Capitolo XXIII.

LUTTI DI CORTE, DI NOBILI, DI CIVILI, DI PLEBEI; SCENE MACABRE.

Le feste ed i lutti della Corte eran feste e lutti della Nobiltà; e siccome di occasioni liete e tristi non era penuria nella Corte di Napoli, feste e lutti si alternavano con frequenza di forme stridenti. Carolina regalava ogni anno o due un figlio all'augusto marito, un padrone ai sudditi fedeli; e bisogna riflettere che questi regali andavano celebrati anche negli anniversarî, e che il Principe ereditario, in età da prender moglie, presala, avea anche lui i suoi figliolini, i quali non potevano passare inosservati. Or se si consideri che la Casa Borbone, emanazione di quella paterna di Spagna, era imparentata con la Casa d'Austria-Ungheria, con quelle di Toscana, di Portogallo e con altre regnanti in mezza Europa, può immaginarsi quante volte all'anno dovesse il Castello issare la bandiera, il Duomo sciogliere le sue campane, la Curia intonare i suoi Te Deum, le fortezze della città sparare i loro cannoni; e con tutto questo le truppe fare le loro mostre, i nobili accorrere al baciamano di giorno ed ai ricevimenti di sera. E non mettiamo in conto gli arrivi e le partenze dei Vicerè, [pg!340] gli onomastici ed i compleanni loro e delle Viceregine: salvo che non si fosse scapoli, come il placido Marchese Fogliani, l'arcigno Marchese Caracciolo, il dabben Principe di Caramanico.

Diremo altrove delle feste d'altro genere; qui accenneremo soltanto ai lutti.

Feste e lutti venivano, le une avvisate, gli altri intimati con ispeciali inviti che, come abbiam detto e diremo, si sdoppiavano: uno, p. e., del Capitan Giustiziere ai cavalieri, uno della Capitanessa alle dame. Basta leggere codesti inviti o partecipazioni per formarsi un'idea del lutto che si dovesse prendere:

La Marchesa di S. Croce Capitanessa
nell'atto di riverirla, le fa sapere
di essere arrivata a S. E. con Dispaccio Reale
in data de' 24 dello scaduto Febrajo [1781]
la morte472 seguita della Reggina vedova di Portogallo
ed avere la Reggina Nostra Signora
preso il lutto per mesi quattro due stretti,
e due più larghi,
che corsero dalli 18 dello stesso Febbrajo;
perciò S. E. Signor Presidente del Regno
ha determinato
che lo stesso si prattichi in questa Capitale
da tutte le Signore Dame,
e con pieno ossequio le si rassegna.

Se la morte era di persona della Famiglia reale, il bruno doveva essere intero, completo, fino alla mancanza della inevitabile cipria alle parrucche e delle dentelles alle maniche delle giamberghe. Così fu per [pg!341] la morte della Imperatrice Maria Teresa, madre della Regina, notizia per la quale fu mandata in giro (6 febbr. 1783) un'elegante circolare in questi termini:

Il Marchese di S. Croce Capitano Giustiziere
nell'atto di riverirla distintamente le fa sapere,
che dovendosi celebrare nel Duomo
per nove giorni continui l'Essequie, e Funerale
per la morte dell'Imperatrice Regina
Madre della Regina N. S.
cominciando dal giorno 16 del corrente
per tutti li 24 dello stesso;
perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,
ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno
abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:
ed in detti nove giorni
vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti473
e con pieno ossequio si resta.

Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma la Nobiltà c'era abituata, e, se si toglie l'incomodo della levata mattutina, che po' poi non era grave, non essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad esequie finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto un dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.

Alle dame, per la medesima ragione, era stata spedita per via di lacchè altra partecipazione consimile a nome della Capitanessa Marchesa di S. Croce.

Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente alla Famiglia regnante; ma per decessi di personaggi che in Sicilia nessuno conosceva, e che solo l'aristocrazia [pg!342] avea sentiti nominare nell'annuo Notiziario di Corte del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva; e quando una volta un signore credette di potervi derogare, e tenne una festa da ballo, il Vicerè lo mandò subito in prigione, scandalizzato che durante un lutto ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino in casa sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che era stato sempre una buona persona, dovette prendere un mesetto di Castello.

Questa commedia del lutto veniva a stancare; perchè, o bisognava privarsi di qualunque divertimento pubblico e privato, o smettere il bruno: due cose che non istavano bene e che conveniva guardarsi dall'affrontare. Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli, che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto, e così abbrunate recavansi a teatro, che, a buoni conti, avea vita per esse. Alla medesima maniera andavano alle deliziose adunate della Marina ed alle funzioni di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la trovata dava troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto vedeva, e non poteva permetterlo, per mezzo della moglie del Capitan Giustiziere faceva un giorno sapere come qualmente queste contraddizioni non potevano passare inosservate, e che se si voleva prender parte ad una festa e si era in lutto, non bisognava profanare il dolore. La Capitanessa, col suo superbo stemma inquartato a capo d'un biglietto e con la corona marchionale, notificava l'ordine caraccioliano: [pg!343]

La Marchesa di S. Croce divotamente riverendola,
le partecipa che intesa S. E. Sig. Vicerè,
che alcune Dame nella occorrenza delle Feste Reali,
come di parto della Regina, ed altre
non lasciano di comparire vestite a lutto
ne' luoghi pubblici,
e nei Teatri s'è servita con biglietto delli 7 corrente
incaricarla di far avvertire le Signore Dame,
che sotto pena della Reale Indignazione,
non si facciano vedere
vestite a lutto ne' pubblici Luoghi, e Teatri
in simili occasioni,
e volendo in essi comparire, lasciar dovessero il Lutto;
e perciò in adempimento di tal comando,
glie ne passa il presente Avviso
pella dovuta esecuzione e regolamento
e con dovuto ossequio se le rassegna.

Le dame non se la presero calda, come, per dovere d'ufficio, dovea dare a vedere di prenderla la moglie del Giustiziere, e come, per eccessiva servilità alla Corte, fingeva d'averla presa il Vicerè. E, discorrendone tra loro, tutte vi fecero sopra le loro argute osservazioni.

Tolti codesti incidenti, il lutto signorile procedeva, non diremo sulla falsariga, ma in ragione della vecchia etichetta, e molto davvicino alle prammatiche del Regno. Da anni ed anni il Governo non avea fatto altro che dibattere il chiodo del 1737, cioè che bisognava vestire così e così, senza arbitrarie innovazioni; ed ultimamente (1775), infastidito della rilassatezza nella quale si era caduti, volle ribatterlo più fortemente ancora, ricordando come dovesse vestirsi non solo dai nobili, ma anche dagli altri ceti, in occasione di morti. In quel bando del Vicerè Colonna gli eruditi riconosceranno una delle solite leggi sontuarie: noi invece vediamo una delle tante manifestazioni della vita d'allora, così diversa [pg!344] dall'attuale. Molti faranno le grandi meraviglie che il Governo s'immischiasse anche nel vestire di lutto o penetrasse nelle case per dire alle famiglie: «Queste si può fare; quest'altro non si deve fare!». Ma dovranno pure persuadersi che la ragione di ciò è nei tempi, che consigliavano disposizioni di quel genere, estese anche alle fogge per nascite, per nozze, per morte e per altre circostanze e condizioni della vita ordinaria.

Spigoliamo, adunque, nel largo campo aperto dal bando del 1775; ma nel far ciò, asteniamoci dal manifestare qualunque osservazione possa affacciarsi alla nostra mente. Le osservazioni sarebbero molte, e ci distrarrebbero dall'argomento.

Il Vicerè ordinava:

«Per le morti delle persone reali gli uomini possano portare le giamberghe nere di panno o bajetta, ed in tempo d'està di stamina (stamigna), e le donne vestir di laniglia o cattivello (filaticcio), dovendo durare il lutto per mesi sei. Con che però, alle famiglie de' vassalli, di qualsivoglia stato e condizione che siano i lor padroni, non si permetta portare lutti per morte di persone reali, poichè bastantemente si manifesta il dolore di tanta universal perdita colli lutti de' loro padroni».

