Negoziati per la rinnovazione del trattato di commercio italo-francese. Una missione officiosa dell'on. Boselli a Parigi: sue lettere a Crispi. Ragioni politiche ed economiche che condussero alla guerra di tariffe. — Dal Diario di Crispi, ottobre-dicembre 1887: questioni internazionali — colloquio tra lo Czar e il principe di Bismarck — documenti falsi — l'incidente consolare di Firenze.
Il trattato di commercio italo-francese del 3 novembre 1881 fu denunziato dal governo italiano il 15 dicembre 1886 per voto del Parlamento e dopo maturo esame, contemporaneamente al trattato italo-austriaco. All'atto della denuncia il ministro degli Affari esteri, conte Robilant, dichiarò esser sua intenzione di aprire negoziati per un nuovo trattato più rispondente ai bisogni nuovi o meglio accertati dell'Italia; ma la stampa francese considerò la denunzia come una rappresaglia pel rigetto, fatto pochi mesi prima dalla Camera dei deputati di Francia, della Convenzione di navigazione tra i due paesi già approvata dal Parlamento italiano.
L'opinione pubblica in Francia, mal disposta verso di noi sin dal 1882 per la nostra adesione all'alleanza austro-germanica, non faceva presagire nulla di buono circa il risultato dei negoziati per il nuovo trattato di commercio. Questi non erano ancora stati intavolati, quando, l'8 agosto 1887, l'on. Crispi assunse la direzione degli Affari esteri. Dopo pochi giorni, il 12 agosto, egli scriveva all'ambasciata d'Italia a Parigi esser
«nostra speranza che si giunga alla stipulazione di un trattato di commercio. Non sapremmo intanto dissimulare che un nuovo insuccesso nella Camera francese farebbe in Italia la più spiacevole impressione, al momento stesso in cui desideriamo vivamente di vedere raffermarsi l'amicizia tra i due popoli. Noi siamo risoluti a fare i primi passi, bene inteso però nel caso in cui il ministero francese si dichiari previamente pronto a corrispondere alla nostra iniziativa e vi sia possibilità di accordo.»
Il 21 agosto l'on. Crispi, non avendo ricevuto assicurazioni sufficienti dal presidente del Consiglio dei ministri di Francia, signor Rouvier, soggiungeva:
«.... Ma poichè sembra che il signor Rouvier non si creda in grado di poterci dare quanto all'atteggiamento del Parlamento francese riguardo al futuro trattato, quella malleveria ch'io non esito, dal canto mio, a dargli per il nostro Parlamento, preferirei di non esporre i due paesi agli attriti che sarebbero evidentemente la conseguenza di un terzo rigetto da parte delle Camere francesi.»
Non di meno, poichè il Rouvier suggeriva che le nostre domande gli fossero notificate in via preliminare ed ufficiosa, sia per mezzo di persone di fiducia del governo italiano, che per mezzo dell'Ambasciata, l'on. Crispi affidò la missione di esplorare le vere intenzioni dello stesso Rouvier all'on. deputato Paolo Boselli, che aveva, come negoziatore della Convenzione di navigazione, conosciuto il ministro francese e stretto buone relazioni personali con lui.
Dalle lettere scritte dall'on. Boselli a Crispi il 5, il 7 e il 10 settembre, stralciamo i brani più interessanti.
“In sostanza il signor Rouvier non può far previsioni positive e sicure circa l'esito che un nuovo trattato avrà nel Parlamento Francese, se prima non conosce, almeno per sommi capi, le domande, le concessioni, le intenzioni del Governo italiano, il quale avendo esso denunziato il trattato, pare a lui debba esporre pel primo i desiderii, almeno fondamentali, dei nuovi patti commerciali e marittimi. Già fin da ora però egli può affermare che non sarebbe approvato dal Parlamento Francese un trattato la cui durata oltrepassasse l'anno 1892, epoca in cui scadono i trattati che la Francia ha con altri paesi. Nè spera, come pure vorrebbe poter fare, che sia possibile ottenere l'approvazione di un trattato più liberale di quello da noi denunziato. Privo di qualsiasi altra notizia in proposito del Governo italiano, vide solamente due articoli, che a lui furono segnalati come scritti per ispirazione dei nostri on. negoziatori Ellena e Luzzatti, uno dei quali trattava del dazio sul bestiame e nell'altro era espresso il desiderio di ridurre il nuovo trattato a poche voci. A lui non sembra nè agevole, nè probabile il soddisfare questo desiderio; per contro invece egli sarebbe disposto, fermo l'attuale dazio, a vincolare la voce relativa al bestiame, ma trovò opposizione nel Ministero dell'Agricoltura e prevede che la troverebbe anche maggiore nel Parlamento.
Il Sig. Rouvier, reputando impossibile conchiudere un nuovo trattato di commercio e farlo approvare dai due Parlamenti (il Parlamento francese dovrà prorogarsi al 15 dicembre per le elezioni senatoriali) in tempo perchè possa andare in vigore il 1.º gennaio 1888, e parendogli che si debba evitare sia per ragioni economiche, sia per ragioni politiche, l'applicazione delle rispettive tariffe generali fra i due paesi, crede opportuna una proroga del trattato attuale per un anno, o almeno per sei mesi, cominciando intanto i negoziati.
Il Sig. Rouvier comprende come debba evitarsi assolutamente un terzo rigetto da parte del Parlamento francese, ma soggiunge che, conosciute, anche ufficiosamente, le domande del Governo italiano, potrà fare al riguardo fondati presagi dimostrando, coi calcoli numerici già a Lei noti, come, se le domande stesse saranno tali da non urtare con certe idee che sono invincibili nel Parlamento francese, si potrà conseguire un voto d'approvazione. Come Ella vede, i propositi e le intenzioni del Rouvier sono eccellenti, ma per poter sapere qualche cosa di concreto è mestieri che si esca dalle dichiarazioni generiche e che gli si facciano conoscere, in modo ufficioso e preliminare, e sia pure sommario, ma determinato, le nostre domande, cosa che può essere fatta opportunamente per mezzo dell'Ambasciata, ma che penso non possa esser fatta se non sentiti i nostri negoziatori.
Il Sig. Rouvier si rende perfettamente ragione del pessimo effetto che, anche politicamente, il rigetto della convenzione marittima deve aver fatto al nostro paese e attribuisce il rigetto stesso all'opposizione dei courtiers marittimi e alla fiducia che il Presidente del Consiglio di allora aveva nell'approvazione della convenzione stessa, cui però non diede tutta la dovuta importanza.
La guerra che oggi si muove in Francia ai nostri operai fu oggetto di vive e ripetute osservazioni da parte mia. Il Sig. Rouvier cercò di attenuarne la gravità, non ristandosi però dal deplorare esplicitamente quanto oggi accade....
Egli ignora che il Governo francese abbia banditi gli operai italiani dalle costruzioni di opere pubbliche e da altri servizi dipendenti da pubbliche amministrazioni e si riservò di prender notizie e darmi spiegazioni in proposito. Si mostrò però deciso sinceramente a fare quanto più gli è possibile per arrestare questa corrente di idee contrarie agli operai italiani che io gli dissi esser cagione di vivo e ragionevole risentimento nel nostro paese. L'eccitai a darci qualche solenne soddisfazione, manifestando in modo pubblico, p. es. con circolare ai Prefetti, il pensiero del Governo. Ma egli mi rispose che nei luoghi dove gli animi sono eccitati, l'intervento palese del Governo potrebbe rendere maggiore l'agitazione e che si potrà invece procedere più utilmente dando ai Prefetti istruzioni riservate. (Non prese però ancora positivo impegno).
