mia firma ad una carta rivoluzionaria, firma alla quale mi rifiutai, esortando chi la propose che considerasse a quante calamità esponesse lo Stato ed a quanti pericoli sé medesimo.

E qui piacemi narrare un fatto che può divertire il lettore. Una mattina, non so se il giorno 18 o 19, mentre secondo il mio consueto me ne stavo a letto scrivendo, il cameriere mi annunziò esservi una signora che bramava parlarmi. Entrata ed avvicinatasi al letto, m'abbracciò e baciommi. Era donna di mezza età e di condizione civile. Sorpreso da questo singolare tratto, sorridendo le chiesi quale mai fosse il motivo di tanta tenerezza con me, mentr'io non aveva l'onore di conoscerla. Al che ella rispose che il carattere da me spiegato in Senato aveva eccitato il piú vivo sentimento di stima e di affezione in tutti; che essa si trovava in casa con vari amici e che mentre parlavano di me con lode, essa disse che volentieri m'avrebbe dato un bacio; e che applaudendo quelli alla proposizione si determinò ad eseguirla. Fatti alcuni vicendevoli complimenti e manifestata la sorpresa mia, poiché non aveva fatto se non ciò che il dovere e le circostanze esigevano e che altri pure in Senato aveva fatto, dopo breve dialogo partí. Seppi da essa il suo nome, ed essere moglie di un viceprefetto, e che alloggiava in casa Serbelloni ai Servi, ma non mi sovviene né il nome, né la viceprefettura; né piú la vidi, sebbene fosse mia intenzione di farle una visita, che le mie successive occupazioni non mi hanno poi permesso.

Le pubbliche voci, ciò che da varie persone mi fu detto del malcontento generale, il fermento nella platea del gran teatro della Scala, ove vi fu chi propose la sera di lasciare il teatro e portarsi tumultuarii avanti al Senato, come già dissi, e varie altre circostanze presagivano un generale turbamento; ond'io, sebbene vivessi già da qualche tempo quasi privatamente attendendo alla mia sempre incerta salute, e poco anzi frequentassi il Senato stesso, deliberai portarmi dal conte Melzi Duca di Lodi, per informarlo del pericolo in cui trovavasi la città e lo Stato. E sebbene già da molto tempo fosse egli obbligato dalla gotta, che abitualmente lo affliggeva, a dimorare in casa, era però il primo fra i Magistrati, essendo Cancelliere Guardasigilli del Regno, rispettato dal Viceré, ed in diretta corrispondenza con Napoleone; sicché, assente il Viceré, doveva considerarsi la prima persona del Governo. Melzi era stato vicepresidente della Repubblica Italiana, nella quale coi suoi distinti talenti, colla grandezza del pensare, colla somma probità e con idee liberali confermò quell'alta opinione che tutti i buoni avevano di lui. Presiedeva il Consiglio dei ministri ed a lui era affidata l'alta polizia nell'assenza del Principe. Mosso io pertanto dal desiderio di liberare la mia patria dallo sconvolgimento, che tutto presagiva, tutto a lui esposi; ma, per quanto dicessi, non mi riuscí persuaderlo dell'imminente pericolo. Non lasciai di fargli osservare aver egli sempre in me considerata certa tranquillità di carattere e nessuna tendenza di troppo mobile immaginazione, onde pur si persuadesse che non esagerate ma veritiere erano le circostanze tutte ch'io gli riferiva, e che, malgrado l'indole mia né esagerata, né timida, io non poteva se non considerare la città, il Senato, il Governo in grave pericolo.

Ma o fosse che la lunga malattia di gotta avesse in lui diminuita la forza delle intellettuali facoltà, o fosse egli male assistito dal magistrato di Polizia, come poi seppi da lui stesso, o non conoscesse l'opinione pubblica per il suo genere di vita affatto domestico, non vedendo che pochissimi amici e parenti, furono inutili tutte le mie parole. Fu questa la prima volta che egli non poté accostarsi alla mia opinione, e non senza mia gran maraviglia, imperocché come prefetto e consigliere di Stato ebbi sempre piú felice sorte. Quanto io gli andavo dicendo colla maggior forza di ragionamento, tutto fu inutile a porlo in diffidenza. Cosí sembra che il destino combinasse tutti gli elementi al fatale sconvolgimento dello Stato, accecando anche le menti de' piú illuminati e zelanti: di tale accecamento si scorgeranno le prove in tutto ciò che sono per dire, giacché il tutto forma un complesso di errori politici e governativi, altrettanto strano quanto fatale.

Trascorsero cosí i giorni 18 e 19 aprile, nei quali le private società non s'occuparono d'altro che di ragionare sulle circostanze dell'Impero francese e del Regno d'Italia, e tutte si posero in moto le passioni dirette da vari ed opposti interessi. Molti, come suole accadere, speravano cangiando governo. La coscrizione militare spinta agli estremi, il timore di perdere nelle persone impiegate, la gravezza delle imposte, la lusinga di sorgere dalla dimenticanza nella quale molti nobili si trovavano sotto il dominio di Napoleone, l'attaccamento dei piú vecchi fra questi avversissimi ai Francesi e che molto speravano dagli Austriaci, ponendo in moto gli animi li agitava; e ciascuno agiva e si offriva pronto ad agire secondo le particolari sue mire ed il proprio interesse. Ma il partito che sembra avere in fatti influito allo sconvolgimento è quello dei vecchi nobili. Questi, dei quali potrei nominare alcuni, a quanto pare servendosi dell'autorità loro fondata sull'età e sulla nobiltà del sangue, approfittando della facile mobilità di alcuni giovani e della loro irritabile animosità, riscaldati gli animi hanno secondato o fatto nascere espressamente il progetto di portarsi al Senato nella prima seduta e di esprimere popolarmente il voto contrario al Governo francese. Ma quando pur voglia supporsi che retta nei principî fosse l'intenzione di un tale progetto, non era però fondata su principî di prudenza né di saggia previdenza, coi quali sarebbesi dovuto riflettere quanto facile cosa sia il porre in moto la plebe e quanto poi difficile il reprimerla nei suoi eccessi. Giovani erano questi primi motori e delle cose pubbliche inesperti, e forse furono essi medesimi maravigliati di un esito cosí inaspettato e pericoloso. Né sarebbesi da essi saputo frenare quel moto a cui diedero principio, né evitare i terribili mali di un generale saccheggio, al quale essi imprudentemente avevano aperta la strada.

