Casa (Girolamo della), udinese, professore di musica su la fine del quindicesimo secolo. Oltre più madrigali da lui raccolti di diversi autori, egli scrisse ancora un trattato con questo titolo: Il vero modo di diminuire con tutte le sorti di stromenti, il quale è divenuto rarissimo.
Casali (Giovan-Battista), valente maestro di cappella di san Giovanni di Laterano in Roma nel 1760, autore di un gran numero di messe, d'oratorj ed eziandio di opere teatrali. Il suo stile era assai brioso e nitido: egli ebbe per allievo il celebre Gretry.
Casali (Ludovico) di Modena, autore di un libro intitolato: Le Grandezze e Maraviglie della musica, Modena 1629. Il P. Martini lo cita con elogio nella sua storia.
Casella, cantore e compositore in musica, contemporaneo di Dante e suo intimo amico, viveva in Firenze verso il 1280. “Fu costui Musico eccellentissimo, dice l'annotatore di quel poeta, e come s'intende da' suoi versi di lui amicissimo, e un uomo di natura facile e compagnevole.” Egli è il primo compositore di madrigali che si conosca. Nella biblioteca del Vaticano si vede un madrigale del 1300, sul quale è rimarcato Casella come autore della musica; e più altri ancora ne compose di Lemmo pistojese. Egli morì prima del 1330, poichè fa di lui onorevole menzione il Dante nel canto, secondo del Purgatorio — Casella mio — Se nuova legge non ti toglie — Memoria o uso all'amoroso canto — Che mi solea quetar tutte mie voglie — Di ciò ti piaccia consolare alquanto — L'anima mia, ec.
Caserta (Filippo di), antico scrittore di musica, di cui fa menzione il Gaffurio nella sua musica pratica, Martini e Gerbert nella Storia. In un codice manoscritto di Ferrara del secolo 15º, si legge la di lui opera De diversis figuris.
Casimir (Luigi-Arrigo Brecker, detto), nato in Berlino nel 1790, dalla Prussia fu portato in Francia all'età di dieci anni dalla cel. madama de Genlis, che dopo questo tempo il fece suo allievo e scolare per l'arpa, ch'egli ha sonato in pubblico con i più brillanti successi. “Questo Giovane virtuoso ha veramente perfezionato uno dei più belli istromenti che si conoscono, mostrando che possono eseguirsi sull'arpa le più difficili sonate per il piano-forte, e che eziandio possano sonarvisi le difficoltà impossibili ad eseguirsi sul clavicembalo. Egli è il solo sonator d'arpa che faccia uso delle due piccole dita, come sul forte-piano, e che produca con ambe le mani de' suoni armonici con una prestezza estrema. È inoltre il solo, la cui arpa sia montata di corde eccessivamente tese, il che richiede una particolare forza; e rende il suono dell'arpa infinitamente più bello. Egli ha sonato finalmente in pubblico alcuni pezzi di sua composizione, fra l'altre una Marcia a battaglia, e un rondò che hanno prodotto grandissimo effetto. Dicesi in oltre che questo giovane e sorprendente artista, possegga per altro varj talenti. Non si è entrato giammai nella carriera delle arti d'una più brillante maniera, e con vantaggi così insieme riuniti” (Mad. Genlis).
Casini (Giovammaria), fiorentino, dotto compositore su i principj del p. p. secolo, pubblicò in Roma: op. 1, Moduli 4 vocibus, 1706; Pensieri per l'organo in partitura, op. 3, Firenze 1714; ed inoltre: Tastatura per levare le imperfezioni degli strumenti stabili, ove pretende rinovare li perduti antichi Generi con moltiplicare gli ordini de' Tasti, onde non solo in tal sorta di strumenti vi si trovassero tutti i semituoni diversi, come diesis e come bemolli, ma fin tutte le voci corrispondenti agli intervalli della musica greca in qualsivoglia Genere, ed in ogni varietà di ciascun Genere (V. Martini, Tom. I, Dissert. 1.)
Cassiodoro (Magno Aurelio), nato da un'antica famiglia Romana nella Lucania l'anno 472, fu console romano, ed impiegò presso il goto re d'Italia Teodorico tutto il suo credito, le sue ricchezze e la sua dottrina per far risorgere l'antica coltura degl'Italiani nelle arti e nelle scienze. Sotto il re Vitige, dopo aver resi degli importanti servigj allo Stato ed alle Lettere, ritirossi dalla Corte in un monistero da lui fondato in Squillaci sua patria, dove avendo preso l'abito religioso più non si occupò che della sua salvezza, de' suoi studj, e de' mezzi di eccitare gli ecclesiastici a coltivar le scienze sacre e profane. Egli procurava di svegliar l'antico amore de' Romani per gli studj, e volendo far lo stesso co' suoi monaci, li providde di una gran Biblioteca, ed impiegò una porzione de' suoi tesori a cercare da per tutto i buoni manoscritti, ch'egli fece copiare, e di cui ne accrebbe il numero con una diligenza incredibile. Egli morì nel 575, nella decrepita età di 93 anni. Fra' suoi studj egli non aveva trascurata la musica: mentre era ancora nel secolo aveva nella sua Biblioteca in Roma raccolti alcuni libri intorno a questa scienza sì greci, che latini, tra' quali, dice egli stesso, esservi stati quei di Albino uomo proconsolare, che fu il primo tra' latini a scrivere di questa facoltà, probabilmente sotto Augusto, e che Cassiodoro dice di avere smarriti nell'invasione de' Barbari. Aveva inoltre fatto recare in latino dal suo amico Muziano il libro della Musica del greco Gaudenzio. Scrivendo finalmente a' suoi monaci le Istituzioni delle divine ed umane lettere, nel secondo libro che tratta delle sette discipline, dà loro un Compendio di musica, nella quale saggiamente voleva egli che fossero istruiti. Il principe abbate Gerbert ha inserito nel primo volume de' suoi autori di musica questo trattato di Cassiodoro, da lui intitolato: Institutiones musicæ.
Castel (Luigi Bertrando), geometra e filosofo nato a Montpellier nel 1688, fecesi gesuita nel 1703. Fattosi conoscere da Fontenelle e dal p. Tournemine per alcuni abbozzi, che annunziavano i più gran successi, costoro il chiamarono dalla provincia nella Capitale nel 1720, e sostenne quivi l'idea che i suoi Saggi dato avevan di lui. La sua Mattematica universale nel 1728, in 4º, fu applaudita in Inghilterra e in Francia; la società reale di Londra aprì le sue porte all'autore. Il suo Clavecin oculaire, di cui annunziò il progetto sino dal 1725, e ne sviluppò tutta la teoria all'ill. Presidente de Montesquieu ne' sei ultimi volumi del giornale di Trevoux del 1735, servì a far conoscere la tempra del suo spirito naturalmente facile e fecondo nell'inventare. Egli fu trasportato dalla vivacità di sua immaginazione, e passò la più parte di sua vita nell'esercizio quasi meccanico del suo Clavicembalo oculare, progetto che fece allora gran rumore, ma fu ben tosto messo in oblio qual progetto bizzarro e impossibile ad eseguirsi: “Non vi ha sorta alcuna di assurdità (dice su questo proposito il ginevrino filosofo) a cui le osservazioni fisiche non abbian dato luogo nella considerazione delle belle arti. Nell'analisi del suono si sono trovati i medesimi rapporti che in quelli della luce. Ben tosto si è spiritosamente abbracciata cotesta analogia, senza imbarazzarsi dell'esperienza e della ragione. Lo spirito di sistema ha confuso tutto, e in mancanza di saper dipingere all'orecchie, si è pensato di cantare agl'occhi. Io ho visto quel famoso clavicembalo, sul quale pretendevasi far della musica per mezzo de' colori; ma ciò era lo stesso che mal conoscere le operazioni della natura nel non iscorgere, che l'effetto de' colori consiste nella loro permanenza, e quello de' suoni nella loro successione”. (V. Essai sur l'origine des langues cap. 16.) Il padre Castel non proponeva da principio i suoi sistemi che come ipotesi: ma poco a poco egli credeva di venire a capo di realizzarli: Montesquieu lo chiamava l'arlequin de la philosophie. Bisogna non per tanto convenire, che questa chimera del suo clavicembalo ha prodotto delle scoverte utili (Veggasi quì l'articolo del p. la Borde). Sarà anche utile il leggere quel che ne ha scritto l'ab. Arteaga, nell'indicare l'analogia e la relazione tra i colori e i tuoni musicali secondo i principj del Newton e del Mairan, benchè convenga poi che nell'esecuzione il Gesuita mostrò più ingegno che giudizio (V. tom. 1 delle rivoluz. in not. p. 10.) Il p. Castel morì in Parigi nel 1757. Se gli attribuiscono due lettere contro la lettera di Rousseau su la musica francese scritte a nome di un accademico di Bordeaux, e pubblicate nel 1754, a Parigi in 12º. Abbiamo ancora di lui: Dissertation philosophique et littéraire?, où par les vrais principes de la geometrie, on recherche si les regles des arts sont fixes ou arbitraires, 1738, in 12º. In questa dissertazione il p. Castel, per farsi vie meglio intendere, applica i suoi principj alla Musica; e scelse tanto più volentieri quest'arte, in quanto non compose egli la surriferita dissertazione se non in occasione di alcune conferenze avute con Rameau: vi si trovano delle buone osservazioni su la maniera di usar le regole, e quando il gusto ed il genio ci obbligano a trasgredirle. Dicesi inoltre che il Rameau si sia servito del p. Castel, perchè raffazzonasse le sue opere di teoria musicale, ove effettivamente si scorge una certa tintura geometrica, di cui non era capace l'artista.
