Angeli (Francesco M.) da Rivotorto Conventuale; e maestro di cappella nel suo convento di Assisi, pubblicò nel 1791 Sommario del contrappunto.

Angleria (Camillo) di Cremona del terzo ordine di san Francesco diè alla luce in Milano; Regole del contrappunto, 1622.

Animuccia (Giov.) fiorentino, maestro della cappella del papa, predecessore del cel. Palestrina, e uno dei compagni di san Filippo Neri, fu il primo compositore di oratorj istituiti da quel santo in Roma per dirigere verso la pietà e la religione la passione dei romani per gli spettacoli. Animuccia morì tra le braccia di san Filippo nel 1571. Compose egli un gran numero di madrigali e di mottetti. Il padre Martini rapporta molti pezzi di sua composizione nel suo Saggio di Contrappunto e Mr. Choron ne' suoi Principj di Composizione delle Scuole d'Italia.

Anna-Amalia, Principessa di Prussia, sorella del Gran Federico, nata li 9 novembre 1723; abbadessa di Guedlinburgo dopo il 1744. Allieva di Kirnberger, direttore della musica, divenne molto abile nel comporre. Ella scrisse su la cantata di Ramier, la morte di Gesù Cristo, una musica che contese il premio al famoso compositore Graun. Kirnberger nella sua opera, Kunst des reinen salzes, ossia, l'Arte della pura composizione, ne ha conservato un Coro d'uno stile maschio e nerboruto, che dà a divedere quanto ella era abile nell'usare di tutta l'arte del contrappunto doppio, della fuga, e degli altri mezzi della scienza musicale. Un trio per violino nella stessa opera mostra il suo talento nella composizione instromentale. A queste cognizioni essa univa, particolarmente nella sua giovinezza, un valore straordinario nel clavicembalo; morì in Berlino li 30 di marzo del 1787. Il suo gabinetto di musica, adorno dei ritratti di Carlo Emman. Bach e di Kirnberger, dipinti da Lisiewsky, conteneva una collezione di musica la più preziosa e più rara, sì impressa che manoscritta. Tutti questi pezzi erano superbamente legati e conservati in grandi armarj chiusi da cristalli. Alla sua morte, legò ella questa ricca collezione, che valutavasi per la somma di quaranta mila scudi, al ginnasio di Joachimsthal in Berlino, senza escluderne i due ritratti.

Antegnati (Carlo) organista del duomo di Brescia, diè alla luce un'opera intitolata l'Arte organica, Brescia 1608, nella quale dà egli una regola dell'accordar gli organi, che serve eziandio per i clavicembali, gli arpicordi, i monocordi e simili di tastatura. Quest'opera è citata con lode da Mr. Forkel e dal P. Martini.

Antonio, musico di Mazara in Sicilia. Si cita di lui un'opera, che ha per titolo: Cithara septem chordarum. Quest'autore lasciò la sua patria per andare a menar vita cristianamente in Gerusalemme. (V. ab. Pyrrh. not. eccl. e Mongit. Bibl. Sic. t. 11.)

Antoniotti (Giorgio), pubblicò in Londra verso il 1760, un trattato teorico e pratico dell'armonia, col titolo di Arte armonica. È stato tradotto in inglese in 2 vol. in fol. (V. Observat. de Serre, p. 5).

Antonj (Giov. Efraimo) professore e cantante a Brema, nato a Dessau, pubblicò quivi nel 1542, un trattato, sotto il titolo: Principia musices, in 8º.

Aprile (Giuseppe) cantante rinomato di soprano, nato verso 1746, fece gran lustro dal 1763 in qualità di prim'uomo su i migliori teatri d'Italia e di Germania, come in que' di Stuttgart, di Milano, di Firenze, di Palermo, ove venne per due volte in varj anni, e finalmente di Napoli, ove si stabilì poi per sempre. Il dottor Burney, che il vide l'anno 1770, in quest'ultima città, dice che egli aveva la voce debole ed ineguale, ma che la sua intonazione era ferma e 'l suo trillo eccellente. Giovane egli era ben fatto, ma col tarlo del vajuolo su la faccia, e nell'età più avanzata divenne un pò storto: aveva molto gusto ed espressione. Aprile era ancora buon compositore, e buon maestro di canto: si ha di lui una Messa solenne, ed un Pangelingua a quattro voci con tutta l'orchestra, oltre a più duetti per camera, che il dimostrano valentuomo nella composizione. Egli è stato uno de' maestri di Cimarosa, e morì verso il 1804.

Apulejo (Lucio) di Madaura nell'Africa fioriva ai tempi di Antonino Pio, e di M. Aurelio Imperatori verso la metà del secondo secolo dell'era cristiana (Bruker. Hist. Crit. Philos. tom. 2.) Egli aveva fatti i suoi studj in Cartagine, e in Roma: passato quindi nella Grecia, dice egli stesso, (Florid. cap. 20.) di essersi applicato allo studio della Musica in Atene. Platonico alla maniera del suo secolo scrisse più opere, tra le quali un Trattato sulla Musica, tolto ora a noi dall'ingiuria dei tempi.

Aquino, domenicano della Svevia, scrisse circa al 1549 un trattato: De numerorum et sonorum proportionibus, secondo la dottrina di Boezio. Non sappiamo se siasi ancora stampato. (V. Gesner Bibl. univ.)

Araja (Francesco), maestro dell'imperial cappella di Pietroburgo, nato in Napoli, diè principio come compositore dall'opera di Berenice, che fu rappresentata l'anno 1730, nel castello del gran duca presso Firenze. Nel 1731, diè in Roma Amore regnante. Nel 1735, venne con una compagnia di artisti italiani, come maestro di cappella a Pietroburgo: quivi compose pel teatro della corte, l'Abjatar nel 1737: e l'anno d'appresso la Semiramide. A queste due prime opere succedettero, sino al 1744 Scipione, Arsace, e Seleuco; e finalmente nel 1755, Cefalo e Procri, che fu la prima opera in lingua russa, dopo la rappresentazione della quale l'imperatrice gli diè in dono una magnifica pelle di zibbellino, del valore di 500 rubli. Dopo aver raccolte grandi ricchezze, Araja tornò in Italia e visse nel ritiro, e negli agi a Bologna.

Arauxo (Franc. de Correa) musico spagnuolo, morto nel 1663, pubblicò a Alcalà de Henares, un trattato col titolo: Musica pratica y teorica de organo. Machado, nella sua Bibl. lusit. il chiama Araujo, e lo fa organista di san Salvadore di Siviglia, e autore d'un'altra opera: Faculdad organica, Alcalà, 1626, nella di cui prefazione egli ne promette altre due. Il rimanente delle sue opere musicali si trova a Lisbona nella biblioteca reale.

Arbeau (Toinot) di Langres, nel 1588 diede al pubblico una Orchesografia, in cui tratta storicamente della musica e della danza. Quest'opera è in forma di dialogo tra l'autore e Capriol.

Arbuthnot (John) dottore in musica a Londra; viveva circa il 1734. Egli era non che buon direttore di musica, ma anche autore eccellente. Il di lui trattato On the art of singing, cioè sull'arte del canto, trovasi fra le opere del decano Swift, e sommamente lodato dal dottor Blair. Amico sincero e fervido di Hendel, egli inserì nel 1729, nelle sue opere Miscellanee, tom. 1, un manifesto con questo titolo: “Il diavolo scatenato a Saint-James, o relazione dettagliata e veridica di un terribile e sanguinoso combattimento tra mad. Faustina e mad. Cuzzoni, come ancora di un'ostinata guerra tra M. Boschi e M. Palmerini; e finalmente in qual maniera Senesino essendosi infreddato, lascia l'opera e canta i Salmi nella cappella d'Henley.” Alcun tempo dopo, egli scrisse, in riguardo alle dispute col Senesino, un secondo manifesto, intitolato L'armonia in rivolta; epistola a Giorgio-Federico Hendel, Caval. (V. la vita di Hendel, scritta da Burney, p. 26).

Archenio o Arrhenio (Lorenzo), pubblicò nel 1726 a Upsal una dissertazione: De primis musicæ inventoribus.

Archestrate di Siracusa, discepolo di Tepsione, scrisse le regole per il suono del flauto (Athen., l. 14).