Era la sera del giorno 19, quand'io secondo il consueto me ne stava in casa colla società degli amici e parenti, allorché ricevetti la solita lettera d'invito al Senato per il giorno seguente. Aveva il Senato due sedute fisse in ciascun mese, cioè il 10 e il 20. Cosí anche in quelle tumultuose circostanze il Presidente fece spedire l'invito come cosa regolare e di pratica. E qui pure veggonsi i gravi errori politici e amministrativi. Era notorio il fermento pubblico, era generale il malcontento; nessuno ignorava che la sera del 17 nel teatro della Scala fuvvi chi propose, come si è detto piú sopra, di andare tumultuariamente al Senato per costringerlo a non secondare il progetto favorevole al Principe Eugenio. La seduta del Senato era di mera formalità per essere il 20 del mese, e non eravi alcun affare interessante e nessuna forza che assicurasse la tranquillità della seduta. Letta la lettera, tutti quelli della società, singolarmente in vista della debole salute in cui mi trovava per la sofferta malattia di petto, mi persuadevano a non espormi alla necessaria mutazione di vestito ed al diverso ambiente delle stanze. Grato all'interesse degli amici, fermo in me stesso d'intervenire alla seduta, risposi che mi sarei determinato secondo mi ritrovassi di salute nella mattina seguente.

Il giorno 20, mi vestii di costume, come si soleva, e postomi in carrozza andai al Senato. Temendo però che passando per la corsía dei Servi potessero dai caffè che vi sono essermi fatti quelli applausi, che mi fu riferito non essermi stati fatti quando vi passai il giorno 18 per non essere stato conosciuto, volli che il cocchiere prendesse la contrada di S. Vittore Quaranta Martiri, poi quella del Senato. Giunto al ponte che sta a capo di essa, vidi alla porta del palazzo del Senato un complotto di venti persone circa, e non piú, colle ombrelle di seta perché pioveva. Fra quelle persone potei distinguere un giovane nobile da me conosciuto, il quale allo spuntare della mia carrozza fece un cenno e conobbi che indicò essere quella la carrozza mia. Fatto il piccolo tratto che sta fra il ponte e la porta del palazzo, udii grandi evviva, applausi e batter di mani a me diretti; feci un profondo inchino, e rapidamente entrato sotto il portico e sceso, continuando gli applausi, facendo inchini me ne andai frettolosamente alla gran sala. Venivano in seguito di mano in mano altre carrozze di senatori, e mentre lentamente io montava le scale, udii urli e fischiate non prive di minacce, colle quali gli altri senatori erano ricevuti ed accompagnati. Passati i due lunghi portici, entrai nella prima stanza degli uscieri, e mentre pensava dirigermi alla destra, ove solevano radunarsi gl'individui prima di porsi nell'aula della seduta, mi fu indicato che i senatori erano nell'aula suddetta. Come ciò accadesse io non lo so; ma forse quello schiamazzo, sebbene di poche persone, aveva indotto i senatori a porsi subito nell'aula della seduta, sia per ottenere il vantaggio di rappresentanza pubblica del Corpo primario dello Stato, sia per accelerare le discussioni e le provvidenze che potessero occorrere.

Entrato nell'aula, ritrovai non molti senatori avermi preceduto, e fatti i consueti offici d'urbanità, vidi il Presidente che stava in piedi innanzi ad alcuni senatori seduti: mi accostai e lo salutai. Stavano gli altri separatamente parlando come nella società si costuma, poiché non era incominciata la seduta per mancanza del numero legale. Osservai che il Presidente discorreva con quelli ch'erano seco su alcune carte che avevano in mano, e vedendo che il loro discorso mostrava inquietudine, voltomi al Presidente, chiesi vedere le carte, e data una rapida occhiata, vidi contenere una forte protesta contro il Governo francese, e parmi vi fosse la domanda della convocazione dei Collegi elettorali e del richiamo della Deputazione spedita a Mantova. Osservai una grande quantità di firme d'individui delle piú ragguardevoli famiglie e di persone distinte, coll'annotazione che molte ed assai piú non erano state trascritte per mancanza di tempo. Rivoltomi pertanto al Presidente, lo interpellai, se egli aveva ricevute quelle firme, e gli dissi che a me facevano grande impressione e che non sembravami cosa da prendersi leggermente, ma da essere ponderata assai. Appena ebbi ciò detto, un araldo entrò e disse che un aiutante del Comandante della piazza chiedeva di entrare. Ammesso nella sala, disse che per ordine del Comandante avvertiva il Senato che il popolo contornava il palazzo, che la folla cresceva e che vi era pericolo. È veramente meritevole di molta considerazione questo messaggio, senza che dal Comandante si accennasse provvedimento alcuno da lui dato, né forza comandata in difesa del Corpo e della pubblica sicurezza: cosí pure che ad alcuno dei senatori non si presentasse l'idea, che pur doveva essere la prima a sorgere, d'interpellare l'aiutante sulle provvidenze che fossero state date e da potersi dare. Io rimprovero me stesso di tanta mancanza, e non posso cessare dalla maraviglia come ciò non sia sovvenuto né a me, né ad alcuno.

