LA BAMBOLA FATALE.

Patà! Canca Imma.

—Cosa vuol dire patà?

Patà vuol dire, in braccio. E canca vuol dire, che Irma è stanca.

La prese in braccio.

Dopo un po' egli disse:

—Ma, cara mia, capirai che valigia, pastrano, ombrello e la bambina, anche, per giunta... è impossibile.

La signora, allora, lo alleggerì della valigia, una di quelle valigette di cuoio, leggere leggere; poi gli prese anche il pastrano e l'ombrello, e non gli rimase che la mimma.

—Auf!—soffiò ancora il giovane.

—Ti pesa?

—Piuttosto: ma vedremo di rimediare. Di'? tu, oilà, vuoi andare più in alto, al terzo piano, che ti porto meglio?

Tì!—rispose la piccola mimma con quella sua languida voce di cantilena.

lo capisco: vuol dire —disse il babbo.

—Eppure pesa così poco, pesa: magari pesasse di più—disse la madre.

Il babbo sollevò la bambina sua al terzo piano: cioè a cavalluccio sopra le spalle.

***

Il babbo e la mamma erano assai giovani: lei una donna scialba, delicata, lunga, troppo lunga. Doveva essere stata vezzosissima pochi anni prima: ma la maternità intensa aveva fatto quasi repentinamente sfiorire la sua giovinezza; aveva deformata la sua persona. Le mani erano lunghe, trasparenti: le orecchie, il naso mostravano le cartilagini. Lui, sì, era un bruno, aitante, esuberante, forte maschio. Pareva che la sua giovinezza fosse ancora sorpresa del laccio ineffabilmente tenue e infrangibile del matrimonio, rappresentato da quella mimma esile come la mamma, da quella sposa patita. Eleganti erano l'uno e l'altra: ma di diversa eleganza: in lui era l'eleganza che cerca il piacere, in lei l'eleganza che non va oltre il decoro e la nettezza.

Dunque la sollevò, la sua mimma, sulle spalle, al terzo piano.

Pimpala, Imma!—fece la bimba spaurita.

—Cos'ha, adesso, con questo pimpala?—chiese lui alla moglie.

Pimpala—spiegò ancora la moglie con una sua voce di rassegnazione—vuol dire che l'Irma cade, che lei cade.

—Ma dio—disse lui alla bimba—dammi le manine. Con tutte le cose che hai in mano!...

Ed egli prese le cose che aveva nelle sue mani di giglio, e se le pose in tasca; poi strinse l'una e l'altra mano dell'Irma; e ci stavano per intero, la manina ed il piccolo braccio della bimba, nella sua forte mano.

Oh, lulù, lulù!—esclamò ad un tratto gioiosamente la bimba, dondolando con la voce la testa e le chiome.

Lulù, vuol dire?—chiese lui.

Lulù vuol dire il lago.

—Perchè?

—Mah! lei dice così.

Infatti, dall'alto del terzo piano anche lei, la piccola mimma, vedeva il lago.

***

I giovani sposi con la loro bambina scendevano verso il lago. Il paesaggio era immobile nella lucidità del mattino di giugno: il lago giaceva laggiù così in fondo che i battelli bianchi a vapore che lo attraversavano, parevano balocchi.

Al di là dei muriccioli di pietra che costeggiavano il sentieruolo, si occultavano le villette; e qua e là tutti i fiori, tanto quelli dalle aiuole ben rasate delle villette, quanto quelli dalle rocce e dai dirupi erbosi, si occhieggiavano nella rivista del sole: bocche di leone, giaggioli, rose, viole, contesse e duchesse della specie, pettinate dal giardiniere, fiori aristocratici, insomma; e poi umili fiori di campo.

—Bella mattina, eh, Irma?—domandò il babbo.

La bambina non rispose niente.

Da due mesi erano brutte mattine per lei: non si destava più ridendo e gorgheggiando, ma tediata e piangente. Perchè prima il riso ed ora il pianto, ella non sapeva. Lo sapevano i genitori ed il medico. Per ciò era stata condotta sul lago, fuori della città afosa. Era pallida pallida; era magra, non pesava più nulla. La pelle le cadeva giù per le coscie come due borse vuote: il collo era uno stelo venato d'azzurro. Piangeva spesso per niente. Ora però si veniva rimettendo in meglio, ed i suoi genitori spiavano il suo volto, il suo colore, il suo appetito, il suo umore ed altre cose, come i marinai fanno col cielo quando temono la burrasca.

***

—Ma ha un bel colorito stamane, vero?—chiese lui.

—Non c'è male.

—Irma, mi vuoi bene, oh Irma, dimmi, mi vuoi bene?—chiese lui.

—Sì, tanto, papà.

La voce veniva da sopra il suo capo, dal terzo piano. Ma che voce! Accorata, profonda. Pareva venisse come da un mondo crepuscolare, ove non è lago, non sono fiori, non è sole. Un mondo crepuscolare ove abitano quelli che furono, ove abiteremo noi, che siamo.

Sorrise a quel—sì tanto;—lo fece ripetere e disse:

—Ah, questo sì, Irma, è un linguaggio chiaro.

E poi, come... come non so, la tolse dal terzo piano, la accostò alle labbra, la baciò.

—To'! e tu perchè piangi?—domandò alla moglie.