Archiloco era nato d'una famiglia distinta nell'isola di Paro all'Olimpiade XV, otto secoli innanzi l'era cristiana. Non sappiamo come e da chi fosse nella musica educato con tali principj, che portò la musica quasi al suo intiero sviluppo. I lumi della sua mente e la sregolatezza del suo cuore camminarono del pari in questo giovine originale. Egli fu l'inventore di più metri nella poesia; col suo gran genio dilatò i limiti dell'arte, introdusse nuove cadenze ne' versi, e nuove bellezze nella musica. Per regolare il tempo nel canto, inventò la battuta; e le invenzioni ed i lumi di questo illustre cantore furono immantinente abbracciati dalla intiera nazione. Ma nel tempo stesso il suo cuore era trascinato dalla dissolutezza, dall'ira, dalla biliosa mordacità: pronto a dir delle ingiurie era alieno dal sopportarle, e non sapendo la maniera di frenare le passioni ignorava la moderazione per vincerle, e la ragione per bilanciarle. Non si trovarono giammai talenti più sublimi riuniti a carattere più atroce e più depravato. Viaggiando egli per la Lacedemonia, ebbe la disgrazia, che giungessero prima di lui in Sparta certe lubbriche canzonette composte e notate in musica da lui stesso; le quali sentite appena dal governo, fece questi un severo decreto, vietando sotto gravissime pene di leggerle, di cantarle e di ritenerle; perciocchè contenevano immagini troppo pericolose alla gioventù; e l'autore ne fu bandito. (Valer. Max. lib. 6, c. 3.) “Vedano i nostri belli spiriti (con ragione esclama quì l'ab. Requeno) se la presente ecclesiastica educazione, attenta a condannare la lezione delle loro disoneste novelle, meriti i titoli, che le danno d'ipocrita, e di fanatica. I Lacedemoni adoratori di Venere e di Cupido furono più di costoro attenti al buon regolamento delle città.” (tom. 1 p. 88.) L'assemblea de' giuochi olimpici lo consolò di tale affronto. Egli compose e cantò un inno in onore di Ercole: i popoli gli profusero i loro applausi, ed i giudici decretandogli una corona, gli ebbero a far sentire che giammai la poesia e la musica non ebbero maggiori diritti su i nostri cuori, di quello che c'insegnano i nostri doveri. Archiloco fu ucciso da Callonda di Nasso, che egli con furore perseguitava da lungo tempo. La Pizia considerò la sua morte come un insulto fatto alle belle arti. “Esci dal tempio, essa disse all'uccisore, tu che hai alzata la mano sopra il favorito delle muse.” Tale fu la fine d'un uomo che pe' suoi talenti, pe' suoi vizj, e per la sua impudenza era divenuto un oggetto d'ammirazione, di disprezzo, e di orrore. Il bizzarro ed inquieto di lui carattere non potè assoggettarsi alla paziente cura d'una scuola, ed i corrotti suoi costumi non avrebbero mai permesso a' padri di mandargli i loro figli per educarli, onde non è da maravigliarsi, se la storia non fa menzione di nessuno scolare di Archiloco, facendola in questa medesima epoca d'altri singolari cantori.

Archita di Taranto discepolo del famoso Empedocle d'Agrigento, dalla educazione del quale uscito appena (per tacere dell'altre scienze) fece stupire la Grecia col suo nuovo sistema armonico nei tre generi diatonico, cromatico ed enarmonico, non mai fin allora contrassegnati co' numeri, nè divisi negli strumenti. Tolomeo lo scrittore di Musica ci ha conservate le serie dei numeri, con cui Archita notò gl'intervalli dell'ottava ne' tre generi. Il dottissimo ab. Requeno ne ha fatti gli esperimenti, ed avendo formata e suonata più volte sullo stromento Canone la serie diatonica di Archita, ne trovò armonici i tetracordi, e graziose le terze, e le quinte. (Saggi ec. tom. 1.) Archita si allontanò da' più antichi Greci: prese la metà, il terzo ed il quarto della corda armonica, come aveva prescritto Pitagora. Tutti i Greci anteriori avevano diviso il tuono in quattro parti eguali: egli il divise in dieci parti: quelli avevano divisa la corda armonica in 48 eguali porzioni: Archita in 120; nell'antica serie i tuoni ed i semituoni erano eguali; in questa di Archita erano fra loro disuguali. Questa di lui serie non è in tutto spregevole, come vuol farla credere Tolomeo. “Paragonando io, dice il surriferito autore, la serie de' tetracordi di Archita con quella degli antichissimi Greci, osservo che sono più graziose e sonore le antiche corde di quattro in quattro, che queste di Archita: ma che prese le corde di otto in otto, sono più confacenti al nostro moderno fare queste di Archita che quelle de' Greci più antichi. Ognuno potrà farne la prova, e giudicare da se.” La maniera con cui questo accurato scrittore le ha sottoposto all'esame dell'orecchio, è da lui spiegata nel Saggio pratico delle serie armoniche, tom. 2 della dotta sua Opera. La pubblicazione di questo sistema reso più scientifico da Archita con la scorta del calcolo, lo rese così plausibile dentro e fuori della Grecia, che fin lo stesso Dionigio tiranno di Siracusa fu curioso di trattare con uno de' giovani suoi scolari, non essendogli facile di parlare con Archita, e tra quelli scelse egli Platone il più favorito de' suoi discepoli. Aristosseno, al riferire di Ateneo (Lib. IV. Dipnos.) aveva scritto la vita di questo Musico-Filosofo. L'istesso Ateneo rapporta in oltre, che Archita aveva composto un libro intitolato de Tibia. Egli fioriva verso l'anno 430 prima dell'era cristiana.

Ardalo, al riferir di Pausania, fu l'inventore del flauto. Se gli attribuisce in oltre la maniera di accompagnare il canto e le voci col suono dei flauti (V. Plinio sen.). Egli fioriva dieci secoli innanzi G. C.

Ardore (Marchese di san Giorgio e principe d') ambasciadore del re di Napoli in Parigi dal 1767 sino al 1780, era un dilettante assai abile nella musica. Egli ha pubblicate molte pregevoli cantate. “Il principe d'Ardore, ambasciadore di Napoli, dice Rousseau, nell'arte di suonar un preludio sull'organo o 'l clavicembalo ha sorpassati in Francia i due eccellenti suonatori Claviere e Daquin, per la vivacità dell'invenzione, e la forza dell'esecuzione in maniera a riscuotere l'ammirazione de' conoscitori in Parigi.” (Art. préluder.)

Aribo, scolastico o maestro di scuola, e monaco dell'ordine di san Benedetto, alla fine dell'undecimo secolo, scrisse un trattato della musica, che l'ab. Gerbert ha inserito nella sua collezione, t. 1, p. 92. Aribo siegue nel suo trattato i principj di Guido aretino.

Arione Musico e Poeta Greco, la cui epoca viene stabilita nella 38 Olimpiade, cioè l'anno 628 prima di G. C. Egli era di Metimno città dell'isola di Lesbo, che produsse una serie d'uomini di genio, i quali sorpassarono tutti gli altri musici della Grecia, massimamente nell'arte di sonare la cetra. (Plutarc. de Musica.) Ei fu l'inventore del ditirambo, e segnalossi più che in altro nella Lirica poesia: accompagnava i suoi versi col suono della sua lira, come allora usavano di fare tutti gli altri poeti: venne in Sicilia, e vi riportò il premio in un musicale conflitto. Raccontasi, che guadagnato avendo rilevanti somme di danaro alla corte di Periandro tiranno di Corinto, avvisossi di ritornarsene alla patria, ed imbarcossi in una nave corintia, in cui i marinari congiurarono di gettarlo in mare per dividersi fra loro le sue ricche spoglie; ma avendo chiesto Arione grazia di sonare alcun poco la lira, e tentato indarno di placarli colla melodia della sua voce, precipitossi da se stesso nell'onde, dove un delfino più sensibile della gente di mare, accolselo sul proprio dorso, e lo trasportò, per quanto si dice, al promontorio di Tenaro. Eliano riferisce che Arione attestava il fatto in un suo inno, e la statua di questo Poeta-Musico veniva rappresentata assisa sopra un delfino: narrasi ancora che tornato egli in Corinto, Periandro aveva posto a morte i perfidi marinari (Erodot. l. 1, c. 24.).

Ariosti (Attilio) dell'ordine dei serviti, di Bologna, nel 1698 era maestro di cappella dell'elettrice di Brandeburgo a Berlino, ottimo suonatore di cembalo. Fu chiamato in Londra nel 1717, e due sue opere in musica Coriolano e Lucio Vero furon quivi stampate; ma non potè egli lottar lungamente contro Hendel. Il secondo atto di Muzio Scevola, ch'egli compose nel 1721, ed a cui Hendel fece il terzo, sembra essere stata l'ultima sua opera ed aver decisa per sempre la superiorità di Hendel; ma non ne conservò meno tutto il suo credito. Egli viveva ancora nel 1727, il suo carattere era dolce sommamente, ed amabile; al tempo del suo primo viaggio a Berlino, diede egli al giovane Hendel delle lezioni sul clavicembalo, tenendolo su le sue ginocchia per ore intere: ma siffatte qualità in nulla influirono su le sue composizioni, che sono molto aride e pesanti.

Ariosto (Giov. Batt.) musico bolognese, viveva verso il 1687. Egli è autore di un Metodo per suonare il sistro, dove si trovano alcune notizie intorno a questo strumento.

Aristocle greco scrittore di musica, di cui fa menzione Ateneo (in Dipnos. l. XIV), e di cui egli dice esservi stati al suo tempo due libri, uno intitolato della Musica, e l'altro dei Cori, che oggidì più non esistono. Ignoriamo l'epoca in cui egli visse.

Aristoclide, famoso suonatore di flauto e di lira, ai tempi di Serse, riportò il primo la corona ne' giuochi che celebravansi in Atene. Fioriva cinque secoli innanzi G. C.