Da alcuni giorni varii giornali autorevoli trattano la questione in un senso giusto e liberale; però io esortai il Sig. Rouvier a far sì che i giornali governativi più diffusi e popolari anche in provincia si adoperino a far argine alle idee ed alle passioni che accennano, checchè egli ne dica, a prendere larga estensione. Del resto il signor Rouvier ammette che il trattato nostro ancora in vigore e il trattato tra la Francia e la Spagna ci danno il diritto di reclamare contro ogni offesa alla libertà del lavoro dei nostri operai in Francia e dichiara che è deciso a far rispettare il nostro diritto. Questo argomento, tanto interessante, sarà ancora uno dei principali oggetti delle nostre successive conversazioni. Politicamente le franche parole d'una voce amica, trovarono eco nell'animo del Sig. Rouvier, ma mi rispose osservandomi come si debba constatare con reciproco rincrescimento che i fatti non si sono svolti sempre conformemente ai nostri comuni voti. Riservandomi di meglio riferire a voce la conversazione già avuta e quelle che avrò ancora al riguardo col Sig. Rouvier, mi limito qui a riassumere alcuni dei discorsi fatti oggi con lui.
Riconosce la verità dei concetti che gli ho esposti, seguendo le ispirazioni della S. V., ma afferma che l'accordo tra la Francia e la Russia, circa le questioni dell'Egitto, fecero credere che le relazioni fra i due paesi siano più intime di quanto effettivamente esse sono, poichè non havvi fra loro nulla di scritto, mentre qualche cosa di scritto esiste fra l'Italia e la Germania. Egli sa che i nostri impegni con la Germania riguardano il caso di una guerra difensiva per la Germania, guerra, egli soggiunse, che non avrà luogo, perchè la Francia non farà la guerra alla Germania (parole che vanno naturalmente intese come si devono intendere simili parole). Il partito, così detto, della revanche e della guerra alla Germania è, secondo il Rouvier, una ristretta minoranza in Francia, e quanto all'Italia, egli dice che nessuno, o ben pochi in Francia desiderano o promuoverebbero una guerra col nostro paese. Egli non crede che il generale Boulanger possa esercitare influenza sui destini del suo paese; fu un fuoco d'artifizio che va estinguendosi; fu opera ardua e di molta energia l'averlo allontanato ora dal governo; il Presidente Grévy non consentirebbe al suo ritorno e non avendo egli qualità solide, nè mezzi proprii e permanenti d'influenza, non è a prevedersi possa ritornarvi.
Il Rouvier desidera schiettamente che fra l'Italia e la Francia si entri in un nuovo periodo di miglior entente, e da parte sua si adopererà all'uopo, con tutto l'animo e con larghi propositi.„
“Le lunghe e quotidiane conversazioni che io ho, in modo del tutto amichevole, col Sig. Rouvier valgono a darmi un concetto adeguato della situazione. Lo vidi oggi, dopo che egli aveva inteso dal cav. Ressman le comunicazioni concernenti i negoziati per i trattati di commercio. Egli ammette volentieri, riservandosi però di parlarne co' suoi colleghi, che precedano ai negoziati ufficiali negoziati preliminari ufficiosi e segreti; non crede però possibile che questi seguano in luogo intermedio fra i due paesi, anche perchè troverebbe difficoltà nello scegliere da parte sua persona cui affidarli e crede preferibile, per il buon successo della cosa, occuparsene egli stesso; e quanto alla sede dei negoziati ufficiali, contrappone alla nostra domanda le opposizioni che fa ad essa il suo ministro degli Affari esteri. Di tutto, però, conferirà co' suoi colleghi e si adopererà affinchè ogni cosa riesca con reciproca soddisfazione.
Quanto all'avviare questi primi negoziati segreti pel tramite dell'Ambasciata, la cosa potrebbe riuscire opportuna, ove il Governo italiano non persista nel volere che si svolgano in altro luogo; ma quanto alla parte che mi riguarderebbe io gli risposi immediatamente come non mi sarebbe possibile assumerla, sia per i miei propositi già a lui noti, sia per riguardo ai nostri negoziatori, egregi colleghi ed amici miei. Ed anzi a prevenire che la mia prolungata permanenza in Parigi possa dare occasione a qualsiasi malinteso al riguardo e che essa finisca per far credere che in qualche modo si iniziino a Parigi quei negoziati preliminari che il Governo italiano desidera abbiano luogo altrove, io stimo conveniente di lasciare fra quattro o cinque giorni questa città.
Il Sig. Rouvier mi chiese se è intenzione del Governo italiano che il trattato di navigazione vada congiunto al trattato di commercio, dal quale egli per avventura inclinerebbe a tenerlo separato.
Rispetto ai nostri operai, il Sig. Rouvier mi ha ripetuto che è assoluto proposito suo di far rispettare i diritti che sono ad essi garentiti dai patti internazionali vigenti e che a lui non consta che, da parte di amministrazioni governative, siasi ordinata l'esclusione di operai italiani dall'esecuzione di pubblici lavori. Quanto alle amministrazioni comunali e dipartimentali non avere egli alcun mezzo legale contro le deliberazioni che per avventura abbiano emesso nel senso di obbligare gli intraprenditori a valersi unicamente di operai nazionali.
Insistendo io circa talune disposizioni che si affermano inserite nei quaderni d'oneri formulati da amministrazioni governative per talune imprese, egli si riservò ancora di riesaminare la cosa e darmi ulteriore risposta. Ove si riesca a trovare il modo di darci qualche esplicita soddisfazione o guarentigia, il Governo italiano potrà reclamare in forma ufficiale, provocando quelle dichiarazioni che verranno preventivamente concordate. Ma intorno a ciò, nè il Sig. Rouvier ancora mi diede, nè io sono ancora in grado di scriverle alcuna positiva assicurazione. Il signor Rouvier però non tralascia di ripetermi che egli ritiene l'attuale movimento avverso gli operai stranieri essere un vero traviamento di idee contrario ai grandi principii della rivoluzione francese.
Passando ad altro argomento le dico che il Sig. Rouvier molto ragionevolmente si rende ragione delle difficoltà trovate pel concorso dell'Italia all'Esposizione del 1889, dopo che se ne fecero promotori taluni radicali italiani e che egli vagheggerebbe un'alleanza delle nazioni latine da sostituirsi ad altre combinazioni internazionali oggi inevitabili.
Poichè bisogna essere con qualcuno ammette che alla Francia è mestieri essere in buon accordo colla Russia, ma non gli pare che nella questione bulgara sia realmente in causa il principio delle nazionalità, e quanto alla questione d'Egitto gli pare che uguale sia l'interesse della Francia e quello dell'Italia: che succeda cioè alla occupazione inglese il potere di un Vicerè indipendente che governi di concerto coi Consoli delle grandi Potenze, e che si dia a quel paese un carattere come a dire di neutralità. (Tali le idee del Rouvier, ma il vero concetto della politica francese, Ella lo conosce meglio di me, è quello di stabilire, esclusa l'Inghilterra, la preponderanza francese in Egitto: ma io riferisco e per ora non commento.)„
“Ella riceverà, per mezzo dell'Ambasciata, le risposte del Sig. Rouvier alle tre comunicazioni.