Castillon (Mr. du), della real accademia di Berlino, autore di una Memoria sur les flûtes des Anciens, letta nella pubblica adunanza di Gennaro 1774. Egli fa precedere una notizia di molti autori che hanno trattato dello stesso argomento, benchè con poco buon esito, tali sono stati un Tanneguy Le Fèvre, quel letterato così celebre per le belle opere e per la dotta figlia ch'ei diè alle lettere; tale un Bartholin e più altri: e ciò per avere scritto di un'arte, di cui eglino eran poco intendenti. Ma siete voi Musico? Se io rispondessi, egli dice, che nella mia gioventù le mie dita impararono con arte il manico di un violino, e la tastatura di un cembalo, mi si replicherebbe senza dubbio che un cembalo ed un violino non sono un flauto. Dirò adunque che io non sono stato costretto di andar molto lungi per trovare un pò di letteratura unita alla teoria della musica ed alla pratica del flauto. L'autore procura di provare che gli antichi non avevano che delle spezie d'oboè, cioè di Flauti che risonavano per via di linguette; che questi flauti erano di due sorti, l'una avente la linguetta a scoverto, come nei nostri oboè; l'altra con la linguetta occulta, presso a poco come nelle trombette dei ragazzi. Questa Memoria vien terminata con la spiegazione di alcuni passaggi degli Antichi, e con alcune riflessioni sopra diverse parti degli flauti degli antichi, e sopra i differenti nomi dati a questi flauti, nomi che spesso non sono che degli epiteti poetici (V. Tom. 30 des Mem. de l'Acad. de Berlin 1774.).
Castro de Gistau (Salvadore), d'una nobil famiglia aragonese, nacque in Madrid nel 1770. Come la più parte de' spagnuoli, egli sonava sin da ragazzo la chitarra. Questo passatempo nazionale sviluppò il suo gusto particolare per la musica, che in breve tempo lo mise nel numero degli amatori ricercati nella società. Fornito d'una viva fantasia, si avvide che la chitarra poteva pretendere ad altri vantaggi oltre a quelli di accompagnare il canto degli amanti spagnuoli: fecene adunque uno studio particolare, e applicossi a quello dell'armonia e della composizione, senza voler sortire dalla classe degli amatori. Un talento così ben formato non tardò a farlo ricercare in tutti i circoli, ove gli artisti ragionavano de' suoi successi, ma Mr. Castro, come lo ha scritto Mr. de Boufflers (pag. 479 del Mercurio di Francia del mese di giugno 1809), sapeva, che i più piccoli appartamenti si convengono alla chitarra; che essa non vi fa mai più chiasso di quello che se le domanda; e che con la voce la meno forte fa le veci d'un'amica modesta, sempre attenta a dar risalto alla sua amica, senza pretendere di rivolgere a se l'attenzione. Conoscendo dunque tutto il merito di tale istrumento, e scegliendo giudiziosamente i luoghi ove può far meglio intenderla, Mr. Castro non ha mai avuta pretenzione che quella di non farsi sentire se non in un salone della famiglia, o nel modesto asilo dell'amicizia. Ciò non ostante, l'incantatrice sua maniera di sonarla lo ha fatto desiderar per ogni dove, e specialmente in quei luoghi, come in Francia, ove i successi della chitarra si limitavano a darle la riputazione di uno strumento ingrato. A lui deve quest'istrumento il diritto a nuovi titoli, che con la sua abilità gli ha acquistati: giunto appena in Francia, la musica contò realmente un istrumento di più. Invitato a farlo sentire a Bayonne in un concerto, egli vi eseguì a solo differenti pezzi, che servirono di misura del suo gusto e del suo talento. Questo successo gli preparò la più favorevole accoglienza in Parigi, dove si è stabilito, e dove vien ricercato dalla miglior compagnia: egli vi ha avuto degli illustri scolari. La premura di piacere a tutti avevagli fatto comporre e pubblicare un giornale di chitarra. Quest'opera ha il singolar merito di dare in ciascun numero un pezzo spagnuolo, un italiano, un altro di canto dell'una e dell'altra lingua con accompagnamento, e un pezzo di chitarra, ma scelti sempre nelle composizioni che meglio caratterizzano il gusto particolare di ciascuna delle due nazioni, e che vie più si risentono delle abitudini e de' costumi del paese. Mr. Castro non limita i suoi travagli alla pubblicazione del suo Giornale: egli prosiegue quelli della composizione. Le sue opere hanno un carattere d'originalità ben marcata, che le faranno ricercar sempre da quegli, i quali amano che la musica esprima bene i sentimenti che ella dee dipingere; e Mr. Castro si mostra da dovvero dipintore, nello scrivere un accompagnamento o dei temi, ch'egli sviluppa con tutta la grazia che risiede nella sua feconda immaginazione.
Castro (Rodrico de), medico giudeo nel Portogallo, fece i suoi studj in Salamanca, e vi si distinse talmente con la sua assiduità e le sue cognizioni, che ottenne la dignità di dottore. Verso il 1594, egli si stabilì ad Hambourg: esercitò quivi l'arte sua con molto successo sino al 1627, in cui morì alli 20 di giugno. Oltre a molte opere, egli pubblicò nel 1614 a Hambourg, il suo Medicus politicus, il di cui capitolo decimo quarto del quarto libro tratta dell'utilità della musica nella cura delle malattie.
Catalani (la Signora), celebre cantatrice italiana attualmente in Inghilterra, brillò grandemente nel 1807, nei concerti di Parigi. Niuna l'uguaglia nelle arie di bravura, ma lascia molto a desiderare dalla parte dell'espressione.
Catalisano (Il P. Gennaro), nato in Palermo da un padre maestro di musica bravo contrappuntista, ma di poco gusto nelle sue composizioni: da costui apprese egli i primi elementi di quest'arte, ma entrato quindi nell'ordine dei Minimi, dopo quivi compito il corso de' studj, si diede intieramente a quello della musica. Portatosi in Roma divenne maestro di cappella della chiesa nazionale di sant'Andrea delle Fratte del suo ordine, e quivi pubblicò per le stampe una Grammatica Armonica Fisico-matematica ragionata su i veri principj fondamentali teorico-pratici, Roma 1781, in 4º con varj esempj e figure in rame. L'autore suppone i suoi proseliti iniziati nelle mattematiche, o almeno istruiti del libro quinto di Euclide. Quindi prende egli cominciamento da quanto appartiene alla musica, rimettendo al fine le matematiche nozioni. Cinque capitoli abbraccia l'opera, tre appartenenti al musicale sistema, e due relativi alla matematica. Nel primo capitolo tratta della generazione delle consonanze e delle dissonanze in forza delle proporzioni armonica, aritmetica e geometrica, e de' fenomeni fisico-armonici. Si riserba però a spiegare nell'ultimo capo le proporzioni matematiche. Nel cap. secondo tratta de' precetti particolari dell'armonia, e della maniera di comporre a più parti. Nel cap. terzo spiega i noti artifizj dell'imitazione, del canone e della fuga. Nel capitolo quarto tutto si occupa in trovare dati numeri un mezzo geometrico, aritmetico ed armonico. Nel quinto s'ingolfa nell'immenso mare delle proporzioni numeriche. Leggiadria di stile, colta favella, chiarezza e precisione d'idee, buon metodo, tutto è da desiderarsi in quest'opera. Lo spirito dell'autore agghiaccia quello de' suoi lettori; invano vi cercherebber eglino di che trarre il loro profitto. Senza gusto, senza genio, per la teoria egli copia Mersenne, Rameau e alcun altro più usato: per la pratica dice quel che altri ne hanno già detto e nulla più. Tale in somma è il suo libro, che poche persone a mio credere, aver potranno la pazienza di leggerlo; nè l'avrei avuta io stesso, se non portasse in fronte l'approvazione di sommi uomini, come un Jacquier suo confratello e di gran nome fra' mattematici, un Sabbatini illustre fra' scrittori didattici di quest'arte, ed alcuni altri. Con queste lettere di raccomandigia può viaggiar quanto vuole il suo libro, ma difficilmente troverà ricapito presso gl'intendenti e gli uomini di gusto; lungi dal poter ritrarne la gioventù studiosa dell'armonia una chiara ed utile istruzione. Il pad. Catalisano morì in Palermo nel 1793, poco meno che sessagenario.
Catel (Mr.), nato a Parigi nel 1770, allievo di Gossec e professore d'armonia e di accompagnamento nel Conservatorio, ha composto un gran numero di opere musicali in differenti generi; ma quel che gli ha fatto maggior nome si è il Trattato d'armonia, che ha pubblicato nel 1802, adottato dai direttori del Conservatorio per servire all'istruzione. “Questo Trattato, dice M. Choron (dans la préfac. aux Princip. de composit.), contiene una teoria della scienza armonica, che da alcun tempo in quà, ha fissato l'attenzione degli artisti, e che non può far a meno di non divenire classica. Essa consiste a non considerar come accordi propriamente detti se non quelli, che non hanno bisogno di preparazione alcuna. M. Catel gli chiama accordi naturali, il loro impiego dà l'armonia naturale. L'armonia artifiziale si deduce da questa, mediante il ritardo di una o più parti, che si prolungano su gli accordi seguenti. Questa teoria è straordinariamente semplice e luminosa, e mi è stata sommamente utile.” Quest'idea propriamente parlando, è un'estensione di quel principio del contrappunto, che la dissonanza non è se non la prolungazione della consonanza; ma applicato alla scienza degli accordi, ne ha fatto in certo modo una scienza dell'intutto nuova. Noi ignoriamo se questa teoria appartenga in proprietà a M. Catel, o pur la debba alla scuola d'onde è sortito; ma essendo stato egli il primo ad enunciarla d'una positiva maniera, deesi a lui appartenere l'onor dell'invenzione. Mr. Choron ha aggiunto alcune nuove ed interessanti considerazioni sopra questa materia ne' suoi Principes de harmonie et d'accompagnament à l'usage des jeunes élèves. Le composizioni di Mr. Catel consistono in una massima quantità di musica istrumentale, sinfonie, concerti ec. e in tre drammi: la Semiramide, l'Albergo di Bagneres e gli Artisti per occasione. De' due primi possono leggersene i saggi ed il giudizio nel libro intitolato: Rapport et discussions pour les prix dècennaux, Paris 1810 in 4º.
