Chrysander (Gugl.-Cristiano-Giusto), dottore in teologia e filosofia, professore ordinario di teologia nell'Università di Rinteln, nacque a Gœddekenroda, nel paese di Halberstadt, li 9 dicembre 1718. Era egli grand'amatore di musica, cantava, sonava la chitarra, il flauto e il cembalo fin nella sua più grande età, nella quale aveva ancor l'abito di cantare i salmi ebrei, accompagnandosi su la chitarra. Egli scrisse e pubblicò nel 1755, un trattato sotto il titolo: Historiches etc. cioè: Ricerche storiche su gli organi di chiesa, in 8vo.

Cianchettini (Pio), figlio di Francesco Cianchettini Romano, e di Veronica Dusseck, nacque in Londra li 11 dicembre 1798. Sin dall'età di quattro anni, mostrò delle grandi disposizioni per la musica. Sua madre, sorella del cel. Mr. Dusseck, e come lui famosa sonatrice di piano-forte, gl'insegnò a sonare questo instrumento, e lo istruì nell'armonia. Non aveva egli che cinque anni, quando comparve per la prima volta in pubblico, nella gran sala di concerto al teatro dell'opera Italiana in Londra, ove eseguì sul forte-piano con molta grazia, la prima sonata da lui composta, ed improvvisò delle variazioni sopra temi che furongli presentati. Fu riguardato come un prodigio. Da quell'età sino a sei anni, egli viaggiò con suo padre in Germania, in Olanda ed in Francia: ne' varj giri per questi paesi egli fu accolto della più distinta maniera, e ricevette in fin il soprannome di Mozart Britannico. Di ritorno in Londra proseguì i suoi studj. Alli otto anni parlava benissimo quattro lingue, l'inglese, la francese, l'italiana e la tedesca. Prima di aver compiti i nove anni, aveva già composte molte sonate, capricci ed un gran concerto che fu da lui eseguito li 16 maggio 1809 nella gran sala del concerto in Londra, e che eccitò i più vivi applausi. Veronica Dusseck sua madre era nata in Boemia nel 1779, ebbe da suo padre lezioni di musica. All'età di diciotto anni, suo fratello Giuseppe Dusseck, famosissimo sonatore di forte-piano, chiamolla in Londra, ove ella diede con molto successo delle lezioni di quell'instromento. Abbiamo di lei molte sonate e due gran concerti per il cembalo: ella maritossi in Londra con Francesco Cianchettini Romano.

Cicognini: compositore italiano della metà del secolo 17º. Planelli, Tiraboschi e Signorelli lo riguardano come l'inventor delle arie, perchè fu il primo che nel suo Giasone, diede al teatro un'opera mescolata di recitativi e di stanze anacreontiche. Ma l'accurato abbate Arteaga nella sua Storia del teatro italiano ha provato che Jacopo Peri aveva già nel 1628, dato delle arie nel suo dramma Euridice.

Ciconia (Gio.), canonico di Padova nel secolo decimo quinto, lasciò un'opera manoscritta col titolo: De proportionibus, che si conserva in Ferrara.

Cima (Gian-Paolo), organista di Milano, è autore di un canone che vien riferito dal padre Martini nel suo saggio fondamentale pratico del contrappunto fugato. Questo canone è fatto con molto artifizio: tutte le voci cominciano dal fa ut grave del tenore; quando la seconda voce entra in canto, la prima cambia di registro e passa alla chiave di contralto, e la prima a quella di secondo soprano; finalmente quando si viene alla quarta voce, la terza passa alla chiave di contralto, la seconda a quella di mezzo soprano, e la prima a quella di soprano. L'autore di questo canone avendosi inutilmente lambiccato il cervello per trovare un enigma relativo a tutti que' cambiamenti di registro, determinossi a rompere il nodo della difficoltà, mettendovi: Intendami chi può che m'intend'io.

Cimador (Francesco), nato in Venezia verso il 1750, era un musico assai poco istruito nella composizione, ma pieno bensì d'estro e di fantasia. Essendo ancora nel proprio paese, scrisse l'opera di Pigmalione, che ben può dirsi frutto dell'inspirazione, e del genio. Fu questa ricevuta con sommo aggradimento dal pubblico a motivo dell'espressione e dell'originalità che vi regnavano: ma in quanto a lui medesimo, ne fu così malcontento, che gettonne lo spartito alle fiamme, e giurò di non più scrivere in sua vita. Ei mantenne parola, e d'indi in poi limitossi a disporre e accommodare per suo uso soltanto i pezzi che gli piacevano nella musica degli altri compositori. Così fu che trovandosi in Londra nel 1792, e vedendo con pena che l'orchestra d'Haymarket ricusava di eseguire le sinfonie di Mozart, per la loro eccessiva difficoltà, egli ne accomodò dodici delle più belle in sestetti, con una settima parte ad libitum. Questa interessantissima collezione ha avuto il più meritevole successo, e questo si è quel che Cimador ha lasciato di più importante.

Cimarosa (Domenico), nato in Napoli nel 1754, e morto in Venezia li dì 11 gennajo 1801, in età di appena 46 anni. Egli ricevette le prime lezioni di musica da Aprile, ed entrò nel Conservatorio di Loreto, dove apprese i principj della scuola di Durante. Nel 1787, fu chiamato a Pietroburgo dall'Imperatrice Caterina II per comporvi delle opere. Ecco quelle ch'egli ha scritto in Italia, e che sono state applaudite con entusiasmo sopra tutti i teatri dell'Europa. L'Italiana in Londra, 1769; Il Convito, I due Baroni, Gli inimici generosi, Il pittore parigino, 1782; Il Falegname, 1785; I due supposti conti, 1786; Valodimiro, La Ballerina amante, Le trame deluse, 1787; L'impresario in angustie, Il credulo, Il marito disperato, Il fanatico burlato, 1788; Il convitato di Pietra, 1789; Giannina e Bernardone, La Villanella riconosciuta, Le astuzie feminili, 1790; Il matrimonio segreto, 1793; I traci amanti, Il matrimonio per susurro, La Penelope, L'Olimpiade, Il sacrificio d'Abramo, 1794; Gli Amanti comici, 1797; Gli Orazj e Curiazj. L'ultima opera buffa di Cimarosa è L'imprudente fortunato, rappresentato in Venezia nel 1800. L'Artemisia non potè esser da lui finita; non v'ha del suo che il primo atto: altri compositori si sono provati di aggiugnervi i due ultimi, ma non è potuto lor riuscire. Il pubblico ha fatto abbassare il sipario alla medietà del secondo atto. Tutte le opere di Cimarosa brillano per l'invenzione, per l'originalità delle idee, per la ricchezza degli accompagnamenti e la grazia degli effetti scenici, principalmente nel genere buffo. La più parte de' suoi motivi sono di prima intenzione. Nel sentire ciascun pezzo della sua musica, si vede che la partizione è stata fatta di estro, e come di un solo getto. L'entusiasmo che eccita il Matrimonio segreto non può concepirsi: basti il dire, che quest'opera giunse a fissare la mobilità degl'Italiani. Cimarosa fu al Cembalo, nel teatro di Napoli, per le sette prime rappresentazioni, il che non era mai avvenuto. In Vienna, l'Imperatore avendo sentita la prima rappresentazione di quest'opera, invitò i cantanti ed i musici a tavola, e rimandolli la sera stessa al teatro, ove rappresentarono quel dramma la seconda volta. Si riferiscono molti tratti di modestia che ingrandiscono il merito di questo valentuomo. Un pittore, volendogli far la corte, gli disse che lo riguardava come superiore a Mozart; Io! oibò! riprese egli seriosamente, e che direste voi a un uomo che venisse ad assicurarvi che voi sorpassate Raffaello? Cimarosa era di un carattere aperto, franco, sincero, amichevole: quand'ei scriveva la sua musica, domandava strepito, e voleva a se intorno gli amici per comporre. “Così gli nacquero, dice Carpani, gli Orazj e Curiazj; e così il matrimonio secreto, ed in esse (malgrado alcune improprietà d'espressione), la più bella, la più ricca, la più originale opera seria, e la prima opera buffa del teatro italiano.” (Lett. 13.) Egli compara Cimarosa a Paolo Veronese. Gli amatori sono divisi tra Mozart e Cimarosa, riguardandoli come compositori drammatici. Napoleone dimandava un giorno a Gretry qual differenza eravi tra l'uno e l'altro. “Signore, rispose Gretry, Cimarosa mette la statua sul teatro e il piedestallo nell'orchestra, mentre che Mozart mette la statua nell'orchestra e 'l piedestallo sul teatro.”

Cionacci (Francesco), prete e predicatore in Firenze, pubblicò nel 1685 a Bologna: Dell'origine e progressi del canto ecclesiastico. Discorso I. (V. Mart. Stor.)

Cleaver (William), vescovo di Chester in Inghilterra, pubblicò a Oxford nel 1777 il decreto degli Spartani contro Timoteo poeta musico per avere egli aggiunto due corde alla lira, e che esisteva soltanto in latino conservatoci da Boezio. Il dottor Cleaver trovato avendolo in greco nella biblioteca di Oxford, il rese pubblico sotto il seguente titolo: Decretum Lacedæmoniorum contra Timotheum Milesium, e codd. mss. oxoniensibus, cum commentario, etc. Dobbiamo del pari a questo dotto vescovo: De rhytmo Græcorum liber singularis Oxonii 1788, in 8º.

Clamer (Andrea Cristoforo) fè pubblicare a Salisburg nel 1783, Mensa harmonica, etc. Non possiamo proferirne giudizio, non conoscendolo.