Posso intanto dirle quali saranno.
Il Sig. Rouvier consultati i suoi colleghi, risponde:
Nulla in contrario a che precedano negoziati ufficiosi e segreti, ma questi abbiano luogo a Parigi. Non ha persona da inviare all'uopo altrove; inviando a ciò una persona apposita e nota cesserebbero di esser segreti; desidera farli egli stesso personalmente nell'utilità stessa della cosa.
Circa alla sede dei negoziati definitivi, non ha potuto persuadere il ministro degli Affari esteri e non può prendere alcun impegno che si facciano a Roma. Si vedrà in seguito. O i negoziati preliminari a nulla conducono, ed è una questione inutile. O nei negoziati preliminari si va d'accordo sopra i punti sostanziali e così che non rimangano a definirsi che dei particolari e non vi sarà nessuna difficoltà a che l'ambasciata francese a Roma, insieme p. e. coi due Direttori Generali delle Dogane e del Commercio estero inviati appositamente nella nostra capitale, sia incaricata dei negoziati ufficiali e li porti a termine. O sarà mestieri anche nei negoziati ufficiali dibattere punti importanti ed allora tornano in campo le prime obbiezioni: il Rouvier non saprebbe chi mandare all'uopo in Italia, e dovrebbero anche tali negoziati aver luogo in Parigi.
Intanto egli crede che nei negoziati ufficiosi preliminari apparirà la necessità di una proroga.
Io gli osservai che tali risposte saranno di troppo poca soddisfazione in Italia; che ammessa pure l'opportunità che i negoziati ufficiosi siano fatti direttamente con lui, dovrebbesi ad un tempo e subito stabilire che i negoziati ufficiali abbiano luogo a Roma, ed ho soggiunto, sorridendo, che se io fossi incaricato di trattare con lui sopra questo punto non cederei quanto alla sede dei negoziati ufficiosi, condotti nel modo da lui divisato, se non a condizione di fissare contemporaneamente la sede a Roma dei negoziati definitivi.
Ma egli ha persistito nelle sue dichiarazioni, che allo stato delle cose non gli è possibile prendere impegno; e che la questione della sede dipenderà da quella della sostanza, cioè da ciò che resterà a fare nei negoziati ufficiali — perchè s'egli fa obbiezioni e per gli uni e per gli altri a Roma, non è per alcuna ragione politica o di Stato, ma unicamente perchè non sa chi mandare a Roma, attese le difficoltà della cosa e la condizione degli animi in Francia: un protezionista rovinerebbe tutto, un libero-cambista pregiudicherebbe il risultato di fronte alla corrente contraria — perciò è mestieri ch'egli personalmente intervenga e del resto egli solo può fare i presagi desiderati.
Il Sig. Rouvier mi diceva tutto ciò ieri. Oggi egli lascia Parigi per una breve gita in campagna ed oggi io prenderò da lui commiato, e partirò doman l'altro, 12, da Parigi tornando per la via della Svizzera a Cumiana, donde verrò sollecitamente a Roma.
L'impressione ch'io reco dal mio soggiorno in Parigi è conforme alle dichiarazioni del Rouvier:
La Francia, nella sua grandissima maggioranza, non vuole la guerra, non ha la febbre della revanche, e non è a prevedere ch'essa sia per attaccare la Germania: al contrario essa resisterà, finchè le sarà possibile, a tutti gli eccitamenti ad attaccarla;
rispetto all'Italia, ben pochi vagheggiano di farci guerra; i più temono che noi siamo per cader addosso alla Francia insieme colla Germania e ci ammoniscono intorno ai pericoli che a noi pure deriverebbero dalla distruzione della Francia;
il prestigio del regno d'Italia e del suo governo è qui grande;
la stessa questione cattolica è qui molto attenuata e non vi sarebbe che un piccolo numero di persone desideroso d'ingerirsi in difesa del potere temporale;
il Rouvier, che è certo che la politica italiana sotto la di lei mano energica e mossa dal di lei pensiero prenderà una parte più viva nelle questioni internazionali, fu lietissimo di apprendere dalle mie amichevoli assicurazioni quali sono i di lei sentimenti, nei quali confida pei migliori rapporti dei due paesi;
fra le altre cose il Rouvier mi assicurò che rispetto all'Italia tutti i piani di battaglia preparati in Francia sono tutti sulla base di una guerra difensiva;
la questione operaia, egli afferma essere questione di concorrenza nel salario, non di antipatia nazionale anti-italiana.
Ma di tutto ciò meglio a voce. Solo le dirò ancora che in complesso le mie conversazioni col Rouvier furono opportune; e che avranno seguito in ulteriori corrispondenze delle quali egli stesso mi dimostrò il desiderio.„
Convenuto per l'insistenza di Crispi che le preliminari ed officiose trattative avessero luogo a Parigi e le ufficiali a Roma, i delegati italiani, on. Luzzatti, Ellena e Branca, giunsero nella capitale francese il 28 settembre. Però sin dal primo momento il Governo francese pretese che base dei negoziati fosse non la nostra tariffa generale, come era ovvio, ma il trattato denunciato. Il 6 di ottobre i delegati italiani, prima di ripartire per Roma, telegrafavano all'on. Crispi che i delegati tecnici francesi non erano preparati sui punti più importanti del negoziato, che le disposizioni del Governo francese erano meno buone che nei primi giorni. Il 2 novembre l'ambasciatore Menabrea scriveva: “Mi sono intrattenuto ieri sera col signor Rouvier a proposito del nostro trattato di commercio. Egli non si dissimula le difficoltà che esso sarà per incontrare nel Parlamento„.
Ai primi di dicembre l'ambasciatore de Moüy chiese all'on. Crispi una proroga del trattato che spirava alla fine di quel mese: l'on. Crispi rispose che non avrebbe potuto consentire a questa domanda se non vi fosse stata fondata speranza di giungere ad un accordo, e se i delegati francesi non venissero a Roma. Alla fine del mese i negoziatori Teisserenc de Bort e Marie arrivarono, e la scadenza del trattato fu prorogata di due mesi; ma le disposizioni ostili della Camera francese erano rese evidenti dalla legge votata, su proposta della Commissione delle dogane, il 15 dicembre, secondo la quale il Governo era autorizzato ad applicare ai prodotti italiani la tariffa generale, con un aumento che poteva elevarsi al cento per cento.
Le conferenze tra i negoziatori italiani e francesi furono subito interrotte dopo la prima, e il 5 gennaio, annunziando questa interruzione che gli era di cattivo augurio, l'on. Crispi telegrafava all'ambasciatore a Parigi:
«Rimpiango tanto più vivamente questo indugio che eravamo e siamo tuttora animati dalle migliori intenzioni di condurre presto a termine il negoziato in uno spirito di conciliazione. Non voglio poi neppure supporre che la Francia abbia voluto ottenere una proroga dell'antico trattato, e nient'altro.»
