Crispi e la Francia — Giudizii di Crispi su l'Impero e su la Repubblica. — L'Esposizione di Parigi del 1889 e l'Europa monarchica. — Primo viaggio di Crispi a Friedrichsruh per visitarvi il principe di Bismarck: loro colloquii. — Il discorso di Torino.
Quando l'on. Crispi giunse alla direzione degli affari, la Francia era in un periodo di agitazioni. Il 17 maggio il ministero Goblet, ch'era al potere soltanto dal 13 dicembre 1886, aveva rassegnato le dimissioni; il signor Freycinet, incaricato di ricomporre il ministero, trovatosi dinanzi a difficoltà insormontabili, aveva rinunziato al mandato, che era stato dal Presidente della Repubblica offerto al signor M. Rouvier. Questi riuscì, escludendo dal nuovo gabinetto il gen. Boulanger, già popolare e indicato calorosamente dal partito radicale come il solo uomo capace di salvare il paese. Il ministero Rouvier, peraltro, sembrava dovesse essere un'amministrazione transitoria che avrebbe ceduto il posto ad un gabinetto opportunista presieduto dal Ferry e appoggiato dalla Destra. Queste previsioni non si avverarono intieramente; il Rouvier consegnò dopo pochi mesi il potere ad un ministero Tirard (12 dicembre 1887), che alla sua volta non durò quattro mesi. Anche la posizione del Presidente della Repubblica, Giulio Grévy, era scossa e il suo ritiro sembrava questione di tempo, ma tale eventualità era attesa con preoccupazione, temendosi che i radicali e i monarchici si mettessero d'accordo per elevare all'altissimo ufficio il generale Boulanger.
Le idee di Crispi sulla Francia erano note: conosceva profondamente la storia di quel paese, e aveva potuto meglio comprenderla soggiornandovi per lungo tempo; e se, astraendo dalla sua nazionalità, ammirava il genio del popolo francese, i grandi servigi da esso resi alla civiltà, come italiano era convinto che, e per le tradizioni storiche e per le diverse condizioni di sviluppo sociale e per i contrastanti interessi, un'Italia fiera della sua dignità, gelosa dei suoi diritti, non avrebbe trovato nella Francia che un'avversaria prepotente.
L'Impero e la Repubblica tennero con l'Italia contegno diverso?
Per essere più esatti, riferiamo giudizi e opinioni dello stesso Crispi sui due periodi.
Quali benefici ricevette l'Italia da Napoleone III?
Nel 1849 la rivoluzione italiana va estinguendosi nei suoi focolari: sole resistono la Sicilia, Venezia, Roma. La Francia non interviene in favor nostro, ma col pretesto di difenderne la libertà assalisce la Repubblica Romana, invade Roma, vi ristabilisce il papato; nello stesso tempo sequestra le armi e i vapori siciliani, e aiuta il Borbone a impadronirsi della Sicilia. Ancora una volta il dispotismo si aggrava sopra l'Italia; ma la Francia è stata punita; il dispotismo si aggrava anche su lei.... Ed è nella piena servitù dell'Italia che si solleva, o meglio, si risolleva in Francia una delicata questione: la questione delle frontiere. Nel 1858 incominciano infatti ad uscire opuscoli dimostranti la necessità che la Francia abbia le sue frontiere, e sul Reno e sulle Alpi. Si tratta di ottenerle, e lo si cerca. — Come? Con una guerra di conquista? Il tiranno abilmente non lo crede opportuno; piuttosto, con la conclusione di un affare. Nella mente di Napoleone III — è dimostrato — la guerra d'Italia non fu invero che un affare.
Con l'alleanza franco sarda, la Francia s'impegnava infatti ad aiutare il Piemonte ad avere il Lombardo-Veneto; da parte sua, il Piemonte s'impegnava ad indennizzare la Francia di tutte le spese di guerra, e, in più, a darle le volute frontiere.
Nella mente di Napoleone era un gran disegno che incominciava a colorirsi, nella lusinga di potere, rinnovando le gesta dello zio, legittimare in certo qual modo l'usurpazione, e rassodare il trono vacillante.
Egli fu tradito dagli eventi e da sè stesso. La guerra contro la Germania, che doveva essere il coronamento dell'edificio, fu invece l'ultima causa della sua rovina.
Giova intanto stabilire e constatare che il pensiero italiano non entrò affatto nella mente di Napoleone, con la conclusione dell'alleanza franco-sarda....
Ma oltre alle frontiere dell'Alpi, Napoleone III scendendo in Italia aspirava a raggiungere un altro ideale.
Napoleone III aveva lasciato l'Italia nel 1831, quando ancora l'idea unitaria non aveva fecondato che poche menti elettissime, ed era straniera alla grande massa della popolazione. Egli credeva quindi ancora alla virtù, presso le masse, del principio federativo; e, ravvivando l'antico concetto dell'antagonismo franco-germanico, il cui campo di lotta era il nostro paese, egli ebbe in animo di vincere l'Austria, di cacciarla da quella parte d'Italia che gli conveniva, per costituire questa parte in una Confederazione di Stati piccoli e deboli, che dovevano riuscire mancipii della Francia, liberti in tempo di pace, alleati per le sue guerre.
A chi vorrà fare sul serio la storia di questo periodo importantissimo della vita mondiale — e diciamo mondiale, poichè fu per l'Italia che il principio di nazionalità venne riconosciuto — apparirà a questo punto un fenomeno singolare: la stessa idea napoleonica era nutrita dall'Austria, per proprio conto.
Essa prevedeva forse i tempi nuovi, e tendeva a prevenirli con una certa quale trasformazione della sua signoria — cercando di collegare i suoi interessi politici agli interessi materiali delle popolazioni italiane.
Non potendo spingersi sino a Napoli, ove il Borbone non accettò mai l'ingerenza austriaca, l'Austria progettò infatti allora, pei Ducati e per la Santa Sede, dei trattati di commercio che, sussidiati da guarnigioni austriache, dovevano costituire gli Stati italiani in uno Zollwerein da lei diretto ed ispirato.
È in questo conflitto d'influenze e d'ambizioni fra la Francia e l'Austria, oltre che nel desiderio delle frontiere, che bisogna ricercare le ragioni della guerra d'Italia. Se dubbio fosse stato possibile da principio, l'avrebbe dimostrato chiaramente il modo con cui la guerra fu condotta.
I mazziniani, i quali erano allora si può dire i soli apostoli dell'idea unitaria, sentirono tutto questo. Mazzini definì esattamente lo scopo e predisse il termine della guerra, ed in un suo manifesto — tanto egli ne era convinto — disse che la guerra sarebbe stata comandata da Napoleone, e terminata quando a lui sarebbe piaciuto e convenuto.
Intanto, ad estrinsecare l'idea della federazione, Napoleone manda in Toscana un corpo d'esercito comandato dal principe Gerolamo.
Nella mente dell'Imperatore, la Toscana doveva costituire il regno d'Etruria, del quale Gerolamo stesso sarebbe stato il Re, o meglio il vicerè, dovendo lo Stato da Parigi ricevere la parola d'ordine della propria esistenza politica e commerciale.
Ma le previsioni napoleoniche andarono fallite. Gerolamo invece che alle voci di: Viva la Toscana! Viva la Francia! è accolto dalle grida di: Viva l'Italia! Il seme gettatovi dai mazziniani già aveva germogliato e l'idea federativa, sulla quale contava Napoleone per dominare i piccoli Stati che egli andava formando nella sua mente, aveva ceduto il posto alla grande idea italiana unitaria.
I rimproveri di molti francesi furono dunque ingiusti. Al pari di Thiers, anche Napoleone III credeva, e prima di lui lo aveva creduto Napoleone I, che un'Italia debole e disunita fosse nell'interesse della Francia: e fu appunto per tenerla debole e disunita, e per sottrarla al dominio dell'Austria, per farla tributaria della Francia, che egli vi scese.
S'egli non vi riuscì, non fu sua colpa. Gli avvenimenti lo ingannarono e furono maggiori di lui e della sua volontà; ma egli non trascurò mezzo per arrestarne il corso, e per annullarne le conseguenze.
Accortosi, infatti, del grande progresso fatto dall'idea unitaria, egli dimentica il programma con cui aveva lusingato gl'italiani per averne il concorso, e dopo una vittoria che gli avrebbe permesso di cacciar l'Austria da tutta l'Italia, conclude l'armistizio, e, senza nemmeno avvertirne il suo alleato, firma i preliminari di quella pace di Villafranca che dapprincipio non voleva essere creduta nemmeno dai ministri di Vittorio Emanuele.
Con Savoia e con Nizza la Francia ebbe allora le ambite frontiere, e assai più; perchè Nizza francese è, oltre a tutto, un controsenso geografico; coi cinquanta milioni d'indennità, ebbe pagate tutte le spese di guerra. Ed ecco che il trattato di Zurigo viene a dar corpo all'altra idea della federazione italiana.
Napoleone III, piuttosto che accettare l'idea dell'Italia una, si appaga di dividere in quella confederazione, che doveva essere presieduta dal Papa, la sua influenza coll'Austria, la quale doveva esservi rappresentata dal Veneto, senza avvertire, da pessimo politico, quale germe di continue guerre deponeva così.
Il trattato di Zurigo è però così favorevole all'Italia, che l'Italia lo respinge. L'Italia non si ingannava sulle mire di Napoleone, ed ebbe, gran virtù, il senso esatto delle intenzioni e degli avvenimenti. Ond'è che la Toscana e l'Emilia dichiarano la propria autonomia, e proclamano il principio dell'unità.
Napoleone, che vede crollare l'edificio delle sue previsioni e delle sue speranze, contrasta l'unione di quelle popolazioni al Piemonte, e impedisce il movimento delle popolazioni pontificie. Garibaldi non può passare la Cattolica.
Ma il gran giorno dell'Italia era venuto. Palermo insorge: è, a miracolo, organizzata la leggendaria spedizione dei Mille, la quale non conosce ostacoli, e vince quelli di ogni genere che le sono suscitati da tutti....
