Mattheson (Giov.), canonico e maestro di cappella della cattedrale di Hamburgo, è celebratissimo del pari come scrittore e come compositore di musica. Ebbe egli dal padre suo, che in lui riconobbe delle gran disposizioni per quest'arte, la più felice educazione. Hanff, Woldag, Brunmüller, Pretorio e Kerner furono i maestri, ch'egli gli diede, e all'età di 17 anni compose la sua prima opera per teatro. Strinse egli poi la più intima unione col cel. Hendel, e molto profittò de' consigli di questo gran musico. Datosi allo studio delle leggi e delle lingue inglese, francese, ed italiana divenne soprintendente all'educazione del figlio dell'ambasciadore d'Inghilterra, e fece con esso diversi viaggi a Amsterdam, a Lubecca, e a Brunswick: allora fu che cominciò a provare un grande infiacchimento all'udito, che nello spazio di 30 anni degenerò in una totale sordità. Nel 1706 quell'ambasciadore il nominò segretario di legazione. Si capisce appena com'egli badar potesse a tante fatiche insieme. Insegnava ad un tempo stesso la musica a più di venti scolari, serviva più chiese per l'organo; applicavasi al dritto, e alle lingue; scriveva per teatro: a ciò si aggiungano le sue occupazioni come secretario di legazione, e come direttore di musica alla cattedrale. Ciò non ostante compose egli per quel che concerne solo la musica 88 opere, e lasciò alla morte assai manoscritti e sufficienti materiali per la pubblicazion d'altrettante, oltre al gran numero di musica pratica per teatro e per chiesa. Morì egli nel 1764, in età di 83 anni, e lasciò alla chiesa di S. Michele di Hamburgo una somma di 44 mille marche per la costruzione di un organo, che secondo il di lui piano fu costruito da Hildebrand con 64 registri, e tre tastiere lavorate di madreperla. Ecco il catalogo delle di lui opere teoretiche da lui scritte in latino o in tedesco. Critica musica, Hamb. 2 vol. in 4º, 1722-1725. La grande scuola del basso continuo, in 4º, 1719-1731. De eruditione musicâ, schediasma epistolicum, Hamburgi 1732 in 4º. L'arte della melodia, 1737 in 4º. Progetto e principio d'un Archivio di musica contenente la vita e le opere de' più celebri maestri, e compositori, 1740 in 4º. Esame delle nuove opere, in 4º. Aristoxeni jun. Phthongologia systematica, ossia Trattato sulla teoria del suono, 1748 in 8vo. Nuova accademia musica, più vol. in 8vo. Riflessioni sul rischiaramento di un problema di musica, in 4º. Il Patriota musico, in più volumi. Quest'opera è rimarchevole per molti curiosi dettagli, e meriterebbe una nuova edizione. Il perfetto maestro di cappella, 1739 in fol. ec. Omettiamo a bello studio le sue opere polemiche sulla musica, perchè piene d'ingiurie grossolane, che fanno rivoltare i lettori. (V. Walther, Heumann et Fabric.)
Maupertuis (Pier-Luigi Moreau de), nativo di San Malò, cel. geometra, membro delle accad. delle scienze di Parigi e di Berlino, morì in Basilea nel 1759. Nelle memorie dell'accademia di Parigi per l'anno 1724 vi ha di lui un'opera relativa agli strumenti di musica, alle corde e a' suoni.
Maurolico (Francesco), nato di nobil famiglia in Messina; abbate di S. Maria del porto in Sicilia passò la più gran parte di sua vita nella patria; ove fu pubblico professore di matematiche. Egli era così profondo in questa scienza che divenne celebratissimo in tutta l'Europa. Carlo V, l'onorò in Messina della sua amicizia, e molti forestieri di distinzione vi si recarono per conoscerlo: coltivò in oltre le belle lettere, e la musica; riconcentrato sempre in se stesso ed assorto nella più profonda meditazione, se gli strappava a stento qualche parola sopra altri soggetti oltre a quello de' suoi studj. Benchè fosse stato di una complessione mal sana, giunse non per tanto sino all'età di 80 anni, e morì in una casina di campagna nel 1575. Tra le sue opere di matematica stampate in Venezia nel 1573 vi ha un suo trattato sulla Scienza musicale (V. Tiraboschi, e Landi Hist. de la litterat. d'Ital. t. 4. Martini Stor. t. 1).
Mayer (Giov. Simone), nato in Baviera è stato pur nondimeno educato in Italia, e quivi dalla prima età stabilito ha saputo destramente unire il brio ed il gusto dell'armonia tedesca con la dolcezza e l'espressione del canto italiano. Nella sua musica egli ha preso per modello lo stile del gran Mozart, con adottarne spesso i più bei soggetti, ma in maniera a comparir veramente originale. Nel 1796 prese in moglie una sua scolara figlia di un ricco gentiluomo veneziano il Sig. Giuseppe Venturali, ed in quest'occasione l'abb. Rubbi impiegò il suo coltissimo estro in undici sonetti sull'armonia che servon di parafrasi al celebre sonetto sullo stesso argomento, del Mazza, e di epitalamio a quelle nozze. “Un fausto momento di vostra famiglia (scrive l'abb. Rubbi al padre della sposa) ha dettato alla mia amicizia alcuni sonetti che io vi trascrivo, e che d'ora innanzi son vostri. Nell'atto che io leggeva il bel sonetto del Mazza sull'armonia, mi vien data la nuova, che la Sig. Angioletta vostra primogenita è promessa sposa. Interrogando con chi, mi si rispose, col Sig. Simone Mayer celeberrimo giovine compositore di musica. Parve che le circostanze della lettura concorressero ad aumentare la mia allegrezza. Un'amabil donzella che ha tanta parte nel regno musicale, un valente calcolatore di note, ammirato in Italia e fuori, che seppe al tempo medesimo ispirarle scienza ed amore, fanno l'oggetto dolcissimo e fertile de' miei versi. Mi rinserro nei limiti del sonetto del Mazza, che abbraccerebbe volentieri un lungo poema, ec.” Questi eccellenti sonetti del Rubbi possono leggersi nel Mercurio Storico-Letterario d'Italia per l'anno 1797. Mayer è maestro di cappella a Bergamo: le sue composizioni per teatro, che sono giunte a nostra cognizione, e che trovansi nel Magazzino del Ricordi in Milano, sono Adelasia ed Aleramo, che ebbe il più gran successo nel teatro della Scala di Milano, e che si trova disposta anche per il forte piano presso M. Le Duc impressa in Parigi; Ginevra di Scozia; Adelaide; la Lodoiska; i misteri Eleusini, e l'Elena che si è rappresentata in quest'anno nel nostro R. teatro Carolino. Le opere buffe di Mayer sono in oltre: L'equivoco; Nè l'un, nè l'altro; un pazzo ne fa cento; il venditor d'aceto, farsa; un vero originale; amor non ha ritegno; le due giornate; il pazzo per la musica, eseguita con sommi applausi in Parigi nel 1805 e le finte rivali nel 1810. Altre di lui farse sono: Il pittore astratto; l'Elisa; l'intrigo della lettera; l'amor conjugale.
Mazza (Angelo), rinomatissimo poeta italiano di Parma, tra le cui poesie oltre al sonetto, del quale si è parlato nello scorso articolo, vi sono di lui Tre Odi sull'armonia. In una sua lettera scritta da Parma, al di lui amico Cesarotti, del 1772, “Tre odi sull'armonia, egli dice, mi fanno istanza di presentarsi a voi, del cui favorevole orecchio ove possan gloriarsi non ambiranno che altri le ascolti. Sentirò volentieri, anzi vi prego a non la mi tacere, l'opinion vostra ec.” Alla quale così rispose il cel. professore di Padova. “Le tre vostre Odi hanno tutte le ragioni di andarsene superbette anzi superbissime; ed io lungi dallo sgridarle, mi compiaccio d'incoraggiarle maggiormente, e di farle conoscere ed applaudire da chiunque ha gusto in queste materie.” Altre ne scrisse poi il Mazza sullo stesso soggetto, e nel 1793 chiesene con un'altra lettera il giudizio dell'amico Cesarotti: “Due Signori Bolognesi, han riprodotto alcune Odi mie sulla Musica fiancheggiate dall'autorità del vostro giudizio: ne riceverete un esemplare ec.” Tradusse egli ancora le odi di Pindaro in versi italiani, e lagnavasi col Cesarotti de' pochi lumi che si hanno della greca musica, da cui tanto dipender dovette il buon esito di quel poeta-musico. “Vivo mi punge il desiderio (scrive egli al medesimo) di ascoltar Pindaro ragionare tra noi. Ben mi fa pena lo sconosciuto musicale andamento della espressione e del numero, da cui risultava un precipuo vantaggio alle odi di quell'Immenso. Se i principj della musica greca fossero meno oscuri, sarebbe men duro l'indovinarlo. Ma io credo che vaneggiasse largamente Brazzuolo, e seco lui il Tartini, quando l'uno colle attitudini affannate della persona, e gli sfinimenti della voce, l'altro co' variati e insensibili ricercamenti del violino si adulavano di riuscirvi.”
Mazzanti (Ferdinando), rinomatissimo cantante di soprano, compositore di gusto e buon sonator di violino, dopo aver cantato con incredibili applausi su i primi teatri di Europa, andò a stabilirsi in Roma. Molti vi ha tuttora viventi in Palermo, che son testimoni dell'entusiasmo ch'egli vi produsse per la bellissima voce, per l'eccellente sua maniera di cantare, e di rappresentare con singolar espressione sulla scena, sicchè rapiva, e trasportava fuor di se i suoi ascoltanti. Il dott. Burney afferma di avere avuto occasione di applaudire a' suoi talenti, ed alle sue vaste cognizioni in diversi rami dell'arte, allorchè il vide in Roma nel 1770. Egli possedeva una considerevolissima biblioteca di libri impressi e manoscritti. La sua collezione di opere pratiche era per la più parte composta delle composizioni del Palestrina. Egli mostrò al dot. Burney un Trattato di musica che era già sul termine di compire. Compose in oltre la musica di più opere, mottetti, e trio, quartetti, quintetti, ed altri pezzi pel violino. Morì egli in Roma circa 1786.
Mazzocchi (l'Abbate) fu verso il 1779 in Italia l'inventore di un nuovo strumento di musica, consistente in una cassa di due piedi di lunghezza, e la cui larghezza è in proporzione di quella de' campanelli che contiene, essendo in arbitrio dell'artista il dare alla cassa come a' campanelli qualsivoglia posizione. Il suono si tira da questi per mezzo di un arco da violino, di cui il crine è impiastrato o con pece, o con trementina, o con cera, o con sapone. In tal maniera si ottengono non che de' suoni così dolci come quelli che se ne traggono colle dita sull'armonica, ma si fa render suono eziandio da' campanelli, che non ne darebbero del tutto sotto le dita. L'abb. Mazzocchi si è provato in oltre di sostituire alle campane di vetro altre campane di metallo, ed anche di legno, e quest'ultime, per quanto si assicura, rendono de' suoni poco diversi da quelli del flauto. Questo strumento può sonarsi con uno o due archetti. Lo stromento di musica fatto in Italia dall'Abate Mazzocchi, dice M. Chladni, mi fè concepire l'idea di servirmi d'un arco di violino, per esaminare le vibrazioni de' differenti corpi sonori. (Prefac. a l'Acoustiq.)