Clari (Gian-Carlo M.) era maestro di cappella della cattedrale di Pistoja. Egli fu uno dei migliori allievi che sortirono dalla scuola di Giov. Paolo Colonna, maestro di cappella della collegiale di san Petronio in Bologna. I suoi duetti e terzetti sono pregiatissimi: vi si trova, unito a una gran cognizione dell'arte, l'eccellente gusto dell'autore in questa sorta di composizione. Egli fiorì sulla fine del sec. 17º. L'ab. Eximeno rapporta un pezzo della sua musica come un modello di buono stile; e di cui ogni nota è una pennellata da maestro (Dell'origin. ec., pag. 439.).

Clayton (Tommaso), compositore e secondo professore di musica nel collegio di Gresham a Londra, è il primo de' musici inglesi che si sia provato di porre in nota un dramma inglese: fu questo la Rosemonda di Addison. Quest'opera rappresentata nel 1707, fu accolta male, ma la seconda intitolata Arsinoe ebbe più gran successo, le arie sono state impresse. (Marpurg, Beytrag. t. 11.)

Cleman (Baltassare), è autore di un piccolo trattato di contrappunto, secondo il catalogo di Hausmann. (Ehrenpforte, pag. 108)

Clementi (Muzio), nato in Roma nel 1746, vien riguardato come il più gran suonatore di piano-forte che abbia esistito. I Tedeschi non possono opporgli che Carlo-Filippo-Emmanuele Bach. Egli riesce eccellente nell'adagio del pari che nell'allegro: eseguisce i passaggi più difficili in ottave, ed eziandio i trilli in ottave con una sola mano. Nello stesso tempo egli è un compositore di primo ordine: sin dall'età di dodici anni compose una fuga a quattro parti. Aggiungasi ch'egli è ben istruito nelle scienze e nelle arti, e che unisce alla cognizione degl'antichi autori quella delle mattematiche. Verso il 1780 era a Parigi: quindi portossi in Londra, ove ha stabilito un magazino di musica e di cembali a forte-piano. Nel 1809, si era fatta correr voce di sua morte, ma egli era allora in Italia ed è attualmente in Vienna. La collezione compiuta delle opere del Sig. Clementi è stata di recente pubblicata a Lipsia presso Breitkopf. Le sue opere che giungono sino a 43 possono ancora trovarsi presso Mr. Leduc. Ecco quello che un degno allievo di Clementi (Mr. Bertini di Parigi) ha scritto intorno al suo illustre maestro: “I pezzi che Clementi ha composti fannosi rimarcare per la saviezza del piano e la disposizion delle idee. Il suo stile in generale è severo e sempre puro: le sue composizioni sono brillanti, dotte, aggradevoli. Egli ha fatte molte sinfonie, che sono ammirate dagl'intendenti. La sua esecuzione è brillante e di moltissimo gusto, nè stanca giammai il sentirlo sul forte-piano: egli improvvisa in maniera a far credere che il tutto sia scritto. Alla testa de' suoi allievi distinti che ha formati, por si debbono Cramer, Field, madama Bartholozzi ed altri.” Clementi, mentre era in Francia, era molto economo ne' suoi abiti; in sua casa viveva con somma sobrietà, ma amava moltissimo di essere ben trattato in casa altrui. Aveva dello spirito, delle cognizioni, era affabile, obbligante, buon amico, e incapace totalmente di gelosia e d'invidia. “Il celebre Clementi dice l'illustre Carpani, l'emulo del Mozart nelle sue composizioni pel gravicembalo, ed unico forse in oggi nella maniera insuperabile di sonare quell'istrumento, pubblicò in Londra anche un saggio di ritratti armonici assai bizzarro. Intraprese a contraffare i più noti compositori di cembalo de' suoi giorni: il Mozart, l'Haydn, il Kozeluch, lo Sterkel ec. non che se medesimo. E intitolò la sua galleria Caratteri musicali. Il pregio di questo scherzo consiste nell'avere l'autore così ben colta la fisonomia dell'ingegno d'ognuno de' suoi originali che, senza altra notizia chiunque, pratico delle loro opere, si pone ad eseguire queste sonatine composte d'un preludio e d'una cadenza, indovina a dirittura il maestro di cui si tratta. Non ha lasciato l'autore in mezzo alla fedeltà della imitazione, di rallegrare il soggetto con qualche saporito frizzo d'una satira delicata, appoggiando quà e là su quelle affettazioni o sviste, in cui taluno di suddetti originali cadeva talvolta, scherzo in vero degno di quel felicissimo ingegno.” (Lett. 7ª.)

Cleona, suonatore di tibia, di cui fa menzione Plutarco (dial. de music.), asserendo, che trovavasi maggior vaghezza di ritmo nelle sue composizioni, che non in quelle di Polimnesto, da cui Cleona aveva preso moltissimo, singolarmente ne' canti da regolare la milizia, chiamati Orzj, e Smintj. Egli era di Tegea, e fioriva nel settimo secolo innanzi G. C.

Clinia di Taranto, filosofo pitagorico e musico viveva circa quattro secoli prima di G. C. Egli rendeva amene le lezioni della filosofia co' divertimenti della musica, e trovava ne' suoni della sua lira un lenitivo che calmava i movimenti della sua collera. (E. Plutarc., loc. cit.)

Cocchi (Gioachino), maestro di cappella del Conservatorio degl'incurabili in Venezia, nato a Padova nel 1720. Egli fu un de' primi che per il suo estro comico, fece gustare l'opera buffa in Italia: vien paragonato in questo genere a Galuppi. Nel 1771, viveva ancora in Londra. V. Gerbert.

Colbran (Isabella Angela) nacque in Madrid nel 1785, da Gianni Colbran professore di musica della cappella e camera del re di Spagna. “Le sue disposizioni per la musica e per il canto presentir si fecero sin dalla culla. All'età di tre anni, essa già intonava bene, all'età di sei don Francesco Pereja, primo violoncello di Madrid e compositore, donolle lezioni di musica. A' nove anni, studiò ella sotto Marinelli, che la diresse sino alli quattordici. Allora fu che il celebre Crescentini ebbe il piacere di formarla nell'arte del canto e, allorchè la credette in istato di prendere il suo volo, profetizò egli la riputazione di cui ella goder doveva un giorno: Io non credo, egli diceva, che vi sia in Europa un talento del suo più bello; ed a questo elogio unì egli il dono di tutta la sua musica.” Madamigella Colbran ha eccitato la più viva ammirazione in tutti i concerti nei quali si è fatta sentire, in Ispagna, in Francia e in Italia. Nel 1809, essa si è molto distinta in qualità di Prima donna seria sul teatro della Scala in Milano; e nel 1810, sul teatro della Fenice in Venezia. Essa ha composto in oltre più canzoncine, sei delle quali son dedicate alla regina di Spagna, sei altre all'imperatrice delle Russie, sei al principe Eugenio e sei al sign. Crescentini suo maestro.

Collyer, dotto musico e letterato inglese scrisse verso il 1784, alcuni schizzi sulla musica, dei quali Archenholtz ha data la traduzione tedesca nel suo Liceo inglese, vol. primo n. 20.

Colonna (Fabio) nato in Napoli nel 1567, sin dalla più tenera età diessi tutto allo studio della storia naturale, delle lingue, delle mattematiche, della musica, della pittura, dell'ottica, della botanica. Egli è autore di un'opera sulla musica pubblicata in Napoli nel 1618, col titolo di Sambuca lincea, libri III, in 4º. Vi si dà la descrizione d'un istrumento, che l'autore chiamò Pentecontachordon, perchè è composto di 50 corde, e che divide il suono in tre parti. Quest'opera è pregevole benchè poco comune.

Colonna (Giov. Paolo), di Bologna, maestro di cappella di san Petronio verso il 1780, è un compositore del primo ordine e per la scienza e per lo stile. Le sue opere trovansi impresse dal 1681 sino al 1694, ed i suoi manoscritti conservansi con venerazione. In una chiesa di Venezia ve ne ha un considerevol deposito, e non è permesso di tirarne delle copie. Si ha ancora di lui un'opera in musica, l'Amilcare.

Constant de la Molette (Filippo du). Vicario generale di Vienna nel Delfinato, dottor della Sorbona, possedeva molte lingue, ed oltre a molte opere su la Scrittura una ne pubblicò sotto il titolo di Traité sur la poésie et la musique des Hébreux, pour servir d'introduction aux psaumes expliqués, Parigi 1780, in 12º. Quest'opera è assai interessante per gli amatori della filologia e dell'antichità, e vi si trovano delle cose nuove benissimo esposte. L'autore già noto per discussioni profonde sopra le sagre carte, non mostra minor acutezza ed erudizione nella presente opera in quel che riguarda le due facoltà musicale, e poetica presso quell'antichissima nazione. L'abb. du Constant morì nel 1793.

