CAP. XIX.

I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.

Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non esisteva348, ed è tale la differenza che corre tra questo e quello, che ad un paragone manca qualunque termine, salvo che quello del nome: nome, com'è facile comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso portasse era sempre e comunemente inteso gazzetta o foglio349. Gazzettieri erano chiamati i giornalisti: e spesso filosofi e politici quelli che vi discutevan sopra o ne professavano le opinioni e le idee.

[pg!316]

Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il giornale era in ottavo a due colonne con una testata di piccoli tipi, a forma di libro. A vederne uno oggi, si crederebbe ad un foglio di stampa di un'opera; mentre l'amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.

Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale notizie stantie di un mese, due, secondo le contrade e le distanze, sì che quando esse giungevano, le cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro la Sicilia.

Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la partigianeria, la scrocconeria, la malvagità dovea inventare un secolo dopo, neppur l'ombra. La gazzetta poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del Governo, ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome i cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni d'un foglio potesse veder gettata fosca luce sulle proprie opere, o perpetrati ricatti. Gli uomini non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.

Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento, nessuno era giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale usciva due volte la settimana e visse oltre una dozzina d'anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non superarono i tre anni di vita.

Il più notevole, anche per un po' d'interesse che prendeva delle cose della Capitale, fu quello delle Novelle Miscellanee di Sicilia, cominciato il 20 luglio de [pg!317] 1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso però è fuori del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da parte come Il Nuovo Postiglione degli anni 1771-72, il quale farebbe supporre un Postiglione precedente, da non confondersi con l'epistolario di S. Francesco di Paola.

Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.

Ed ecco la Raccolta di notizie, gazzetta lungamente e vigorosamente vissuta, e forse la sola sopravvissuta ad altre che con essa e prima e poi poterono esistere.

Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805) se non più, apparve ogni Martedì e Venerdì con uniformità e inalterabilità impassibile. Interi anni l'Isola nostra non esistette per essa. A ben altro che alla Sicilia essa guardava. C'era Livorno, centro di corrieri; c'era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con Carlo III; Vienna, alla quale pensava sempre la figliuola di Maria Teresa, Carolina; c'era Francoforte, Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno dell'infima classe sociale sapeva della gazzetta, ma molto la nobile e un poco la civile e molti partecipavano all'odio pei Francesi dell'89 e del 93, le geste dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano col marchio della ribellione a Dio e al Re. Attraverso ai cento e più numeri annuali della Raccolta, si potevan seguire le evoluzioni degli stati, le vicende delle corti d'Europa, ma non trovarvi una parola ch'escisse dalla misura, un'aspirazione anche tacita a principî di libertà. Man mano che ci allontaniamo dal 1793, il [pg!318] giacobinismo è per la Raccolta il nome più triste, l'associazione più pericolosa. La umana miseria non tangeva la Raccolta: e se in essa la Sicilia cominciava a figurare per qualche ricordino, ciò era solo quando, fuggiaschi da Napoli (26 dicembre 1798), giungevano i sovrani, quando essi recavansi a S. Francesco, o tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando assistevano ad una processione, ovvero quando la Regina visitava i monasteri ed il Re andava a fare una partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non c'entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale rimase cristallizzato, e lo si vide tale nel morire quale sul nascere, assiso tra due secoli, senza un fremito di gioia allo spuntare del nuovo, senza un rimpianto per lo sparire del vecchio.

Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta questo tredicenne arcavolo di centinaia e centinaia di pronipoti, nati nel sec. XIX e vissuti chi la vita di uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo: la pubblicità. Se la réclame è un avviso, spesso ciarlatanesco, per chiamar l'attenzione della gente su cose commerciali, per farsi nome o per altro, la Raccolta di notizie ne porta la prima radice in Sicilia. Alla fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio. Ora chiamavano avventori alle loro botteghe i librai; ora i mercanti partecipavano l'arrivo da Marsiglia di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di nuova fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due e mezzo l'uno, e cristallame, e frumento. [pg!319]

Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta una borsa con monete d'argento, cinque once, un gigliato fiorentino, altro simile da tre, e un'ottava di doppia di Spagna. Chi l'avesse trovata, la porti al p. Preposito del Monastero dei Teatini della Catena (attuale R. Archivio di Stato), che gli saranno regalati quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè della Raccolta pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa poteva bene serbarla pei suoi bisogni.

La réclame è in embrione, modesta, misurata, nè spropositata come quella strepitosa fin de siècle di Bisleri, che il suo ferro-china digestivo stomachico, annunzia stomatico, che è quanto dire di bocca.

