II. — Imparzialità Italiana.

Turàti dunque gli orecchi alle blandie dell'impressione, ch'è una sirena fuorviatrice, giudicheremo il Fausto come va giudicato, e come (ch'io sappia) non fu per anco giudicato; vale a dire secondo l'essenza ed il valore intrinseco. Ci sarà norma e codice quella scienza critica, che procede ignara di riguardi per illustrazion di nomi; irrispettosa d'ogni autorità, che non è il vero; spiattellando alle riputazioni usurpate, come Don Giovanni De Vargas agli Stati Generali dei Paesi-Bassi, un franco: non curamus previlegios vestros, cui l'esser maccheronico non minora solennità. E la applicheremo con quella imparzialità Italiana, che può insuperbire di non aver mai degradata una quistione artistica a quistione [pg!114] di puntiglio nazionale. Ecco una delle non poche faccende, nelle quali, bisogna pur convenirne, siamo popolo esemplare. Più volte spropositammo, sollevando immeritevoli sugli altari; ma, sfumata l'ebbrezza momentanea, li abbiamo ricollocati tranquillamente al posto loro, guardandoci ben bene dall'imitare que' bravi tedeschi, cui non rimorde scrupolo di sublimare il consigliere aulico Federico di Schiller sopra l'Alfieri ed il Cornelio e d'esaltare la cornacchia Lessing per le penne rubacchiate al pavone Diderot, torbo quanto volete ma furibondo no. Invece l'Aretino ed il Cavalier Marini ed il Metastasio e tant'altri non caddero dal cuore e dall'estimazione di nessun altro popolo così prontamente e compiutamente come da quella del proprio; anzi, potrebbero giustamente lagnarsi della troppa severità dei concittadini e chiedere la revisione del loro processo. — «Gl'Italiani,» — scriveva Michel Montagna — «che ragionevolmente si vantano d'aver la mente più svelta e la parola più sana, che le nazioni contemporanee, han testè conferito il titolo di divino all'Aretino; in cui, salvo il parlar gonfio e tempestato d'arguzie, ingegnose certo, ma lambiccate e fantastiche, oltre l'eloquenza in somma, qual ch'ella sia, non veggo nulla al di sopra della comune degli scrittori del secolo, non ch'egli s'avvicini alla divinità antica di Platone.» — Ma fu proprio sola la nazione Italiana a chiamar divino lo Aretino? E gli appiccicò quello epiteto sul serio? I versi dell'Ariosto mi pajon satirici. Le collane d'oro non gli venivan date da Italiani. Da noi, si applaudi principalmente, perchè flagello de' Principi, che non avevamo allora motivo alcuno di venerare od amare. E, del resto, quanto tempo serbammo sugli altari quell'idolo? Chi legge più lo Aretino in Italia? Ed altrove è pur tuttavia oggetto di studio e se ne stampano biografie. Il Marino fu più divinizzato in Francia, che tra noi: lì ebbe più solide testimonianze d'ammirazione. Ma nè gli uomini tutti, nè tutte le nazioni sanno praticar [pg!115] la giustizia verso di sè e verso degli altri. E, se la nostra è da noverarsi tra le fastidiose, che disprezzano con amore ogni cosa propria, che le valutano al disotto del pregio intrinseco, ce ne ha pure di buffamente presuntuose, sempre con lo chez-nous a fior di labbra, capacissime, come la villana rifatta di Carlo Goldoni, di rammentare con rammarico i fagiuoli scaldati del tugurio paterno, mentre s'affrettano ad imbandirle ghiotte vivande,

..... in bianche spoglie....
..... Prodi ministri; e lor sue leggi detta
Una gran mente, del paese uscita,
Ove Colberto e Riciliù fur chiari.

L'Italia odierna versa in condizioni, che la privilegiano di rimanere immune da ogni invidia, come da ogni vanità in fatto d'Arte. Dopo aver incarnate spontaneamente tutte le categorie estetiche, adesso non si trova più in un'epoca produttiva. Siamo letterariamente nello stato di sicurezza e d'imparzialità, che risulta dal meritato possesso ed incontestabile di un'alta posizione; nello stato appunto, in cui politicamente si trova l'aristocrazia d'Inghilterra. Non possono tôrci d'aver fatto quel, che s'è fatto; e ci riposiamo sugli allori passati, e, sendo inerti al presente, nessuna rivalità viva può accecarci gli occhi della mente, annebbiarci lo intelletto. Stiamo per ora fuori della mischia; assistiamo come spettatori alle gare altrui; anzi, se si ha da dir proprio tutto il vero, neppure a queste gare altrui abbadiamo gran fatto. Ove il critico e l'estetico Italiano dovessero limitarsi ad esaminare le scritture pubblicate in patria alla giornata, potrebber chiudere bottega: son pochissime; e, le più, immeritevoli, che altri se ne occupi di proposito. Non oserei certo affermare, che una sola delle opere pubblicate da quando sono nato io fino adesso, possa scendere a' posteri, possa venir letta universalmente da qua a... non dico altro, ma un quindici o venti altri anni. La nostra letteratura sonnecchia; corre per lei un'epoca improduttiva, una [pg!116] stagione morta. Ed il poco alimento, che assorbe questo boa intorpidito, ch'è la fantasia Italiana, consiste in traduzionacce od in roba forestiera.

Eppure, i verdi succhi sono in moto sotto la corteccia, che par secca; eppure, in questo raccoglimento della fantasia nazionale, durante questa apparente inerzia, questo sopore della favoleggiativa nostra, si prepara, si elabora il nuovo indirizzo, che poi andrà maturando per secoli; si accozzano e digeriscono dalla coscienza nazionale gli elementi del nuovo mondo poetico. L'Italia, ora, nol partorisce, gli è vero; ma non già perchè sterile, come giudica taluno, anzi perchè pregna. Il vulcano è addormentato, non ispento; e presagisco prossimo un nuovo periodo eruttivo. Ed, appunto per ciò, non s'offerse mai più largo campo e fecondo alle fatiche del critico. Possiamo non solo formolare il giudizio della nazione sulla sua attività letteraria ed artistica passata e contemporanea, anzi additarle pure, in certo modo, quel, ch'essa ha da fare; la via, nella quale s'ha a mettere. Spetta a noi lo sgombrare e dissodare il terreno; il collocar le guide, sulle quali scorrerà velocissima la nostra storia letteraria; il dare lo sfratto a' pregiudizî ed agli errori, che pur troppo ottenebrano le menti; il purificare ed aguzzare il senso del bello. Si può ripetere insomma ora in Italia, quanto fece la critica nel secolo scorso in Lamagna; alla cui opera essa Magna va debitrice della intera sua esplicazion letteraria, che è quanto di meglio si possa fare da un popolo come il tedesco, piuttosto scarso di attitudini artistiche. Ed otterremo l'intento, avvezzando il nostro popolo a rendersi conto d'ogni prodotto dell'attività umana nel campo dell'Arte; dandogli di questa e delle sue forme un pieno concetto e giusto.