Conti (L'abbate Antonio), nobile Veneziano, unito in stretta amicizia col celebre Benedetto Marcello, somministrò alla sublime musica di questo compositore una poesia degna di essa. Egli visse molti anni in Francia e in Inghilterra. A Londra il gran Newton gli comunicò le sue idee e gli svelò tutti gli arcani della scienza. L'ab. Conti morì nel 1749, in età di 71 anno. Tra le sue opere postume in Venezia, 1756, in 4º, vi ha una Dissertazione sensatissima su la Musica imitativa, e su gli abusi che già a' suoi tempi signoreggiavano nel canto. “Io non vado al teatro, egli dice, per ammirare il Musico che canta, ma per esser toccato e per sentire la cosa che imita. Il volgo che ode per l'altrui orecchie, come vede per gli occhi altrui, sente ancora sovente col cuore altrui, ed applaude ai trilli, ai ricami, ai precipizj della voce, per la stessa ragione che applaudiva nel 17º a quelle gonfie e stravaganti poesie, ove sudavano i fuochi, e s'avvelenava l'obblio coll'inchiostro. Qual nome debbo dar ad una Musica, nella quale il compositore gareggia col modulatore, a cui più offuschi, o confonda il senso delle parole? Non è questa certamente una musica nè italiana, nè latina, nè ebrea, perchè coloro che intendono queste lingue, nulla intendono delle parole espresse dal modulatore. Quando si canta in un'opera, o in una chiesa, io non cerco d'udire un rossignuolo od altro che mi solletichi, ma un uomo che parli dolcemente al mio cuore, alla mia fantasia, alla mia mente ec.”

Cordovero maestro di musica fiammingo del quintodecimo secolo, di cui parla il Morigi nel suo libro sesto della nobiltà milanese, ove di Galeazzo Sforza Duca di Milano, che vivea nel 1470. Il che dimostra che vi erano allora in Italia de' maestri di musica, e de' cori di musici, e per lo più esteri; ma l'arte non vi aveva acquistata ancora quella superiorità, a cui levossi verso la medietà del sedicesimo secolo per opera dei maestri italiani.

Corelli (Arcangelo) nacque a Fusignano, presso d'Imola sul territorio di Bologna, nel febbrajo del 1653. Secondo il racconto di Adami, ricevette le prime lezioni di contrappunto da Matteo Simonelli della cappella del Papa; e generalmente si crede che fu suo maestro di violino un tal Giov. Batt. Cassani di Bologna. Burney (tom. 3, History of music) rigetta come insussistente la fama che ha corso, che nel 1672 Corelli era venuto in Parigi e che Lulli per bassa gelosia ne lo aveva fatto cacciare. Corelli al terminar de' suoi studj musicali, partì per la Germania, e fu anche al servigio del duca di Baviera nel 1680. Verso questo tempo tornò in Italia, e portossi in Roma, ove pubblicò la prima sua opera, composta di dodici sonate per due violini e basso con una parte pel cembalo. Questo valent'uomo ricevette prestamente in Roma i più rimarchevoli contrassegni di benevolenza del Cardinale Ottoboni, illuminato protettor delle belle arti. Crescimbeni ci fa sapere che egli teneva ogni lunedì un'accademia di musica nel suo palagio; e quivi fe' il Corelli amicizia col celebre Hendel. Quel Cardinale dichiarò il Corelli primo violino e direttor della sua musica, dandogli un appartamento nel suo proprio palagio. Corelli gli rimase attaccatissimo sino alla sua morte, accaduta li 18 gennajo del 1713, sei settimane dopo la pubblicazione della sua opera sesta de' grossi concerti. Gli aneddoti che abbiamo qui raccolti intorno al Corelli, ci danno a divedere che il di lui carattere era dolce, e pien di modestia. Un giorno ch'ei suonava il violino in una numerosa adunanza, si accorse che ciascuno mettevasi a ciarlare: egli posò pian piano il suo violino in mezzo della sala, con dir che aveva paura d'interrompere la conversazione. Questa fu una lezione per l'udienza, che 'l pregò a riprendere il suo violino, e prestogli tutta l'attenzione dovuta al suo talento. Un'altra volta, ei suonava dinanzi Hendel la sinfonia dell'opera il Trionfo del tempo da costui composta. Hendel montato in furia perchè Corelli non la sonava nel suo genere, strappogli il violino, e cominciò a suonarla egli stesso. Corelli senza commuoversi punto, si contentò di dirgli: Ma caro Sassone, questa musica è nello stile francese, di che io non m'intendo. Corelli era eziandio di buon umore, come lo prova quest'aneddoto raccontato da Walther. Nicola-Adamo Strunck, violino dell'Elettore di Hanover, essendo giunto a Roma ebbe il più gran desio di veder Corelli. Qual'è il vostro instromento, gli domandò egli. Il cembalo, rispose Strunck, e alcun pochetto il violino; ma mi riputerei assai contento di sentirvi. Corelli suonò il primo. Strunck prese di poi il violino, e tenendolo a bada con iscordarlo, cominciò a improvvisare: percorrendo i tuoni cromatici con una destrezza così sorprendente, che Corelli dissegli in cattivo tedesco: Se mi chiamano Arcangelo, dovreste ben esser chiamato voi Arcidiavolo. Molte persone d'alto rango essendo Corelli in Roma si diedero premura d'intenderlo, e di prender eziandio le sue lezioni, tra le quali lord Edgecombe, che fe' scolpire in rame il suo ritratto da Smith su l'originale fattone da Arrigo Howard. Corelli lasciò morendo una somma di circa sei mila lire sterline. Era egli strettamente amico di Carlo Cignani, e Carlo Maratta, che gli donarono moltissimi quadri de' migliori maestri. Ecco i titoli delle Opere composte dal Corelli e le date della loro pubblicazione. La prima di sonate a tre, comparve in Roma nel 1683. La seconda nel 1685, sotto il titolo di Balletti di Camera, e trassegli addosso una lite con Paolo Colonna, sopra una successione diatonica di quinte tra il primo violino e 'l basso d'un'alemanna della seconda sonata. Nel 1690, pubblicò la terza opera di sonate, e nel 1694 la quarta che consiste, come la seconda, in balletti. La quinta è il capo d'opera di Corelli, giusta l'osservazione di Avison, autore di un libro inglese su l'espression musicale. “Avvegnachè dopo Corelli, egli dice, lo stile della musica sia molto cambiato, e che siansi fatti grandiosi progressi nella ricerca dell'armonia, trovansi frattanto ne' migliori autori moderni il fondo delle idee di Corelli, di cui hanno eglino saputo trar profitto, principalmente dall'opera terza, e dalla quinta delle sue sonate.” L'opera sesta, contenente dodici sonate per due flauti e basso, è stata impressa a Londra e a Amsterdam. L'opera settima è composta di Concerti grossi, che prendono il titolo di opera sesta, e ch'egli stesso pubblicò li 3 dicembre 1712. Secondo il parere di Mr. Cartier, le sonate di Corelli debbono riguardarsi da coloro che attender vogliono al violino, come i loro rudimenti. Tutto vi si rinviene, l'arte, il gusto, il sapere. Il dott. Burney osserva con ragione, che Albinoni, Alberti, Tessarini, Vivaldi non formano che delle truppe leggiere e irregolari. La sola scuola romana, di cui n'è fondator Corelli, ha prodotto non che istromentisti, ma in compositori ancora pel violino i più grandi artisti di cui vantar si possa l'Italia dopo la prima metà del diciottesimo secolo. “Le più celebri scuole d'Italia, dice l'Arteaga, furono quella del Corelli, e non molto dopo quella del Tartini. La prima che ebbe origine dal più grande Armonista, che mai ci sia stato di qua dai monti, spiccava principalmente nell'artifizio e maestria delle imitazioni, nella destrezza del modulare, nel contrasto delle parti diverse, nella semplicità e vaghezza dell'armonia. La superiorità nell'arte sua e la facilità di piegarsi a' diversi gusti di entrambe nazioni italiana e francese, procacciò al Corelli un nome immortale in tutta Europa, quantunque un numero assai discreto di produzioni ci abbia egli lasciate memore della massima di Zeusi: Dipingo adagio, perchè dipingo per tutti i secoli.” Fra i rinomati discepoli di questo grand'uomo la posterità annovera tuttora il Locatelli, il Geminiani e il Somis. Veggasi la Storia del Violino di M Fayolle. Nel Vaticano se gli ha eretto un busto con questa iscrizione: Corelli Princeps musicorum. È da rimarcarsi che dopo Corelli sino a' nostri giorni, l'Italia ha conservato il primato nelle scuole del violino, mercè i Tartini, i Nardini, i Pugnani, i Viotti e i loro allievi.

Corilla (la Signora Morelli), celebre improvisatrice e poetessa, morta in Firenze li 13 novembre 1799, in età di 72 anni, era allieva di Nardini pel violino. Ella improvvisava de' versi sopra ogni sorta di soggetti, suonava la sua parte di violino in un concerto, e cantava con moltissima grazia e talento. Come Petrarca, ha avuto l'onore sotto Pio VI, il protettore delle belle arti, di essere coronata in Campidoglio.

Corinna, celebre cantatrice e poetessa lirica era di Tanagra: ebbe per maestra in poesia e in musica Mirti, donna distinta pe' suoi talenti; più famosa ancora per avere annoverato fra' suoi discepoli Pindaro, e la bella Corinna. Questi due allievi furono insieme uniti almeno dell'amore delle arti. Pindaro più giovane di Corinna si faceva un dovere di consultarla, e di prendere da lei lezioni di poesia e di canto: ma il di lui fervido genio assoggettar non si poteva non che a comuni precetti, molto meno a quei d'una scrupolosa donna e più minutamente attaccata alle regole; per il che si slontanò da Corinna, e lasciò correre senza freno la naturale sua fecondità. Il credito anteriore di Corinna, l'esser ella stata maestra di Pindaro fece, che per sei diverse volte, se diam fede ad Eliano, ne' pubblici giuochi presentatosi a disputare a Corinna la preferenza nel canto e nella poesia, fu tutte le volte alla medesima posposto. Pausania crede che in tanto era preferita Corinna, in quanto preveniva essa, oltre al suo merito reale, con la sua bellezza (lib. 9, cap. 22.) Pindaro immaginossi in oltre, che ella si fosse co' giudici prevalsa delle femminili lusinghe per guadagnarsi il voto della superiorità; e quindi ei si scagliò con mille vituperi contro questa gaja donna. Corinna fiorì cinque secoli innanzi l'era cristiana.

