Tre soltanto di noi ci avventurammo sulla cresta affilata del Somma, fino alla punta più esterna dove si vede il monte a tre punte inclinate verso il Vesuvio. A sinistra e a destra si scorgono gli antichi crateri spenti delle nere cavità, frastagliate in ogni senso, con intorno un terreno cosparso di pietre rosse e grige e di massi di lava eruttati dal vulcano. A metà del margine del Somma, il terreno appare inclinato a forma piramidale, ed a semicerchio verso il Vesuvio, dal quale lo disgiunge un vero precipizio. Innanzi agli occhi si erge il cono imponente del Vesuvio, coperto tutto di ceneri dalla base fino all'estremità, di un colore fra il grigio e il giallo e con strisce di tinta nera dove colò la lava. I margini del cratere sono di colore giallo cupo, circondati da una striscia bianca, e dal suo interno si sprigionano leggieri vortici di fumo. A poco a poco l'osservatore si va rimettendo dalla prima impressione prodotta da quella vista imponente ed allora non può fare a meno di osservare le linee armoniche, le belle forme di quel cono, e la varietà delle sue tinte. Non ho visto nessuno spettacolo naturale simile a questo, dove il severo ed il grazioso siano così armoniosamente uniti. Anche dopo salito sull'Etna, debbo affermare che questa fusione di aspetti tanto diversi, è tutta particolare del Vesuvio. Questo è propriamente di una maestà tranquilla, quieta e melanconica; la tinta bruna od azzurra delle ceneri si armonizza in modo stupendo con le belle forme del cono, e se si aggiunge a questo l'aspetto del mare, della pianura e dei monti circostanti, il tutto irradiato da uno splendido sole, s'immagina facilmente quanta debba essere la bellezza di quella visuale, dalla quale uno non riesce a staccarsi. Vedevamo le barche nel golfo, e all'orizzonte le forme strane dell'isola di Capri. A sinistra scorgevamo la spiaggia di Castellamare, e la regione vitifera di Boscotrecase, Boscoreale, di Scafati e di Lettere.
Ci fermammo un bel po' sulla vetta del Somma, godendo di tutte quelle bellezze di cielo, di terra, di mare.
Il Vesuvio era tranquillo; non usciva dal suo cratere che una leggera colonna di fumo, quasi ad additare che in mezzo a tante delizie, albergava il demonio della distruzione. Le sue strisce nere a traverso le ceneri erano formate dai torrenti di lava delle due ultime eruzioni, e quella a sinistra datava solo dal 1850. Si erano aperti allora sul cono cinque piccoli crateri, tuttora visibilissimi. Ci fu additato il punto preciso dove, durante l'eruzione del 1847, perdettero miseramente la vita un Tedesco ed un Americano. Costoro, inoltratisi imprudentemente, furono colpiti dai sassi infuocati eruttati dal monte; il Tedesco, il quale ebbe le gambe rotte, morì ai piedi dello stesso Vesuvio; l'Americano, colpito in un braccio, perì poco dopo nell'ospedale di Napoli.
Un caso assai strano toccò nel 1822 ad un calzolaio di Sorrento, che si era recato a visitare il Vesuvio senza una guida. Il cratere dell'eruzione del 1820 era libero, e l'imprudente calzolaio volle scendervi con l'animo non solo di sorprendere gli spiriti infernali, ma quasi di prenderli a dileggio. Colto da una vertigine in questa sua temeraria impresa, precipitò nel cratere e fortuna volle che fosse trattenuto, nella caduta, da una sporgenza di lava. Riportò la rottura di un braccio e di una gamba, e stette per ben due giorni in quella posizione, sospeso sull'abisso, fintanto che i suoi lamenti giunsero all'orecchio delle guide che avevano accompagnato sul monte altri forestieri. L'infelice fu tratto fuori per mezzo di corde, e bisogna dire che discendesse dalla natura immortale di Alasvero, imperocchè, portato all'ospedale di Napoli, finì per guarire e per tornare a Sorrento, sano e salvo come nulla fosse stato. Questa avventura terribile e lieta ad un tempo ci venne narrata da don Michele, cappellano del romitaggio sul Vesuvio, dove scendemmo dopo esserci trattenuti più di un'ora sulla vetta del Somma.
Qui, tutto ad un tratto, cambiò la scena. Il Vesuvio si velò di nebbia, ed un forte vento spingeva di qua e di là le nuvole sollevando vortici di ceneri e facendoci assistere a una stupenda lotta di elementi, che dava novella vita e nuovo carattere a questa contrada selvaggia. La nebbia non tardò però a dissiparsi, e ricomparvero sotto di noi Napoli, lo splendido golfo, Capri, Ischia, Miseno, e a destra i piani della Campania.
«Voilà la Cléopatre!» Questa strana ed inaspettata esclamazione ci fece volgere a tutti. Era il nostro naturalista francese, uomo di sessantasette anni, il quale a furia di correre e di saltare, era riuscito, benchè vecchio, quasi novello Antonio, a fare la conquista di Cleopatra. Quel vecchietto allegro, pieno di vivacità e di brio, di una forza sorprendente per la sua età, non degnava di uno sguardo nè il Vesuvio, nè lo stupendo panorama; non aveva pensiero che per le sue farfalle.