Mentre però la sorpresa sembrava aver colpito i senatori, sentendo che il popolo era alla porta del palazzo e riflettendo agli applausi fattimi, rivoltomi ai senatori dissi: «Se lo giudicate, mi presenterò al popolo onde conoscere la cosa e procurare la calma». Avendo essi aderito, uscii subito, e passati i lunghi portici, sceso dalla gran scala, mi portai alla porta del palazzo. Osservai non esservi ivi di guardia che sette od otto soldati, numero minore del consueto, e fu mio primo consiglio l'ordinare al capo-posto che nessun soldato facesse violenza. Pioveva; mi posi sul limitare esterno: ma quale fu la mia sorpresa allo scorgere totalmente cangiata la qualità delle persone ivi affollate. Eranvi al mio arrivo cittadini tutti per lo meno di civile condizione, e tutti con ombrelle di seta; ma ora non si ravvisavano che individui del piú basso popolo, nessuno fra essi di mia conoscenza, nessuno che mi conoscesse. Chiesi cosa si bramasse, e replicatamente dissi il mio nome; chiesi piú volte se vi fosse chi mi conoscesse personalmente, pregai perché alcuno s'inoltrasse e parlasse dichiarando quanto si chiedeva. Ma tutto fu inutile; nessuno proferí parola, nessuno si mosse dal luogo: quella massa non grande di popolo rimase muta, immobile, tranquilla, ma era composta di figure che non presagivano alcun bene e sembravano fatte per il saccheggio e la rapina. Dopo replicate inutili istanze, non movendosi alcuno, nessuno parlando, credetti mio dovere di fare una breve esortazione, nella quale, lodata la buona indole della popolazione e rammentata la savia condotta tenuta dai miei concittadini nei tempi della generale rivoluzione, assicurata quella gente sulla mia parola d'onore che il Senato non aveva agito e non pensava che in conformità del pubblico interesse, esortai alla calma ed a ritirarsi ciascuno a' proprii offici domestici.

La tranquillità ed il silenzio conservato da quella parte di popolo che si era presentato alla porta del palazzo, che non ascendeva forse a sessanta persone, davano motivo di considerare quel piccolo tumulto come cosa da poco e calmato dal breve discorso fattogli. Ritornai pertanto al Senato; ma appena fui nella sala riferendo l'occorso, alcuni degli uscieri ed impiegati entrarono sbigottiti annunziando che il popolo s'ingrossava in modo minaccioso. Come ciò accadesse io non saprei assicurarlo. Forse la naturale curiosità, per cui suole il popolo accorrere ovunque si formi unione di gente, poté in poco tempo accrescere la folla; o forse, come da alcuni si è asserito, molta gente erasi anche radunata preventivamente dal partito dei giovani nobili, che pel primo diede il moto, e la teneva collocata nel bosco attiguo al palazzo. E sebbene dalla porta di questo all'aula del Senato siavi qualche distanza per i lunghi portici dei due cortili, né io potessi andare con passo molto celere perché convalescente, pure la rapidità colla quale il popolo si era ingrossato può in certo modo confermarne il sospetto.

Al nuovo annunzio nacque un momento di silenzio, ed io, vedendo che nessuno parlava, dissi: «Se lo credete, o senatori, ritornerò, e mi presenterò al popolo». Aderirono essi, ed i senatori Massari e Felici si offrirono a venire con me. Scese le scale, ritrovammo essere il popolo entrato nel primo portico inferiore. Felici e Massari, mischiatisi colla moltitudine, la esortavano alla quiete, assicurandola della retta intenzione del Senato, ed io con essi faceva lo stesso. Eravamo vestiti da senatori, come solevasi allorquando si sedeva in Senato. Mentre però con urbane e ragionevoli esortazioni procuravamo, cosí frammischiati col popolo, persuaderlo alla quiete ed a ritirarsi, io osservai che non piú eravi silenzio, quiete, immobilità, come quando mi presentai solo, ma che il popolo questionando si avanzava, dimenticato quel rispetto che avrebbe dovuto mantenere alla presenza di tre magistrati in abito di costume e nel palazzo medesimo del primario Corpo dello Stato. Questo diverso contegno mi fece impressione ed ebbi un momento di dubbio sulla sicurezza dei nostri individui e del rispetto dovuto alla dignità del grado senatorio. Temetti, sebbene fossi stato applaudito all'ingresso, poi rispettato parlando solo al popolo, che in quella tumultuosa folla poco conosciuto potessi facilmente essere insultato, ché troppo diverso dal primo era il contegno di questa seconda massa. Nella prima l'immobilità ed il silenzio davano luogo a sperare certo rispetto; nella seconda, superiore assai di numero, non piú silenzio, non piú immobilità: si questionava continuamente, la moltitudine andava inoltrandosi verso le scale, non mancavano schiamazzi, e tutto presagiva non aversi rispetto alcuno né al luogo, né alle persone.