Aristosseno “il più grande ed il più celebre di tutti i scolari di Aristotile dopo Teofrasto, o piuttosto così grande e così celebre quanto Teofrasto” (Meiniers Hist. des scienc. dans la Grèce. tom. 1, a Paris 1812) nacque a Taranto verso la 114ª Olimpiade 320 anni innanzi G. C. Egli si diede alla musica ed alla filosofia sotto il regno di Alessandro il grande, e i di lui primi successori. Ci restano i suoi Elementi armonici in tre libri, ne' quali prendendo quanto era pregevole da' Pitagorici, ed unendolo al più antico sistema de' Greci, detto eguale, volle fermare i pratici, e gli speculativi pitagorici, questi con gli sperimenti dell'orecchio, quelli con la ragione. Aristosseno con l'eccellenza del suo spirito ecclissò la gloria de' suoi maestri, attaccò il sistema musicale di Pitagora, che voleva sottrarre la musica dal rapporto dei sensi, per soggettarla al solo giudizio della ragione: prova che quest'arte essendo fatta principalmente per l'orecchio, a lui si appartiene il giudicare delle sue produzioni. (Veggasi una dotta nota sopra Aristosseno nella Biblioteca critica di Wittenbach, part. 8, pag. III.) È curiosissimo il tratto conservatoci da Ateneo (lib. 14), con cui in una delle sue opere smarrite ci spiegò la sua maniera di pensare sullo stato in cui si trovava la musica al suo tempo. “Dacchè i teatri, diceva Aristosseno, si guastarono con la barbarie, e dacchè cominciò a farsi distinzione della musica pubblica e della privata: noi pochi che restiamo amanti dell'antica educazione, ci vediamo obbligati ad imitare que' Greci, i quali essendo stati fatti prigionieri da' tireni e da' romani, si radunavano un giorno all'anno nella piazza a far memoria delle usanze della loro patria, de' dolci loro costumi, dell'onore dei loro maggiori, delle amabili loro maniere; e riscaldandosi i cuori e l'immaginazione nell'amore della Grecia prorompevano in gran pianto, e così si ritiravano alle case loro. Per tal modo noi pochi rimasti dell'antica educazione rinnoviamo la memoria di quello, che un tempo era la nostra armonia.” Tali parole manifestano, non essere stato il secol d'oro dell'antica musica quello del grande Alessandro, e che da Pitagora esclusivamente in poi l'arte era stata guastata tra le mani de' filosofi; conservandosi pura ed intatta nelle pubbliche scuole dei pratici. In queste circostanze Aristosseno s'impegnò di accreditare l'antico eguale sistema, e dichiararsi contro i pitagorici. Prima di pubblicare Aristosseno questo suo armonico sistema, scrisse anche un Trattato su i maestri più celebri nella Musica, del quale più volte fa egli menzione ne' libri armonici, che ci rimangono. Da questi per altro intendiamo, che nessuno degli antichi maestri aveva scritto di tutta l'arte. Con questa Storia dei musici compositori Aristosseno volle disingannare i riformatori della vecchia armonia, facendo veder loro il gran numero di eccellenti compositori, contro de' quali se la prendevano i pitagorici. Ma ciò non bastò tuttavia a contenerli; imperocchè appena pubblicò Aristosseno i suoi tre libri Armonici, ch'eglino si scatenarono contro a' medesimi; e non potendo mordere l'autore, il quale procede in tutto per via di dimostrazione aristotelica sillogizando, finsero che Aristosseno avesse diviso il tuono in quattro eguali parti cantabili, talmente che in que' libri, che ci sono rimasti, si lagna egli, che siagli stato affibbiato quest'errore, dicendo: “Prima di tutto vogliamo avvertiti i leggitori dell'errore da molti a noi attribuito, per avere questi creduto che noi abbiamo insegnato, che il tuono diviso in quattro parti eguali fosse cantabile; sbaglio che da costoro si è preso per non capire esser cosa assai diversa il prendere la terza parte del tuono per cantarsi, dal cantarsi il tuono in tre eguali parti diviso.” Tuttocchè però Aristosseno facesse così l'apologia di questo creduto errore, Tolomeo l'armonico fra gli antichi, e Rousseau fra' moderni con altri ancora hanno avuta la bontà, per non dire la mancanza di critica, di attribuire ad Aristosseno lo stesso errore, e di riprenderlo del creduto fallo: il che prova, che non si leggono gli autori criticati, o che non s'intendono, quando si esaminano (V. Rouss. Dict. de Mus. au mot Tempérament, p. 500.). Deesi anche avvertire che i tre libri degli Elementi Armonici di questo autore sono nei manoscritti così imbrogliati ed oscuri, che Meursio primo editore del greco originale disperò di poterli riordinare. Meibomio con la sua solita arroganza si credette in istato di poterlo fare, e pubblicò il greco con la sua versione, facendoci avvertiti, che ogni libro era sul fine mancante. Ma egli non si accorse, che gli originali di Aristosseno, da cui tradusse, erano così viziati e rimescolati di modo dagli ignoranti copisti, che l'introduzione dell'opera si trova nel secondo libro con la divisione delle materie, di cui doveva quegli trattare, e nel primo libro si cita il secondo, a cui Aristosseno si rapporta come a primiero; onde sono obbligati i lettori a brancolar nelle tenebre, non ostante che l'Autore riesca chiaro e metodico, unite che sieno bene e a dovere le sue parti. L'accurato critico Wallis (Comment. in Ptolom. harmon.) fu il primo ad avvertire questo disordine, ed il dotto ab. Requeno dà un'idea chiara e precisa del sistema musicale di Aristosseno. Egli fu l'ultimo de' musici di gran merito fra i Greci; incominciando dopo di lui il catalogo de' rinomati Specolativi, come avvenir suole in tutte le arti, già rovinata la loro pratica, o confusa la vera loro idea, per il vanto di nuove mode, o per la diversità de' sistemi. Nella collezione di opere inedite tratte dalla Biblioteca di san Marco in Venezia del ch. ab. Morelli, ed ivi pubblicata nel 1795, trovasi ancora Aristoxeni rythmicorum elementorum fragmenta gr. ac lat. in 8º. Il signor Meiniers (loc. cit.) dice, che abbiamo di questo Scrittore molto più di frammenti di quel che comunemente si crede, e che non se ne ha ricercato finora.

Aristotile figlio di Nicomaco ricco medico di Filippo re della Macedonia, nacque in Stagira nella 99 Olimpiade, 384 anni innanzi G. C., fu discepolo di Platone, e quindi autore di una nuova scuola di filosofia, detta poi peripatetica. Scrisse della musica un libro, ed alcuni problemi sulla medesima, da politico piuttosto, che da filosofo o da pratico. Le liti suscitatesi sull'antico sistema de' suoni armonici erano state accreditate da Archita per la pratica, da Platone per lo studio della fisica, e da un immenso numero di trattati filosofici sull'armonia della società, de' costumi, de' colori nella pittura, sull'armonia delle proporzioni delle statue, degli edifizj, delle leggi, a segno tale, che i filosofi in quest'epoca, quegli eziandio che non furono di setta pitagorici; si rendono inintelligibili, se non si sanno le leggi dei tetracordi, e le altre regole armoniche fondate sopra i numeri de' musici pitagorici. Dall'altro canto i Pratici seguaci del sistema contrario a quello di Pitagora riempivano di diletto gli ascoltatori ne' tempj, ne' conviti, e nei pubblici giuochi. Aristotele, che non voleva discreditarsi co' filosofi, nè rovinare con la sua autorità il credito e l'utilità della musicale educazione; desideroso eziandio, scrivendo di tutto, di non lasciare intatta l'arte musicale, pubblicò un libro e certi problemi pieni di metafisica, e di dettagli sopra le consonanze, in cui egli mostrava di non essere ignorante delle teorie di questa bell'arte, ma non si dichiarava per alcun partito; libro e problemi inutili al ristabilimento dell'antica armonia. Noi più non abbiamo il Trattato della musica di questo gran filosofo, non ce ne rimane che un solo frammento conservatoci da Plutarco nel suo Dialogo sulla Musica. “L'armonia, dice ivi Aristotile, è celeste; la natura ne è divina, piena di una bellezza che rapisce l'anima, e l'innalza sulla sua condizione. Divisibile naturalmente in quattro parti, ha ella due medj, l'uno aritmetico, l'altro armonico. Le sue parti, la loro grandezza e l'eccesso con cui l'una sorpassa l'altra, o ne è sorpassata, si esprimono con numeri, ed hanno un'egualtà di misura: inperocchè i canti si raggirano e sono compresi nell'estensione di due tetracordi.” Kirchero dice, che nella Biblioteca del Collegio romano aveva egli trovato fra gli antichi armonici anche il libro della musica di Aristotele, ma il Fabricio è di parere, ch'egli dinotar voglia più tosto il di lui libro De auditu, ossia dell'Acustica, conservatoci da Porfirio ne' suoi Comenti su gli armonici di Tolomeo; e che il dotto Wallis tradusse in latino (Tom. 3. Op. Mathem. Oxon. 1699.) Aldobrandini celebre letterato italiano vi scrisse un dotto comentario. I Problemi poi di Aristotele di musicale argomento sono compresi in diciannove sezioni: e nella sua Poetica tanto celebre parla ancora diffusamente della Musica, come può vedersi nell'erudito e ben ragionato estratto, che ne ha dato al pubblico l'illustre ab. Metastasio (V. Tom. 13 delle di lui op. ediz. di Napoli).