La ripida discesa della sommità del monte, non avvenne senza qualche pericolo; dopo aver camminato a stento sulle ceneri e sulle lave dell'eruzione del 1850, le quali si sarebbero potute benissimo paragonare ad una cascata nera pietrificata, arrivammo, stanchi assai, al romitaggio. Questo sorge in vicinanza dell'Osservatorio, edificio abbastanza elegante, collocato in amenissima posizione, di dove si scopre un'estesa vista. Attorno, attorno sorgono colossali tigli, i quali avranno almeno duecento anni, e la cui vegetazione così rigogliosa, a tanta prossimità del vulcano, dimostra che la località è molto sicura. Difatti le pietre e le scorie eruttate dal cratere, descrivendo una parabola, passano di sopra al romitaggio, e la collina su cui sorge la chiesa, trovandosi separata da una profonda gola del Vesuvio, è protetta contro i torrenti di lava. Inoltre, una lastra nera, con caratteri gialli di ottone, ci fece conoscere che l'edificio era assicurato contro l'incendio, da una compagnia di Magdenburgo. Noi certamente non ci aspettavamo di trovare questo semplice ricordo della patria lontana alle falde del Vesuvio.
Negli ultimi anni abitava un romito presso la chiesetta di S. Salvatore; ma il parroco di Resina lo allontanò da quel posto che dava un certo reddito, ed ora sale egli stesso, di quando in quando, a celebrarvi la santa messa e a trattare gli ospiti, che gli capitano, con eccellente lacrima Christi. Il piccolo villaggio si compone di alcuni coloni, i quali si sono stabiliti ai piedi del monte, di impiegati dell'Osservatorio e di una stazione di carabinieri. Nel giorno della Pentecoste vi si celebra una festa, ed allora vengono dalle città vicine forse undicimila persone, le quali si recano devotamente in processione dalla chiesa di S. Salvatore fino alla Croce ai piedi del Vesuvio, per scongiurare con le loro preghiere il terribile flagello; Ora il vulcano tace, dal 1850, ed anche in quell'ultima eruzione non produsse gravi danni; il torrente di lava, di discreta ampiezza, prese la direzione di Ottaiano, devastò i giardini del principe di quel nome, e rovinò il convento di S. Teresa ed alcune case.[3]
Dopo una buona refezione presso il parroco don Michele, il quale ci fece stupenda accoglienza, essendo amico di uno della nostra comitiva, salimmo a Resina sul fiume di lava, che, con il suo nero aspetto, produce una malinconica impressione. Anche qui si può ammirare di quanto sia capace l'industria umana, imperocchè, non appena la lava è raffreddata, si cerca di trarne partito. Avevo già veduto nell'Osservatorio certe grotte bizzarre e chiusure di giardino lavorate artisticamente in lava, e nel romitaggio avevamo preso il caffè sopra un tavolo di lava stupendamente lavorato. Con questa si formano pure busti; ed a Catania, rimasi sorpreso nel vedere la varietà e la bellezza di tinte della lava dell'Etna, ed ebbi campo di osservare e riconoscere quanto bella diventi dopo la politura.
Scendemmo da Resina; ivi il torrente di lava disseccata era fiancheggiato da vigne stupende, ed a contatto della stessa lava, quasi nelle ceneri, vegetavano belle piante di melagrani, con i loro fiori purpurei che sembravano di fuoco.
Fummo talmente soddisfatti della nostra bella gita, che ci decidemmo farne presto un'altra. Dopo pochi giorni muovemmo, difatti, in carrozza, per il monte della Maddalena, verso il Vesuvio.
Era nostra intenzione di contemplarlo, questa volta, dal lato opposto, e prendemmo perciò la direzione del fiume di lava del 1850, il quale si stende sopra Boscotrecase e Boscoreale. Osservai allora per la prima volta questi strani villaggi, collocati nel punto più pericoloso del Vesuvio. La loro posizione, in mezzo alla ricca vegetazione del suolo, composto tutto di detriti vulcanici, è amenissima quanto quella dei villaggi che sorgono alle falde dell'Etna, con la differenza che hanno un carattere tutto orientale più ancora di quelli. Le case piccole e a volta come quelle dell'isola di Capri e gli stessi campanili delle chiese sono costruiti di lava bruna. La popolazione è rozza, timida, povera; non sono riuscito a vedere una bella fisionomia. Eravamo scesi in una bettola a Boscoreale, per proseguire di là il nostro cammino sui campi di lava. Domandammo inutilmente delle frutta, ed il nostro desiderio di averne fu accresciuto dall'impossibilità di trovarne, quando, ad un tratto, vedemmo, presso la nostra tavola, un cavallo che si stava mangiando tranquillamente un secchio pieno di carrubbe. Accadde allora una scena gustosa, imperocchè ci precipitammo tutti al secchio per disputare al cavallo quel cibo saporito e fu in quest'occasione che seppi per la prima volta che a Napoli si nutrivano di carrubbe i cavalli.
Visitammo il fiume di lava, a cui le vigne sono tanto vicine e a contatto di queste vedemmo annosi olmi, da cui pendono ghirlande di tralci, e quell'allegro aspetto di vita, presso tanto spettacolo di desolazione, mi parve pieno di contrasto. Vidi pure gli avanzi del palazzo del duca Miranda e le ruine di altre abitazioni distrutte dalla lava. Anche da questa parte il cono del monte produce uno splendido effetto.
Mi trovavo abbastanza inoltrato nei misteri del vulcano per visitare il suo cratere. Avevo udito ripetere, le mille volte, che l'ascensione del Vesuvio fosse molto più faticosa di quella dell'Etna, ma dopo aver fatto anche quest'ultima, posso assicurare che arrampicarsi sul Vesuvio non è che una semplice passeggiata in paragone agli sforzi che costa l'ascensione dell'Etna, sopratutto per la grande rarefazione dell'aria, e per le continue emanazioni di gas dal suolo caldo e oscillante. Anzi, dopo aver camminato a lungo sui neri campi flegrei dell'Etna, sconfinati, il Vesuvio, che pure ha distrutto popoli e città, non sembra più che un fuoco d'artifizio, destinato a divertire i Napoletani. Non si può negare, però, che nella sua piccolezza il cratere dia un'idea più viva e più animata delle regioni infernali, che non il cratere dell'Etna.
