— “Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa parte della battaglia. Fummo noi che superammo la Capitana del Pascià; e davvero se vi adoperammo lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi ricordo, quell’ottimo Marino Contareno; morirono, e in ricordarlo mi prende ribrezzo ed affanno, con esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè! il fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati attorno dalle galee nemiche, non lasciammo la presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati di vincere o di morire. Certo ogni orma impressa da noi costava sangue, ma i passi erano alla vittoria: già anelanti, e pugnando con le coltella, arriviamo a mezza galea. Il signore duca a capo di tutti pareva un angiolo che ci conducesse al trionfo...”
— “E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo padrone, a questa ora non rimarrebbero di lui che le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei, che mi caddero ai piedi mortalmente feriti; bene m’ingombra l’anima di tristezza la memoria di Fabio [pg!394] mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta morendo senza piangere il fiore della perduta giovanezza, anzi contento di essere chiamato presto alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo, ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra; e quando levo la faccia, una mano stringente un pugnale rovina sopra di me improvvido di difesa; il pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra la persona; la mano anch’essa mi cade sul capo, ma separata dal braccio, e con la mano un lavacro di sangue m’inonda il volto...”
— “Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che io ci pensassi nemmeno, e la tagliai netta come un giunco...”
— “Ed io mi ti professo debitore della vita, e finchè Paolo Giordano Orsini avrà un cuore e una casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel cuore e nella casa di Paolo Giordano Orsini... — Beviamo! — Alla memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!”
— “Dio li abbia in gloria!...” acclamarono da tutte le parti.
— “Orsù dunque,” riprese Paolo Giordano, “diamo compimento alla storia. La Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette galee che la combattevano ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco a furia di remi si allontana; e noi vedemmo le spalle di quel feroce vôlte in amarissima fuga. Molti si danno vanto della morte di Caracozza; ma la verità [pg!395] è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo d’inestimabile valore, superata prima la galea Corcut, accortosi avere dappresso Caracozza, gli si avventò addosso disperatamente. Con ira punto minore Caracozza rovina contro lui, sia che lo strascinasse vaghezza di gloria, sia, come credesi piuttosto, un odio antico: s’incontrarono: — una scarica di arcobugi fatta da ambe le parti gl’involse di fumo, e quando il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per molte ferite tutte nel petto. Al Benedetti subentrava Onorato Gaetano, nepote del papa, il quale, secondo che udimmo da persone degne di fede, aiutato da Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con non troppa difficoltà condusse a termine cotesta onorata fazione. I Cristiani schiavi sopra le galee turche, accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava li aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate quelle armi che il furore e il caso ministrano, fanno acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia e nel corno sinistro dell’armata cristiana, procedeva alquanto avversa la sorte nel corno destro. Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto di non rimanere avviluppalo da Uccialì, che gli veniva [pg!396] incontro con molto maggiore numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni nemici. Ma Uccialì, espertissimo capitano di mare, quando conobbe le galee del corno destro così sparpagliate e lontane, non potere di leggieri l’una l’altra soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto vento, si strinse addosso alle smembrate con forze di gran lunga superiori, e uccisi i principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre alla moderna; imperciocchè, visti morti o feriti intorno a sè tutti i compagni, ed egli stesso essendo in più parti della persona impiagato, non gli bastò l’animo di considerare la sua galea calcata da orme turchesche, nè potè patire che rassettata un giorno i nemici se ne valessero ai danni della patria dolcissima; onde strascinatosi al luogo dove si conserva la munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè, la galea, e tutti i nemici che vi stavano sopra con orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria. Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo vuolsi tacere il fiero scontro della Capitana di Malta, la quale investita da tre galee turchesche combatteva intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non che Uccialì ravvisando lo stendardo di San Giovanni, come colui che si professava capitale [pg!397] nemico della Religione di Malta, non vergognò spingerle contra altre tre galee per averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, considerando soprastare a sè e ai suoi l’ultimo fato, li esortò a morire animosamente, dacchè per vincere non v’era speranza, e del rendersi non parlava nemmeno. Durò la mischia di sei galee contro una, gloriosa pei Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue; il generale per tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato l’anima; la galea fino al castello occupata; lo stendardo caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva prova difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere fiorentino, ridotto a men tristo partito degli altri, sosteneva la onorata agonia. Uccialì compreso di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece; imperciocchè urtando i nemici stanchi dallo aspro combattimento, ne menò orribile strage, ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con moltissimi altri caporali turcheschi. — E belle di fama e di sventura furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina, combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma; sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici, la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo [pg!398] Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il capitano vi fu ferito di due archibugiate nella gola, ed oltre al cavaliere Simone Tornabuoni e Luigi Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e peggio capitava la galea sopra la quale combatteva Ascanio della Cornia, circondata da quattro nemiche, se meno pronto giungeva al soccorso Alfonso di Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da ogni lato sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo movergli contro tutta l’armata nemica per invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di Sicilia, ma scompigliato da forze maggiori, riportati non piccoli danni, ebbe a cedere il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero a dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti per le durate fatiche, con infinita amarezza lo contemplarono ridursi a salvamento con quaranta legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni di memoria, i quali furono, che Giovambattista Mastrillo Nolano, e Giulio Caraffa Napoletano, mentre sono con altri compagni condotti prigioni sopra due diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la medesima audacia come se si fossero data la intesa, si sollevano contro i Turchi, accoltellano i Rays, e quanti altri fecero sembianza resistere, e di schiavi e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a noi, che a braccia aperte li accogliemmo, co’ brigantini [pg!399] nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.