Eransi i due senatori, che meco discesero le scale, separati, e ciascuno di essi parlava al popolo separatamente, esortandolo alla quiete con adatti modi. Ma questa separazione nostra e il frammischiarsi ciascuno separatamente colla massa ivi concorsa, togliendo molto alla dignità della rappresentanza, dava sempre piú animo ai tumultuanti; ond'io vedendo l'inutilità di quelle allocuzioni e che il popolo disputando e piuttosto confusamente mormorando s'inoltrava, credetti prudente cosa e necessaria rimontare le scale e rientrare in Senato. Il mio dubbio era giustamente fondato su tutte quelle poco felici speranze; infatti appena rientrai nell'aula, incominciai a riferire quanto accadeva nel primo gran cortile, che anche gli altri due senatori rientrarono. Trascorsi pochi momenti, crescendo il tumulto, sbigottiti gli uscieri e gli altri impiegati, alcuni bussando alla porta del Senato palpitanti, pallidi per lo spavento chiesero di entrare, e con interrotte parole annunziarono che il popolo s'ingrossava con manifesto pericolo. Fattosi un momento di silenzio, come suole accadere nelle circostanze che portano seco il sentimento della sorpresa ed esigono per la loro importanza ponderazione e consiglio, io di nuovo mi offrii per arringare il popolo. Riflettendo però all'occorso sopra narrato, dissi: «Senatori, se cosí giudicate, io di nuovo mi proverò presentandomi alla moltitudine, ma bramerei presentarmi solo». Acconsentirono essi, ed io, per quanto le deboli forze me lo permettevano, presto uscii, e passati i lunghi portici superiori scesi la grande scala, e giunto al ripiano che dà all'ultima parte di essa che sta di faccia al lungo portico, lo vidi tutto pieno di gente, che confusamente faceva strepito. Era frattanto giunto al palazzo un corpo di Guardia nazionale, con vari ufficiali di essa. Alcuni di questi mi si avvicinarono dicendomi cose assai obbliganti, né mancò chi mi disse; «Siate pur fermo e tranquillo, noi siamo disposti ad esporre la vita; ma voi sarete salvo, ed in qualunque evento vi difenderemo». Io non saprei esprimere quali sentimenti eccitassero in me cosí lusinghiere espressioni, la condotta del popolo verso di me, la folla del tumulto e le circostanze tutte che lo accompagnavano. Giunto pertanto al ripiano superiore della prima salita, avendo di contro i lunghi portici del cortile pieni di popolo irrequieto e tumultuante, io rimasi sul ripiano, poi discesi circa alla metà della prima gradinata. Dissi qualche parola, ma lo strepito confuso degli insorti e la debolezza della mia voce rendevano inutile qualunque esperimento. Alcune guardie nazionali eransi poste in ordine lungo il primo gradino al piano del portico: qualche uffiziale ed alcuni impiegati del Senato eran meco sulla scala. Essendo inutile per lo strepito il parlare, levatomi di tasca un fazzoletto bianco lo mostrai al popolo, tentando cosí con questo segno di pace e con volto ilare d'indurlo ad ascoltarmi. Ma ciò non ottenni se non dopo qualche tempo, imperocché alcuni indiscreti, probabilmente bramosi di tumulto onde approfittarne saccheggiando, non desistevano dagli urli e dallo schiamazzo; ed altri gridando silenzio, e non subito secondati, accrescevano lo strepito, che fu grande. Finalmente fattosi silenzio, io parlai, e chiesi qual fosse lo scopo di tanto movimento. Dopo un variare di voci di bisbiglio, tentando io di poter essere ascoltato e non riuscendomi, debole d'altronde di voce per fisica indisposizione, chiesi che alcuno di petto mi avvicinasse, onde portare la parola e dare campo alla persuasione. Il conte Confalonieri, giovane di bel carattere e di talento, mi si avvicinò, e cosí procurato di nuovo il silenzio, si chiese al popolo che dicesse qual fosse il motivo che lo moveva e quale l'intenzione, cosa chiedesse, mentre nello strepito confuso nulla potevasi comprendere. Frattanto io procurava, coi gesti e coll'ilarità del volto, di rendere la calma a quella furibonda massa; finalmente vi fu chi ad alta voce disse volersi sapere cosa aveva decretato il Senato il giorno 17, nel quale si ordinò una Deputazione di alcuni senatori. A questa domanda successe un pieno silenzio, talché io stesso risposi ne' seguenti precisi termini e fui inteso: «Due buone cose ha il Senato decretato, per le quali ha nominata una Deputazione alle Alte Potenze alleate: primo per chiedere non un semplice armistizio, ma una piena cessazione di ostilità.» E qui applausi del popolo; e poi soggiunsi: «Secondo, che sia conservata l'indipendenza dello Stato, con un re indipendente che sia aggradito dalla nazione». Anche a questa seconda parte il popolo applaudi. Aveva il Senato, come si è sopra narrato, aggiunto in quel suo decreto un complimento sulla persona del Principe Eugenio Viceré; ma di questo io non feci parola: il solo accennarlo sarebbe stata imprudenza produttrice di maggior disordine. Calmossi il popolo dopo il riscontro da me dato, e dava segni di quiete, di tal modo che sembrava sciogliersi la turba tranquillamente ragionando sulla rettitudine dell'operato.

Io pertanto, seguito da alcuni impiegati del Senato resi piú calmi e dimesso il timore dal quale erano prima fortemente agitati, discorrendo con essi e con alcuni uffiziali della Guardia nazionale, rimontate le scale e passati i lunghi portici, andai all'aula delle sedute per riferire quant'era accaduto. In questo frattempo convien dire che alcuno dei piú turbolenti spargesse la voce doversi chiedere al Senato la revoca del decreto che aveva ordinata la Deputazione. Sapevasi che questa era partita dirigendosi a Mantova, ove il Principe Viceré aveva il quartiere generale, e ciò affine di avere i necessari passaporti per andare al quartier generale nemico. Ma tanto era il sospetto sparso nel popolo che in modo indiretto si pensasse a porre sul trono il Principe, che rapidamente il popolo passò dalla calma ad assai maggiore tumulto, e dove fino a quell'istante era rimasto nei cortili e ne' portici inferiori, scagliossi con impeto, superando la Guardia nazionale che stava sul limitare della scala, e montato ne' portici superiori, tumultuariamente mormorava doversi assolutamente annullare il decreto che aveva ordinata la Deputazione, tanta era la diffidenza di alcuni capi e la divulgazione sul pericolo di avere un francese in sovrano. Infatti, appena io fui giunto alla porta del Senato, alcuni uffiziali della Guardia nazionale ansanti, sudati e timorosi corsero a me, e mi dissero: «Senatore, noi non possiamo piú contenere l'impeto della moltitudine; bisogna por rimedio tostamente, o non si potrà piú contenere». Fattasi da me quella breve riflessione che le circostanze permettevano, vedendo i capi della Guardia nazionale sbigottiti ed oppressi, gli impiegati pallidi ed ansanti, udito il fermento del popolo poco discosto dal luogo, giudicai non essere piú tempo a deliberare. Entrato pertanto frettolosamente in Senato: «Senatori, dissi, non avete che pochi minuti alla salvezza: decretate tosto il richiamo della Deputazione o siete perduti».