Riprese dopo qualche giorno, le sedute furono nuovamente interrotte sulla domanda dei delegati francesi, i quali lasciarono Roma, promettendo di ritornare presto. Il 24 gennaio l'ambasciatore Menabrea telegrafava:
“In una lettera direttami dal signor Flourens su altro argomento, rilevo questa frase: “Mi sono reso esatto conto dello stato degli animi in entrambe le nostre Camere. Se l'Italia non crede poterci fare nuove concessioni, considero lo scacco dei nostri negoziati commerciali come certo„.„
Tutti i tentativi fatti dall'on. Crispi per indurre il Governo francese a condurre le trattative con propositi concilianti, fallirono. Il 6 febbraio il senatore Teisserenc de Bort, commissario francese, congedandosi dall'on. Ellena gli disse: “Finchè sarete nella Triplice non sarà possibile un accordo commerciale tra l'Italia e la Francia„. E il ministro Flourens oppose che il massimo che avrebbe potuto ottenere dallo spirito di protezione che regnava nelle Camere francesi, era la rinnovazione del trattato del 1881. Questo l'on. Crispi non poteva concedere, senza andar contro alla volontà del Parlamento, che quel trattato aveva voluto denunciato. E del resto, il Flourens forse s'ingannava e ci avrebbe esposto ad un nuovo rigetto del Parlamento francese. L'eminente economista Léon Say, scrivendo ad un amico italiano in una lettera privata del 21 gennaio 1888, ammetteva che la Camera francese avrebbe appena potuto accettare una proroga: “La Chambre française avait pris le parti de dénoncer l'ancien traité avec l'Italie avant votre denonciation à vous. Elle a indiqué formellement son opinion dans la discussion et a sursis à voter sur la demande du ministre des affaires étrangères. Le lendemain votre denonciation était connue.
La Chambre française est donc autorisée à considerer qu'elle a emis préalablement à tout le reste, l'avis qu'elle ne voulait plus du dernier traité, parcequ'elle le trouvait défavorable.
C'eût été se casser la tête contre un mur, que de lui demander d'accepter autre chose qu'une prorogation pure et simple„.
Quel che avvenne dipoi, l'applicazione delle tariffe generali e differenziali e perciò la guerra economica, fu posto a carico dell'on. Crispi. Si affermò che il di lui viaggio in Germania avesse determinato in Francia le correnti ostili che si concretarono nella rottura delle relazioni commerciali. Quanto quei giudizii fossero arbitrarli, si desume dalla narrazione documentata che precede. I negoziati e le domande di concessioni furono posteriori al viaggio, e nonostante questo la Francia avrebbe fatto il trattato se avesse potuto ottenere i vantaggi che pretendeva.
La politica certamente rese più facile la vittoria dei protezionisti. Ma quei deputati francesi che si dichiararono contrarii ad un accordo commerciale con l'alleata della Germania, erano avversi all'Italia non per il viaggio a Friedrichsruh, che non mutò e non poteva mutare la situazione, ma per l'alleanza stessa, e questa non era opera dell'on. Crispi.
Fu merito, invece, dell'on. Crispi l'avere reso più intima quella alleanza e più utile all'Italia, così che, quando la Francia ci chiuse le sue frontiere, noi trovammo nella coscienza di non esser isolati i conforti necessarii e la forza per superare la crisi, la quale non fu priva di vantaggi se temprò alla lotta il commercio italiano e gli fece trovare nuovi mercati.
Dal “Diario„ di Francesco Crispi.
6 ottobre 1887. — Questione balcanica; in seguito alla Nota del segretario di Stato da Berlino, Kálnoky, ch'era favorevole alla istituzione degli Stati balcanici autonomi, consente a stabilire le basi di un accordo con l'Italia.
— Bulgaria: la Russia insiste sulla missione di Ehrenroth, cui vorrebbe dare la durata di sei mesi, ed esige che sia la Turchia a proporla. È però contraria a misure coercitive.
16 ottobre. — I francesi si agitano e vorrebbero suscitare disordini nel Marocco. Il ministro degli Affari esteri di Spagna, Moret, vorrebbe una Conferenza europea pel Marocco.
— Notizie da Londra: Francia e Inghilterra trattano per una Convenzione internazionale circa la libertà del canale di Suez.
22 ottobre. — Il ministro di Spagna viene a parlarmi delle idee del suo governo e dei propositi di esso per le cose del Marocco. È una conferma di quello che ci fu telegrafato dal nostro ministro Maffei. Il ministro spagnuolo degli Affari esteri, Moret, ha comunicato a Parigi una Nota del Sultano, dell'agosto, per una Conferenza.
23 ottobre. — L'ambasciatore d'Austria è venuto a parlarmi di un colloquio del ministro di Spagna a Vienna col conte Kálnoky sulle cose del Marocco. Kálnoky avrebbe consigliato un accordo tra la Spagna e la Francia.
28 ottobre. — L'incaricato di affari di Francia, Gérard, mi felicita pel discorso di Torino e mi ringrazia per le mie parole benevole verso la Francia. Parliamo del passato.
31 ottobre. — Visita del conte Solms, ambasciatore di Germania. Convenzione militare: l'Imperatore accolse la mia idea; Moltke lavora.
Gli otto punti dell'accordo per gli affari d'Oriente, come redatti — comunicati a me ed a Salisbury da Kálnoky. — Salisbury li accettò in massima, salvo il Consiglio dei ministri di giovedì. Io ne detti conoscenza all'Ambasciata a Londra per cooperarci presso Salisbury, dopo aver conosciuto la parte presa da Bismarck. Solms crede che Bismarck presso Salisbury abbia minore influenza di me.
Marocco: La Conferenza accettata da noi a condizione che tratti e risolva tutte le questioni. Sui tre punti comunicati dalla Francia sono favorevole.
Convenzione pel canale di Suez: non ancora firmata; scambio d'idee fra le tre Potenze.
1 novembre. — Visita dell'ambasciatore d'Austria, de Bruck-Pellegrini: dimostrazioni cattoliche — Notizie di Costantinopoli e della Bulgaria — Maggiorati napoletani, per la contessa di Trani, sorella dell'Imperatrice — Convenzione per Suez.
2 novembre. — Visita dell'Incaricato di Francia — Trattato di commercio — Capitolazioni a Massaua; il greco condannato; protezione greca; ordinanza del generale Saletta per la liberazione del greco, suo significato. Mie riserve: non capitolazioni, ma stato di guerra. I francesi stanno alla tesi delle capitolazioni; io no. Il trattato pel Canale di Suez firmato il 24 ottobre; comunicazione alla Turchia.
3 novembre. — Visita del ministro di Spagna, conte Rascon.
Marocco: proposta di riparto con la Francia; sospetti dell'Inghilterra, che sta per la neutralizzazione. Il ministro degli Affari esteri di Francia, Flourens, accetta la Conferenza a condizione che tra Spagna e Francia se ne fissi prima il programma.
Pellegrini spagnuoli — Toson d'oro pel principe Amedeo. — Canovas del Castillo: suo discorso nel Club conservatore contro il governo; non occuparsene.
— Visita del ministro di Grecia. Mi lagno dell'affare delle protezioni francesi, e minaccio rigori contro gli stranieri.
6 novembre. — Nuova visita del ministro di Spagna. Giunse a Madrid il 4 un dispaccio del ministro spagnuolo a Pietroburgo. Il gabinetto russo con molta cortesia consiglia il governo madrileno di mettersi d'accordo con la Francia nelle cose del Marocco. Questa dichiarazione ha grave importanza. Conviene attendere il risultato delle pratiche con la Francia. È chiaro un accordo franco-russo nella questione marocchina, che potrebbe mandare a monte la progettata Conferenza.