A quel punto, se veramente Napoleone fosse stato quel grande uomo politico che molti, per troppi anni, vollero credere e far credere, avrebbe compreso che ormai gli conveniva mutar tattica, e che, non potendo far degl'italiani altrettanti clienti, gli era utile farsene almeno degli amici, degli alleati.... Garibaldi giunge dunque a Napoli contro la volontà di Napoleone....
.... Vince il Borbone al Volturno, e preparasi a marciare su Roma.
Ma Napoleone non cede, e, pari all'avaro, costretto a separarsi dal proprio tesoro, egli si lascia strappare solo dai fatti compiuti il consenso, e non interviene che per impedire. È così che, di fronte al pericolo di vedere Roma data addirittura all'unità italiana, cemento e centro di essa, egli conclude con Vittorio Emanuele una Convenzione, per la quale l'esercito regio penetra nelle Marche e nell'Umbria, che sono riunite alla monarchia, per impedire gli ulteriori movimenti di Garibaldi.
E intanto la flotta francese proteggeva a Gaeta il Borbone, che resisteva per essa, prolungandosi così, per colpa della Francia, una inutile guerra....
Salvato infatti il patrimonio di San Pietro e posto sotto la tutela delle armi francesi, ecco Roma divenire, per la Francia, il covo della reazione italiana. Asilo dei principi spodestati, è là che si ordiscono, sotto gli occhi di Napoleone, tutte le cospirazioni a danno della nostra unità, è là che si organizza il brigantaggio e si mantiene viva così la più orribile agitazione in una parte tanto importante del nuovo regno. Era quella la caricatura della politica per parte di un grande Stato, ma una caricatura sanguinosa, che non può essere così facilmente dimenticata.
Gli sforzi dell'Italia indignata s'infrangono ad Aspromonte, e l'alba del nuovo regno è così, per la Francia, funestata da una tragedia, che è ancor viva e palpitante nel cuore di tutti gli italiani.
Ma la politica francese non muta. L'organizzazione del brigantaggio non bastandole più, eccola infatti affacciarne dinanzi al mondo la più patente protezione.
Il 10 luglio 1863 approda a Genova l'Aunis delle Messaggerie Marittime, portando seco sei briganti disposti ad esiliarsi; fra essi è La-Gala. Il governo italiano vuole impadronirsene. La Francia pretende che non si arrestino, che le vengano consegnati. E così si fa; il tricolore francese garentisce la vita e la libertà di assassini infami, infliggendo all'Italia la vergogna di non poter punire il delitto, il delitto contro la patria e contro l'umanità.
Ma non basta.
Napoleone, per quanto lungi dall'essere un grand'uomo politico, aveva però criterio sufficiente a comprendere come, dopo la proclamazione di Roma a capitale d'Italia, fosse quella una questione destinata a rimanere aperta. Ed ecco che, a chiuderla, egli escogita la Convenzione del 15 settembre 1864, la quale altro non voleva nè poteva significare che una rinunzia a Roma. Per essa infatti si trasportava la Capitale in un punto centrale d'Italia, e s'impegnava l'Italia non solo a riconoscere lo Stato Pontificio, non solo a non attaccarlo, ma ad impedire che fosse attaccato: più, le si faceva assumere una parte del Debito pubblico della Santa Sede, dando così a questa i fondi per organizzare e pagare quell'esercito che doveva vegliare a che Roma non divenisse italiana.
Tutti si attendevano che Napoleone avrebbe almeno rispettato cotesta Convenzione di settembre, così umiliante per l'Italia. Niente affatto.
Nella Convenzione era scritto, che la Francia avrebbe ritirato le sue truppe dal territorio pontificio. Parve che le ritirasse, ma in sostanza i soldati francesi furono arruolati nell'esercito papale.[20]
Ma era Roma soltanto che Napoleone contendeva all'Italia?
Il 1866 reca l'alleanza italo-tedesca. Napoleone III accorda generosamente il permesso di quell'alleanza, ma impone il modo e la durata della guerra all'Austria. Con l'Austria egli tratta anche segretamente. Egli comprende che la guerra era inevitabile per l'Italia, ma teme che questa esca troppo rafforzata dalla vittoria. Quindi ogni suo sforzo è inteso ad impedire una buona prova delle nostre armi: ed egli fa sì che la guerra si chiuda con una vergogna della nostra politica, imponendo al Governo italiano l'accettazione del Veneto dalle mani non più dell'Austria, ma della Francia stessa, lasciando l'Italia senza frontiera orientale, dopo averle tolto la frontiera occidentale.
Il conte Vitzthum, confidente del conte di Beust, era stato da lui incaricato di una segreta missione presso il governo imperiale di Francia. Egli arrivò a Parigi il 26 giugno 1866, quando giungevan colà le notizie di Custoza. Egli ha narrato l'impressione prodotta colà da quelle notizie nel suo libro London, Gastein und Sadowa, così:
«Trovai che tutta la capitale era entusiasmata ed allegra per le notizie delle vittorie austriache in Italia.
«Mi si assicurava, — e potei constatarlo — che in tutte le classi della popolazione il giubilo per la sconfitta degli italiani era universale, e quasi indescrivibile nelle caserme.
«I soldati insistevano da per tutto per potere illuminare i loro quartieri in onore dell'esercito austriaco. E posso assicurare, che questo stato di cose aveva fatto la più profonda impressione sull'italianissimo imperiale delle Tuileries».
.... E invero, un'altra data ricorre al nostro pensiero, una data fatale, un altro nome: Mentana; al quale la generosità italiana ha contrapposto un'altra data, un altro nome: Digione.
.... Al 1869 Napoleone propone alle Potenze di mettere il territorio pontificio sotto la garanzia dell'Europa. Egli vuole con un trattato internazionale impedire all'Italia la conquista della sua capitale; ed avrebbe ottenuto il suo scopo, se Berlino e Londra non si fossero opposte.
La fatalità spingeva Napoleone alla rovina. Il fantasma dell'Italia Una poteva sopra di lui più dell'evidente interesse.
L'Austria stessa vide nel 1870 quale sarebbe stato l'interesse della Francia, Napoleone nol vide; l'Austria stessa spronava Napoleone a dare Roma all'Italia, per assicurarsi l'alleanza italiana; Napoleone nol volle. È così che tutti i negoziati tornarono vani, e che la Francia rimase, per propria sua colpa, isolata in Europa.
Ed è di questo isolamento che si fa da quel giorno un delitto all'Italia. Or non occorrono parole per dimostrare che, non solo una follìa, ma sarebbe stato invece un delitto da parte dell'Italia il prendere le armi contro una Potenza amica ed alleata, per aiutare un padrone il quale, mentre pure chiedeva la nostra cooperazione, si rifiutava di riconoscere i nostri diritti e persisteva nel volerci opprimere.
Nè si creda che quello fosse un errore personale di Napoleone III. Napoleone crolla, traendo con sè nell'abisso la Francia; ma la Francia non rinuncia a Roma per questo.
L'Italia viene a Roma, ma il pensiero di Thiers non è diverso da quello di Napoleone; l'Italia viene a Roma per merito delle vittorie tedesche, che essa avrebbe dovuto impedire, e la Francia, impotente, tollera, ma non accetta; e una nave francese, protesta permanente, e segno del protettorato esercitato dalla Francia sulla Santa Sede, staziona a Civitavecchia. Ci vollero anni prima che quella nave si risolvesse a partire. Solo il ridicolo, l'unica arma che uccida moralmente in Francia, e di cui la Francia era minacciata per quel fatto, potè far sì che quella nave venisse ritirata.
Dopo il 1870 la Francia non ha praticato verso l'Italia che una politica di dispetti e di risentimenti. Convinta che l'Italia non volle aiutarla nel terribile conflitto ch'ebbe a sostenere con la Germania, il governo repubblicano, seguendo i pregiudizi del governo imperiale e tenendo lo stesso contegno orgoglioso, anzichè dissipare i malintesi e lavorare a rendersi amico il popolo italiano, lo ingiuriava, lo disprezzava, lo minacciava, e però se lo rendeva più ostile. Se avesse studiato i precedenti, avrebbe compreso che giustamente il popolo italiano aveva veduta come una liberazione la scomparsa dell'Impero, il quale con le sue esigenze ed i suoi arbitrii aveva dispotizzato sull'amministrazione italiana e impedito la liberazione di Roma. Si aggiunga che, anche volendo, l'Italia non avrebbe potuto aiutare l'Impero, poichè, pochi mesi prima che cominciassero le ostilità, il governo, incauto e impreviggente, aveva disarmato. Ed esponendoci a tutti i danni, compreso quello di non aver Roma, chi ci avrebbe inoltre garantito del contegno dell'Austria? Non era possibile che la Prussia, vedendosi attaccata dall'Italia, che non aveva alcun motivo per dichiararle la guerra, avrebbe trovato modo d'intendersi con l'Austria? Date queste eventualità, noi avremmo potuto perdere i beneficî ottenuti nell'ultimo decennio per l'unificazione della Patria!
Orbene, considerando tutte coteste cose, il governo della Repubblica avrebbe dovuto fare una politica amica per conquistarsi l'amicizia dell'Italia che l'Impero aveva perduta. Una politica di pace, di rispetto, di fratellanza avrebbe impedito la costituzione della Triplice Alleanza, e ci avrebbe avviati veramente all'unione delle Potenze mediterranee.
La terza repubblica in Francia surse dopo un disastro nazionale. Non fu l'effetto di una rivoluzione, nè di una cospirazione.
L'Impero ucciso a Sedan, difficilmente avrebbe potuto risorgere. Il solo che avrebbe potuto dargli vita era Bismarck, ed egli non volle.
La monarchia del diritto divino non era pronta ad occupare il trono. La monarchia di luglio non aveva il coraggio di assumere il potere, ed in quei momenti di abbattimento per le inattese sconfitte, nissuno avrebbe osato rilevare una dinastia che nulla aveva fatto per meritarsi l'amore della Francia.