Arnaud (Francesco d') abbate di Grandchamp, dell'Accademia francese e delle Iscrizioni, nato ad Aubignan presso Carpentras da un maestro di musica, morì in Parigi li 2 decembre del 1784. Abbiamo di lui alcune Memorie lette all'Accademia sopra alcune questioni relative all'antica musica. Egli riguardava i greci, come quelli che formavano un popolo a parte, riunendo alla forza del genio ed alla vivacità dell'immaginazione una squisita sensibilità. L'ab. Arnaud scorgeva tra la lingua, tra le arti della Grecia, i suoi costumi, le sue leggi, la sua filosofia, una catena che univa tra loro tutti questi oggetti, e che è stata rotta dagli altri popoli. Abbiamo in oltre di lui Lettre au Comte de Caylus sur la musique, a Paris 1754, in 8º. Lo spagnuolo Arteaga l'ha inserita per intero nell'ultimo tomo della sua storia delle rivoluzioni. “Questa lettera, egli dice, può chiamarsi un capo d'opera nel suo genere per le eccellenti riflessioni, e per le viste utilissime che racchiude concernenti la filosofia della musica, e delle arti rappresentative. Essa contiene l'idea di un'Opera da eseguirsi intorno alla musica, ma che per isventura della filosofia e del buon gusto non è stata finora intrapresa. Essendo la suddetta lettera divenuta rarissima anche in Francia ho creduto di non poter meglio terminare l'opera mia, che dandola tradotta a' lettori italiani, e corredata d'alcune mie note a maggior illustrazione dell'argomento... L'autore non è men rispettabile per la sua filosofia, che per la sua critica e la sua erudizione.” L'ab. Arnaud vi annunziò il suo entusiasmo per un'arte, che formò le delizie della sua vita. Appassionato ammiratore di Gluck, egli diceva, che il dolore antico era stato ritrovato da questo celebre musico; al che l'ambasciadore di Napoli graziosamente rispose, che in quanto a se amava meglio il piacere moderno. Arnaud, sopracchiamato il gran-pontefice dei Gluckisti, dichiarò la guerra a Marmontel partigiano di Piccini; e l'uno e l'altro la sostennero con degli epigrammi. Egli aveva studiate le arti da filosofo, ne sentiva le bellezze da uomo appassionato, vivamente commosso da tutto quello, ch'era grande, semplice e vero; lodava gli artisti veramente degni di questo nome con entusiasmo che sapeva farne parte agli altri. Il talento nascente non aveva che a comparire a' suoi occhi per essere incoraggito e fatto subitamente conoscere. Il giorno, che lo aveva scoperto era per lui un giorno di allegrezza: egli ne parlava continuamente a tutto il mondo, come si parla di una felicità, di cui si è ripieno; e l'artista ancora oscuro, rimaneva sorpreso di una gloria così pronta, che doveva ad un sol uomo. Egli piaceva agli artisti, perchè parlava loro piuttosto degli effetti, che dei mezzi dell'arte loro: voleva accendere, sovvenire al loro genio, e non guidarlo o prescrivergli delle leggi: così hanno eglino confessato sovente, che la di lui conversazione accendeva il loro entusiasmo, sollevava le loro idee troppo spesso impicciolite o ristrette dagli giudizj e dal gusto degli amatori. I più celebri artisti hanno compianto la sua perdita. Le di lui Opere compite sono state recentemente stampate in Parigi in 4 volumi in 8.º l'anno 1809, ove si trova eziandio un'interessante Memoria su la lira di Mercurio.

Arne (Tomm. Agostino) dottore di Musica e compositore in Londra nel 1730, e ne' seguenti anni, è autore delle migliori opere inglesi. Egli aveva dell'invenzione, della grazia e dell'espressione, nè caricava la sua musica d'inutili ornamenti. Fu il primo ad abolire interamente il da capo nelle arie. Egli era stato dal padre destinato al foro, ma la musica avendo per lui maggiore attrattiva dello studio delle leggi, abbandonò Temi per la musica. Nel 1759, l'università di Oxford lo proclamò pubblicamente dottore in musica. Oltre a molte sue opere per il teatro assai pregevoli, vi ha di lui nove libri di canzonette inglesi, ed il May-Day, cioè la Giornata di maggio per canto e piano-forte. Cessò egli di vivere nel 1778 in età di anni 68. Mad. Arne di lui sposa, allieva di Geminiani era eccellente cantatrice, e morì verso il 1795. Suo figlio Michele Arne fu ancora celebre per alcuni drammi da lui posti in musica, e stampati per suonarsi col cembalo. Egli è morto verso l'anno 1806.

Arnold (Samuele) dottore in musica, compositore della corte del Re d'Inghilterra, ed organista a Londra; egli era nativo della Germania, ed uno de' più degni discepoli e successori di Hendel. Vien riputato universalmente come gran compositore e buon maestro di musica. La guariggione di Saulle, Oratorio, ebbe nel 1767 il più gran successo. I cori di quest'opera principalmente sono inavanzabili. La Risurrezione, Oratorio eseguito nel 1770, ebbe eziandio uno straordinario incontro. Egli ha scritto oltre a quaranta opere per il teatro, che si rappresentano ancora, molti pezzi di musica instrumentale, che si sono pubblicati per le stampe. Nel 1786, incaricossi della grande, e magnifica edizione delle opere di Hendel, adattate per il cembalo. Egli è inoltre autore di un Dizionario di musica in idioma inglese stampato in Londra 1786.

Arnot (Ugo), dotto inglese, publicò nel 1679, in 4º History of Edinburgh, ossia la Storia d'Edimburgo ove si trovano moltissimi curiosi monumenti sulla musica nazionale dei Scozzesi; e l'A. vi fa de' sforzi per provare che gl'italiani medesimi hanno presa la loro musica dai scozzesi.

Arteaga (Stefano) Exgesuita spagnuolo, era in corrispondenza cogli uomini li più distinti nelle scienze, nella letteratura e nelle belle arti: egli stesso possedeva delle vaste cognizioni: scrisse in sua lingua un Trattato sul bello ideale, e dopo l'abolizione della compagnia stabilitosi in Italia pubblicò in lingua italiana Le Rivoluzioni del Teatro musicale italiano dalla sua origine sino al presente, Bologna 1783, e Venezia 1785, tom. 3 in 8º. “Quest'opera, dice l'autore del nuovo Giornale Enciclopedico di Vicenza, mantiene più di quel che promette il suo titolo, che annunzia una storia e non altro. La storia vi è di fatti: ma non arida e stucchevolmente ingrossata da ricerche frivole sopra le date e le vite di questo e quello. Sana critica, libertà, forza di stile, sobria e bene scelta erudizione, lontana da ogni futilità e pedanteria, sono i caratteri di quest'opera, in cui rimane solo da desiderare un poco più di correzione relativamente alla lingua, picciolo neo se si vogliano aver presenti, come è di dovere, i pregi solidi che la qualificano.” Con franchezza maestrevole, e con chiarezza filosofica tratta l'autore dell'indole del Dramma musicale; dell'attitudine della lingua italiana alla musica: della perdita dell'antica armonia e dei primi ripristinatori di cotesta scienza applicata al divin culto: del passaggio ch'essa fece dai Tempj ai teatri, condotta prima dagli stranieri in Italia, indi accoppiata colla poesia drammatica, difettosa da prima e mal adattata alle leggi dell'armonia, resa poscia perfezionabile verso il finir del secolo 15; e della mediocrità della musica teatrale pel corso di lungo tempo sopportata. Passa quindi al secolo d'oro della musica italiana, sviluppa i successivi progressi della melodia: ed i più valenti compositori italiani, le celebri scuole ivi stabilite di canto e di suono passano successivamente la rassegna sotto la penna rapida dell'ab. Arteaga. Non trascura di osservar quindi le cagioni dell'attual decadimento della musica, che egli giustissimamente attribuisce alla mancanza di filosofia nei compositori, e alla decadenza della buona scuola di musica, massimamente in Italia. “I Pratici di questa nazione, egli dice, non hanno considerato finora la musica se non come un affare di puro istinto e d'abitudine, nè si sono innalzati al di là della sua parte grammaticale. I Teorici non si sono occupati che di regole, combinazioni e rapporti fra i suoni; in una parola, della sua parte matematica o dottrinale. Io senza inoltrarmi in così spinose ricerche ho creduto di far conoscere la rettorica e la filosofia dell'arte, quelle parti cioè le più trascurate dai moderni musici, ma le quali io giudico essere le più essenziali fra tutte, poichè c'insegnano l'uso che dee farsi de' mezzi particolari ad ottenere nella maggior estensione possibile il fin generale.” (Avvertim. pag. IX.) Noi esortiamo i professori, e gli amatori tutti di questa bell'arte ad avere ricorso a quest'opera del signor Arteaga per trarre profitto delle vedute veramente filosofiche, con cui egli tratta questa parte cotanto interessante della musica. Oltre a questa così eccellente opera altre ancora ne aveva scritto l'autore, che hanno qualche relazione alla musica. Il suo manoscritto intitolato: Del ritmo sonoro, e del ritmo muto degli antichi, (dissertazioni VIII) doveva essere un'opera della più grande utilità: egli mise in contribuzione i più celebri scrittori dell'antichità, e secondo il parere di più dotti uomini, le sue scoverte sono assolutamente nuove, e molto essenziali all'arte: egli dà un idea nuova e precisa di quel che chiamavasi ritmo presso gli antichi. Sono alquanti anni, che si voleva fare stampare quest'opera a Parma coi caratteri del famoso Bodoni; ma la rivoluzione impedì che questo proggetto fosse eseguito. L'ab. Arteaga dopo quest'epoca aveva accompagnato a Parigi il cav. Azara, ex-ambasciadore di Spagna: egli affidò la traduzione in francese di così bel manoscritto a Mr. Granville; ma la sua morte impedì ancora codesta intrapresa, allorchè era a due terzi della sua esecuzione, a danno e svantaggio della letteratura. L'ab. Arteaga morì in Parigi nel 1799. Il suo confratello e compatriota Requeno il chiama a ragione “un elegante ed erudito scrittore ben noto alla repubblica letteraria per la spiritosa ed elegante sua storia delle rivoluzioni del teatro musicale italiano” (Saggi ec. tom. 2.). Forkel ha tradotta quest'opera in tedesco.