10 novembre. — Visita del conte Solms. Mi parla della malattia del principe di Bismarck, del viaggio dello Czar; dell'irritazione dell'Imperatore. Condotta dei russi contro i tedeschi. Eccitazione di animi.
— Ministro di Spagna. Mi porta notizie della visita dei giornalisti italiani. Desiderio di una dimostrazione — Gran Croce d'Isabella all'on. Bonghi; in corrispettivo quella della Corona d'Italia al signor Caspar Mugnoz de Arce. Convenzione pel Canale di Suez; la Spagna attende la nostra risoluzione.
— Visita dell'ambasciatore d'Inghilterra. Dolorose notizie del Principe imperiale — Convenzione di Suez; mutamenti; contemporanea presentazione della Francia e dell'Inghilterra. Per incarico della Regina il duca di Norfolk verrà a Roma, per ringraziare il Papa di aver mandato Ruffo-Scilla pel suo giubileo, e per congratularsi pel giubileo di Sua Santità. Verranno altri lords e deputati cattolici verso il 10 gennaio prossimo.
11 novembre. — Il conte Solms viene a informarmi della missione di Radovitz presso il Sultano allo scopo di dissuaderlo della pessima opinione che aveva di me. Gli avevano fatto credere che io volessi la costituzione di uno Stato albano-macedone. La missione del Radovitz è riuscita.
Francesi contro italiani in Tunisia. Il Cardinale Lavigerie, con l'ausilio del suo Governo, è divenuto prepotente ed ha attirato a sè anche i maltesi.
Egitto: tribunali della Riforma.
Mi annunzia che il Consiglio di guerra in Francia ha respinto il progetto di costituzione delle truppe alpine.
Marocco: minacce della Francia al Sultano, che avrebbe rifiutato una indennità richiesta per la morte del Capitano Smith — Mi parla della necessità della neutralizzazione del Marocco: questo argomento dovrebbe essere l'oggetto della Conferenza di Madrid.
13 novembre. — Visita all'ambasciatore d'Austria e alla baronessa sua consorte. La Baronessa è assente.
De Bruck mi dà lettura di una Nota dell'ambasciatore austriaco a Parigi, nella quale riferisce una conversazione avuta col presidente della Repubblica, Grévy. Questi parlò delle cose di Bulgaria e dell'inchiesta parlamentare in Francia. Grévy avrebbe espresso l'opinione che l'elezione del Coburgo era legale e che la missione Ehrenroth non sarebbe riuscita più efficace di quella del Kaulbars; che in Bulgaria non vi sarebbe altro di meglio a fare che lasciar le cose come sono. Parlando dell'inchiesta disse che ne era addolorato. Egli però non si sarebbe dimesso; e tale sua risoluzione era presa per sentimento di patriottismo. La sua presenza al governo importava il mantenimento della pace e della tranquillità. La Francia andrebbe coinvolta in gravi disordini ov'egli non rimanesse al suo posto.
14 novembre. — Viene il conte Solms.
Finanze turche; mia proposta. Crede che ci distrarrebbe l'animo del Sultano. Rispondo che io non aveva fatto una proposta formale. L'idea, intanto, di un riordinamento delle finanze turche era venuta da Costantinopoli, in seguito a colloquî degli ambasciatori dei tre governi alleati.
Il Solms mi chiede se avessi avuto notizie delle pratiche della Francia presso il Vaticano. La Francia avrebbe promesso al Papa qualunque appoggio.
— L'Incaricato d'affari di Francia, signor Gérard, viene verso le 4 pom. al Palazzo Braschi.
Mi dice di essere stato incaricato dal suo Governo di comunicarmi il progetto di Convenzione pel Canale di Suez concordato con l'Inghilterra, insieme ad una lettera circolare del signor Flourens e ad un'altra lettera del Salisbury. A proposito del trattato di commercio, esprime la fiducia che lui ed il suo governo hanno in me per un buon risultato.
Espulsione del greco Nicopoulo; se ne dichiara dolente.
Rispondo che il Nicopoulo doveva essere soddisfatto di essere stato liberato dal carcere. Gli stranieri in genere — ciò avviene anche in Francia — vengono espulsi dopo avere espiato la pena.
17 novembre. — All'Incaricato di affari di Francia ho detto che l'Inghilterra mi aveva comunicata la Convenzione pel Canale di Suez. Aspettavo qualche altro documento prima di dare una risposta definitiva, ma in massima sono favorevole e mi adopererò presso i governi amici perchè accettino anch'essi.
— Il conte Solms mi legge una lettera del signor de Holstein, scritta a nome del principe di Bismarck, nella quale è detto che il Principe mi ringrazia delle comunicazioni a lui fatte e del contegno tenuto in tutti gli affari trattati fra i due governi. Prego il Solms di ricambiare i ringraziamenti al Principe, che mi troverà sempre benevolo e desideroso di essere sempre d'accordo con lui.
Una Nota da Berlino dell'11 novembre dà notizie della questione marocchina. È contrario il Bismarck ad una Conferenza europea pel solo argomento della protezione degl'indigeni. Parrebbe necessaria la neutralizzazione del Marocco. Féraud, ministro francese, è ritornato a Tangeri per agire nell'interesse francese. Moret resiste alle esigenze della Francia. Fu presentato un progetto di divisione del Marocco, ma la Regina Reggente è di opinione contraria, anzi manifestò le sue meraviglie.
18 novembre. — L'Incaricato d'affari di Francia si presenta per dirmi che ieri aveva telegrafato al suo governo la mia risposta favorevole per la Convenzione del Canale di Suez, e la mia promessa di adoperarmi presso i governi amici. Il signor Flourens mi ringrazia per esser stato il primo e per la promessa fatta. Avvertenza mia contro gl'intrighi dei monarchici. Consiglio a sorvegliarli per evitare sorprese. L'Italia è interessata al mantenimento della Repubblica, la quale è elemento di pace. Che il Grévy resti al suo posto.
— Il conte Rascon è venuto a dirmi che l'ambasciatore di Francia gli dette comunicazione della Convenzione per Suez. — Chiede se l'Italia accetta, e se consiglia la Spagna di accettarla. Rispondo che l'Italia in genere è favorevole. Però non avendo ricevuto tutti i documenti non ho dato la mia risposta definitiva. Prego di aspettare sino a martedì.
19 novembre. — L'ambasciatore d'Inghilterra mi porta a leggere la lettera del 4 novembre con la quale Salisbury lo incaricava di comunicarmi la Convenzione per Suez e i documenti che vi si riferiscono.
20 novembre. — Il conte Solms mi comunica il seguente telegramma del principe di Bismarck:
«Sua Maestà l'Imperatore Alessandro, trovandosi alla corte di Berlino, ha manifestato nella maniera più positiva a S. M. l'Imperatore e in una lunghissima udienza accordata a me, i suoi sentimenti pacifici e la sua risoluzione di non impegnarsi in alcuna coalizione aggressiva e di non attaccare mai la Germania. Vedremo se i sentimenti di S. M. avranno un'influenza calmante sull'attitudine della stampa russa, su quella degli impiegati e degli ambasciatori, e sopratutto dell'ambasciatore a Parigi.
Non abbiamo mai creduto che l'Imperatore personalmente avesse ora e per un certo tempo l'intenzione di assalirci.