Mazzocchi (Domenico), maestro della scuola romana sulla prima metà del sec. 17, fu il primo a far uso del semituono enarmonico, e dei segni di crescere, diminuire, del piano, del forte nell'esecuzione della sua musica d'onde passarono ben presto nella musica di chiesa. “Raffinandosi l'arte nel procedere degli anni, nel sec. 17 apparve un genere nuovo: come esemplare in tal genere io eleggo fra tutti Domenico Mazzocchi: il suo stile è limpidissimo, i pensieri sono espressivi molto, e ben distinti. L'armonia è gratissima, e il movimento di ciascuna voce tanto comodo e decente, che il più delicato orecchio de' moderni non vi trova cosa da riprendere, anzi dirò meglio, da desiderare in due bellissime di lui operette stampate in Roma, l'una delle quali ha per soggetto un tratto di Poesie italiane, e l'altra diverse Poesie latine di Urbano VIII. L'ultima è una parafrasi poetica del cantico de' tre fanciulli composta a sei voci, così bene stabilita nel principio suo, e condotta poi con tale avvedimento, che se io avessi a mostrare altrui, in che consiste l'unità del disegno in un lavoro musicale, e come le varie parti di esso a formare un tutto unico e indivisibile si riducono, non crederei di potere usare altro esempio alcuno più opportuno, e più utile di questo.” Sacchi lett. al Conte Riccati.
Mehul (Stef. Arrigo), membro dell'Istituto nazionale, e professore di composizione nel Conservatorio di musica in Parigi, nacque a Givet nel 1763; apprese il contrappunto da Hauser professore allemanno, assai valente contrappuntista. Essendo venuto in Parigi all'età di 16 anni, fu dopo due anni presentato a Gluck, che degnossi iniziarlo nella parte filosofica e poetica dell'arte musicale. Sotto la direzione d'un sì sublime genio cominciò egli a scrivere per teatro, e sino al 1811 più di trenta drammi e serii e buffi aveva egli composto, e fatto eseguire in più teatri di Parigi. L'energia e l'eleganza caratterizzano la musica di M. Mehul. Nel rapporto all'Istituto per il gran premio di seconda classe alla musica delle opere comiche, ecco il giudizio che vien dato di quella di questo compositore: “M. Mehul particolarmente vi si è distinto per alcune composizioni di un talento non men pieghevole che brillante. Stratonice ed Euphrosine si accostano al sublime della tragedia, Ariodant nel 1790 è d'un tuono cavalleresco, e Joseph nel 1807 di un carattere religioso; l'Irato nel 1801 è un'opera buffa che per alcun tempo fu creduta una produzione italiana. Une folie nel 1802 è una commedia, che richiama alla memoria il genere vivace di Gretry.” (Rapport et Discussions etc. a Paris 1810). Vi sono in oltre di Mehul sonate di forte piano, e sei sinfonie impresse ed eseguite con successo nel Conservatorio. Egli ha pubblicati i due rapporti, che ha letto all'Istituto, il primo Sur l'état futur de la musique en France, e 'l secondo Sur les travaux des élèves du Conservatoire, qui sont pensionnaires à l'Académie des Beaux-Arts, à Rome.
Mei (Girol.), nobile fiorentino e letterato a' suoi tempi non ispregevole; di cui si è parlato all'artic. di Gio. de' Bardi (T. 1, p. 82), nel 1602 diè alla luce in Venezia un libro col titolo di Discorso sopra la musica antica e moderna, in 4.º ed un altro più considerevole De modis musicis inedito finora (V. Notiz. letter. dell'Accad. Fiorent.). Questi libri “quantunque abbondino di errori (dice a ragione l'Arteaga), rispetto alla musica antica a motivo, che gli autori greci appartenenti a siffatte materie non erano tanto illustrati in allora quanto lo sono al presente; pure sono molto pregevoli per quella età.” (Tom. 1, p. 225)
Meibomio (Marco), filologo, a cui si dee l'eccellente edizione greco-latina de' sette antichi autori di musica con sue annotazioni in 2 vol. in 4.º Amsterdam 1652; un'Epistola in oltre de scriptoribus variis musicis (nelle lettere di Gudio) e nel 1694 Vitruvio in fol., ove nelle sue note applicossi principalmente a spiegare i passaggi di quest'autore, che hanno rapporto alla musica: finalmente Plutarchi dialogus de musicâ cum vers. lat. et gallicâ. M. Fayolle colla sua usata inesattezza aggiunge a' travagli di Meibomio, intorno all'antica musica, l'edizione di Tolomeo e di Briennio con la sua versione latina e note: ma ciò è falsissimo, dovendosi questa all'inglese geometra Wallis in supplemento alla collezione di costui de' sette greci scrittori di musica. Meibomio era uno de' letterati della corte di Cristina regina di Svezia, e fu obbligato a lasciarla per l'occasione di quell'avventura con Bourdelot da noi riferita al costui articolo tom. 1, p. 149. Egli morì in un'età molto avanzata a Amsterdam nel 1710. In quanto al merito delle sue fatiche su gli scrittori antichi di musica, noi rapporteremo il giudizio che ne reca il dotto critico Requeno, come di colui il quale più profondamente che ciascun altro ha disaminata siffatta materia. “Kirkero, egli dice, lasciò la rinnovazione dell'arte de' Greci al vanaglorioso suo rivale Meibomio, e questi in fatti ne assunse intrepidamente l'impegno: se non che desso cominciò bene, seguitò male, e terminò peggio l'impresa. La prima cosa, ch'egli fece, fu la raccolta de' greci scrittori di musica; la seconda la traduzione in latino de' medesimi; la terza le annotazioni per ischiarimento dell'antica melodia; terminate le quali, cantò un Te Deum in ringraziamento all'Altissimo per averlo illuminato a segno di poter notare la musica di quell'inno all'usanza de' Greci; e per istordire gl'ignoranti, acciò non lo capissero, lo premise alla sua opera. Se però siamo obbligati al Meibomio di averci data una raccolta benchè incompleta de' greci armonici, non possiam dire altrettanto relativamente alla sua traduzione, in cui non si accorse di esser stati gli originali di Aristosseno, da cui tradusse, viziati e confusi di modo, che parte del primo libro si trova nel secondo, parte del secondo e del terzo nel primo; onde sono i lettori obbligati a brancolar nelle tenebre. Nel giudizio de' greci armonici noteremo altre mancanze di osservazione di questo traduttore. Ov'egli però mi fa pietà, è nelle aggiuntevi annotazioni: tutte s'impiegano in correzioni grammaticali, in citazioni erudite, ma inutili all'intelligenza dell'autore interpretato, in riprensioni frequenti degli altri interpreti; cose tutte da dissimularsi a chi ricalcava le orme de' grammatici del seicento. Quello però, che non si può perdonare a Meibomio, e per cui egli meriterebbe un'acre riprensione, si è l'aver esso aggiunti, levati, cambiati gli originali in molti luoghi sotto pretesto di renderli intelligibili, e di corregere gli errori de' copisti: le note musiche de' Greci sparse quà e là ne' diversi autografi soffrirono un totale rovesciamento. Orgoglioso grammatico! Dopo d'essersi millantato d'avere il primo dilucidate le note del canto greco, stampa lo sproposito di non avere servito le due righe di note prescritte in ogni verso da tutti i greci armonici, che per i principianti, essendo l'una di esse a suo parere superflua. Del rimanente Meibomio niente arreca di lume a' greci scrittori per agevolarci la loro intelligenza. Meibomio certamente è autore di mediocre talento, d'una sufficiente e mal digerita erudizione, e d'una grande alterigia.” (Prefaz. a' Saggi). Puossene leggere la confutazione, che dottamente fa di lui il Requeno nel 2.º tomo pag. 165-180, 337-351.
Meissonnier (Antonio), nacque in Marsiglia nel 1783. I suoi parenti lo destinavano al commercio, ma amante dell'indipendenza preferì di seguire la carriera musicale. In età di 16 anni partì per l'Italia, e dopo aver percorso tutto questo paese, venne in Napoli, e presentossi al famoso Interlandi, che degnossi di dargli de' consigli sì per la lira, che per la composizione. Egli fece sentirsi ben tosto in Napoli nelle più distinte compagnie. Il nostro principe di Butera, che amava le belle arti, con ispezialità la musica, e proteggeva gli artisti, fecegli comporre un'opera buffa la Donna corretta, che eseguita nel suo palazzo in Napoli fu moltissimo applaudita. Lasciò egli non per tanto quella città, e si stabilì in Parigi, ove ha pubblicato Méthode de lyre, e molti Capricci, Divertimenti ed Ariette italiane, da lui composte per quest'istromento.
Melanippe di Cuma, abilissimo non solo nel maneggio del flauto, ma della lira eziandio. Pausania fa di lui menzione (in Phocid.) e loda una composizione cantabile di questo maestro da esso con le tibie pronunziata in lode di Opi. Secondo Ferecrate citato da Plutarco (Dialog. de Music.), egli aumentò le corde negli strumenti, accrescendo quelle della lira fino al numero di dodici, mentre era prima di due tetracordi. Tale novità dispiacque allora ai severi Greci. I seguenti versi che mette in bocca Ferecrate alla musica: Melanippide fu d'ogni mio male — Prima cagion; m'indebolì costui, — Dodici corde sopra me ponendo, due cose provano, come osserva il Requeno: 1. che Melanippe sia stato il primo, che inventasse il sistema de' tre tetracordi; 2. che li suonasse a mano, il che è lo stesso che avere rivolta la lira in cetra; non distinguendosi questa da quella, che nel numero delle corde e nel suonarsi senza plettro. Sono più molli i suoni delle corde suonate con la mano, di quello che sieno quelli delle corde ferite col plettro. Questa mollezza dispiacque dunque sul principio a' Greci, i quali, avendo destinata la musica alla virile educazione, temettero, non si snervassero gli animi de' giovani con la blanda cetra. Melanippe impiegossi in educare giovani nell'arte musica: Filosseno fu suo discepolo (Saggi t. 1). Egli fiorì presso a quattro secoli innanzi G. C.
Melone (Annibale), dotto contrappuntista in Bologna circa 1550; si è reso utile alla storia della musica con la sua opera: Desiderio di Allemano Benelli, che è l'anagramma del suo vero nome. Si credette prima che Bottrigari ne fosse l'autore, e tanto più di verisimiglianza acquistò allora quest'opinione, in quanto costui in cambio di contradirla, fecene anzi pubblicare sotto il suo nome una seconda edizione. Oltre la confutazione di un certo Patricio, quest'opera in forma dialogistica, tratta principalmente de' concerti di musica, che cominciavano ad essere allora in voga presso le persone del primo rango, con ispezialità a Venezia e a Ferrara. Si resta sorpreso nel leggervi il prodigioso numero di musici, che il duca di Ferrara aveva allora al suo servigio, come eziandio la quantità e varietà d'instromenti che facevasi sentire ne' suoi concerti. Nel progresso dell'opera, l'autore analizza, a proporzione de' lumi di quel secolo eruditamente, i principj dell'antica musica de' Greci e della moderna, riguardando questa come a quella preferibile, secondo il pregiudizio di coloro che comparar pretendono le cose note alle incognite.