Fattosi un momento di silenzio, né alcuno aprendo bocca, m'inoltrai alla gran tavola del Presidente e vivamente replicai, non esservi tempo da perdere. Rimaneva il Presidente ambiguo, e siccome io, parte per stanchezza, parte per la naturale emozione, non mi ritrovava colla mano abbastanza ferma per iscrivere con celerità, lo che già da qualche anno mi accade, «Almeno, dissi, venga qui e scriva il decreto di richiamo,» e con vari modi andavo instando «scrivete, scrivete». Il vecchio Presidente rimaneva immobile ed irresoluto, i due Segretari tacevano. Mossi pertanto alcuni senatori dalle mie parole e dalla fermezza colla quale io instava, persuasi della necessità di secondare il mio consiglio, levatisi dal loro posto e portatisi alla tavola del Presidente, presero la penna e scrissero il decreto di revoca. Io non saprei indicare chi fossero, e chi primo lo stendesse; ma appena uno fu scritto, che io preso il foglio lo presentai al Presidente. Egli, incerto, sembrava rifiutarsi alla firma, ma io replicai: «Presidente, firmate, non vi è tempo a deliberare, firmate se vi preme la salvezza vostra e del Corpo tutto». La ferma e decisa mia istanza, l'essersi alcuni membri portati al burò presidenziale per stendere il decreto e la generale agitazione lo determinarono a porvi la firma.

Aveva io preveduto la necessità di molte copie del decreto stesso, onde spargerle fra l'insorta moltitudine; quindi dissi ai senatori, ch'erano venuti al burò, di fare delle copie, e ciò pure fu subito fatto. Pochi minuti furono impiegati per le mie istanze alla firma del decreto ed a farne delle copie, tutto essendosi rapidamente eseguito, come le pressanti circostanze richiedevano. Data pertanto la prima carta, non so bene se ad un ufficiale della Guardia nazionale o a qualche commesso del Senato, questi la presentò agli insorgenti. Tale era il tumulto e tanta l'agitazione degli animi che in Senato erano entrati alcuni della Guardia e degli impiegati, né piú si conosceva l'ordine delle sedute.

Io non uscii primo a presentare al popolo il decreto, preferendo rimanere sino a che varie copie fossero fatte. Erano concepite in brevi termini per il richiamo della Deputazione e furono in pochi momenti copiate da quei senatori che eransi presentati per stenderlo. Presa pertanto una copia, mi presentai tosto al popolo tenendo la carta colla mano alzata, onde tutti potessero vederla. Ed in vero se non fosse stato pronto il rimedio al male, il popolo, entrato in Senato, non avrebbe certamente rispettate le persone. E sebbene fossero in maggior pericolo quei senatori che furono colle voci e colle minacce insultati al loro primo ingresso, perché considerati noncuranti dell'opinione pubblica, pure nel tumulto delle offese nessuno poteva lusingarsi di rimanere salvo. L'uniformità dell'abito e la natura degli uomini tumultuanti, parte non milanesi e nel maggior numero della bassa plebe, avrebbe prodotta una generale confusione, né sarebbero stati distinti e rispettati quelli che pur godevano della pubblica opinione. Il minore dei mali sarebbe stato lo spoglio de' ricchi abiti senatorii e di tutto ciò che ornasse ed arricchisse la persona. E ne sia prova quanto avvenne in seguito come narrerò. Il presentare alla massa tumultuante le carte col decreto distribuendole fra essa ed il fermarla nel luogo ove erasi inoltrata, cioè presso la stanza anteriore a quella delle sedute, fu un solo momento. Nemmeno piú s'inoltrò: calmossi il tumultuoso grido, e passando dall'uno all'altro la lettura del decreto, rimase la turba occupata e non minacciosa. In questo frattempo uscirono i senatori dall'aula, e cautamente sfilarono fra la moltitudine per i portici lungo il muro, onde, scese le scale, uscire dal palazzo.

Io rimaneva nel luogo dove aveva mostrato al popolo il decreto, e mi ritrovai al fianco due o tre delle guardie nazionali, fra i quali certo Radaelli fornaio, ed il popolo mi circondava cosí foltamente che appena potevo muovermi. Io esortava con maniere dolci e tranquille alla quiete, quando un uomo di alta statura, il cui aspetto dimostrava non essere milanese ma probabilmente abitatore di qualche luogo del Lago Maggiore, mi si affacciò e disse: «Va bene, ma ora vogliamo Prina». Era il conte senatore Prina ministro della finanza ed in odio alla popolazione, che lo diceva duro nelle sue maniere e troppo zelante nello smungere i privati, onde impinguare il tesoro sempre bisognoso di denaro. Risposi a quella proposizione: «Prina non c'è». Ma quegli, «Evvi, disse, ed io l'ho veduto entrare nel palazzo pel primo». Replicai che Prina non vi era; insistette quelli, ed io soggiunsi: «Come! voi tutti avete tanta bontà e fede in me, poi mi credete capace di mentire? Io vi replico che Prina non c'è e che non è intervenuto».

