Capitolo XXI.

LA MODA DEGLI UOMINI.

Le fogge per gli uomini, tolte piccole modificazioni, rimanevano sempre le stesse, e per oltre mezzo secolo inalterate. Si guardino un poco i ritratti del tempo in un salone magnatizio d'oggi, e si troverà la eterna parrucca incipriata, il magnifico giambergone (divenuto traslato non sempre serio nella giammèrica) dalle candide e pieghevoli manichette con dentelles, mutabili ad ogni tre o quattro giorni, con il profuso panciotto che slarga in basso, e con calzoni di raso attaccati a mezza gamba, là dove li raggiungono eleganti calze di seta446 uscenti da scarpine ornate di lucentissime fibbie d'oro o d'argento.

Chi poi avesse veduto questi signori per le strade, a passeggio specialmente, avrebbe rilevato sopra la parrucca un cappello a tre pizzi trinato e indorato, che la [pg!321] jattanza affidava talora ad un creato, ad uno dei creati usi a tener dietro al padrone447.

Nobili e civili andavano armati di spadino.

Quest'arme fino al 1782 era comune anche alla bassa gente. Dopo l'omicidio commesso nella processione della Madonna Assunta, del quale abbiam fatto cenno448, essa venne severamente proibita, e si volle che per lo avvenire «niuno degli artisti e degl'individui delle maestranze che esercitano arti meccaniche, servitori di livrea, eziandio qualora non vestono livrea, e qualunque altra persona del volgo inferiore, possa da oggi (26 dic.) innanti portare al fianco o in altra guisa spada di qualunque misura e forma, sciabole, sciabolette, guardafreni, squarcine o altro genere di arme, ancora quando fossero vestiti di giamberga, sotto le pene contenute nel bando proibitivo delle arme»449.

Contro questa disposizione si levò un vero putiferio. Le stampe attaccate nei soliti luoghi per la affissione, vennero stracciate dai maestri, e riattaccate sotto i sospettosi occhi della Polizia; la quale, sorpreso nel momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo, lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E perchè il Console degli spadai si presentò al Vicerè per dirgli in un memoriale i danni della nuova disposizione per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così mala maniera che il console ne rimase sconcertato450.

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Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure, a compimento della moda, un bastone, il cui manico con fiocchi di seta e d'oro, avea sovente un valore cospicuo.

Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto pendevano, percotendo a destra ed a sinistra del ventre, due meravigliose catene451 con ciondoli preziosi e con orologi. L'uso nobiliare chiamava mostra (franc. montre) l'orologio: e di orologi si faceva sfoggio singolare. Basta leggere il seguente avviso pubblicato nell'unico giornale palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti, dei quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro sopra striscia blò, come lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa pure la chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà, anche per via di confessione, allo orologiaio sotto la casa del sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia». Probabilmente il proprietario sarà morto col desiderio di pagare quella mancia.

Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una nuova ma breve, per aberrazione della gioventù, ne sorgeva infra l'ultimo ventennio del secolo: effetto di una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica invase quanti dispettavano il vecchio costume. [pg!323]

Costoro, professandosi devoti al bon ton, presero a seguire rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano abito scuro; calzavano pantaloni di pelle e stivali, e sui capelli rialzati piantavano un cappello tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto bastone, ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era delitto per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni della loro società. Un d'essi, che, dimentico un giorno della parte che rappresentava, si abbandonò alla natural sua vivacità in una conversazione con un forestiere, ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio, il suo interlocutore.

Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria doveva esser molto semplice. Uno che fu sorpreso con merletti in quella, ne fu subito severamente punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo, gli si avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono tranquillamente come se nulla fosse stato.

Di sì strano episodio nella storia del viver nostro nessuno, altro che Bartels, ne diede mai notizia; il quale riflettendovi sopra maravigliato aggiungeva: Io spero che questa mania, così contraria all'indole del popolo, non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe un essere pesante ed incivile. Disgraziatamente, questo esempio ha prodotto i suoi effetti nel popolo: e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere: «Così fanno pure gl'Inglesi»452.