Menestrier (Claudio Francesco), gesuita che allo studio degli antichi seppe unir con profitto i viaggi, ch'egli fece per l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, e le Fiandre: morì in Parigi nel 1705. Tra le sue opere distinguonsi: 1. des Représentations en musique anciennes et modernes, Paris 1681, in 12º; 2. Des ballets anciens et modernes, 1682, in 12º.
Mengoli (Pietro), professore di Meccanica nel collegio de' nobili in Bologna, uomo distinto per la sodezza di sua dottrina, nel 1670 pubblicò colà Speculazioni di musica, in 4.º: si trova alla fine una tavola delle passioni, cui pretende l'autore, che ciascun modo, o ciascun tuono della musica di chiesa possa calmare. “Vi sono ancora molte cose, che io non ho potuto capire, dice M. de Boisgelou; per esempio, allorchè egli parla de' tuoni di musica rossi, neri, verdi ec.” Nel t. 8 delle Transaz. Filosofiche si trova un assai lungo estratto di quest'opera.
Mengozzi (Bernardo), nato in Firenze nel 1758, cantante pieno di gusto e pregevole compositore, era costantemente applaudito accanto de' Viganoni, de' Rovedino, de' Mondini. Nelle opere di Paesiello e di Cimarosa egli metteva alcuni pezzi di musica da lui composti, che figuravano non meno che quelli di que' celebri autori: tra questi sono principalmente da rimarcarsi un terzetto dell'Italiana in Londra, e la deliziosa aria Se m'abbandoni. Dopo il 1792 stabilitosi in Parigi pose in musica cinque opere buffe, e due comico-serie in quella lingua. Scelto per maestro di canto in una delle classi del Conservatorio formò molti buoni allievi. L'arte il perdette assai presto, essendo colà morto nel 1800 di 42 anni.
Mercadier de Belesta è autore di un'opera che ha per titolo, Nouveau Système de musique théorique et pratique, in 8º, Paris 1776. Secondo M. Chladni l'autore vi ha esposto molti oggetti intorno alla teoria numerica dei suoni, meglio che molti altri, ed ha ottimamente confutato alcune false asserzioni del Tartini sul fenomeno del terzo suono (V. Acoustiq. p. 15-254).
Mersenne (Marino), religioso minimo, cui la mordacità del Voltaire con ingiusto scherno chiama il minimissimo tra' minimi, diessi allo studio delle matematiche e della filosofia, e non lasciò di render loro de' gran servigj, per il commercio che tenne sempre co' più distinti uomini del suo secolo, di cui ne divenne il centro: a questo fine viaggiato aveva in Italia, in Germania e ne' Paesi-Bassi; il suo carattere dolce, pulito ed obbligante gli conciliò da per tutto degl'illustri amici. Tra le scienze egli si attaccò specialmente alle matematiche ed alla musica, e pubblicò molte opere in tutto o in parte relative a quest'ultima, come 1. Quæstiones in Genesim, dove a lungo tratta della musica e degli stromenti degli Ebrei, 2. Harmonie universelle contenant la théorie et la pratique de la musique, Paris 1636, 2 vol. in fog. con figure, opera oggidì assai rara, secondo M. Fournier (Dictionn. de Bibliograph. 1809), 3. Harmonicorum Libri XII de sonorum naturâ, causis et effectibus, Paris 1648, in fol., quest'è in parte una traduzione dell'opera precedente, che contiene molti pezzi, che non trovansi nell'originale. L'A. vi tratta di tutte le parti teoriche dell'arte, giusta le idee che a suo tempo avevasene in Francia, e nella quale dà una meschina idea della sua propria istruzione, e dello stato dell'arte in quell'epoca nella Francia. Quest'opera ebbe quivi gran corso, che essa dovette alla singolarità piuttosto che al merito. 4. Les préludes de l'Harmonie universelle, è una rapsodia, ove più si tratta di Astrologia giudiziaria che di musica. 5. Cogitata physico-mathematica de Musicâ theoreticâ et practicâ, in 4.º 1644. Mersenne giunse a conoscere la coesistenza de' suoni acuti col suono fondamentale di una corda, ma non l'ha spiegata bene (V. Chladni, Acoust. p. 250). Egli aveva il talento di dir poco in molte parole, e non mostra gran giudizio ne' suoi scritti. Morì in Parigi nel 1648 d'anni 60, tornando dalla casa del suo intimo amico Descartes, ove aveva bevuta molt'acqua fredda per dissetarsi.
Merula (Cavalier Tarquinio), uno de' più profondi contrappuntisti del sec. 17, e 'l più grave compositore per la musica di chiesa, non lasciò tutta volta di scrivere delle bambocciate musiche, e fu anche in questo genere il primo. “Immaginò una fuga di ragazzi che recitano, senza saperlo ben a mente, e declinano il pronome qui quæ quod. Gl'imbrogli, le confusioni, le sconcordanze, e i scerpelloni, che pigliano que' poveri ignorantelli, e il pedagogo che li sgrida, formavano il soggetto di questo componimento, e facevano smascellare delle risa cantori, ed uditorio. L'esito felice di questa prima prova diè coraggio al Merula di comporne una consimile sul hic hæc et hoc, che non riuscì men saporita.” (Carpani lett. 7). Nelle sue opere stampate in 10 vol. in Venezia nel 1635 si trova un duetto intitolato sopra la ciacona, detto così per imitar forse il canto limitato e monotono de' ciechi, d'onde è derivato il nome di ciacona, in francese chaccone. La cantilena è sopra un basso ristretto di 5 battute, che continua sempre a ripetersi mentre quella va cambiando. Ghiribizzi di que' tempi senza gusto (V. Encycl. méthod. p. 222).
Metastasio (Abb. Pietro) nacque in Roma l'anno 1698, all'età di 10 anni ebbe la fortuna di tirare a se, cantando per le strade con grazia, e con espressione alcuni versi da lui composti, l'attenzione dell'ab. Gravina celebre giureconsulto e letterato di prima riga: costui lo adottò in suo figlio, e gli diè un'educazione degna de' suoi talenti, ma contro al suo gusto lo destinò al foro, e non fu se non dopo la di lui morte che con maggiore trasporto tornò egli alle Muse. Nel 1729, egli fu nominato poeta laureato dell'imperial corte di Carlo VI amatore intendentissimo di musica, e che sosteneva con magnificenza il suo teatro lirico. Metastasio fissò la sua dimora in Vienna dall'età di un poco più di 30 anni sino alla sua morte. Egli aveva studiato a fondo anche la musica: e contribuì moltissimo co' suoi consigli a formar de' grand'uomini per la composizione, e a dare un nuovo aspetto a quest'arte. Haydn, Jommelli, il Sassone e più altri confessarono di aver più profittato della conversazione di questo grand'uomo, che dello studio e delle lezioni de' loro maestri. La musica è assolutamente debitrice della massima perfezione, a cui è giunta in quest'ultimi tempi, ai drammi dell'immortal Metastasio. Egli, dice l' ab. Andres, “ha avuta la malizia poetica e musicale di schivare tutte le parole meno acconcie pel canto, di studiare una felice combinazione di sillabe per la soavità ed armonia de' tuoni, di variare adattamente i metri nelle arie, di applicare dappertutto quella cadenza, quei salti, quei riposi, quegli accenti, che più lirica e cantabile rendono la poesia. I suoi versi sono di una tale fluidità, sonorità ed armonia, che sembra non si posson leggere che cantando. La rapidità del recitativo dà maggiore forza alle cose che vi si dicono, e maggiore fuoco e calore all'azione, e serve insieme di grande ajuto e facilità per il canto. La sua penna sembra intinta nel latte di Venere. Il Dio d'Amore se volesse discendere a parlare cogli uomini, non si servirebbe, no, d'altra lingua, che di quella del suo vate l'immortale Metastasio.” Egli ha posti i compositori di musica in quello stato che richiede Orazio nel Poeta per comporre di gusto. “Se i tuoi occhi si riempion di lacrime, dice a' giovani compositori il Rousseau, se tu senti palpitare il tuo cuore, se l'espressione ti soffoca ne' tuoi trasporti, prendi Metastasio e fatica, il suo Genio accenderà il tuo, tu a suo esempio diverrai creatore.” (Dictionn. art. Génie). Metastasio manteneva un commercio di lettere con Farinelli, Hasse, Diodati, Martini e con Sav. Mattei, nelle quali trovansi delle riflessioni sulla maniera di disporre la musica de' suoi drammi, di prepararne gli affetti, sulla buona scuola del canto, sugli abusi e la maniera di evitarli, sulla musica degli antichi comparata con quella de' moderni, ed altri soggetti relativi all'arte, che possono leggersi con profitto da' poeti e da' musici (V. Opere Postume del Metastasio, 3 vol. in 8vo 1796). Vi sono in oltre di lui due Lettere o piuttosto Dissertazioni sulla musica dirette da Vienna a Loudun nel 1765 al Caval. de Chastellux. Tratta ancora dottissimamente dell'antica musica de' Greci nel suo Estratto della poetica di Aristotele (v. cap. 1-4-26). Metastasio finalmente è anche autore di musica pratica. Vi ha di lui impressa in Vienna la musica di alcune Canzoni, d'Arie sciolte, e coro con sinfonia, e manoscritta a due la cel. palinodia Grazie agl'inganni tuoi. In una sua lettera del 1750 alla principessa di Belmonte, parla egli stesso della musica da lui composta sopra la partenza di Nice. “Sa già V. E. ch'io non so scriver cosa, che abbia ad esser cantata senza (o bene o male) immaginarne la musica. Questa che le trasmetto è musica per verità semplicissima, ma pure quando si voglia cantare con quella tenera espressione, ch'io ci suppongo, vi si troverà tutto quello, che bisogna per secondar le parole.” Malgrado le sue frequenti malattie egli giunse agli anni 84 di età, e morì in Vienna li dì 12 aprile del 1782. Tra' suoi biografi il migliore per lo stile, per l'esattezza delle notizie e per le riflessioni saggie sulla poesia e la musica con cui le accompagna, vien riputato Giov. Adamo Hiller, direttore e professore di musica in Lipsia, dove pubblicò questa vita nel 1786.
Meude-Monpas, letterato ed amatore di musica in Parigi, fece quivi imprimere verso il 1786, sei concerti pel violino a 9, da lui composti. Egli avrebbe dovuto non passar oltre, ma pensò di pubblicare ancora un'opera didattica col titolo di Dictionnaire de musique, piena da capo a fondo di errori, per cui meritò giustamente una severa critica di M. Framery nel num. 26 del Mercurio del 1788. Costui lo accusa, non ostante che si dica egli stesso partigiano della bella semplicità, di molte incoerenze, di espressioni ricercate, strane e fantastiche, oltre a più trivialità e difetti di lingua.