Cavalieri (Bonaventura) nacque in Milano nel 1598, e giovanetto entrò ne' gesuiti (non nell'ordine de' gesuati, come dicono alcuni dizionarj, che più allora non esisteva). Fu celebre mattematico del suo tempo, della quale scienza fu professore primario nell'università di Bologna fin dal 1629. Morì di podagra nel 1647. Egli era stato discepolo del Galileo, e fu sommamente amato da tutti i letterati ed intimo amico di Castelli, Torricelli e dello stesso Galileo, che nelle opere sue grandemente lo loda. Tra le altre sue opere è molto stimata quella che ha per titolo: Centuria di varj problemi per dimostrare l'uso e la facilità de' Logaritmi nella Gnomonica, Astronomia, Geografia ec., toccandosi anche qualche cosa della Meccanica, arte militare e Musica, Bologna 1639, in 12º. Il dotto ab. Frisi ha scritto un erudito elogio del Cavalieri, Milano 1778, in 8º, in cui lo difende contro alcuni attacchi del Montucla.
Cavaliere (Emilio del), celebre compositore del sec. 16º, nato in Roma, si conta fra quegli che cercarono i primi di levar l'arte in Italia. La corte di Firenze vi contribuì moltissimo nominandolo nel 1570, al posto di maestro di cappella. Egli fu il primo a tentar l'impresa nel genere delle rappresentazioni teatrali scegliendo il più semplice della pastorale, e due componimenti di questa specie intitolati la Disperazione di Sileno, ed il Satiro, lavorati da Laura Giudiccioni dama lucchese, mise egli sotto le note fin dall'anno 1590. Ma non essendo fornito abbastanza di quel talento, nè di quella cognizione della musica antica, che bisognava per così gran novità, e ignorando l'arte d'accommodar la musica alle parole nel recitativo, altro non fece che trasferir alle sue composizioni gli echi, i rovescj, le ripetizioni, i passaggi lunghissimi e mille altri pesanti artifizj, che allora nella musica madrigalesca italiana fiorivano; onde mal a proposito, dice l'ab. Arteaga, è stato costui annoverato fra gli inventori del melodramma da quegli Eruditi, che non avendo mai vedute le opere sue, hanno creduto che bastasse a dargli questo titolo l'aver in qualunque maniera messo in musica alcune poesie teatrali. Quel ch'è certo si è, secondo Burney, che il suo Oratorio Anima e corpo è il primo dramma religioso ove il dialogo si trova in forma di recitativo, e fu rappresentato in Roma nel mese di febbrajo dell'anno 1600.
Cavalli (Francesco), veneziano, è uno dei primi che abbiano composto in Venezia delle grandi opere drammatiche. Egli era maestro di cappella della chiesa di san Marco. Nel 1637, cominciò a faticar pel teatro, e continuò, per più di trent'anni, ad arricchirlo di buone opere, tali sono le Nozze di Teti e di Peleo, nel 1639, la Didone nel 1641, il Romolo ed il Remo nel 1645, l'Elena rapita da Teseo nel 1653, Scipione Africano nel 1654, Pompeo nel 1666, ec. ec. Scheibe, che possedeva l'originale di una di queste opere, dice in una nota del suo Musico critico: “Egli è stato eccellente nel suo tempo; i suoi recitativi sorpassano tutto quello che ho visto d'un Italiano in questo genere. Egli era ardito, nuovo, pieno di espressione, ei sembra essere il primo che per esprimere certe passioni, si è servito della mutazione del genere di tuono. Gl'Italiani, più che oggidì, dovevano allora aver fatto stima della diversità delle voci, poichè si trovano in questo delle voci di tenore e di basso ec.” Il cav. Planelli assicura in oltre nel suo Trattato dell'opera in musica, che “l'opera Giasone del Cavalli è la prima dove si trovi alla fine di alcune scene, la parola Aria in fronte dei pezzi staccati, ne' quali signoreggiavano sì il canto, come gl'istromenti, e che prima di lui, le opere erano interamente formate di un serio recitativo, cui sostenevano gl'istrumenti ed alcuna volta interrompevano”. Presso Baglioni, cose notabili della città di Venezia, trovansi eziandio due passaggi, in cui l'autore rende giustizia ai gran talenti del Cavalli. Il primo, p. 206, dice così: “Per le sue dilettevoli composizioni fu chiamato alla corte di Francia, alla corte di Baviera, dove diede gran saggi della sua virtù”. Il secondo alla pag. 208, è come siegue: “Francesco Cavalli veramente in Italia non ha pari, e per isquisitezza del suo canto e per valore del suono dell'organo, e per le rare di lui composizioni, le quali in stampa fanno fede del di lui valore”. La lista delle costui opere finisce all'anno 1666, ma troviamo che Giovan Fil. Krieger l'incontrò ancor vivente in Venezia nel 1672, e profittò delle sue lezioni per perfezionarsi nella sua arte. (V. Flor. della poes. e della mus., e Marpurg Beytræge, t. II.)
Caylus (Anna-Claudio-Fil. conte di), nato nel 1692 e morto a Parigi nel 1765, celebre viaggiatore ed antiquario. Dopo lunghi viaggi in Costantinopoli ed alle rovine di Troja tornò in Francia nel 1717, e andò due volte in Londra. Divenuto sedentario, non fu nel suo riposo perciò meno attivo, occupossi della musica, del disegno e della pittura. In più di quaranta dissertazioni lette da lui all'Accademia le arti e le lettere danno uno scambievole soccorso allo scrittore; tra gli scritti da lui pubblicati alcuni ve n'ha sulla Musica degli Antichi, sul quale argomento aveva a lui diretta un'eruditissima lettera il suo amico l'ab. d'Arnaud. Il suo epitafio composto da Diderot è singolare: Ci-gît un antiquaire, acariâtre et brusque: — Oh! qu'il est bien logé dans cette crache etrusque: “Quì giace un antiquario un pò ritroso e brusco: — Oh quanto ei bene alloggia in quel vecchio vaso etrusco.”
Caza (Francesco), uno de' letterati italiani del quindicesimo secolo che co' loro scritti diedero opera al rinnovamento della musica. Egli è autore di un Trattato sul Canto figurato: fan di lui menzione l'Arteaga (tom. 1, p. 196) e 'l Bettinelli (Risorgim. d'Ital. tom. II, p. 157, not. 6.)
Celio Aureliano, antico medico Africano, secondo il Reinesio, fioriva verso il quinto secolo dell'era volgare. Nei suoi cinque libri Tardarum passionum, ossia delle malattie croniche tratta egli dell'applicazione della musica alla medicina come antichissima, e riferisce che Pitagora si fu il primo, che l'abbia impiegata apertamente per guarire le malattie. Egli inoltre dice di avere osservati i buoni effetti della musica nell'ischiade, e che quando si cantava o suonava sopra le parti dolorose, saltellavano palpitando, e si allentavano e si ammollivano a misura che svanivano i dolori. (V. Lichtenthal p. 62, e Fabric. Bibl. lat. t. 2, L. IV, c. 12.)
Celestino, maestro di concerto nella cappella del duca di Meklenbourg Schwerin dopo il 1781, era uno de' più grandi violinisti de' nostri giorni. Wolf nel suo viaggio parlando di lui, dice così: “Per giudicare del carattere di un pezzo di musica non gli abbisogna che un solo colpo d'occhio su lo spartito; egli suona con precisione in tutti i tuoni con la più pura intonazione.” Nel 1770 viveva in Roma, dove Burney il conobbe come sonatore principale degli a solo in quella patria della musica. Vi sono di lui de' pezzi per il canto manoscritti, ed oltre a ciò si sono pubblicati a Berlino nel 1786 due trio per violini e violoncello di sua composizione.
Cerf de la Vieuville (Gio. Lorenzo), guardasigilli del parlamento di Normandia, nato a Rouen morì ivi nel 1717 nel fiore de' suoi giorni che si abbreviò, per quanto si crede, coll'eccessivo travaglio. Di lui si ha una Comparazione tra la musica italiana e la musica francese contro il parallelo degli Italiani e de' Francesi, in 12º. Lo stile dell'opera di Cerf, sparso di aneddoti sul dramma francese, è vivissimo, e l'autore fa ogni sforzo per veder di sostenere l'onor della patria, con ardor non minore di quello siasi mostrato di poi in contrario dal cel. Rousseau, che anch'egli preferisce di gran lunga la musica italiana. L'abbate Raguenet era quegli che aveva attaccata la musica francese, ed esaltata l'italiana; e a dir vero, bisogna esser privi di orecchio ed avere sconcertati i sensi per non convenir seco di parere e di gusto. Ciò non ostante il Cerf volle sostenere il suo paradosso armonico, e pubblicò in difesa del medesimo altri due libri. Il medico André, che allora era associato al Giornale degli Eruditi pose in ridicolo questi due libri dopo aver parlato con molta lode di quello dell'abb. Raguenet. Cerf, piccato al vivo, rispose con un opuscolo intitolato: l'Arte di screditare ciò che non s'intende, ovvero, il Medico Musico; libricciuolo pieno di tutta l'acrimonia, che ne promette il titolo stesso. Diceva Fontenelle, che se alcuno per estrema vivacità e sensibilità aveva meritato il nome di pazzo perfetto, e di pazzo di testa e di cuore, questi era la Vieuville. Ma siccome la follia esclude la ragione e non l'ingegno, le Cerf ne aveva molto, ed anzi tanto che non aveva poi senso comune.