Corsi (Giacopo), gentiluomo fiorentino fautore delle belle arti, nè meno intelligente della musica massimamente teorica, viveva sulla fine del sedicesimo secolo. Alla di lui casa si trasferì la letteraria adunanza che tener soleasi in quella di Giov. Bardi dei conti di Vernio, di cui si è ragionato al suo articolo, e ove intervenivano Caccini, Peri, Galilei, Rinuccini e altri grand'uomini, che unendo i loro lumi e i sforzi del loro ingegno giunsero a dare una regolar forma all'opera di musica tale quale si è conservata sino al presente. Il primo saggio che se ne fece fu la Dafne del Rinuccini, messa in note dal Caccini e rappresentata in casa del Corsi nel 1594 alla presenza del gran-duca. Allorchè questi valentuomini vollero inventare la vera musica drammatico-lirica, non trovarono a perfezionar la melodia mezzo più spedito di quello di sbandirne, e screditarne il contrappunto allora regnante. Il Corsi in un Discorso da lui indirizzato a Giulio Caccini sopra la musica antica e il parlar bene, che va inserito nelle opere di Giambattista Doni, (tom. II.) chiama quel contrappunto: quella spezie di musica tanto biasimata dai filosofi, e in particolare da Aristotile.

Cotumacci (Carlo), nato in Napoli nel 1698, studiò sotto il celebre Scarlatti nel 1719, e succedette al suo condiscepolo Durante nella carica di maestro di cappella nel conservatorio di sant'Onofrio. Egli era un buon organista dell'antica scuola e un abilissimo professore, che molto ha scritto per la chiesa: aveva oltracciò composte due opere, che destinava alle stampe, l'una delle quali conteneva le regole dell'accompagnamento, con de' partimenti disposti per gradi: l'altra era un trattato di contrappunto. Cotumacci finì di vivere verso il 1775.

Cramer (Carlo-Federico) nato a Quedlinbourg nel 1752, professore di filosofia a Kiel nel 1775, ha reso alcuni servigj all'arte musicale per la pubblicazione di più opere, e singolarmente per il suo Magazino Musicale, che comparve alla luce dal 1783 sino al 1789; ha pubblicato ancora più collezioni e più opere di maestri celebri, ed era egli stesso alcun poco poeta e musico; ha fatto delle canzonette che sono state poste in musica da diversi compositori. Verso il 1792 Cramer stabilì la sua dimora in Parigi come stampatore. Egli era un uomo originale, un pò matto, e d'una erudizione mal ordinata, e pieno d'ogni sorta di prevenzioni; morì quivi verso il 1800, pressochè pazzo come era vissuto.

Cramer (Guglielmo), nato a Manheim verso il 1730, era un eccellente violinista: riuniva egli, dicono i biografi tedeschi, il suono brioso di Lolli coll'espressione e l'energia di Fr. Benda; ed era riguardato come il primo violino del suo tempo in Germania. Fu impiegato alla cappella dell'elettor Palatino a Manheim dal 1750 sino al 1770, nel quale anno passò in Inghilterra, il solo paese ove gli artisti distinti trovano facilmente il mezzo di fare una fortuna degna de' loro talenti. Egli vi fu nominato musico di camera del re, suonatore a solo della cappella reale e direttore dell'orchestra dell'opera: veniva ricercato in tutti i concerti, ed egli fu che nel 1787, regolò un'orchestra di 800 musici che eseguirono il funerale di Hendel: finì di vivere in Londra verso il 1805. Cramer pubblicò un grandissimo numero di opere, di sonate, duetti, terzetti, e concerti per violino di un'ottima cantilena, d'un eccellente stile e di una agiatissima posizione per l'instromento. Il di lui figliuolo Giovambattista Cramer, nato a Manheim, aveva appena un anno, quando il suo padre passò in Inghilterra; egli ricevette da lui le prime lezioni di musica, e passò quindi sotto la disciplina del celebre Clementi, di cui dee riguardarsi l'allievo. Nato con felici disposizioni, e coltivato da un maestro così abile, è giunto a tenere un rango tra' primi suonatori di piano-forte, e i primi compositori pel medesimo instromento. Cramer ha pubblicato per il forte-piano, de' duetti, de' concerti e oltre a 37 opere che sonosi stampate in Inghilterra, in Germania, in Francia. I suoi due corsi di studj per il piano-forte sono riguardati come l'opera la più classica che esista in questo genere.

Creed, ecclesiastico di Londra, morto nel 1770, concepì il primo l'idea d'una macchina che, nel tempo dell'esecuzione di un pezzo di musica, segnasse sulla carta tutto ciò che si era sonato, e la propose alla società delle scienze di Londra nel 1747, in una Memoria intitolata: A demonstration of the possibility of making a machine that shall write ex tempore voluntaries, or other pieces of music, etc. cioè: Dimostrazione della possibilità di fare una macchina, che scriva i pezzi di musica o estemporanei, o già notati. Questa memoria si trova nelle transazioni filosofiche del 1747, num. 183, ed eziandio in Martin abridgement, vol. X, pag. 266. (Veggasi su tale macchina quì gli articoli di Hohlfeld, Sulzer, Nabot, Unger, ec.)

Creofilo, poeta musico, che fiorì presso a nove secoli innanzi l'era cristiana, sposò la figlia di Omero, del cui matrimonio parlò più di un antico scrittore all'occasione dell'eccellente poema da lui pubblicato. Dedicato egli allo studio della musica, fecevi tali progressi, che potè pubblicare con plauso universale una maestrevolissima composizione.

Crescentini (il cav. Girolamo), nato ad Urbania presso Urbino patria di Raffaello. Questo celebre soprano ha brillato su i principali teatri e nelle differenti corti di Europa. Nel 1804, era a Vienna; in una rappresentazione di Giulietta e Romeo, dopo la bell'aria Ombra adorata, che Romeo canta negli giardini, due colombe scesero dalle nuvole e recarongli una corona di alloro: gli si gettarono da ogni parte e fiori e corone. Nel 1809 rappresentò il medesimo personaggio di Romeo in quel dramma, eseguito nel teatro della corte di Francia, e ne riportò immensi applausi e magnifici doni. Una singolare e bellissima qualità di suono della sua voce, una maniera svelta, ed una inimitabile espressione, ecco i suoi titoli all'immortalità. Egli ha composto molti pezzi di musica vocale, che hanno avuto incredibil successo. Nel 1811 pubblicò egli presso M. Imbault: Recueil d'exercices pour la vocalisation musicale, in 4º. L'autore, in un discorso preliminare, assai ben fatto, sviluppa i principj di questa bell'arte, ch'egli applica ad alcuni scelti esempj.


D

Dafni siciliano, a cui comunemente si attribuisce l'invenzione dell'egloga, benchè la sua storia sia un poco abbellita dalla favola, era un pastore di Siracusa; nè dee tal condizione farci maraviglia, poichè ne' tempi antichi, quando il lusso non aveva corrotto ancora i costumi, la vita pastorale era praticata sin da' figliuoli dei signori e dei re, come ne fan fede la Scrittura ed Omero. Diodoro Siculo (Lib. IV) scrive, che Dafni accompagnava i suoi versi al suono de' flauti, ch'egli introdusse que' conflitti, usati poi da' Greci, in cui due giovani rivali si disputavano il premio del canto e della musica. Eliano (Var. l. X, c. 18) ci racconta i suoi amori, dei quali divenne vittima, e morì sul fior degli anni. Ateneo (Dipnos. L. 14) chiama Dafni il Pastore siculo che inventò questo genere, ed afferma che di lui fè in due luoghi menzione Epicarmo. Nel 5º tomo dell'accad. delle Iscriz. trovasi l'esame di alcuni dubbj sul luogo della nascita di Dafni di Sicilia dell'ab. Goulley, e nel t. 6, Histoire du berger Daphnis le plus renommé des anciens poètes de la Sicile: Par M. Hardion.

Dalayrac (Niccola), di nobil famiglia, sortito aveva dalla natura un deciso pendio per la musica e l'arte drammatica: apprese il contrappunto sotto la direzione di Langlé, scolare di Caffaro; che l'era stato del cel. Leo. Nel 1782 Dalayrac cominciò a comporre per il teatro dell'opera buffa, e vi si riconobbe il germe di un talento variato ed amabile, che si è sviluppato con tanta sua gloria. Modellandosi su le opere buffe degl'Italiani, è sempre rimasto esattamente ne' confini del gusto. Così Dalayrac, dice Gretry (Essais sur la musique, tom. III) è uno de' musici che abbia meglio rispettato le convenienze. Quelle tra le sue opere, che hanno avuto maggior successo, sono Gulistan, 1805, Camille ou le Souterrain, 1791, e La Nina, 1786. Questi due ultimi pezzi sono stati anche posti in musica da Paer e Paesiello. Dalayrac è morto di un catarro che trascurò sul principio ai dì 27 novembre 1809. M. Marsollier profferì un discorso assai toccante su la tomba del suo amico.

Dalberg (Gio. Federico, barone di) è un abile sonator di forte-piano e un compositore di primo ordine: nel 1781, pubblicò un libro col titolo di Blicke eines etc., cioè Colpo d'occhio di un musico sulla musica degli spiriti. Tra le composizioni di lui distinguonsi nove opere di sonate per il piano, molte delle quali a quattro mani, ed i Pianti d'Eva (estratti dal Messia di Klopstok) impressi in partitura per il cembalo, a Spira nel 1785.