La sede essendo vacante, fu facile ai parigini di proclamare la sovranità del popolo. E lo fecero con timidezza e quasi incerti del domani. Il governo provvisorio assunse il titolo di difensore della nazione, si costituì come una necessità del momento, e pei bisogni del momento, che erano quelli di respingere la invasione straniera.
Quando nella sala dei Cinquecento, a Firenze, giunse la notizia che il 4 settembre a Parigi era stata proclamata la Repubblica, coloro i quali ricordavano i prodigi del 1792, credettero che la Francia avrebbe dato una nuova prova della sua energia e che i prussiani sarebbero stati cacciati.
I più prudenti riflettevano che i tempi erano diversi, e che l'Europa d'oggi non era quella del '92. Soggiungevano che l'eroismo oggi non ha l'efficacia dei tempi antichi e che il valore del soldato non influisce più sulla sorte delle battaglie. L'arma moderna è una macchina che lavora in lontananza e che rende impossibile la lotta a corpo a corpo. Vince colui che ha saputo raccogliere il maggior numero di soldati ed ha saputo armarli del fucile a tiro rapido e di più lunga gettata. Anche le insurrezioni oggi non possono più avere il successo di prima.
E dubito molto che una insurrezione sarebbe stata possibile a Parigi, e che la Repubblica sarebbe potuta nascere in conseguenza di un movimento popolare. I francesi in genere non sono fatti per cospirare, e lo vidi e me ne convinsi durante il mio soggiorno nella grande capitale.
Dopo le giornate di giugno 1848 e dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, Cavaignac prima e Luigi Bonaparte dopo purgarono Parigi di tutta quella massa di spostati, uomini di una vita costantemente incerta, speculatori nel disordine, che sono l'avanguardia delle insurrezioni e dei quali si valgono tutte le fazioni politiche.
Oggi, bisogna che la Francia dimentichi la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi. Bisogna che riconosca e si abitui a riconoscere che la nazione italiana vale quanto la francese, e che deve, come la francese, godere della sua indipendenza e fruirne nel consesso delle nazioni».
Per la prima volta il 25 giugno 1887, alla Camera, l'on. Crispi fece una dichiarazione riflettente la Francia, dal banco dei ministri, in rappresentanza dell'on. ministro degli Affari esteri che era assente. S'interpellava “sugli intendimenti precisi del governo in merito al concorso dell'Italia all'Esposizione universale di Parigi nel 1889„.
Quella glorificazione della grande rivoluzione e quindi del rovesciamento della monarchia in Francia accompagnato dagli orrori ben noti, non poteva andare a genio ai governi monarchici d'Europa; e infatti tutte le grandi Potenze, a incominciare dall'Inghilterra, declinarono l'invito di partecipare ufficialmente all'Esposizione di Parigi; la Russia dichiarò espressamente “l'impossibilità del governo imperiale di associarsi ad una solennità intesa a glorificare dei principii che stanno in diretta dissonanza con quelli su cui poggia la sovranità degli Czar„.
Quando l'on. Crispi manifestò gl'intendimenti del governo italiano, gli altri governi avevano già declinato l'invito; ond'egli potè dire che se l'Italia fosse intervenuta, mentre le altre grandi Potenze si astenevano, il suo intervento avrebbe assunto un significato politico che non gli si voleva dare. Ma fece altresì calde dichiarazioni di amicizia per la Francia, la quale non poteva lagnarsi dell'Italia perchè non prendeva parte ad una Esposizione Universale che non sarebbe stata più tale.
La stampa francese però non volle perdere l'occasione per imputare all'on. Crispi preconcetti miso-gallici e passiva obbedienza alla Germania; la quale, invece, aveva dapprima circondato il suo rifiuto di perifrasi e promesse d'incoraggiare gl'industriali tedeschi ad esporre, e mutò contegno solo quando ebbero luogo a Parigi dimostrazioni anti-tedesche in occasione della rappresentazione del Lohengrin.
Quando, alla fine di settembre, i giornali francesi per i primi annunziarono che l'on. Crispi era in viaggio per recarsi a far visita al principe di Bismarck, parve si compiesse un avvenimento di gravità eccezionale; e chi s'era proposto d'impressionare l'opinione pubblica accennò a disegni bellicosi contro la Francia che si sarebbero concretati a Friedrichsruh. L'on. Crispi era denunziato dai suoi avversari palesi ed occulti come un impulsivo, e quindi come un uomo pericoloso. Se avesse battuto la via dei suoi predecessori, gli avrebbero ricordato che la politica da lui, deputato, sempre combattuta non era poi così cattiva se da ministro la faceva sua; mettendosi egli, invece, per una via nuova, prevedevano il finimondo.
I ministri italiani non usavano, sin allora, di varcare i confini d'Italia per abboccarsi coi loro colleghi stranieri. Anche il Robilant, prima della rinnovazione del trattato, a chi gli proponeva d'incontrarsi col principe di Bismarck aveva risposto “non aver nulla da dirgli„. Ma l'on. Crispi pensò di aver molte cose da dire al Gran Cancelliere germanico; aveva fede in sè, nell'efficacia della propria azione personale, e ricordava, d'altronde, che nel 1877, a Gastein, era riuscito a fare apprezzare il valore dell'alleanza italiana quando questa era ancora un evento remoto.
L'invito venne dal Principe. In una lettera particolare del 18 settembre, il conte di Launay scriveva all'on. Crispi di “avere ricevuto il giorno innanzi la visita del conte Erberto di Bismarck, il quale tornava da Friedrichsruh. Il conte gli aveva parlato di molte cose: della questione bulgara e della situazione nella quale si trovava il governo tedesco tra la politica dell'Italia e dell'Austria e quella della Russia, delle cose discorse tra il principe e il conte Kálnoky nella recente visita di quest'ultimo a Friedrichsruh, e del pregio che i due Cancellieri attribuivano all'alleanza con l'Italia; infine, gli aveva anche recato un messaggio del Principe per lui personalmente: egli sarebbe stato felice se le circostanze gli avessero permesso d'incontrarsi col collega italiano come soleva incontrarsi col conte Kálnoky, che dal 1881 si recava ogni anno da lui; l'età e la salute erano un ostacolo ad un viaggio in Italia del Principe, che non osava, temendo di mancargli di riguardo, invitare Crispi ad un colloquio; ma a Friedrichsruh, come a Varzin, o a Berlino, se un buon vento l'avesse spinto verso quelle regioni, sarebbe stato lietissimo di riceverlo con lo stesso sentimento di soddisfazione provato in occasione della sua amabile visita a Gastein nel 1877. Spettava all'on. Crispi di pronunziarsi sull'opportunità di una tal visita; se motivi personali o politici l'avessero sconsigliato, o ritardato, nessuno gliene avrebbe fatto carico„.
L'on. Crispi rispose al di Launay che un incontro col principe di Bismarck era “uno dei suoi più vivi desideri„. Avrebbe preferito che tale incontro avvenisse in maniera da sembrare fortuito; ma comprese che, sebbene il Principe gli avesse, per delicatezza, lasciato la scelta del luogo, in verità sarebbe stato più contento che l'incontro avvenisse a Friedrichsruh, dove pochi giorni prima era stato il Cancelliere dell'Impero austro-ungarico.
Crispi, cui non mancava il coraggio dell'amicizia, si decise subito, e poichè doveva trovarsi in Roma nei primi di ottobre, profittò di quegli ultimi giorni del settembre per recarsi in Germania. Egli stesso narra nelle pagine che seguono del viaggio e dei colloqui avuti col Bismarck. Ma prima di muoversi dall'Italia, il 23 settembre, avvenne tra il re Umberto, Crispi e il Cancelliere germanico, questo scambio di cortesie:
«A Sua Altezza il Principe di Bismarck.
Sono felicissimo di esprimere a V. A. le mie felicitazioni per il 25.º anniversario della Sua elevazione alle funzioni nelle quali Ella rende così eminenti e gloriosi servigi all'Imperatore, mio amico venerato, e alla Nazione che è nostra fedele alleata. Che Dio conservi V. A. per lunghi anni alla grandezza della Germania, alla pace dell'Europa, alla mia amicizia ed alla mia ammirazione, sentimenti che sono condivisi dall'intera Italia.
Umberto.»
«A Sua Maestà il Re d'Italia.
Prego V. M. di gradire i miei umilissimi ringraziamenti per le graziose felicitazioni ch'Ella si è degnata indirizzarmi nell'occasione del mio anniversario. Sono felice della augusta approvazione che Vostra Maestà vuole accordare allo zelo che pongo nella realizzazione delle intenzioni dell'Imperatore mio Signore, mantenendo la politica di S. M. sulla via tracciata dall'alleanza e garentita dall'amicizia provvidenziale che unisce i Sovrani, le dinastie e le nazioni dell'Italia e della Germania.
Von Bismarck.»
«A Sua Altezza Serenissima il Principe di Bismarck.
In questo venticinquesimo anniversario del giorno nel quale un Sovrano illuminato vi chiamava nei suoi Consigli, il mio pensiero ritorna sulle grandi cose che avete compiuto. La patria tedesca unificata sotto uno scettro glorioso, l'Impero germanico rialzato dalle sue rovine e diretto da sedici anni verso uno scopo di pace e di conservazione, ecco i grandi titoli alla riconoscenza del popolo tedesco e all'ammirazione di tutti i vostri contemporanei, anticipatori della posterità e interpreti della storia. In nessun luogo meglio che in Italia si apprezza la grandezza della vostra opera: grazie al genio politico secondato dalle armi, pochi anni sono bastati per fare, di due popoli smembrati, due grandi Stati degni di comprendersi.
Vostra Altezza che conosce i miei sentimenti personali a suo riguardo, voglia gradirne ancora una volta l'espressione in questo giorno.
Crispi.»
«A Sua Eccellenza il Signor Crispi.