Il medesimo ordinava per la morte dei nobili, dei Consiglieri di Stato, dei Cavalieri di S. Gennaro e del Toson d'oro, dei Grandi di Spagna. Ai visitatori, anche non parenti, consentiva pel solo primo giorno della morte, non ancora sepolto il cadavere, il lutto, «permettendo anche alle vedove il portar per uso proprio le fittuccie (nastri) a loro arbitrio».

Inoltre «che nelle case di lutto i parenti di qualunque [pg!345] grado, ed anche del marito e moglie, non possano tenere le finestre delle stanze chiuse, ma totalmente aperte. Che la sera non si possano tenere lampadi, ma candele, non meno di due, nella stanza ove si ricevono visite; e le donne per la morte dei mariti possano stare in casa soli tre mesi; e per padre e madre, figlio o figlia, nonno o nonna, suocero o suocera, genero o nuora, giorni nove; e per zii, zie e cugini carnali non possano aprir lutto in casa, ma solamente vestirlo per giorni nove.

«Che nelle case di lutto, ancorchè il cadavere sia sopra terra, solamente si possa coprire il suolo della camera, ove le vedove o vedovi ricevono le visite di condoglianza, con mettere li portali (tendine) neri alle porte o finestre, e questo per giorni nove, proibendosi, in qualunque altro lutto, che non sia come sopra, di marito o moglie, li panni neri o morati, senza poterne giammai parare di nero le mura».

E poichè chi più poteva spendere, più largheggiava nella erezione di altari e nella pompa dei ceri innanzi il morto, il bando consentiva un altare e solo dodici lumi; e circa i mortorî: che essi non dovessero sonarsi fuori la parrocchia del defunto o la chiesa della sepoltura, fosse essa d'una confraternita, fosse d'un convento; e che l'associazione ecclesiastica non uscisse dalla cerchia della medesima parrocchia e dei medesimi frati e consocî della confraternita.

«Che le parti ed eredi del cadavere non possano dare a' sudetti regolari e confratelli, che interverranno all'associamento in forza del loro invito, nè costoro ricevere e portare alle mani se non se una candela, [pg!346] che al più non ecceda il peso di once tre: e per qualunque difonto o difonta di qualsivoglia stato, grado e condizione, che fusse, non possa eccedere il numero di cinquanta candele».

C'è egli dubbio che, a ragion di lusso o di pompa, ai processionanti si dèsse più d'un cero, sì che il numero giungesse all'infinito?

«Che li baulli o tabuti, (bauli o casse) ne' quali si portano ad interrare li difonti, non siano coverti di drappo d'oro, argento o seta, ma di bajetta o panno, o di altra sorte di lana, con color nero o morato, per essere sommamente improprii tutti gli altri colori, e solo si permette il terzanello di colore; senza oro ed argento, e non altro, per li baulli seu tabuti di figlioli (bambini), che muoiono prima di uscire dall'infanzia, sentendosi del pari ne' sudetti interri, in vigor del presente bando, generalmente vietato checchessia altro mondano somiglievole fasto.

«Che per qualsivoglia lutto, ancorchè sia della primaria nobiltà, non si possano portare carrozze nere o sedie di mano (portantine) di drappo nero o morato, o di qualunque altro colore, che dinotasse lutto, nè tampoco usarsi qualsivoglia altro lusso»474.

A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori: e le pene erano minacciate con tanta severità che nessuno dubiterà della ferma intenzione del Vicerè di farla finita coi contravventori. Si trattava nientemeno di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno [pg!347] di carcere e di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia altra persona. Per le donne maritate, la pena sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove, si sarebbe esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli di famiglia, dai genitori.