Damone (poeta musico, e secondo Porfirio, capo di una setta di musica detta dal suo nome Damonèa), nato ad Oa, villaggio dell'Attica, precettore di Pericle, fiorì cinque secoli innanzi G. C. Egli possedeva perfettamente la musica, principalmente aveva coltivata quella parte, che tratta dell'uso che dee farsi del ritmo o della cadenza; si sforzò di provare che i suoni in virtù d'un certo rapporto, o di una certa analogia che acquistavano con le qualità morali, potevano formare nella gioventù ed anche nelle persone provette, dei costumi che non esistevano per l'innanzi, o che non erano sviluppati. Platone nel lib. III della sua repubblica, Damone vi dirà, egli dice, quali sono i suoni capaci di far nascere la viltà dell'animo, l'insolenza, e le virtù a tai vizj opposte. “Non già, secondo la riflessione dell'illustre Montesquieu (De l'Esprit des loix, liv. IV, c. 8) che la musica inspirasse la virtù, lo che sarebbe incomprensibile, ma essa impediva l'effetto della fierezza dell'istituzione de' Greci, e faceva che l'anima avesse nell'educazione una parte, che non vi avrebbe avuta.” Damone in fatti, al riferir di Platone, sosteneva, che l'innovazioni ed i cambiamenti nella musica avevano la più grande influenza su i costumi pubblici, sulle leggi e la costituzione degl'imperj. Lo stesso Platone (in dial. Laches; vel de fortitud.) chiama Damone, un maestro di musica superiore agli altri, uomo civile, e perito non solo nella musica, ma anco nelle altre facoltà, per le quali si fa degno che alla di lui disciplina si commettano i figliuoli. Damone sotto le piacevoli apparenze della musica, voleva nascondere alla moltitudine la sua profonda capacità. Si unì con Pericle, e lo formò al governo: ma egli fu bandito per l'ostracismo, come avendo avuta parte a troppo d'intrighi, e favorevole alla tirannia, verso l'anno 430 prima di G. C. Segli attribuisce l'invenzione del modo hypolydio.

Danzi (Francesco), nacque a Manheim nel 1763, da Innocenzo Danzi italiano, pregiatissimo sonatore di violoncello al servizio dell'elettor Palatino: apprese di buon'ora la musica, ed all'età di nove anni compose alcuni pezzi istrumentali, senza saper le regole della composizione, ch'egli studiò sotto il cel. abate Vogler, allora maestro di cappella dell'Elettore. Il gusto, che aveva per la poesia e 'l teatro, l'obbligò ad applicarsi a queste due arti. Nel 1779, egli diè la sua prima opera, Azakia, al teatro di Monaco, e nel 1796 divenne maestro di cappella di questa città. Dopo quest'epoca, ha composto molta musica di chiesa, delle opere, e più concerti e sonate per il forte-piano, di cui la più parte è stata impressa a Lipsia o a Monaco. Danzi è al presente a Stuttgart, maestro del Duca di Vittemberga, e direttore de' concerti della corte e del teatro.

Daquin (Claudio), nato a Parigi. Alquante lezioni di contrappunto del famoso Bernier, allievo di Caldara, bastarono a Daquin per comporre, all'età di otto anni, un Beatus vir a gran coro ed orchestra. Nel 1727, venne a vacare l'organo di San Paolo, ed intimatosi il concorso vi si presentò egli e Rameau. Costui avendo sonato il primo una fuga, a cui si era preparato, Daquin se ne avvide, e non lasciò d'improvvisarne una che fe' restare in sospeso i voti. Egli salì nuovamente all'organo, ed alzando le cortine, che lo nascondevano ai spettatori: son io, disse ad alta voce, che vado a suonare. Fuori di se e pieno di estro sorpassò se stesso, ed ebbe la gloria di vincere il suo rivale. Allorchè Hendel venne a Parigi, portossi a sentire Daquin in S. Paolo, e restò così sorpreso della sua maniera di sonare, che malgrado le più premurose istanze, non volle mai sonare dinanzi a lui. Egli morì nel 1772, e lasciò più composizioni stampate per chiesa. Daquin suo figlio è autore del Secolo letterario di Luigi XV, nella cui prima parte vi sono otto capitoli sulla Musica, su i musici, e gl'istrumenti di quell'epoca: l'autore è prolisso e superficiale. Un bello spirito (M. Guichard) così ha detto de' due Daquin, uno organista, e letterato l'altro: On souffla pour le père, on siffle pour le fils.

Daube (Gio. Federico), consigliere e secretario dell'Accademia Imperiale delle Arti e Scienze in Vienna, e secretario della Società di musica di Firenze, era da prima musico di camera del duca di Wurtemberg a Stuttgart. Nel 1756 pubblicò in Lipsia un libro col titolo, di General Bass etc., cioè: Basso continuo a tre accordi, dietro le regole degli autori antichi e moderni, con una istruzione di qual maniera si può, per mezzo di due accordi intermedj, passare a ciascuna delle altre 23 specie di tuoni, in 4º. Può leggersi nel tom. II. di Marpurg (Beytr.) la severa critica che ha fatta di quest'opera il D.r Gemmel. Daube fece stampare in oltre a Vienna, nel 1773, Der musikalische etc. cioè: Il Dilettante di musica, o Dissertazione sulle fughe, in 4º. Nella Gazzetta di Francfort del 1774 si annunziò ch'egli aveva terminato un manoscritto pronto a darsi alle stampe, su la Maniera di dipingere le passioni per mezzo della musica; e di cui si fecero allora de' grandi elogj. I titoli di queste opere leggonsi nell'Almanacco musicale di Forkel del 1784. Vi sono ancora delle sonate di Daube stampate a Nuremberg.

Davaux (Mr): nel Giornale Enciclopedico di Parigi nel 1784, vi ha nel mese di giugno alla pag. 534, una lettera sotto questo nome intorno ad un istrumento o pendolo di nuova invenzione che ha per iscopo di determinare con la più grande esattezza i diversi gradi di celerità o di lentezza dei tempi in un pezzo di musica, dal prestissimo sino al largo, con le gradazioni impercettibili di uno all'altro.

Davella (Giovanni) pubblicò in Roma nel 1657, Regole di musica, in sei trattati ne' quali egli promette le vere e facili istruzioni sul canto fermo, sul figurato, sul contrappunto, il canto ec. Queste magnifiche promesse sono assai lontane però dall'esser poste in effetto. (Ved. Burney, Hist. tom. 3, p. 539)

David, celebre tenore nato in Bergamo verso il 1748, ebbe delle lezioni di contrappunto da Sala in Napoli, e formossi da se solo per il canto. Egli non ha cantato che nelle sole opere serie. Nel teatro di Milano cantò de' duetti insieme con Marchesi, ed a questo proposito egli disse: Noi siamo due lioni. Si è fatto anche più ammirare nella musica di chiesa. Nel 1785, nel Concerto Spirituale in Parigi tirò a se l'ammirazione e i suffragj di tutti gli spettatori nell'esecuzione dello Stabat di Pergolese. Ecco quel che ne dice uno de' giornali di quel tempo: “Qual metodo eccellente! quale giustezza! qual sicurezza d'organo! qual meravigliosa precisione! con quale a piombo non ricade egli nelle più lente misure sopra ciascuno de' tempi che vuol marcare! Egli ha eseguito con semplicità e con la più profonda espressione il primo duetto dello Stabat; ed il Vidit suum, la di cui lugubre tinta non sembrava ammettere degli ornamenti. Egli non ha abbellito, ma creato sì bene il versetto, Quæ mœrebat, ec.” Il Sig. Nozari da Bergamo, eccellente tenore, è l'allievo di David.

Davies (Miss), parente dell'Illustre Franklin, si è resa celebre nella sua patria per il suo canto piacevole, per la sua abilità sul forte-piano, e soprattutto pel vantaggio che essa ebbe di far la prima conoscere al pubblico, nel 1765, i suoni dell'Armonica, che Franklin aveva inventata l'anno innanzi, e di cui le ne aveva fatto un dono. Essa fece ammirare tutti questi suoi talenti a Parigi, in Vienna e nella più parte delle gran città dell'Alemagna, e anche d'Italia. Di ritorno in Londra, dopo più anni, le convenne dare un addio alla sua armonica, a cagione del nocivo effetto che le produceva su i nervi. Miss Cecile Davies, a cui si diè in Italia il nome dell'Inglesina, era la di lei più giovane sorella, e una delle prime cantatrici su la fine del passato secolo. Essa apprese da principio la musica sotto il celebre Sacchini, ma non cominciò a sviluppare i suoi gran talenti se non allorquando accompagnò sua sorella nel suo andar a Vienna. Dimorando nella stessa casa ove abitava il rinomato Hasse, detto il Sassone, ella insegnò la lingua inglese alla costui figliuola, e ricevette da lui in contraccambio delle lezioni nell'arte del canto. L'Inglesina cantò di poi da prima donna sul teatro di Napoli nel 1771, in quello di Londra nel 1774, e in Firenze dal 1780 sino al 1784.