Con tutto il cuore ringrazio V. E. delle buone parole che ha voluto farmi giungere col telegrafo. L'analogia dei nostri precedenti storici, delle nostre aspirazioni nazionali e dei pericoli che possono minacciarci, ha creato tra i nostri due paesi quella solidarietà d'interessi che li ha predestinati ad una alleanza naturale e costante.
Io sono felice di essere chiamato a cooperare con V. E. al nobile compito di conformare la nostra politica all'amicizia dei nostri sovrani e ai principî di pace e di conservazione che dirigono le intenzioni delle Loro Maestà, prestandoci noi mutuamente l'appoggio morale e materiale contro qualsiasi attentato all'indipendenza dei due alleati.
L'elevatezza dei sentimenti di V. E. e dei ricordi nazionali onde la generazione è compresa in Italia come in Germania, ci dànno la fiducia che questa politica deve riuscire.
Von Bismarck.»
27 settembre. — Alle 9.50 pom. partenza da Roma.
28 settembre. — Arrivo a Milano alla 1 pom. Alle 5 a Monza. Alla stazione viene a ricevermi il general Pasi.
Alle 5.30 sono dal Re, col quale m'intrattengo sino alle 7. — Alle 7.30 pranzo. — Ritorno a Milano.
29 settembre. — Mi si scrive dal Rattazzi, che il Re verrebbe a Milano e che mi riceverebbe alle 5.30 pom.
Sono dal Re. — Alle 8.30 si parte.
30 settembre. — Alle 6.30 pom. a Francoforte, dove troviamo varii telegrammi. Pernottiamo al «Frankfürterhof».
1 ottobre. — Alle 8.30 ant. si parte per Friedrichsruh. Poco prima di giungere a Büchen, ci raggiunge il conte di Bismarck.
Alle 9.15 siamo a Friedrichsruh. Il conte mi avvisa: «Mon père». Il Principe è alla stazione a ricevermi, e si avvicina al vagone in atto di aiutarmi a scendere.
Mi fa salire nella sua vettura e mi conduce a casa, che è a pochi passi. Sono ricevuto dalla Principessa, che si ricorda di me. Presento i miei segretarii: mio nipote Palamenghi-Crispi, Pisani-Dossi, Mayor.
Piccolo circolo. — Arrivo del dottore Schweninger. — Si va a riposare.
2 ottobre. — Mi alzo alle 6.30 del mattino.
Alle 11 il Principe sale nel mio appartamento a visitarmi. Si scusa di essersi alzato tardi. Ha dovuto obbedire al suo medico. Andrebbe ad aprire il suo corriere, e fra un quarto d'ora sarebbe libero; discenderei io nel suo gabinetto. Da lì a poco avvertito, scendo al pianterreno, e traversando poche stanze che si seguono in fila, giunto alla sala, d'ingresso trovo a destra una saletta dalla quale, saliti alcuni gradini, passo nelle stanze di studio del Gran Cancelliere. Nella terza stanza è il gabinetto, il quale è mobigliato molto semplicemente.
Il Principe siede alla sua scrivania. Al vedermi si leva e ci sediamo l'uno di fronte all'altro.
Il Principe fa un'esposizione della politica generale nei suoi rapporti con la Germania.
Egli vuole la pace; e constata con dispiacere come a turbarla esistano due sole Potenze, la Russia e la Francia. Egli però non ne teme. La triplice alleanza è una potente garanzia alla conservazione della pace.
Ha fatto tutto il possibile per rendersi amica la Russia; ma non vi è riuscito. Al 1878 assunse su di sè il peso del Congresso di Berlino per renderne meno dolorose le conseguenze allo Czar. Pregato a prenderne l'iniziativa, si rifiutò; ma poscia recatosi da lui Schouvalow a nome dell'Imperatore, consentì. Quale ne fu il compenso? La Russia pose 200 mila uomini alla frontiera tedesca!
Ripete ch'egli vuole la pace; ma che, se la deplora, non teme la guerra. La Germania può mettere subito sotto le armi un milione e mezzo di soldati, e se è costretta da forti necessità, levando tutti gli uomini validi, può mobilizzare 3 milioni di soldati. E vi sono, per tre milioni uniformi, armi e quanto occorre a portare parecchi eserciti sui campi di battaglia. Collocandone un milione alle frontiere del sud ed un milione a quelle del nord, la Germania non temerà l'offesa.
Al resto penseranno gli alleati.
La Russia non è sicura dei suoi eserciti. Le truppe, ufficiali e soldati, sono lavorate dagli elementi rivoluzionarii. Il grande impero pare invulnerabile, ma non lo è del tutto. La Polonia è una debolezza e l'Austria in Polonia è simpatica. Per poco che si aiutino ad insorgere, i polacchi potranno essere emancipati e costituire uno Stato da potersi dare ad un arciduca austriaco.
Alessandro III non è partigiano della guerra. E quando pure volesse farla, non gli converrebbe andare in Bulgaria. Là, a poca distanza, è la Transilvania, e l'Austria avrebbe facile via per piombare sopra i russi.
Al principe di Bismarck poco importa che i russi vadano a Costantinopoli. La Russia con quella conquista sarebbe più debole.
A lui poco importa la soluzione della quistione bulgara e se mai ne sorgesse la guerra, non vi prenderebbe parte finchè la Francia restasse tranquilla. Il contegno della Francia potrebbe soltanto spingerlo a prendere le armi.
Egli conta molto nella triplice alleanza, ed ha fiducia nelle due Potenze amiche. Non dubita della lealtà dell'Austria.
È popolare in Austria l'alleanza con la Germania e l'Italia. Vi sarebbe impopolare un accordo con la Russia. Contro la Russia la guerra sarebbe popolare; con la Russia impossibile.
Risposi esponendo le condizioni d'Italia. Il nostro esercito, quantunque non raggiunga il milione di soldati, è ormai forte e compatto per poter sostenere gli obblighi assunti con le due alleanze. In aprile noi potremo mettere mezzo milione di soldati in prima linea, oltre la riserva e la territoriale.
Il nostro paese è tranquillo; noi non temiamo i partiti sovversivi. I nostri internazionalisti sono rari e non verrebbero mai all'azione. In caso di assalto straniero, tutte le classi sociali concorrerebbero alla difesa del territorio nazionale. In caso di spedizione all'estero potremo fare i maggiori sforzi, perchè all'interno non avremmo a temere insurrezioni.
Noi non possiamo dirci disinteressati nella questione orientale. Non possiamo permettere che la Russia vada a Costantinopoli. La Russia a Costantinopoli sarebbe padrona del Mediterraneo; le sarebbe facile valersi dei marinai che offre la Grecia, con la quale, pei suoi vincoli religiosi, potrebbe essere d'accordo.
Io non credo che la Russia diverrebbe più debole, prendendo Costantinopoli. Cotesto grande impero, allargando il suo dominio in Europa, potrebbe farne sua base, imperando facilmente sull'Oriente e sull'Europa.
Ad impedire che ciò avvenga, l'Italia segue la sua politica tradizionale. Al 1854 Cavour concorse alla guerra in Crimea, unendosi alla Francia ed all'Inghilterra, giusto a cotesto scopo; ed oggi l'Italia non potrebbe fare altrimenti.
Noi comprendiamo i pericoli che minacciano l'Europa, ed a scongiurarli ci siamo opposti a qualunque atto, che da parte della Russia o della Turchia potesse produrre la guerra.
A noi poco importa che in Bulgaria regni Alessandro di Battenberg o Ferdinando di Coburgo. È nostro interesse soltanto che colà non sia turbata la pace. E la pace vi sarebbe turbata, se le grandi Potenze accettassero la proposta russa di demolire in Bulgaria quello che di fatto vi esiste, con l'invio di un luogotenente principesco. Il principe Ferdinando non partirebbe di buona voglia da Sofia, e se pur ne partisse i bulgari si opporrebbero anche con le armi al Luogotenente russo ed al Commissario turco.
Io non m'illudo sulle condizioni della Turchia. Quell'Impero è in dissoluzione, e da un momento all'altro può darsi che se ne apra la successione. Nei nove anni che seguirono al trattato di Berlino, nulla ha fatto il Sultano per riordinare la sua amministrazione. È un miracolo, anzi, ch'egli continui a sostenersi, il suo governo mancando dell'alimento principale della vita degli Stati, cioè delle finanze. L'art. 23 del trattato di Berlino gli imponeva di dare alle sue Provincie regolamenti somiglianti a quelli di Creta, ed il Sultano nulla ha fatto e le Potenze non lo hanno richiamato allo adempimento de' suoi doveri.
Il disordine attuale della Turchia può giovare alla Russia, che l'agguata, pronta a darle l'ultimo colpo. Ciò non può convenire alle grandi Potenze, le quali non possono permettere alla Russia d'impossessarsi di quel territorio.
In tale stato di cose, il dilemma che a noi si presenta è questo; o unirci per riordinare l'amministrazione della Turchia, difenderla ove ne fosse il caso, impedire insomma che essa precipiti, o preparare le basi per un governo o più governi che dovrebbero essere sostituiti al turco.
In questo secondo caso io non vedrei altro di meglio che, rispettando le autonomie delle differenti regioni, come la Macedonia, l'Albania, la vecchia Serbia, ecc., costituirle nel modo istesso, siccome oggi sono la Rumenia, la Bulgaria e gli altri Stati balcanici.
Il concetto delle autonomie è accettato a Vienna. Dai dispacci del nostro Ambasciatore in quella città risulta che il conte Kálnoky vuole il rispetto delle autonomie locali nella penisola balcanica. Non so come il Kálnoky intenda attuare il suo pensiero, ma a me basta constatare che nei principii siamo d'accordo.
Il Principe allora riprese che egli vedeva di buon occhio il gruppo delle tre Potenze, e desiderava anzi che fosse compatto, e che facesse valere la sua autorità.