Era una bellissima notte quando scendemmo dal Vesuvio; il sole era scomparso in mare, dietro l'isola di Ponza e, a misura che crescevano le tenebre, Napoli e le città della pianura campana si andavano illuminando. L'azzurra volta del cielo era rischiarata dalla cometa annunziatrice di guerra e tutto insieme lo spettacolo, commoveva profondamente l'animo, già impressionato dall'aspetto del vulcano.
V.
Mi si era parlato a Napoli della festa di S. Paolino a Nola e mi si era anche assicurato che meritava di essere veduta. A questa festa accorreva tutta la popolazione della Campania, porgendo uno spettacolo che non ha l'uguale. Mi recai pertanto colà il 26 giugno, anche bramoso di conoscere Nola, la quale racchiude più di un ricordo storico. Alle porte di questa città, Marcello aveva inflitto la prima sconfitta ad Annibale; ivi era morto l'imperatore Augusto e ivi Tiberio era salito all'impero. È noto pure quale sorgente inesauribile di vasi preziosissimi sia stata Nola; i più belli fra tutti quei che si trovano nel museo borbonico, furono scoperti quivi, in Ruvo e in S. Agata dei Goti. Chiunque li abbia veduti, non può certo aver dimenticato il vaso grandioso di Nola, che rappresenta, in una composizione ricca di figure, la distruzione di Troia. Conviene pure ricordare l'invenzione delle campane di cui mena vanto questa città ed il suo Vescovo, S. Paolino, buon poeta e dotto padre della Chiesa, che fece molto onore alla sua città natale.
Saverio de Rinaldis, lo cantò in un poema epico latino, ad imitazione di Virgilio, dal titolo la Paolineide. Lo acquistai un giorno nel porto di Napoli, dove lo vidi in vendita sopra un muricciolo; ma, sebbene quanto avevo udito intorno alla festa del santo m'ispirasse curiosità, non mi bastò però il coraggio per leggere tutto quanto quel lungo poema. Non sarà tuttavia fuor di luogo accennare che il santo nacque nell'anno 351 in Guascogna, dove suo padre, prefetto della Gallia, era tuttora gentile, ed aveva educato il suo figliuolo al paganesimo. Se non che, convertitosi Paolino al cristianesimo in Bordeaux, non tardò molto a divenire zelantissimo della novella religione. Ottenuto il consolato, venne mandato ad amministrare la provincia della Campania e quivi giunto trasferì la sua dimora dal capoluogo Capua a Nola, per la ragione che in questa trovavasi sepolto il santo vescovo Felice, e che i molti miracoli da esso operati traevano gran folla alla sua tomba. Paolino, rinunciò al mondo, e le proprie convinzioni e le tristi esperienze fatte della vita lo portarono a dedicarsi tutto al sacerdozio, imperocchè accusato nientemeno che dell'uccisione di suo fratello, non aveva potuto provare la sua innocenza che grazie all'intercessione del santo suo protettore Felice. Diventato prete, Paolino non tardò ad acquistare grande rinomanza per il suo ingegno e per la sua dottrina nelle scienze ecclesiastiche, mentre la santità della sua vita gli procurò l'universale venerazione. Venne chiamato a succedere a Felice nella cattedra vescovile di Nola, e quando morì, nel 431, fu sepolto nella stessa cattedrale, di dove il suo corpo venne trasportato prima a Benevento, poscia a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo.
Nè il suo genio, nè i suoi miracoli contribuirono maggiormente però a mantenere viva nel popolo la memoria di S. Paolino, bensì una sua buona azione, un suo atto generoso. Mentre era vescovo, l'unico figliuolo di una vedova di Nola fu preso dai Vandali e portato come schiavo in Africa. Paolino, mosso da sentimento di carità cristiana, si portò colà per riscattare il giovane, sottoponendosi in vece sua alla schiavitù africana. Compiuta questa santa opera, tornò dalla Libia, ed i Nolani si recarono ad incontrarlo fuori della città, riconducendolo al suo vescovato, con musica, danze e con le più solenni manifestazioni di gioia. Questo ingresso trionfale ebbe luogo il 26 di giugno di non si sa quale anno e ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, con straordinario intervento di persone, le quali accorrono da tutte le contrade della Campania, per prendere parte a divertimenti curiosi e originali.
Mi recai di buon mattino a Nola con la ferrovia. I prezzi dei biglietti erano stati ridotti e alla stazione vi era una grande ressa di gente, mentre tutte le altre strade che portano a Nola erano piene di carrozze di ogni specie, le quali, movevano verso la città in festa. Il mio viaggio durò poco più di una mezz'ora a traverso fertilissime contrade, tutte coltivate a viti. Giunto a Nola, vidi, per così dire, una fiumana di gente che entrava in città.
In vicinanza della porta si teneva la tradizionale fiera; le antiche mura della città ed una torre aderente, erano tappezzate di cartelloni giganteschi, dipinti bizzarramente; nella torre stessa si faceva vedere la gran foca marina e sulla porta un uomo con una tromba faceva un fracasso del diavolo, ora suonando l'istrumento ed ora vantando i pregi del curioso animale. In una casa di fronte si faceva pure una musica infernale, interrotta di quando in quando dalle voci stentoree di una compagnia di giocolieri, i quali invitavano il pubblico ad ammirare le loro prodezze. Non è possibile descrivere la varietà delle merci che venivano offerte con alte grida nelle botteghe; nè il chiasso assordante della folla, la quale irrompeva nella città; nè la varietà dei colori dei vestiti che il popolo indossava e delle bandiere che quasi tutti i popolani agitavano in mano. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d'idea e che mi fece dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d'argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Le colonne erano rosse, lucide, le nicchie dorate all'interno e guarnite di rabeschi assai originali; le figure rappresentavano geni, angeli, santi, guerrieri, tutti vestiti nelle foggie più strane ed erano collocati gli uni sopra gli altri, e tenevano, in mano corni, mazzi di fiori, ghirlande e bandiere. Tutto si moveva, tremava e svolazzava, e la torre stessa, portata da circa una trentina d'uomini robusti, oscillava essa pure. Nel piano inferiore stavano sedute alcune ragazze, incoronate di fiori, in mezzo ai suonatori, i quali facevano un chiasso indescrivibile con trombe, tamburi e triangoli.