“Circondato da nere nuvole, il sole declinava al tramonto, gittando lungo per le onde uno sguardo obliquo, per cui avveniva che la parte rischiarata mandasse vivida luce, e l’altro mare fosse ingombro di tenebre: al fiotto dei marosi si accompagnavano gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni, e i singulti, e da lontano parevano un pianto solo, — il pianto della natura sopra lo strazio dei suoi figliuoli certo da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della origine celeste dell’uomo. Vedevi una gente chiusa al terrore salire sopra le galee che abbruciavano, cacciarsi tra le fiamme, senza sospetto che in quel punto ardendo le polveri preda e predatori dirompessero in frammenti minutissimi; altri non sazi ancora di combattere, siccome l’odio implacabile li flagella, si acciuffano pei capelli o per le barbe, e in difetto di arme co’ pugni percuotonsi, co’ denti si lacerano, ed ora la testa dell’uno or la testa dell’altro con infelice vicenda sparisce sotto le onde, finchè queste, sdegnose quasi che durasse tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano nello immenso seno, e non compariscono più. — Poc’oltre si contendono un albero, o fusto, o troncone, per appigliarvisi, e rimanervi tanto che giunga il soccorso; ma mentre, più caritativi e meglio assennati, poteva bastare a tutti la tavola della salute, [pg!400] consumando le forze estreme per possederla ognuno esclusivamente per sè, li opprime un fato comune; tale altro stupido di paura, abborrendo annegare, afferra un frammento di galea che arde, e fuggendo l’acqua perisce per dolorose bruciature; — e infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni; e a quale si accostava supplicando la vita lasciavano che mettesse le mani sopra la banda del caicco, oppure gli porgevano il remo quasi per aiuto, poi a colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi (avvegnachè il ben fare sia sempre poco) andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni, vivi o morti ch’e’ fossero; pietosa e vana cura, però non vana tanto, che a qualcheduno non venisse fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva; morto poi, lo rivestiva, lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva orrevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia, dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila, chi trentamila, e chi un numero maggiore; su di che mi stringo a dire, che molti certamente furono, [pg!401] ma nessuno li contò.99 Dei nostri mancarono alla chiamata settemila sei cento cinquantasei; liberammo dodicimila schiavi cristiani; i vascelli presi sommarono a duegento: noi perdemmo la sola galea corfiotta: degli altri legni nemici, se togli quaranta scampati con Uccialì, quale rimase sommerso, quale arso; acquistammo cento diciassette cannoni, duegento cinquantotto pezzi di artiglieria minore, e diciassette petriere; prigioni circa quattromila, tra i quali, per tacere degli altri, comparivano notabilissimi i figliuoli di Alì, di cui il maggiore moriva di angoscia a Napoli, e l’altro trattenuto in prigione cortese dal papa. Immensa la preda. Nella galea di Alì trovarono ventiduemila soldanini di oro, in quella di Caracozza quarantamila; e in tutte le altre copia così di pecunia come di armi, di arnesi e di vesti doviziose, conciossiachè i Turchi estimando mettere in fuga i Cristiani con la vista, e di girsene, piuttosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di magnifici abbigliamenti vestiti, circondati di tutte quelle delizie cui erano costumati a godersi nella sicurezza della città; oltrechè seco loro apportavano le spoglie nobilissime di Cipro e delle riviere cristiane, che nel lungo corso avevano lasciato deserte.
“Ma il generale Veniero, come colui che avendo consumato gran parte della sua vita sul mare era sottile speculatore dei venti, persuase a don Giovanni, il quale, deposto ogni altro affetto, lui abbracciava, [pg!402] lui onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natolia, dacchè il tempo minacciasse fortuna. L’armata assentiva al comando, e adoperandovi forza di vele e di remi, verso le quattro ore di notte gittò l’áncora in Petalà, lungi sei miglia dal luogo del conflitto.100 Don Giovanni, consigliato dalla egregia sua indole, volle prima di tutto si provvedesse ai feriti, e quanto meglio fu dato con animo prontissimo gli obbedimmo. Ed egli stesso non indulgendo a fatica, così senza prendere cibo si recò a visitare i giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettualmente a quei miseri; ma la presenza amica, la maestà dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qualcheduno di loro meno acerbo lo spasimo delle piaghe, più tolleranda la morte. Ora accadde, che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi:
“— Buona sera, don Giovanni!
“E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto favellava il giacente:
“— Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine: voi, a quanto pare, siete rimasto offeso; sopportate pazientemente: fo voto a Dio per la vostra salute.... A poco prezzo avete acquistato una fama immortale.... [pg!403]
“— Il prezzo non è poco; — ma non importa. Don Giovanni, voi avete sembiante di non ravvisarmi...
“— Mi sembra!... Ma sarebbe impossibile!... Don Michele...?
“— Cervantes Saavedra, tutto vostro per la vita, e per la morte.
“— Ah! Don Michele mio, datemi la mano....
“— Io ve l’ho data, don Giovanni; se potesse crescermi di nuovo, io di nuovo ve la darei, in fede di Dio....
“E il giacente mostrava per l’aria scura il braccio mutilato involto di panni sanguinosi. Don Giovanni allora riconobbe in lui il soldato che lo sostenne precipitante in pericolo di vita: tacque, e se il buio non era, noi vedevamo piangere lo invitto capitano. Scorso un lieve spazio di tempo, Don Giovanni riprese con voce tutta commossa:
“— E quando siete arrivato? E perchè non vi mostraste?
