CAP. XXIV.

PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.

La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano non poteva non creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in cima ai pensieri, agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano ecc., rappresentati nella Capitale, nella urbe, dalla nazione napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor proprietà ed esercizio. C'era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la Marina.

Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto nella sostanza, quanto nella forma. [pg!393]

Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia, nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli avvenimenti di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa, delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon patriota.

Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota d'oggi; il quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.

In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S. Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò, che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila [pg!394] onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota). Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto, primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario nell'ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo con l'Istituto agrario che prende nome da lui410. Patriota infine, per non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.

La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello, del Barbieri, dell'Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e [pg!395] Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso, del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R. Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.

Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di Federico IIº d'Aragona, ed ordinava i Capitoli del Regno. Il Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo Diario palermitano, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza (1802): e lasciava il Palermo d'oggigiorno, la Sicilia nobile e centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.

G. Evangelista Di Blasi con la Storia dei Vicerè di Sicilia, preludeva alla ponderosa e troppo diffusa Storia di Sicilia (1811). Il periodico di Opuscoli di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro congenere di Nuova Raccolta.

Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro, solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all'Ab. Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell'annuale Notiziario di Corte scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di traffichi, [pg!396] di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un'opera sul Diritto pubblico siciliano; ma come parlare di questo in un paese ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del manoscritto ne mutava il titolo originale nell'altro di Considerazioni sulla storia di Sicilia, come se il titolo mutasse la sostanza! E non si guardava all'alto concetto di «una delle più profonde opere che in questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»411.

Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci metteva fuori la sua Sicilia Numismatica e le monete delle isole adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè: presso Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta, dove scopriva antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale grande, all'Accademia degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l'ebbero deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti, ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e faceva restauri a quello di Giunone Lucina.

Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam [pg!397] visti nei sodalizî intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare: Vizi dei letterati. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d'una versione italiana del de Burigny. L'opera per manco di sussidio di monumenti e di documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto, era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.

Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella, tornando dalla Francia, dove l'arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in una opericciuola di Portraits espresse certi suoi giudizî sopra i maggiori scrittori siciliani della fine del secolo412. Quei giudizî sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la sua simpatia per l'autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore [pg!398] di rettorica, in Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel Fontanelle della Teologia»413.

Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo. Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i Portraits come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone, credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che era: guardato in cagnesco dall'autorità chiesastica (la quale non poteva dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe stato un grand'uomo per la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati, che son solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie se il Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare, e più ancora a far pompa d'una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui. L'avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui: [pg!399]

Non fu la trave no che mi ferì:
Fu la mano di Dio che mi colpì.

E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G. Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi pontifici, usasse dire: La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la cannella!

Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle condizioni letterarie del tempo; e l'ultima vuol essere riportata:

«La nostra piazza non è ancora accreditata: e da noi non si trova un libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande importanza. Altra setta, quella dei Miceliani, ci faceva girare la testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore gesuitico lo perseguitava dovunque»414.

Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di partenza per comprendere l'ambiente letterario d'allora.

E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di nome l'ufficio di editore nel senso [pg!400] moderno della parola e in quello che in Francia avealo trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d'un'opera, tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore quello d'una persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.

Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri d'indiscutibile valore, d'indole strettamente siciliana, o che facessero agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera del Governo, nella Stamperia reale.

Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate dall'isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura, dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini [pg!401] e cose avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond'era divisa l'Italia, e, nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.

Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d'ingegno ed amava circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon tempo. Accennando al po' di bene che agli studî apportava il Caramanico, studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e storiche e cercano di distruggerle415.

Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per l'approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che neanche oggi [pg!402] si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la Nuova Libreria all'Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto commercio (1794).

Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d'uno o d'un altro sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale416, più presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla scolastica era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le vessazioni al poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in Palermo aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte, anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in Palermo ma anche in Catania. Leonardo [pg!403] Gambino leibniziano, protetto da Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida, nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.

La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di questi e di altri pensatori. Gli esemplari della Filosofia Leibniziana del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori, ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.

Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti, messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d'ogni principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva anche a Niccolò Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro scrittore dei Diritti dell'uomo dar occasione della sua partenza per Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto di privativa di sistemi [pg!404] con la relativa infallibilità di giudizî, convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva contro le teorie miceliane; le quali, d'altro lato, a Monreale il benedettino Gaspare Rivarola sosteneva totis viribus anche a pericolo di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma: contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità. In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o abbandonato: più d'uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava l'opera in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto col semplice cognome Micelius.