—Perchè non ci vuoi bene a questa povera bimba. Ogni momento tu te ne vai via.

—Ma, amica mia, sii ragionevole; gli affari in prima linea, dopo voi altre, si intende! Sto fuori, qualche volta mi assento. Ma che vuoi? Un artista è come un uomo politico: non può allontanarsi dalla società. Son capaci di dire: «Lo scultore Taliedo com'è che non si vede? Mah! È ammalato, è neurastenico, è etico, non può più lavorare. Che peccato, un artista così bravo!» Ora io non voglio dare queste soddisfazioni ai miei amici. Per esempio, l'affare per cui vado oggi a Genova mi è venuto d'emblée, al Grand Hôtel Excelsior a Roma. Senti, è buffa: un americano è venuto in Italia per farsi fare la statua di sua moglie morta. Egli è felicissimo che sua moglie sia morta, ma vuole eternare in marmo la sua gratitudine.

Il giovane scultore Taliedo parlava così con volubilità allegra, ma la giovane donna ascoltava come fossero cose estranee e lontane: la piccina aveva reclinata la testa bionda sull'esile stelo del suo collo esangue.

***

Un'ora dopo il giovane scultore Taliedo correva in diretto—ben rincantucciato e accomodato—verso Genova.

La felicità della vita consiste, come tutti sanno, di diversi capitali, come la salute, i denari, il buon umore; ma consiste anche nel sapere mutare, nel cinematografo del cervello, la serie delle imagini.

Un'imagine è lugubre, per lo meno sconsolante? Sostituiamola con un film tutto da ridere.

Mentre il treno correva, lo scultore Taliedo faceva passare con vertiginosa rapidità le ultime imagini di sua moglie: «Cara, brava, buona, virtuosa, tutto quello che volete: ma è strano come con l'apparire delle virtù morali, siano scomparse le virtù corporali. Poverina, non è colpa sua, ma è troppo lunga, troppo affilata: troppe cartilagini visibili.»

Lo scultore Taliedo era pienamente giustificato davanti ai suoi occhi se lasciava il lago e correva a Genova in un treno diretto.

—Mia moglie—proseguiva dal delizioso angolo ove stava rincantucciato—andrebbe bene come modello per Maria Vergine! Ma non se ne fanno più ordinazioni di Marie Vergini in questi tempi sacrileghi; e quei positivisti di parroci le comprano già bell'e fatte, inverniciate e vestite, dalle case di commercio. Ah, poveri artisti!

Però l'idea di modellare sua moglie con Irma in braccio lo seduceva: una visione soave. Irma che ride, pargoletta, dalle braccia materne: una visione secolare: la maternità e il figlio o la figlia, cioè il germe della vita!

È il grande motivo dell'arte che fu. E Taliedo vide, nel corso dei secoli, artefici canuti e barbuti che gareggiavano nell'esprimere sulla tela o con la creta il tema meraviglioso della Donna vergine e madre; e di mano in mano che creavano, adoravano la loro creazione.

Sì, ma erano tutte cose che si potevano fare al tempo di Giotto e del Beato Angelico, perchè è un fatto che nell'evo medio a Venere erano riusciti a dare una bella batosta. Un po' con l'asperges, un po' col vade retro, Satana, l'avevano spaventata, povera Venere! Ah, l'evo medio aveva ridotto Venere in uno stato ben deplorevole. Una età senza bagni in casa, senza calze di seta, senza saponi, senza tela batista. Imaginare Beatrice con una camicia storica color Isabella; Laura con un paio di calze di bigello affezionate alle gambe per delle settimane; madonna Isotta con le unghie non spazzolate! Che orrore! La voluttà era allora condita in salsa naturale, come quella che gli offriva sua moglie.

***

La dama che lo attendeva a Genova pareva invece avere la specialità delle salse più rare e raffinate. Non le aveva ancora assaggiate, è vero: ma se il treno fosse arrivato a Genova, tutto, tutto dava a credere che le avrebbe assaggiate.

Era una dama americana. Gli era stata presentata ad un grande albergo in Roma. Lui le era stato di guida in qualche gita artistica ed ella si era persuasa che lui solo aveva le qualità richieste per eseguire il busto del suo defunto marito, da collocare onoratamente nel cimitero di***. A Genova, diceva lei di avere alcuni ritratti del morto: ripassando per Genova avrebbe telegrafato a Taliedo. Così avvenne: così egli era partito.

Dopo tutto Taliedo non aveva mentito a sua moglie che nel genere: un'americana, invece di un americano.

Il treno arrivò.

La dama attendeva.

Anch'ella era magra come sua moglie, ma di una magrezza diversa e provocata da ben altro genere di sofferenze.

Si parlò molto del defunto marito: un uomo pieno di capacità e di ragionevolezza, come dimostravano i suoi ritratti. Egli aveva provato tutte le gioie del matrimonio e perciò Dio lo aveva fatto morire a tempo. Non era stato un re dell'ottone, o del ferro, o del grano; ma un onorevole vassallo al servizio di un re del petrolio: tuttavia un uomo di grande valore. Si trattava di far rilevare, nel monumento funebre, i simboli del suo commercio.

—Sempre felice con lui: mai divorziata—ella diceva.

