CAP. II.

SPETTACOLI E PASSATEMPI.

Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e fu un gran discorrerne per tutta la città.

Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani35.

«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti, navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli esperimenti, creduti [pg!39] utili alla riuscita della non mai tentata impresa. Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria; perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per l'attuazione del descritto disegno.

Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori. La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute; ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani sopra gl'inesperti attori.

Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo buono a sollevarsi da terra ed a prendere le [pg!40] vie aeree fino allora non tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti, Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti, del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del 1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14. Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a così nuovo miracolo dello umano ingegno36.

Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione [pg!41] di aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.

I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè! l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le beffe37.

Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di [pg!42] quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più naturale di questo mondo.

Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese, dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow (1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.

Aspetta, aspetta: l'ascensione non ebbe luogo. Il vento impetuoso non lo permise. Ma il popolo, stanco del lungo, penoso attendere, del digiuno e della sete nella Villa, nella campagna di S. Francesco di Paola, ne' dintorni del vecchio Cimitero, presso i baluardi, esplose in grida e minacce violente contro il Lunardi, bollandolo per giuntatore volgare, venuto in Palermo ad imbrogliare i cittadini. Il brav'uomo fu a un pelo di essere accoppato: e se sfuggì alla collera del pubblico, [pg!43] dovette andarne debitore al Vicerè ed alla Nobiltà, che lo protessero.

Ma il Lunardi non era un giuntatore: ben tredici volte avea tentato le vie de' cieli in tutta Europa: e teneva molto alla sua reputazione, perchè la smentisse nella Capitale della Sicilia.

Nei primi di luglio un avviso a stampa nelle Quattro Cantoniere e in varî posti del Cassaro e della Strada Nuova diceva che il capitano Lunardi avrebbe fatto la sua ascensione l'ultimo giorno del mese. Stavolta lo spettacolo sarebbe avvenuto a qualunque costo: dovesse andarci di mezzo anche la vita dell'attore.

Il 31 luglio tutta la città fu lì a S. Francesco di Paola: e chi non vi fu di persona, vi tenne sopra gli occhi tutta la giornata, da tutti i luoghi donde lo spettacolo fosse possibile.

Lunardi ascese col suo globo. Vicini e lontani sbalordirono, tremarono all'audacia di lui, il quale parve a chi un dio, a chi un demonio, sovrumano a tutti. Scomparso nello spazio, lo si rivide in capo ad alcune ore in trionfo per la città, lieto in mezzo al popolo tripudiante, acclamante; i nobili lo sovraccaricarono di doni, il Vicerè di danaro, le monache di dolci e di ghiottonerie. Onore supremo a quei tempi, il suo pallone venne disegnato; sparso per la città il suo ritratto, come quello di uno dei più grandi personaggi del tempo.

E come da quattro mesi correvan feroci le invettive in verso e in prosa contro il supposto inganno di lui, [pg!44] così da quel giorno cominciarono gli inni; e nacque subito e corse dappoi e si sente ancora dopo più d'un secolo una entusiastica canzone sulla mirabile impresa e sulle particolarità che la resero celebre. La canzone principiava così:

Nun si leggi 'ntra lunaria
Jiri un omu mai 'ntra l'aria;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva:
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!

e ripeteva questi due versi intercalari, strofa per istrofa, fino all'ultima:

Stu prudigiu di munnu
Pri 'n eternu 'un tocca funnu;
Liunardu lo sò nnomu;
Resta sempri di grann'omu;
Liunardu sulu ha statu
Ca li nuvuli ha tuccatu;
La sò forza a tantu arriva.
Liunardu viva viva!
Viva viva la sua virtù!
Un omu di terra 'nta l'aria fu!

La figura del Lunardi corse ammirata e ricercata per la città tutta: e venne ritratta nella mobilia e nei quadri.

Il 19 maggio del 1794 era in vendita nella bottega dell'orologiaio Giuseppe Mustica, dirimpetto il piano dei Bologni, dove ora è il palazzo Riso, «un oriuolo colla cassa di legno indorata, che ha la forma di un [pg!45] pallone volante e sostiene in una barchetta continuamente agitata Lunardi ed il suo compagno. Suona le ore, i quarti, il mezzogiorno, la mezzanotte, lo svegliarino, la ripetizione, mostra li giorni del mese, ha il e , e si carica pella parte del quadrante».

Così diceva il n. 7 del Giornale del Commercio.

Questo il più grande spettacolo fin de siècle. In faccia ad esso impallidirono i precedenti e quanti ne vennero in seguito. A che dunque dilungarsi in ricordi, anche interessanti, di altro genere?

Passiamo ad un divertimento ora del tutto dimenticato, e rifacciamoci dal 1770.

La mattina del 10 luglio di quell'anno Patrick Brydone scrivea da Palermo a Londra dover andare dopo colazione a giocare al pallone, al quale col suo compagno di viaggio Fullarton era stato invitato38.