Aveva il Presidente Veneri nel suo equipaggio qualche cosa di somigliante a quello del senatore ministro Prina, e, da quanto mi fu detto in seguito, la servitú del Presidente, quando il popolo entrò nel cortile, creduta essere quella del conte Prina, fu ingiuriata e maltrattata. Terminato quel breve dialogo fra me e l'incognito, vidi al mio lato destro il conte senatore Thiene, il quale, essendo gottoso ed essendo stato vivamente ingiuriato quando entrò nella porta del palazzo, lentamente si avviava e non senza timore. A tale vista io mi levai dalla moltitudine, che mi circondava, e, presolo sotto braccio, gli dissi: «Venite con me, ed andremo sicuri». Passai seco i portici e lentamente scesi le scale fra mezzo alla folla del popolo, il quale rimase tranquillo, e solo udivasi un moderato bisbiglio, quale suole formarsi ove molti se ne stanno discorrendo di qualche fatto. Scese le scale, fortunatamente la mia carrozza s'inoltrò alla porta grande; ma quale non fu la mia maraviglia all'atto di farvi montare il conte Thiene e di entrarvi io stesso, veggendo in essa, sebbene non fosse che di quelle dette bastardelle, fatta per due o tre persone, tre senatori ivi rifugiatisi. Erano questi i conti Carlotti, Condulmer e Massari. Rimase in sospeso a tal visto il conte Thiene, e non senza timore; ma io presolo sotto braccio ed aiutandolo: «Salite, dissi, che in qualche modo ci entreremo tutti due». Montammo infatti, adagiandoci come potemmo; uscí dal palazzo la carrozza, ed il popolo gridando «Bravo Verri, evviva Verri» seguiva la carrozza correndo. A questa vista mi venne primieramente in pensiero di andare alla casa paterna situata dirimpetto al Monte Napoleone, e però vicina; cosí ordinai al cocchiere, lusingato che, quando fossi in detta casa, il popolo si sarebbe ritirato. Accortomi però subito della falsità di questo consiglio e del pericolo che anzi il popolo entrasse in casa disturbando la domestica tranquillità, mi appigliai a piú savio suggerimento, ed ordinai al cocchiere di andare alla mia abitazione posta in casa Cavenago nella contrada de' Cavenaghi, prendendo la via del Fòro, ed accelerando la corsa entrare nella porta che appunto guarda il Fòro. Cosí fu eseguito, e stancandosi il popolo per l'accelerato corso e per la piú lunga strada, entrai in casa non piú seguitato da alcuno. I senatori, che meco erano, mostravansi sbigottiti assai, ed il conte Carlotti, uomo verboso secondo il costume de' Veneti, ed al cui aspetto ministeriale e personale compostezza nel dire poco corrispondeva la precisione delle idee e la saviezza del consiglio: «Io non so, disse, come mai accada tanto tumulto,» soggiungendo alcune altre parole in dimostrazione della sua maraviglia per ciò che accadeva. Alla quale proposizione io non potei trattenermi, ben conoscendo il soggetto per adulatore, ed illimitato, di chiunque abbia autorità, ed essendo stato informato delle pratiche da lui tenute preventivamente alla seduta del Senato del giorno 17, nella quale fu proposto con tanta irregolarità quel fatale decreto. Era egli fra' pochi Senatori col conte Paradisi di piena intelligenza; aveva scritto un viglietto al conte senatore Luigi Castiglioni, mio nipote, per interessarlo a secondare quello strano progetto di decreto, con tanta oscura irregolarità proposto al Senato. Gli dissi pertanto, non senza molta emozione: «Voi dovete tacere, giacché è noto quanto preventivamente avete fatto, dando mano ad un piano insensato col quale volevasi dal Senato ciò che in nessun modo era ammissibile, proposto in que' termini e tutte nascondendo le circostanze. A questa malaugurata condotta di alcuni pochi debbesi attribuire tutto il disordine». Fu questo mio rimprovero esposto con qualche vivacità, che le circostanze naturalmente eccitavano; ed egli tacque. Giunti in casa, spedirono i senatori, che meco erano, per avere gli abiti di semplici cittadini, i quali giunti, se gl'indossarono e partirono. La servitú di mia casa mi disse che essi erano tremanti e pallidi; io non li vidi in quel frattempo, essendomi io pure ritirato per spogliarmi e vestire il frac, e portarmi subito dal Gran Cancelliere Melzi.

Era egli sdraiato su di una duchesse, incomodato fortemente dalla gotta. Siccome il messaggio al Senato, come dissi, era stato spedito da lui, né il pubblico lo ignorava; cosí egli era esposto alla popolare insurrezione e in grave pericolo. Narratogli pertanto quanto era occorso, egli mostrò qualche disapprovazione sul mio operato, quasi troppo avessi secondata l'indiscreta domanda popolare. Insistendo però io sulla totale mancanza di forza, sulla violenza del popolare fermento e delle palesi minacce, rimaneva egli silenzioso e probabilmente non persuaso. Io però non desistetti, e piú instai molto sul pericolo suo personale, persuadendolo a farsi trasportare altrove; al che egli non volle aderire. E qui non è fuori di proposito rammentare ciò che fu in seguito costantemente detto; cioè che il popolo, partendo dal palazzo del Senato, si rivolgeva verso Porta Nuova, dov'era la casa del Gran Cancelliere Melzi, e che il conte F. Confalonieri, ciò vedendo e ritrovandosi nella folla, gridasse meglio essere dirigersi verso San Fedele, ché ivi era la casa del ministro Prina. Dicesi che a questo detto il popolo, cangiata direzione, si rivolgesse verso San Fedele.

Ma prima di continuare non debbo tacere, ritornando a quanto concerne il Senato, che, partiti i senatori, il popolo entrò tumultuariamente nella sala del Corpo, nella segreteria e nelle altre stanze, tutto guastando, insultando il ritratto di Napoleone, stracciando e trasportando le carte e tutto distruggendo il mobiliare e le finestre e quanto vi si trovava.