Anche questo doveva apparire dal monumento.

—Come, voi non avete ancora legge del divorzio in Italy?—ella chiese.

Taliedo atteggiò il volto alla più infantile meraviglia: non conoscendo il matrimonio, come poteva conoscere il divorzio?

Così conversando del defunto marito, quella dama magra e ardente gli si era venuta accostando, da buona compagna, lì, sul sofà.

La sua toilette da casa era in quel caldo giorno il perfetto contrario dell'infagottamento rigoroso e sudicio in cui erano imprigionate le Laure, le Beatrici e le Isotte del tempo antico.

Ridendo gaiamente delle virtù del defunto marito, le parti molli del suo lungo corpo, parevano sussultare di gioia. I denti erano lupigni. Un braccio pallido, terminava in una deliziosa mano rapace. Taliedo se lo sentì svolgere dietro le sue spalle: apparire dall'altra parte della sua testa, dietro la spalliera del divano.

Che enorme caldo! Egli era assai pallido, come avviene nei casi di insolazione. Era il momento di reagire: egli lo intuì.

Mosse per levare il fazzoletto di tasca ad asciugarsi il sudore gelido.

—Oh, Taliedo, cosa avete lì?

—Dove lì?

—In vostra tasca.

Taliedo non ebbe il tempo di guardare che cosa avesse in tasca, che la dama con l'altra sua mano rapace gli aveva estratto, per la testolina sporgente, una piccola bambola.

Essa, la pupa, non era scostumatamente in camicia, come sogliono essere le pupe che si espongono e si fanno comperare nei negozi; ma era rigorosamente e virtuosamente vestita come le Laure, le Isotte antiche.

Aveva le calze, le scarpe, le doppie sottane con la cintura, un giubboncino: tutto in regola.

Era la pupa di Irma che Taliedo si era messa in tasca quando aveva elevata la sua mimma al terzo piano.

Si era dimenticato di renderla alla mimma: gli era rimasta in tasca.

—Oh, a little doll!—fece la dama accostandola molto da vicino ai suoi grandi occhi miopi.

—Date qui—disse Taliedo di scatto—è un piccolo regalo, un piccolo modello...

—Oh no!—disse la dama come non rispondendo a lui,—oh no!

—Molto pretty, very pretty—diceva intanto lei, gravemente.

—Già, molto pretty. Piccolo modello artistico.

—Oh, no.

—Dico di sì, modello artistico. Date qua, via.

—Niente dare qua, niente modello, niente via.

—Giuro!

Ella fece una brutta, severa smorfia a quel «giuro».

—Avete visto? Vi piace? Adesso datemi il mio piccolo modello.

—No, non dare.

—Io non capisco cosa vi troviate di straordinario...

Ella guardava ora non più la pupa, ma gli abiti, le cuciture: le faceva passare al contatto delle sue lucide unghie crudeli.

—Dove vendono in Italy le poupées così vestite?—domandò, seccamente.

—In tutti i magazzini.

—Falso!

—Giuro.

—Falso!

Taliedo comprese che il suo volto tradiva che realmente egli diceva il falso: infatti la vestizione della pupa era stata opera paziente di sua moglie, sotto le più precise ed esigenti indicazioni di Irma.

—A me non piacere uomini maritati: uomini senza dedizione assoluta—disse ella infine come ritraendosi, come rimettendosi nella credenza tutte le salse che aveva preparato, compresa la deliziosa mano rapace.

—Ma io non capisco, scusate.

—Voi capite benissimo.

—No!

—Voi avere moglie e little baby.

—Giuro di no!

—Allora lasciate fare così!

Prese la pupa e fece atto di collocarla sotto il nero, americano tallone della perfetta sua scarpa.

—Ah, no!—fece Taliedo balzando.

—Non bambola italiana io: donna americana—disse la dama levandosi in piedi e restituendo la pupa con disprezzo.

***

E fu così che, per colpa di quella malaugurata pupa, dimenticata lì in tasca, Taliedo perdette l'occasione di guadagnare una bella somma facendo il monumento a Mister George Paddy, mercante defunto di petrolio, e anche—ciò che gli lasciò una grande amarezza, un vuoto strano—l'occasione di gustare quella salsa esotica di cui aveva gran desiderio.

 


VUOI SAPERE COME HO FATTO IL MILIONE?

Eravamo nel palco: io, Ballesio, l'universale Ballesio, il famoso Ballesio il cui nome è da per tutto, il cui ritratto onora persino le scatole dei cerini, la cui réclame splende, scintilla dalle quarte pagine dei giornali alle proiezioni luminose sui tetti; e con noi c'era il colonnello, personaggio assai decorativo, e infine la signora dell'immortale Ballesio.

La signora dell'immortale Ballesio sedeva al parapetto con la guardia d'onore del colonnello.

Io non conosco di preciso l'età della signora Ballesio, ma certamente fra i quaranta ed i cinquanta: però si può dire di lei «è ancora una bella donna». Ma il cav. Ballesio afferma invece che la sua signora è, tuttora, la più bella donna della città. Esagerazioni! Certo è che a teatro tutti gli occhi girano, e poi si fermano su di lei. Perchè? Perchè è la moglie dell'immortale Ballesio? Perchè osa esporre, contro la maldicenza, uno scollato autentico ed inaudito in un teatro di provincia? Perchè i due solitari che le adornano gli orecchi sono calcolati a lire diecimila l'uno?