Meusel (Giov. Giorgio), dottore di filosofia, e professore di storia a Erlang, pubblicò un'opera in 8vo col titolo: Teutsches ec., ossia Dizionario degli Artisti allemanni, o Catalogo di tutti gl'Artisti viventi: la seconda edizione accresciuta è del 1787. In essa trovansi molte interessanti memorie su i principali musici della Germania. In un'altra sua opera intitolata Miscellanee per rapporto alle Arti, dal 1779 sino al 1786, si trovano delle biografie di molti musici, come ancora nel suo Museo per gli artisti ed amatori delle arti, a Manheim 1787.
Mezieres (M. de), è l'autore di un'opera col titolo: Effets de l'air sur le corps humain, considérés dans le son, ou de la nature du chant, 1760 in 12º. Questo libro non risponde in nulla al suo titolo, e non contiene che delle viste superficiali e false. (V. Journal des Savans).
Michaelis, dotto musico a Osnabruck, di cui nella gazzetta filarmonica di Lipsia 1805, n. 8 si trova l'eccellente trattato: Über frühe, ec. cioè Sulla prima formazione in musica, che vien molto commendato dal d.^{r} Lichtenthal (pag. 66).
Midia era maestro di musica in Atene quattro secoli innanzi G. C. Di lui ci narra il famoso oratore Demostene, che essendo egli incaricato dalla sua tribù di mandare a' giuochi pubblici, coll'occasione d'un premio proposto, i giovani più abili nel canto, scelto aveva Midia per perfezionarli nell'armonia. Era però costui un occulto nemico di Demostene, senza che questi, non ostante la sua penetrazione, se ne fosse mai accorto: egli invece di disporre i giovani pel concorso, e così aspirare al premio, trascurava la loro educazione per fare scomparire il suo rivale, e fargli incorrere la indegnazione della tribù. Ma avvertito Demostene del pravo suo animo, cacciò Midia da quella scuola, e sostituì a lui il bravo Telefano, come diremo nel suo articolo.
Milizia (Francesco) diè per la prima volta al pubblico nel 1771, in Roma il suo Trattato completo, formale, e materiale del teatro i di cui esemplari furono tutti ritirati per ordine del maestro del Sacro Palazzo, e passati in potere del Sig. Odescalchi, mecenate del libro a condizione di non fargli vedere più luce. L'autore dopo avervi corretto varj passi, e fattevi alcune aggiunte lo pubblicò in Venezia nel 1794, in 4.º. Egli impiega quattro ben lunghi capitoli sulla Musica dal quinto sino all'ottavo del suo libro. Fa dapprima la storia dell'opera in musica rinnovata in Italia sul cominciare del sec. 17. Tratta quindi dell'argomento di dramma in musica, e non trascura di fare il dovuto elogio al gran Metastasio, i di cui drammi, egli dice, sono le vere regole dello stile lirico, e che egli sarebbe in tutto un legislatore perfetto, se vi avesse sparso meno amore, e se avesse goduto più di libertà in condurre e snodare i soggetti tragici. Il cap. 7 tratta della musica, della sua origine, dell'influenza che ella ha grandissima sul fisico e sul morale dell'uomo: della sua essenza. Dopo queste preliminari nozioni della musica in generale, ne considera l'applicazione alle varie parti del Dramma: e nel cap. 8 tratta finalmente degli Attori. Noi rapporteremo alcune riflessioni dell'A. sullo stato dell'attuale dicadimento della musica teatrale. “Dacchè la nostra musica, egli dice, ha scosso il giogo della poesia, non è più imitativa, nulla più esprime, e niun effetto più produce. È divenuta una raccolta di pensieri, eccellenti bensì, ma senza connessione, senza significato, e senza convenienza, appunto come gli arabeschi vaticani di Raffaello tanto pregiati e tanto irregolari. La musica la meglio calcolata in tutti i suoi tuoni, la più geometrica ne' suoi accordi, se non ha alcuna significazione, sarà come un prisma, che presenta i più bei colori, e non fa quadro: divertirà l'orecchie, ed annojerà sicuramente lo spirito... Bisogna o che il Poeta sia Compositore o che il Compositore sia Poeta; e non riunendosi insieme questi due rari talenti abbia almeno il Compositore la docile discretezza d'intendersela col Poeta, e di persuadersi una volta per sempre, che la musica è un'espressione più forte, più viva, più calda de' concetti e degli affetti dell'animo espressi dalla Poesia..... Un altro gran male dell'odierna musica italiana è nel troppo. Questo troppo ha cagionato ornati, ritagli, tritumi, bizzarrie, che hanno fatto perdere di vista l'oggetto principale della musica, il quale consiste in esprimere nella maniera più naturale e più semplice i sentimenti della poesia, affinchè ne sia il cuore più vivamente toccato. La bella semplicità può sola imitare la natura... L'altro malanno è quello d'una novità continua. Quella musica che piaceva venti anni addietro, ora più non si soffre. Fosse anche Apollo il compositore d'un'Opera, fatta ch'ella è una volta in un teatro, Dio vi guardi che vi ritorni la seconda nemmeno in capo a trent'anni. Questo è uno de' più grandi motivi, per cui essa musica è divenuta come una moda passeggiera, piena di arzigogoli, e di capricci; e viene tacciata, che sia caduta oggidì, come l'architettura nel Borrominesco, cioè che per desiderio di sorprendere colla novità abbia smarrito il dritto sentiero d'imitare la bella natura, per piacere e giovare.” L'ultima che rapporteremo delle riflessioni di questo scrittore filosofo è sulla bizzarria nuovamente introdotta di sostituire al recitativo musicale (invenzione che fece tanto onore a' nostri antichi musici) la declamazione parlante. “Eseguire il recitativo, dice il N. A., nella maniera consueta (cioè cantando e trillando), è un sonnifero; parlarlo semplicemente, no, un'Opera ora parlata, ora cantata, farebbe una discrepanza come tra gelo e fiamma.” Sarebbe desiderabile che i Compositori ed il pubblico per correggersi de' moderni sviamenti e rientrare nel buon cammino, seguissero i saggi consigli, e le vedute veramente filosofiche di questo autore.
Millico (Giuseppe), nato in Milano verso il 1739 è stato riguardato come uno de' migliori cantanti da teatro sulla fine del p. p. secolo per la sua maniera nobile insieme e piena di espressione e di sensibilità. A siffatte qualità dovette egli l'onore di essere scelto da Gluck, allorchè era in Vienna nel 1772, per insegnare alla sua nipote l'arte del canto, e sotto la di lui direzione divenne ella in pochissimo tempo oggetto dell'ammirazione di tutta la città. Da Vienna Millico fu a cantare in Londra nel 1774, e tornò alla sua patria come musico di camera del nostro sovrano Ferdinando III, nel 1780. Si dice che riunendo i suoi straordinari talenti all'astuzia e all'ambizione di cortigiano, egli perseguitava Marchesi e gli altri virtuosi esteri, che trascuravano di andare in cerca della sua protezione. Egli viveva ancora sino al 1790.
Millin (Albino-Luigi), membro dell'Istituto nazionale, e noto abbastanza per un gran numero di opere sulle arti e l'antichità. Egli sin dal 1795, ha la cura di compilare una collezione periodica assai preziosa per la storia delle scienze e delle lettere, intitolata le Magasin Encyclopédique, dove molti interessanti opuscoli si trovano relativi alla musica, e di M. Millin e d'altri autori (V. i num. di maggio e di agosto 1810). Egli è anche autore di un Dictionnaire des Beaux-Arts, in 3 vol. in 8vo 1806: ove si trovano molti articoli assai pregevoli sulla musica e sugli stromenti, che per lo più sono tradotti dalla teoria generale delle belle arti di Sulzer.
Minermo musico-poeta greco, di cui Ateneo (lib. 13) parla con somma lode. Inventò egli nelle tibie le diesis quadruntali per cantare il molle pentametro, dulces, reperit sonos, et mollis pentametri cantum. Properzio nella 9ª elegia del 1.º lib. lo fa superiore ad Omero ne' versi amatori. Da questo poeta e da Orazio si conchiude, che le composizioni di Minermo duravano ancora nel secolo di Augusto con gran credito; e Camaleone presso Ateneo (lib. 14) afferma, che i Greci eran soliti a cantare i versi di Minermo non men che quelli di Omero, di Esiodo, di Archiloco, e di Focilide. In un suo Poema egli introdusse il primo le nove muse celesti anteriori a Giove: invenzione, di cui Pausania (Beot.) fece gran conto, e di cui tanto parlarono i grammatici del cinque cento. Frequentando Minermo, benchè già vecchio, le allegre adunanze, e' conviti de' grandi, abbandonò la severità del costume propria allora sempre de' musici; e nella più inoltrata età fu colpito dall'amore della cantatrice Nano. Il povero vecchio sentendosi ringiovenire, acceso d'insolito fuoco ravvivò l'ardore pel canto, e compose e notò in vaga musica canzoni piene di quelle delicatezze, di cui abbondano i feriti cuori. Ma divenuto l'oggetto de' scherzi di spiritosi giovani disingannossi della sua sognata felicità, e diessi a comporre della musica sopra più serj soggetti; così Stobeo cita di lui un'egloga, il di cui argomento era non doversi in modo alcuno collocar negli amori la felicità dell'uomo; trovandosi nelle vicende di questa passione più tormento che piacere. Secondo Laerzio (in vitâ Solon.) fu egli contemporaneo di Solone, visse cioè sei secoli innanzi l'era comune (V. Requeno tom. 1).
Mingotti (Regina) nacque in Napoli circa 1726, da un padre uffiziale al servigio dell'Austria, che bambina di pochi mesi seco la condusse a Gratz nella Silesia; alla di lui morte un suo zio la mise in un Convento di Orsoline, dove apprese la musica: a 14 anni di sua età ella tornò in casa di sua madre, e la sua bella voce e la grand'arte con cui la regolava, fecele al mondo la più brillante fortuna. Sposò pochi anni dopo il Sig. Mingotti veneziano, impresario del teatro a Dresda: Porpora, che era allora al servizio del re, la produsse come una giovane delle più belle speranze, e per la sua raccomandazione le si offrì di cantare in quel teatro insieme con la cel. Faustina moglie del Sassone. Gli applausi e la riputazione, che quivi acquistossi pe' suoi talenti, la resero celebre anche fuori, e al di là delle Alpi. Essa fu invitata in Napoli a cantare sul gran teatro di S. Carlo nel 1750, e passando per Vienna ottenne dal Metastasio una commendatizia alla Principessa di Belmonte: egli la chiama nella sua lettera, uno dei più distinti ornamenti della schiera canora di Dresda. Ella si era applicata con tanto zelo allo studio della lingua italiana, che allorquando cantò per la prima volta la parte di Aristea nell'Olimpiade del Galuppi, sorprese gl'Italiani sì per la purezza della pronunzia, come per il suo canto melodioso, e la sua maniera espressiva e naturale. I teatri di tutte le grandi città della Germania, della Francia, dell'Inghilterra e dell'Italia risuonarono degli applausi dovuti alla sua arte. Nel 1763 ella ritirossi a Monaco nella Baviera, dove godeva della stima generale della corte e della città. Burney la sentì colà nel 1772, ella conservava ancora tutta la bellezza della sua voce, e ragionava sulla musica con molta profondità e giudizio: cantò dinanzi a lui per quattro ore intiere, accompagnandosi ella medesima sul forte piano. La sua conversazione era gaja e piacevole, parlava il tedesco, il francese e l'italiano con tanta perfezione, che riusciva difficile il distinguere qual fosse il suo patrio idioma. Nella galleria di Dresda vedesi il di lei ritratto dipinto da Rosalba a pastello ad essa rassomigliante mentr'era giovane (V. Burney's Travels, tom. II, p 111).