Delaire (Mr.) pubblicò per la prima volta, nel 1700 secondo Rousseau, la Formula Armonica detta Regola dell'ottava, la quale determina sul cammino diatonico del basso l'accordo convenevole a ciascun grado del tuono, sì nel salire che nel discendere. (Diction. de mus. p. 405)

Delille (Giacomo), il celebre traduttore di Virgilio e 'l più insigne de' moderni poeti della Francia nacque a Aigue-perse, e venne assai giovane a Parigi ove fece i suoi studj nel collegio di Lisieux, ne' quali tali progressi vi fece che presagivano i successi che ottener doveva nella carriera della letteratura. Nel suo viaggio di Costantinopoli con l'Ambasciadore M. de Choiseuil, suo amico, la loro barca fu inseguita da' pirati, ch'erano sul punto di assalirla. In mezzo della costernazione e del silenzio che regnavano in quel legno, Delille diè de' contrassegni di sangue freddo e di giovialità. “Ces coquins-là, egli disse, ne s'attendent pas à l'epigramme, que je ferai contr'eux.” Il nostro poeta terminò il suo viaggio, giunse a Costantinopoli dove passò gran tempo in una deliziosa casa dirimpetto l'imboccatura del mar Nero, ove aveva sotto gli occhi il grandioso spettacolo d'innumerabili vascelli, e sull'altra riva i ridenti prati dell'Asia ombrati da grand'alberi, e traversati da amene riviere. In questi dilettevoli prati passava egli tutte le mattine, faticando al suo celebre Poema dell'immaginazione, in mezzo alle scene le più adatte a muoverne l'estro. Il quinto canto di questo Poema è consecrato a dipingere gli effetti dell'Armonia (2. vol. in 12º, a Paris 1806). Allorchè Parigi fu sì violentemente diviso tra Gluck e Piccini, non fu possibile di fare prender parte a M. Delille in questa guerra civile, sebben fosse nata nel seno dell'Accademia. Marmontel nel suo poema inedito de l'Harmonie disse di lui a questo proposito: L'abbé Delille, avec son air enfant, Sera toujours du parti triomphant, etc. Egli era di un commercio facile ed amabile; lepido, ma non satirico, e portava spesso nella compagnia quella franchezza e sincerità che i belli spiriti chiamarono un abandon d'enfant. La sua memoria era un vasto repertorio di aneddoti e raccontavali con un'arte inesplicabile. Egli era ricco delle beneficenze della corte, di cui nè meno una sola erane stata da lui sollecitata: la sua fortuna svanì nella rivoluzione. Si cercò di trascinarlo nelle fazioni che dividevano la Francia; ma lo spirito che animava i partiti dominanti, era troppo opposto al suo carattere: egli non volle associarsi a quelli, che non avevano altro mezzo di regnare in un paese se non quello di assassinarlo. Poco ambizioso, restò fedele alla sua povertà, e coltivò le muse in mezzo alle fiamme che divoravano le biblioteche e i monumenti delle arti. Quando la falce rivoluzionaria mieteva la più parte degli uomini dotti, e de' letterati, eravi senza dubbio a temer tutto per Mr. Delille, egli ne fu salvato come per un prodigio: allontanossi da Parigi nel 1794, ritirossi a Sant-Diez nella Lorena, ove compì in una profonda solitudine la sua traduzione dell'Eneide, uno de' più bei monumenti della sua gloria, per l'eleganza e l'esattezza pressochè religiosa con la quale egli ha reso il suo originale. Nel 1795, trovandosi in Londra alcuni Membri dell'Instituto che ammesso avevano nel lor seno il Virgilio francese, furono piccati di non vederlo ritornare a prender il suo posto tra loro, e fecero delle intimazioni al Poeta. M. Delille rispose al ministro che gli annunziò quest'invito: “Io mi sono trovato così bene della mia oscurità, e della mia povertà, durante il regno del terrore, che vi sono attaccato, anche per riconoscenza. Mi si fa sentire che questo rifiuto potrà trarre su di me delle persecuzioni. Se ciò avviene io dirò come Rousseau: Vous persecutez mon ombre.” Egli morì finalmente nello scorso anno 1814. (V. Notic. hist. de Delille, a Paris in 8vo, 1807)

Dellamaria (Domenico), nato a Marsiglia d'una famiglia italiana, si diè sin dalla sua giovinezza allo studio della musica. Di anni diciotto aveva già composto una grand'opera, che fu colà rappresentata: gonfio di questo primo successo, partì per l'Italia, non per studiare, ma come diceva egli stesso, per perfezionarsi nella sua arte. Per il corso però di dieci anni che dimorò in Italia, egli fece i suoi studj sotto molti maestri, Paesiello fu l'ultimo. Imbevuto delle lezioni di questo gran maestro, compose sei opere buffe, tre delle quali ebbero molto incontro, e specialmente quella del Maestro di cappella. Tornò in Francia verso il 1796, e diè principio al teatro dell'opera comica, dal Prigioniero, che accrebbe la sua riputazione. Ecco il giudizio di un compositore molto capace di apprezzarne il merito (M. Dalayrac). “I suoi primi passi nella carriera drammatica sono stati marcati da' più brillanti successi. Le Prisonnier, l'Oncle valet, le Vieux Chateau, ed alcune altre opere, date da lui successivamente ed in meno di due anni, mostrano il talento dell'autore e la sua fecondità. Io non intraprenderò di farne l'analisi; basterà il dire, che vi si trova da per tutto un canto amabile e facile, uno stile puro, elegante, degli accompagnamenti leggieri e briosi, uniti alla vera espressione delle parole, ec.” Questo giovane compositore in età di appena 36 anni, morì quasi repentinamente nel 1800, egli era ancora abilissimo sul piano-forte.

Delpiano (Donato), di Nivano diocesi di Aversa, ma stabilito in Catania, prete di una singolare probità e molto abile nel costruire organi e clavicembali, di cui può dirsi che se non il primo fu certo tra' primi ad introdurre in Sicilia e in Napoli il piano-forte, e molti ne costrusse che furono allora in sommo pregio ed estimazione. Ma deve egli la sua maggiore celebrità al grande organo da lui costruito in s. Niccolò l'Arena di Catania, monastero di Cassinesi ragguardevole per la magnificenza delle fabbriche, pel suo grandiosissimo tempio, e per la condizione dei soggetti che lo compongono. Quest'organo, opera di più anni e d'ingenti spese, tira a se l'ammirazione anche degli esteri per il gran numero dei registri, per la dolcezza del suono, e per l'ordine con cui è disposto: spiccano sopra ogn'altro i fagotti, i bassetti, i traversieri ed un registro, il quale sebbene non imiti verun istrumento d'orchestra, pure riesce assai grato all'orecchio. Ferve ancora la rivalità e si rimane indeciso, a chi debbasi, de' due organi di s. Martino di Palermo, e di s. Niccolò di Catania, dar la preferenza. Non si può mettere in dubbio, che sono due capi d'opera dell'arte, e che ha ciascuno di essi delle cose singolari e pregevolissime, onde i veri ed imparziali intendenti sostengono che sia fuor di proposito una tale rivalità, e che se di ambidue potesse formarsene un solo, ne risulterebbe un terzo veramente insuperabile. Questo santo prete, che in Palermo mi onorò della sua amicizia, dopo avere per più anni soggiornato in quel monastero di Catania, vi finì i suoi giorni in età di 80 anni nel 1785, lasciato avendo degli allievi non men di lui virtuosi, ed una memoria immortale di sue virtù. I Catanesi, che sanno apprezzare il vero merito, han fatto incidere in rame la di lui immagine nel 1810.

Demar (Sebastiano), nato a Wurtzbourg nella Franconia nel 1763, ebbe per primo maestro di composizione Richter maestro della cattedrale di Strasburgo. Dopo di essere stato institutore e primo organista della scuola normale di Weissenbourg, prese a Vienna lezioni dal celebre Haydn, ed in Italia da Pfeiffer suo zio, compositore assai distinto: da più di 18 anni egli è maestro della musica militare della città di Orléans, ed ha fatti de' buoni allievi nella composizione ed eziandio nel piano-forte, e nel corno. Egli ha composto molte messe e un Te Deum a grande orchestra, e molta musica strumentale assai pregevole.

Democrito nacque nell'opulenza in Abdera città della Tracia, ma non ritenne che una porzione de' suoi beni, e dopo d'aver viaggiato sull'esempio di Pitagora presso le nazioni dai Greci chiamate barbare, e che erano le depositarie delle scienze, passò il restante dei suoi giorni nello studio e nel ritiro: non avendo altra passione che d'istruirsi colle sue meditazioni, e d'illuminare gli altri coi proprj scritti. Egli era stato scolare di Anassagora e di Leucippo, e pubblicò la prima opera di musica, di cui non mai si era scritto fra Greci: vi trattava, secondo Laerzio, dei Ritmi, dell'Armonia, del Canto, e delle Lettere consonanti e dissonanti: il che ci dimostra, che esisteva nell'antica musica il canto stromentale significativo, e che dalle corde degli stromenti certune servissero per le vocali, certe altre per le lettere consonanti: giacchè non si può capire, come delle sole lettere dovessero essere alcune consonanti, ed altre dissonanti nel canto, se le corde non servivano per le lettere dell'alfabeto. (V. Requen. tom. 1, p. 149, e tom. 2, p. 375) Democrito fiorì cinque secoli innanzi G. C. e sorpassò l'età di cento anni. Democrito di Chio, altro musico, fu di costui contemporaneo (Laert. L. 9. § 48).

Demoz, prete della diocesi di Ginevra, diè al pubblico nel 1782 un'opera col titolo di Méthode de musique selon un nouveau système, in 8º. Questo sistema non fece maggior fortuna di quello del P. Souhaitty, e Rousseau si è sforzato in vano di rinnovarlo nel 1743.

