................ Sí: ogni qualvolta voi condannate un patriotto, il popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione di que' padroni che a principio chiamavansi nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali si vantavano repubblicani e democratici per giugnere piú agevolmente alla quasi legittimità, e piú tardi corruppero con mani impure la croce di Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni, l'uniforme della Guardia nazionale, assoldando fra le sue file colle croci d'onore, colle indennità, persin col salario quindici mila ligi per lo meno al potere. Infatti, osservate come dal Luglio 1830, appena una dell'arti loro è svelata essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale rifiuta aderire ad alcune pretese, essi cercano corrompere, ed ubbriacare i soldati, perocché il francese nell'ebbrezza soltanto può rinnegare l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il sangue francese bagnò le lastre del Palazzo Reale. Io m'arresto a quell'unico fatto che Carlo IX solo potrebbe invidiare: quest'unico fatto può far tacere per un momento le rimembranze di Menotti, della Spagna, dell'Italia, e di Varsovia, [pg!105] di questa sorella della Francia, che la Francia, o per meglio dire, gl'ingrati che la governano, hanno tradita nelle mani dei carnefici stranieri; e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia tuttora da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli. Eccovi, signori giurati, i fatti de' quali vi fate complici, allorquando voi condannate gli scrittori che li manifestano. Oggimai v'è di mestieri aprire gli occhi: il popolo vi accusa d'una colpevole solidarietà, — respingetela, separatevi da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj, separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti, i quali han posto il trono sopra una banca, la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la loro infamia. — Cittadini francesi, cessate d'essere i loro complici. — Essi lo sanno che voi pure nel profondo dell'anima nodrite, siccome noi, un senso di dispregio, e d'ira contro di loro. — Il sangue, che vi corre nelle vene è sangue francese, e voi non potreste sentire diversamente. Ma i Borboni son razza astuta, e da quindici anni si giovano per ogni via della nostra credulità a soffocare le vostre simpatie. Per cenno loro s'urlava nelle strade quel grido: i patrioti vogliono reazioni: anelano alle vendette. I repubblicani cercan di rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete a schiacciarli.
I repubblicani non anelano il sangue del 93, donde trarlo oggimai? Essi non richiedono che le sue istituzioni modificate secondo i bisogni dell'epoca attuale. Né io m'avvilirò ad accertarvi che i repubblicani abborrono la devastazione, ed [pg!106] il saccheggio. Qual banchiere, agente politico, o speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta bestemmia contro il popolo del 1830? Venga — io non risponderò che volgendo le loro borse lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al povero popolo che poi opprimono di calunnie.
Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta dell'attuale governo, — v'hanno detto il vero. Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo di deputati egualmente venali: d'un governo, che finora non fu riconosciuto che dalle deputazioni d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando non si voglia interpretare a segni d'adesione le insurrezioni di San Germano d'Auxerre, ed altre, la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che scoppiano successivamente in tutte le parti della Francia. Noi bramiamo la rovina d'un governo di fatto che ha logorate in Francia tutto le molle di gloria, e di libertà, che curva a piedi delle nazioni la patria per ottenere una pace a prezzo d'infamia: che distrugge a proprio profitto l'industria, ed il commercio: che a comprimere il popolo richiama nelle file dell'esercito i regali già vinti dal popolo, ed appunta i cannoni di Montmartre contro Parigi, cosí ubbidiente finora alle sue inique pretese: infine un governo, che semina col tradimento tanta sciagura da ridurre quasi il popolo illuso a piangere quella dinastia, che mandataria dei re stranieri governò a loro nome per quindici anni la Francia, dopo aver combattuto vent'anni contr'essa nel campo dell'inimico.
[pg!107] Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare le masse, sottoporre i nostri consigli al popolo sovrano, porci in somma alla testa dell'influenza per seguire il movimento. Non punite oggi un diritto riconosciuto da voi medesimi colla vostra adesione alla rivoluzione dal 1830.
Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli alcune verità; v'esposi ciò che non vogliamo, udite ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione sta contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, però che a nessun uomo quaggiú fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversità d'opinioni.
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La Società degli Amici del Popolo ebbe origine dalle barricate: tutti i suoi primi membri aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati, s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini a manomettere insieme la pubblica libertà, e profittare d'una rivoluzione fatta senza l'opera loro.
Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla corruttela: i nostri sforzi si rimasero [pg!108] sterili: una camera senza missione racconciò una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La trama poteva sciogliersi col sangue. La Società preferí l'armi dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di vili diretta da' suoi assoldati, e la Società, avendo in orrore la guerra cittadina, rinnegò per quel giorno la sua potenza, si raccolse in un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi ragionava col popolo per mezzo della stampa. Ora piú che mai, ve ne accerto, la Società anela a quanto voleva in allora.
O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurrò a somme formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.
Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato né alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la capacità elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla, l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe meno prode, o per un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua libertà di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri s'adorna.
[pg!109] Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria. Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare ai bisogni, ed anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo è il problema: a noi fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di conformazione originale». O ricchi, aiutateci a sciogliere questo problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero, che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.
Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni della speranza; ma il nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo carattere piú positivo, bisogno piú forte di reale. — Però la morale di Cristo produceva savî in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre ipocriti. La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere cotesto problema tutte le risorse della piú astuta diplomazia; — il suo sistema rovinò per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lottò sei anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione, dacché il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. — Un Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema misto d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella [pg!110] patria sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.
Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de' titoli ereditari, della quasi feudalità, quasi a convincere vieppiú la Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il vecchio sistema, ma la pagina è bianca, — la Francia ha da scrivervi ancora.
La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: — dall'altro sta il popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende sul capo tuo? Ah! maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'è tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette, perché tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.
E però noi teniamo l'intima convinzione, che il popolo quando il despotismo organizzato non comprimerà il suo entusiasmo, e non illuderà il suo patriottismo, stabilirà egli stesso i seguenti principj, e noi avremo il dí dopo la soluzione del problema.
«Ogni cittadino francese ha il diritto eterno, [pg!111] incontrastabile di concorrere alla elezione de' suoi magistrati, de' capi della guardia nazionale, e de' mandatari a' quali è commessa la rappresentanza del popolo nel Congresso, che redige le leggi, e vota le imposte.
«Ogni cittadino francese giunto all'età di venticinque anni è soldato, dove un forte motivo non coonesti la sua esecuzione, dove il voto de' suoi concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli dello Stato modificano i quadri dell'esercito: alla sorte, e all'elezione è riserbato il compirli.
«Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari saranno affidati per concorso, o per elezione. Il giurí dei concorsi è nominato da un giurí primario, e questo è formato dai cittadini competenti. La lista dei giurati definitivi è determinata dalla sorte all'apertura della sessione. Da questo punto incomincia l'inamovibilità degli uffici; tuttavia un giudizio richiesto dalle parti interessate può romperla. L'eredità de' titoli è follia: quella degli uffici usurpazione. I soli rappresentanti del popolo hanno il diritto di nominare il potere esecutivo: la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro, se il potere esecutivo è in mano di molti, o il presidente se è in mano d'un solo, finita la loro missione, ritorna privato, né può essere rieletto che scorsi dieci anni.»
Non piú accumulamento di pensioni e di beneficii: le retribuzioni degli uffici hanno ad essere modiche.
Perché dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine delle Tuilleries, quel cittadino che richiedesse la [pg!112] povera Francia di 14 milioni per mantenere la vita.
Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico e scientifico, verrà sottomesso ad un giurí competente, a una specie di giudizio d'arbitri, ed il magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente alla sua dignità, non interviene che a dirigere la discussione, e provvedere l'esecuzione della sentenza.
Non piú i giudici in causa propria avranno l'imprudenza di vendicare le ingiurie personali.
La stampa è libera in tutta l'estensione della parola. La legge punisce le sole ingiurie alla morale pubblica, e all'onore de' cittadini innocenti.
La libertà individuale è inviolabile. Non v'è sentenza che possa rapirla, quand'essa non minacci di grave pericolo tutta la società.
La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il prigioniero otterrà la remissione della pena col lavoro e la buona condotta. Insomma la giustizia non si vendica piú, né infama; protegge e migliora.
Non piú cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sarà piú divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di processura. Un giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori, onde l'opera dell'esecutore, [pg!113] e l'intelletto dell'inventore abbiano la dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.
Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere. Gravar d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il superfluo è restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali, perché alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema delle imposte progressive, stabilito bensí sovra basi tanto saggie, che l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni monopolio è vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe frenano i venditori di mala fede.
L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente alla moralità degli educatori. Ma un giurí composto di padri di famiglia ha solo il diritto di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo di speculazione concita la severità delle leggi. Amministrazioni dello Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.
Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un governo favorevole allo sviluppo delle facoltà morali, e fisiche dell'uomo.
Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché [pg!114] non vi sarebbero usurpazioni: ogni miseria, perché non vi sarebbero monopoli: ogni possibilità di lesioni perché non esisterebbero privilegi.
Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la Repubblica è impossibile in Francia! il primo saggio non riuscí felice. Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al settantesimo saggio della monarchia — e l'ultimo è il pessimo! Come non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo sdegno, la delusione di quindici secoli?
Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il dí dopo questa deforme polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!
La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri, — e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera: essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza stancherà questo potere di fatto; [pg!115] ma né le sue carceri, né le ammende stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi assassini assoldati e i suoi libelli.
Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se è necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia. La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libertà, il sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la scure della tirannide, perocché la nostra è piú che missione: è un culto sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore dell'umanità. Ora il potere prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene, colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità, il forense aumenta i suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della guardia nazionale; e sul sergente di città, che col favor delle tenebre ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua: il piú lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre una donna contro la quale stanno terribili probabilità, e gravi sospetti, gode di tutta la sua libertà, direi quasi, esulta del suo trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle [pg!116] carceri, mentre questa baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci d'un'adultera compiacenza. Tutto questo è naturale, perocché tutto questo è monarchico.
Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi che non offriamo al guardo d'un re poc'anzi repubblicano i nostri abiti rozzi ma immacolati, noi che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi, né abbiamo tradita la causa dei popoli, noi che abbiamo le mani pure d'ogni benché menoma frazione dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai traditori ai venali: ah! noi siamo colpevoli. — Condannateci, condannateci se siete servili al potere. Condannateci, ma non isperate cangiarci. Bensí cercate un popolo diverso da quello del 1830, per chiedere la ricompensa dovuta a tali atti. Perocché il popolo, che punisce collo spregio, rimunera colla stima, — e non è alla pubblica estimazione che aspirano gli autori di siffatte condanne82.
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