Il cav. Ballesio mi disse piano:

—Senti: ho sonno, e poi mi annoio. Sono stanco di Vedova allegra. Vieni con me a prendere un altro caffè? Permetti, cara?—chiese alla signora.

—Sì, caro.

E ci allontanammo.

—Questa sera tua moglie è, come dire?, superlativa,—dissi versando il caffè all'amico.

—Questa sera? Puoi dire «sempre», mia moglie, la Trebbiatrice.

—Perchè la chiami così?

—È un vezzeggiativo. Non hai mai visto le trebbiatrici? Ingoiano tutto. Così mia moglie, in fine d'anno, ha il coraggio di trebbiare dalle venti alle trentamila lire per le sue spese personali. A Parigi, a New York sarebbe un'inezia; ma qui in provincia, bada che ci vuol del genio per trebbiare trentamila lire l'anno! Mia moglie è straordinaria! Ma come fai ad ingoiare tanti biglietti da mille? le domando. È un suo segreto! Capisci tu? Ma sta sicuro che li ingoia.

L'immortale Ballesio, quando ha mangiato e bevuto bene—quella sera egli aveva onorato il colonnello con un magnifico desinare—non si riconosce più: non è più la solita mutria: parla, ha dello spirito. Capace poi, domani, di negare villanamente tutto quello che si è lasciato sfuggire: ma per quella volta, parla.

—Così che, così che—chiesi io—la tua casa privata ti porta ad una spesa equivalente ad un milione circa di capitale. Non è così?

—Un piccolo milionario—rispose Ballesio—un modesto milionario... Il milione, vedi, sarà in avvenire come quel tale pollastro che quel Re di Francia voleva nella pentola dei più poveri fra i suoi sudditi. L'avvenire della società è sbalorditivo...

—E tu intanto principi...

—Bisogna ben dare l'esempio...

—A parte gli scherzi—dissi,—ma spiegami come va questa faccenda; come va che tu che sei un modello di esosità, spendi, senza protestare, ventimila lire e più per la tua signora...

—Mettiamo le cose a posto: prima di tutto, modello sì, ma non di esosità. Quanto alla mia signora, è evidente; io devo tutta a lei la mia fortuna. Lei non lo sa, ma è così!

—Ma se non ti ha portato un centesimo di dote!...

—Ti sbagli: mi portò il padre, la madre e quattro fratelli da mantenere, che oggi sono tutti impiegati nell'azienda.

—E allora?

—È un problema psicologico. Tutti i problemi umani hanno un fondamento psicologico occulto. Senti il mio: ma prima di tutto guardami bene in faccia: non quale mi vedi nelle fotografie, nei quadri, nei tablò; ma quale sono realmente: sono bello o brutto?

Esitai.

—Di' pure brutto, piccolo, rincagnato, pelato fino dalle origini, e senza l'onor del mento. Ma devi aggiungere che a ventidue anni, quando la sposai, ero anche più brutto: lo dico io, e mi puoi credere. Mi sono fatto un po' bello in seguito. Immagina invece che cosa doveva essere mia moglie allora! Tu dirai: Una dea! Io aggiungo: Una carica di cavalleria! Dopo la quale tu non sapevi più in che mondo eri. Sono cose che a dirle non ci si crede. Bisogna provarle.

—Provare per credere—dissi io—come per le tue pillole.

—Precisamente—disse con gravità Ballesio.—Senonchè Mariuccia allora non era Giunone; era Ebe; Giunone, quale tu la ammiri adesso, diventò un poco per volta. Ebbene io, a differenza di molti uomini, inconsapevoli della verità, intuii subito che avrei fatta una deplorevole fine nella mia qualità di marito. Bada bene però, e vedi di non confondere: mia moglie era, come è adesso, l'esemplare delle mogli; ma tu devi sapere che le facoltà ragionative della donna non hanno sempre la stessa sede di quelle dell'uomo. Supponi, per modo di dire, che in mia moglie le facoltà ragionative risiedano nell'epidermide, e che la sua epidermide dicesse allora: «io ho bisogno di vestirmi—quando mi vesto—di seta e di pietre preziose», e poi di' quale doveva essere la mia sorte che non potevo comperarle che un abito di cotonina! Io sentivo la necessità di diventare ricco appunto per non diventare un marito, come dire? infelice. Ma come si faceva a diventare ricco? Lo sai tu?

Io sospirai.

L'immortale Ballesio mi spiegò e disse:

—La donna è la glandola della ricchezza. Pare un assurdo, ma è così. La donna è come la pituitaria, la tiroide, la surrenale, glandole superflue in apparenza. Ma tu portale via, e l'uomo diventa l'ombra di un uomo. Sopprimi la donna, e tu hai l'uomo che ritorna allo stato selvaggio e cretino.

Dopo ciò Ballesio bevve un cognac, e seguitò:

—A quei tempi io reggevo una farmacia a Montefalco. Guarda che per andare giovane di farmacia in quel paese bisogna essere morti di fame. In una settimana tu non fai cinque lire di banco. Il mio predecessore era scappato via per disperazione, portando con sè quel po' di chinino che c'era e una mezza dozzina di barattoli antichi.