Denina (l'ab. Carlo), dotto italiano nato in Torino, e celebre per più opere date alla luce, morì in Parigi, dove aveva dimorato più anni in grande stima presso i letterati di quella nazione, nel 1813. Nel quarto libro della sua Storia Politica e Letteraria della Grecia, Torino 1781, vol. 6, in 8º, egli impiega tutto il capit. XIII, nel descrivere il carattere dell'antica musica. (Gior. letter. d'Ital. 1782)

Denis (Pietro), musico attualmente in Parigi, ove fece stampare o per dir meglio, dove trovò degli editori assai sciocchi per far imprimere alcune cattive opere didattiche da lui composte, cioè: 1º. Une Méthode de musique et de chant; 2º. Un'esecrabile traduzione in francese del Gradus ad parnassum di Fux, ec. pubblicate da Boyer. L'esecuzione tipografica è degna di cotale produzione e del suo stile.

Dentice (Luigi), gentiluomo napolitano, nel 1533 pubblicò in Roma due Dialoghi su la musica, che sono citati dal P. Martini. Un'altra edizione ven'ha di Napoli del 1552, in 4º.

Derham, dotto matematico Inglese dell'accad. reale delle scienze di Londra, secondo Rousseau fece diversi sperimenti sul suono, che trovansi negli atti di quell'Accademia, co' quali vengono corretti alcuni errori del Mersenne e di Gassendi.

Desaugiers (Marcantonio), nato in Provenza nel 1742, venne a Parigi nel 1774, ove fece gran fortuna per più opere buffe poste da lui in Musica, ed eseguite con applauso nel teatro italiano. Il suo più grand'elogio è stata l'intima sua unione coi celebri Gluck e Sacchini, e la messa che egli compose alla memoria di quest'ultimo, fu riconosciuta degna da tutti gli artisti del talento dell'uomo immortale, che gliel'aveva inspirata. Nel 1776 egli pubblicò una traduzione francese dell'arte del canto figurato di G. B. Mancini.

Desbout (Luigi), chirurgo e maestro de' studenti dell'ospedale militare in Livorno, ove diè al pubblico nel 1780, Ragionamento fisico-chirurgico sopra l'effetto della musica nelle malattie nervose, in 8º. A questa dotta opera diede occasione una felice cura per mezzo dell'Armonia nella persona della Sig. Settimia Tedeschi di Livorno, fanciulla Ebrea. Questa cura viene ivi esattamente descritta, e serve poi di introduzione il racconto succinto che fa l' A. dei più portentosi effetti della musica su' corpi animali, e sull'animo degli uomini, secondo che gli scrittori hanno trasmesso alla nostra memoria. Di più ci dimostra com'ella possa applicarsi con esito felice in alcune morbose affezioni, e come sia stata di fatto applicata in moltissimi casi, che gli antichi e i moderni raccontano, e che egli con particolare erudizione raccoglie: la parte ultima, cioè quella dove l' A. dà un saggio generale del modo, con cui la Musica può risolvere la causa promovente le malattie nervose, e specialmente le convulsioni, è la più ingegnosa e la più dotta, e mostra com'egli sia corredato di buoni principj fisici. Egli così conchiude: “Da questa nostra asserzione non si creda però, che con il per altro dotto e stimabilissimo Giov. Porta, vogliamo fare della musica un rimedio universale, il quale al parer nostro non esiste, se non se nell'imperio delle chimere, ma bensì vorremmo insinuare di fare uno studio serio per conoscere i casi, ove può giovare, e quali generi di musica sono i più confacenti alle varie specie di malattie, per le quali è applicabile, per indi farne un uso saggio e più comune di quello che si fa, nei mali isterici, convulsivi e ipocondriaci, posciachè quando non se ne traesse altro vantaggio, almeno si otterrebbe quello di suggerire un rimedio piacevole a tutti, agente non meno sopra la spirito, che sopra il corpo.” L'autore passò quindi al servigio dell'Imperatore delle Russie col titolo di primo Luogotenente e Chirurgo (V. Lichtenthal, p. 82). Questo libro di M. Desbout è stato da lui stesso tradotto in francese, e stampato a Pietroburgo nel 1784.

Descartes (Renato), filosofo rinomatissimo, nato nel 1596. Durante il suo soggiorno a Breda, scrisse nel 1618, in età di 22 anni, il suo Compendium musicæ, nel quale stabilì per principio che la terza maggiore dee riporsi tra le consonanze perfette; ma avendo riguardata quest'opera come molto imperfetta, non volle mai permettere che fosse data al pubblico. È verisimile che fosse stata dopo la di lui morte pubblicata da Beckmann a Utrecht nel 1650. Nel 1653, fu tradotta in inglese; nel 1659 comparve la seconda edizione originale a Amsterdam. Trovasi ancora questo Compendio musicale di Cartesio alla fine della di lui Geometria impressa colà nel 1683, in 2 vol. in 4º e ristampata a Francfort in 4º, fig. 1695. Il padre Poisson dell'Oratorio lo tradusse in francese, e pubblicollo a Parigi nel 1668, col titolo di Abrégé de la musique par M. Descartes, avec les éclaircissemens nécessaires. Cartesio morì in Svezia presso la regina Cristina nel febbrajo del 1650.

Desessarts (Giov. Carlo), dottore reggente delle facoltà di medicina di Parigi, e uno de' primi membri dell'Instituto di Francia, celebre per più opere sulla sua professione e di letteratura, morto in Parigi li dì 13 Aprile 1811, lasciato avendo un'eterna rimembranza de' suoi talenti e delle sue virtù all'umanità, di cui fu sempre il benefattore. Nel 1803 presentò egli all'Istituto nazionale una sua Mémoire sur la Musique, nella quale ingegnosamente sviluppa le difficoltà che si oppongono a far uso della medesima come rimedio nelle malattie, e co' lumi della fisica ne dimostra i salutevoli effetti. “Si è provato, egli dice, che i suoni, con saggia economia gradatamente usati, producono nell'uomo delle idee, de' pensieri diversi da quelli che l'occupavano, e fanno nascere in lui delle commozioni, alle quali in niun conto la volontà vi ha parte. Si sa inoltre che queste commozioni, quasi sempre d'accordo con l'intensità de' suoni, operano dei straordinarj cambiamenti nelle funzioni animali, e si è più volte osservato che cotesto accordo ha gradatamente portati alcuni infermi a' più violenti eccessi, di cui alcuna salutevole crisi ne è stata la conseguenza.” Egli è in oltre insieme con M. Barbier, autore della Nouvelle Bibliothèque d'un homme de goût, 4 tomi, in 8º, a Paris 1808, dove fra gli altri, alcuni autori rapporta su la musica, e dà un saggio delle loro opere.

Desideri (Girolamo), letterato di Bologna del 17º secolo, è autore di un Discorso della musica, nel quale tratta di diversi stromenti di musica, e de' loro inventori. Questo trattato è tra le Prose degli Accademici Gelati di Bologna, 1671, in quarto.

Desmarchais (Cav.). Nel viaggio, che il Pad. Labat pubblicò in 4 vol. in 8vo, sotto il titolo: Voyage du chev. Desmarchais, etc. si trovano molte memorie sulla musica degli abitanti del regno di Juida nell'Africa, e i disegni de' loro stromenti. Mitzler ha tradotto di quest'opera tutto ciò che ha rapporto alla musica, e l'ha inserito nel terzo volume, p. 372 della sua biblioteca, con aggiugnervi le copie de' disegni.

Despaze (M.), poeta francese tuttora vivente, nel 1800 diè al pubblico Les Quatre Satires ou la fin du 18 siècle, in 8vo, che assicurano al loro autore un luogo distinto tra i poeti satirici: la prima è diretta contro i musici, che non amano se non il pathos (ossia la musica che muove solo le passioni) e 'l fracasso. Le altre tre sono contro gli attori della scena francese, contro le persone di lettere, contro i costumi del suo tempo, e contro i partiti. (Desessarts Bibl., t. 2)

Dessault (M.), medico di Bordeaux, nelle sue opere tratta della parte che può aver la musica nella medicina. Egli assicura essersene servito con gran successo pelle morsicature di cani arrabbiati, e che l'adoperò pure con profitto nella tisi. (V. Mojon, Lichtent., Hanauld, e l'Enciclop.)

Devismes (Giacomo), direttore della R. Accademia di musica in Parigi, a cui dee la Francia la rivoluzione musicale per le opere ch'egli fece con impegno rappresentare di Piccini, di Gluck, d'Anfossi e di Paesiello e Sacchini. Nel 1806, egli pubblicò un'opera col titolo di Pasilogie, ou de la musique considérée comme langue universelle. Mad. Moyroud Devismes sua sposa è eccellente sonatrice di piano-forte, e mise in musica il Prassitele che fu molto applaudita sul teatro. Steibelt le ha dedicato la sua opera IV, che è l'una delle migliori sue composizioni.

Diana (Paolo), nato a Cremona verso il 1770, in età di 12 anni venne a Napoli, per essere ricevuto nel conservatorio della Pietà, e studiare sul violino in cui mostrava già una mirabil forza. La natura lo guidò forse meglio de' suoi maestri, fornito avendolo di un coraggio straordinario per la difficoltà, d'una immaginazione florida e ricca per improvvisare, e d'una rara espressione per eseguire gli adagio. Ecco un tratto che dipinge l'originalità del suo carattere. Obbligato a lasciar Napoli, allora in guerra con la Francia, venne in Milano, e presentossi al Sig. Rolla per ricever lezioni da lui. Questi si negò riconoscendo in lui un talento che non aveva più bisogno di guida. Il Cremonese lo pregò di dargli almeno le regole della composizione, nè riuscì anche in questo. Offeso di una simile ostinazione, trovò l'occasione di vendicarsene un poco appresso. Rolla componeva allora un concerto, ch'egli doveva eseguire in una solennità vicina. Per più giorni, Diana attese i momenti che l'altro studiava, copiò sotto alle sue finestre gli a solo e le idee che potè raccorre, e se ne formò uno schizzo per un concerto. Tre giorni innanzi la festa, invitò gli amatori di Milano a sentirlo in una chiesa, secondo l'uso d'Italia. Professori, dilettanti accorsero in folla, e Rolla tra gli altri; ma quale fu la sua sorpresa nel riconoscere, a misura che quegli sonava, le idee del concerto che da gran tempo egli preparava per la solennità che doveva aver luogo tre giorni dopo? Diana è attualmente in Londra, direttore dell'orchestra del concerto degli amatori.