Minoja (Ambrogio), uno de' più celebri maestri d'Italia d'oggi giorno, e membro onorario del conservatorio di Milano, nacque a Lodi nel 1752. All'età di 14 anni cominciò per suo diporto a coltivare la musica, e la professò meno per necessità che per gusto. Fece il suo corso di studj in Napoli sotto la direzione di Sala; e tornato alla sua patria, fu il successore del cel. Lampugnani, come primo maestro di cembalo al teatro della Scala in Milano. Egli compose allora alcuni pezzi di musica strumentale, sei quartetti col titolo di Divertimenti della Campagna, e due opere serie, una pel teatro di Argentina in Roma, mentre colà soggiornava, e l'altra per quello della Scala, in Milano, ove al suo ritorno fu scelto maestro di cappella dei Padri della Scala, e diessi interamente alla musica di chiesa. Poco tempo dopo, l'armate francesi occupato avendo l'Italia, riportò egli il premio d'una medaglia d'oro del valore di 100 Zecchini, per una marcia e una sinfonia funebre in onore del gen. Hoche; scrisse ancora due messe di Requiem che si conservano negli archivj del governo: un Veni creator e un Te Deum, che fu eseguito nella cattedrale di Milano da un'orchestra di 250 musici. Egli ha fatta la musica di molti Salmi a più voci, con accompagnamento di pochi stromenti, in cui la scienza nulla pregiudica all'espressione ed al gusto. Minoja in oltre è autore di alcune Lettere sul canto, Milano 1813. L'opera è divisa in tre parti. Tratta la prima dello scopo del canto, quale, secondo lui, consiste in commovere, ed istruire gli uditori per mezzo dell'espressione. Nella seconda s'occupa egli del gusto che ha regnato nella musica vocale ad epoche differenti del secolo passato. Nella terza finalmente i principali ed i più proprj mezzi vengono esposti, atti a formare il canto, come l'intuonazione, il solfeggio, le grazie, la pronunziazione, e la qualità del tuono (V. Giorn. Italico, Londra dicembre 1813).
Mirabeau (Gabr. Riquetti, conte de). A questo grand'oratore vien'attribuito un opuscolo di 95 pagine relativo alla musica: Le Lecteur y mettra le titre, Londra 1777, in 8vo (Veggasi Dictionaire des anonymes de M. Barbier, t. num. 34, 27). Questo scritto è pieno di eccellenti viste sulla musica stromentale, e contiene l'analisi ragionata di una gran sinfonia di Raimondi col programma di Avventure di Telemaco eseguita in Amsterdam li 15 gennaro del 1777.
Mirabella (Vincenzo), nobile siracusano, dell'Accademie di Roma e di Napoli, assai dotto nelle belle lettere e nella musica, morì in Modica nel 1624. Molti de' suoi scritti sulla musica trovansi impressi in Palermo nel 1603; come nel 1606, il primo libro de' suoi madrigali.
Misliwechek (Giuseppe), detto il Boemo in Italia, era nato in un villaggio vicino a Praga, ove secondo l'uso delle scuole di campagna nella Boemia ebbe le prime lezioni di musica. Questa prima istruzione svegliò i suoi talenti e 'l suo amore per la medesima, cosichè immediatamente dopo la morte di suo padre portossi in Praga, per prendervi le lezioni del cel. Segert, che quivi allora dimorava. Egli si applicò a questo studio con tanto zelo e successo, che poco dopo compose sei sinfonie che furono generalmente applaudite. Animato da questo primo buon incontro, nel 1763 partì per Venezia, e vi studiò il contrappunto sotto il maestro Pescetti: quindi si rese a Parma, ove scrisse la sua prima opera, che piacque talmente che fu chiamato in Napoli. Il Bellerofonte, ch'egli vi scrisse per il giorno natalizio del re Ferdinando, lo rese così celebre, che per un intero decennio compose nove opere per quel teatro; tra le quali si distingue l'Olimpiade da lui scritta nel 1778, principalmente per l'aria Se cerca, se dice, che vien riguardata universalmente come un capo d'opera. A Venezia, a Pavia, a Monaco ebbe del pari una favorevole accoglienza. Ma la fortuna cominciò a voltargli le spalle nel 1780, allorchè diede in Milano la sua Armida che spiacque al segno, che dovette cambiarsi la musica sin dalla prima rappresentazione, nè altro si ritenne della sua che un'aria di bravura cantata dal Marchesini. Andò quindi in Roma, ed incontrò anche peggio nell'opera che vi scrisse: egli morì quivi nell'estrema miseria a' dì 4 febrajo del 1782 di 45 anni. In Italia aveva scritto oltre a 30 opere, molti oratorj, sinfonie e concerti. Dodici delle sue overture sono state impresse in Germania. Nelle biografie degli uomini celebri della Boemia e della Moravia si trova il suo ritratto.
Mitzler de Kolof (Lor. Cristiano), fece i suoi studj nel ginnasio di Anspach, e sin da fanciullo apprese i principj della musica e 'l canto sotto Ehrman. Dopo il 1734 consacrossi alle scienze nell'università di Lipsia, e due anni dopo vi diè un corso pubblico di matematiche, di filosofia, e di musica. La lettura degli scritti di Mattheson, l'assidua sua frequenza al concerto musicale di Lipsia, ma soprattutto la conversazione del gran Bach, formato avendo il suo gusto, egli volle innalzar la sua arte alla dignità d'una scienza mattematica. Nel 1734, pubblicò a tal disegno la sua dissertazione Quod musica scientia sit. Nel 1738, co' soccorsi del conte Lucchesini, e del maestro di cappella Bümler, stabilì una società corrispondente di scienze musicali, di cui fu nominato secretario: tutte le memorie dovevano indirizzarsi a lui. Il catalogo de' membri di questa società, e i di lei statuti trovansi nella Biblioteca di musica. Il primario scopo della sua biblioteca era la teoria musicale. Nel 1740, egli avventurò alcuni saggi d'odi da lui composte, la di cui mediocrità mosse le risa di tutti. In uno scritto di quel tempo per via di smodati encomj si misero in ischerno le sue composizioni musico-matematiche, ed egli ebbe tuttavia la debolezza di crederli sinceri, e di rispondere a quelle finte lodi con ringraziamenti nella sua Biblioteca. Finì costui i suoi giorni in Varsavia col titolo di matematico della corte di Polonia, nel 1778. Le sue opere di teoria musicale sono: Dissertatio quod musica scientia sit, et pars eruditionis philosophicæ, Lipsiæ 1734 in 4º. Biblioteca di musica, in tedesco, o notizie esatte ed analisi imparziali di libri e scritti sulla musica, 3. vol., in 4º 1738-1754. Gli elementi del basso continuo, trattati secondo il metodo matematico, e spiegati per mezzo di una macchina, inventata a tale effetto, Lipsia 1739 in 8vo. Lo speculatore in musica, che scuopre amichevolmente i difetti de' musici ec. Questa specie di Giornale comparve nel 1748, in 8vo. Alla fine del medesimo aggiunse egli la traduzione dall'Italiano dell'Avviso a' compositori ed ai cantanti di Riva, residente del duca di Modena in Londra. E la Traduzione dal latino del Gradus ad parnassum di Fux, con note, Lipsia 1742, in 4º.
Mojon (Giuseppe), dottore in medicina, membro dell'Istituto nazionale ligure, e professore di chimica nell'università di Genova; delle molte opere ch'egli ha dato alla luce non faremo menzione che di quella, cui diè il titolo di Memoria sull'utilità della musica, sì nello stato di salute, come in quello di malattia, Genova 1802. Il D. Muggetti, medico-chirurgo di Pavia, e membro corrispondente della società medica d'emulazione, e della galvanica di Parigi, ne ha pubblicata una traduzione francese, Parigi 1803, in 8vo con alcune sue annotazioni. Nella sua prefazione egli dice di avere intrapresa l'intera traduzione di quella Memoria, non essendo, suscettibile di estratto, a motivo dell'estrema sua concisione, che non permette di toglierne una sola parola; Io desidero che la mia fatica, le osservazioni e riflessioni dell'autore render possano più comune l'impiego della musica a preferenza delle droghe, a cui spesso ripugna la natura, e che il più delle volte ancora sono di notabil danno in certe malattie nervose, e soprattutto nell'ipocondria e in diverse altre specie di delirio; se questa massima fosse stata ben ponderata da' medici, il filosofo di Ginevra non avrebbe contro di loro avanzato quel sarcasmo, dicendo: Io non sò di quai mali ci guariscono; anzichè ce ne regalano dei più funesti ancora, la pusillanimità, la lassezza, la credulità, il terror della morte; se guariscono il corpo, essi uccidono il coraggio.
Molineux (d.^{r} Tommaso), inglese, di cui vi ha nelle Transazioni filosofiche del 1702, num. 283, a Letter etc., cioè Lettera al Rev. Saint-George, Vescovo di Clogher in Irlanda, sopra alcuni dubbj intorno l'antica lira de' Greci e de' Romani, colla spiegazione d'un passo oscuro di un'ode di Orazio.
Momigny (Girol. Gius. de), nato a Philippeville nel 1776, apprese sin da fanciullo la musica, e i suoi progressi furono sì rapidi che di nove anni egli improvvisava. Non lasciò frattanto di applicarsi alle scienze, e venne a stabilirsi in Parigi nel 1800, dove compose la musica di due opere, di alcune cantate, quartetti, sonate per forte-piano ec. La sua opera principale è Cours complet d'harmonie, et de composition, in 3 vol. in 8vo. Il suo corso è una nuova e compita teoria della musica, fondata in parte sul sistema di Ballière, sviluppato da Jamard, e sopra alcune vedute dell'ab. Feytou, come può vedersi all'artic. Cromatique (t. 1 de la musique dans l'Encyclop. méthod.). Le altre scoperte sparse in quel corso appartengono interamente a M. de Momigny. Sono esse diametralmente opposte alle idee ricevute, benchè non sian meno ingegnose, sovra tutto ne' capitoli sulla misura e il ritmo. Nel 1802 egli avea pubblicato il primo anno delle sue lezioni di forte-piano, che ha avuto buon incontro.