Che un attacco della Russia contro l'Austria ci obbligherebbe, conformemente ai trattati, a prestare soccorso a questa ultima, è noto all'Imperatore Alessandro in seguito alle nostre comunicazioni ufficiali, e gli è stato ricordato nuovamente ieri nella nostra conversazione.
D'altro canto l'Imperatore è informato che l'avvenire della Bulgaria non sarebbe giammai per noi una ragione per uscire dalla neutralità, e che la nostra attitudine diplomatica relativamente alla questione bulgara sarà regolata come in passato dalle stipulazioni del trattato di Berlino.
I due monarchi non hanno preso impegni. L'avvenire dimostrerà se saremo liberati dalla preoccupazione che l'agitazione in Russia e in Francia aumenti ogni giorno per la passività del governo russo dinanzi alle provocazioni dei suoi organi e dei suoi impiegati, e se alla fine cotesta agitazione minaccerà la pace in un avvenire più o meno prossimo, ovvero se dopo il suo ritorno in Russia l'imperatore Alessandro vi porterà rimedio.»
21 novembre. — Visita del barone de Bruck.
Mi parla delle dichiarazioni pacifiche dello Czar a Bismarck. Esse collimano con quelle comunicatemi ieri da Solms.
Fa cenno al diritto dei Borboni alla restituzione dei beni di diritto privato, e vorrebbe una dichiarazione di principio come quella fatta da Lamarmora alla Spagna quando questa riconobbe il regno d'Italia. Rispondo che bisogna esaminare il caso speciale se esistano ancora beni privati dei Borboni nel regno. Prometto di studiare la questione, appena me ne saranno dati gli elementi.
— Visita dell'ambasciatore di Francia, conte di Moüy, di ritorno dalle vacanze.
Si parla della crisi francese; egli non ha una sicura opinione sul risultato della medesima. Mi narra che vide a Parigi l'on. Villa, Presidente del Comitato Italiano per la Esposizione universale del 1889, e che si adoperò per contentarlo; agli italiani fu concessa una speciale località che desideravano.
Il de Moüy mi ringrazia della mia adesione alla Convenzione pel canale di Suez. Rispondo che in massima accetto la Convenzione, ma che non potrò dare una risposta ufficiale finchè non avrò ricevuto e letto tutti i documenti che si riferiscono a codesto grave argomento. Negli articoli V e VIII della Convenzione trovo quello che l'Italia aveva domandato.
Il viaggio di Friedrichsruh è anch'esso tema della nostra conversazione. L'impressione in Francia non poteva essere gradita, ma fortunatamente si va dissipando. Alla mia osservazione che a Friedrichsruh nulla fu stabilito contro la Francia e che i discorsi furono tutti di pace, egli oppose che io non avrei avuto bisogno di fare un così lungo viaggio per così poco. Ricordai i propositi di Gambetta al 1877 e la necessità d'intendersi fra i due paesi. Secondo lui può combinarsi un modus vivendi tra la Francia e la Germania; ma finchè esiste la questione dell'Alsazia e della Lorena non è possibile un accordo. La Francia vuole la pace — egli soggiunse — e ne ha bisogno; essa, quantunque abbia un esercito formidabile, non si lascia tentare a far la guerra. Crede quindi strano che le altre Potenze costituiscano delle alleanze per conservare una pace che la Francia non vorrà mai turbare.
Il signor de Moüy mi parla del trattato di commercio. Ho osservato che il governo francese non ha mandato che due sole note e con quella in risposta alle nostre domande ha chiesto cose impossibili; ed ho soggiunto che cotesta è una prova di non voler stipulare trattato alcuno. Egli si difese attaccandoci. Per lui il trattato è più utile a noi che alla Francia. A questa gioverebbe il regime comune delle tariffe. Gli ricordai che dopo il 1878 siamo rimasti sette od otto mesi sotto il regime delle tariffe. Egli riprese ricordandomi che noi diamo alla Francia meno di quello che prendiamo, e che le esportazioni e le importazioni si bilanciano con moneta a favor nostro. Concluse per una proroga del trattato attuale.
22 novembre. — Il conte Solms mi parla degli intrighi presso il Sultano. La Russia vi lavora più di tutti e incute paura a quel principe. Pericoli corsi dal gran visir Kiamil-pascià di essere supplantato da un partigiano della Russia.
Marocco: quell'Imperatore invitò i notabili a deliberare circa le concessioni che potrebbero esser fatte alle Potenze straniere. Cotesto sarebbe un preliminare della Conferenza.
25 novembre. — Visita del conte Rascon.
Convenzione pel canale di Suez.
Elevazione della Legazione ad Ambasciata. La Spagna, avendo una Ambasciata presso il Vaticano, la vorrebbe anche presso il Quirinale; naturalmente l'Italia dovrebbe far lo stesso. Il governo spagnuolo avrebbe fatto l'identica proposta a Berlino e a Vienna. Rispondo che consento in massima e che ne parlerò coi miei colleghi e prenderò gli ordini di S. M.
27 novembre. — Il conte Solms viene ad annunziarmi che l'Inghilterra accetta che la Conferenza pel Marocco avvenga sull'argomento della protezione. I rappresentanti delle Potenze a Tangeri dovrebbero riunirsi per intendersi sulle altre questioni. La Francia accetta che la Conferenza si occupi di tutte le questioni che possano interessare il Marocco. Il Moret vorrebbe spedire subito le lettere d'invito.
Da Berlino si scrive che dopo i colloqui di Friedrichsruh, nella Tripolitania si sarebbero prese delle precauzioni. Adombra il Sultano anche il riordinamento delle scuole italiane in Tripoli. Pure a Tunisi s'intriga contro di noi.
Il Solms chiede se io abbia notizia dei documenti che diconsi falsificati e dei quali parla la Kölnische Zeitung. Egli dà importanza a quel giornale per le sue relazioni col Gran Cancelliere. Rispondo non avere altre notizie che quelle dei giornali; anche S. M. me ne aveva domandato. Quei documenti, rimasti in potere dello Czar, non furono veduti da alcuno. Il principe di Reuss, del quale si era detto che avesse scritto una delle lettere, si rivolse al principe Ferdinando per avere una spiegazione. Il suo cugino gli rispose non aver ricevuto mai alcuna lettera da lui, e di ignorare l'esistenza di quella che gli si attribuiva.
L'ambasciatore mi parla dell'alta posizione raggiunta a Costantinopoli dal barone Blanc, secondo le informazioni della Cancelleria germanica.
Circa i documenti ai quali accennava il conte Solms, l'on. Crispi ricevette in dicembre le informazioni seguenti:
«Vienna 18 dicembre 1887.
I documenti falsificati di cui parlò la Gazzetta di Colonia, e che furono mandati a Copenaga a S. M. l'imperatore di Russia poco prima della sua partenza dalla Danimarca, sono in numero di quattro.
1. Una lettera del principe Ferdinando di Coburgo a S. A. R. la Contessa di Fiandra in data del 27 agosto 1887;
2. Una nota che il principe di Reuss, ambasciatore germanico in Vienna, avrebbe rimesso al principe Ferdinando di Coburgo e che è annessa alla lettera precedente.
3. Una seconda lettera del principe Ferdinando alla Contessa di Fiandra in data del 16 settembre 1887.
4. Una nota riassuntiva che da Brusselle sarebbe stata mandata al principe Ferdinando e che porta la data del 28 ottobre 1887.