A ben comprendere le inibizioni di questo bando bisognerebbe riportarsi ai vecchi eccessi che turbavano la società, e soprattutto alle teatrali ostentazioni di dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli, mariti e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano in nero; di nero si coprivan le pareti; si capovolgevano seggiole e deschi; sparecchiate si lasciavan le mense; buio pesto regnava nelle stamberghe, nelle camere, nelle sale, rischiarate appena dal debole chiarore di qualche lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni se per poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale, di capi di famiglia. Aggiungi altre esteriorità create e mantenute dalla vanità e dalla jattanza, come il tramutamento in nero di qualunque colore di fornimenti di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze, e sedie portatili e perfino lettighe padronali se si fosse stati nella imprescindibile necessità di andare a udir messa (dovere che i Sinodi diocesani richiamavano sempre, condannandone l'inadempimento), o di recarsi da un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di essa, o nel vallo, o più oltre ancora475.

Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto ancora il morto per cui il bruno andava preso. [pg!348]

Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi alla possibilità d'una morte apparente. Questa possibilità turbava qualche persona d'allora; ed il prof. Hager, che un giorno vide dentro il coro dei Cappuccini, chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi strappata al desolato sposo, e che provò un grande raccapriccio scorgendo innanzi le fosse della chiesa dei giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i compagni di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente del Regno, il quale non se ne commosse nè molto nè poco476.

Le più strane costumanze s'incontravano nei due ceti estremi, la Nobiltà e la bassa gente.

Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità che voleva attestare quanto grave fosse stata la perdita. Quale la vita, tale la morte. Lo splendore del palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove i funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si facevano partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime ore, ai suffragi, con centinaia di messe e con migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa del cadavere, immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei curiosi. Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito sfarzoso come per una festa mondana, la fredda salma non istava, come d'ordinario, a giacere, ma seduta quasi per mostrare l'esser suo477.

Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese chi non abbia familiarità con le tante sopravvivenze [pg!349] etniche dei popoli, descritte dai moderni critici della civiltà.

Nel popolino la più comune era quella delle reputatrici, donne prezzolate, che esercitavano il triste mestiere di piangere sui morti, urlando nenie, strappandosi i capelli. Un parroco della città ne fu testimonio pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava in mezzo alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene, dice il Santacolomba, mi è accaduto sentire qualora m'è toccato d'assistere a ben morire ai pescatori della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche»478.

Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune che più non si sarebbe potuto trovare in inculti casali e in centri civili dell'Isola.

Sotto la data del maggio 1775, nel solito Diario del Villabianca si legge: «Sul cominciare di questo mese cessar vedesi la costumanza di esporsi i cadaveri dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade della città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime e per la spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati dell'Opera della Misericordia. Ciò venne ordinato dal Senato, non solo per dar favore alli confrati della chiesa di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non funestare i cittadini con quella luttuosa mostra479».

[pg!350]

La breve notizia è un guizzo di luce nel campo non del tutto esplorato del costume. Come dev'essere stato orribile, andando per la città, vedere nei posti più frequentati, fermi e circondati di curiosi, cataletti, con sopravi figure contraffatte di uomini e di donne in attesa di chi offerisse l'obolo per le spese del seppellimento!...

La provvida abolizione, peraltro, non tolse l'uso dei trasporti funebri di poveri, di civili, di nobili. Il noto Segretario del Senato Teixejra nel 1793 parlava ancora di questue dell'opera Santa di S. Giuseppe ab Arimathea a beneficio dei defunti poveri480.

Nè mutò l'abolizione de' diritti parrocchiali per siffatte occasioni luttuose. Quantunque non si pagasse più l'associo, la benedizione del cadavere ed il trasporto di esso, pure questo, dove l'agiatezza lo consentisse, o la vanità del fastigio lo esigesse, avea l'onore d'un corteo di frati e di preti dalla casa alla chiesa o, quando qui non fosse la sepoltura, al camposanto. Non lo mutò neppure il divieto di quella tale associazione che per un grano (cent. 2) la settimana forniva ai contribuenti gratuito, se tale poteva dirsi, ed associo e sepoltura e mortorio e messe ed altri postumi suffragi481.