Nella Bulgaria nulla egli ha da vedere. Sarebbe stato meglio vi fosse rimasto il principe Alessandro. Esso però fu imprudente, ed affrettò la sua fine, violando il trattato di Berlino. Fece anche dippiù: offese la suscettibilità dell'Inghilterra co' suoi progetti di matrimonio. Comunque sia, egli non è più principe.
La Russia insiste nelle sue proposte. Bismarck le appoggerà se verran fatte proprie dalla Turchia. È però di avviso che non approderanno. Libero però il governo italiano di seguire in Oriente la politica sua; la Germania sarà sempre d'accordo con l'Italia in tutto ciò che giovi al mantenimento della pace. Se la pace in Oriente venisse turbata, la Germania sarà co' suoi alleati, stando alla retroguardia.
Per quanto si riferisce alle cose dell'Oriente — soggiunge il Principe — vedetevela col conte Kálnoky. Combinate tutto con lui, stabilite con lui. Potrà essere l'oggetto di un trattato speciale.
Riprendendo la parola, soggiunsi che la conservazione della pace era il mio desiderio ed il mio proponimento. Manifestai il mio rincrescimento per le condizioni eccezionali nelle quali ci troviamo in Massaua. Quella occupazione non è un fatto mio: la trovai. È mio dovere però, è dovere del governo italiano di riparare all'offesa patita. Sarà una guerra di poco momento, alla quale siamo obbligati; è una guerra dalla quale non possiamo liberarci.
Io voglio sperare che la Francia sarà tranquilla, ma dovrò osservare che i trattati del maggio 1882 e del febbraio 1887 sono incompleti. Si previdero le ipotesi del concorso reciproco di una delle due Potenze in caso di una guerra; ma non si pensò a fare una convenzione militare, la quale io ritengo sia necessaria.
Nissuno può sapere nè quando nè come scoppierà la guerra. Può essere un fatto improvviso; e non si deve attenderlo per metterci d'accordo nella parte che ciascuno di noi dovrà prendere alla difesa comune. Giova stabilire il più presto possibile un piano di difesa e di offesa prevedendo tutte le ipotesi, affinchè, scoppiata la guerra, ciascuno di noi sappia quello che deve fare.
Insomma una convenzione militare è complemento ai trattati di alleanza.
Il Principe rispose che comprendeva la ragionevolezza della mia proposta e che l'accettava. Era necessario però ch'egli ne parlasse con l'Imperatore e prendesse all'uopo gli ordini di S. M. L'Imperatore è il capo dell'esercito.
Replicai, che ammessa in principio la mia proposta, nulla avevo da aggiungere, se non che ad esprimere il desiderio che altrettanto si dovesse fare con l'Austria.
L'Austria — soggiunsi — è quello che è, impero poliglotta, composto di varie nazionalità. Io la rispetto, perchè rispetto e dovrò rispettare i trattati.
Per me l'esistenza dell'Austria è necessaria all'equilibrio d'Europa. Lo riconosco, e l'Italia sarà una fedele alleata del vicino impero.
Tengo a dirlo poichè fui suo nemico, e cospirai contro di esso sino a quando possedette provincie italiane. E perchè sono sincero nelle mie dichiarazioni, dovrò pregarvi d'interporvi presso il gabinetto di Vienna in una questione la cui soluzione ci interessa tutti, l'Austria e noi.
Nello Stato austriaco vi è una forte popolazione italiana, una popolazione importante in ogni senso, che giova al governo austriaco tenersi amica.
Io non domando privilegi per la popolazione italiana. Domando che sia trattata come tutte le altre nazioni dell'Impero. Il governo austriaco ci guadagnerebbe, perchè toglierebbe ogni motivo a lagnanze e se la renderebbe amica.
V. A. non può comprendere qual danno derivi dai cattivi trattamenti ed in quale imbarazzo l'Austria metta il governo italiano. Tutte le volte che giungono in Italia notizie di violenze fatte agli italiani dall'Austria, il sentimento nazionale si ridesta ed i partiti politici se ne valgono di pretesto per turbare la pace pubblica.
Del resto, l'Austria non può vivere ed esser forte che a condizione di rispettare le varie nazionalità dell'impero.
Il Principe mi ringraziò di tali dichiarazioni, e promise che avrebbe fatto giungere la sua parola a Kálnoky.
Dopo ciò riputai necessario di toccare un altro argomento, il quale interessa l'Italia e la Germania soltanto: l'esercizio dei diritti civili degli italiani in Germania e dei tedeschi in Italia, sul piede di perfetta eguaglianza; lo pregai di affrettare l'attuazione di codesto concetto.
Il Principe, ricordandosi la promessa fattami in proposito per mezzo dell'Ambasciata tedesca in Roma, dichiarò che l'affare era allo studio e che l'avrebbe sollecitato. «Si studia un Codice Civile per tutto l'Impero per togliere la molteplicità dei Codici attualmente in vigore. Si è dovuto quindi sentire i ministri di Giustizia dei varii Stati. Ci vuol tempo, ma si farà presto».
Era ormai mezz'ora dopo le 12 meridiane. Il Principe mi pregò di sospendere il colloquio, che avremmo ripreso dopo la colazione, e di andare a passeggiare nella foresta.
Lui, io ed Herbert, appoggiati ciascuno al nostro bastone — me ne aveva dato uno di quelli che erano nell'anticamera — procediamo per un viottolo che si apre alla sinistra della casa. Si gira per oltre una mezz'ora e di tanto in tanto il discorso politico è interrotto dal Principe con le notizie ch'egli mi dà dei luoghi che traversiamo.
Il Principe mi domanda di Cucchi — un deputato italiano che nel 1870, durante la guerra, fu inviato al Quartier generale germanico dal Comitato della Sinistra — e vuole che io glielo saluti. Il che dà occasione a discorrere della origine dei nostri rapporti anteriori alla guerra del 1870, del viaggio di von Holstein a Firenze, degli aiuti che furon dati alla Prussia impedendo l'invio di truppe italiane in Francia.
Si camminava a passo accelerato. Ricordando il 1870 e caduto naturalmente il discorso sulla Francia, mi venne fatto di avvertire come il Matin avesse esplicato il mio viaggio a Friedrichsruh. Il Matin aveva stampato che scopo della mia visita era stato la conciliazione col Papa. Ed il Principe:
— Giusto quello di cui non abbiamo parlato. I francesi cercano «mezzogiorno a 14 ore».
— E del resto non ve n'era ragione.
— È una questione che non c'interessa, e della quale non dobbiamo occuparci.
E vi dirò che nessuno dei prelati mi ha parlato del potere temporale, prevedendo purtroppo quale sarebbe stata la mia risposta.
Come notizia storica parlai del padre Tosti, del suo opuscolo, delle intenzioni del Papa, delle contraddizioni, della lettera di Leone XIII e dell'altra di Rampolla, che bastarono per obbligarmi a non essere neanco cortese in alcune materie, nelle quali avremmo potuto condiscendere restando nei confini della legge per le guarentigie pontificie.
Pochi minuti prima dell'una, siamo già ritornati a casa, e si va a far colazione.
Dopo la colazione si tien circolo in una delle stanze attigue alla sala da pranzo. È lì un grande armadio di noce pieno di carta da scrivere, penne, ecc., regalato al Principe da alcuni fabbricanti di oggetti di cancelleria in uno de' suoi anniversarii. «Vi è più di un quintale di carta», dice ridendo la Principessa.
La Principessa mi presenta un album veramente albo, cioè tutto bianco; e chiede che io pel primo vi scriva qualche parola. Scrivo: «In questo asilo del patriottismo, dove si veglia al mantenimento della pace di Europa, lascio questo mio ricordo — 2 ottobre 1887 — F. Crispi». Il pensiero è molto gradito e il Principe esclama in tono solenne: «Vostra Eccellenza ha bene interpretato l'animo mio. Io lavoro al mantenimento della pace, non vivo che per questo... Abbiamo fatto abbastanza per la guerra; agiamo ora, e agiamo d'accordo, per la pace».
Verso le 3.30 il Principe mi invita a fare una passeggiata in vettura nel parco. Consento.
La Principessa, temendo che il mio soprabito fosse leggiero, mi getta sulle spalle il gran mantello militare del marito.
Si corre traverso la foresta per lungo e per largo. Pioviccica un momento, e poscia le nubi si diradano per raccogliersi e condensarsi di nuovo, tanto che fa d'uopo alzare il mantice della vettura. Finalmente il cielo ci concede un armistizio, e ci mostra un po' di turchino.
Verso le 5.30 siamo ritornati a casa.
Nelle due ore di corsa abbiamo ripreso il colloquio della mattina, e siamo venuti ad una conclusione.
Si farebbe la convenzione militare. Presi gli ordini dell'Imperatore, il Principe scriverà una lettera proponendo la negoziazione e noi risponderemo affermativamente.
Alle 6 si va a pranzo: siamo a tavola: i miei segretarii, i due Consiglieri della Cancelleria, Herbert, il medico del Principe, la Principessa, il Principe, io.
Alla fine del pranzo si passa nel salotto. Bismarck si adagia nel suo seggiolone e si mette a fumare le sue pipe. Gli chiedo quando potrebbero iniziarsi i negoziati. Il Principe chiede al figlio quando ritornerà l'Imperatore. E avuta risposta che sarebbe ritornato dopo il 20 ottobre, dice: «Appena l'Imperatore sia a Berlino, farò l'invito».
La conversazione versò su vari argomenti: su Napoleone III, sulla guerra del 1859, sulla formazione del Regno d'Italia. Bismarck opinò che Napoleone III avesse cuore, ma difettasse di mente. Raccontò che l'Imperatore gli aveva confidato sin dal 1857 di aver deciso di far la guerra all'Austria e che commise a lui di persuadere il Re di Prussia a essergli alleato. Prometteva in premio l'Hannover o qualche altra terra tedesca. Bismarck aveva risposto che la comunicazione del progetto al suo Re sarebbe stato un errore, perchè il Re l'avrebbe rivelato all'Austria.