Questi documenti furono fatti pervenire (credesi per mezzo di un certo signor Hansen) da Parigi a Copenaga, dove furono messi sotto gli occhi dell'imperatore Alessandro; una copia di essi fu inviata contemporaneamente a Pietroburgo al signor de Giers. Questi, scrivendone all'imperatore Alessandro, espresse l'avviso che i documenti non fossero autentici. Ma la loro falsità non diventò evidente agli occhi dello Czar se non dopo il colloquio che S. M. I.le ebbe a Berlino col principe di Bismarck e dopochè lo stesso principe di Reuss li smentì con una lettera che fu messa sotto gli occhi della predetta S. M. I.le mentre d'altra parte S. A. R. la contessa di Fiandra faceva dichiarare che non aveva mai ricevuto le lettere attribuite al principe Ferdinando. I quattro documenti furono compilati nell'unico intento di dimostrare all'imperatore Alessandro come il principe di Bismarck, mentre pubblicamente e ufficialmente si disinteressava degli affari di Bulgaria e anzi favoriva la politica russa in questa questione, sotto mano invece appoggiava la candidatura e poi la consolidazione del principe Ferdinando sul trono di Bulgaria.
Chi sia l'autore del falso non è ancora noto.
Si sospetta però che sia di origine russa e che dimori o almeno dimorasse in Francia. La falsità dei documenti risulta abbastanza chiara da tutto il loro contenuto e anche dalla loro forma. I documenti sono dichiarati traduzioni (in francese) dal tedesco. Ma sembra evidente che furono redatti in francese. Essi tradiscono nell'autore una persona accostumata a leggere documenti diplomatici e una penna solita a scriverne. Ma in pari tempo vi si incontrano apprezzamenti molto inesatti su uomini e cose e anche errori di fatto. Così per esempio nella prima lettera il principe Ferdinando farebbe allusione al suo incontro colla contessa di Fiandra a Ischl, nel quale luogo quella principessa non pose mai il piede.
Nell'ultimo degli accennati documenti è detto, fra altre cose, che nel colloquio tra Vostra Eccellenza ed il principe di Bismarck fu discussa e regolata la quistione bulgara in un senso favorevole al mantenimento del principe Ferdinando sul trono di Sofia.
Pare che il principe di Bismarck desideri che oramai quest'affare non abbia seguito ulteriore. Tuttavia si crede che continueranno le ricerche per lo scoprimento dell'autore.„
28 novembre. — Il conte de Moüy mi rimette una Nota del 25 corrente che contiene le proposte della Francia circa le seterie, in previsione della stipulazione del nuovo trattato. Egli desidera un accordo, affinchè tra i due paesi non si innalzi la muraglia chinese delle tariffe. Anch'io desidero un accordo; bisogna che si trovino i termini di una transazione.
Notizie di Francia: il de Moüy crede probabile l'elezione di Freycinet a presidente della Repubblica. Ne sarebbe contento perchè da lui ebbe il posto di ambasciatore. Rispondo che anch'io riterrei quella elezione come un gran bene per la Francia, della quale lodo la calma. Se i radicali non commetteranno degli eccessi e avranno patriottismo, le sorti della Francia saranno assicurate. Il de Moüy è dolente degli indugi, e spera in una buona soluzione.
29 novembre. — I due governi di Berlino e di Vienna stabilirono di accordo di comunicarmi il trattato segreto del 1879 tra l'Austria e la Germania. Essi sono d'avviso che nulla debba esser nascosto all'Italia. Con lettera di Bismarck del 20 volgente e con altra di Kálnoky del 24, i due ambasciatori sono stati incaricati di recarsi da me, per darmi copia del trattato. Il primo a giungere fu de Bruck; dopo venne de Solms. I due ambasciatori fecero rilevare l'importanza dell'atto, come dimostrazione di grande fiducia in me dei due gabinetti. Ringraziando, dissi di meritarla.
1 dicembre. — Armamenti nella Tripolitania. Ho dato a Solms due mie Note di reclami contro gl'intrighi francesi in quella regione.
L'ambasciatore di Russia, barone di Uxkull, mi afferma che lo Czar fu contentissimo della sua gita a Berlino; ma non muta parere sulla questione bulgara, quantunque oggi essa sia posta a tacere. Mi chiede se il conte Greppi, già ambasciatore a Pietroburgo, sarebbe tornato al suo posto. Rispondo che non vi sarebbe tornato, ma che il suo successore era un personaggio che gode le simpatie dello Czar.
— Il ministro di Spagna mi riparla della progettata Conferenza pel Marocco. Gli Agenti locali si metteranno d'accordo. Si aspetta una risposta della Francia ad una Nota spagnuola. La Russia non ha interesse diretto, ma è pronta a partecipare alla Conferenza se le altre Potenze vi parteciperanno.
— Visita del conte de Moüy. Mi parla di varie cose e anche di una «Société d'histoire diplomatique», della quale fanno parte varii diplomatici. Chiede la mia adesione. Avevano pregato la Regina che consentisse ad essere inscritta fra i soci, ma poi per un articolo poco conveniente contro l'Italia, dovettero rinunziarvi.
Fa pure qualche osservazione sulla circolare con la quale ho ordinato che da ora innanzi si corrisponda in lingua italiana con quelle Potenze che scriveranno nella loro lingua. Crede che questa innovazione sia fatta per la Francia; di che lo dissuado.
12 dicembre. — Visita dell'ambasciatore Solms.
Atkinoff, capo dei Cosacchi, a Parigi; non volle andare all'Ambasciata russa. Armamenti russi; pericoli.
Il Re: Bismarck crede che il Re si occupi poco dell'esercito. Disinganno il Solms. Il Re oggi prende parte principale agli interessi dell'esercito ed ai nostri rapporti internazionali.
— Viene Bavier, ministro della Svizzera. Si discorre del trattato di commercio. Gli dico che non posso accettare una proroga pura e semplice del trattato che sta per scadere; mi indichi gli articoli sui quali bisogna discutere, e son pronto a negoziare. Ho domandato al Parlamento le facoltà per concludere e mettere in esecuzione anche il trattato italo-svizzero. Bavier risponde che chiederà al Consiglio Federale che indichi codesti articoli. Mi dice che l'opinione pubblica in Svizzera è commossa per le nostre tariffe. Ragione di più — rispondo — per fare il trattato. Se lo volete provvisorio, teniamoci a poche voci; se lo volete definitivo, discutiamo e trattiamo su tutte le voci che il Consiglio Federale crederà doverci indicare. Si conclude che il Bavier telegraferà a Berna per l'invio dei delegati tecnici.
— Il conte Rascon viene a domandarmi se può annunziare come conclusa la Convenzione per la cessione alla Spagna di un terreno in Assab per deposito di carboni, dovendo il ministro Moret parlarne in Parlamento. Rispondo che può telegrafare a Madrid che ritengano la Convenzione come firmata.
— Con l'ambasciatore d'Austria-Ungheria parliamo degli armamenti russi. Notizie non allarmanti. L'Austria ha 150 a 200 mila uomini in Gallizia, le ferrovie sono in condizione di poter trasportare subito altre truppe nei luoghi minacciati.
Mi lascia una Memoria circa i beni dei Borboni.
— Anche col ministro di Rumania parliamo degli armamenti russi. Notizie di pace, ma non conviene fidarsene troppo.