“Don Michele rispose:
“— Tardi venni, perchè da Genova a Napoli, mercè il santo collegio delle muse,101 di cui mi confesso sacerdote indegnissimo, non mi trovai danaro sufficiente da pagare cavallo o vettura, e Dio sa se io me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; ma, come piacque alla Nostra Signora, mi trovai alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva statuito mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto [pg!404] a difendere con la mia vita il fortissimo campione della Cristianità, e il sangue più nobile di Spagna; la fortuna amica per questa volta mi assentiva pieno il disegno, ed io devo ringraziarla se avendole data la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè se la morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la vostra destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria; se all’opposto era destinato ch’io soccombessi, ignorandolo voi, non ne avrebbe sentito cordoglio l’animo vostro per me amorosissimo; e se finalmente dovevamo morire ambedue ci troveremmo adesso alla presenza di Dio....
“Queste parole semplici, e nonostante maestose di grandezza, ci empivano di maraviglia, quando uno Spagnuolo interruppe il silenzio religioso, osservando: — Chi mai avrebbe creduto incontrare tra i guerrieri di Lepanto il nostro poeta! — Alla quale considerazione Don Michele sempre pacato rispose:
“— Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove poneste mente che tutto quanto apparisce grande, forte e magnifico, è poesia. — Don Giovanni nostro deve salutarsi come l’altissimo poeta della Spagna.... Di due ragioni vi hanno poeti: — quelli che operano le cose belle, e gli altri che le cantano. — Don Giovanni ci ha dato l’argomento del poema: — adesso chi comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore... non io.... che non mi sento da tanto. —
“Così s’incontravano i due più eletti spiriti che [pg!405] abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi, e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto in quella contrada, che tra i posteri avrà fama principalmente perchè patria di loro.
“Come troppo bene aveva preveduto il Veniero, imperversò nella notte una spaventevole procella. Le galee rimaste accese, più che mai divampanti di fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi, ora sparivano, o sbattute trasversalmente volavano per la superficie delle acque.... Davvero avevano sembianza di demoni, che sbucati dallo inferno fossero accorsi a raccogliere le anime, ad esultare della immensa strage nel luogo del conflitto! — Alla dimane, migliaia di cadaveri ingombravano i lidi, e il mare roteava le azzurre sue onde come nei primi giorni della creazione: cotesto flutto fremente rompentesi contro la riva, pareva che dicesse: — O terra, riprendi i tuoi figliuoli; con un soffio delle mie narici ecco ho respinto da me questa polvere insanguinata e rabbiosa, che chiami umanità. Se i tuoi figli si avvisano solcarmi il volto, io richiudo tosto quel solco, e nessuno può trovarne la traccia; se io li sopporto sul dorso, io il faccio come dei trastulli costumano i garzoni volubili, per sollazzarmi, e per romperli. Ecco io mi sono purificato da loro; l’orma dello eccidio di Lepanto rimane sopra di me come il volo dell’alcione per l’aria. Tu, mia indegna sorella, soffri le costoro città, e lacera quotidianamente, e in mille guise torturata, non sai vendicarti, anzi [pg!406] dagli aperti solchi tramandi perenne sostanza per nutrirli; deh! fa senno e fenditi una volta a seppellirli tutti. Se pure offesa senza misura ti muovi, sobbissi qualche città, o qualche catena di montagne tranghiotti; le tue ire paiono piuttosto di madre che rimprovera, che di giustiziere che punisce. Io, tempo già fu, venni a mondarti con universale lavacro, e mi tarderebbe di ritornarvi adesso, che ti contemplo assai più sozza di prima, se non mi respingesse dalle tue sponde la parola di Dio. Vieni, supplica meco il Creatore che revochi il comando, ed io ti purgherò per sempre con la moltitudine delle mie acque, — con un diluvio, — per questa volta — senza Noè....
“Tale la mia commossa fantasia immaginava. — Come il mondo cristiano esultasse, voi sapete. Il sommo Pontefice volle che abbattuto lungo tratto di mura presso a porta Capena, per quella breccia Marcantonio Colonna entrasse in Roma, e a modo degli antichi Cesari trionfando al Campidoglio si riducesse; dove giunto, gli fu presentato un grosso dono di danari, che da lui accettato ne ringraziò prima il Papa, e poi subito depositò affinchè ne facessero la dota a molte orfane e povere donzelle. Così, ricco non di altro tesoro che di fama accresciuta, tornava Marcantonio alle sue case, tanto più grande quanto più solo: anima veramente romana! I Veneziani, ai quali pure i due terzi dei caduti in battaglia spettavano, non patirono che come morti [pg!407] si piangessero quei valorosi che caduti combattendo con l’arme alla mano rivivevano a secolo immortale, e i loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche grazie che si resero a Dio vestiti di broccato e di altre stoffe preziose: sangue anch’essi latino! Quello però che voi non potete avere inteso, si è questo, che Filippo di Spagna acerbamente sofferse la vittoria, rampognando il fratello di avere posto in avventura le forze della monarchia, senza che la vittoria valesse a produrgli vantaggio; e mentre il sommo Pontefice saluta nella effusione del cuore don Giovanni con le parole dello Evangelista: — Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joannes, — vi fu tale in Consiglio, che non rifuggì da proporre si consultasse se gli si dovesse tagliare la testa. Vergognò Filippo medesimo della tremenda viltà dei suoi consiglieri; viltà maggiore di quella che avesse potuto desiderare egli stesso. Scampava don Giovanni la vita, ma percosso dal rimprovero disonesto, lo divora adesso lo sconforto e il dolore: — e ciò era astio spagnuolo! Quale ne venne da tante morti, da tanto valore, e da così prodigiosa vittoria, comodo ai Cristiani? dalla rinomanza in fuori, nulla. Gloria, ebbrezza delle anime grandi, oh come scadi dalla estimazione e dal desiderio, quando sei fatta traffico di principi, ghiacci calcolatori delle nobili passioni! Ognuno pensa a sè, e per oggi; lo indomani non conosce, o non cura. Venezia in mare, la Pollonia in terra, rimangono abbandonate come due vedette [pg!408] perdute incontra agli sforzi dei nemici della fede. Un giorno (disperda il Signore l’augurio) abbattuti quei due baluardi, i Cristiani si sveglieranno agli urli dei contadi, alle fiamme delle arse città; — se Dio non provvede, fra venti anni noi saremo tutti Turchi...”