Cerone (Pietro), autore classico di musica, come lo chiama il Requeno, avvengacchè per isbaglio lo dica di sua nazione, cioè Spagnuolo, forse perchè in tal linguaggio scrisse costui la sua opera (V. Saggi tom. II, pag. 388.) Egli era di Bergamo, e fioriva sulla fine del 16º secolo e su i principj del seguente. La musica era allora caricata dalle tante difficili inezie, che poteva paragonarsi agli anagrammi, ai logogrifi, agli acrostici, alle paranomasie e simili scioccherie, ch'erano in voga presso a' poeti dell'antiscorso secolo: queste e più altre fantasie chiamavansi enimmi del canto con vocabolo assai bene adatto. Chi volesse sapere più alla distesa a quali strani ghiribizzi si conducevano in que' tempi i musici, vegga il libro XXII, della dottissima benchè prolissa opera di Pietro Cerone, intitolata: El Melopeo y Maestro, Tractado de musica theorica y pratica, Napoles 1613, in fol., nella quale saggiamente intraprende egli la riforma di quel gotico contrappunto, onde meritamente ha ritratti gli elogj dell'Arteaga, del Martini, del Choron, del Requeno e di quanti altri hanno scritto sulla storia dell'arte. Egli è anche autore delle Regole per il canto fermo, Napoli 1609.
Cerreto (Scipione), napoletano, è l'autore di un'opera intitolata: Della pratica musica vocale e stromentale. Napoli 1601 in 4º. Questo è un pregevole libro: vi si trovano de' contrappunti molto ben fatti. Zacconi li ha riferiti nella sua Pratica di musica, seconda parte.
Cerutti (Giacinto), abbate romano, pubblicò in Roma nel 1776, una nuova edizione corretta e più leggibile del Gabinetto armonico di Bonanni sotto il titolo di Descrizione degli stromenti armonici di ogni genere del padre Bonanni, ornata con 240 rami, in 4º. Quest'opera contiene molte dottissime ricerche su gl'istromenti antichi, per il gabinetto che se ne formò nel secolo 17º presso al collegio romano. (V. Forkel)
Cesti (Marc-Antonio), francescano di Arezzo, maestro di cappella dell'Imperatore Ferdinando III, era discepolo di Giacomo Carissimi. Egli contribuì molto ai progressi del teatro drammatico in Italia, riformando la monotona salmodia, che allora vi regnava, e trasportando e adattando al teatro le cantate inventate dal suo maestro per la chiesa. Cavalli, che travagliava in quella medesima epoca (1650) insieme con lui per le opere in Venezia, ebbe ancora parte a questo miglioramento: V. Cavalli. Le opere che Cesti ha date al teatro di Venezia, sono: Orontea 1649; Cesare amante, 1651; la Dori, 1663: quest'ultima ebbe il più grande successo, ed ebbe moltissime repliche non che in Venezia, ma eziandio in tutte le altre gran città dell'Italia; Tito, 1666; La schiava fortunata, 1667, da prima in Vienna, e quindi a Venezia nel 1674, (Ziani ebbe parte in questa composizione); Argene, 1668; Genserico, 1669; e nello stesso anno, Argia. Egli dee avere composto in oltre la musica del Pastor fido di Guarini. Il numero delle cantate ch'egli ha posto in musica, è infinitamente più grande. Questo si è quello che l'abbate d'Oliva, allievo di Cesti, uomo dotto ed eccellente compositore, che viveva nel 1700, affermò al maestro di cappella Giovanni-Valerio Meder. Lo stesso abbate ne citava principalmente una che cominciava da queste parole: O cara libertà che mi ti toglie? Adami, nelle Osservazioni, dice che Cesti era nato in Firenze, e che Papa Alessandro VII lo aveva ricevuto nel 1660, come tenore nella cappella pontificia.
Chabanon (Mr. de), nato in America nel 1730, e morto in Parigi nel 1792, letterato di pregio, dell'Accademia delle iscrizioni, era in oltre buon musico, buon poeta, ed autore di più opere sulla musica. Nel 1765, scrisse l'Elogio di Mr. Rameau, a Parigi in 8º. L'autore sa gustare da conoscitore, e far gustare agli ignoranti stessi le bellezze di quest'arte magica: quest'opera, che onora veramente l'autore e l'oggetto delle di lui lodi, unisce il calore dell'entusiasmo e l'esattezza della ragione: parci pensata da filosofo, sentita dall'amico, scritta dal poeta musico. Nel trigesimo-quinto tomo delle Memorie dell'Accademia abbiamo di Mr. Chabanon: Conjectures sur l'introduction des accords dans la musique des Anciens; egli vi sostiene con troppa animosità e presunzione il sentimento di Burette. “Mr. Burette fu il primo, egli dice, tra noi, che abbia avanzata cotesta asserzione che è stata impugnata da alcuni letterati: ma essi senza dubbio assai poco conoscevano l'arte, di cui ragionavano: in quanto a me, il parer di Burette mi sembra di una verità sì evidente, che io lo rimprovererei quasi della lunghezza delle prove, con cui ha cercato di sostenerlo; bastavano due parole per dare alla sua opinione l'autorità d'una dimostrazione”. Ma quando si tratta di una quistione cotanto intrigata e difficile, come si è questa, non bastan parole, vi voglion ragioni, e non si decide così alla cieca coll'ipse dixit della scuola pittagorica. Il dotto ab. Requeno, oltre alle ragioni intorno a questo argomento, mise in opera anche le osservazioni e gli sperimenti; e pure non ardì di dare a' suoi Saggi l'autorità d'una dimostrazione. Mr. Chabanon pubblicò ancora nel 1779, Observations sur la musique e nel 1785, De la musique considérée en elle-même et dans ses rapports avec la parole, les langues, la poésie et le théâtre, 3 vol. in 8º. Quest'opera non è che l'antecedente nuovamente rifusa e trattata sopra un piano più vasto. Le idee di Chabanon sono in generale di un uomo che non è abbastanza profondo nella scienza ed arte della musica: nulla insegnano a quegli che sanno, e possono far traviare coloro che non sono istruiti. Tra gli altri paradossi egli avanza esser falsa l'analogia tra 'l canto e la declamazione. “Reca molta sorpresa, dice un recente scrittore, che un uomo il quale ha riflettuto trent'anni su la musica, ed aveva delle grandi cognizioni in quest'arte, ch'egli esercitava con un talento assai distinto, e dà nelle sue Considerazioni quel ch'ei chiama l'opera di tutta la sua vita, e dove si trovano infatti una folla di vedute assai giuste, reca, io dico, molta sorpresa che questo giudizioso ed illuminato scrittore faccia consistere la natura del canto ne' trilli, ne' gorgheggi, nelle ripetizioni, cioè a dire in un vano tintinnio che, lungi dall esser canto, non ne è che l'abuso, e non fa che snaturarlo.” (V. Mr. Raymond, lettre a Mr. Villateau, 1811, in 8º.)
Chabanon de Maugris (Mr.), fratello del precedente, morto nel 1780, coltivò come egli la musica, era poeta, e compositore. Nel 1775, egli diede in Parigi al teatro dell'Opera Alessi e Dafne, pastorale, Filemone e Baucis, balletto eroico. Oltre la musica di queste due opere, vi sono di lui più sonate per il piano-forte.
Chamber (Efraimo), dotto inglese su i principj del prossimo passato secolo, e 'l primo compilatore d'una Enciclopedia, o Dizionario universale delle arti e delle scienze, che è stato tradotto dall'inglese in italiano idioma, Napoli 1752, e Venezia 1763, in 4º. All'articolo Musica vi ha la divisione di questa scienza in più rami: si tratta della sua origine, e vi si citano tutti gli articoli, ove si parla negli altri volumi della teoria e della pratica di quest'arte, affinchè riesca più facile il riscontrarli e connetterli. Mr. Giorgio Lewis ha fatti de' supplementi a questa Enciclopedia, ove si trovano eziandio de' nuovi articoli riguardanti la musica.
Champein (Stanislao), nato in Marsiglia nel 1753, ebbe per maestri di musica Percico italiano, e Chauvet. All'età di tredeci anni era già maestro di cappella della cattedrale di Pignan nella Provenza: e vi compose una messa, un Magnificat e alcuni Salmi. Giovine ancora, volle studiare il trattato dell'armonia di Rameau; e per meglio comprenderlo lo trascrisse da cima a fondo. Nel 1776, venne a Parigi e alcuni mesi dopo, ebbe la fortuna di dare alla cappella del re a Versailles, tra le due messe, un gran mottetto a ripieno (Dominus regnavit). Lo stesso anno egli fece la festa di santa Cecilia nella chiesa de' Maturini in Parigi, e vi fece eseguire una sua messa e 'l mottetto che aveva fatto a Versailles. Dopo il 1780, egli ha scritto più opere nei diversi teatri di Parigi. Tutti questi drammi in musica, che hanno avuto felice incontro, e che per la maggior parte sono restati ne' repertorj de' teatri per i quali sono stati composti, mettono Mr. Champein accanto de' Gretry e degli Dalayrac. La di lui musica è una felice mescolanza del gusto francese e della vivacità italiana. Il suo Nuovo Don Chisciotte è principalmente un capo d'opera in questo genere. Sino al 1809, egli aveva scritto e fatto rappresentare oltre a 22 opere, e altre sedeci ne ha pronte per il teatro.