Monopoli (Giacomo), il cui vero nome di famiglia era Insanguine, veniva detto Monopoli, perchè nato in questa città nel regno di Napoli. La sua musica per teatro ebbe al suo tempo gran successo; egli scrisse la musica di Calipso nel 1782 e quella del salmo 71, in versi lirici di Sav. Mattei nel 1775. Rammentiamo solo quest'ultime sue composizioni per dare a conoscere l'epoca in cui egli fioriva, non avendo intorno a lui altre memorie.
Monsigny (Pier-Alessandro), a cui i francesi attribuiscono la rivoluzione musicale del loro teatro, avvicinando vieppiù la loro musica a quella degl'italiani; per il che gli danno il nome di Sacchini della Francia. Tutta la sua musica, essi dicono, è d'istinto, tutti i suoi canti tuttora si ritengono, e vien riconosciuto generalmente da tutti, che egli ha portato al supremo grado il patetico e 'l canto di espressione. In un Rapporto della Classe delle Belle-arti del 1810, Monsigny viene annoverato tra' gran maestri, che hanno dato al teatro delle eccellenti opere in tutti i generi (pag. 55). “La sensibilità di questo compositore (scriveva nel 1811, M. Fayolle), bisogna che sia stata molto viva, perchè conservato ne abbia così gran dose all'età di 82 anni. Non ha guari, spiegandoci egli la maniera con la quale aveva voluto dipingere nel suo dramma le Déserteur, la situazione d'Aloisa, allorchè riviene gradatamente dal suo deliquio, e che le sue parole singhiozzanti sono interrotte d'alcuni pezzi strumentali; egli proruppe in un largo pianto, e cadde egli stesso nello sfinimento che dipingeva della più espressiva maniera.”
Monteclair (Michele), imparò la musica e 'l gusto per quest'arte sotto Moreau, ottimo maestro di cappella in quel tempo, e l'esercitò in Parigi con buon successo, ove morì nel 1737. Tra le altre sue composizioni vi ha il Gefte, che fu il primo Oratorio che si sia fatto sul teatro di Parigi nel 1732. Vi ha in oltre di lui Méthode pour apprendre la musique in 8º, che vien tenuto in qualche pregio.
Monteverde (Claudio), da Cremona, fu uno de' più gran musici del suo tempo, e uno dei fondatori della scuola di Lombardia. Egli studiò la composizione sotto M. Antonio Ingegneri, maestro di cappella del duca di Mantova, nella di cui corte si era acquistato già molta stima come violinista. Mal contento delle regole e della pratica de' suoi predecessori, avventurò de' nuovi metodi; osò il primo di usare la quinta diminuita, come consonanza: introdusse le dissonanze doppie con preparazione, e provossi di praticare in nuove maniere le dissonanze di passaggio. Benchè si sia egli ingannato in alcuni punti, come chiaramente glie lo provò Artusi, può dirsi tuttavia certamente, che di tutti i maestri egli è il primo a cui la tonalità e la moderna armonia abbiano le maggiori obbligazioni. “Egli è indubitato, dice il Carpani, che le dissonanze sono come il chiaro-scuro nella pittura. Col mezzo dell'opposizione e del confronto danno esse più risalto ed effetto all'accordo vero, ne accrescono il desiderio, e svegliano così l'attenzione, operando a guisa degli stimolanti che si danno agli obesi e sonnacchiosi. Quel momento d'inquietudine che producono in noi, si trasforma in piacere vivissimo allorchè sentiamo poi l'accordo, quale l'orecchio nostro non cessava di travederlo e desiderarlo. Non è a dire perciò quanto vantaggio recassero alla musica, coll'introdurvi le dissonanze, lo Scarlatti, e molto prima di lui il Monteverde, scopritor primo di questa miniera di bellezze” (let. 3). Monteverde discolpossi intanto delle critiche, che se gli erano fatte, e rispose con alcune lettere stampate in fronte alle sue opere. Le bellezze della sua musica attirarono in suo favore il pubblico, e la più parte degli amatori. I suoi pretesi errori modificati cominciarono ad operare la gran rivoluzione musicale in Italia, e furono generalmente adottati. L'arte alleviata e disciolta da una quantità di severe regole, e dal giogo della pedanteria, fece de' nuovi progressi, ed aprì nuova via a tanti uomini celebri, che son venuti di poi. In ricompensa de' suoi talenti e degli importanti servigj resi all'arte, Monteverde divenne maestro di cappella di S. Marco in Venezia, posto occupato mai sempre da' più grandi uomini. Egli quivi morì in età molto avanzata nel 1651. Le sue composizioni per teatro e per chiesa, parte impresse in Venezia e parte manoscritte, si conservano ancora in diverse biblioteche.
Montù (M.), piemontese, dottissimo nella meccanica e nella teoria della musica, morto immaturamente in Parigi nello scorso anno 1814. Egli è autore di un'opera intitolata Numerazione armonica per ispiegare le leggi dell'armonia: ed è inventore inoltre di due instromenti di musica, detto l'uno Sfera-armonica, e Sonometro l'altro. Può leggersene la descrizione nel libro intitolato Archives des découvertes etc. Paris 1809, al num. 14. “Questi due instromenti, ivi si dice, sono stati inventati da M. Montù, per dare una dimostrazione matematica de' principj dell'armonia, ignoti o combattuti sinora. Quest'instromenti e i loro accessorj sono d'una perfezione preziosa e rara. I Sig. Prony, Charles, Gossec e Martini, ne hanno fatto un rapporto al ministro, in cui dichiarano che i suddetti stromenti possono utilmente servire a far delle sperienze interessanti sulle proporzioni musicali, relative ai sistemi degli antichi, non che a quei de' moderni. Il governo li ha comprati, e li ha fatti deporre nel Conservatorio di musica.” (pag. 372). Le invenzioni di Montù formano la maraviglia de' Francesi, e l'orgoglio dell'Italia.
Montucla (Giov. Franc. de), membro della R. Accademia delle scienze di Berlino, pubblicò nel 1758 in Parigi un'opera in 2 vol. in 4º, intitolata: Histoire des mathématiques, nella quale dalla pag. 122-136, si trova in ristretto la Storia della musica greca. Egli dà un'esposizione assai superficiale e molto imperfetta del sistema acustico de' Greci, comechè avesse dovuto farne l'oggetto essenziale del suo argomento. Poteva dispensarsi piuttosto dal trattarvi la questione della tonalità della greca musica, non avendo un rapporto necessario al suo oggetto. Montucla morì a Versailles nel 1799; egli aveva preparata una seconda edizione della sua Storia con molte addizioni, ch'è stata pubblicata e compiuta dall'astronomo Lalande, a cui erano stati rimessi i manoscritti del Montucla, in 4 vol. in 4º.
Montvallon (M. de), nel 1742, pubblicò un'opera intitolata: Nouveau Système de musique sur les intervalles des tons, et sur les proportions des accords, ou l'on examine les systèmes proposés par divers auteurs. Non possiamo darne saggio, non conoscendola.
Monza (Caval. Carlo), maestro di cappella in Milano sua patria, ove godette della riputazione di uno de' migliori compositori per teatro e per chiesa. Nel 1766, compose il Temistocle per quel gran teatro della Scala: e nel 1777, per quel di Venezia Mitteti e Cajo Mario, che incontrarono assaissimo: alcune arie di questi drammi furono impresse in Germania, ed in Londra nel 1783, la sua terza opera consiste in six sonatas for the harpsichord, or piano-forte with a violon. Il d.^{r} Burney scrive di aver sentita una sua messa in S. Maria secreta di Milano, ch'egli approvò come bella e piena di genio.
Mooser (Luigi), di Friburgo nella Svizzera, giovane artista costruttore di organi e piano-forte, ha portato la sua arte al più alto grado della perfezione. La pienezza, la forza e nel tempo stesso la dolcezza e morbidezza de' suoni distinguono sommamente i suoi piano-forte a coda. L'organo ch'egli ha fatto per il nuovo Tempio di Berna è un capo d'opera: bisogna sentirlo per farsene un'idea, ed esaminarlo di presenza per apprezzarne il merito. L'ultima e migliore sua opera è un forte-piano organizzato, che gli amatori si danno premura di andar a vedere in sua casa, e ch'egli chiama orchester-instrument, stromento di orchestra. Puossene vedere la descrizione in un libretto in 12º che ha per titolo: Etrennes Fribourgeoises pour l'année 1810.
Morellet (l'abb. Andrea), di Lione, pubblicò uno scritto, cui diè per titolo: De l'expression en musique, pieno d'ingegnose idee sulle belle arti in generale, ed in particolare sulla musica. Si trova negli Archives littéraires, tom. 6, e nel Mercurio di novembre 1771.
Moret de Lescer, maestro di musica francese a Liegi, nel 1768, pubblicò in un vol. in 4.º Science de la musique vocale. Nel 1775 comparve al pubblico un prospetto di un'altra sua opera, ch'egli aveva già terminata in 13 vol. in 8vo, ciascuno di 400 pagine, col titolo di Dictionnaire raisonné, ou histoire générale de la musique et de la lutherie, con diversi rami, ed un piccolo dizionario di tutti i gran maestri di musica ed artisti che si sono resi celebri per il loro genio, ed i loro talenti (V. l'Esprit des Journaux, septembre 1775).
Morigi (Angelo) da Rimini, degno allievo del Tartini e primo violino del teatro di Parma, ove morì nel 1790. Il cel. maestro Bonifacio Asioli si reca a gloria di essere stato suo discepolo. Morigi è autore di più opere di sonate e concerti di violino, che sono state impresse; la terza di queste comparve in Amsterdam nel 1752, composta di sei concerti.
Mortellari (Michele), nato in Palermo nel 1750, fu allievo nel Conservatorio de' figliuoli dispersi del Muratori, ove diè a divedere di buon'ora la vivacità del suo talento, e la felicità nel comporre. Assai giovane portossi in Napoli, ed ebbe alcune lezioni del cel. Piccini. Scrisse quindi la musica di più opere in Roma, a Milano, in Modena e a Venezia, che ebbe felicissimo incontro. Il d.^{r} Burney parla di una Armida di Mortellari, da lui sentita nel 1786, nella quale egli loda, come in tutte le altre composizioni di questo maestro, l'eleganza unita all'energia delle idee musicali (Travels etc.) Il costui figlio, anche buon maestro di musica, si è stabilito in Londra, ove secondo il D.^{r} Pananti è molto stimato. “Mortellari, egli dice, è giovane professore pieno di talento e di gusto, e scrive con molta grazia.” V. il Poeta di teatro, t. 2, a Londra 1809 nelle note, p. 295.
Mosca (Luigi). Napoletano, si è acquistato in Italia la riputazione di un valente compositore, per le opere buffe specialmente ch'egli vi ha scritto, come il Sedicente filosofo, farsa; Chi si contenta gode; Chi troppo vuol veder diventa cieco; La sposa a sorte; Velafico e limella, drammi burleschi che si trovano presso il Ricordi in Milano. Nel 1805 venne egli in Palermo, dove scrisse la musica del Gioas, oratorio per il R. teatro di S. Cecilia, che ebbe qualche successo, ed una messa a piena orchestra per la solenne professione d'una figlia dell'Ecc. Sig. Duca Lucchesi-Palli. Giuseppe Mosca, fratello di Luigi, è ancora un buon maestro di musica stabilito in Parigi, ove ha scritto per quel teatro, detto dell'Opera Buffa, la Ginevra di Scozia nel 1805, e la vendetta feminina nel 1806.