Qui dava termine Giordano al suo lungo racconto, e intorno intorno correva un fremito come di gente che approva in un punto ed aborrisce una cosa; e poichè in altri bei ragionari si fu trattenuta alquanto la compagnia, vedendo come le stelle dal cielo ormai declinassero, e sentendosi vaghezza di riposo, Paolo Giordano levatosi da mensa, l’accomiatava con dolci e reiterati saluti, pregandola starsi pronta domane per correre i boschi prima che la sferza del sole si facesse sentire di soverchio cocente. Egli stesso dato di braccio alla consorte Isabella fino alle scale l’accompagnava, dove baciatale la mano, con augurii di notte felicissima da lei si dipartiva.
Ognuno si ritirò nelle proprie stanze, e forte lo premendo il bisogno di ristorare le membra stanche, si dava in balía del sonno.
————
In meno che non volge mezza ora pareva che dormissero tutti.
Pareva!....
Paolo Giordano vegliava....
Venuto nelle sue stanze, si abbandona sopra un seggiolone, appoggiando la faccia al pugno sinistro, [pg!409] e lasciando giù pendente la destra. È bianco, e contraffatto, e non mormora parola: due bei bracchetti bianchi col collarino di scarlatto ricamato di oro, accostumati a ricevere le sue carezze, gli giacciono ai piedi, lo guatano fisso, e quasi ingegnandosi di richiamare l’attenzione del padrone sopra di loro, gli vanno lambendo dolcemente la mano. Sembra che di nuovo si agitasse nell’anima del duca una contesa fierissima tra il volere e il disvolere; ma bene esaminata ogni cosa, discusso quanto poteva giovare, e quanto nuocere, librate le ragioni del bene e del male, o almeno quelle che a lui parevano tali, e la offesa, e la vendetta, e il perdono, assai potè conoscersi chiaro a quale conclusione scendesse quando gli sfuggirono dai labbri le parole:
— Ella è cosa che bisogna compire!
E quindi subito:
— “Titta!”
— “Signore.”
Paolo Giordano strascicando la voce tra i denti:
— “Hai.... tu.... apprestato?....”
— “Hollo.”
E successe un silenzio affannoso: poi lo ruppe Paolo Giordano chiamando:
— “Titta!”
— “Signore...”
— “Ah! era pur meglio restare morti nella battaglia di Lepanto!”
— “Era....” [pg!410]
— “Dì, non ti pare bella mogliema? Non ti pare leggiadra, prestante, dotta in tutte le graziosissime guise del bel parlare gentile?”
— “Maisì, signore, maisì!....”
— “E non ti pare sacrilegio spegnere a un tratto con un soffio proditorio tanta luce di venustà e d’ingegno?”
— “Era pur meglio, signor duca, che noi fossimo morti nella battaglia di Lepanto!....”
Il duca si alzò da sedere asciugandosi la fronte grondante di sudore; — passeggiò nella stanza agitato; poi allo improvviso fermandosi, e ficcando gli occhi negli occhi di Titta, favellò:
— “Ma non sai altro che formare augurii di cosa ormai a conseguirsi impossibile? — Non hai tu in pronto un consiglio che valga? — Nulla! — Nulla! — Siete uomini voi, o echi di spilonche?”
— “Non avete voi detto essere una cosa che bisognava compire? Come volete voi che consiglino i servi, quando i padroni manifestano che terranno i consigli in parte di resistenza ai desiderii loro?”
— “Titta, hai ragione; — tu hai meco sempre il torto solenne di avere sempre ragione.... Quanto ti ordinava apprestasti?....”
— “Tutto.... e potete riscontrarlo da per voi stesso.... guardando.... in su....”
— “Sta bene.... non importa.... mi fido....” — E in vece di sollevare lo sguardo lo affiggeva al pavimento. — “Ora prendi questi due bracchetti, e va [pg!411] quanto meglio ti verrà fatto silenzioso alle stanze di madonna la duchessa; batti soave.... e le dirai....” — E qui abbassò la voce continuando a parlare. Titta assentiva col capo. Paolo Giordano quindi a poco riprese nel solito suono:
— “Adoperandovi parole piacevoli; con maniere affatto ufficiose. Hai capito? — Ora vai....”
E siccome pareva che Titta mettesse tra mezzo alcuna dimora, Paolo Giordano ripete:
— “Vai....”
Titta prese i bracchi, e mentre stava per passare la soglia della porta, si sofferma, e voltata la faccia a Giordano, lentamente favella:
— “Ho io da andare, signor duca?....”
— “Vai.... vai.... Ella è una cosa che bisogna compire!”
E Titta andò. — Egli ascende pianamente le scale, si accosta alla stanza di donna Isabella, — e appena la tocca, gli viene domandato di dentro:
— “Chi è? Che cosa volete?”
— “Da parte del signor duca io devo supplicarvi, madonna, ad accettare questi due bracchetti, ch’egli vi manda in dono affinchè voi li teniate cari per amor suo; e desidera ancora che domani li proviate a caccia com’essi sieno addestrati, e capaci: — pregavi inoltre, che di tanto voi gli vogliate essere cortese, di condurvi a stare alquanto seco lui, avvegnadio gli paia strano che dopo tanti anni di lontananza non dobbiate incontrarvi insieme [pg!412] senza testimoni.... E veramente anche a me pare....”