Io, appena arrivato lassù, avevo messo fuori un gran cartello: Farmacia uso Roma. Sai tu cosa vuol dire farmacia uso Roma? Io no. Probabilmente era uno sfogo di quel genio della réclame che mi si sviluppò in seguito. Una sera d'inverno, dopo l'avemaria, stavo al buio pensando al mio avvenire di marito infelice. Sentivo nella stanza di sopra, ogni tanto, il passo di Mariuccia. Ella bubbolava dal freddo, poverina! e doveva tenere sotto le sue adorabili sottane un vile scaldino di carbonella. Sai tu quali orrendi pensieri devono passare per la mente di una bella giovane costretta a bubbolare dal freddo in un paese come Montefalco? Io sentivo già i brividi sul mio capo. O Mariuccia—esclamai—o io morirò, o tu avrai un camino grande come una fornace; e quando vorrai andare a spasso, avrai una carrozza con quattro cavalli che ti tireranno dove vuoi. Allora, capirai, di automobili non si parlava dalle nostre parti; non esistevano le mie pillole; il termosifone era una cosa sconosciuta.

Ed ecco che un Marcantonio di montanaro, grosso e alto come la bottega, mi spalanca la vetrina, entra e butta sul banco una cosa, e dice con disprezzo:

—Questa tientela per te.

Guardo. Era una carta senapata.

—Non ha fatto effetto, galantuomo?—dico io.

—E che effetto vuoi tu che abbia fatto?—mi dice. Non mi ha grattato nemmeno la pelle.—Ora, prosegue l'ineffabile Ballesio, tu sai la storia dell'uovo di Colombo, della lampada di Galileo, del pomo fradicio di Newton! Ebbene, quell'uomo è stato la mia lampada, il mio uovo, il mio pomo marcio. Sentii, come farti capire? una luce trapassare la mia mente, un lampo; ma avevo trovato!

—Amico—dissi con effusione a quel villano—vieni fra due ore e avrai, ti giuro, il cerotto che tu vuoi e che ti guarirà.

Due giorni dopo l'uomo tornò. Mi mostrò la sua schiena che era tutta una piaga; ma lui era esultante: era guarito!

Io avevo inventato il famoso cerotto di Sant'Antonio. Nelle nostre campagne chi non conosce adesso il cerotto di Sant'Antonio? I farmacisti delle città avevano dimenticato la esistenza dei forti lavoratori della terra, la cui epidermide, perchè sa—come si dice oggi—il lavoro dei campi, è insensibile ai comuni revulsivi. Avevano dimenticato questa elementare psicologia della medicina popolare che un farmaco è creduto tanto più efficace quanto più si sente e fa male.

—Ma tu dici delle bestialità, Ballesio.

—Mai più! È affare di autosuggestione. Il villano si sente bruciare e pensa: «ecco, io guarisco!» Pensare di guarire spesso vuol dire guarire. Aggiungi poi dietro il cerotto l'imagine di Sant'Antonio, del grande taumaturgo, e tu hai la spiegazione dell'immenso successo del mio specifico. Devi poi notare che nelle nostre campagne c'è ancora un po' di religione e i parroci, con una piccola percentuale sulle vendite, hanno fatto una réclame strepitosa a questo revulsivo che cura sciatiche, lombaggini, raffreddori e, dopo usato per l'uomo, tu non lo butti via, ma ne incolli la immagine nelle stalle per la protezione delle bestie.

Dopo il cerotto di Sant'Antonio, la via era aperta. Un giorno contemplando la mia signora che si svestiva allo specchio, esclamai: «Dio, che tesori! ma perchè devono esistere fanciulle clorotiche, smunte, senza l'onore di quel seno e perciò prive della venerazione degli uomini e della santa gioia della maternità?» Pensare questo ed inventare le mie pillole fu un attimo. Ah, tu ridi? saresti buono anche tu di far le mie pillole, eh? Ma di persuadere l'umanità che con le mie pillole si guarisce, fui capace io solo.

E Ballesio assunse la sua aria di grand'uomo. E aggiunse gravemente:

—Al bene di tutte le classi sociali io ho provveduto: ai neurastenici, agli stitici, agli ipocondriaci; e poi mi chiamano—qui in quest'idiota paese—avaro, esoso, tirchio; imbecille mi chiamano anche! pucinella politico, perchè, ora—dicono loro—sto coi preti, ora sto coi socialisti. Io sto con chi soffre, e il mio nome è universale: Vos omnes qui laboratis et «ammalati» estis, venite ad me! Questa è la mia divisa. Non vi sono che i medici ed i preti che preferiscono la percentuale sui miei specifici agli specifici medesimi: ma si tratta di una classe, direi quasi cinica, senza fede, destinata a scomparire. Ma tutto il resto del mondo è basato sulla fede! Come ha progredito il Cristianesimo? Con la fede. Come progredisce il Socialismo? Con la fede. Che cosa è il sole dell'avvenire che gli increduli deridono? Una forma allotropica della fede. Come si diffondono per il mondo le mie boccettine, le mie scatoline? Con la fede. La fede è l'ossigeno della vita. La fede genera il dogma: il categorico imperativo di Massimiliano Kant. Chi non crede al dogma, anathema sit! Scomunicò la Chiesa, quando potè! Scomunico io chi non crede a me! Ti pare? Senza fede, che cosa hai? Hai la ribellione, hai la critica, hai individui pallidi, stitici, dolorosi, senza vigore di volontà; hai degli irregolari della vita. Ora—sta bene attento—dall'incontro di un atomo di fede negli altri con un atomo di genio tuo, si ottiene il protoplasma intorno a cui si verrà poi innucleando il milione. Hai capito adesso come si fa a diventare milionari?