La torre si avanzava lentamente nella strada, superando l'altezza delle case, ed era sormontata in cima dalla statua di un santo. Da altre parti si udivano nuove musiche e si vedevano consimili torri.
«Dio mio!—dissi ad un uomo che mi stava vicino—che cosa significa tutto questo?» Mi rispose alcune parole in un dialetto incomprensibile, fra le quali, uniche che riuscii ad afferrare, quelle di guglie di S. Paolino. «Dovete sapere—mi disse allora un Napoletano—che queste torri e questi obelischi sono dedicati al santo, perchè quando egli ritornò dall'Africa, gli abitanti di Nola gli andarono incontro facendogli grandi feste e portando fra le altre cose tali obelischi. Di qui potrete vederli passare tutti, mentre si avviano alla cattedrale».
Preferii recarmi senza indugio sulla piazza stessa, davanti al duomo, dove dovevano prender posto tutte le torri.
Ne arrivarono subito nove da diverse parti ed erano quasi tutte della stessa altezza, ad eccezione di una più elevata delle altre, che raggiungeva i centodue palmi d'altezza appartenente alla corporazione degli agricoltori. Ogni corporazione, od arte di una certa importanza, prepara simili torri per la festa del santo. Le spese sono sostenute dall'arte e ascendono per ogni torre a circa novantasei ducati napoletani.
Nell'esaminare più da vicino quelle strane apparizioni che tanto mi avevano colpito, a prima vista rilevai che riproducevano l'architettura bizzarra e barocca degli obelischi che sorgono sopra alcune piazze di Napoli, e che, sopracarichi di sculture e di ornati, non dànno un'idea molto favorevole del buon gusto artistico dei Napoletani.
Ogni obelisco è fabbricato in istrada, presso la casa di qualche distinto maestro d'arte, sotto una grande e alta tenda destinata a proteggere contro le intemperie l'opera stessa e gli artisti che la stanno componendo.
Lo scheletro delle torri è formato di antenne e di travicelli; un piano si sovrapone all'altro e la parte anteriore e i due lati si ricoprono di carta, mentre la parte posteriore è formata tutta da foglie di rami di mirto e da una quantità di piccole bandiere. Sulle pareti di carta dei due lati sono dipinti geni i quali portano ghirlande. La parte anteriore è la più ricca di ornamenti, perchè a questa lavorano pittori ed architetti. Ogni piano è formato di colonne di ordine corinzio, sormontate da una cornice con una nicchia ed in questa sono collocate figure e statue. Le persone vive stanno al piano inferiore, e sono ragazze e giovanetti che vestono una gonnella corta e portano in testa elmi di carta dorata. Nella nicchia, a metà della torre, si trova la figura principale. In quella degli agricoltori, o mietitori, io vidi una Giuditta colossale stupendamente vestita, la quale teneva in mano la testa di Oloferne; in altre torri scorsi santi, o protettori, o patroni dei varî mestieri. A fianco di queste figure principali si trovano ad ogni piano emblemi di varia natura, angeli che tengono in mano bandiere, od arpe, e geni con corone di fiori e trombe. Nella nicchia del piano superiore sta un angelo con un incensorio, e sulla cupola dorata, o sull'ornamento a foggia di giglio, che forma l'estremità della torre, sorge un santo. Sulla torre degli agricoltori si vedeva S. Gregorio vestito da cavaliere dell'ordine di Malta, con una bandiera in mano.
Un emblema posto sulla cornice che sormonta la nicchia a metà della torre, indica la corporazione, o il mestiere a cui quella appartiene. Su quella degli agricoltori stava una falce; su quella dei pastai stavano due grossi pani; su quella dei macellai era un pezzo di carne; su quella dei sarti una bianca veste; su quella dei calzolai una scarpa; su quella dei pizzicagnoli una forma di cacio; su quella dei negozianti di vino un fiasco. Ogni torre inoltre è preceduta da un giovanetto, il quale porta un altro emblema: quello dei giardinieri portava un corno di abbondanza; gli albergatori e i bettolieri erano preceduti da un barile di vino sostenuto da due giovani, vestiti in guisa da raffigurare S. Pietro e S. Paolo.
Al suono delle loro bande musicali, tutte le torri si avviarono verso la cattedrale. Tutto quel chiasso, tutta quella gente dai costumi più svariati, tutte quelle bandiere, i balconi delle case gremiti di fiori e di belle ragazze, tutte quelle torri bizzarre che oscillavano, sotto il sole abbagliante del mezzogiorno, formavano uno spettacolo così vivace, così singolare che ne rimasi assordito, allibito: credetti di essere tornato ai tempi del paganesimo.
La marcia delle torri era aperta da due di queste, assai piccole, al piano inferiore delle quali erano ragazzi coronati di fiori; poi veniva una barca, in cui stava un giovanetto vestito alla turca, con in mano un fiore di granata. Dietro la barca veniva un grandioso legno da guerra, benissimo rappresentato, con a prua un giovane vestito da moro, che se ne stava fumando un sigaro, mentre sul ponte eravi la statua di S. Paolino, inginocchiata in atto di preghiera, davanti ad un altare.
Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano spettacolo, imperocchè ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare a suon di musica. Precedeva i portatori un uomo con un bastone, il quale batteva il tempo, e le torri seguivano quello. Il colosso oscillava e sembrava ad ogni istante che volesse perdere l'equilibrio e cadere; tutte le figure si muovevano, le bandiere sventolavano; era un colpo d'occhio fantastico. Ogni torre incominciava a danzare davanti al duomo, e poi ballavano tutte insieme per quasi cinque minuti. Appena ogni torre si era fermata davanti alla cattedrale e aveva ripreso il suo posto, una ventina di giovani e di uomini si disponevano in circolo intorno ad essa, tenendosi le mani sulla spalla e ballavano. Intanto due ballerini facevano in mezzo a questi una danza particolare, finchè sopraggiungeva un terzo che veniva da questi sollevato per aria, dove si dimenava con tutte le membra. A poco a poco cominciava a divenir pallido e, quasi colpito da vertigine, cadeva a terra come morto. Gli altri continuavano a ballargli intorno, in circolo, mentre il morto si rialzava sorridendo e al suono di nacchere esso pure si rimetteva a girare. Quelle danze strane e originali, mi ricordarono il culto di Adone, ma non trovai nemmeno chi potesse fornirmi un'esatta spiegazione di quel ballo mistico. Davanti ad una torre, invece di ballare, si facevano giuochi di forza e un uomo faceva esercizi sulla testa di un altro. Ballò perfino il grosso legno da guerra. In alcuni momenti suonavano contemporaneamente le musiche di quattro di quelle torri, che insieme con gli urli, con gli schiamazzi e con le grida di migliaia di persone, facevano un baccano indiavolato.
Tutto questo chiasso avveniva sulla piazza, davanti alla cattedrale, mentre nell'interno della chiesa il vescovo cantava tranquillamente messa solenne che i fedeli in ginocchio stavano ad ascoltare devotamente.
Terminata la messa e finito il ballo delle torri, si chiuse la funzione religiosa con una processione a cui presero parte tutto il clero secolare, e tutte le corporazioni di frati; non vidi mai in Italia frati di un aspetto così imponente e così florido come questi e non so se ciò dipendesse dalla bontà dell'aria, dalla ricchezza e fertilità del paese, o dalla libertà con cui vivono i frati nel regno di Napoli. La processione con dietro tutte le torri, fece il giro di tutta la città accompagnata dallo scoppio incessante di razzi e di mortaletti.
Era intanto passato mezzogiorno; le funzioni religiose erano terminate e la popolazione cominciava ad andarsene per i fatti suoi. Stordito da tutto quel baccano, stanco di tutta quella folla, cercai rifugio in una trattoria, che trovai già piena di gente. In questi paesi tutto è allegro e chiaro, ed anche le pareti di quella bettola erano dipinte a colori vivaci. In un batter d'occhio vidi recare e scomparire piatti enormi di maccheroni, e di carne di agnello arrosto. Il vino rosso e denso era servito in brocche di terra cotta, a doppio manico, e non si beveva, come nell'Italia superiore e centrale, in bicchieri di vetro, ma alla brocca stessa, come nei tempi antichi. Il vino mi parve assai migliore, bevuto in una brocca la quale per la forma mi ricordava i vasi antichi e quelle brocche scoperte a Pompei, ora a Napoli nel Museo Borbonico e che hanno del pari doppio manico e la brocca a foggia di trifoglio. Oggigiorno, tutte queste brocche, nella Campania, sono verniciate in bianco con alcuni ornati che però non conservano più nulla dello stile greco.
Nel pomeriggio il calore insopportabile riversò tutte le persone nei caffè, i quali prendono il nome di Caffè nobile, non appena cominciano a presentare una certa apparenza. Cercai il migliore di tutti, che trovai però già pieno zeppo di persone; vi si soffocava per il caldo. V'erano contadini che cantavano ritornelli, improvvisatori, signori e dame elegantemente vestite, gli uni seduti, gli altri in piedi, e altri ancora che giravano attorno ai tavoli. Si prendevano gelati in abbondanza e di gusto squisito. Non ho mai provato come in quel caffè la voluttà di sorbire un buon gelato, tanto era soffocante il calore, e non tardai molto in mezzo a tutta quella folla, ad addormentarmi e sognai Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia, Tiberio, le baccanti, gli affreschi di Pompei, i vasi di Nola, S. Paolino e la sua festa, e le torri che ballavano. Al di fuori la folla continuava a gridare e a far chiasso, ma siccome il rumore era continuato, si poteva benissimo dormire come si dorme sulla spiaggia del mare, al muggito delle onde.
La città, che visitai tutta quanta, non ha nulla di notevole, ma è abbastanza pulita e resa gaia dai molti e bei giardini. Nei tempi antichi Nola non era affatto inferiore a Pompei con la quale manteneva grandi relazioni commerciali. Le tre città più fiorenti della Campania erano infatti: Nola, Aceria e Nocera, che avevano il loro porto a Pompei, sulla foce del Sarno, ricoprendo allora il mare, che di poi si ritirò da Pompei, buona parte di quella fertile pianura.
Ero uscito di città per salire al convento di S. Angelo, appartenente ai monaci di S. Francesco, il quale sorge con un porticato aperto in una bella posizione ed è attorniato da una splendida vegetazione, quando incontrai per istrada una famiglia che tornava già dalla festa e che era composta di una matrona di forse ottant'anni, con le sue figliuole e nipoti. Non vidi mai vecchia di bellezza più classica, alta com'era della persona e d'imponenza tragica.
