XI. — Una ballata di Vittorio Hugo ed il prologo in cielo.

Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo (il quale non può ormai più vantarsi;

.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine
Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),

[pg!154] finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere col diavolo, giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman genere odiosissimo ad entrambi. Ma quel giorno facevano proprio messe meschine: l'uno giocava un abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio di un principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre li lasciò vincere al diavolo, dicendogli: — «Togli su, già non saprai farne checchessia.» — «La sbagli!» — esclamò quegli; e, sghignazzando, li trasformò in un papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la falsità intrinseca de' giudizî, così sputati intorno a due ottimi; badiamo solo al merito letterario della invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti e veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza derisa, da alcun altro empio, l'apparente imprevidenza della cosiddetta Provvidenza, che fa strabiliare gli uomini paucae fidei, tanto poco è la sapienza con la quale par loro, che regga il mondo, e per isbizzarrirsi:

..... torca alla religione
Tal, che fu nato a cingersi la spada,
Facendo Re di tal ch'è da sermone.

L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito ben chiaro; e con tremenda ironia colpisce non solo le persone del Mastai e del Bonaparte e le istituzioni del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza di dio.

Ed ora apro il Fausto ed inciampo nel Prologo leste. A leggerlo, mi persuado e convinco, che scopo del poema è di sciogliere con l'ironia l'intera mitologia cristiana, e dico fra me e me: — «Bravo! L'idea, letterariamente, se non è nuova, non può neppur dirsi esausta; finchè durerà la fede, la caricatura di essa offrirà buoni motivi allo Artista.» — E m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata sul genere dello Scherno degli Dei del concittadino di Vanni Fucci bestia, un quissimile di quanto parecchi hanno tentato ed il Voltaire ha fatto

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..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,
Che il grande Enrico suo vince d'assai

è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico della Francia. E mi figuro e concepisco il dramma quale una sanguinolenta caricatura, in cui tanto le potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire come una fantasmagoria evocata dal poeta per distruggerla satiricamente dal punto di vista umano e materialista; riversando, travasando nelle forme impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali moderne, tutte le determinazioni della vita umana prosaica e volgare. Il lavoro, così fatto, sarebbe stata l'epopea della vittoria riportata dal comico sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente il concetto implicito nel Decameron, la ribellione della carne contro la tirannide dello spirito e dell'ascetismo, della spontaneità contro il formalismo; la conquista d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo storico della Germania nel secolo scorso appunto com'era emerso con una anticipazione di quattro secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel trecento. Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe non ha fatto. Il prologo ci sta proprio a pigione; è uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione seria, ancorchè remota; mera variazione rettorica sul libro di Giobbe, che può stimarsi eseguita con minore o con maggior virtuosità, ma non giunge ad affermarsi come creazione originale ed indipendente. Qui l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per la natura dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale, derivata da paragoni, che rimpiccioliscono, da giochetti sulle parole, da scambietti di spirito, da quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno del subjetto e della situazione. Per esempio, quando il Signore se n'è andato, Mefistofele sclama, ed è il maggiore sforzo di spirito che faccia in quella scena:

Quel buon vecchiardo visitar dilettomi
Di quando in quando; e seco in buoni termini
Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi
umanamente conversar col diavolo.

[pg!156] Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli arcangeli, quel dio, quel demonio crudelmente curiosi nella loro olimpica indifferenza delle passioni umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile, appunto come fanno i bimbi, quando tormentano per disonesto passatempo il malcapitato uccelletto, che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe stato felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti e sorpresi ed invidiosi della vita umana ricca di contenuto, di gioje, di voluttà, di virtù, di passioni; ed intenti malvagiamente a distrugger negli altri quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili a quella Latona, che, per vendetta de' suoi lombi poco fertili, faceva assaettare la figliuolanza della Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo domineddio come un barbogio burbero pedante, che professa la massima indifferenza per gli affari di questo mondo e li concede volentieri alla provvida amministrazione del demonio, contentandosi di rimbrottarlo, quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico pare, perchè questo carattere è bensì abbozzato in poche parole, ma non già svolto in un'azione; e quindi non diventa vivo, non sussiste quale fantasma autonomo.

In fine alla seconda parte, questo prologo acquista una tal quale conclusione; ma la persona di dio è sparita ed invece troviamo non so quale — «eterna muliebrità,» — che la surroga, scrocca l'anima di Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo dal far la guardia al sepolcro del vecchio stregone. L'eterna muliebrità, assume, a buon fine, la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il demonio si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo e cercando di sedurre gli angioletti di paradiso. Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in somma in tentazione del

..... vizio, per cui dio Sabaoth
Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;
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Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot
Erant, tutti consunse, si che a pena
Campò fuggendo un innocente Lot.

Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per quanto possa sembrare immorale ed irreligioso! Oh se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual partito poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî, de' quali un capobrigante, un camorrista, che si rispetta, rifuggirebbe! Avremmo visto spuntare una passione brutale invero, ma pur sempre passione, in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate tutte:

Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,
Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,
Où n'avait pas germè la plus chétive fleur.

Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare la sua perpetua negazione. Mefistofele, divenendo più che mai disgustoso, avrebbe destato per la prima volta simpatia e compassione, perchè quel suo accesso di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra in lui finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento dell'umano dal diabolico non era cosa da farsi in una scena ed incidentalmente, anzi bastava per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe riconosciuto Mefistofele a protagonista. Del resto, la scena, che nell'intento del Goethe era allegorica, rimane una freddura slavata senza colore o calore.

La parte epica del Fausto è appena accennata; nel lavoro ci sta per un dippiù, v'è appicicata arbitrariamente. È però gran segno di leggerezza in uno scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone afferrar l'indole, crede di potersi sbrigare, in un pajo di scene incidentali, di vastissimi concetti, e di far balzare con quattro martellate all'impazzata un Mosè dal marmo.

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