—Ma tu hai fede nei tuoi specifici?—chiesi io.

—Immensa! Essi valgono quello che valgono gli altri specifici. Tieni bene a mente: nel campo terapeutico, tranne l'olio di ricino, il chinino per la malaria, il bicarbonato pel bruciore di stomaco, tu non hai che dei medicamenti illusori: bastoncini di carta su cui l'ammalato si appoggia disperatamente per passare dallo stato egrotante a quello di sanità. La sola terapia vera è l'igiene, l'aria, il sole e, moralmente, essere un poco bestia. Ma che colpa ne ho io se l'uomo non può e non potrà mai essere uomo igienico? se la sua anima non è sempre bestiale?

***

E quell'imbecille di Ballesio chi sa per quanto avrebbe durato, se in quel punto il rumore del pubblico non avesse avvertito che la Vedova allegra era finita.

Ballesio corse a prendere la sua signora: giacchè questo onore egli non lo cede a nessuno.

Sarà ridicolo questo minuscolo uomo, in grande sparato bianco, dare maestosamente il braccio alla giunonica sua signora; ma è uno spettacolo che tutti ammirano.

Quella sera la signora aveva un manto di ermellino arrivato da Parigi.

Si può chiamarlo imbecille finchè si vuole, ma bisogna fargli largo. La sua automobile ha l'ordine di rombare spaventosamente, ed i suoi fari devono essere i più luminosi. La luce ed il suono tengono viva la fede. Ammirabile uomo, dopo tutto, che conserva inalterabile, assoluta la fede, anche nella sua signora.

 


UN PICCOLO BACIO, QUI!

—Riservato per dame?—domandò la dama al conduttore indicando l'interno di uno scompartimento di seconda classe, dove otto corpi di grosso sesso maschile si stavano pigiati.

—Viaggiamo in condizioni eccezionali, signora.

—Ah!—fece la dama—e le sue pupille grige sotto il velo rialzato, e che scendeva giù da una gran falda di cappello, fulminarono gli otto grossi corpi; fulminarono il conduttore, e con lui il suo colletto un pochino lercio, le sue mani quasi nere; fulminarono il treno in disordine, la stazione in disordine; e, più largamente, fulminarono l'Italia e le ferrovie in disordine: anzi in quel giorno in completa disorganizzazione per effetto della neve; una neve enorme, paurosa, strana, la quale pareva avesse un suo linguaggio di morte, come dire: io ti voglio coprire, congelare, vecchio mondo!

—Venga con me, signora: la metterò in prima—disse il conduttore, e precedette la dama attraverso un ingombro immenso del treno: bagagli, gente.

—Qui è interamente vuoto—disse infine, indicando uno scompartimento di prima classe.

—Se permette, ci sono io—disse al conduttore un signore che era lì, in piedi, nel corridoio; ed indicò il suo grosso sciallo buttato nell'angolo.

***

Questo signore era piccolo, anzianotto, sbarbato e fiorito nel volto: però aveva un bellissimo naso grosso, ed un bellissimo ventre, sporgente da un bellissimo pastrano da viaggio. La sua testa pelata era difesa da un cupolino di seta. Egli stava a guardare dietro la grossa lastra di cristallo ciò che avveniva nella stazione, e con una mano grassoccia, adorna di un pesante anello, fumava un vile toscano: da che si poteva arguire che quel signore era italiano, non straniero.

All'avvicinarsi della dama egli ritirò con bel garbo il ventre, e la dama passò; passò perchè era sottile, ma la si contorse come per evitare il contatto di quel ventre, di quel naso, di quel puzzo di vile toscano. Ma per entrare, la sua alterezza dovette piegarsi da una banda perchè il cappello non entrava.

Tranne il cappello, che fra veli e piume e spilloni, era di una complicazione ammirabile, tutto il resto era semplice: una gonna nera, un'ampia giacca di lontra, nel cui mezzo era posato un cespuglio di violette finte: finte, ma non importa! Tutta la leggiadra creatura odorava di viva viola, di fresco mughetto, di pura lavanda. Ma le narici del suo nasetto impertinente si dilatarono e parvero aspirare in quello scompartimento come un malvagio odore: le delicatissime labbra si storsero: poi si sedette come rassegnata. Lentamente, con due sottili mani inguantate, alti i cubiti, si toglieva veli, spilloni, cappello, come fosse una funzione sacra. Apparve allora una leggiadra testa dai capelli cinerei. Con un rapido moto trasse poi da una borsetta uno zendado, vi ravvolse in un attimo il capo nella foggia languida in cui è effigiata Beatrice Cenci; distese sul velluto un gran lino bianco; vi si adagiò con la testa; vi si immobilizzò: forse dormiva se non fosse stato un piccolo piede a dichiarare che ella era pur desta.