Artusi (Giovanni) canonico regolare della congregazione del S. Salvadore, nato a Bologna nel 16º secolo: studiò le matematiche e principalmente la parte che riguarda l'armonia. A costui dobbiamo I. un eccellente Tratt. del Contrappunto, libro poco comune, ed in cui non ostante i progressi che si sono fatti di poi nell'arte aggradevole della musica trovasi molto per istruirsi: questo fu stampato in Venezia nel 1598 in fol. II. Ragionamento su l'imperfezione della moderna musica, Ven. 1600, 1603, in fol. III. Considerazioni musicali, Ven. 1604.

Ashwell (Tommaso) musico e compositore di Londra, de' tempi di Arrigo 8º, di Eduardo 6º e della regina Maria, verso il 1530. Conservansi ancora, nella scuola di musica di Oxford, molte delle sue opere (V. Hawkins).

Asioli (Bonifacio) nato a Correggio verso il 1760, fu discepolo di Angelo Morigi da Rimini allievo di Tartini. Asioli è oggidì direttore del real Conservatorio di Milano, maestro della cappella reale, ed ha composto un gran numero di capricci, di variazioni, di sonate e di pezzi in ogni genere per il forte-piano. Sono in oltre assai stimate le di lui canzoncine, le notturne ed altri pezzi fuggitivi, ma sopra tutto il superbo Monologo Piramo e Tisbe, con accompagnamento di piena orchestra. Egli è stato tra' primi che si sia provato a porre in musica sonetti, ottave, stanze di versi endecasillabi, e quegli che più d'ogni altro vi sia riuscito: difficoltà, che sembrava pressocchè insormontabile all'Eximeno e all'Arteaga. Nel magazzino di musica di Giov. Ricordi in Milano vi ha di lui impresso il Pigmalione, farsa in musica, ed il Ciclope, cantata a due voci. Tutta questa musica è briosa, bella espressiva e di un gusto eccellente. Egli pubblicò in oltre a Milano nel 1811 Principj elementari di musica addottati dal R. Conservatorio per le ripetizioni giornaliere degli alunni, con tre tavole di esempj, in 8º. Avvengachè vi sia ridondanza anzi che no di tai libri elementari, non pertanto son essi d'ordinario l'opera di mediocri maestri, le di cui cognizioni finiscono laddove termina il loro libro, e che per questa stessa ragione inetti sono a produrre in tal genere un libro utile. Gli elementi musicali del Signore Asioli, ch'egli ha diviso in diciotto sole lezioni, hanno, oltre il merito della chiarezza e della concisione, quello di un metodo analitico e ben ragionato, mercè il quale vie meglio e con maggior facilità s'imprimono nella memoria de' ragazzi le prime nozioni di quest'arte. Sarebbe da desiderarsi che dalla stessa mano maestra e con lo stesso metodo avessimo ancora i principj della composizione, il che formerebbe un corso compito di Elementi-musicali per i Conservatorj.

Asioli (Luigi) fratello del precedente, e anch'esso maestro di musica, che da più anni ha fissata in Inghilterra la sua dimora. Il dottor Pananti nel suo Romanzo poetico, intitolato il Poeta di teatro (Londra 1809, tom. 2.) mette Luigi tra' più dotti precettori della musica italiana in Londra (Canto III. stanza 18.) e nelle annotazioni dice, “ch'ei, scrive molto bene che prende, e rende eminentemente il senso e 'l carattere della musica e dell'autore” (pag. 295). Vi ha di lui un inno patriotico a Dio in nome dell'Italia, a tre voci, stampato nel Giornale italico di Londra del corrente anno 1814, che non ostante gli elogj che ivi gli si fanno, non sorpassa la mediocrità: alcune ariette italiane e duetti con accompagnamento di piano-forte, quivi ancora impressi, che sebbene scritti con qualche gusto ed espressione, mancano, a mio avviso, di quell'originalità ed eleganza, che forma il carattere della musica di Bonifacio suo fratello.

Asplind (Mr.) dotto meccanico nella Svezia, che nel 1713 pubblicò a Upsal una memoria latina col titolo: De Horologiis musico-automatis etc., cioè degli orologj a macchina sonante de' minuetti, delle arie ec. (V. Hülphers, Historisk afhandling om musick, pag. 101.)

Assensio (don Carlo) nato a Madrid verso il 1788, fece i suoi studj in un collegio di quella città, ove il padre suo, avvocato di professione, sin da' più teneri anni avevalo messo: quivi, come per diporto, imparò egli la musica da un bravo maestro italiano, per nome Giuseppe Marinelli, e siccome dalla natura sortito aveva tutti i talenti che fan d'uopo per riuscirvi eccellente, concepì ben presto un gusto predominante per la pratica di questa bell'arte, e tai progressi vi fece, che dopo la morte del padre fu in istato di esercitarla da dotto professore. Non tralasciò tutta via di perfezionare considerabilmente le cognizioni, ch'egli aveva acquistate nel corso de' suoi studj, e specialmente le mattematiche a cui consacrò cinque interi anni. Con la sagacità del suo ingegno conosciuta avendo l'insufficienza e l'imperfezione del metodo che da' maestri di musica ordinariamente si pratica, giunse a formarsi egli stesso una nuova teoria musicale, e delle regole di composizione, che posano sopra più solidi fondamenti. Egli da quattro anni in quà dimora in Palermo, ed io ho avuto la fortuna di sentirlo al piano-forte con somma ammirazione e diletto. Il principale talento del giovane Assensio è quel di sonare quest'instromento in una maniera del tutto nuova e tutta sua propria: egli eseguisce i più difficili pezzi di Haydn, di Mozart, di Beethoven e quelli da lui stesso composti, senza che si avvegga l'ascoltante del movimento delle sue mani, e dell'articolazione delle sue dita. Nell'estensione di cinque o sei ottave del piano-forte egli fa saltar ambe le mani or da' soprani ai bassi, e or da' bassi ai soprani con tale rapidità e destrezza, che non solo mai falla, ma che appena, quel ch'è più, ce ne fa avvedere: in somma, sonando par egli immobile, il che mostra che il tutto fa senza fatica, senza stento e con quella facilità, che dà solo la natura e l'esercizio, ma quel che vie più sorprende i conoscitori, egli è la maniera del suo improvvisare su lo stesso istrumento. O che componga egli stesso un tema, o che da altri gli venga proposto, egli ne conserva sempre esattissimamente il soggetto, non ostante che il volga e lo rivolga, e lo varj e lo ripeta in differenti maniere, e lo diminuisca, e ne cambj il sito or negli acuti or nei medj or nei bassi; l'armonia, con cui ha l'arte di accompagnarlo, di un solo istromento forma un'intera orchestra; la melodia, che spicca dal tema, così da lui variato e in mille maniere trasformato, incanta e rapisce l'intendente in un'estasi di meraviglia e di piacere. Mi sovviene di averlo udito sonare una volta, dopo aver meco parlato con entusiasmo della divina musica del Requiem di Mozart, una fuga in do minore, e con proporsene a suo talento il soggetto; questa produsse egli per un quarto d'ora, passando per tutti i tuoni, e formando le più deliziose modulazioni senza mancar mai all'unità del soggetto, e alle più severe leggi della medesima, con tale maestria ed un gusto sì nuovo e profondamente scientifico, che sembrava eseguir piuttosto un pezzo già scritto, anzichè estemporaneamente prodotto. S'egli scrivesse, come ne l'ho più volte esortato, quel che l'inesauribile sua fantasia, e 'l suo vivissimo estro improvvisando gli dettano, noi avremmo in questo genere delle produzioni, che verrebbero ammirate come l'opera del solo genio e dell'inspirazione: ma la lentezza della penna riesce insoffribile al fecondo suo ingegno, stimolato sempre dal bisogno di espandersi in nuove creazioni. A formar degli allievi in questa nuova scuola, egli darà fra brieve al pubblico un Nuovo metodo, di cui n'è già sortito in quest'anno il Prospetto per le stampe del Gagliani, come darà egli ancora alla luce i suoi Elementi di Musica, formati sopra i sistemi de' più celebri Scrittori, e adattati al nostro sistema attuale, in due volumi. Dal Saggio di quest'opera da lui stesso gentilmente comunicatomi, per quanto si estendono i miei deboli lumi, ho rilevato esser ella degna de' talenti del suo autore, e dell'espettazione del pubblico. Per la musica pratica abbiamo di lui: Variazioni di piano-forte con accompagnamento di flauto, stampate nel magazzino di musica in Londra nel 1811, in 4º e manoscritti in oltre, 50 Waltz in due o tre parti in circa, in tutti i modi, cosicchè vengano a formare una serie progressiva di studj per ben possedere il piano-forte; un volume di sonate composte da lui in Gibilterra nel 1810, contenente fantasie, variazioni sopra temi di sua invenzione, ed alcune sopra un tema dell'aria di Mozart; Non più di fiori, ec. nella Clemenza di Tito; Solfeggi progressivi; molti pezzi strumentali, cioè Trio e Quartetti ec.; Armida e Rinaldo, cantata a tre voci con accompagnamento di piena orchestra, eseguita alli 2 di Maggio 1814, nel salone di S. E. il Sig. principe della Trabia, preceduta da un'eccellente sinfonia; Canzonette e Duetti con accompagnamento di piano-forte, e moltissime altre composizioni delle quali, la filosofica disinvoltura dell'autore è la cagione che non ne sia a parte il pubblico.