Ma la vera réclame si ha nel Giornale di Commercio. Principiato il dì 7 aprile, questo periodico continuò di Lunedì in Lunedì fino al 28 luglio 1794, che fu il 17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il numero, un tarì il mese per gli associati. Avea il solito formato in-4º a due colonne, ma la pagina non era più grande dell'ottavo ordinario.

Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso da quanti n'erano sorti prima e dalla contemporanea Raccolta di notizie, questo foglio aprì diciassette rubriche, sotto le quali apprestava «le novità confacenti».

Date le difficoltà d'allora, non si poteva compilare diario più rispondente allo scopo pel quale esso era venuto fuori. Vero cimelio giornalistico, esso andrebbe attentamente svolto.

Avete bisogno di persone di servizio? c'è «un giovane [pg!320] che vorrebbe impiegarsi per cameriere e sa far la barba e pettinare da uomo e da donna». La pettinatura era uno degli affari più gravi della vita ed i peli rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza Bologni, sopra la bottega del parrucchiere collaterale alla chiesa del Carmine (Posta d'oggi), vende due segreti di due semplici erbe per far crescere capelli e per far cadere peli» (n. 1).

«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la barba vorrebbe impiegarsi come cameriere in qualche nobile casa» (n. 4).

«Un prete palermitano cerca d'impiegarsi come ajo» (n. 2). E s'impiega.

Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte di portantine, di carrozze, di mobili, di montres d'oro alla francese.

Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e per ricuperarla vien fuori il seguente avviso: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia blò: come lo sono quelli dell'altro quadrante che mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è pure appesa la chiave d'oro. A chi la porterà, anche per via di confessione, all'oriuolajo sotto la casa del Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia». [pg!321]

Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la testa ai commercianti di cose antiche, se ne vendeva spesso. Ora una «scarabattola (scaffarrata) di tartaruga rappresentante la nascita di N. S. Le figurine son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento filato, il di cui peso sormonta la valuta di onze 7». Ora quadri sopra pietra, sopra rame, con cornici di tartaruga e di argento, ed uno «di Matteo Stoma (= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro a lume di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques». Ora crocifissi di corallo rosso delicatamente scolpiti e smaltati, e scatole di lapislazzoli legate in oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle orientali del peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due lumiere di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone, e un fornimento guernito di rame per una muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro di tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il quale, passato già nel Palazzo della Inquisizione (1786) e poi (1799) all'Università degli studî, dentro il Collegio degli espulsi Gesuiti, era in grande favore350.

Il Giorn. di Commercio finì per extinctionem caloris, cioè per mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri le rubriche erano ridotte a sei, sette, e la materia [pg!322] non bastava più a riempire le quattro, od anche le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva l'associazione, anche perchè il G. di Commercio era troppo speciale, e non si occupava per nulla del mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo faceva la Raccolta di notizie. Laonde il Direttore trasformavalo in Giornale di Sicilia, e nel medesimo formato e carattere lo continuava con idee più larghe e con vedute più pratiche.

Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il Giorn. di Sicilia continuava apprestando volta per volta articoli quasi sempre senza titoli, spesso in forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni alla Sicilia, e di chirurgia ed astronomia. Questi articoli erano la maggior parte anonimi e della brevità di una, due colonnette, sovente per mancanza di spazio interrotti da un brusco: sarà continuato. Vi collaboravano i migliori scrittori del tempo: P. Balsamo, G. Piazzi, F. Chiarelli. A questi articoli si accompagnavano e seguivano ora sì ora no brevi appunti su pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell'Accademia del Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana, notizie di alte o nuove operazioni chirurgiche in Città, della Amministrazione della Giustizia, del Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della grave malattia onde era stato travagliato, gli faceva una gran festa; quando, l'anno seguente, nel 1795, moriva, un gran corrotto. [pg!323]

Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il Giornale, scarseggiando di notizie all'uopo e volendo allargare i confini di esse, faceva alcuni quesiti, pregando di risposta i corrispondenti. Chiedeva da loro, almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un ragguaglio: «1º Dell'apparenza e quantità dei seminati di quel territorio e delle vicine campagne. — 2º Dei prezzi correnti del grano, dell'orzo, delle fave, del cacio, dell'olio, del vino e di ogni altra mercantevole derrata. — 3º Delle principali e più interessanti circostanze della stagione, avvisando, se dentro il mese il tempo sia stato notabilmente piovoso, o asciutto, freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed effetto» avrebbe gradito «una minuta descrizione, come delle alluvioni e dei traboccamenti di fiumi e torrenti.»

Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale, le varie e singolari terre, o crete, o pietre, i varj bitumi, le varie acque minerali ecc., piante rare; quali le maniere di coltivare le terre che con particolare e considerevole profitto in quel territorio si praticassero». In altro ordine di vita, domandava «avviso degli omicidj, dei furti strepitosi, o altri gravi delitti, che accadessero in quello e nei vicini paesi. Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig. Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed utilità: sia che esso riguardi le lettere, l'agricoltura, le arti, il commercio ed i costumi di quella e delle finitime popolazioni.» [pg!324]

E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi dei corrispondenti.

Questa circolare confermava ed allargava il programma del giornale: programma pratico e veramente utile al pubblico. Rilievo poi del quale i giornali moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione a questo che è dei più antichi, è la Cronaca siciliana, entrata nei principali giornali di oggi, solo dopo un secolo dalla comparsa del diario del quale diciamo.

Questo Giornale di Sicilia, a chi potesse oggi esaminarlo, parrà o una gran cosa o un'assai piccola e meschina cosa, secondo che si guardi con la conoscenza dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri. Gran cosa, giacchè nulla di simile s'era tentato fino allora, che si occupasse della cultura dell'Isola. V'era bensì, come diremo, qualche periodico letterario; ma questo sapeva troppo di erudizione perchè si dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave perchè potesse andare per le mani di molti; e poi costava tre, quattro volte il Giornale di Sicilia, che si pagava nove tarì (L. 3,82).

La stampa non era quindi solo politica e commerciale. Lettere, arti, discipline ecclesiastiche offrivano argomento di disquisizioni e di ricerche illustrative, non anonime come i giornali politici, ma soscritte dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero le Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia e le Notizie de' Letterati, e fino al 1778 venti volumi di Opuscoli di autori siciliani; ad imitazione [pg!325] o continuazione di questi, dal 1778 al 1797, si arricchì il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre che di una Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani.

Ad una serie di Notizie de' letterati, con estratti e giudizi delle opere più pregevoli del tempo (1772) si eran prestate le stampe del Rapetti; ma dopo un anno non c'eran più. La medesima sorte incontrò il Giornale Ecclesiastico di Salv. M. Di Blasi, il quale venne componendovi una «Scelta di vari opuscoli appartenenti agli studi sacri», estratti dal giornale dell'abate Dinouart. La materia fu composta in due tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e seguirlo. E se vent'anni dopo, nel 1793, il parroco Giuseppe Logoteta da Siracusa volle farlo rivivere, se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo, senza gloria e senza pianto.

La Conversazione Istruttiva, foglio interessante, fu il più piccolo formato dei suoi confratelli vecchi e nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed il 7 aprile 1792.

Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama, Cavaliere, Medico, Avvocato, Filosofo, Abbate»: sei personaggi per sei tipi del tempo. Quattordici i numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti sempre o quasi sempre tutte le otto paginette, all'ultima delle quali era fatta la grazia d'una breve notizia di agricoltura, un appunto, o un consiglio di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici dialoghi si riducevano a un solo, interrotto alla fine [pg!326] d'un numero e ripreso in principio d'un altro: dialogo lunghissimo, che solo gl'intervalli di una settimana potevano far digerire.

La dama era il perno della conversazione, nella cui casa questa si svolgeva: una dama che leggeva Fontenelle ed Algarotti, e cercava di coltivare la mente come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere era un partigiano accanito del patriziato; il medico, un conoscitore del magnetismo in voga, uno spregiudicato giudice di Mesmer e di Cagliostro, un fanatico nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa cultura, che di tutto discorreva un poco: di fisio-chimica, di anatomia, di malattie correnti e fin di quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre egli settimanalmente chiacchierava, e che dominarono ancora dell'altro ed infierirono nell'anno seguente. Il filosofo, un severo censore della vita e dell'educazione contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico, panegirista della morale e della virtù. L'avvocato scodellava le sue cognizioni di giurisprudenza con le medesime lungherie del filosofo e del medico: e l'abate, un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie di Cagliostro (nn. 5-6).

Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la Conversazione lasciava per la storia del Carnevale il famoso massone, che ripigliava in quaresima (n. 8) con una sfuriata contro tutti i cagliostri e le cagliostrate della società. [pg!327]

Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata come modello di madre!

Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4). [pg!328]