16 dicembre. — Photiadès-pascià, ambasciatore di Turchia, mi dà lettura di una Nota di Said, nella quale si parla della rettificazione della frontiera tripolina. Il Ministro turco assicura che nulla fu innovato e che è inesatto quanto fu scritto nel «Bulletin de la Société de Géographie».
M'informa pure del pranzo dato dal Sultano all'ambasciatore d'Italia, barone Blanc e alla di lui signora, e degli onori resi loro.
18 dicembre. — Il conte Rascon viene ad informarmi avere il suo ministro, Moret, scritto al rappresentante della Spagna a Tangeri di fare un rapporto che serva di base per la Conferenza marocchina. Rascon chiede che sia dato lo stesso incarico al Console italiano; il rapporto dovrebbe trattare della questione delle protezioni e di quanto ad essa si rannoda.
Tra giorni verranno i poteri per la proroga del trattato di commercio.
— De Moüy viene a parlarmi ancora del trattato, chiedendomi una proroga di quello vigente. Mi rifiuto. La proroga oggi, dopo il voto del Parlamento francese (che autorizza l'applicazione alle merci italiane della tariffa generale aggravata di tariffe differenziali del 100 per 100) sarebbe per l'Italia una viltà.
Voi — dissi — ci mettete un dilemma nel quale, per un governo che sente la sua dignità, non vi può esser scelta. Ci minacciate la guerra nel caso che non accettiamo la proroga pura e semplice del trattato attuale. Del resto, io non ho la facoltà di prorogare puramente e semplicemente il trattato. La legge mi autorizza soltanto a stipulare un trattato provvisorio.
Il de Moüy mi chiede una proroga che ci dia il tempo per intenderci. Il governo francese, col protezionismo che spira, stentò ad aver la legge com'è; difficilmente potrebbe aver altro. Rispondo che non è colpa mia. Dissi già parecchi mesi or sono che avrei accordata una proroga durante le negoziazioni, ma senza speranza di un nuovo trattato è impossibile. Il governo francese mandi uno o più delegati a trattare; provatemi che volete negoziare per raggiungere lo scopo, ed allora accorderò la proroga. Il de Moüy osserva che il tempo stringe e che difficilmente potremo in questo mese combinare qualche cosa. Replico che vi è ancora tempo per una dimostrazione di buon volere. Son pronto anche a prorogare il trattato con un decreto reale, ma ho bisogno che i vostri delegati siano qui e mi offrano con la loro presenza un motivo legittimo per giustificarmi dinanzi al Parlamento.
Il de Moüy promette di scriver subito a Parigi affinchè mandino i delegati. Raccomando che si tenga il segreto su quanto gli ho detto. Se i giornali parleranno, rompo i miei impegni e non accorderò la proroga. Così si resta intesi.
Mentre era per andarsene mi chiede se della nostra conversazione avrebbe dovuto parlarne col Re: rispondo negativamente.
21 dicembre. — Il conte Solms mi ha dato a leggere una Nota del 15 corrente del conte di Bismarck. Il Conte aveva fatto rimostranze a Vienna contro le dimostrazioni clericali. Il Kálnoky faceva promessa che avrebbe invigilato affinchè in altre occasioni i funzionarii pubblici non vi prendano parte. Nella lettera è detto che nella riunione di Linz il governatore, barone Weber, vi si trovò per caso. Egli sarebbe un liberale.
Un'altra Nota si occupa dell'affare di Tripoli. Radovitz ne avrebbe parlato col Gran Visir, il quale avrebbe smentito che siasi pattuita alcuna convenzione con la Francia per la rettificazione della frontiera tunisina. Il Gran Visir avrebbe inoltre ordinato al governatore di Tripoli di non aver contatto coi francesi.
Il Solms mi chiede in qual modo siasi fatta alla Spagna la cessione di un terreno in Assab. Rispondo essersi seguite le stesse forme del contratto per Fernando Po.
Mi legge una Nota nella quale si dice che in Francia si dà grande importanza alla marina italiana.
A Costantinopoli la Russia ha ripreso le domande pel pagamento della indennità di guerra. La Porta avendo obbiettato di non poter pagare per le condizioni cattive delle sue finanze, la Russia ha risposto che il Sultano aveva speso molti milioni per la compera dei nuovi fucili, e che avrebbe fatto meglio a pagare i suoi debiti.
24 dicembre. — De Moüy viene ad informarmi del prossimo arrivo del negoziatore francese pel nuovo trattato di commercio, e dell'invio dei pieni poteri per la proroga del trattato vigente.
Mi parla di un fatto avvenuto a Firenze a danno di quel Console francese. Il pretore si sarebbe recato al Consolato, avrebbe forzato le porte, violato gli archivi e messo i suggelli ad alcune carte degli archivi.
Rispondo che ignoravo il fatto, e che ne avrei preso conto.
27 dicembre. — Il conte Rascon viene a darmi l'avviso ufficiale del gradimento del governo spagnuolo per la nomina del conte Tornielli a Madrid.
29 dicembre. — Photiadès: Vernone, confine tripolino.
I francesi avendo proposto di delimitare il confine, hanno agito profittando del silenzio della Porta. Il Gran Visir, Said, diede al Vernone la dichiarazione di non aver ricevuto alcuna proposta. La Sublime Porta non fu mai consultata.
— Il Ministro di Olanda viene a dirmi che il suo Re manda al Papa un ciambellano pel giubileo, e che è incaricato di dirmi che a cotesta missione il governo olandese non dà alcun significato politico, essendo un atto di mera cortesia.
Sul reclamo per l'incidente di Firenze, al quale si accenna qui innanzi, l'on. Crispi ordinò immediatamente due inchieste, una giudiziaria, e l'altra amministrativa; quindi, prima di prendere una decisione, interpellò due volte il Consiglio del Contenzioso diplomatico.
Con un primo parere sull'operato del Pretore, il quale aveva, usando la forza, portato ad esecuzione nella residenza del Console di Francia, una sentenza del Tribunale, il Consiglio ritenne che esso “fu corretto dal punto di vista strettamente giuridico, ma troppo rigido, perchè, nell'applicazione della legge, non tenne conto di quei riguardi che la legge stessa gli consentiva, e che sarebbero stati tanto più desiderabili verso una nazione amica„.
Questo parere era fondato su l'ipotesi che alla successione del suddito tunisino in questione fossero applicabili le norme della Convenzione consolare in vigore tra l'Italia e la Francia; l'on. Crispi dubitò che quella Convenzione, trattandosi della eredità di un suddito non francese, fosse applicabile al caso, e provocò un nuovo parere del Consiglio sulla posizione giuridica dei tunisini in Italia, sulla validità del trattato italo-tunisino del 1868, e, nel caso speciale, sulla ingerenza avutavi dal Console di Francia.
Il responso del Consiglio non poteva esser dubbio: nonostante l'occupazione francese della Tunisia, la condizione giuridica dei tunisini in Italia non era cambiata, e il trattato del 1868 era in pieno vigore; l'azione spiegata dal Console di Francia a Firenze era quindi illegittima e illegale.
Sicuro di essere assistito dalla ragione, l'on. Crispi resistette alle domande di soddisfazione del Governo francese sinchè questo non volle riconoscere il torto del suo Console; e difese con fermezza in tale circostanza i superstiti diritti dell'Italia in Tunisia.
La discussione diplomatica alla quale questo incidente dette luogo, fu naturalmente giudicata in Francia con le consuete prevenzioni contro l'on. Crispi.