3 ottobre. — Mi alzo alle 6 del mattino. Verso le 7 viene a trovarmi il conte de Launay, ambasciatore d'Italia a Berlino, che metto a giorno delle cose discorse col Principe. Egli n'è soddisfatto.
Mezz'ora dopo mi si annunzia il Principe. Gli dò notizia dei casi del Marocco, e gli dichiaro qual sarebbe il contegno dell'Italia perchè, in caso di morte del Sultano, al trono sceriffiale non andasse un favorito della Francia e perchè la Francia non prendesse pretesto di quel fatto per estendere le sue frontiere dal lato del Marocco.
Alle 8 ci disponiamo alla partenza. Il Principe e la Principessa mi accompagnano sino al vagone. Mentre si scambiano gli ultimi saluti e il treno si muove, Bismarck dice: «Siamo d'accordo su tutto... possiamo esser soddisfatti... abbiamo reso un servigio all'Europa».
Si arriva alle 11 ad Hannover, dove, prevenuto dal Gran Cancelliere, si trova il sig. di Bennigsen, capo del partito nazionale-liberale. Si fa colazione insieme, quindi ripartiamo.
Alle 8,30 pom. si giunge a Francoforte sul Meno, dove pernottiamo.
4 ottobre. — Compio oggi 67 anni. Svegliandomi, uno dei miei segretari mi reca il seguente telegramma:
«Agréez, cher Collègue, de ma part et de celle de ma femme nos félicitations les plus empressées à l'occasion de l'anniversaire de votre jour de naissance, et les vœux que nous formons pour votre santé et pour vos succès au service de la patrie.
von Bismarck.»
All'una del pomeriggio siamo nuovamente in treno per ritornare in Italia, via Gottardo.
5 ottobre. — Alle 7 antimeridiane sono a Monza, dove conferisco col Re.
All'una riparto per Milano, dove pernotto.
6 ottobre. — Alle 10 ant. viene a visitarmi il conte Nigra, ambasciatore d'Italia a Vienna. Conferenza sino alle 11,30. Il conte Nigra mi comunica una proposta del barone di Calice, ambasciatore austriaco a Costantinopoli, da servire di base ad un accordo tra l'Italia, l'Austria e l'Inghilterra nella questione d'Oriente:
«1.) Mantenimento della pace — 2.) Status-quo fondato sui trattati. Esclusione di compensi — 3.) Autonomie locali — 4.) Indipendenza della Turchia e degli Stretti, etc., da ogni influenza straniera preponderante — 5.) La Porta non potrà far cessione dei suoi diritti sulla Bulgaria ad altre Potenze — 6.) Associazione della Turchia per guarentire quanto sopra — 7.) In caso di resistenza della Turchia e pretese illegali della Russia, le tre Potenze si concerterebbero per l'appoggio a darle — 8.) In caso di connivenza o passività della Turchia, le tre Potenze si concerterebbero per occupare certi punti a scopo di equilibrio.»
Partiamo per Roma alle 8,15 pom.
La visita dell'on. Crispi al principe di Bismarck fu commentata sgarbatamente dai giornali francesi, cui fecero eco i nostri giornali radicali; ma nella grande maggioranza l'opinione pubblica italiana ne intuì l'importanza, e fu lieta della manifestazione di simpatia fatta all'Italia dalla stampa germanica unanime. La Norddeutsche Allgemeine Zeitung pubblicò un notevole articolo nel quale, dopo aver mostrato come l'analogia dei destini politici e la comunanza degli interessi legassero con stretti vincoli fra loro, Italia e Germania, costituite entrambe in nome dell'idea nazionale, attribuì al convegno di Friedrichsruh il significato di un nuovo pegno dei pacifici propositi dei due paesi. La National Zeitung notò che l'affermazione dell'accordo dell'Italia con gl'imperi centrali avrebbe giovato “a fortificare gli elementi pacifici in Russia e in Francia„. Anche la clericale Germania osservò che poichè l'Italia esisteva e Crispi ne dirigeva la politica, era confortante il vedere che la forza dell'Italia stava con le Potenze che si adoperavano al mantenimento della pace.
Il 25 ottobre all'on. Crispi fu dato a Torino per iniziativa degli on. Giolitti, Roux, e pochi altri deputati, ai quali si unirono poi i personaggi più cospicui del Piemonte, un grande banchetto al quale intervenne il ministero quasi al completo e aderì gran parte dei membri delle due Camere legislative. In quell'occasione, memorabile anche per le accoglienze cordialmente festose che il Piemonte fece al primo meridionale assunto alla direzione del governo d'Italia, l'on. Crispi pronunciò importanti dichiarazioni sulla politica estera che intendeva seguire. Giova qui riprodurle:
«Ed eccomi condotto a parlare della politica con cui miriamo a mantenerla e a rafforzarla. Argomento delicato e geloso! poichè la politica estera ha duopo di abili fatti, ma di poche parole. Esso è argomento, però, sul quale voi vi aspettate che io vi apra l'animo mio. E parlerò, schietto e sincero, conforme alle norme della moderna diplomazia, la quale disprezza le antiche arti dell'inganno e della menzogna.
La pace! ecco l'intento supremo che perseguiamo. La pace, la quale è così necessaria al nostro progressivo sviluppo interno, all'attuazione delle riforme invocate, all'impiego utile e fruttifero dei nostri redditi, al compimento delle opere di pubblico vantaggio che tanta parte d'Italia reclama ancora. E in quali modi cerchiamo dunque di assicurarla?
Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tutte desideriamo mantenere i migliori rapporti.
Ve ne hanno con le quali quei rapporti sono più intimi.
Ma se siamo, sul continente, alleati colle Potenze centrali, se sui mari procediamo d'accordo con l'Inghilterra, nessun obbiettivo ci proponiamo da cui gli altri si debbano sentir minacciati.
Il mio recente viaggio in Germania inquietò la pubblica opinione in Francia.
Fortunatamente però non alterò la fiducia di quel governo, il quale conosce la lealtà delle mie intenzioni, e sa che nulla io vorrò ordire contro il popolo vicino, a cui l'Italia è legata per analogia di razza e tradizioni di civiltà. Vissi due anni in Francia, dal 1856 al 1858, e i figli di quella generosa nazione, coi quali fui intimo ed ai quali schiusi il mio cuore, ben sanno quanto io ami il loro paese, e come non partirà mai da me alcuna provocazione ed alcuna offesa. Sanno che sarebbe il più felice dei miei giorni quello in cui potessi contribuire a portar la pace nei cuori francesi.
Una guerra fra i due paesi nessuno potrà desiderarla e volerla, imperocchè la vittoria o la sconfitta sarebbero del pari funeste alla libertà dei due popoli, perniciose allo equilibrio europeo. Con tali convinzioni, e per calcolo, noi lavoriamo al mantenimento della pace.
Il nostro sistema di alleanze è dunque inteso a scopo di preservazione, non di offesa; di ordine, non di perturbamento. Esso giova all'Italia, ma giova pure agli interessi generali.
Nè siamo i soli in Europa a volere il progresso nella conservazione, il lavoro operoso nella pace.
La storia del periodo in cui viviamo è dominata da un nome: quello di un uomo di Stato, pel quale la mia ammirazione è antica, come antichi già sono i vincoli personali che a lui mi legano; di un uomo il cui programma di governo si distingue per meraviglioso coordinamento delle varie parti di un medesimo fine: questo fine, duplice in apparenza, è uno in fondo: la pace e la grandezza del suo paese. Quest'uomo da trent'anni ha lavorato, prima a conseguire quel fine, poi, conseguitolo, a conservarlo. Quest'uomo, che seppe quel che volle, e ciò che volle fortissimamente volle, voi l'avete tutti nominato. Tutti lo conoscono per un grande patriotta, ed io aggiungerò che egli è un antico amico dell'Italia, un amico della prima ora, un amico dei giorni d'infortunio e di servaggio, poichè dal 1857 egli era nel segreto di ciò che stava maturando, in mezzo a tante difficoltà, la politica del conte di Cavour, e taceva, ed a chi avrebbe potuto parlare imponeva di tacere, ben sapendo quanta opposizione il parlare avrebbe suscitato e quanto convenisse al suo proprio paese che i destini d'Italia si compissero, poichè l'unità germanica si preparava con l'unità italiana.
Non mi dilungherò sui recenti colloqui avuti con lui.
Solo dirò che l'accordo di pensieri e di sentimenti che tra noi già esisteva, ha persistito attraverso alle opposte vicende, e si è affermato nuovamente dacchè la politica dell'Italia mi è affidata. Si è detto che a Friedrichsruh abbiamo cospirato. E sia pure: a me, vecchio cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole; abbiamo cospirato, ma abbiamo cospirato per la pace, e però alla nostra cospirazione tutti coloro che amano questo bene supremo possono partecipare. Dei detti memorabili uditi, uno solo la discrezione mi permette di ricordare innanzi a voi, pronunciato nel momento del comiato, e nol tacerò, poichè è in esso la sintesi del nostro convegno. — È questo: «Abbiamo reso un servigio all'Europa».
Io vado, pel mio paese, altero di ricordarlo — poichè mai, in una unione completa e cordiale come quella dell'Italia e dei suoi alleati, è stata tanto rispettata la sua dignità, sono stati tanto garantiti i suoi interessi.
Ma, oltrechè con le alleanze, perseguiamo l'intento della pace col volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, la nostra politica in Oriente. Ivi ciò che domandiamo si è il rispetto dei diritti dei popoli, conciliato, in quanto è possibile, col rispetto dei trattati che formano il diritto pubblico ed europeo; ciò che speriamo si è lo sviluppo progressivo delle autonomie locali. Si hanno nella penisola dei Balcani quattro nazionalità distinte, ciascuna avente la sua lingua, la sua sede secolare, le sue tradizioni antichissime, e — ciò che è più — la coscienza della propria individualità come nazione e l'aspirazione all'indipendenza. Ebbene, questi popoli che anelano, come ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere possesso di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue, senza nuovi martirii. Non è questa la politica la più degna dell'Italia, la più conforme alle sue origini ed ai nostri principii? E riflettete, signori: codesta non è soltanto politica di principii e di sentimenti: è altresì politica d'interessi bene intesi. I popoli balcanici, che colà rappresentano la giovinezza con le sue inesperienze, ma anche l'avvenire con le sue speranze e le sue forze, non dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia avrà loro prestato. Abbiamo forse, noi, dimenticati i servizi disinteressati a noi resi? Chi proferisce questa bestemmia, si rivolga al popolo inglese, a cui ci legano tosto quarant'anni di amicizia non mai turbata, e saprà da esso se nella sua storia abbia mai avuto alleato più fedele, amico più sincero del Piemonte dapprima e dell'Italia oggi giorno.