Titta entrando vide come Isabella stesse con la signora Lucrezia Frescobaldi prostrata davanti una immagine della Beata Vergine, leggendo orazioni entro a un messale; ond’ei pensò tra sè: — “Meglio così, ella si è provvista di viatico pel gran viaggio.”
Isabella si leva in piedi, e rimasta alquanto sopra sè, domanda alla Lucrezia:
— “Vo io, o no, a dormire con mio marito? Che dite voi?”
E la Frescobaldi stringendosi nelle spalle rispose:
— “Faccia quello che vuole: egli però è suo marito.”102
— “Vadasi dunque.”
E la povera signora scese lenta, ma pure senza tremare.
La Lucrezia, o la curiosità la movesse, o la compassione, o piuttosto, come io credo, ambedue queste cose, uscendo dalla consueta impassibilità deliberò seguitarla inosservata alla lontana. Appena l’ebbe vista entrare nelle stanze del marito, affrettò velocissima il passo, e appose l’orecchio alla porta.
Udì liete accoglienze, e un salutare festoso.
— “Come a Dio piace, la incomincia a dovere,” — susurra a fiore di labbra.
Poi le parve ascoltare, e ascoltò certo, suono di riso: e di baci dati e restituiti.
— “Di bene in meglio....” [pg!413]
E trattenendo il fiato, intende tuttavia cupidamente.... — Ma oggimai più non mi lice andare oltre con le parole, e ripeterò col Poeta:
Gli abbracciamenti, i baci, i colpi lieti,Tace la casta Musa vergognosa,E dalla congiunzion di quei pianetiRitorce il plettro, e di cantar non osa.Sol mormora tra sè detti secreti,Che. . . . . . . . . . . . . . . . .103
La Lucrezia in punta di piedi tornava alle sue stanze, pensando: — “Io fo conto che tempesta in casa non vi abbia più da essere, o se pure vi sarà, noi la vedremo conchiudere con qualche baleno, ma senza fulmini.”
————
Mezza ora forse, o poco più, era passata dal momento in cui madonna Lucrezia abbandonava la porta delle stanze di Paolo Giordano, che si aperse di nuovo, e ne uscì Titta, il quale traversata la sala si condusse alla porta dello appartamento di Troilo, e colà giunto, si dette a bussare con le nocca senza troppo riguardo.
Troilo, comecchè gli paresse non avere motivo a sospettare, tuttavolta o per cagione della insolita fatica, o del calore del sole, o del bere soverchio, si sentiva acceso il sangue, e svoltolandosi per il letto non poteva chiudere occhio. Ond’è che avendo inteso subito il rumore scese il letto, ed aperse. [pg!414]
— “Cosa è che vuoi, Titta, con quel tuo viso da cataletto?”
— “Vostra Signoria, se alla prima non si appone, alla seconda non falla. Il signor duca m’invia a significarle, che non trova modo di prendere sonno....”
— “Giusto come a me....!”
— “Tanto meglio; — onde vi prega volere andare a tenergli un po’ di compagnia, e a fare insieme due chiacchiere.... Così vi terrete sollevati tutti e due....”
— “Erat in votis! Attendi; in un amen mi vesto, e vengo teco.”
E abbigliatosi con quelle vesti che prima gli capitarono sotto le mani, presto fu in punto. Titta con un torchio acceso in mano lo precedeva, ma arrivato alla porta di Paolo Giordano, trattosi da parte, e inchinata la persona, favella ossequiosamente:
— “Passi, Eccellenza!”
Entrato Troilo, Titta chiuse, dando volta alla chiave, ponendosela in tasca; e intromesso che fu colui nella seconda stanza, anche di cotesta chiuse con molta accortezza la porta, rimanendo di fuori.
Troilo, posto piede nella stanza, vede Paolo Giordano seduto accanto al letto davanti una tavola, e, o fosse la fantasia, o la virtù del lume, da una ora a questa parte gli sembra di dieci anni invecchiato. Giordano senza levare gli occhi gli dice:
— “Troilo, sedete.” [pg!415]
Cotesta voce non contiene in sè minaccia, nulla ha di rancore, è placida, è sommessa, — e non pertanto non pare articolata dalle labbra; — uscita così dagl’imi precordii come dal fondo di una sepoltura, ebbe forza d’infondere un ghiaccio nelle ossa di Troilo.
E Troilo sedeva.
— “Troilo, a me fa mestieri favellarvi parole, che giova a me dirle, ascoltarle voi negli orrori delle tenebre.... negli arcani silenzi della notte.... Troilo, dopo tre anni lunghissimi di lontananza io torno a casa.... ma questa dove torno è casa mia? Posso io dormire sicuro? Posso io sedermi senza sospetto a mensa?....”
Troilo côlto alla impensata, improvvido di consiglio, si tace.
— “Troilo! Quando io mi partiva da casa, conoscendo la donna che mi fu moglie — che adesso mi è moglie, — di mobile fantasia, sciolta nei modi per colpa di educazione assai più che a severa gentildonna non conviene.... facile a trascorrere.... petulante.... proterva.... io aborrii lasciare confidato il tesoro del mio onore in mani non dirò infedeli, ma per certo pericolose. — Di cui doveva confidare io, se non del mio sangue? Te dunque scelsi, a te raccomandai il mio onore, che pure è il tuo, e ti scongiurai con le lacrime agli occhi ad averne buona e vigilante custodia.... Te lo ricordi, Troilo? È vero? Vorresti forse smentirmi?.... E volendo, potresti?”
— “È vero...”
— “E ti ricordi le promesse che mi facesti allora? [pg!416] Te le sei ricordate tu sempre? Rendimi ora dunque ragione: come hai tu esercitata guardia leale intorno a mia moglie?....”