Astarita (Gennaro), compositore napoletano assai stimato in Italia. Il suo stile grazioso e naturale gli conciliò da pertutto il favore del pubblico, comechè il sentimento dei conoscitori fosse alle volte un pò differente. Egli compose un rondò, che comincia: Come lasciar poss'io l'anima che adoro, ec., che è stato universalmente applaudito; riuscì sopra tutto nell'opera buffa. La sua Circe ed Ulisse nel 1787 fu rappresentata sopra tutti i teatri della Germania con grande applauso.

Astorga (il Barone d'), Siciliano sul principio del secolo 18º, era in sommo favore alla corte dell'imperadore Leopoldo, compositore anch'egli di musica: viaggiò in Spagna, nel Portogallo, in Inghilterra e in Boemia. Nel 1726, fece rappresentare a Breslaw la sua musica della pastorale di Dafne, che fu assai applaudita. Avison e 'l dottor Burney citano con elogio il suo Stabat mater. Gl'italiani ripongono le sue Cantate al primo rango delle composizioni vocali. (V. Hawkins.)

Asworth, Inglese autore di un'opera, a cui diè per titolo: Introduction to the art of singing, cioè Principj dell'arte del canto.

Atelardo, viveva sotto il re d'Inghilterra Arrigo I verso il 1120. Se gli dee una traduzione dall'arabo in latino delle proporzioni armoniche di Euclide.

Ateneo di Naucrate, città altre volte celebre dell'Egitto, viveva a' tempi dell'Imperadore Commodo: scrisse in greco un'opera sotto il titolo di Dipnosophista, ossia il Banchetto de' Savj, ripiena di un infinità di ricerche curiose e dotte, e che dà moltissimo lume per le antichità greche: vi si trova la storia di molti celebri musici degli antichi tempi, e tutto il libro XIV è impiegato a descrivere gli stromenti musicali in uso presso a' greci. Mr. Schweighäuser dotto professore di greco a Strasburgo, dopo il 1801 ha pubblicati più volumi di una nuova edizione di Ateneo, con una sua nuova collezione di più manoscritti (V. Dessessarts, Nouv. Biblioth. d'un homme de goût, tom. 3 a Paris 1808 pag. 304.)

Aumann (N.) padre agostiniano di san Floriano nell'Austria, e teoretico veramente profondo nella musica, viveva verso la metà del secolo prossimo passato e fu maestro del rinomato compositore tedesco Albrechtsberger. Si soleva in quel tempo a Vienna nella sera di s. Cecilia far musica in tutte le case, ed era usanza che i più gravi compositori uscissero fuori in tale occasione con musici strambotti a divertimento della brigata. Fu in una di queste sere, che questo bel matto di Aumann produsse una sua famosa Messa, che non si può mai cantar sino alla fine pel gran ridere che promove. Si chiama la Messa dei contadini. L'autore vi divide le sillabe una dall'altra, le ripete, le accozza, le ricompone, e forma con ciò un balbettio, e de' contrasensi tanto strani e ridicoli che non si regge nè a cantarla, nè a sentirla. Questa babilonia ha inoltre il pregio d'essere scritta a tutto rigore di scienza, ed è zeppa di belle e dotte invenzioni, suggerite al compositore dalla stramba decomposizione istessa delle parole. (Carpani Letter. 7, pag. 112.)

Aureliano di Rheims, ecclesiastico e musico di questa chiesa, circa l'anno di G. C. 900. Il principe ab. Gerbert ha pubblicata la di lui Musica disciplina, sopra un manoscritto della biblioteca lorenziana di Firenze. Il p. Martini ne possedeva una copia Ms; e Walter ne aveva anche parlato. Questa è un'opera capitale di quel tempo, divisa in venti capitoli.

Avella (Giovanni) religioso francescano nato nel regno di Napoli, di cui abbiamo delle Regole di musica in cinque trattati, Roma 1657. Sopra le suddette regole vi sono delle annotazioni manoscritte di Giovanfrancesco Beccatelli fiorentino.

Avenario (Matteo) nato a Eisenach li 21 Marzo 1625, cantante a Smalkalde nel 1650, e quindi morto a Steinbach li 17 aprile 1692, lasciò un trattato di musica molto esteso, intitolato: Avenarii musica.

Aventino (Giov.) buono scrittore della storia d'Alemagna, nato nel 1466, a Abensberg, pubblicò nel 1516, a Ausburgo: Rudimenta musices. Morì egli a Ratisbona li 9 genn. del 1534.

Aviano (Giov.) di Tonndorf presso Erfurt, sovrintendente a Eisenberg, pubblicò nel 1581, a Erfurt, un Isagoge musicæ poetices, cioè Introduzione alla poetica della musica: vi sono ancora di lui alcune altre opere manoscritte. (V. Walther e Forkel Allg. Litt.)

Avicenna, celebre medico arabo, nato a Balkh l'anno 992, e morto nel 1036, il suo vero nome presso gli arabi è Ebn-Roslad. Lasciò un trattato di musica in lingua persiana. (V. Gerbert e Walther).

Avison (Carlo) organista a Newcastle, cui il dottor Beattie chiama gran musico ed ingegnoso scrittore (Essay on poetry etc.) nel 1725 pubblicò un suo libro col tit. Essay on musical expression, o sia Saggio sull'espressione musicale: nel quale è di parere che l'imitazione nella musica si riduce a pochissima cosa, se non è accompagnata dalle parole.

Azais (M.) maestro di musica della scuola militare di Sorèze, diretta dai signori di Ferlus, nel 1777 diè al pubblico, un Metodo di musica sopra un nuovo piano, per uso degli allievi della scuola reale militare, dedicato all'abate Roussier. Nel 1780 pubblicò ancora alcune sue composizioni di musica instromentale.

Azopardi (Franc.) maestro di cappella in Malta, oltre un gran numero di opere di varj generi, diè al pubblico verso il 1760, un piccolo trattato col titolo di Musico pratico, che è stato tradotto in francese, accresciuto di alcune note, e pubblicato in Parigi nel 1786, da Mr. Framery.


B

Bach (Giov. Sebastiano). La famiglia dei Bach, come quelle dei Caracci, dei Bernoulli, dei Cassini, conta da padre in figlio degli uomini illustri nella medesima scienza, tramandata come per eredità da una generazione all'altra. Questi Bach furono non meno di cinque, e fondarono in Berlino e in Amburgo la scuola dei Bachisti. Giov. Sebastiano fu il padre di costoro: nacque egli a Eisenach nel 1685, da Giov. Ambrogio Bach musico della corte e del consiglio di quella città. Avendo perduto i suoi parenti innanzi l'età di dieci anni, si rese a Ordruff, presso il suo fratello maggiore Giov. Cristoforo, che quivi era organista, e sotto la costui direzione entrò egli nella carriera musicale. Il suo irresistibile pendìo per l'arte cominciò in lui a svilupparsi sin da quella tenera età, ed i suoi progressi furono tali che nell'età di anni 18 fu nominato musico della corte di Weimar, e due anni dopo organista. Ei vi pervenne non che pel suo zelo e le sue proprie riflessioni, ma per lo studio eziandio continuo delle opere de' più gran maestri come Bruhn, Reinken e Buxtehude. Nel 1708, entrò al servigio del duca di Saxe-Weimar come organista della corte. Gli applausi ch'ei vi ottenne portarono al più alto grado il suo entusiasmo: unicamente occupato della cura di perfezionarsi e di meritare la benevolenza, di cui vedevasi onorato, giunse non solo a quell'inimitabile talento nell'esecuzione, che lo rese così celebre, ma vi compose ancora la più parte delle sue opere per l'organo. Nel 1747, fece un viaggio a Berlino, ed ebbe l'onore di farsi anche sentire a Potsdam, dinanzi il re di Prussia. In quest'occasione Federico medesimo gli diede il tema d'una fuga, e gli dimandò dopo che l'ebbe eseguita da maestro, un'altra fuga a sei voci, dimanda alla quale Bach soddisfece al momento sul forte-piano, d'appresso un tema che si era scelto egli stesso. Morì egli di un attacco di apoplesia li 28 di luglio del 1750. Tale fu il fine di un uomo, che secondo l'espressione di Marpurg, “riuniva in lui solo i talenti e le perfezioni di molti grand'uomini.” Non possiamo terminar meglio la sua biografia che pel ritratto, che ce ne ha lasciato il maestro Hiller. “Se mai compositore ha mostrato tutta la forza d'una grande orchestra, se mai virtuoso ha saputo far uso delle più secrete molle dell'armonia, quest'onore appartiene senza dubbio a Giov. Seb. Bach. Le sue melodie erano, a dir vero, strane, ma piene d'invenzione, di novità, ed in nulla rassomigliavan quelle degli altri compositori. Benchè il suo carattere serio lo trascinasse alla musica grave e malinconica, egli poteva non pertanto, se era d'uopo, piegarsi ancora, principalmente sonando, a delle idee leggiere ed amabili. Il continuo esercizio nella composizione di opere gli avevano acquistata tale abilità, che nelle partiture le più complicate, egli abbracciava d'un solo colpo d'occhio tutte le parti coincidenti. Era fornito d'un occhio così delicato, che nella più vasta orchestra, scuopriva all'istante il menomo errore che vi si commetteva. Nella sua direzione, badava moltissimo all'esattezza dell'esecuzione; e possedeva tale certezza nella misura, che la sceglieva d'ordinario colla massima rapidità.” Le sue opere sono quasi innumerabili, e contengono tale scienza e tai semi di genio, che confessava il grand'Haydn avere egli molto appreso, specialmente per le transizioni di un modo all'altro, nelle opere del vecchio Bach (V. Lett. di Carpani Lett. 3). Carlo Emmanuele il terzo de' suoi figli, ed il più profondo tra questi, pubblicò la di lui musica in quattro parti negli anni 1784-1788. Questo grand'uomo ebbe altresì il cappriccio di mettere in musica i caratteri diversi degli uomini, come il le Brun e prima di lui il gran Leonardo da Vinci, e i Caracci li avevan designati colla matita (Carp. Lett. 4). Walther, Mitzler, ed Hiller nelle loro biografie ci han lasciata la storia di sua vita, e Mr. Forkel ne ha pubblicata una molto estesa.