Ripiglio ora l'avvenuto presso il Duca di Lodi, Melzi. Mentre io seco dialogava, inutilmente procurando persuaderlo sulla vera natura delle circostanze, furono annunciati due o tre senatori, che, se la memoria di quei tumultuosi e rapidi eventi non mi inganna, erano il conte Cavriani ed il conte Veneri Presidente. Questi, riferendo l'occorso, ed io con essi secondando, tanto dissimo che il Duca di Lodi incominciò a persuadersi essere le cose spinte a tal punto che sommamente interessavano l'attenzione di qualunque non fosse affatto privo di senno. Fra le molte cose parlarono essi del pericolo nel quale era il senatore Prina: il che era confermato da quanto io in proposito aveva di già detto, sulla domanda che di lui erami stata fatta con quelle energiche parole dettemi al Senato: «Va bene, ma noi ora vogliamo Prina». Mosso pertanto il Duca Melzi da quanto udiva, disse che bisognava scrivere subito a Prina un biglietto per avvisarlo di porsi in salvo. Cosí, ma troppo tardi, perché tale era il fatale destino del Regno, quell'ottimo e perspicace uomo incominciò a persuadersi essere la cosa pubblica in grave pericolo. Che se egli mi avesse prestata fede dopo la convocazione del Senato del giorno 17, non avrebbe permessa la seconda del 20 ed avrebbe provveduto alla pubblica sicurezza. Si pensò subito a prevenire il ministro Prina; ma troppo tardi, come si vedrà in seguito.

Partito che fui dal Duca di Lodi e giunto alla mia casa, ritrovai un commesso del giudice di pace Banfi, che mi disse essere quel giudice premuroso di parlarmi e che a momenti sarebbe giunto. Mi trattenni pertanto nel portico senza montare le scale e pochi momenti dopo venne il giudice. Dissemi aver bisogno di me, ed instò perché mi portassi seco alla casa del ministro Prina, ove il popolo si affollava minaccioso. Credeva egli essere questo il solo e piú prudente partito per sedare il tumulto, ragionando su ciò che al Senato era accaduto e supponendo che il popolo non si sarebbe inoltrato di piú quand'io mi fossi presentato. Ma non trovandomi io piú in abito di senatore, ma vestito nel modo consueto e comune, non credetti dovermi esporre con troppa facilità. Instando però egli e dicendo non esservi che io nel quale fondar si potesse la speranza di calma, risposi: «In Senato, appartenendo al Corpo, ho fatto quanto esigeva il dovere di buon cittadino e di zelante magistrato; ma l'inoltrarsi nella folla del popolo in abito comune, poco conosciuto di persona per il genere di vita già da vari anni impostomi dalla sempre debole salute, sarebbe imprudente cosa ed inutile. Pure, disposto a tutto ciò che in qualche modo possa contribuire a togliere i disordini, ella si compiaccia di andare alla casa del Comune qui vicina, e ritorni con due ufficiali della Guardia nazionale, i quali possano ad alta voce dire chi io sia, e tosto verrò». Partí il Banfi pronto a seguire il mio consiglio; poi credette inoltre andare egli stesso al luogo del tumulto, che ritrovò giunto a tal segno da togliere ogni speranza.

Aveva il popolo furiosamente invasa la casa del Ministro ed i piú facinorosi e feroci suoi nemici tanto fecero che lo ritrovarono nascosto e con obbrobrioso vilipendio strascinaronlo per la strada percuotendolo ed ingiuriandolo. Nessuna forza pubblica si oppose a quei forsennati, che pochi soldati a cavallo avrebbero fugati e dispersi. In questo tumultuoso movimento, non so bene in qual modo accadesse, il Ministro fu ricoverato nella bottega o casa di un pizzicagnolo, situata sull'angolo della contrada detta alle Case Rotte, di contro al Gran Teatro e poco discosta dalla casa del Ministro. Ivi si portò il generale conte Pino, il quale, stanco, ansante e malamente sostenendosi della persona avrebbe voluto poter salvarlo, esortando alla calma il popolo; ma quel suo qualunque tentativo fu del tutto inutile. Il popolo frattanto minacciava d'incendiare la casa e tale fu l'impeto e la decisione delle minacce che l'infelice Prina fu abbandonato al popolare furore, dal quale ebbe a soffrire insulti crudeli e percosse di ogni genere. Chiedeva egli pietà, ma sordi erano quelli arrabbiati sicari; chiese pur anche di un confessore, e credo gli fosse concesso; poi cadde vittima dei replicati colpi di bastone, de' pugni e de' colpi delle ombrelle. Fu il suo cadavere strascinato per le pubbliche strade con torce accese ed oltraggiato, poi dalla Guardia nazionale ricoverato nella casa della città detta il Broletto. La celerità e la violenza di quanto seguí in questa orrenda scena sono degne di maraviglia. In brevissimo tempo tutta la sua casa non solo fu saccheggiata e spogliata dei mobili, ma tutta guasta ed in parte distrutta. Le tegole, le ferrate, i sassi che ornavano le finestre non poterono rimanere immuni dalla popolare rabbia e sfrenata rapacità; ed in poco tempo era l'aspetto di quella casa non diverso da quello di una distrutta da forte incendio o da violento terremoto, anzi piú, perché rimasero le finestre spogliate delle ferrate e de' sassi che le ornavano.