Giordano tiene il braccio destro col pugno teso sopra la tavola.... orrendamente ha contratti i muscoli della fronte, le sopracciglia aggrottate, e le pupille a mezzo sotto di loro nascoste mandano traverso ai peli arruffati una luce come di fuoco ardente dentro un roveto. La lingua di Troilo sta confitta al palato; e Giordano di nuovo:
— “Come hai tu esercitato vigilante custodia intorno alla mia moglie?”
E poichè la risposta non viene, egli continua:
— “Se devo porgere ascolto alle novelle che me ne giunsero fino a Roma, veramente io ho perduto la mia fama senza rimedio; la mia casa è piena di obbrobrio: ormai io non potrò più udire il nome della donna mia senza sospetto che lo profferiscano per onta o per dileggio. Virginio non potrà udire il nome della madre senza abbassare la faccia per la vergogna. Nefande cose avemmo ad ascoltare, cugino, e tali a cui inorridisce la natura.... tali che sono a sopportarsi impossibili, che nè posso, nè so, nè voglio a patto niuno sofferire io....”
— “Giordano!....” con voce di agonia replica Troilo; — “un cavaliere come voi fornito di quell’ottimo discernimento che tutti conoscono.... pratico delle cose del mondo.... vorrà credere a parole bugiarde.... ai detti di uomini oziosi.... e maligni? Noi [pg!417] generalmente il popolo estima felici; e genti cui l’astio rode gioiscono nello avventarci strali avvelenati. — Facciamoli piangere, esse dicono; così nel pianto saranno uguali a noi....”
— “E tu ben parli; ma la nequissima voce mi venne confermata da tale, che ormai non posso più dubitare.”
— “Ella è poi di fede degna come voi reputate?”
— “Lascio a te giudicarne. Me lo confessava Isabella....”
— “Ah! Isabella....?”
— “Isabella....”
— “Vostra moglie....”
— “Ella dessa.... mogliema. — Ora mi dì, Troilo.... il tuo nome è Orsini? Il sangue che nelle tue vene discorre è un sangue stesso del mio? — Rispondi!”
— “E a che dirvi quello che voi troppo bene sapete?”
— “Perchè mi giova in questo momento solenne udirlo da te, ed essere certo che tu lo ricordi, che te ne senti convinto... Così mi trovo circondato di traditori, — che dal mio sangue in fuori... io non ardisco sperare non essere tradito... Dunque tu sei mio sangue...? Ora dammi un consiglio!... Isabella... l’ho io da perdonare, o da ammazzare?...”
— “E devo consigliarvi io?”
— “Sì...”
— “Ma nè io, nè altri mi crede capace da tanto. Voi avete molto maggiore senno di me...” [pg!418]
— “Io però non lo penso; e posto ancora che ciò fosse, estimi forse che non si perda in simili casi il senno? Orsù, io t’impongo di consigliarmi...”
— “E allora... considerate, Giordano, come sia misericordioso il Signore;.... e come gl’incliti personaggi che a lui si rassomigliano compariscano miti e clementi:.... ottenga pietà presso di voi la debolezza della natura, la età della donna, e gli esempj non buoni nei quali venne nudrita;... vi ritorni al pensiero quello che con la solita prudenza ragionavate poco anzi, la fantasia mobile, la indole immaginosa, il tempo, il luogo, la occasione;... ed anche... il fato, Giordano, dacchè noi tutti governa un fato insuperabile.... e usate misericordia.... Isabella non potrà più presentarsi al vostro cospetto decorosa d’innocenza; voi non la potrete amare mai più.... e forse stimarla nemmeno.... e non pertanto avanza all’offeso una contentezza, acre è vero, eppure desiderabile sempre, quella cioè di sentirsi immeritevole della offesa, — e di vedere l’offensore pentito nel profondo dell’anima....”
— “Vedi se ti manca il senno! Tu non patisci certamente difetto di eloquenza.... Ed io lo immaginava! — Davvero io vorrei seguitare il tuo consiglio, ma un pensiero me ne distoglie, ed è questo: in simile negozio ci va soltanto dell’onore mio? Il decoro di famiglia non deve estimarsi a modo di fidecommesso, che a me non è dato alienare, e neanche diminuire, ma che nella sua interezza io devo rendere [pg!419] ai figli così immaculato e chiaro come io dai miei maggiori lo ricevei? Diversamente operando, non ti pare egli che un giorno potrei sentirmi dire dai padri: — Che cosa hai tu fatto del nostro patrimonio? — E dai figli: Non è questo il nostro retaggio...?”
— “Io crederei fosse bello le vendette ardue cercare, e compire; le altre, che per farle basta volerle, parmi dimostrazione di animo grande abbandonare. Vincere altrui è cosa lodevole, vincere poi sè stesso, divina....”
— “Ed anche per ciò io mi persuaderei a perdonarla.... quasi...., sennonchè un altro motivo mi cruccia, ed impedisce che il mio cuore si apra alla pietà; ed è la ostinazione della donna a tenermi celato il nome dello adultero....”
— “E nol sapete voi?”
— “No.... E tu lo sai?...”
— “Io? No.”
— “E questo pensava anch’io, perchè altro ti venne in pensiero, che guardarmi la donna, ed hai per ciò con la casa mia e meco un torto grandissimo, Troilo; un torto del quale io non so come possa mandarti assoluto. — Ma forse non vuolsi attribuire a te solo tutta la colpa, e in parte.... anzi in grandissima parte.... è mia, che sapendoti e giovane e cupido di gloria, e di alto cuore, ad altro dovevi attendere tu che a fare lo eunuco di palazzo....”
— “Ed ella dunque recusa di svelarvi il nome...?” [pg!420]
— “Nè per preghiera, nè per minaccia, nè per la speranza del perdono costei a verun patto assentiva mitigare la esacerbata anima mia....”
— “Certo, grave colpa è questa.... E tentaste tutte le vie?”