E nella stessa Francia vi è forse uomo di senno retto e imparziale che sia disposto ad accreditare col suo consenso le accuse d'ingratitudine che spesso da quel suolo, così caro ad ogni italiano, contro l'Italia si sono elevate?
Ma pace senza scambi è pace infeconda, e però, perseguiamo ancora il nostro intento con lo stringere vincoli commerciali con le Potenze vicine. Un trattato era stato denunciato. Fu mia cura, appena venuto al potere, di fare pratiche per il rinnovamento dei patti e per evitare, anche per un sol giorno, una guerra di tariffe fra due paesi i cui interessi sono così strettamente commisti come la Francia e l'Italia. Un altro trattato con un impero amico ed alleato veniva a scadenza. Non esitai a intavolare negoziati. Avviate a Vienna, le trattative continuano a Roma, ove ho, prima di partire, salutato, nella fiducia di un non difficile successo, i negoziatori dell'Austria e della Ungheria.
La reciproca tutela della diversa produzione e del lavoro diverso, che in tanto combattersi di teorie economiche è la sola guida pratica che si possa ascoltare, ci offre larga base ad equi compensi ed a giusti compromessi. Ed il successo ci sarà tanto più caro, perchè i due Stati fra i quali esistono già i vincoli politici leali e non oziosi, non conservano di lotte, ormai antiche, altra memoria che la stima del reciproco valore.»
Il discorso-programma dell'on. Crispi, non solamente ottenne un grande successo in Italia, ma fu considerato in tutta l'Europa come un avvenimento di notevole importanza per la politica internazionale. Dimostrano ciò i documenti e i giudizii che riferiamo.
L'Incaricato d'affari italiano a Parigi scrisse il 27 ottobre:
«Nell'udienza che io ebbi ieri presso questo sig. ministro degli Affari esteri, gli feci leggere il testo stesso quale mi venne telegrafato dall'Eccellenza Vostra, dei punti relativi alla politica estera, del discorso da Lei pronunciato il giorno innanzi a Torino. Il sig. Flourens se ne mostrò soddisfatto, mi disse che il governo francese non aveva mai dubitato delle intenzioni di Vostra Eccellenza a suo riguardo; che ciò nondimeno le dichiarazioni pacifiche ed amichevoli per la Francia, contenute in quel discorso, erano tali da produrre un'influenza favorevole e benefica sull'opinione pubblica, quantunque la prima impressione, seguita alla sorpresa del viaggio di Vostra Eccellenza a Friedrichsruh, si fosse già sensibilmente calmata. Il sig. Flourens non accennò ai punti relativi all'Inghilterra ed al principe di Bismarck: non poteva lodarli e preferì tacerne.
Quanto all'accoglienza fatta al discorso da parte della stampa parigina, egli è evidente che non potevamo attendere apprezziazioni favorevoli e spassionate: per i francesi noi restiamo gli alleati della Germania; ai loro occhi questo fatto domina qualsiasi altra considerazione. «Consentiamo pure, dice il Matin di stamane, a ritenere sincere le proteste d'amicizia dell'antico rivoluzionario, il quale ricevette durante il suo esilio in Francia la cordiale ospitalità di cui non ha perduto il ricordo, ma d'altra parte non possiamo non conservare una certa diffidenza contro l'uomo di Stato il quale corrispose con sì viva premura agli inviti del nostro più mortale nemico». Tale, in poche parole, è il sentimento reale della maggioranza. Il Journal des Débats, pur accogliendo le parole dell'Eccellenza Vostra sull'eventualità di una guerra contro la Francia, secondo il sentimento che le ha ispirate, si domanda perchè l'Italia, che non è da nessuno minacciata, ha creduto di contrarre alleanze che possono spingerla, suo malgrado, ad una guerra di cui essa ripudia anche il pensiero, e per interessi che non sono i suoi? Quel giornale si dichiara perciò preoccupato precisamente di ciò che l'Eccellenza Vostra ha taciuto. Il Temps, riconoscendo che la nostra professione di simpatia per la Francia non è stata accompagnata da alcuna riserva, prende atto della dichiarazione che mai da parte nostra vi sarà provocazione od offesa.
Dal complesso di questi commenti si può dedurre che il discorso di Torino ha disorientato alcuni fra i più malevoli a nostro riguardo. Taluni, in mancanza d'argomenti seri, attribuiscono le parole amichevoli dell'Eccellenza Vostra al desiderio di conchiudere con la Francia un trattato di commercio favorevole ai nostri interessi. Altri, avrebbero preferito puramente e semplicemente che ella avesse palesate le clausole dei nostri trattati di alleanza, e insinuano nuovamente che ve ne hanno di offensive.»
L'Incaricato d'affari a Berlino, avendo comunicato alla Cancelleria imperiale il testo del discorso, riferì quanto segue:
«Il conte di Bismarck mi fece esprimere oggi il desiderio di vedermi e mi disse che, avendo inviato a Friedrichsruh la copia da me mandatagli del telegramma di Vostra Eccellenza, il Principe Cancelliere lo aveva incaricato di fare a Lei pervenire, per mezzo mio, i suoi migliori ringraziamenti per la fattagli comunicazione ed insieme i suoi rallegramenti sinceri per il «bel» discorso. Sua Altezza desiderava inoltre che fosse inviata in suo nome all'Eccellenza Vostra l'espressione di tutta la sua riconoscenza per la parte che lo riguarda personalmente nel discorso medesimo. In quanto poi alle varie idee in esso sviluppate a proposito della politica estera, il principe di Bismarck fa dire a Vostra Eccellenza che egli le divide interamente, ma che però troverebbe opportuno di manifestare un suggerimento circa la frase in cui parlasi delle «quattro distinte nazionalità» insediate nella penisola balcanica. Egli teme che quella frase possa servire di facile pretesto alle Potenze interessate nel contrariare l'azione nostra a Costantinopoli, per risvegliare nell'animo del Sultano, tanto proclive alla diffidenza, una recrudescenza di sospetti a nostro riguardo. Come rimedio a questo pericolo, sarebbe suo avviso che l'Eccellenza Vostra avesse a dare incarico all'Ambasciatore di S. M. in quella residenza di far comprendere come Ella non intendesse far allusione ad altro, colle parole pronunciate, se non se allo stato di cose già esistente nella regione dei Balcani. Il Cancelliere opina che Vostra Eccellenza potrebbe facilmente conseguire lo scopo, sia collocandosi al punto di vista etnografico, vale a dire delle quattro nazionalità, rumena, greca, slava ed ottomana, che si trovano in quella penisola, sia seguendo la distinzione politica dei quattro Stati attuali, Rumania, Serbia, Grecia e Bulgaria. Sembra a lui che in un modo o nell'altro si possa ottenere di spuntare, con questo mezzo, prima ancora che venga lanciata a pregiudizio degli interessi comuni, la freccia che certamente si saprebbe fabbricare con quella materia.»
Dei grandi giornali, il Times così giudicò il discorso di Torino:
«Ho l'onore di trasmettere qui unita all'Eccellenza Vostra la traduzione di un brano di un articolo del Times d'oggi circa il discorso pronunziato dall'E. V. in Torino. L'apprezzamento è degno di nota e pari alla riputazione del giornale. Il Times riepiloga maestrevolmente ciò che si pubblica da tutti gli altri giornali del Regno Unito, conservatori e liberali, sull'importanza di quel discorso per l'Europa. Gli articoli degli altri giornali sono così numerosi che sarebbe quasi impossibile poterne dare contezza.
Gradisca, sig. Ministro, l'espressione della mia più profonda osservanza.
T. Catalani.»
Articolo di fondo del “Times„ del 3 novembre 1887.
“Pochi statisti hanno avuto la sorte di raccogliere l'approvazione universale ch'è stata ottenuta dal discorso pronunziato dal signor Crispi in Torino, or è poco più di una settimana. Quel discorso fu salutato a Berlino come prova conclusiva dell'esistenza di un'alleanza fra l'Italia e le Potenze Germaniche, mentre esso non fu accolto con minor soddisfazione a Parigi per cagione della simpatia verso il popolo francese manifestata dal Ministro italiano. Il discorso non fu meno gradito ai connazionali del signor Crispi, il quale ha avuto l'onore di ricevere le congratulazioni del re Umberto. Risulta che il principe di Bismarck ha dichiarato di essere in grado di sottoscrivere ogni dichiarazione fatta dal signor Crispi circa gli affari esteri, sanzione tanto più notevole in quanto che noi sappiamo che, sopra taluni punti, il discorso di Torino andò considerabilmente più avanti di ciò che la Germania ha mai detto in termini espressi. Nel trattare la questione Bulgara, per esempio, il signor Crispi sposò la causa delle autonomie locali nei Balcani con un calore che in apparenza fa contrasto colle ripetute dichiarazioni d'indifferenza della Germania. Ma benchè il principe di Bismarck abbia dimostrato ai Bulgari un aspetto piuttosto severo, ed all'occasione li abbia ripresi con un tono alquanto aspro, la politica della Germania è stata, in tutto questo tempo, essenzialmente favorevole alle libertà bulgare, perchè sempre scrupolosamente memore dei trattati, che mettendo la Bulgaria sotto la tutela dell'Europa, l'allontanano dal sindacato esclusivo di una sola Potenza. Il signor Crispi, mentre parlò con calda simpatia della lotta dei Bulgari per la libertà e rammentò i sentimenti con cui gli Italiani guardano coloro che stesero una mano amica al Piemonte, non ebbe minor cura del principe di Bismarck a far notare che i trattati debbono essere strettamente e scrupolosamente osservati. In tal guisa l'adesione del principe di Bismarck alle dichiarazioni del signor Crispi, fornisce gradita prova dell'esistenza di un accordo ben chiaro fra l'Italia e le Potenze Germaniche sopra una base che tutti possono apprezzare e che esclude gli elementi di capriccio e di disegni segreti. Il principe di Bismarck ed il signor Crispi s'incontrano sul programma dell'inviolabilità degli accordi formalmente sanzionati dall'Europa, mentre l'Inghilterra, i cui interessi sono tutti legati alla pace ed allo svolgimento ordinato delle cose, mette la sua preponderanza dal lato di questa combinazione eminentemente conservatrice.„
Ed ecco i giudizii di due dei più autorevoli giornali germanici:
Articolo del giornale “Die Post„ N. 297. 30 ottobre 1887.