Vuole la fama che i principali attori di questo memorando e infelice evento non fossero cittadini milanesi, ma gente del Lago Maggiore, regione nella quale l'infelice Ministro avea molta corrispondenza. E serva questa popolare malvagità a dimostrare qual via di mezzo debbasi seguire dai grandi magistrati, allorché il popolo gli si rende avverso; imperocché, se la viltà d'animo nell'adempire ai doveri della carica è biasimevole e degna di sommo rimprovero, non lo è meno, né meno pericoloso, il troppo disprezzare la pubblica opinione. Non ignorava il Ministro ciò che di lui si dicesse e si opinasse, ma egli imprudentemente dispregiando il pubblico clamore andava per la città a cavallo, come se nulla vi fosse a temere, onde molti ciò riguardavano quale ingiurioso insulto. E tanto piú perché era noto, e molti ne parlavano ne' pubblici caffè, essere egli stato da alcuni giovani minacciato in queste sue cavalcate. Narrossi che alcuni di questi, seguendolo da vicino e mostrando discorrere fra loro, si esprimessero in termini ben chiari e con voce spiegata, essere ormai giunto il tempo di disfarsi dei cattivi ministri, privandoli di vita. Ma l'avverso destino, che tutto combinava alla distruzione del Regno ed alla ruina della capitale, volle anche offendere questa nella fama. Imperocché mentre la popolazione milanese erasi sempre meritata e goduta l'opinione di saviezza e di bontà, fu essa deturpata da quella feroce tragedia, alla quale troppo imprudentemente si espose quell'infelice, e col suo contegno in pubblico e coll'essersi rifiutato in quello stesso giorno alla fuga apparecchiatagli da' suoi benevoli, che inutilmente lo esortavano pochi istanti prima dell'accaduto a fuggire con una vettura che già avevano pronta.

Grande era il fermento nella città; ed il popolo tumultuante, colla plebe avida di tumulto e di saccheggio, minacciava grandi disastri. Unissi pertanto presso il podestà, che era il conte Antonio Durini, il Consiglio municipale, il quale determinò doversi fare un Governo provvisorio e doversi invitare l'unione de' Collegi elettorali, i quali pensassero a richiamare la calma con piena autorità. Questo era il solo mezzo che rimanesse, piú non v'essendo chi rappresentasse il Governo. Il Principe Viceré era a Mantova coll'armata; il Ministro dell'Interno, partito per quella città quando intese ciò che accadeva intorno alla casa del Ministro Prina; nessuna forza militare che bastasse all'intento; il Senato, dopo ciò che era seguíto e dopo il sacco della sua residenza, nulla poteva, e non sarebbe stato opportuno. Sette onesti cittadini furono pertanto nominati dal Consiglio comunale per formare una Reggenza di Governo composta di persone che o per qualità di nascita o per esperienza negli affari avessero favorevole la pubblica opinione ed accetti al pubblico. Furono questi il conte Giberto Borromeo, conte Alberto Litta, conte Giulini figlio, Bazzetta consigliere, conte Mellerio, conte generale Pino, ed io con essi.

La sera di quello stesso giorno io ricevetti la lettera di nomina, coll'invito di portarmi la seguente mattina al palazzo di città, onde concertarci su quanto occorresse fare. Frattanto, minacciando il popolo, con non equivoci schiamazzi e con il frequente mormorare de' crocchi, di tutta porre in sconvolgimento la città, saccheggiando la pubblica Dogana, la Zecca ed alcune case de' ricchi designate a scopo dell'odio, della vendetta e del saccheggio; i possidenti, i negozianti e tutte le oneste persone si armarono in Guardia nazionale, che fu in breve tempo, sotto il comando di Don Annibale Visconti, capo di essa, ridotta a ragguardevole numero e distribuita ove il bisogno lo richiedeva. E lo stesso Duca di Lodi, che troppo avea neglette e disprezzate le turbolenti circostanze, mosso finalmente dal timore, mi scrisse un biglietto acciò si pensasse alla sua difesa. Infatti, abitando egli vicino alla Zecca, fu ivi spedito un corpo di Guardia nazionale, che entrambi difendesse da qualunque attentato.

La mattina seguente, cioè il 21 aprile, mi portai al palazzo di città, ove eravi il conte Durini podestà, il conte Gian Luca della Somaglia presidente del Consiglio comunale, vari consiglieri, e dove si unirono i sette invitati a formare la Reggenza. Varie cose confusamente si trattarono; ed in quanto al luogo dove porre si dovesse la residenza dell'interinale Governo, io opinava risiedere nel palazzo stesso della città, sembrandomi inconveniente la sede del palazzo di Corte, sebbene ivi sempre, nella varietà dei governi, risieduta fosse la pubblica governativa rappresentanza. Sembravami anche, in vista di vedere nominati al Governo sette nobili, prudente cosa e atta a cattivare la popolare opinione, l'astenersi da tutto ciò che potesse dar motivo d'invidia e di mormorazione. Ma quel fabbricato non offriva l'opportunità del sito. Fu dunque all'istante determinato che ci portassimo al palazzo reale, ma che, rispettando gli appartamenti reali, ci ponessimo ove solevano unirsi i Consigli legislativi e degli elettori. Tale fu il mio parere, che fu adottato. Trattavasi del modo col quale il nuovo Governo dovesse passare dal palazzo di città alla fissata residenza; e fu stabilito che, per illuminare il pubblico sulla presa determinazione e per procurare la calma con apparenza pubblica, dovessero i componenti la Reggenza andare a piedi con alcune guardie nazionali e con vari ufficiali di essa, i quali ad alta voce nominassero le persone nostre, esortando alla quiete ed alla fiducia nella saviezza e nella probità degli individui nominati. Partita quindi la Reggenza in questo modo dal palazzo di città, si avviò al luogo stabilito, alto gridandosi dagli ufficiali nazionali i nomi degli eletti ed esortando il popolo alla fiducia in essi. Era il cammino per la quantità degli uomini affollatissimo ed i balconi pieni di gente, come suole accadere nelle pubbliche feste. Giunti alla residenza e dovendosi fra noi eleggere un presidente, vollero i miei compagni ch'io ne avessi l'onore, né mi giovarono i motivi da me addotti, e singolarmente la poca mia salute, per disimpegnarmi.