In uno dei suoi opuscoli inediti il Villabianca diceva del giuoco: «Si fa in campo aperto, con un pallone di cuoio che batte e ribatte in aria, da più giocatori robusti, armati di guantone di legno al braccio destro, punteggiato (il guantone) dell'istesso legno per balestrare più in alto il pallone. Si fa da persone civili, e vi accorre gran popolo anche per vedere gente rispettabile a giocarlo. Si suole fare nella fossata di strada suburbana, che sta sotto il baluardo dello Spasimo, e appo il popolo rendere un virtuoso trattenimento di divertimenti estivi. Vi giocano per bizzarria parecchi nobili, sacerdoti e persone civili. [pg!46] Male a chi l'erra e per imperizia non ribatte il pallone e lo fa cadere in terra!»39.

Nello scorcio del settecento l'attrattiva divenne passione intensa: ed uno dei tanti che lo videro nel 1798 notava: «Si è quasi reso in furore il giuoco del pallone che si fa sotto il baluardo dello Spasimo con gran concorso di popolo e gente civile e nobiltà»40.

Pare vi sia stata una vera fioritura di giocatori, ma pare altresì che non tutti fossero i robusti dei quali parla il Villabianca; perchè, proprio in quell'anno, D. Francesco Carì componeva il seguente pepato sonetto:

— «Chi son costor che a piè d'un baluardo
Le nerborute man menan con arte?
Forse quel legno acuto arma è di Marte?
Perchè muovono il piè[de] or presto, or tardo?
«Quel diavolo di globo che qual dardo
Spinto e respinto or sbalza, or torna, or parte.
E quei minchion, parte seduta e parte
Ritta, ed in cocchio, gira avido sguardo?
«Quei terminacci: fallo, passa, caccia,
Quel ventoso cristero e quel lachino41.
Che ci scaglia il pallon a tutti in faccia
Che voglion dir? Cosa mai fanno, Elpino?» —
Elpin ride e s'accosta, indi m'abbraccia:
— «Semplicetto scioccon, chiede a Gazzino.» —

Gazzino, chiamato in ballo da quest'ultimo verso, risponde per le rime (e qui la frase vuole intendersi [pg!47] in significato letterale); ma la sua risposta è troppo vivace, e dobbiamo lasciarla nel manoscritto che la conserva42.

La fortuna del passatempo si tradusse in una specie di frenesia tanto negli attori quanto negli spettatori. V'era un certo Di Blasi, un certo Natoli, Fazello, Pampillonia, Agarbato, Spadaro, Mineo, Monteleone, Barone43 e non so quanti altri, che volevano parere agili e gagliardi, ed erano invece o pieni di velleità di ardimento, o slombati e fiacchi.

Anche su di essi si sbizzarrì la Musa: ed un anonimo dettò una lunga lettera in versi martelliani ad un ipotetico amico, nella quale, fingendosi straniero, conoscitore esperto del giuoco fuori Sicilia, metteva in canzonatura i guasta-giuoco di Palermo, de' quali dava brevi ma incisive notizie. Sentiamo un po' quel che egli scriveva:

Per darvi, amico, al solito, nova di quel che miro
In questo di Sicilia piccol'e grato giro,
Vi dico che nel giungere in questa Capitale,
Considerato avendola, non trovo tanto male.
Vi scorgo il buono, il pessimo, il dotto, l'ignorante,
L'onesto, il disonesto, il celibe, l'amante.
A' pregi, a' mali insomma, a dirla come penso,
In essa può abitarvi un uomo di buon senso.
La sera sempre portomi in una compagnia,
Ove ne godo al sommo di lecita allegria.
Nel giorno, essendo libero, vado per divertirmi
Al giuoco del pallone. Dovete qui soffrirmi.
Dal darvi nuove serie, allontanar mi voglio:
Queste ve le riservo scrivere in altro foglio,
E conoscendo appieno qualunque giocatore
Avendo quasi un mese passato in questo l'ore,
[pg!48]
L'aspetto, il nome, il vizio d'ognun vi scrivo in questo:
Sarò nel mio rapporto veridico ed onesto.
Gente la più bisbetica qui si raduna, amico:
Il giuoco, non v'inganno, a me non piace un fico.
Veduti i giocatori dell'altre nazioni
In paragone, questi, mi sembran cordoni44.

E fa la rassegna minuta, particolareggiata di essi, che sono appunto quelli dianzi ricordati.

Nonostante, il giuoco proseguì con tale assiduità che al giungere di Ferdinando III in Palermo, i più appassionati pensarono di assicurarsi il possesso avvenire del terreno nel quale si divertivano tanto, presentando al Re un Memoriale, che dice assai più di quello che noi possiam dire:

«Li giocatori e dilettanti di pallone di questa città di Palermo espongono che sin da tempi immemorabili il luogo pubblico ove si è sempre fatto esercizio del gioco del pallone è stato tutto il pianterreno, che corrisponde sotto il baluardo nominato dello Spasimo, vicino alla Marina, ed oggi rimpetto all'Orto Botanico. Questo gioco incontra tanto il piacere di questa popolazione quanto in tempo di gioco concorre in quel sito una strabocchevole quantità di cittadini d'ogni classe o per giocare o per essere spettatrice del gioco; a segno tale che li dilettanti fanno continuamente delle spese per mantenere il cennato sito adatto alle giocate: ed anni due addietro, quanto a dire nell'a. 1797 e 1798, vi erogavano la somma di onze settanta circa... Vi abbisognano intanto delle altre spese e per la decenza del luogo, e per renderlo [pg!49] più commodo ai giocatori. Ma siccome questo gioco non porta una pubblica istituzione, e temono i dilettanti che un giorno all'altro dovrebbero avere impedito l'uso del terreno al presente addetto al riferito gioco per impiegarlo ad altro destino, così per potere impiegare con sicurezza il loro denaro, pregano affinchè si degni ordinare, che atteso il tempo immemorabile in cui il pianterreno che corrisponde sotto il baluardo dello Spasimo, che porta la longitudine di tutto il baluardo e la larghezza di canne 10 circa, è stato lasciato per commodo dei giocatori del pallone, resti il luogo suddetto addetto a tale uso, e non possano li giocatori essere molestati per qualunque causa nell'uso del suddetto terreno.

«Si tratta di un gioco di pubblico divertimento e di decoro per altro di questa città, che incontra l'approvazione d'ogni classe di cittadini, e quindi sperano i ricorrenti dalla Clemenza Vostra che loro sarà accordata tal grazia».

Il Re, abituato ad altri divertimenti meno leciti, non capì questo: e, senza punto scomporsi, rimise per mezzo del suo ministro Principe del Cassaro la istanza al Senato perchè ne facesse «l'uso che conviene». Ed il Senato la mandò, come in linguaggio burocratico si dice, agli atti, e concesse invece all'Orto Botanico quello spazio di terreno che fronteggia l'Orto medesimo45.

[pg!50]

Una cosa non potè impedire, cioè che la contrada nella quale «da tempo immemorabile» si era giocato, si chiamasse, come in quel tempo si chiamava ed oggi si chiama tuttavia, Il Pallone; al quale battesimo non ebbe nessuna parte.

La lapide che non murò allora il Senato (perchè le prime lapidi state apposte son di poco anteriori all'anno 1802: e celebre fu quella del Cassaro morto, di fronte all'Ospedale di S. Bartolomeo, oggi S. Spirito), l'ha murata testè il Consiglio Comunale.

Se nobili e civili si divertivano sotto lo Spasimo al pallone, adulti e giovani non lasciavano passare giorno senza giocare alle bocce.

Questo passatempo, così diffuso dentro e fuori città, piaceva a tutti gli sfaccendati, e divenne una vera frenesia; di che non si saprebbe nulla oggi se i viaggiatori non avessero deplorato l'abuso pericolosissimo pei passanti. Fu notato infatti, che nei viali fiancheggianti la Villa Giulia si faceva a chi lanciasse più lontana la palla e a chi riuscisse al miglior colpo. Se il Capitan Giustiziere se ne occupasse, ed il Pretore vi mettesse gli occhi sopra, non appare dalle carte del tempo, perchè certe cose andavano allora un po' sommariamente, e ad alcuni inconvenienti, che ora metton sossopra la stampa giornaliera, non si guardava nè tanto nè quanto, quasi fossero le più naturali di questo mondo. Il medesimo passatempo, del resto, occupava nelle ore pomeridiane di alcuni giorni della settimana gli ascritti alle congregazioni della Villa Filippina, della Villa de Fervore, della Villa di S. Luigi; ma lì era innocuo, e vorremmo dire disciplinato. [pg!51]

La passione della caccia chiamava sul mare e lungo la spiaggia all'autunnale «passa delle allodole». Spettatore cotidiano di queste scene, Bartels, ne provava infinito piacere. In centinaia di barchette migliaia di cacciatori scorrevano il golfo. All'appressarsi d'uno stormo di quegli uccelli facevan silenzio; alla calma seguiva improvvisa tempesta, scariche di schioppi, e concitato abbaiar di cani tuffantisi in acqua a raggiunger la calda preda, ed alte voci pei colpi buoni46.

Ma la passione fu qualche volta contrariata. Essendo in Palermo, Re Ferdinando, abile ed irritabile cacciatore, ebbe da non pochi proprietari aperti i loro fondi perchè vi cacceggiasse a tutto suo agio e diletto. Fu una processione di omaggi al Sovrano, ma fu anche un'astuzia degli offerenti per liberarsi dei tanti seccatori che per quel gusto si permettevano di scorrazzare in lungo e in largo le loro tenute; perchè, fatta la offerta, si affrettavano a proibire a qualsiasi persona lo accesso, col pretesto della caccia riserbata al Re.

I cacciatori ne furono desolati, ed a sua Maestà si rivolsero con un indirizzo, supplicandola di voler loro concedere libertà di cacceggiare nelle private proprietà47: domanda, in apparenza molto semplice, ma in sostanza stranissima, perchè rivela in che concetto si avesse l'autorità regia, dalla quale si reclamava il disporre come di roba di nessuno della roba altrui bastando l'ordine del Re.

[pg!52]