-“Tutte....”
— “Vedete dunque, Giordano, come male consigli chi non sa come le cose stieno: — se questa sua caparbietà avessi conosciuto avanti, io vi avrei consigliato in modo diverso.”
— “Diverso!”
— “Anzi contrario....”
— “Lo vedi tu stesso! Io mi vi trovo sospinto irresistibilmente: almeno conoscessi colui che non trattenne pudore di contaminarmi la casa mentre io versava il mio sangue per la fede di Cristo.... colui che non lo dissuase la reverenza della casa mia.... e più della reverenza la paura della mia spada! — Ah! mi parrebbe essere non infelice affatto, se potessi cacciargli le mani nel seno.... strappargli il cuore, e sbatterglielo nelle guancie.... — E vedi, Troilo, io glielo farei, quanto è vero Dio.... ma il codardo si cela.... Oh chi sei tu, che mi hai ferito a morte, e non mi hai tolta la vita? Qual è il tuo nome? Móstrati! — Niente.... Ahi! quanto lacera il dolore della offesa fatta da persona oscura, o abietta, o ignorata, contro la quale non possiamo vendicarci, o vendicandoci rimarremmo macchiati più assai dalla vendetta che dalla offesa....” [pg!421]
— “E veramente simili offese desiderano lavacro di sangue...”
— “E poichè non posso versare quello dello adultero aborrito... che di’ tu?...”
— “Parmi...”
— “No... parmi” — dice Giordano levandosi in piedi; — “qui fa mestieri aprirmi il tuo concetto intero...”
— “Allora...”
“Allora? Perchè esiti tu? Qui non ci ascolta nessuno... nessuno...”
— “Allora... il decoro geloso di famiglia domanda che... sparisca da questo mondo Isabella...”
— “Sta bene,” — rispose Giordano; e stesa la mano al cortinaggio, ne tira da parte le cortine, aggiungendo: — “Ecco... guarda; — io l’ho fatto...”
— “Ah vendetta di Dio!” — urla Troilo; e dando tre o quattro balzi allo indietro con le mani dentro i capelli, percuote con le spalle e col capo violentissimamente nella opposta parete.
Colei che fu donna Isabella Orsini giace resupina sopra il letto a modo di sedente: sciolte e rabbuffate le chiome, tesi i bracci, con le mani attrappite; il volto nero, e chiazzato di sangue; aperta la bocca, e sozza di bava sanguinosa; gli occhi aperti, intenti, scoppianti fuori dai cigli... Una corda sottile le stringe tuttavia il delicato collo, di cui i capi si perdono pel buio della stanza, e terminano al soffitto.
Infelice spettacolo di colpa e di perfidia! [pg!422]
«Così perì Isabella dei Medici, che avrebbe fatto sè ed altrui felici, se il cielo le avesse dato o minore bellezza, o maggiore virtù, o migliori parenti.»104
Giordano pallido anch’esso nel volto come per morte, ma comprimendo con violenza prodigiosa la passione che gli sconvolge l’anima, immobile dal luogo ove tiene aperte le cortine, sporge il braccio destro verso il cugino, e continua a favellare così:
— “Ora il mio letto diventò deserto... chè ogni donna tremerà le si converta in supplizio; — la mia casa è deserta, perchè il padre non può vivere col figlio di cui ha strangolato la madre... Giorni torbidi, e infami, — notti insonni, e piene di rimorsi e di paura, — morte acerba... giudizio di Dio tremendo, — ecco la pace che mi hai dato, Troilo! — Troilo, tu, e non altri! — Uomo iniquo ed abietto... io ti conosco... intero... e vedo e so come a costei, che fu moglie mia, meno deve essere stata dura la morte, che la coscienza di avere perduto la sua dignità di principessa, di consorte, e di madre... per così miserabile e schifosa creatura come sei tu. — Ribaldo! Non è morto il segreto con la tua complice... no... nè con la strage di lei, da te consigliata, Giordano perdeva la traccia del traditore. — Ora a te sta morire. Io potrei e dovrei astenermi di levarti l’anima trista con questa mano di cavaliere onorato; un sicario basta al sicario; — ma come patisci giusta morte, così non voglio che tu possa, ove mai c’incontrassimo [pg!423] nell’altro mondo, lagnarti del modo della pena...”
Così dicendo, prende due spade nude poste ai piedi del cadavere, e gettandone una per terra alla volta di Troilo, soggiunge:
— “Toglila su, e difenditi; e poichè sei vissuto da traditore, muori almeno da gentiluomo...”
Come asta di arco tesa da mano robusta, che lasciata la corda violentemente si addirizza, così Troilo di curvo fattosi diritto, quasi lo invadesse il demonio, dà un balzo verso la finestra aperta alle sue spalle, afferra con ambe le mani il parapetto, e con un altro balzo si precipita fuori. Volle fortuna, comecchè cadesse a capo fitto, per essere la finestra poco elevata da terra, e per esservi l’erba cresciuta sotto foltissima, non ne riportasse alcun male, onde tornato subitamente in piedi si cacciò giù alla dirotta per le scale di pietra.
Paolo Giordano, visto l’atto, come colui ch’era valido di membra, ed agile molto, con prestezza punto minore, di un salto ebbe varcato la finestra; — e giù via incalzando con la spada ignuda nella mano il fuggitivo.
Non parola, — non minaccia; — soltanto udivasi con duplice cadenza il suono dei passi accelerati per le scalee.