L'epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:

Recipe di Miceli la sustanza
Modificata beni cu l'essenza;
Poi l'essenza, li modi e la sustanza
Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza;
Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza,
Riduci la sostanza ad un'essenza;
Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza
Truvirai d'ogni scibili l'essenza417.

Contemporanee a queste velleità nella ricerca del [pg!405] Vero son quelle della cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera, francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste inclinazioni all'untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi non lo era, o molto istruito chi lo era poco.

Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria; tuttavia non nega che l'allettamento della nuova maniera onde si presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva ed ingentiliva la nazione418. Si sarebbe potuto occupare di cose serie, è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e qualche elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far gradire.

Ma non perdiamo di vista i Portraits del Cannella.

Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli, col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l'ab. Carì. Il teatino Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e della sacra oratoria. [pg!406]

Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi dell'agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia, del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi eguagliato419.

Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all'ultima da lui udita, quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito secondo l'ambiente nel quale si trovava; sicchè,

Sulu lu movìnu
L'oggetti intornu:
'Na donna, un cavulu,
Un servu, un cornu.

Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale: il che nol privava di amici, che [pg!407] di lui stimavano la sincerità del cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana, affogata in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno, dal Codice diplomatico Airoldi-Vella!) della Histoire générale de Sicile di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se, come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua420.

Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la passione di fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i suoi edifici, ch'egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli: lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la propria fama alle opere che da quell'esercizio traevano vita e calore in iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.

Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era sopravvanzato da un patriottismo senza pari.

Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative [pg!408] si moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente, quando per la trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti riforme.

Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè, e s'impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era pel Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell'ammiranda opera di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi privati.

Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora Sala delle Lapidi, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o invertite a vilissimi usi.

Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e non celebri morti e vivi.

E passiamo oltre.

Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro sopra la Educazione degli alunni del Buon Pastore; ma lo Scinà, che esercitò dittatura [pg!409] letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati, erano l'aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela, dovette vestire sempre l'abito chiericale non ostante avesse un bel tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia alla vigilia di scendere nel sepolcro.

Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna, nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe Lettere filosofiche421. Pure nè l'una, nè l'altra di queste donne superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di tutte e tre [pg!410] nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti cantò di S.a Rosalia e di Palermo liberato dalla peste del 1625, e venne allietata o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.

Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:

Possibil che un dottor non s'incoroni,
Non si faccia una monaca od un frate
Senza i sonetti e senza le canzoni!

E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità d'infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il Carì fu vittima non sappiamo se della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte d'un amico, al giuoco del pallone, dall'ascensione aerea del capitano Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di adulatori senza [pg!411] pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando; giacchè non v'era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella che veniva condannato (1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:

Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
Principi di la lira e di li canti422.

Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell'opera poetica di lui labili ricordi restano, [pg!412] più che per le poche poesie edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite; della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo fra i grandi maestri della scienza di Dio.

Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari, imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori, argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e, sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno, ora all'altro voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti s'infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia, cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che rivelasse coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione a un ideale altissimo. L'eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare [pg!413] Mangione si ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e dei frati, nelle scuole dell'Accademia (Università) degli Studî, nei caffè; e si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab. La Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori pastorelli, ai quali se non ci fu un'Arcadia che li facesse suoi, non mancarono certamente sorrisi e plausi tra

Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.

Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più che un'eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore G. Battista, volle dare alle stampe il Palermo liberato, dovette chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia degli Ereini, alla quale era ascritta. L'alto magistrato tenne consiglio, e, dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente solenne, chiudevasi con la seguente formola: «Dato in Collegio dei nostri Monti (Erei), nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade 738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4»: formola che ha tutta l'aria di certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.

Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale compagnia [pg!414] la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab. Griggioni, del Dorisse (de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi beati, nei quali un'ode faceva il giro trionfale della città!

Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n'è quanti se ne vogliono. Ne sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.

Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S. Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L'ab. Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la lettura, gli dice secco secco: «Stampate l'altro». — «Ma come! risponde quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito ancora?» — «Sicuro: aggiunge l'Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può essere». [pg!415]