Bach (Gugl. Friedman) il primo figlio dell'immortale Giov. Sebastiano Bach nacque a Weimar nel 1710. Apprese i principj della musica non che sul cembalo e l'organo, ma anche nella composizione dall'illustre suo padre, e mostrò ben presto che non era indegno di esserne il figlio. Proseguì i suoi studj nel 1725, colle lezioni che Graun, allora maestro di concerto a Mersemburgo, e quindi a Berlino, gli diè sul violino: applicossi nel tempo stesso nella scuola di san Tommaso, all'altre scienze con ugual fervore, e studiò finalmente la giurisprudenza e sopra tutto le mattematiche nell'università di Lipsia. Chiamato a Dresda nel 1733, come organista di S. Sofia, continuò quivi le mattematiche, sotto la direzione del dotto professore Walz, ed esercitossi principalmente nell'algebra. Egli si rese finalmente a Berlino, ove passò gli ultimi anni di sua vita, col titolo in verità di maestro di cappella, ma senza impiego. Fa in ver maraviglia, che questo gran virtuoso, non ostante il suo sapere e la sua arte, si fosse ridotto a vivere disoccupato, de' soccorsi, che davangli i suoi amici: ma deesi convenire ch'egli medesimo era il suo maggiore nemico, e che il suo carattere tristo e caparbio gl'impediva di conciliarsi la benevolenza de' suoi contemporanei. Egli morì in un'estrema indigenza a Berlino nel 1784. Vi sono di lui moltissime composizioni, che per non essere state date alle stampe, cominciano a divenir rare, comechè molto pregevoli. Egli era infatti, secondo l'unanime giudizio de' suoi contemporanei, il più gran compositore di fughe, il più profondo organista, il più dotto musico dell'Alemagna, e nel tempo stesso un ottimo mattematico (V. Forkel Alman. di Music. an. 1784).

Bach (Carlo-Fil-Emmanuele) secondo figliuolo del gran Bach, maestro di cappella della principessa Amalia di Prussia, e direttore di musica a Hamburgo nacque a Weimar nel 1714; fece i suoi primi studj di musica nella scuola di san Tommaso a Lipsia: studiò la giurisprudenza in quell'università, e quindi a Francfort; e nel tempo stesso fondò quivi un'accademia di musica, di cui aveva egli la direzione, e per la quale componeva nelle solennità. Suo padre fu il solo di lui maestro per la composizione ed il cembalo. Nel 1740 entrò egli in Berlino al servizio della corte in qualità di musico di camera, ed ebbe l'onore di accompagnare il suo re nel primo solo di flauto ch'ei sonò dopo il suo possesso al trono. Nel 1767, andò come direttore di musica a Hamburgo in luogo di Telemann, e con questa occasione la sorella del re Amalia di Prussia il nominò suo maestro di cappella. Malgrado le vantaggiose offerte che da varie parti gli si fecero, egli preferì costantemente il soggiorno d'Hamburg finchè visse. Cessò egli di vivere li 14 decembre del 1788, in età di 74 anni; infinite sono le di lui composizioni di musica sì vocale che istrumentale pubblicate con le stampe. Egli è autore in oltre di più opere didattiche: I. Idea per comporre un contrappunto doppio all'ottava di sei misure, senza conoscerne le regole, 1757. Si trova nel terzo volume delle Memorie di Marpurg. II. Saggio su la vera maniera di sonare il clavicembalo, con esempj e diciotto modelli in sei sonate. Il primo volume di quest'opera comparve in Berlino nel 1759. Ne è stata pubblicata una seconda edizione in Lipsia nel 1782, ed una terza accresciuta, ivi nel 1787, in 4º. III. Il secondo volume della stessa opera, contenente i principj dell'accompagnamento e della fantasia libera, Berlino 1762, e la seconda edizione a Lipsia nel 1780. IV. La sua vita, scritta da lui stesso, si trova nel terzo volume de' Viaggi di Burney. I scritti didattici di Bach (in lingua tedesca), sono un nuovo servizio reso all'arte. Il di lui Saggio sul clavicembalo e l'accompagnamento è tutt'ora l'opra la più eminentemente classica, che la Germania possiede in questo genere. Nel primo volume, oltre un gran numero di regole per l'esecuzione, fondate sul suo gusto eccellente e la sua grande esperienza, egli insegna il modo di situare, e muover le dita secondo la maniera di suo padre, la quale, avvengachè già propagata da' suoi allievi, era non pertanto rimasta un segreto della scuola di Bach. I principj di accompagnamento che formano il volume secondo non rassomigliano in nulla a' libri ordinarj sul basso continuo: non comincia egli per contrario a fare delle osservazioni e a dar delle regole, se non da quello, ove hanno finito i di lui predecessori. Mr. Choron ne ha fatta una traduzione francese. Delle sue composizioni musicali, in generale, dice egli stesso, che non ve n'ha che pochissime, che egli abbia potuto comporre in piena libertà; e delle sue composizioni per il cembalo in particolare, ch'egli aveva fatto i suoi sforzi per renderle d'una esecuzione facile: “Parmi, ei soggiunge, che la musica dee principalmente toccare il cuore, e non potrà mai il sonatore di cembalo, almeno a mio parere, arrivarvi, se non pensa che a far del rumore.” Il dottor Burney dice con molta ragione quel che diceva Quintiliano delle opere di Tullio, cioè che le composizioni del N. A. possono servire per giudicare del gusto e del discernimento de' giovani artisti, a misura che sapranno apprezzarle. Mr. Bach è autore d'una collezione di 330 ritratti de' più celebri musici.

Bach (Giov. Cristof. Federico), maestro di concerto a Bockeburgo, terzo figliuolo del gran Bach, nacque a Weimar nel 1732. Egli è autore di più eccellenti sonate e concerti per il forte-piano inserite nelle Musicalisches Vielerley, ossia Miscellanee musicali, e nelle Musicalische Nebenstunden, o Divertimenti di musica, stampate dal 1774, sino a 1787. Egli si avvicina nelle sue composizioni al gusto del suo maggior fratello Carlo-Emmanuele: possedeva profondamente la storia musicale, che appresa aveva da suo padre; le sue composizioni di musica instrumentale e vocale sono dotte, maestose e temperate dalla semplicità, e da un canto soave e pieno di melodia: egli aveva la più grande facilità per esprimere le sue inspirazioni, ed un genio inesauribile. Questo celebre musico terminò i suoi giorni li 26 Febrajo del 1795.

Bach (Giovanni Cristiano), sopracchiamato il Milanese o l'Inglese, figliuolo di un secondo matrimonio del gran Bach; maestro di cappella della regina d'Inghilterra, nacque in Lipsia nel 1735. Dopo la morte di suo padre, egli portossi a Berlino presso del suo fratello Carlo-Filippo-Emmanuele, allora musico della camera del re, perchè vi si perfezionasse sul cembalo e nella composizione. Egli cominciava a svilupparvi dei talenti, e molte delle sue produzioni erano state già accolte favorevolmente, allorquando le conoscenze ch'ei fece con più cantatrici italiane, gli mossero brama di viaggiare in Italia. Lasciò dunque Berlino nel 1759, si rese a Londra, ove fermossi per sempre, eccettone un picciol viaggio, ch'ei fece in Parigi poco innanzi la sua morte, che avvenne sul principio di gennaio del 1782. Egli ha pubblicate dal 1775 sino al 1779, venti opere che sono generalmente conosciute, e tutte appartenenti a musica istromentale. Le sue opere e produzioni per canto, pregiate moltissimo dagl'intendenti, sono state pubblicate in Milano ed in Londra, il solo Amadis des Gaules eccettone, ch'egli poco avanti di morire fè imprimere in Parigi. Tutte le sue composizioni ben si distinguono pel fuoco del suo genio, e per uno stile facile e grazioso.

Bach (Giov. Michele) era da prima cantante a Tonlie; ma egli vi rinunziò e viaggiò in Olanda, Inghilterra e in America. Di ritorno nella Germania, studiò per qualche tempo a Hottinga nel 1779, e quindi si stabili a Güstrow nel ducato di Mecklemburgo, ove era ancora l'anno 1793. Egli pubblicò a Cassel nel 1786, in lingua tedesca: Instruzione sistematica per apprendere il basso continuo, e la musica in generale, per que' che vogliono insegnare, come per quei che vogliono apprendere, in 4.º (V. l'Almanac. di Mus. di Forkel, 1784).