Vestiva un abito di seta color chermisino, con ampio bordo di broccato d'oro, stretto alla vita alla foggia greca, e sopra questo portava un farsetto tutto rosso, ricamato in oro. I suoi capelli canuti erano trattenuti sulla fronte da un nastro alla pompeiana. Procedeva coll'imponenza e con la dignità di una principessa, o di una regina dei tempi antichi, ed avrebbe potuto rappresentare benissimo nei Persiani di Eschilo la parte di Atossa, consorte sublime di Dario e madre di Serse. Mi ero unito a quella piccola brigata e, sebbene una delle nepoti della vecchia fosse di non comune bellezza, pur non potevo staccare gli occhi da quella imponente matrona. Le giovani che l'accompagnavano, non erano vestite riccamente come quella; portavano invece abiti a larghe maniche, di colori chiari ed avevano in capo, alla moda del paese, il muccador, specie di velo fissato poco sopra la nuca, in maniera da lasciar visibili i capelli sulle tempie, antica usanza che si può osservare anche negli affreschi di Pompei. Provavo molta fatica a comprendere qualche cosa, qualche parola del dialetto che quelle donne parlavano. Compresi però che mi invitavano ad accompagnarle a casa loro, la quale, mi dissero, che si trovava a poca distanza. Per curiosità ci sarei andato molto volentieri, ma il giorno era già inoltrato, mi premeva vedere S. Angelo, godere del panorama che di là si osserva e perciò ringraziai, declinando il cortese invito.
La vista che si gode dal convento è veramente bella. Si scoprono, a sinistra il monte Somma ed il Vesuvio, a destra i monti di Maddaloni, e sopra il monastero, in cima ad una collina, le rovine pittoresche del castello di Cicala. In mezzo a quei monti si stende la campagna di Nola, riccamente popolata di pioppi, di olmi, di alberi da frutta, da cui pendono, a guisa di festoni, le viti. In mezzo a tutte queste piante crescono rigogliosi il frumento ed il grano turco, e dovunque brillano gli aranci e i melagrani, e la città, irradiata da un sole abbagliante, trovasi come immersa in un mare di verzura, di vigneti e di fiori. È davvero una contrada adatta per continue feste: la stessa natura, eminentemente voluttuosa, invita senza posa al piacere.
Partii da Nola verso sera, quando stavano per cominciare le corse dei cavalli; più tardi doveva ancora aver luogo un'illuminazione generale. Quando a sera inoltrata mi trovai a Napoli, alla finestra della mia abitazione a S. Lucia, vidi la folla che tornava dalla festa e si avviava verso Chiaia; i cavalli erano guarniti di nastri e di fiori, la gente faceva sventolare le piccole bandiere; tutti, carrozze, cavalli, e uomini erano coperti di polvere. Gridando e schiamazzando la folla si recava a Chiaia a prendere parte alla sfilata per il corso.
VI.
Chiunque si sia recato da Salerno ad Amalfi, seguendo la strada lungo il mare, deve ricordare questa gita con vera soddisfazione. Non ve ne è un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi ha lasciata più grata impressione di tutte le altre.
La strada segue sempre la spiaggia del mare, mantenendosi ad una certa altezza, e piegandosi a tutte le sinuosità del suolo. Si hanno a sinistra i monti e le fresche valli, popolate di villaggi, le quali scendono al mare che rimane disotto, mentre lo sguardo può intanto benissimo abbracciare Pesto, i monti delle Calabrie, il capo Licosa e il golfo Policastro.
Il primo abitato che s'incontra in vicinanza di Salerno è Vietri; la posizione di questa piccola città mi ha ricordato Tivoli. Giace in una gola ampia e grandiosa, sulla riva di un torrente, il quale fornisce l'energia necessaria a parecchi molini, ed è un paese bruno, d'aspetto bizzarro, con parecchie chiese e cappelle. Sulla spiaggia del mare possiede il suo piccolo porto popolato di barche. Quasi tutti i paesi situati in alto hanno un piccolo borgo alla marina, dove si possono godere scene di vita marinaresca con maggior evidenza che nei quadri. Quando dall'alto di quelle rupi si contemplano le barchette, che ora compaiono sulle onde e ora spariscono, si direbbe che siano sospese per aria.
Tutte le torri che ancora si scorgono sulla spiaggia del mare, tutti i castelli situati sulle alture, fanno pensare ai tempi in cui i Normanni fondarono in queste contrade il loro meraviglioso regno, quel regno che segnò un'epoca nella storia della civiltà ed esercitò una grande influenza nell'Occidente e nell'Oriente.
In quel tempo erano, a dire il vero, assai strane le condizioni dell'Italia meridionale; aspre signorie di Greci e di Longobardi, scorrerie continue degli Arabi e repubbliche fiorenti come quelle di Amalfi, di Gaeta e di Napoli.
In questa bella Salerno, che oggi riposa tranquilla in riva al suo mare, regnava allora il principe longobardo Guaimaro, quando comparve davanti alla città una flotta saracena e gl'infedeli diedero l'assalto alle mura. I Salernitani erano infiacchiti al pari dei Sibariti e dei Bizantini e la città, male guardata, stava in pericolo di cadere. Fortuna volle che si trovassero per caso in quel momento a Salerno quaranta pellegrini normanni che tornavano di Terra Santa, a bordo di un legno amalfitano. Domandarono subito armi, si precipitarono fuori della porta ed attaccarono con impeto i mussulmani. I Salernitani, animati dall'esempio, tennero lor dietro, e dopo un sanguinoso combattimento i Saraceni furono sbaragliati e costretti a levar l'assedio. Guaimaro ricompensò generosamente i pellegrini, i quali, ritornati in patria, eccitarono la fantasia dei loro compaesani con le narrazioni delle bellezze della spiaggia di Salerno, dei prodotti di quel suolo fertilissimo, della primavera perpetua che vi regnava e dei tesori che colà, uomini arditi e coraggiosi avrebbero potuto acquistare.
Gli avventurosi Normanni s'imbarcarono allora pel mezzodì d'Italia, guidati da Dragut. Ciò avvenne in principio del secolo XI e la stirpe dei Normanni fu più fortunata di quella dei napoleonidi e di Murat.