Diderot (Dionigio), nato a Langres nel 1713, e morto in Parigi nel 1784, repentinamente all'alzarsi da tavola. Vien egli considerato come uno de' primi filosofi del secolo 18.º, a cui principalmente si debba la vasta impresa dell'Enciclopedia. Noi quì non lo consideriamo che nella parte delle sue opere, la quale ha rapporto alla musica. Tra queste vi ha, Lettre sur les sourds et muets, à l'usage de ceux qui entendent et qui parlent, 1751 in 12º. L'autore sotto questo titolo dà delle riflessioni sulla metafisica, sulla poesia, sulla musica, ec., dove vi ha delle buone vedute ed altre ch'egli non mostra se non imperfettamente: benchè proccuri di esser chiaro, non sempre però si capisce. L'oscurità è un difetto, di cui più volte è stato egli accusato: vi si trovano tuttavolta degli eccellenti principj di acustica, ch'egli tratta da geometra e da fisico. Veggasi il 2º tomo della bella edizione delle opere di Diderot, pubblicata dal suo amico M. Naigeon nel 1798. In questo volume trovasi: Projet d'un nouvel orgue, et Observations sur le cronomètre.

Didimo, figlio di Eraclide, nacque in Alessandria probabilmente sotto Tiberio. Vedendo il favore che Nerone mostrava a' musici, musico e cantore insigne, ch'egli era, secondo Suida, scrisse un'opera di musica, ed un'altra, secondo Porfirio (ne' Com. a Tolom.) della differenza de' due sistemi pittagorico ed equabile, ossia aritmetico ed armonico. Tolomeo ci conservò le serie armoniche di Didimo, e il dotto Requeno le ha provate sullo stromento canone, e ne ha dato il suo saggio, che può vedersi nel tom. 2 della sua opera (pag. 103). Egli vi confuta il P. Martini, il quale crede che Didimo co' suoi tuoni maggiori e minori abbia facilitato la strada ai moderni per il loro sistema: la citazione ch'egli fa di Tolomeo a questo proposito, è stata provata falsa dall'accurato Requeno.

Diocle d'Elea, scolare di Gorgia di Lentini, e scrittore di musica verso il quinto secolo innanzi l'era volgare. Secondo il Vossio e il Fabricio dicesi che i trattati musicali di Diocle siano tuttora nascosti in alcuni angoli delle biblioteche d'Italia (V. Suid. in Alcidam).

Diodoro, musico greco, favorito di Nerone, diè maggior estensione al suono del flauto, e ne accrebbe i fori. Nerone stimavalo al segno di fargli fare l'ingresso trionfale in Roma sul carro imperiale (V. Sveton Cæs.)

Dionisio (Elio) di Alicarnasso, detto il giovane per distinguersi dal suo celebre avolo dello stesso nome, fiorì al tempo dell'Imperadore Adriano. Aveva egli scritto in trentasei libri la Storia della musica: altri ventidue di Questioni musicali, e cinque libri intorno a quello che aveva scritto Platone di quest'arte nel trattato della Repubblica (V. Suid. e Fabric.) Porfirio lo cita ne' suoi comenti sugli Armonici di Tolomeo.

Diorion era un musico greco, di cui Ateneo ci riferisce questa storia. In un viaggio nell'Egitto, egli era venuto a Milos, e non avendovi potuto trovare alloggio, si riposava in un bosco sacro vicino della città. A chi è dedicato questo tempio? domandò ad un prete — Straniero, a Giove ed a Nettuno — E come trovar alloggio nella vostra città, se gli dei medesimi vi si alloggiano due a due.

Dittersdorff (Carlo), compositore stimatissimo dell'Allemagna, di cui il vero nome di famiglia è Ditters. L'Imperatore Giuseppe II, per ricompensare i suoi gran talenti, gli accordò nel 1770 lettere di nobilitazione, gli diè il nome che porta oggidì, e lo dichiarò signore delle foreste nella Silesia austriaca. Egli è eccellente nella musica strumentale, che per lo più è impressa. Nel 1785, stamparonsi in Vienna le sue Metamorfosi d'Ovidio, ossia 15 sinfonie contenenti ciò ch'egli ha sentito alla lettura di questi poemi: elleno incontrarono la soddisfazion generale. Si ha di lui l'Ester, oratorio che diessi per due volte nel 1785 in beneficio delle vedove de' musici, e fu accolto ciascuna volta con grandi applausi. Per il medesimo oggetto diè egli l'oratorio Giobbe nel 1786. L'opera buffa il Medico e lo Speziale nel teatro di Vienna ebbe tal favore in quello stesso anno, che ad una sua rappresentazione assistendo Giuseppe II, non isdegnò di mostrare co' suoi applausi e battimenti di mano al momento che Dittersdorff entrava nell'orchestra, tutto il piacere che ne provava. L'Artifizio per superstizione, l'Amore agl'incurabili, e il Democrito corretto, altre di lui opere in musica, comparvero in Vienna dopo il 1788.

Diviss (Procopio), nato in Boemia, è l'inventore di uno stromento di musica a cui diè il nome di Denis d'or. Si assicura ch'egli dà i suoni di quasi tutti gl'instromenti a fiato e da corda, e ch'è suscettibile di 130 variazioni. Si suona come l'organo, colle mani e co' piedi. Il Vescovo di Bruck Giorgio Lambeck, ne possedeva uno nel 1790, e manteneva un musico per sonarlo. Diviss morì pastore a Prenditz nella Moravia nel 1765. Si pretende in Alemagna, ch'egli avesse inventato il parafulmine lungo tempo prima di Franklin.

Dodart (Dionigio), medico del re, e dell'Accademia delle scienze morto nell'anno 1707. Si ha di lui: Mémoire sur la voix de l'homme et ses différens tons, avec deux supplemens (V. Mem. de l'Ac. 1700). L'autore vi fa delle ricerche su la maniera, con cui la voce forma i suoni musicali, ma non tutte sono da approvarsi secondo le osservazioni e li sperimenti che ne ha fatto il dotto Eximeno (nel lib. 2, c. 5, p. 149).

Doerner (Giov. Giorgio), organista a Bitterfeld, fece imprimere nel 1743, Épître au docteur Mitzler sur l'origine du son, et des tons principaux.

Doni (Ant. Franc.) pubblicò in Venezia nel 1544, Dialoghi della musica che il dottor Burney mette tra i libri rari, per non averne venduto che un solo esemplare nella famosa libreria del P. Martini, e di cui ne ha egli una gran parte trascritto.

Doni (Giov. Batt.), patrizio fiorentino, professore di eloquenza e membro delle Accademie di Firenze e della Crusca, scrittore elegante insieme e profondo teorico, morto quivi nel 1647 d'anni 53. Ecco i titoli delle opere da lui pubblicate: Compendio del trattato dei generi e modi della musica, Roma 1636, in 4º. De præstantia musicæ veteris 1647, in 4º. Trattato sopra il genere enarmonico. Cinque discorsi sopra gl'istrumenti di tasti ec. Dissertatio de musica sacra vel ecclesiastica, recit Romæ an. 1640. Della musica scenica e teatrale. Tutte coteste opere e molte altre di Doni sono state raccolte e stampate in Firenze in 2 vol. in fol. nel 1763, alla quale edizione ebbero parte più cel. letterati come: Gori, Passeri, ed il P. Martini ne compilò il copiosissimo indice, sotto il seguente titolo: Io: Bapt. Doni Florent. opera, pleraque nondum edita, ad veterem musicam illustrandam pertinentia, ex autographis collegit et in lucem proferri curavit Franc. Gorius, absoluta vero op. et stud. J. B. Passerii. Tuttavia molte opere di Doni rimangono ancora inedite, non meno delle sopraddette pregevoli, di Lettere, di Dissertazioni, di Ragionamenti ec. di cui ne ha dato il catalogo nella di lui vita il Sig. Canon. Bandini, bibliotecario della Lorenziana di Firenze (V. Histoir. de la Litter. d'Ital. par A. Landi, t. 5, p. 163). Doni nella sua opera intitolata Lyra Barberina (in memoria d'Urbano VIII, che l'onorò di sua amicizia,) o Amphichordum dà la descrizione, e spiega l'uso di questo istrumento di sua invenzione. Ma ecco dove egli è men riuscito: pretese egli trovare l'antica lira de' greci. “Raccoglie perciò i monumenti appartenenti a questo stromento, si fa delle difficoltà, tenta di scioglierle, e sorte del gran mare delle sue ricerche con presentar all'Europa per termine delle sue fatiche una chitarra pregna di molti chitarrini, confessando egli stesso, non essere questo stromento degli antichi, ma parto solamente della sua immaginazione. Egli è tanto complicato, che niuno l'ha curato, nè fabbricato dopo la sua morte.” Questo si è il giudizio che ne dà l'accurato Requeno (Tom. 2. p. 415). Doni frattanto, per le altre sue fatiche sulla musica, meritamente ha riportati gli elogj di Rhenesio, di Gassendi, di apostolo Zeno, del dotto Burney e del Martini.