Bacchini (don Benedetto) monaco ed abbate della congregazione di Monte-Casino, bibliotecario di Modena, e letterato insigne, non che profondo antiquario, e critico giudizioso. Egli era nato nel 1651 a Borgo san Donnino, nel ducato di Parma, e fattosi benedettino nel 1667 si diè allo studio con tale applicazione, che diede molto a dubitar di sua vita. Rimesso in salute diè principio in Parma al Giornale dei Letterati opera periodica, che fece spiccare la profonda dottrina e lo squisito giudizio del dotto monaco, ma che gli trasse addosso un gran numero di nemici, e così possenti essi furono, che giunsero ad oscurarlo nello spirito del duca Ranunzio II, in guisa che l'anno 1691 questo principe bandì il giornalista da' suoi stati. D. Benedetto ritirossi in Mantova, ed alquanti mesi dopo Francesco II, duca di Modena, lo chiamò in sua corte, e fecelo suo istoriografo e bibliotecario. Nel mese di luglio dell'anno 1721 fu dall'università di Bologna nominato professore di storia ecclesiastica, e pochi giorni dopo gravemente ammalatosi terminò ivi la sua vita all'età di 69 anni. Egli lasciò molte dottissime opere tra le quali evvi una erudita dissertazione de sistris, eorumque figuris ac differentis, a cui Giacomo Tollio professore in Utrecht ha aggiunta una sua dissertazione sullo stesso argomento ed alcune note, ch'egli ivi pubblicò per le stampe l'anno 1696.

Bacchio seniore fioriva sulla fine del secondo secolo dell'era cristiana. Egli è autore di una Introduzione alla musica ossia degli Elementi della greca musica in forma di dialogo. Questi è l'unico fra' greci armonici, che insegnò la musica col solfeggio e con le note dell'intonazioni senza calcolo ed in conseguenza da puro pratico. Dai desiderosi di profittarne deve farsi più studio di Bacchio, che di nessun altro dei greci o latini armonici; benchè senza la previa lezione di Aristide Quintiliano, per la di lui troppa concisione sia malagevole il capirlo in qualche parte. Bacchio c'insegna molti punti pratici, da niun altro dettati ne' loro libri. Le note con cui egli contrassegna le corde, se Meibomio non si fosse presa la pena di rovesciarle e cambiarle, accomodandole a quello di Alipio, potevano dare gran lume per interpretare i canti greci rimastici, e gli altri che si trovassero; ma questo ardito grammatico, mancando di tempo o di posatezza per riflettere su i libri, che c'interpretò, in questa ed in altre parti dell'arte de' greci ci cagionò più danno che vantaggio, e stabilì fra' letterati più pregiudizj che luminosi principj. Barette, Roussier, e Rousseau saranno risponsabili agli amatori della greca musica di non aver fatto riflessione bastevole su i pregiudzj del Meibomio, e di averli con le loro eleganti penne autorizzati (Veggasi il Requeno Saggi tom. 1). Franchino Gaffurio da Lodi nel 15º secolo, e nel seguente Mersenne e Meibomio ci hanno data la versione latina del dialogo di Bacchio. In un manoscritto ben corretto dello Scaligero, dice il Meibomio trovarsi un altro trattato di questo greco scrittore sulla Musica-pratica, con alcuni altri frammenti relativi allo stesso argomento, ch'egli promise di dar poi, greci e latini, trovandovisi più vestigj dell'antica (Fabricc. Bibl. Gr. tom. 2).

Bachmann (Christof-Luigi) studiò nel 1785, nell'università d'Erlang, e vi fece imprimere un'opera in 4º, sotto questo titolo: Entwurf ec., cioè: Idee di un corso di teoria della musica, in quanto è utile agli amatori di quest'arte. È dessa una copia esatta della Dissertaz. del dottor Forkel su lo stesso soggetto.

Bachmann (Francesco) dotto medico della Germania, ed autore di un'opera latina, che ha per titolo: De effectibus musices in corpore humano, Lipsiæ 1734. Vi si trovano delle buone osservazioni e degli sperimenti sull'utilità della musica in certe malattie, per cui merita di esser letta secondo il D.r Lichtenthal, che, nel suo trattato dell'influenza della musica sul corpo umano, ne fa onorevole menzione.

Bacilly (Benigno de) abile compositore del secolo 17º, scrisse un libro intitolato: Remarques curioses sur l'art de bien chanter: cioè Curiose osservazioni sull'arte di cantar bene, Parigi 1668.

Bacone (Roggero) francescano inglese, morto nel 1294, è autore di un libro: De valore musices. Evvi un altro Bacone (Francesco), barone di Verulamio, cancelliere d'Inghilterra, che col suo profondo genio e la forza del suo intendimento spuntar fece i crepuscoli della vera filosofia in mezzo alle tenebre ed all'oscurità del suo secolo. Nacque egli l'an. 1560 e morì a 9 di Aprile del 1626. Le note della musica, di cui egli ragiona nella sua storia naturale, provano che era ancora profondamente versato ne' principj della composizione musicale. (V. Hawkins.)

Baehr (Giov.), secondo altri Beer, maestro di concerto del duca di Weissenfels, nacque nel 1652, e morì nel 1700. Walther racconta che un certo duca avendolo incaricato di comporre un'opera, egli la terminò in sei settimane, e dimandò cento scudi. Questi furongli pagati, a condizione ch'ei canterebbe alla tavola del duca; il che egli accettò. Il duca, dopo di averlo inteso: Non sarebbe possibile, gli disse di far che un asino canti così bene? — Se vostra altezza può giugnervi, lo dichiaro primo maestro di musica dell'universo. — Baehr è un impertinente. — Io nol sono d'oggi solamente. Egli ha lasciate le seguenti opere: Bellum musicum, 1701, in 4º; Musicalische discurse, Raggionamento di musica, 1719; Schola phonologica, ossia scuola della voce, o del canto. (V. Walther ed Ehrenpforte).

Baglivy (Giorgio) nato in Ragusa, dopo aver fatti i suoi studj in Napoli, e in Bologna stabilissi a Roma, e vi fu professore di medicina. L'imperiale società di Augusta, e la reale di Londra lo ammisero tra' loro socj; egli morì nel più bel fiore delle sue speranze nel 1707 in età di soli 38 anni. Baglivy ha pubblicato un Trattato particolare, che merita di esser consultato, e che porta il titolo di Dissertazione sugli effetti della musica nelle malattie cagionate dalla morsicatura della tarantola, Roma 1696. E benchè contro della medesima abbia scritto il ch. Francesco Serao, professore di medicina nella reale università di Napoli, le sue Lezioni accademiche della tarantola (Napoli 1742, in 4º), dove s'impegna a provare non esser quel morbo e la sua pretesa curazione col suono che una mera impostura, tuttavia altri professori dottissimi, e di costui più recenti confermano le osservazioni e gli sperimenti del Baglivio, e raccomandano la musica come uno de' più valevoli rimedj in siffatta malattia: tali sono un Kahler, un Staroste, un Mojon, un Lichtenthal ec.

Baillot (Pietro), nato circa il 1770, a Passy presso Parigi, ove suo padre per lo innanzi avvocato al parlamento, aveva stabilita una casa di educazione, prese quivi le prime lezioni di musica e di violino, da poco buoni maestri. Verso il 1784, suo padre avendo ottenuto una commissione di procuratore del re a Bastia, portovvi seco la sua famiglia; ma egli morì ben tosto, e Baillot trovossi in una assai penosa situazione. Mr. de Boucheporn intendente dell'isola di Corsica, commosso da questo infortunio, offrì alla vedova d'incaricarsi dell'educazione di suo figlio. Egli lo associò a' suoi figli, e fecelo seco lor viaggiare. Così è ch'egli andò in Roma, ove soggiornò lungamente, ed ebbe Polani per maestro, eccellente professore della scuola di Tartini. Tornato a Parigi nel 1790, fu presentato a Viotti, cui egli sorprese per la maniera ardita e franca di suonare, e che volendo obbligarselo, gli offrì un posto nell'orchestra allora sì ammirabile del teatro di Monsieur di cui egli era direttore. Nel 1795, presentossi al Conservatorio, ove riunì in suo favore tutti i voti, e fu nominato professore. In questa qualità pubblicò egli l'eccellente Metodo di violino adottato dal Conservatorio, ed al quale i bassi in contrappunto di Cherubini posti sotto agli esempj, danno un nuovo rilievo agli occhi de' compositori. Egli ha anche ordinato il Metodo di violoncello adottato dal Conservatorio, e di cui lo stile è stato ammirato dai musici. Nel 1806, Baillot secondo il cattivo esempio di un gran numero di virtuosi de' nostri giorni, stimò a proposito di viaggiare nella Russia e in Germania. Questi viaggi che durarono sino nel 1809, hanno in tutto il settentrione d'Europa giustificata la celebrità, che ve l'aveva preceduto. Di ritorno alla patria Mr. Baillot ha ripreso le sue funzioni al Conservatorio, e la sua scuola produce ivi gran numero di eccellenti allievi. Egli si è occupato ancora della composizione, ed ha pubblicato finora circa a dieci opere di duo, trio e concerti. Qualunque sia il piacere che si prova nel sentirglieli eseguire, gli amatori preferiscono di veder applicare piuttosto il suo talento a quei di Viotti e di Boccherini, ch'egli rende con quella perfezione, alla quale sembra impossibile il poter aspirare.

Baj (Tommaso) autore del Miserere, che ordinariamente si canta il giovedì santo nella cappella del papa in Roma, era nato a Crevalcore presso Bologna, verso il 1650, e morto in Roma nel 1718. Il suo Miserere è un capo d'opera per la prosodia e per la giusta accentuazione delle parole. Questo pezzo è il solo tra le moderne produzioni, che abbia ottenuto l'onore di essere ammesso nella cappella pontificia.