Chapelle (Mr. de la), maestro di musica in Parigi nella prima medietà dello scorso secolo, pubblicò Les vrais principes de la Musique, cioè I veri principj della musica, esposti con una gradazione di lezioni distribuite in una maniera facile e sicura per giungere ad una perfetta cognizione di quest'arte, 1736, in 4º grande. Nel 1737, ne pubblicò egli la seconda parte, col titolo di Suite des vrais principes de la Musique Livre 2, a Paris grand in 4º, cioè Continuazione de' veri principj della musica, con un nuovo sistema facile ad esser capito ed eseguito, mercè il quale l'autore dà a vedere, che possono restringersi a tre i segni delle misure per eseguire ogni sorta di musica (V. Journ. des Sav. fevr. 1737, et nov. p. 428.)
Charpenter (Gian-Giacomo Beauvarlet, detto), nato a Abbeville nel 1730, di una famiglia assai antica, e che ha prodotti molti uomini distinti, era organista a Lione, allorchè Gian-Giacomo Rousseau, passando per questa città, lo intese e congratulossi seco de' suoi talenti, ch'egli stimò degni della capitale. Mr. de Montazet, arcivescovo di Lione ed abbate di san Vittore di Parigi gli fè dar l'organo di questa badia cui venne a prender possesso nel 1771. Un concorso, che ebbe luogo l'anno di appresso, ed in cui riportò egli il premio su i più celebri organisti, gli valse l'organo della parrocchia di san Paolo, e fecelo riguardare come uno dei primi organisti di Parigi, in un'epoca in cui questa città ne possedeva degli abilissimi, come Couperin, Sèjan, ed in cui l'organo era ancora in gran considerazione. Mr. Charpenter ha esercitato il suo talento con distinzione, sino alla sovversione del culto nel 1793. A quest'epoca la soppressione degli organi, e singolarmente degli organi di san Paolo e di san Vittore, gli cagionarono una tristezza così estrema e profonda, che la sua salute venne a declinar rapidamente, ed ei morì nel maggio del 1794. Egli ha pubblicato un gran numero di opere: quelle che ha fatte pel suo istrumento devono annoverarsi tra le migliori in questo genere. Giacomo M. Beauvarlet Charpenter, figliuolo del precedente, è nato in Lione nel 1766, ebbe suo padre per maestro, che lo pose in istato d'improvvisare a quattordici anni un Te Deum. Egli ha pubblicato gran numero di sonate di carattere e di pezzi contenuti degli aneddoti, tali sono la Battaglia di Austerlitz, di Jena, ec. Gervais o il giovane cieco, opera comica, rappresentata ai Giovani-Artisti, e un Metodo d'organo.
Charpentier (Marc-Antonio) nacque a Parigi nel 1634, e fece in sua gioventù il viaggio di Roma, dove apprese l'arte della composizione dal celebre Carissimi. Il duca d'Orléans reggente, fu il suo allievo per la composizione, e fecelo intendente della sua musica. In tutte le sue opere, Medea ebbe il maggiore successo. Ei morì nel 1702, maestro di musica della Santa-Cappella. Allorquando gli si offriva alcuno per apprendere la composizione: Andate in Italia, dicevagli, là è la vera fonte di questa scienza: benchè io non disperi che giorno verrà in cui gl'italiani verranno da noi ad impararla, ma io non sarò più tra viventi. (V. il Dizion. di Fontenay.)
Chastellux (il Marchese), autore de l'Essai sur l'union de la Poésie et de la Musique, Paris 1765, in 12º. Quest'opera si è il frutto di un viaggio che l'autore fece in Italia all'epoca delle riflessioni che si sono cominciate a fare intorno a quest'arte, abbandonata allora a professori che eran poco in istato di ragionarne. Egli dinota con ragione, che i musici non conoscono abbastanza la poesia, come i poeti non sanno abbastanza la musica. Si trova di quest'opera una ben ragionata analisi in due lettere scritte all'autore medesimo dal Ch. Metastasio, che per la prima volta furono pubblicate nel t. 14º delle opere drammatiche di questo Poeta dell'edizione di Napoli del 1785. Il Marchese di Chastellux era dell'accademia francese, e di altre diverse società letterarie, e morì in Parigi nel 1788.
Chateauneuf (L'ab. de), uomo di molto spirito e letterato di qualche merito, fu il padrino di Voltaire ed antico amico di sua madre. Costui era uno di quegli uomini, che impegnati nello stato ecclesiastico o per compiacenza, o per un movimento di ambizione estranea all'anima loro, sacrificano di poi al piacere d'una vita libera la fortuna, e la considerazione delle dignità sacerdotali. Non v'ha di lui, che un Traité de la Musique des anciens, che fu pubblicato dopo la di lui morte, ed a cui precede un avvertimento di Morabin, Parigi 1725, in 12º, ristampato nel 1735. L'autore vi prende il partito di coloro, che in questo genere pongono gli antichi a livello co' nostri musici. “Quest'argomento, dice nel confutarlo M. Burette, viene trattato con tutta la leggiadria, che possono rendere interessante la lettura dell'opera”. (V. Memoir de l'Accad. tom. 8.) L'abbate de Chateauneuf morì in Parigi nel 1709.
Chaves (Mr.), nato a Montpellier, annunziò delle sì felici disposizioni per la musica, che i suoi parenti lo ritirarono dal commercio per fargli apprendere il forte-piano e 'l violino. A quindici anni dell'età sua, egli fece la musica di una grand'opera intitolata Enea e Lavinia. I suoi talenti lo fecero ricercare nella società; ed avendo inspirato dell'amore ad una ricca erede, i parenti furono obbligati a dargliela in matrimonio. Allora Chaves brillar volle sopra un più grande teatro; venne a Parigi per sentire e conoscere i celebri professori della capitale. Padrone di una gran fortuna, ei consumolla al gioco, per il quale aveva un'estrema passione. Di ritorno nel suo paese egli vendette tutti i beni di sua moglie, per compensare, ei diceva, le sue perdite; ma la fortuna, che avevalo abbandonato, lo trattò crudelmente come già la prima volta; rimasto Chaves senza mezzi di risorgere, fu costretto di entrare in qualità di proto nella stamperia musicale di Mr. Olivier. Ed a questo tempo fu che egli pubblicò un Catechismo, ovvero Rudimenti di Musica, due opere di sonate, de' romanzi ec. Avendo così guadagnato qualche danaro, Chaves volle tentare ancora la fortuna; parve questa sorridergli un istante; ma avendo poi perduto tutto, andò a precipitarsi nella Senna nel 1808.
Chell (William), cappellano e cantore della cattedrale di Hereford; fu creato baccelliere in musica nell'università di Oxford nel 1524. Il vescovo Tanner fa menzione di due scritti di cui egli ne è autore; uno sotto il titolo: Musicae praticae compendium; il secondo: De proportionibus musicis.
Chelleri (Fortunato), maestro di cappella e membro dell'accademia reale di musica a Londra, nacque in Parma nel 1668, ove suo padre di nazione tedesco, e il di cui nome originariamente era Keller, benchè musico di professione e compositore, non faceva grand'uso di questi talenti, essendosi dato ad altre occupazioni. All'età di dodici anni Fortunato avendo perduto suo padre, e dopo tre anni ancor sua madre, un suo zio materno, Francesco M. Bassani, maestro di cappella della cattedrale di Piacenza, preselo in sua casa per vegliare, come tutore, alla sua educazione, proponendosi di fargli studiare la giurisprudenza. Quivi cominciò a mostrarsi il genio del giovane Chelleri. Senza che mai avesse avuta la menoma lezione di musica, egli provossi da se a sonare il cembalo: e suo zio essendosi accorto, ch'ei mostrava più talento per la musica che per la scienze, risolvette di coltivare questo pendio naturale, ed egli stesso gli diede a quest'effetto delle lezioni di canto e di cembalo. Ajutato dal genio e dall'assiduità del suo allievo, riuscì a formarlo, cosichè allo spazio di tre anni fu quegli capace di occupare il posto di organista. Per non rimanersi un musico della comune, il giovane Chelleri cominciò allora a studiare eziandio la composizione, sotto la direzion di suo zio, e vi fece tanto progresso, che cominciò in pochissimo tempo a comporre alcuni salmi a tre e a quattro voci. La morte di questo suo maestro, e di un secondo padre levogli il mezzo di passar oltre, e lo privò d'ogni soccorso. Abbandonato alla propria sorte e ridotto alle sole sue forze, egli raddoppiò il suo zelo e la sua assiduità per perfezionarsi nella sua arte. Ebbe la buona fortuna che il primo suo pubblico saggio che fece in Piacenza nel 1707, col suo dramma teatrale della Griselda, fu grandissimamente ben accolto, e gli valse per essere incaricato da Cremona a comporre la nuova opera, che vi si doveva dare l'anno di appresso. Avendo soddisfatto a tale incombenza, imbarcossi a Genova nel 1709, per andare a Barcellona nella Spagna. Restò quell'anno in quel regno, scorrendo per tutte le città ov'egli sapeva esservi alcuni buoni musici, e facendo con lor conoscenza per profittare delle loro lezioni. Dopo il suo ritorno in Italia, nel 1710 vi acquistò tale fama, che a capo di dodici anni non vi era città considerevole quasi più in tutta l'Italia di cui non ne avesse egli arricchito il teatro con alcuna delle sue composizioni. Terminò questa carriera per sempre con l'opera Zenobia e Radamisto, che aveva composta pel teatro sant'Angelo di Venezia. Il vescovo di Wurzbourg avendogli fatto delle offerte a quest'epoca, Chelleri accettò e si rese in Germania; ma la morte tolse via il vescovo dopo due anni e mezzo, ed egli perdette quel posto, benchè immediatamente dopo entrò nel 1725 al servizio del langravio Carlo d'Assia-Cassel, che gli conferì la piazza di maestro di cappella e direttore di musica, nella quale si è acquistata molta fama nella Germania. L'anno d'appresso 1726, fece un viaggio in Inghilterra, e restò dieci mesi in Londra, ove pubblicò un libro di cantate. I suoi talenti gli procacciarono in quel paese una buona accoglienza, e l'onore di essere ricevuto membro dell'accademia di musica. Il successore del langravio Carlo, che era nel tempo stesso re di Svezia, il confermò non che nel suo posto, ma lo chiamò eziandio a Stockolm nel 1731; trovando però che il clima di Svezia non conveniva alla sua salute, chiese il permesso di tornare a Cassel, il che ottenne egli nel 1734 col titolo e il posto di consiglier di corte. Quì è dove terminano le memorie su la sua vita, che ha lasciate egli stesso, e di cui ci siamo serviti per la nostra narrazione. Par ch'egli sia morto circa al 1758. Era costui un assai leggiadro compositore, ed insieme assai profondo. Eravi una di lui sonata in fa maggiore, che un mezzo secolo addietro andava per tutti i cembali, come il pezzo favorito degli amatori di musica in Germania. Egli compose quivi un grandissimo numero di salmi, di gran messe, di overture, di sinfonie e di notturne. Nel 1626, pubblicossi in Londra un libro di sue cantate ed ariette con accompagnamento compito, e a Cassel un libro di diverse sonate e fughe per il forte-piano e per l'organo. (V. Gerbert.)