Il grosso signore si rivoltò ancora, lui e il suo naso, contro la stazione. Era interessante guardare quello che vi succedeva. Un grigio enorme, un umidore intenso, una folla sconvolta era sotto la tettoia: ogni tanto passava qualche macchina fumida, gemebonda che trainava vagoni lenti grondanti da una impellicciatura mostruosa di neve: dentro si vedeva sfilare un ingombro di umanità.

Si va? si sta? cosa si fa? chi lo sa? Dall'interno del treno immobile, dal di fuori giungeva un ininterrotto suono di voci:

«Ritardo di due, sei, dieci ore! La neve! macchè la neve: il «sabotaggio». Ci vuole un ferroviere impiccato per ogni stazione! Ma si impicchi lei per primo! Le ferrovie ai ferrovieri! Alle società private le ferrovie. Senti il compare! È un deputato forse lei? Vi sono delle donne, dei bambini nelle sale d'aspetto che strillano, che si disperano, che hanno fame.»

Il vecchio signore faceva: up, là! sollevandosi ritmicamente sulle punte dei piedi, poi ricadendo sui talloni. Ad un tratto abbassò il vetro: un signore era uscito dall'ufficio del capostazione; agitava furibondo le braccia; dietro di lui erano altri signori furenti; dietro, due capo-aggiunti, ma avviliti, poveretti; la barba di tre giorni, i baffi in giù, il bavero in su, l'orgoglioso berretto color granata, pesto, avvilito anche lui. Quel signore aveva tutta la bocca aperta e le sue parole dovevano essere terribili: ma non si sentivano: ecco perchè il vecchio che faceva up, là! aveva abbassato il vetro.

Allora si udì la voce di quell'energumeno che urlava:

—Ma dove è quel capostazione? Ha finito il suo turno ed è andato a casa? Già loro signori capi non sanno niente, loro non capiscono niente, tutto un giuoco a scaricabarile. Al telegrafo, al telegrafo! Mangiapani a tradimento. Vi concio io, ora! Un dispaccio al ministro.

Chi poteva essere quell'autorevole e furibondo personaggio?

Tutta la folla si volta, al galoppo, verso il telegrafo, e dietro corrono le lucerne di due carabinieri. Ma tornano tutti subito indietro. Una imprecazione collettiva, enorme: Il telegrafo non funziona più!

Ma che succede adesso? Un altro signore rompe la calca, affronta l'energumeno e strilla come un'aquila:

—Prima di tutto, lei che grida tanto, fuori il biglietto!

Era il più bello della scena, quando la dama, levando appena il dito, disse laconicamente:

—Prego, chiudere.

Il vecchio grasso gentiluomo udì, si voltò, guardò la dama. Ella diceva proprio a lui. Lui parve meditare: dopo tutto la signora di seconda classe era come sua ospite nel compartimento di prima.

—Prego chiudere—ripetè la signora in tono che non era affatto di preghiera.

Allora il signore alzò lentamente e come a malincuore il cristallo.

Intanto un lento moto avvertiva che il diretto, forse, stava per partire: uscì dalla tettoia, infatti. Allora brillò una gran luce: ma non dal cielo uniforme di piombo scendeva quella luce; ma dalla immensa candidezza della terra, e fuori di quel candore, tutto era ugualmente plumbeo: le fiumane, le piccole case, disperse, livide, sepolte: un paesaggio immobile, desolato, bianco su cui avanzava, quasi immersa, la linea nera del convoglio.

***

Però era oramai mezzogiorno e il signore si preparò a far colazione: l'apparecchio o viatico che levò da una cestina e dispose bene bene, rivelava l'esistenza di un cuoco di casa, o forse anche di una di quelle mogli rare e preziose che preparano tutto per il marito che viaggia. Quel viatico rivelava inoltre che egli era un buongustaio e anche uno stomaco solido. Guardò con occhio commosso un'anca di cappone a lesso; pallida, piena, gelatinosa, accuratamente priva di bordoni e di piume, oh non come sono le ali e le ànche scheletriche nei disingannevoli cestini da viaggio! Guardò un bellissimo, brunito, rosato, profumato arrosto di filetto, disposto in ordinate fette. Esitò: finalmente prese delicatamente una fetta d'arrosto, aperse la bocca, mise un po' fuori la lingua... In quel punto la dama fece una smorfia di supremo disgusto.

Il signore fissò: depose la fetta su le altre, non sulla lingua, e in tono di persona seccata disse:

—Oh, senta, cara signora, che lei mi voglia impedire di fumare, vada anche, benchè questo è scompartimento per fumatori; che non mi permetta di aprire il finestrino per un momento, sia pure; ma mangiare, ah, mangiare...

—Non parlare con voi.

—Allora io parlare con voi... oh, corpo di Bacco! E dire che quando noi andiamo all'estero, stiamo, si può dire, col cappello in mano; e questa razza prepotente quando viene in Italia...

Ma la signora con una mossa sdegnosa, appena detto «non parlare con voi», si era rifugiata nell'angolo opposto, e d'altra parte, quell'arrosto era così buono, così persuasivo che pareva dire: «Perchè ti vuoi guastare la digestione?» Le fette sparivano tranquillamente, alcuni panini scricchiolarono, una bottiglia nera versò una volta e due il suo contenuto luminoso giù per la gola dell'amabile signore. Non rimaneva che la frutta, e questa era rappresentata da grossi mandarini dalla buccia ben sciolta.