Mozart (Giov. Crisost. Volfango Teofilo, da altri detto ancora Amedeo) nacque a Salisburgo li dì 27 Gennaro 1756 da Leopoldo Mozart, maestro della cappella di quel principe arcivescovo, di cui si dirà in appresso. Aveva appena tre anni, quando suo padre cominciò a dar lezioni di cembalo alla di lui sorella in età allora di 7 anni. Mozart palesò ben presto le sue sorprendenti disposizioni per la musica: era suo diporto il cercar le terze sul cembalo, e il maggior suo contento imbattersi in quell'armonioso accordo. All'età di quattr'anni imparò, come per ischerzo, alcuni minuetti e altri pezzi di musica, e fece de' progressi sì rapidi, che a cinque anni componeva di già de' piccoli pezzi di musica, che suonava a suo padre, e che costui si dava cura di scrivere. Il gusto dello studio prese allora su di lui tale ascendente, che davasi tutto senza riserba alle occupazioni che gli venivano prescritte, e i suoi progressi nella musica divenivan sempre maggiori. Suo padre tornando un dì dalla chiesa con uno de' suoi amici trovò suo figlio occupato nello scrivere. Che fai tu dunque, cuor mio? gli dimandò. Compongo un concerto pel cembalo; e sono quasi al fine della prima parte — Vediamo un pò questo bel scarabocchio — Se mi permettete, io prima il finisco. Il padre intanto prese la carta, e diè a vedere all'amico quella guerra di note, che potevasi appena diciferare per le gran macchie dell'inchiostro. I due amici risero dapprima come d'una bambocceria, ma il padre avendola bene osservata, Ve' dunque, disse al figliuolo, come la tua composizione va tutta bene secondo le regole; ma il malanno si è che non può farsene uso perchè troppo difficile, e chi potrebbe mai sonarla? Ma egli è questo un concerto, ripigliò il fanciullo Mozart, e bisogna studiarlo finchè si giunga a sonarlo bene. Sentite un pò come deesi eseguire. E cominciò egli tosto a suonare, benchè non vi fosse riuscito che quanto bisognava per far vedere quali fossero le sue idee. Allorchè fu egli all'età di sei anni, tutta la famiglia Mozart, composta del padre, della madre, della figliuola e di lui, si rese a Monaco nella Baviera. L'elettore sentì i due ragazzi, e ne ebbero degli elogj e degli applausi senza numero. Nell'autunno del medesimo anno 1762, i due piccoli virtuosi furono presentati alla corte imperiale, ove trovavasi allora il famoso Wagenseil. Mozart che sapeva già preferire a tutto l'approvazione di un gran maestro, pregò l'imperatore che lo facesse venire, come colui che ben se ne intendeva. Francesco I fece chiamare Wagenseil, e gli cedette il suo luogo presso al clavicembalo. Signore, gli disse allora il virtuoso di sei anni, io sonerò uno de' vostri concerti, bisogna che voi mi voltaste i fogli. Sino allora Mozart non aveva sonato che il cembalo, ma il suo genio non abbisognava di lezioni: egli aveva riportato da Vienna a Salisburgo un piccolo violino, e si divertiva con questo stromento. Wenzl, valente violinista, venne a trovare Mozart il padre per consultarlo intorno a sei trio, che aveva di recente composti. Il padre doveva suonare il basso, Wenzl il primo violino, ed il secondo Schachtner; ma il piccolo Mozart importunò talmente per far quest'ultima parte, che suo padre consenti a lasciargliela sonare sul suo violinetto. Era questa la prima volta che lo sentiva; ma quale fu la sua sorpresa, o la sua ammirazione piuttosto, quando vide ch'egli ne uscì a maraviglia. Nel luglio 1763, nei settimo anno per conseguenza di Mozart, la di lui famiglia intraprese il suo primo gran viaggio fuori della Germania, e fu allora che si sparse per tutta l'Europa la riputazione del musico fanciullo. Fecesi ammirare primamente a Monaco, e successivamente in tutte le corti elettorali. Nel mese di novembre giunse a Parigi: suonò egli l'organo a Versailles dinnanzi tutta la corte, nella cappella del re. Gli applausi fatti a lui ed alla sorella in Parigi giunsero sino all'entusiasmo. Venne inciso il ritratto del padre e de' due fanciulli, e Mozart di sett'anni allora compose quivi e pubblicò le due sue prime opere. Nel 1764, passaron eglino in Inghilterra, e vi ebbero il medesimo incontro alla corte e alla capitale. I due ragazzi cominciarono d'allora a suonar da per tutto su due cembali de' concerti a dialogo. Si mettevano dinnanzi a Mozart differenti pezzi i più difficili di Bach, di Hendel e di altri, ed egli li eseguiva a primo colpo d'occhio con la possibile giustezza e nella convenevole misura. Durante il suo soggiorno in quell'Isola, egli compose in età di otto anni sei sonate, che dedicate da lui alla regina furono impresse in Londra. Ritornarono in Francia nel 1765, e si resero in Olanda, ove Mozart compose una sinfonia a piena orchestra per il possesso del principe d'Orange. Al suo ritorno in Germania, l'elettor di Baviera gli propose un tema musicale per istenderlo subitamente senza servirsi nè di violino, nè di cembalo; egli lo fece in presenza dell'elettore: lo sonò di poi, e riscosse l'ammirazione del principe e di tutti gli astanti. Tornato a Salisburgo sulla fine del 1768, Mozart si diede con un nuovo ardore allo studio della composizione. Emmanuele Bach, Hasse ed Hendel furono sue guide e modelli, senza trascurar non per tanto gli antichi maestri italiani. Suo padre che era anche teorico, gli diè lezioni di contrappunto. Nel 1764 i due fanciulli suonarono in Vienna dinanzi l'imperatore Giuseppe II, che diè a comporre a Mozart di undeci anni la musica di un'opera buffa. Ella era la Finta semplice, che ebbe l'approvazione di Hasse e di Metastasio, benchè non fu poi rappresentata. L'anno d'appresso all'apertura della chiesa della casa degli orfani, compose egli la musica della messa, e del mottetto: e la diresse egli stesso alla presenza della corte imperiale. Nel dicembre del 1769, suo padre partì con lui solo per l'Italia, ed egli è facile lo immaginarsi come il giovinetto virtuoso dovette esser quivi ben accolto, nel paese ove la musica e tutte le arti sono generalmente coltivate. “Quel maestro d'ingegno, dice il Carpani (Lett. 5), scrisse la sua prima opera in Milano all'età di 13 anni in concorrenza dell'Hasse, il quale diceva in udirlo: questo ragazzo ci farà dimenticar tutti.” In Bologna il cel. P. Martini ed altri rinomati professori di musica davano in trasporti nel vedere con qual maniera il ragazzo Mozart sviluppava i più difficili soggetti di fuga, e senza esitare un momento li eseguiva sul cembalo con tutta la precisione possibile. Dopo d'aver fatta in Firenze la medesima sensazion, giunse in Roma nella settimana santa. La sera del mercordì si portò con suo padre nella cappella Sistina, per sentire il famoso Miserere, di cui era vietato sotto pena di scomunica il dare o prender copia. Prevenuto di questo divieto, l'udì egli con tale attenzione, che tornando in casa, lo notò intieramente. Fu eseguito la seconda volta il venerdì santo: nel tempo dell'esecuzione egli tenne la musica manoscritta nel suo cappello, e ciò gli bastò per farvi alcune correzioni. Questo aneddoto fece molto romore in Roma, ed in un concerto cantò egli questo Miserere accompagnandosi col cembalo: il primo soprano, che cantato l'aveva nella cappella, riconobbe con sua sorpresa, che la copia ne era compita e fedele. Passò in Napoli, e al suo ritorno in Roma, il papa, che il volle vedere, lo creò cavaliere dello speron d'oro. Nel passar nuovamente in Bologna, egli ricevette una distinzione più lusinghevole. Dopo le prove requisite, alle quali soddisfece con sorprendente prontezza, fu unanimamente nominato membro della Società filarmonica. Secondo il costume, fu egli rinchiuso solo, dopo avergli dato a comporre un'antifona a 4 voci, il di cui soggetto era d'una difficoltà proporzionata all'idea che si era formata del suo talento: ed egli terminò a capo di mezz'ora. A Milano scrisse di ritorno il Mitridate, opera seria, nel carnovale del 1771, e vi si replicò oltre a venti sere di seguito. Per giudicare del suo successo, basta il sapere che l'impresario fece ben tosto con lui un'accordo per iscritto con l'obbligo di scrivere la prima opera dell'anno 1773; egli non aveva allora che quindici anni. Il dramma fu Lucio Silla, che riuscì non meno del Mitridate, ed ebbe 26 rappresentazioni consecutive. Nel 1771 egli aveva scritto colà Ascanio in Alba, e nel 1772 a Salisburgo il Sogno di Scipione, per l'elezione del nuovo arcivescovo. Chiamato quindi a Vienna, a Monaco ed altrove, tra le altre opere compose la Finta Giardiniera, musica burlesca; due solenni messe per la cappella dell'elettor di Baviera, e per il passaggio dell'Arciduca Ferdinando a Salisburgo il Re Pastore: ciò fu nel 1775. Egli era giunto al colmo della sua arte: la sua gloria si era sparsa in tutta l'Europa, e non aveva che diciannove anni. L'elettore di Baviera ordinogli di scrivere l'Idomeneo pel teatro di Monaco: egli ne compose la musica co' più favorevoli auspicj: aveva allora venticinque anni, e quel che gliela inspirò fu l'amore da lui concepito per la persona che sposò poco dopo. Questa passione e 'l suo amor proprio raffinati ad un estremo grado, fecero produrgli un'opera ch'egli riguardò sempre come una delle migliori, e di cui spesso ha preso egli in imprestito alcune idee nelle posteriori sue composizioni. Da Monaco Mozart si rese a Vienna, dove entrò al servigio dell'Imperatore, a cui rimase finchè visse attaccatissimo: e sebbene non ne ricavasse che un molto tenue trattamento, ricusò egli costantemente le offerte vantaggiose che gli vennero fatte da altri sovrani, e precisamente quella del re di Prussia. Fra questo tempo sposò egli madamigella Weber, virtuosa di un particolare merito, ed ebbe da essa due figli. Giuseppe II incaricò Mozart di mettere in note il Matrimonio di Figaro, che trionfava allora su i teatri tutti. Questa musica occupò il teatro di Praga l'intero inverno del 1787; egli compose quivi per i Boemi il Don Giovanni Tenorio, il di cui successo fu eziandio più brillante di quell'altro dramma. Il Don Giovanni non fu molto ben accolto in Vienna nelle prime rappresentazioni. Se ne parlava un giorno in una numerosa adunanza, dove trovavasi la più parte de' conoscitori della capitale, tra' quali Haydn. Tutti eran di accordo nel dire ch'ella era questa una pregevolissima opera, di ricco genio, e d'una brillante fantasia; ma ognuno vi trovava ad opporre qualche cosa: avevano tutti profferito già il lor sentimento, eccetto