Trascorreva Troilo avanti, ma nel lungo corso perduta la lena, disusato ormai dai cavallereschi esercizii, lo avrebbe raggiunto sicuramente Giordano, [pg!424] se questi a mezzo del secondo scalo urtando forte col piede dentro a un cordone di pietra, non fosse stramazzato sopra la viva selce, sdrucciolando per lungo tratto, e per quelle asperità macolandosi costole e petto, e in parte scorticandosi, e rompendosi le mani ed il viso. Gli scappò dalla destra la spada, la quale a balzelloni, rompendo i silenzii della notte, con pauroso fragore, chè di elettissimo acciaro ella era, andò a fermarsi lontano lontano sopra la pubblica via.
Non che gli fosse dato abilità d’inseguire Troilo, Giordano allora potè a stento rilevarsi; ma sollevata appena la persona sopra i gomiti appuntellati a terra, tese la faccia dalla parte onde Troilo si dileguava; e gli cacciò dietro per lo buio della notte questa truce sentenza:
— “Poichè non sei voluto morire da cavaliere, non passeranno mesi che tu morirai come un cane!”
Titta raccolse il suo signore malconcio: gli lavò le piaghe, e con amorevole cura gliele fasciò; poi lui gemente e fremente ripose sur un lettuccio nell’anticamera.
Andò quindi per madonna Lucrezia, la quale percossa dal fiero caso, tanto a lei più tremendo quanto meno aspettato, rimase meglio di una ora a ricuperare gli spiriti e la parola; nè mai ebbe più bene mentre che visse, nè fu veduta più ridere o rallegrarsi. Tornata in sè, Titta le si pose davanti, [pg!425] e col dito indice della destra alzato in mezzo ai sopraccigli, lento lento profferì queste parole:
— “Madonna!... sentite bene!... La signora duchessa è morta allo improvviso.... di accidente.... sopraggiuntole nel lavarsi con acqua fredda la testa... per cagione del quale accidente... cadde in grembo vostro... e la sorprese la morte senza avere tempo di darle soccorso.... Badate, madonna, da sbagliare, se avete cara la vita!... Gli avvisi da parteciparsi della sua morte alle corti — preparati fino da ieri — parlano per lo appunto così.... Tenetevi dunque per avvertita...”105
Sciolto il cadavere dal laccio, fu trasferito da Titta nelle sue stanze; e adagiato sopra il Ietto, Lucrezia mandò per Inigo, e gli disse parola per parola quanto l’era stato imposto da Titta. Il maggiordomo, dato uno sguardo al cadavere, troppo bene si accôrse del caso, e con la mano manca preso il lembo del lenzuolo gli coperse la faccia nera per lo travaso del sangue, mentre col dosso della destra si asciugava una lacrima. — Inigo il maggiordomo, reputato cuore di pietra, piangeva.
— “Dio riceva in pace l’anima di questa povera signora!” — E dato un grosso sospiro, non parlò, più.
Al cadavere d’Isabella furono fatte l’esequie grandi e solenni: famigli, parenti — e il marito — e i fratelli, presero le vesti gramagliose. Sopra il feretro le recitarono la orazione funebre composta da [pg!426] uno accademico della Crusca in forbitissima favella toscana.
Prezzo del sangue fu, in parte il pagamento, in parte la composizione dei debiti di Paolo Giordano Orsini; e questo narra il Galluzzi.106 Il Settimanni poi ci fa sapere come il duca di Bracciano conseguisse dalla munificenza del cognato premio anche maggiore, cioè nell’ottobre prossimo la donazione di Poggio a Baroncelli, oggi Imperiale.107 La quale notizia indusse per avventura in errore taluno, che scrisse la strage della Isabella avvenuta al Poggio Imperiale, e non a Cerreto.108
E Dio, che non paga il sabato, dette anch’egli il guiderdone a Paolo Giordano condegno ai meriti. Orribilissima morte lo incolse; la sua anima si contaminò di nuovi delitti, conciossiachè il sangue chiami al sangue, come vediamo succedere pel vino; e il giudizio rimase aperto, talchè n’ebbero temenza i suoi successori. E se ci saranno dalla fortuna non avversa largiti tempo e salute, i nuovi casi della vita di Paolo Giordano ci somministreranno argomento per altro racconto.
Come Troilo finisse, lo ricaviamo dal passo seguente delle storie del Galluzzi. «Il Granduca determinò pertanto di esplorare l’animo della Regina e inviare a cotesta corte un suo segretario, valendosi del pretesto di esigere il residuo dei suoi crediti procedenti dagl’imprestiti fatti al re Carlo IX, giacchè appunto spiravano allora i termini delle [pg!427] assegnazioni. A questo solo effetto doveva estendersi la sua commissione, ma si accordava la libertà, secondo la occasione, di rimproverare alla Regina il suo malanimo verso la casa Medici, e la ingiuria fatta al Granduca. Arrivato il segretario a Parigi, ed esposta la sua commissione, la Regina gli disse: Io non so come potrò aiutare questo desiderio del Granduca, poichè accomoda al re di Spagna un milione di oro per volta, e con noi guarda adesso in sì poca somma. — Rimostrò il segretario che se il re di Spagna era stato servito di grosse somme, aveva anche mostrato di tenere più conto del Granduca che non aveva fatto lei, la quale lo aveva maltrattato, e fattogli ingiuria che non meritava. — Questo confesso, diss’ella, e lo feci perchè il Granduca non tiene conto di me, anzi con tanto dispiacere mio e del re ci ha fatto ammazzare sugli occhi Troilo Orsini, ed altri, che non ci pare ben fatto, essendo questo Regno libero, e che ognuno ci può stare. — Replicò il segretario che avendo l’Orsini e altri peccato gravemente contro il Granduca, non conveniva a lei, che pure era del suo sangue, proteggerli e soccorrerli con danari. — Or basta, riprese la regina, scrivete al Granduca che non proceda più di questa maniera, e massimamente in non fare ammazzare persona in questo Regno, perchè il re mio figlio non lo comporterà.»109