Cherubini (Luigi-Carlo-Zenobio), nato in Firenze li 8 Settembre 1760, cominciò dall'età di nove anni ad imparare la composizione sotto Bartolomeo Felici, e 'l suo figlio Alessandro. Questi due compositori essendo morti, passò sotto la direzione di Pietro Bizzari e di Giuseppe Castrucci. Sin dal 1773, cioè prima di avere compito il suo tredicesimo anno, fece eseguire in Firenze una messa e un intermezzo, a' quali fece succedere, nello spazio di quattro a cinque anni alcune opere per chiesa e per teatro, che furono con molti applausi accolte. Questi successi impegnarono il gran-duca di Toscana, Leopoldo II, amico zelante e protettore delle arti, che distinse i suoi talenti, ad accordargli nel 1778 una pensione per metterlo in istato di andare e proseguire i suoi studj, e cercare di perfezionarsi sotto 'l celebre Sarti, che era allora dimorante in Bologna. Cherubini passò presso a quattr'anni sotto quest'abile maestro, e a' suoi talenti ed a' suoi consigli riconosce dover egli la scienza profonda che ha acquistata nel contrappunto e nello stile ideale; come ancora i talenti che lo han posto al rango de' più valenti compositori. Carico di troppe occupazioni, Sarti per risparmiarsi una parte del travaglio, ed esercitare il suo allievo, affidavagli la composizione delle seconde parti delle sue opere. I di lui spartiti contengono gran numero di pezzi che Cherubini vi ha scritto. Nel 1784, lasciò egli l'Italia e passò in Londra, ove dimorò presso a due anni, e fecevi eseguire due opere, la finta Principessa e Giulio Sabino. Nel 1786, partì d'indi e giunse nel mese di Luglio a Parigi ove risolvette di stabilirsi. Pur non di meno, andò egli nel 1788, a Torino, ove fece rappresentar la sua opera d'Ifigenìa in Aulide. Di ritorno a Parigi, fece egli rappresentare li 3 Decembre all'Accademia di Musica, la sua opera il Demofoonte, il primo dramma con cui ha arricchita la scena francese. Compose quindi un gran numero di pezzi staccati, che furono messi nell'opere italiane eseguite nel 1790, e ne' seguenti anni, dall'eccellente coppia di attori italiani, che Parigi possedeva a quell'epoca. Si ha ancora presente l'entusiasmo che tra gli altri eccitava il magnifico quartetto Cara da voi dipende, posto nell'opera dei Viaggiatori felici. Cherubini presedea egli stesso all'esecuzione delle sue opere, e non che a' talenti de' virtuosi, ma altrettanto a' suoi consigli ed alla saggia sua severità si dovette quell'esecuzione così perfetta, che ha distinto quell'incomparabile coppia, della quale tutto ciò che l'ha seguito, dato non ha che delle rimembranze imperfette. Nel 1791, diè Cherubini al teatro Feydeau la sua grand'opera di Lodoiska. Questo dramma è un'epoca nella vita di Cherubini e nella storia dell'arte. Fece egli conoscere un nuovo genere, nel quale tutte le ricchezze instrumentali sono unite a cantilene larghe e maestose. Lodoiska fu seguita d'Elisa, da Medea e dalle due Giornate, opere che appartengono allo stesso genere e che furono framischiate d'altre produzioni d'un men sublime genere; ma nelle quali si riconosce sempre il genio originale e la mano maestra di un valente compositore. I prodigiosi successi ottenuti dal Cherubini nella sua patria adottiva, portarono la di lui rinomanza sino nel fondo della Germania; tutte le sue opere vi furono rappresentate ed accolte con uguale entusiasmo, ed egli medesimo, essendosi portato in Vienna nel mese di Giugno 1805, alla rappresentazione di Faniska, ch'egli diede sul teatro imperiale di questa città, raccolse altresì un'abbondante messe di elogj e di applausi in ogni genere. Tornato a Parigi nell'Aprile del 1806, Cherubini non ha interrotta la serie delle sue composizioni. Tra le opere uscite dalla dotta sua penna dopo quell'epoca, metteremo nel primo rango la sua messa a tre voci con orchestra, che de' giudici illuminati riguardano come una dotta riunione delle bellezze de' due generi antico e moderno. Cherubini è stato scelto uno de' cinque ispettori del Conservatorio del momento della sua organizzazione, e al tempo della riforma che se ne intraprese a capo di alcuni anni vi fu confermato; egli ha preso parte alla composizione di più metodi pubblicati dal Conservatorio. Tali sono il metodo di violino, e quello del violoncello, ne' quali egli vi ha aggiunto de' bassi in contrappunto, che sono stati riguardati come degli eccellenti studj. Comecchè noi parlato avessimo delle sue principali opere, gli amatori ce ne sapranno certamente grado, se qui ne presentiamo loro un indice più compito e metodico. Dal 1773 al 1779, messe, salmi, mottetti, oratorj, cantate, e intermezzi, Firenze. Nel 1780, Quinto Fabio, opera in tre atti, Alessandria, della Paglia. Nel 1782, Armida, Messenzio; drammi in tre atti, Firenze; Adriano in Siria, Livorno. Nel 1783, Quinto Fabio, Roma; Lo sposo di tre femine. Nel 1774, l'Idalide opera in due atti, Firenze; Alessandro nell'Indie, Mantova. Nel 1785, La finta Principessa, Londra. Nel 1786, Giulio Sabino, e un gran numero di pezzi aggiunti al Marchese di Tulipano, Londra. Nel 1788, Ifigenia in Aulide, Torino; Demofoonte, Parigi. Nel 1790 Addizioni all'Italiana in Londra, di Cimarosa, Parigi. Nel 1791, Lodoiska, Parigi. Nel 1793, Koukourgi, opera inedita. Nel 1794, Elisa. Nel 1797, Medea. Nel 1798, L'Osteria Portoghese. Nel 1789, La Punizione; La prigioniera. Nel 1800, Le due Giornate. Nel 1803, Anacreonte. Nel 1803, Achille in Sciro, balletto. Nel 1806, Faniska, Vienna. Nel 1809, Pigmalione, al teatro des Tuileries. Ed inoltre un grandissimo numero di pezzi staccati di musica in tutti i generi, di chiesa, di camera, di teatro, ed eziandio di musica instrumentale, fra l'altre una sonata per due organi. Il grazioso e insieme erudito Carpani paragona il Cherubini al Lesueur, e valentissimo scrittore lo chiama, e quasi il solo dopo il Salieri, il Zingarelli, il Weigl tra li compositori moderni, che sappia innalzare a tempo lo stile e preparare da lontano gli effetti, e così ottenere quella esplosione d'applausi, che è più lo scoppio impensato e fisico del sentimento, che una operazione determinata della volontà. Racconta egli in oltre, che quando fu a Vienna il Cherubini chiese al celebre Haydn il permesso di chiamarlo col nome di padre, che a lui più che ad altri diceva dovere Lo bello stile, che gli ha fatto onore. Haydn glielo concesse, ma colla condizione di poterlo dal canto suo chiamare col nome di figlio, e gli fece dono dell'originale di una sua sinfonia. Alla morte poi di Haydn, onorando la di lui memoria il Conservatorio di musica di Parigi con un concerto, fu in esso eseguito un inno in onor del grand'artista, posto in musica dal Cherubini. “Questo bravissimo compositore, dice lo stesso Carpani, rese al defunto maestro ed amico il vero omaggio che il talento può dare al talento, quello di accrescere il numero delle belle produzioni collo stesso lavoro destinato ad esaltarlo. Non sono molto contento della poesia di quest'inno se bene la lodi un qualche giornalista, ma so che la musica era degna del Haydn stesso, e non farete difficoltà a crederlo, se vi ricorderete quant'anima e sapere campeggi in alcuni pezzi della Lodoiska, in quasi tutto il dramma delle due giornate, ed in altre produzioni di questo dotto pennelleggiatore d'affetti”. (Lett. 15.) Nè voglio qui omettere quel che racconta il tedesco Lichtenthal intorno alla musica delle due giornate di Cherubini. “Alla prima rappresentazione, egli dice, della predetta opera, io mi vi trovai con un mio amico, ora medico in Ungheria, il quale poichè alla fine cadde il sipario, rimase lì incantato, sì ch'ebbi a scuoterlo più volte. Mi guardò per alcuni momenti come estatico, poi mi disse: amico, noi staremo qui, finchè si dia nuovamente quest'opera!” (Dell'influenza della mus. sul corpo um. Milano 1811.)