I seguaci della pazza usanza si chiamavano intonati: [pg!324] e 'ntunatu nel dialetto siciliano resta anche oggi a denotare persona che stia sul grave, o che affetti di non conoscere e di non sapere.

Ripigliamo il discorso del costume generale. Una reazione nacque anche tra gli uomini, come l'abbiam veduta tra le donne; e causa ne furono i rivolgimenti di Francia, echeggianti nelle principali città del Continente e per esse in Napoli.

Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva al Principe di Castelcicala, Ministro in Napoli, un secreto rapporto sulle nuove maniere di vestire in Palermo, e chiedeva un apposito rescritto sovrano per essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è stato trovato, dice così:

«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi da S. M. risoluta, ed ordinata in codesta Dominante la riforma del vestire, e di certi tratti esteriori, inconvenienti alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente caro che la M. S. si degnasse di far qua arrivare, e pubblicare la stessa Legge; perchè lo stesso disordine si è qui da qualche tempo introdotto, ed è allignata, e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire e dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi, che non può tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo, (e quantunque si procuri coonestare come semplicità di animi, pure fanno sospettare fellonia di cuori fazionarj e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre, che dichiarandosi e infami e irregolari, si permette talora un'ostentazione sì smodesta e lasciva, che non [pg!325] può rimirarsi senza orrore). Io diverse volte me ne sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono giovati nè i miei risentimenti, nè le mie ammonizioni. Sarà perciò proprio delle paterne cure di S. M. di trovarsi riparo a questo disordine, e di prefiggervi pronto ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa apparenza di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno la idea del giacobinismo e dell'infame detestabile libertà.

«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza, analoga a quella, che si dice essersi costà promulgata»453.

Questa allarmante relazione non dice in che consistessero le nuove compromettenti fogge; ma da documenti posteriori si capisce subito.

Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo, non dei ricci a foglie di lattuga delle camicie, non dei ninnoli pendenti sulla sottoveste; ma di certi peli che i giovani si lasciavano crescere sul viso, abitualmente raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte, e di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi dalle ginocchia ai piedi: minacce, codeste, che facevano pensare ai pericoli che poteva correre il Regno. [pg!326]

La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta, e l'Arcivescovo D. Filippo Lopez y Royo si vide autorizzato a pubblicare: come qualmente il Re avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto e assai attualmente aumentato che la Gioventù si trasformasse con strane e singolarissime pettinature, con abiti strani e bizzarri e talvolta indecenti con iscandalo de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E lo proibiva severamente454.

Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi ai nobili che vestissero decentemente «per esser d'esempio agli altri», e moderatamente si pettinassero. «La moderazione — dicevasi — è nelle parrucche e nella cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal Presidente del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati «alla udienza in barbette» (varbitti)455.

Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando volle romperla con le velleità novatrici, e per mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva sapere al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo 1799):

«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi tuttora in questa Capitale l'abuso del modo di vestire e di certi tratti esteriori inconvenienti alla vita ed al buon costume; quando le precedenti sue sovrane risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar in sè stessi coloro che lo hanno finora costumato con poca decenza e scandalo e sommo disgusto delle persone [pg!327] serie d'ogni rispettivo ceto che ama la decenza. La continuazione quindi di questo disordine nel vestire e nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza di S. M. a darvi l'opportuno rimedio; non potendolo tollerare senza raccapriccio e ribrezzo; ed alla S. M. maggiormente rincresce il vedere nei luoghi pubblici e circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e di calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona.... nella città ove è precisa la decenza e la priorità. [E rincresce pure a S. M.] il vedere le barbette difformare le fisonomie e certe strane singolarissime maniere di coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro; li quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che in siffatto modo disdicevole, precisamente alla Nobiltà, si ardisce di andare fin anche nelle chiese». In coerenza a questo, «ha risoluto che si abolisca addirittura siffatto abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi a riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di quella decenza e circospezione, i doveri di buon cattolico e gli obblighi di fedele suddito». Finiva raccomandando la cieca rassegnazione ai sovrani voleri e minacciando ai contravventori le pene della Giustizia.

Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la promulgazione di questo bando l'ab. Cannella, da poco tornato da Napoli, dove si era ridotto dopo la sua romanzesca fuga in Francia, se la spassava col suo inappuntabile vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando meno se lo attendeva, fermato, catturato e subito relegato nel Convento dei Cappuccini456.

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I rigori crescevano man mano che la piena minacciava d'irrompere e rovinare l'edificio dell'ordine così gravemente compromesso nelle fantastiche visioni dei governanti. Il Vicario Generale della Diocesi faceva predicare da tutti i pulpiti, in tutte le chiese, contro il pericolo del nuovo costume, favorito da giovinastri refrattarî alla osservanza della legge.

Non è tutto. Il Capitan Giustiziere, Principe di Fitalia, una brutta mattina fa venire al suo Palazzo presso S. Anna tutti i parrucchieri e tutti i sarti della città; e in termini severissimi ordina loro che non s'arrischino più a tagliar capelli in modo da coprir la fronte, e di cucire calzoni lunghi: pena il carcere e la frusta; e che denunziino senza indugio all'Autorità gli sconsigliati che cercassero l'opera loro per l'una e l'altra foggia condannata dai sovrani voleri457.

Rinunziamo alle malinconiche riflessioni che s'affacciano in chicchessia per provvedimenti così insensati; e passiamo ad un fatto col quale si chiudeva il secolo dell'Ottantanove.

È la sera del 18 gennaio 1800. Ferdinando con la reale consorte è al teatro S. Cecilia, pieno zeppo di spettatori. Il fiore della Nobiltà occupa tutti i palchi; i civili, le gradette, la platea. Delle dame della Regina neppur una manca. Parrucche candidissime (solo di uomini!) si muovono in mezzo a toupets tempestati di gioie, fulgide sotto la grande lumiera che pende dalla volta e per mille candele di cera di Venezia piantate intorno alla impalcatura. Ed ecco farsi innanzi pettoruto [pg!329] verso la platea un giovane sui trent'anni. Un improvviso scatto del Re rivela qualcosa che deve averlo inattesamente colpito. Egli ordina che si faccia venire alla sua presenza questo giovane.

— «Chi sei?» gli chiede concitato e con la sua solita voce altisonante, appena se lo vede innanzi.

— «Francesco Perollo da Cefalù, suddito fedele di V. M.».

— «E tuo padre»?

— «Emanuele Perollo, Cavaliere Costantiniano ed ex-Senatore di Palermo».

— «Ed hai l'ardire, villanaccio impertinente, di comparire in pubblico con quei capelli sulla fronte e con quei pantaloni fino ai piedi»?

Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere; e tosto, ad un brusco cenno del Re, vien preso da due birri e portato via in lettiga al carcere.

Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere, ripetuti squilli di tromba chiamavano la folla dei curiosi. Il boia lega al cavalletto Francesco Perollo, reo di moda sediziosa, gli recide con forbici il posticcio codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente per terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già dei nobili e dei civili, come avrebbe dovuto essere, ma, per onta maggiore, dei plebei, alla Vicaria458.

La patria era salva!

Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando nutriva la più fiera avversione ai pantaloni [pg!330] ed alle fedine, ed un vero culto al codino naturale ed alla cipria.

Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo che se ne allontanò per sempre, egli vide un terrorista, un repubblicano esaltato in qualsiasi partigiano della nuova moda francese; e sovente ordinò la berlina dopo la violenta, completa rasura del viso e del capo.

Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello del Principe di Scilla. Incitato a ballo dal Principe di Trabia a Mezzo Monreale, costui, bello com'era della persona, si presentava con grandi barbette e coi neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore fedele del suo Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando patria, beni, famiglia, dovevano esser ragioni più che forti per metterlo al di sopra di qualsivoglia sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re, presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le fedine e, tira, tira con quanta avea di forza come per istrappargliele, gli grida, con voce stentorea: Porco, briccone! E se non fosse stato per la Regina, la quale corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto!459

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