Sismondi osserva che da quell'epoca, nella lingua dell'Irlanda, si mantenne dell'antico dialetto scandinavo la voce figiakasta, vale a dire desiderî di fichi, locuzione figurata per esprimere un desiderio intenso.
Giungemmo frattanto a Cetara, luogo delizioso quanto mai sulla spiaggia del mare, una vera e fertile oasi in mezzo ai monti. Di questo paese mi colpì l'architettura tutta moresca. Le case sono piccole e ad un sol piano, con logge e verande circondate di viti; i tetti sono convessi e tinti di nero. La chiesa piccola e di architettura bizzarra, sorge in un boschetto di aranci. Tutto l'insieme del paese aveva un carattere così esotico, che non si sarebbe mai pensato di essere nel centro d'Europa. Allo splendore di un magnifico sole, le piante e i fiori sembravano sorridere e le piccole case con le loro verande, parevano sepolte nella verzura. Tutto era pulito, bello; v'eran piante di aranci, di carrubbe e di gelsi; stupendi cactus in fiore e magnifiche piante di aloe contribuivano a dare un carattere esotico al paesaggio.
Cetara fu il primo punto occupato dai Saraceni su questa riviera. Quivi essi si fermarono e in seguito estesero i loro dominî, fondando colonie ad Amalfi, Minori, Maiori, Scala e Ravello, perchè i mussulmani facevano scorrerie continue su queste spiaggie, prima ancora di conquistare la Sicilia. Costoro erano attirati e indotti su questi lidi, dalle continue lotte dei Greci, con le città e con i Longobardi. La stessa città di Napoli ne diede l'esempio in principio dell'anno 836, quando si rivolse, per mezzo del suo console Andrea, agli Arabi, onde avere soccorso e liberarsi dalla signoria di Sicardo principe di Benevento, e quella repubblica, allora fiorente, strinse lega con i Saraceni senza tener conto nè degli anatemi del sommo pontefice, nè delle minacce degli imperatori greco-romani. Tale lega durò circa un mezzo secolo e si narra che a quei tempi il porto di Napoli presentasse un aspetto addirittura saraceno. Quando, dopo la morte di Sicardo avenuta nell'839, la signoria longobarda cadde a Salerno e a Benevento, e pugnavano per questa fra di loro Radelchi e Siconulfo, quest'ultimo chiamò una banda di Saraceni e prese ai suoi servizi il mussulmano Apolofar con un certo numero di Cretesi. Gli Arabi presero liberamente stanza in Salerno e vi si stabilirono definitivamente, fabbricando case nei dintorni della città.
Finalmente, nell'anno 871, Radelchi e Siconulfo fecero la pace, dividendosi gli stati di Salerno e di Benevento e stabilirono la condizione che non si dovesse permettere più agli Arabi il soggiorno nella costa fra Amalfi e Salerno; ma ad onta di ciò, molti si fecero battezzare e vi rimasero. Costoro avevano già data a quella località un'impronta tutta moresca che non si è più cancellata. Altri Arabi vennero poi dalla Sicilia, di modo che nel corso del secolo IX tutta quanta la Calabria si trovò in pericolo di diventare mussulmana; a Bari regnava un sultano, Taranto cadeva nelle loro mani e minacciavano di prendere Roma stessa, dove i Saraceni sorpresero e saccheggiarono le chiese di S. Pietro e di S. Paolo, mentre Napoli continuava a stare con loro in buone relazioni, ad onta degli sforzi dell'imperatore Ludovico II.
Si stabilirono nuovamente in Cetara nell'anno 880 e la repubblica di Napoli assegnò loro alcune terre sulle sponde del Sebeto. Essi presero pure dimora alle falde del Vesuvio, nei dintorni classici di Pompei, non che sul Garigliano, donde partivano per fare scorrerie in tutta quanta la Campania. Fondarono parimenti la loro colonia di Agropoli, nelle vicinanze di Pesto.
Ai tempi del dominio dei Normanni si ritirarono più di una volta da queste contrade e molti abbracciarono il cristianesimo, altri rimasero al servizio di Ruggero, portando nella bella provincia di Salerno le costumanze e la civiltà orientale. Lo stesso nome di Cetara sembra che sia di origine orientale.
Il sole intanto si era fatto cocentissimo, riflettendosi sulle nude rocce dove camminavamo in fretta, e noi eravamo ancora a buona distanza da Amalfi. L'aspetto della riviera si faceva a mano a mano sempre più bello. Al nostro fianco sorgevano monti altissimi, le cui cime si perdevano nelle nubi, mentre la loro tinta oscura, sotto la sferza del sole che rendeva sempre più azzurre le onde del mare, faceva un grande contrasto con lo splendore di questo e con la limpidezza del cielo. Sorgevano qua e là, sul pendio dei monti, rovine di antichi castelli dei tempi normanni indicanti i luoghi dove un giorno esistettero villaggi. Stupenda ci apparve la posizione di Maiori e di Minori nei due punti più belli della riviera, due piccole città al pari di Cetara, appoggiate al monte e circondate da giardini amenissimi.
Le spiagge di Minori e di Maiori sono quanto c'è di più ridente in questo golfo, da Salerno ad Amalfi e Sorrento, ed io non esito a dichiarare che superano in bellezza la stessa spiaggia di Sorrento, a costo anche di esser tacciato di un'eresia. Sono due punti di una magica tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti; si direbbero appartati da tutto il resto del mondo. Non ho veduto luoghi più graziosi. Il primo che s'incontra è Maiori, fondato da Siccardo di Benevento nel secolo IX; il paese giace quasi in riva al mare. Il monte situato dietro l'abitato, ridotto a foggia di terrazzi, è coltivato a giardini nei quali sorgono casette bianche e pulite che hanno l'aspetto di altrettante ville. Più in alto torreggia pittorescamente un antico castello.
Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine romantica ricrea l'animo e fa nascere il desiderio di vivere colà tranquilli, o almeno di trascorrervi un'estate. Ivi davvero l'abitante dei paesi settentrionali comprende che cosa significhi la figiakasta.
Trovammo colà, in riva al mare, una locanda graziosa, dipinta a colori vivaci, dove ci procurammo vino, ottimi fichi neri e aranci stupendi. Il sole che splendeva di fuori, quella tranquillità profonda, il frangersi delle onde sulla spiaggia e l'atmosfera pregna di profumi, conciliavano il sonno.
Poco dopo ci trovammo mezzo addormentati in un caffè del vicino borgo di Minori. Quivi le case sono piccole e basse quanto quelle di Pompei e le stanze così piccole che appena possono contenere quattro persone. Alla tavola della locanda il padrone ci girava attorno con un ventaglio in mano smovendo l'aria, cacciando le mosche e narrando nel suo dialetto una quantità di storie, parlando sopratutto della fabbricazione dei maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne provvede tutto il regno di Napoli.
Partimmo da Minori nelle ore calde del pomeriggio e, girato che avemmo un promontorio, ci trovammo di fronte ad Atrani, il quale è separato da Amalfi da una gigantesca rupe. La posizione di Atrani è imponente. Sorge a foggia di piramide sulla riva del mare, che in quel punto è altissima e scende assai ripida, addirittura a picco. L'architettura delle case, le quali hanno tutte la propria loggia, produce un aspetto piacevolissimo per il bianco delle mura che si stacca sul fondo nero della rupe. Questa, forma vicino al paese una verde valletta ed alla sua sommità si presenta il paesetto di Pontone. Sulla sommità delle falde di quei monti tutte rivestite di pini marittimi sorgono antiche torri e castelli. Si scorgono intorno villaggi che giacciono ancora più alti fra vigne e castagneti e dove sarebbe molto faticoso l'arrampicarsi. Oltre Pontone, soprastano Atrani gli altri paesetti di Minuto, Scala, e Ravello. Quest'ultimo è particolarmente notevole per i ricordi dei Saraceni. Vi si sale da Atrani percorrendo una ripida e faticosa strada, ma romantica, attraversando gallerie coperte e camminando fra vigneti, castagni e boschi di carrubbe. A misura che si sale, la vista del mare si fa più bella. Dalla cima delle nere rupi, coronate di torri, si getta lo sguardo sull'azzurro delle onde che si direbbero sgorgare dalla gola di Pontone. Si vedono pure verdeggianti pendici, seminate di case, dove per buona ventura gli abitanti non hanno più a temere le scorrerie saracene.
Arrivammo all'abbandonato monastero delle Clarisse e ivi trovammo le prime tracce dell'architettura moresca. Salimmo quindi alla villa Cembrano, casa di campagna di un ricco signore napoletano, la quale sorge tra le rose e gli oleandri, su di un altipiano da dove lo sguardo spazia nel mare. Questa villa è propriamente bella e sopra tutto attrasse la mia attenzione il pergolato, il quale forma un rettangolo attorno al magnifico giardino. Esso è sostenuto da pilastri bianchi, sui quali corre un tetto di verdi tralci, da cui pendono i grappoli in abbondanza; nel giardino poi, tenuto con molta cura, crescono i più bei fiori, e tutte le piante meridionali, nella vegetazione rigogliosa del mese di luglio. Sul margine dell'altipiano sorge un belvedere, circondato di statue, invero orribili, le quali però in distanza producono buon effetto. Si gode di là la vista dell'ampiezza del mare, delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve, dell'imponente punta di Conca e del bel capo d'Orso, presso Maggiori, tutte vedute severe che bisogna ammirare e tacere, anzichè provarsi a farne la descrizione. Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l'azzurra tinta di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare. Io credo che a Dedalo ed a Icaro venne desiderio di poter spaziare per l'aria in una bella sera d'estate, sedendo su di un promontorio dell'isola di Creta.
Salimmo ancora più in alto, al convento di S. Antonio; anche questo è collocato in amenissima posizione ed è di stile interamente moresco, con archi spezzati e colonnette graziose. Raggiungemmo quindi l'antica Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe che è segregata da tutto il resto del mondo; non si vedono che alberi e rocce e da qualche punto il mare in lontananza. Nei giardini si osservano alte torri nere, case di stile moresco con arabeschi in parte rovinati, finestre ad arco con piccole colonne.
Sulla piazza del Mercato, presso la chiesa, sorge un antico edificio di architettura araba, con ornati di gusto fantastico e con colonne meravigliosamente lavorate negli angoli. Il tetto riposa sopra una graziosissima cornice. Questo edificio è designato col nome di teatro moresco e non vi è dubbio che era il palazzo degli antichi signori di Ravello, imperocchè questa città, ora deserta e derelitta, fu un tempo una colonia fiorente di Amalfi che contava trentaseimila abitanti. Ricche famiglie vi avevano introdotto il lusso a cui davano origine le loro relazioni con l'Oriente e il continuo commercio con i Saraceni stabiliti in Sicilia. Fra le più illustri erano annoverate le famiglie degli Afflitti, dei Ragadei, dei Castaldi e sopratutto dei Ruffoli. Si erano fabbricate tutte palazzi di stile moresco, con vasche, con getti d'acqua di vero gusto arabo, su disegni e sotto la direzione di artisti arabi. E' noto che Ravello si mantenne in relazione continua con i Saraceni, molti dei quali vi avevano presa dimora e gli Arabi vi tennero il presidio fino ai tempi di Manfredo. Avvenne perciò che questa piccola città fu una delle prime che accolse nell'Italia meridionale l'architettura araba ed oggidì è una delle poche che ne conservi ancora gli avanzi.
Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco, alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.
In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi, Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]
Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finchè fu notte.
Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto descriverle molto a lungo.