Chiaula (Don Mauro), nato in Palermo circa 1544. In età di 17 anni entrò nell'ordine dei Benedettini e fece la sua professione nell'illustre monastero di S. Martino di quella città. Fece quivi i suoi studj confacenti allo stato, e siccome il canto è una delle principali occupazioni di quell'ordine, coltivò con ispezialità la musica, e talmente ne divenne perito, che nel 1581 dovendo il Senato di Palermo secondo il gusto e l'uso di que' tempi far rappresentare il sacro ludo della Creazione del mondo nella chiesa di S. Maria della Pinta, fu per ordine del vicerè M. Antonio Colonna scelto don Mauro per comporne la musica. Essa ebbe tal successo, che fu stabilito darsi alle stampe. Il Sanctus che si canta tuttora da' Musici nelle solenni messe delle chiese di Palermo, è quello stesso che cantossi in quell'occasione da un coro di angioli, e conserva perciò il nome di Sanctus della Pinta. Dicesi in oltre che la fama della sua perizia nella composizione a più cori lo rese celebre non che in Sicilia, ma in Roma presso i sommi pontefici e in Venezia. Morì egli decano del suo ordine nel mon. di S. Martino verso il 1600; nella di cui riguardevole Biblioteca conservansi più volumi della sua musica di chiesa. (Mongit. Bibl. Sic.)
Chiavelloni (Vincenzo) pubblicò in Roma nel 1668, Discorsi della musica, in 4º. Sono questi ventiquattro edificanti sermoni per insegnarci che il compositore dee sempre avere in vista l'amore della virtù e l'osservazion della natura. Questi precetti morali possono del pari applicarsi alla pittura, alla scultura, e a tutte in generale le belle arti. “Io non ho avuto il coraggio, dice M. de Boisgelou, a cui dobbiamo quest'articolo, di leggere sino al fine tutte queste divote omilie.”
Chladni (Ernesto-Ferdin-Franc.), dottore in filosofia e in dritto, nato in Wittemberga nella Sassonia li 30 novembre 1756, fece i suoi studj nelle scuole provinciali di Grimme, e in quelle di Wittemberga e Lipsia; dove suo padre uno de' giureconsulti più riputati del suo paese, l'obbligò ad applicarsi al dritto, e dopo avervi preso i gradi di dottore, vi fu anche professore. Ma egli abbandonò la giurisprudenza dopo la morte di suo padre, ed applicossi principalmente allo studio della natura, ch'era stata sempre la sua occupazione secondaria, e tuttavia a lui più gradita. Come grande amator della musica, di cui aveva appreso a diciannove anni di sua età i primi elementi, osservò egli che la teoria del suono era il più negletto tra i rami della Fisica, e questo fecegli nascere il pensiero e la brama di supplire a tal difetto, e di esser utile con alcune scoverte a questa parte della Fisica; ei cominciò nel 1785 i suoi sperimenti sull'Acustica. I risultati delle ricerche da lui fatte intorno a questa scienza leggonsi in alcuni Giornali della Germania e nelle Memorie di differenti Società: la prima comparve in Lipsia nel 1787, sotto il titolo: Entdeckungen ec. cioè: Scoverte su la natura del suono. Quindi diede egli al pubblico il suo Trattato di Acustica in tedesco stampato in Lipsia nel 1802 e da lui stesso tradotto in francese con molte addizioni; fu pubblicato in Parigi nel 1809 in 8º, dopo aver riportata l'approvazione della classe delle scienze matematiche e fisiche dell'Istituto di Francia. L'opera è divisa in quattro parti, che trattano rispettivamente: 1º. de' rapporti numerici delle vibrazioni dei corpi sonori; 2º. delle leggi de' fenomeni che esse offrono; 3º. delle leggi della propagazione del suono; 4º. della parte fisiologica dell'Acustica, in cui l'autore esamina quel che riguarda la sensazione del suono e l'organo dell'udito degli uomini e de' bruti. Ecco il giudizio de' Commissarj dell'Istituto intorno a quest'opera. “Le scoperte, di cui Mr. Chladni ha arricchita la fisica del suono, ci sembrano di riunire al merito di essere, per quanto sia più possibile, e curiose ed interessanti, il vantaggio di offrire a' Fisici ed ai Geometri degli importanti e nuovi fenomeni, che debbono eccitar singolarmente la loro curiosità e l'emulazione loro, per trovarne le spiegazioni e determinarne le leggi; questa carriera aperta alle ricerche degli uomini dotti non sarà la menoma obbligazione che eglino professano all'autore della nuova Acustica; Mr. Chladni, dice un moderno scrittore, dotto fisico, a cui dobbiamo delle scoverte così nuove, così interessanti nella Fisica del suono, ha dato di recente un aspetto tutto nuovo all'Acustica” (M. Raymond, lettre sur la musiq. Paris 1811.) Oltre a questi scritti, Mr. Chladni abile del pari nella teoria e nella pratica della musica, è l'inventore di due nuovi strumenti. Il primo, a cui egli ha dato il nome di Clavicilindro è un instrumento a tasti, presso a poco dalla forma stessa del forte-piano, ma di più piccole dimensioni. L'estensione della sua tastiera è di quattro ottave e mezzo, dal ut il più grave sino al fa il più acuto del clavicembalo. Allorchè vuolsi sonar quest'instromento, si fa girare, mediante una maniglia a pedale munita d'una piccola ventola, un cilindro di vetro posto nella cassa tra l'estremità interiore de' tasti e la tavola di dietro dello strumento. Il Cilindro non è egli medesimo il corpo sonante, come le campane dell'Armonica, ma produce i suoni mercè il suo fregamento sul meccanismo interno. I suoni possono prolungarsi a piacere, con tutte le gradazioni del diminuire e del crescere, come del pari si accresce o diminuisce la pressione sopra i tasti. L'accordo dell'instromento è inalterabile, allorchè le sue parti interne sono state una volta per sempre aggiustate e bene regolate, il che è uno de' suoi più grandi avantaggi. In quanto alla qualità ed alla voce del suono, ha somma analogia coll'Armonica, senza eccitar come questa, nel sistema nervoso un aizzamento ed un'irritazione assai sensibili in alcuni individui, e che li mettono in istato di patimento. Ha eziandio il vantaggio su l'Armonica d'una graduazione d'intensità de' suoni meglio disposta tra i soprani ed i bassi; ed è inoltre superiore a questo riguardo al suono degli organetti da camera, a' quali potrebbe paragonarsi. Il primo instromento di questo genere, construito dall'autore sul principio del 1800, e quindi da lui perfezionato, per trasportarlo ne' suoi viaggi, non ha che 34 pollici di lunghezza, sopra 21 di larghezza e 7 di altezza; ma possono aggiungersi più suoni a ciascuna estremità, ed accrescere la sua forza e la sua estensione con ingrandire lo strumento (V. Archive des Découvertes, etc. Paris 1809). Ma quel che distingue e caratterizza essenzialmente il Clavicilindro, si è la pregevole proprietà ch'egli ha di ben filare i suoni in un grado eminente dal medio d'intensità sino allo smorzando, di rendere delle successioni rapide de' suoni, de' trilli, a prestarsi all'esecuzione dell'allegro: benchè per fargli produrre tutto l'effetto di cui è capace, bisogna principalmente adattarlo ai pezzi di musica di un carattere tenero, malinconico, e fin anco il più tristo. “Mr. Chladni, (si dice nel Rapporto datone all'Instituto in dicembre 1808) ce ne ha eseguiti molti di questi diversi generi, che hanno sul suo strumento un'espressione che veramente rapisce, e che ci hanno fatto comprendere tutto il vantaggio che può trarne un valente musico per esprimere con verità ed energia il sentimento che l'anima. Le successioni degli accordi, le tenute di armonia, fredde su l'organo e secche sul cembalo, prendono sul Clavicilindro della vita, dei colori, ed offrono al compositore de' mezzi di variare ed arricchire i suoi quadri. La di lui invenzione parci che aggiunga delle nuove risorse a quelle, cui di già possiede l'arte musicale.” L'Eufonio, che è il secondo instromento inventato da Mr. Chladni nel 1789, e compiuto l'anno d'appresso, consiste esteriormente in piccoli cilindri di vetro, che longitudinalmente si fregano con le dita umide di acqua. Questi cilindri, della grossezza d'una penna da scrivere, sono tutti uguali in lunghezza, e la differenza de' suoni è prodotta dall'interiore meccanismo dell'instromento. Il suono è più d'ogni altro strumento, analogo a quello dell'Armonica. In alcuni viaggi dell'autore in Germania, a Pietroburgo ed a Coppenhague, l'Eufonio ha ottenuto una grande approvazione. “Ciascuna invenzione, dice egli stesso, essendo la proprietà del suo autore, non merito rimprovero, se non ne ho ancor pubblicato il meccanismo interno e la costruzione. Io non ho fin ora perduta la speranza, che tempo verrà in cui una compensa proporzionata a' sacrifizj che ho fatti, mi farà render pubblico tutto ciò che riguarda la teoria e la costruzione di questi instromenti.” (V. Préf. au Traité d'Acoustique, pag. XIV.)