Il discorso di Torino.
“Il 25 ha avuto luogo a Torino il banchetto che i cittadini di quella città tutt'ora così importante, la quale gettò le fondamenta della nuova Italia, già da tempo avevano preparato pel Ministro Presidente Crispi, un italiano del Mezzogiorno. La festa era stata originariamente ideata come dimostrazione della piena fusione del Settentrione col Mezzogiorno d'Italia, e della rinuncia che la culla della nuova Italia aveva fatto ai suoi antichi diritti, con lieto animo per amore della fausta unità. In quel mentre accadde che poche settimane prima della festa, l'uomo che si voleva festeggiare ricevette l'invito di recarsi a Friedrichsruh, ed il risultato di quella visita, felicemente conseguito, fu accolto subito in tutt'Italia con gioia, come conferma ed indizio della cresciuta importanza dello Stato, quale non si sarebbe potuta desiderare più manifesta. Così la festa assunse un nuovo carattere. Si era ottenuto il frutto di un lungo lavoro giacchè l'Italia compariva davanti all'Europa come una indiscutibile grande Potenza; frutto che racchiudeva inoltre in sè l'aspettativa di un avvenire ancor più bello. E così invece di un allegro banchetto si ebbe un atto solenne. Tutti i Ministri erano presenti, eccettuato quello della Guerra, il quale doveva dar mano agli ultimi preparativi per la spedizione abissina. Il numero dei Deputati, Senatori ed alti impiegati convenuti, ammontava a circa 600. Dopo che il Presidente dell'adunanza ebbe salutato il festeggiato, non ci fu durante la serata alcun altro discorso da quello di Crispi all'infuori. Di questo discorso non possediamo ancora il testo integrale, ma gli estratti telegrafici contengono certamente i passi essenziali. Il discorso si diffuse egualmente sopra la politica interna ed estera.
Il passo eccezionalmente importante circa il principe di Bismarck ed il convegno di Friedrichsruh viene da alcuni giorni commentato in tutta Europa; eppure, caso singolare, esso non rivela nulla affatto dei risultati del convegno, da quello in fuori che tutti già sapevano, o s'immaginavano. Un uomo d'ingegno può tacere tutto e nondimeno soddisfar tutti. Crispi si è mostrato maestro in quest'arte. Certamente fu convenuto in Friedrichsruh che toccava al signor Crispi di dire pubblicamente la prima parola sopra il convegno. E colà furono anche tracciati i confini del tacere e del parlare. Il Cancelliere tedesco è indifferente all'enunciare cose grandi colla propria bocca, e questa volta doveva tanto più volentieri cedere il passo all'uomo di Stato amico, perchè la politica vien fatta in Italia in altro modo che da noi. In Italia bisogna toccar la corda dell'anima. Che cosa ha dunque detto l'oratore? Affermò che si pretendeva essersi cospirato a Friedrichsruh. Il rimprovero non tangere lui, vecchio cospiratore; però, non essersi cospirato colà che per la pace, ed ognuno poter partecipare alla congiura. Ciò è detto ingegnosamente, ed è efficace; ma i curiosi non ne saranno contenti, giacchè questi vorrebbero sapere quali provvedimenti in quel convegno si siano presi per assicurare la pace e da qual parte siano da temerne le perturbazioni. Senza tal timore non sarebbe necessario di cospirare. Qualche volta si parla di un silenzio eloquente: qui ci fu una eloquenza silenziosa, e noi che giudichiamo la situazione politica dal punto di vista tedesco, ne siamo contenti, e stimiamo l'uomo di Stato che s'è mostrato così perito in quest'arte.
Ma entriamo nell'esame dei passi del discorso che contengono qualcosa di più d'un'ingegnosa parafrasi del silenzio. Questi sono ben importanti. L'oratore osservò: l'Italia non aver mai stretto un'alleanza così piena e cordiale; la dignità sua non esser mai stata così rispettata, nè mai così garantiti i suoi diritti e bisogni, sono parole dietro le quali si può cercar tutto, ma però bisogna collegarle con le altre: essersi cospirato solo per la pace. Il modo di conciliare queste e quelle fu indicato dalla Norddeutsche Allgemeine Zeitung nel suo numero del 6 ottobre, nel quale notò che la visita del signor Crispi aveva provato l'accordo pieno dei due uomini di Stato nella loro risolutezza d'impedire, in unione all'Austria-Ungheria, una guerra europea, per quanto è possibile e, in caso di necessità, in unione, di difendersi. Stando a ciò, i due uomini di Stato si saranno accordati circa il modo di respingere l'attacco, e in ciò starebbe l'importanza capitale ed anche il segreto del convegno.
Ora, poichè noi crediamo fuor di luogo ogni tentativo di penetrare il segreto, dobbiamo aggiungere un'altra osservazione. Il Ministro Presidente annunciò davanti ad una adunanza numerosa di uomini politici del suo paese che l'Italia non strinse mai un'alleanza così piena e cordiale. Un atto tanto importante per le sorti d'Italia fu compiuto dal Re e dal Ministro, da soli. Nessuno ha protestato, e tuttavia l'Italia è tenuta in conto di uno dei paesi più liberi. E noi crediamo ch'essa giustamente venga tenuta in tal conto, e che però meriti tal libertà molto più di altri paesi. Nessun Ministro avrebbe potuto stringere una tale alleanza in un altro paese retto a sistema parlamentare: nessuno nè in Inghilterra, nè in Francia. In Francia, forse nel solo caso in cui tutti i partiti fossero convinti che nel segreto stesse nascosta la rivincita. — In Inghilterra fu un tempo in cui i Ministri potevano talvolta compier qualcosa di somigliante. Siccome nella politica estera i partiti di governo erano concordi nel fondo, ciascun partito poteva ritenersi sicuro che i successori eseguirebbero gli impegni assunti dal governo precedente. Eppure di rado s'usò anche allora di quella facoltà. Del resto, era necessario di usarne, poichè al tempo delle grandi guerre un uomo solo fu alla testa degli affari in Inghilterra e vi restò fino alla morte, Guglielmo Pitt, e non ebbe necessità di segreti di fronte al Parlamento, a causa della chiarezza della situazione e dello stato esistente di aperta guerra. Oggi ciò riescirebbe impossibile in Inghilterra. Ma il dominio mondiale di essa va tramontando. Un popolo, però, il quale è in grado di riporre piena fiducia nella volontà di un sol uomo quando ciò è necessario, e di dargli un mandato illimitato rinunciando ad ogni tentativo di sollevargli delle difficoltà, dimostra di essere degno della libertà, appunto perchè sa a tempo opportuno deporre le armi, di cui è fornito a difesa di essa.„
Articolo della “Kölnische Zeitung„ N. 300
(Morgen Ausgabe) 29 ottobre 1887.
“Quantunque noi non possediamo ancora il testo del discorso di Torino tenuto da Crispi, oggetto di tanti commenti, pure l'estratto telegrafico autentico conferma, in ogni punto, quanto da buona sorgente già era trapelato intorno all'Alleanza stipulata nella primavera scorsa e intorno al consolidamento della stessa in faccia all'estero mediante il convegno di Friedrichsruh. Crispi ha negato anzitutto espressamente il carattere offensivo della alleanza. Egli ha fatto risaltare che ogni Governo potrebbe far suoi gli scopi pacifici dell'unione. Egli ha inoltre accennato ben chiaramente che l'accordo esiste da tempo e che la visita sua lo ha soltanto messo in luce. A tal proposito vogliamo ricordare che la Norddeutsche Allgemeine Zeitung ristampa oggi senza commenti un articolo d'un giornale italiano nel quale si dice che in Friedrichsruh non fu stretto nessun nuovo trattato. Anche a proposito dei rapporti coll'Inghilterra vanno in giro tutto dì delle opinioni erronee. Come fu già osservato, non esistono patti formali coll'Inghilterra, nè sul Continente nè sui mari. Ciò che Crispi disse circa l'intesa coll'Inghilterra concorda quasi letteralmente con quanto fu detto più d'una volta in questo stesso giornale, come a mo' d'esempio il 1.º ed il 15 marzo, subito dopo la conclusione dell'alleanza. Già venne annunziato e confermato che delle stipulazioni conchiuse fra i tre, una riguarda l'Austria, ed ha per iscopo l'equilibrio del Mediterraneo, col consenso e d'accordo coll'Inghilterra e che questa appunto era la base più larga che l'Italia aveva posto per condizione del rinnovamento dell'Alleanza.
Quantunque pertanto, per quel che si sa da fonte degna di fede, un patto formale coll'Inghilterra, per le ragioni già note, non abbia avuto luogo, l'intesa suaccennata servirà tuttavia di norma anche per gli eventuali eredi dell'attuale Ministero inglese, pel solo fatto della comunanza degli interessi, e contribuirà come gli altri patti al mantenimento della pace.„