l'Haydn. Mozart, non era presente: fu pregato dunque costui a dir quel che ne sentiva. Io non sono in istato di giudicare questa contesa, disse egli colla sua usata modestia: Quel che so si è, che Mozart è il più gran compositore che esista al presente. Ben solenne testimonianza diede altresì l'Haydn del concetto in che teneva il Mozart, allorchè nell'incoronazione di Leopoldo II fu chiamato a Praga per comporvi in concorrenza del suddetto. Egli disse allora, che dove scriveva un Mozart, Haydn non poteva mostrarsi. Questo generoso e modesto rivale “non lasciava mai di correre e sentire la musica di Mozart, ovunque sapeva eseguirsene. Mi diceva (scrive il Carpani) d'aver sempre imparato qualche cosa ogni volta che udito aveva le composizioni di quel talento prodigioso.” Mozart agiva nella stessa maniera riguardo all'Haydn: egli dando alla luce i suoi quartetti non solo li dedicò a questo grand'uomo, ma nella dedica ingenuamente confessa d'avere da lui imparato come da maestro. Mozart infatigabile sino alla tomba, negli ultimi mesi di sua vita produsse i suoi tre capi d'opera: il Flauto magico che è il più sublime modello d'ogni musica drammatica, la Clemenza di Tito, e la famosa Messa di Requiem, che potè appena terminare. La storia di questo Requiem è molto singolare. Un giorno che Mozart era immerso, secondo il suo costume, nelle sue malinconiche meditazioni, sente fermare una carrozza alla sua porta. Se gli annunzia un incognito, che chiede di parlargli. Si fa entrare: era questi un uomo d'una certa età, che aveva tutte le apparenze d'una persona di distinzione. Io sono incaricato, disse quel forestiero, da un uomo di gran considerazione di venire da voi. Chi è costui?, interruppe Mozart — Egli non vuol esser conosciuto — Benissimo, e che brama egli? — Vien questi di perdere una persona a lui molto cara, e la cui rimembranza gli sarà sempremai preziosa: vuol celebrare ciascun anno i suoi funerali, e vi prega a comporre un Requiem per tal funzione. Mozart s'intese penetrar vivamente da questo discorso, dal tuon grave con cui proferivasi, dall'aria misteriosa di tutta cotesta avventura. La disposizione del suo animo accresceva vie più siffatte impressioni, e promise di fare il Requiem. Proseguì l'incognito: Impiegate in quest'opera tutto il vostro genio: voi faticate per un buon intendente di musica. — Tanto meglio. — Quanto tempo vi abbisogna? — Quattro settimane — Eh bene! io tornerò da qui a questo tempo: qual prezzo esiggete voi della vostra fatica? — Cento ducati. L'incognito numerogli la somma sul tavolino, e disparve. Mozart resta per alcuni momenti immerso in profonde riflessioni: ad un tratto dimanda da scrivere, e malgrado le rimostranze di sua moglie si mette a comporre. Proseguì per più giorni oltre l'ordinario a faticare e giorno e notte: ma la sua macchina non potè resistere a questo sforzo. Svenne un giorno senza conoscenza, e fu costretto a sospendere la composizione. Alcun tempo dopo, trattenendosi con la moglie su i funesti pensieri che l'occupavano, confidolle di esser ben persuaso, che travagliava a quella messa per servire a' suoi funerali, e che credeva certo di avere avuto il veleno. Nulla potè frastornarlo da quell'idea, e rimesso alcun poco de' suoi sfinimenti, proseguì a faticare al suo Requiem, come Rafaello travagliava al suo quadro della Trasfigurazione, colpito ancora dall'idea d'una vicina morte. Mozart sentiva diminuir le sue forze; e 'l suo travaglio avanzava lentamente; già erano scorse le quattro settimane che aveva dimandato, e vide entrare un giorno in sua casa l'incognito: Non mi è stato possibile, gli disse Mozart, di mantener la parola. — Non vi prendete pena, rispose il forestiero, quanto tempo ancor vi bisogna? — Quattro altre settimane. L'opera mi ha inspirato più interesse di quel che io credeva: e molto più l'ho sentito di quel che volessi. — In questo caso egli è giusto di crescere la vostra paga. Ecco cinquanta ducati di più. — Signore, disse Mozart vie più sopraffatto, chi siete voi dunque? — Ciò non fa niente al caso, io tornerò di qua a quattro settimane. Mozart spedì tosto al partir di costui un suo domestico per andar dietro a quest'uomo singolare, e sapere dove anderebbe a fermarsi, ma questi nulla potè rintracciare. Saltò allora in capo al povero Mozart, che non era costui un essere della comune, ch'egli aveva certo relazione con l'altro mondo, e che eragli spedito dal cielo per annunziargli il suo prossimo fine. Non travagliò frattanto con meno ardore al suo Requiem, ch'egli riguardava come il più durevole monumento del suo genio. Nel corso della fatica ricadde più volte in peggiori svenimenti, ma l'opera fu compiuta prima delle quattro settimane. Il giorno di sua morte fè portare il Requiem dinanzi al suo letto: Non aveva io ragione, sclamò egli in mezzo alle lagrime, quando affermava che per me componeva questo Requiem? Egli era questo l'ultimo addio alla sua famiglia ed all'arte. Mozart morì a 5 dicembre del 1792, non compiti ancora i 36 anni di sua vita. Tornò l'incognito al termine convenuto, ed egli più non esisteva: gli si consegnò quella musica, ma la vedova avevane conservata la partitura. Questo gran genio non parlava mai delle sue opere, e solo qualche volta per giudicarne con severità. Componeva in mezzo a' suoi amici, e passava le intiere notti al travaglio: non poteva alle volte compire un'opera se non allo stesso momento che bisognava eseguirsi: ciò gli avvenne nella sinfonia del don Giovanni. Non la compose egli se non la notte avanti della prima rappresentazione, ed allorchè erasene fatta la prova generale. “Mozart in ispecie, dice il D. Lichtenthal, fu quel genio unico, che prevalse in tutti i generi della musica, cosa che non si trovò in tutti i suoi antecessori, nè forse si troverà mai più. Egli fu quello il quale rigettò tutti i principj che assoggettavano la maniera libera di comporre che si usò prima. Egli guidò co' voli del suo genio ad una riforma universale sul gusto delle note, e il suo genio ordinò quei quadri ne' quali, onde raccogliere il tutto d'una situazione ricca di sentimenti, aveva con tanta fantasia e perspicacia inseguito ogni minimo sentimento, sino al più impercettibile grado, ed egli quindi regnò, per la sua vasta conoscenza dell'arte pratica in tutto l'ambito del sistema musico.” La sua musica, dalla sinfonia sino a quella de' balli, dei drammi serii e burleschi sino alle semplici canzoncine, è tutta eccellente. Quel che più vi si ammira egli è una prodigiosa fecondità di motivi franchi e felici, di sviluppamenti che si succedono con molta destrezza, e nei quali il più profondo travaglio nulla nuoce alle grazie; egli è questa una nuova ed abil maniera di usar dell'orchestra e degli istromenti da fiato; e finalmente, uno straordinario talento per trasportare nell'accompagnamento le ricchezze dell'armonia, con una espressione, una forza ed un'immaginazione che non ha pari. Un genio così strepitoso non poteva non produrre il più vivo entusiasmo. Commossa da' di lui fortunati successi la servile greggia degli imitatori si è precipitata sulle sue tracce; ma, come avviene assai volte, nelle loro mani le bellezze del modello degenerarono in difetti: null'altro eglino han fatto che rappezzare dei motivi sciapiti e triviali, con una penosa fatica ed una affettazion pedantesca: come Mozart, hanno eglino sopraccaricati i loro spartiti di tutta la massa degli instromenti, ma non hanno saputo trarne, com'egli, veruno effetto: il loro canto, da nulla per altro, ed insignificante, è rimasto soffogato del fracasso dell'orchestra. Si sono essi dimenticati che due condizioni formano il compositore perfetto: il genio che è innato, e la scuola che è il risultato dello studio ben diretto. Mozart, tra i compositori di musica, stimava a preferenza gli Italiani, come Leo, Durante, Porpora, Al. Scarlatti, ma del pari il più celebre tedesco Hendel. Egli sapeva a memoria le principali opere di questo gran maestro: apprezzava anche molto il Jommelli. Quest'artista, diceva egli, ha de' luoghi dove brilla, e brillerà per sempre; ma non avrebbe dovuto uscirne, come allorquando volle fare musica da chiesa sull'antico stile. Riguardo a Vincenzo Martin lo Spagnuolo, autore della Cosa rara, che era allora in gran voga: vi sono, egli diceva, in questa musica delle cose assai belle: ma di quà a vent'anni, niuno vi farà più attenzione. Vi sono nove opere di Mozart con parole italiane: Mitridate; Lucio Silla; Idomeneo; e la clemenza di Tito, drammi serj; e la Finta semplice; la Finta Giardiniera; le Nozze di Figaro; il Don Giovanni Tenorio, e Così fan tutte, burleschi. Tre altre opere con parole tedesche: Il Ratto dal Serraglio, il Direttor de' spettacoli; ed il Flauto Magico, ove vi ha un terzetto de' preti che incomincia O Iside ed Osiride scritto nello stile di chiesa, di cui così ragiona il Sig. Niemetschek nel suo libro intitolato: lo Spirito di Mozart. “O discepoli della musica! se avete studiato la partitura di tal capo d'opera fino a questo sublime e commoventissimo punto; e se la gioja quieta che spira, e quella purezza di effetti, quel dolce scioglimento, non vi hanno invaso l'anima con simpatico calore, nè strappata una dolce lagrima dagli occhi; disperate pure per sempre! Non avrete mai il sacro dono di commovere i cuori, poichè la dispensiera delle gioje, Natura, vi ha negato l'eco delle più soavi armonie, che la sua magica onnipotenza diffonde.” In Palermo siamo debitori al Sig. barone Pisano uomo di genio e di gusto, intendentissimo di questa bell'arte, di averci fatto conoscere la divina musica del Mozart. Egli è stato il primo tra noi, che si sia provvisto di alcune delle sue opere, e precisamente del Don Giovanni, e del sullodato dramma, come anche del famoso Requiem. Quest'ultimo è stato per ben tre volte eseguito da numerosa orchestra nello scorso novembre in questa Capitale, in occasione de' solenni funerali di S. M. la Regina, con riscuotere l'entusiasmo, il piacere e gli applausi di tutto il pubblico. Chi desidera de' più minuti dettagli intorno a Mozart e le sue opere, potrà consultare M. Schlichtegroll, nel Necrologio allemanno del 1793, t. II, e M. Ginguené nel t. 31 della Decade Filosofica; Lo spirito di Mozart, in tedesco del professore Niemetschek, e la Notice sur Mozart di M. de Sèvelinges, in fronte alla partitura del Requiem, impressa in Parigi nel 1805.