A questo punto il treno, che già andava lento, rallentò: la macchina mandò un gran sbuffo, poi un sibilo flebile, lugubre, morente: il treno si fermò. Un silenzio profondo, poi un'agitazione paurosa per tutto il treno. Il treno era sotto la neve. Stazione vicina? No. In aperta campagna. Si sentivano sportelli e vetri aprirsi. Un individuo o due saltarono giù. Rimasero confitti come cialdoni nel lattemiele: la neve rasentava la banchina. Terrapieno, siepe, tutto era livellato in una desolazione bianca: la macchina—la si scorgeva in curva—era quasi tutta immersa. Nevicava ancora.

La signora si scosse.

—Cosa succede?—chiese voltando la testa verso il compagno di viaggio.

—Probabilmente bloccati.

—Ah! Verranno a sbloccare.

—Speriamo bene, signora.

Può fare sempre piacere ad un filosofo il constatare che la piccola graziosa neve ha forza di arrestare una macchina enorme e nera, simbolo del progresso; come la pudica acqua di affondare un transatlantico; come un microbio invisibile di uccidere un uomo: ma è bene non trovarci in simili casi.

La verità cruda non tardò a farsi strada: treno bloccato in aperta campagna: avanzare e retrocedere impossibile: segnalazioni insufficienti: telegrafo rotto: macchina spenta.

Prospettiva certa: cinque ore di blocco, almeno, cioè il tempo da permettere alle guardie di percorrere i venti chilometri lungo la linea sino ad arrivare alla stazione da cui erano partiti: poi aspettare la locomotiva liberatrice. Altra prospettiva molto più probabile: la notte in treno, senza calore e senza luce perchè la caldaia era già spenta.

Quando la signora seppe questo, fece anche lei come tutti nel treno: protestò: il treno era un coro di proteste. La signora aggiunse la sua voce esotica al coro, con speciale sintesi diffamatoria verso l'Italia.

—Viaggiato molto—diceva—ma mai visto qualche cosa così orribile. Russia, Norway, Svizzera, paesi avanzati avere puf, uf (soffiava). Avere, come dicete voi? Avere rotery-snow-plough per soffiare via neve.—E con la manina vorticosa faceva un molinello che buttava via tutta la neve.

—Vuol dire—spiegava il capotreno ai circostanti, un giovanotto quasi elegante—che all'estero adoperano un tipo nuovo di spazzaneve a ventilatore per liberare i binari. Qui siamo ancora al vecchio tipo che non è buono se non a buttare la neve da un binario sull'altro; e poi con una neve come questa non va.

La signora, dopo avere protestato, si dovette anche lei adattare al fatto reale; aspettare, pazientare, tacere.

Passava, interminabile, il tempo.

Quando la superba umanità intuisce una forza che non può vincere, con cui non può lottare, si abbatte avvilita, muta. I carrozzoni, specie quelli di terza classe, potevano richiamare in mente certi carri-bestiame, pieni di corpi immoti, attoniti.

Ma i bambini si udivano gemere: qualche donna piangeva. La fame! Qualche vigoroso, qualche ardito discese: dal casello vicino, da una cascina si potè avere un poco di pane: ma era una disputa feroce: la si intravvedeva nei vagoni di testa.

Calava la sera.

—Signora, posso offrire?

La signora pareva sofferente: era scossa come da brividi.

Il signore aveva tolto dalla grossa valigia di cuoio una fialetta di essenze.

—Veda, signora—disse—quando io viaggio, ho l'abitudine di prevedere tutto. Ecco qui, oltre al resto, una candela: è probabile che fra poco torni a proposito.

—Grazie, ma avere anch'io petit flacon. Piuttosto ho fame.

—Ah—fece il signore—e presa la cestina, ne trasse ancora quella deliziosa anca di cappone. Poi fissò la signora: sorrise dolcemente con i suoi denti bianchi nella faccia rubiconda, un po' ironica, e senza muoversi punto, appena movendo le labbra:—Sì—disse—ma pagare!

«No, no denaro—disse fermando il gesto della signora.—Soltanto un piccolo bacino, qui!»

E indicò la punta del grosso naso.

—Ah!... Fy, old satyr!

—Niente, vecchio satiro, madam. Ho dato addio da tempo alla carne: non però alle ànche di cappone. Ma quest'oggi mi sento americano anch'io, cioè molto originale—e così dicendo fece atto di riporre la preziosa anca superstite.

Allora con un moto rapido, la dama si appressò: il signore sentì cose molli, profumate, deliziose appressarsi a lui: la lontra, le viole.

I labbruzzi di lei sfiorarono il suo grosso naso. Poi tutta si ritrasse indietro, coprendosi il volto per non vedere quella orribile cosa che aveva baciata.

***

—Dire—ruminava tra sè il signore allontanandosi nel corridoio, e riacceso un toscano per lasciare che la dama affondasse in pace i suoi dentini in quella anca rosata—dire che circa vent'anni fa questa triste avventura della neve poteva essere fra i più saporiti ricordi della vita!

Un mezzo toscano è spesso una grande consolazione, nella miseria.