Il morto volgare veniva acconciato in portantina, scoverta o no. La distinzione s'avea anche in questa, [pg!351] perchè esisteva una gradazione esteriore, dal cuoio nero semplice al legno lucido, ed ornato con un pennacchio in alto, un cranio su due stinchi incrociati davanti, ed il motto: Memento mori482.

Non era raro che una portantina comune con un cadavere dal viso mostruoso e ributtante si scambiasse per altra, rallegrata da un bel viso sorridente, e viceversa. Hager si disse vittima di questo equivoco, e lo ricordava con terrore483.

Eppure, la vista di cotali spettacoli non dovea essere così brutta come ne è adesso per noi il semplice ricordo. Ci si era nati, cresciuti, e perciò abituati: ed a forza di giornaliere ripetizioni doveva tenersi come una delle cose ordinarie della vita.

Fin nelle feste dei bimbi e dei fanciulli, e nelle strenne, che loro si facevano e si fanno credere regalate dai congiunti trapassati, le triste immagini potevano ricomparire, frammischiarsi, senza turbare i miti sogni delle anime tenerelle. L'Arcivescovo Filangeri, fungendo da Presidente del Regno (1773 e 1774), volle per due volte consecutive, all'avvicinarsi della fiera per la commemorazione dei defunti, disporre «che non si lavorassero le antiche immagini o figure di qualunque si sia sorte di morti, di scheletri, di ossa, di teschi»484 (anche di teschi manipolati dai dolcieri per le strenne fanciullesche!); ma non si hanno prove che con la venuta del novello Vicerè si fosse ottemperato al bando presidenziale.

[pg!352]

Il provvedimento governativo per le seppellizioni nel nuovo cimitero di S. Orsola non abolì l'uso delle inumazioni nelle chiese, ma ne diminuì il numero. Le cosiddette sepolture gentilizie continuarono a ricevere i cadaveri di quelle famiglie che ne avessero la proprietà. Conventi e monasteri erano per questo preferiti; ma preferiti erano, esclusivamente per le donne, i sotterranei delle Cappuccinelle e, indistintamente per gli uomini e per le donne, le catacombe dei Cappuccini. Lì s'accoglievano le dame e le gentildonne dei migliori casati, e, vestite da cappuccine, venivano allogate in nicchie; qui, invece, nobili, civili, ecclesiastici, maestri, i cui congiunti potevano fare la spesa del colatoio e del posto avvenire. In che forma, dopo essiccati, venissero ridotti e come acconciati, si vede ancora nella triste necropoli, che tutti i viaggiatori hanno con senso di ribrezzo visitata, e dove solo un poeta di alta forma trovò non invidiabile ragione d'ispirarsi.

La descrizione che ne lasciò Ippolito Pindemonte è artistica:

.... spaziose, oscure
Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come
Simulacri diritti, intorno vanno
Corpi d'anima vôti, e con que' panni
Tuttora, in cui l'aura spirar fur visti
Sovra i muscoli morti e su la pelle
Così l'arte sudò, così caccionne
Fuori ogni rumor, che le sembianze antiche,
Non che le carni lor serbano i volti
Dopo cent'anni e più: morte li guarda
E in tema par d'aver fallito i colpi485.

[pg!353]

Bei versi, invero, che non fanno onore ai gusti del malinconico Cantore veronese, ma che bastarono a far dare il nome di Via Pindemonte alla strada dei Cappuccini.

Ora anche nel seppellimento una distinzione non poteva mancare. Tra le gallerie ve n'era una anche pei nobili, e dove, mummificati e vestiti d'un sacco nero i corpi di persone dozzinali venivano ordinariamente appesi alle pareti, quelli di distinto casato, dissecati a quel modo ed avvolti nei propri panni e veli, «con sacchetti d'erbe aromatiche sul petto» venivan chiusi in casse, o bacheche, le quali il vecchio custode del luogo apriva ai curiosi visitatori486.

[pg!354]