Choquel, avvocato al Parlamento di Provenza, pubblicò nel 1759, un'opera intitolata: La Musique rendue sensible par la mécanique, ec. cioè “La Musica resa sensibile per mezzo della meccanica, ossia nuovo sistema per apprendere facilmente da se stesso la musica” in 8vo. L'autore v'impiega con profitto il monocordo e 'l cronometro, strumenti noti a dir vero, ma de' quali non si era pensato ancora a trarne così buon partito, e la cui costruzione è sì facile, che può ciascuno procurarseli agevolmente. In una parola, quest'opera mette coloro, che si troverebbono privi di maestro, in istato di apprendere da loro medesimi a solfeggiare ed a cantare con giustezza e in misura di tempo.
Choron (Alessandro-Stefano), nato a Caen a 21 ottobre 1772, ove suo padre era direttore delle gabelle, non intraprese lo studio della musica che al compir de' suoi studj, da lui terminati prima dell'età di quindici anni, nel collegio di Juilly. Privo d'ogni specie di soccorsi, e contradetto ne' suoi gusti, cominciò dall'apprendere da se stesso, senza libri e senza i consigli di alcun maestro, a notare tutti i canti, che poteva trattenere a mente o inventare, e giunse così ad acquistare bastante facilità in quest'esercizio, ma prima altresì di essere in istato di leggere una nota di musica. Le opere di Alembert, di Roussier, di Rousseau e d'altri scrittori della setta di Rameau, gli servirono quindi di guida nello studio della composizione, e 'l menarono a grado di comporre sì bene che male, in parti, o in accompagnamento. Mr. Gretry, a cui mostrò egli alquanti saggi in tal genere, lo impiegò a far degli studj metodici; e indicogli l'abbate Roze, uno de' migliori maestri francesi, con cui travagliò per alcun tempo. Desiderando in appresso aver cognizione dell'altre scuole, faticò per lungo corso di tempo col signor Bonesi della scuola di Leo, e con altri professori della scuola d'Italia, e lesse con molta attenzione i migliori didattici tedeschi, di cui apparò espressamente il linguaggio. Nel tempo, ch'ei studiava le opere di d'Alembert, ec. la voglia di capire alcuni calcoli che vi s'incontravano, l'indusse a intraprender lo studio delle mattematiche. Egli vi si diede con un estremo ardore, e vi fece de' sufficienti progressi a segno che il cel. geometra M. Monge lo giudicò capace di ricevere i suoi consigli e lo adottò per suo allievo. In questa qualità fece egli le funzioni di ripetitore per la geometria descrittiva alla scuola Normale nel 1795, e fu quindi nominato capo di brigata alla scuola Politecnica al tempo della sua formazione. Agli studj delle mattematiche M. Choron ne aggiunse ancora degli altri ch'ei credette aver più o meno rapporto con la musica, alla quale riferiva tutto, ed ai quali lo portavano il desiderio di sapere e l'abitudine di generalizzare le sue idee; così fu che abbracciò quelli dell'analisi dell'intendimento, della letteratura in generale, delle lingue antiche e moderne, sino all'ebrea, di cui supplì più volte la lezione nella classe del collegio di Francia in assenza del suo professore. Se essi furon di ostacolo perchè dar non si potesse esclusivamente alla pratica, gli furono almeno utili in quanto gli facilitarono l'acquisizione d'una teoria più profonda. Sin da' primi passi che aveva fatti nella carriera della musica, erasi innalzato a un grado sufficiente per iscorgere, da una parte, molte imperfezioni del sistema generale della musica in se stesso; dall'altra, la povertà della letteratura di quest'arte, principalmente nella lingua francese. Questi furono adunque li due oggetti a' quali riferì tutta la sua attenzione. Sarebbe qui forse il luogo opportuno per entrare in alcuni dettagli intorno a questa materia: ma siccome riuscirebbe impossibile l'intraprenderli di una sufficiente maniera, senza eccedere singolarmente i limiti che ci siamo prescritti in questi articoli, ci ristrigneremo a dire che M. Choron prepara sopra tutti siffatti oggetti de' travagli della più grande importanza, che diverranno a mano a mano pubblici, e su i quali egli non vuole prevenire il giudizio degli artisti. Le opere intorno alla musica ch'egli sino a questo giorno ha date al pubblico sono: 1º. Principes d'accompagnement des écoles d'Italie, en société avec le sieur Fiocchi, Paris 1804; 2º. Principes de composition des Écoles d'Italie, Paris 1809; opera classica, in tre vol. in folio, di mille quattrocento cinquanta sei rami, il che ne rende ai particolari malagevole l'acquisto, per il prezzo che necessariamente dee valere. L'opera è formata della riunione dei modelli i più perfetti in ogni genere, arricchita di un testo metodico disposto a norma dei documenti delle scuole più celebri, e particolarmente di quella d'Italia, e degli Scrittori didattici i più apprezzati. Può dirsi in verità che questo è il solo corpo di dottrina compiuto intorno all'arte della composizione (V. quì l'art. di Sala nel 3. tomo). Di buon grado ne avrei qui dato l'analisi, ma nol permette la brevità di cui mi sono compromesso. 3º. Nel 1811 Mr. Choron ha pubblicato un Metodo elementare di Musica e di canto-piano, per uso de' seminarj, e delle scuole delle cattedrali, in 12º. Nel 1800, aveva egli inoltre dato al pubblico un Metodo d'istruzione primaria, per apprendere nel medesimo tempo a leggere ed a scrivere che, dopo l'esperienze fatte sopra più di mille persone e l'attestato della società Filantropica di Parigi, economizza in circa i tre quarti del tempo. Mr. Choron è finalmente insieme con Mr. Fayolle autore di un Dizionario Storico dei Musici Artisti, ec., di cui si è abbastanza da noi parlato nella prefazione del presente Dizionario.
Chretien (Egidio-Luigi), valente sonator di violoncello della cappella del Re a Versailles ove era nato nel 1734. Egli sonava con ispeditezza e facilità delle sonate di violino molto difficili, e tirava un bel suono dal suo instromento, benchè sia stato accusato di non attaccarsi abbastanza all'espressione. Nel 1760, egli diede agl'italiani Le Precauzioni inutili. Finì egli di vivere li 4 marzo 1811, come finiva egli di emendare le prove di un'opera su la musica, che la sua vedova ha di recente pubblicata, e di cui Mr. Choron promette l'analisi nel suo supplemento. Chretien non si era addetto unicamente alla musica, a lui si devono eziandio i ritratti disegnati su la fisonomia, e che prendono perfettamente la rassomiglianza degli originali.
Christmann (Giov. Federico), ministro luterano a Heutingsheim, nato a Ludwigsbourg nel 1752, dee essere annoverato tra i più abili dilettanti di musica de' nostri giorni. Fornito di molti talenti, ebbe occasione di sentire spesso la cappella, allora sì eccellente del duca di Wurtemberg, e di personalmente conoscerne i primi artisti che frequentavano la casa di suo padre: egli si rese nel suo decimo anno al ginnasio di Stuttgart. Essendo già abile sul flauto e il clavicembalo, continuò a coltivare questi due instrumenti, e giunse a un tale grado di perfezione che ancor assai giovane, fu ammesso a eseguire un solo di flauto dinanzi al duca. Egli si rese quindi a Tubinga per studiarvi la Teologia: vi proseguì i suoi esercizj, e cominciò a comporre de' concerti per quegli stromenti. Eletto vicario presso un ministro, lasciò quel posto a capo di due anni, e nel 1777 portossi a Winterthur nella Svizzera, in qualità di precettore; quivi egli compose negli intervalli d'ozio, i suoi Elementi di Musica, (Elementarbuch), che diede alle stampe nel 1782, a Spira, presso Bosler, con un volume d'esempj pratici. Egli vi fece imprimere nel tempo medesimo i suoi Divertimenti per il cembalo (Unterhaltungen etc.). Nel replicare alcune esperienze su l'aria infiammabile, che occupavano allora i fisici dell'Europa, in occasione di essersi inventate le macchine aerostatiche, ebbe la disgrazia di perdervi un occhio. Fu in tal congiuntura ch'egli tornò nel 1782, nella casa paterna. Guarito appena, accettò anche un posto di precettore a Carlsruhe: quivi fece conoscenza col maestro di cappella Schmidtbauer, e nel tempo stesso con Vogler, che trovavasi allora alla corte di quella città, ove fece più volte sentirsi. Dopo un soggiorno di nove mesi a Carlsruhe, Christmann fece un viaggio nel Palatinato per riconoscere più da vicino lo stato delle scienze e delle arti in quel paese. Nel 1783, ottenne alla fine la carica di ministro nella patria. Le differenti opere, ch'egli ha di poi pubblicate, provano con quale successo esercita ancora, in quella nuova situazione, i talenti ch'egli ha per la musica. Debbonsi comprendervi le numerose produzioni e d'ogni specie, con cui ha abbellita l'opera di Bosler intitolata: Musicalische Blumenlese, ossia Scelta di fiori di Musica. Il secondo volume de' suoi Elementi di musica, ch'egli fece imprimere nel 1789, presso Bosler, e che contengono i principj del basso continuo e dell'accompagnamento; e la parte finalmente ch'egli ha avuto al piano e all'esecuzione della Gazzetta musicale di Bosler, per la quale egli ha somministrato molti articoli interessanti. Nel 1790, era inoltre occupato di molte importanti ricerche relativamente alla storia letteraria della musica, e travagliava a un Dizionario generale di musica, in più vol. in 4º, di cui fece pubblicare il Prospetto nei giornali del 1788. Gli amatori di quest'arte possono consultare, a questo riguardo, la gazzetta di musica nel mese di febbrajo 1789; dove troveranno eziandio la di lui Biografia con più dettaglio. Non sappiamo sin ora che sia stato pubblicato il suo Dizionario.