Germania e Russia in un colloquio del principe di Bismarck. — La pubblicazione del trattato austro-germanico del 1879. — Italia e Russia in un colloquio tra Crispi e l'ambasciatore Uxkull. — Flourens vuole evitare l'alleanza franco-russa. — Informazioni sulla situazione interna della Francia. — Preparativi militari in Francia. — Il principe imperiale di Germania in Liguria. — Morte di Guglielmo I. — Le squadre italiana e austriaca a Barcellona. — Cordialità tra Crispi e Bismarck. — Un aspro colloquio tra il conte Bismarck e l'ambasciatore Herbette. — Morte di Federico III. — Re Umberto esprime il desiderio di recarsi a Berlino.
3 gennaio 1888. — Il conte Rascon mi dà copia delle lettere credenziali che lo accreditano quale ambasciatore di Spagna presso il Re d'Italia.
9 gennaio. — Il conte Solms mi legge una Nota nella quale è detto che le solite influenze vogliono dare a credere al Sultano che l'Austria e l'Italia siano unite per togliergli la Macedonia e la Tripolitania. Mi parla altresì, sulla base di una lettera del console tedesco a Tripoli, delle minaccie alla frontiera tunisina.
Il Sultano, nello scopo di rendersi amici i Principi degli Stati balcanici, ha mandato al Re dei greci il gran cordone.
A Pietroburgo sono lietissimi del nuovo ambasciatore italiano Marocchetti.
Dalla Bulgaria buone notizie. Il Sultano sarebbe in buoni rapporti col governo bulgaro.
18 gennaio. — Solms ha ricevuto una Nota nella quale si parla della missione Portal.[21] Nulla di nuovo; le cose ivi dette ci sono note per i rapporti recentemente ricevuti. Il Negus non vuole che gli italiani restino negli attuali possedimenti; nè a Massaua, nè a Sahati. I missionari francesi si prestano come spie in favore degli abissini.
In Costantinopoli si lavora dall'ambasciatore italiano barone Blanc a patrocinare gl'interessi cattolici. Una Memoria ha dovuto essere spedita da lui al Ministero degli Affari esteri su cotesto argomento. La Francia resiste, e l'Austria anch'essa aspira al primato. L'unico rimedio sarebbe che il Papa inviasse un nunzio apostolico a Costantinopoli.
La questione del Marocco è risollevata. A Tangeri vi è eccitazione contro i francesi.
Il barone Calice, ambasciatore austriaco, ebbe una lunga conferenza con Said sulla banda di Lobanoff nella Bulgaria. Fu scoperto che il console russo a Burgas aveva quarantamila lire turche, e di queste spese una minima parte per sussidi alle chiese bulgare, e il rimanente per la tentata e non riuscita insurrezione.
19 gennaio. — Conte Solms: Churchill in Russia; l'Inghilterra non vuole la guerra contro la Russia.
In seguito ad una comunicazione ufficiale del governo spagnuolo, la Francia è ritornata di un tratto alla mia antica domanda che la conferenza di Madrid si limiti alla discussione della questione delle protezioni. Inoltre la Francia desidera un accordo preventivo con la Spagna sulla questione Schaar-al-Abel, che non conosciamo. Sembra quindi che la Francia voglia impedire la discussione sulla neutralità. E poichè questa ultima questione interessa meno la Germania che l'Inghilterra e l'Italia, il conte Solms mi chiede di conoscere il mio avviso circa l'esclusione del tema della neutralità dal programma della Conferenza.
27 gennaio. — Il sig. Stourdza, ministro dell'istruzione pubblica in Rumania, trovandosi a Berlino ha espresso il desiderio di abboccarsi col Gran Cancelliere, che l'ha invitato a Friedrichsruh il 22 corrente.
Il Principe gli ha fatto le seguenti dichiarazioni politiche:
«Io desidero il mantenimento della pace. Debbo ciò all'Imperatore, troppo anziano per lanciarsi in una grande impresa; lo debbo al Principe Imperiale, colpito da un male misterioso e più malato che non si creda generalmente; lo debbo al mio paese, che non avrebbe niente a guadagnare da una campagna vittoriosa contro la Russia.
In verità la Germania, le cui frontiere sono assai bene stabilite, non ha nulla da prendere a' suoi vicini dell'est. Qual territorio potrebbe ella annettersi? Essa ha di già una parte sufficiente della Polonia. Cercando nuove conquiste, l'Impero germanico si esporrebbe a guerre senza fine con la Russia e con la Francia, la quale non attende che una occasione per rivendicare l'Alsazia-Lorena. In queste condizioni, i progetti bellicosi, da qualunque parte vengano, non entrano nelle mie vedute».
Il Principe aggiunse che, d'altronde, la guerra non potrebbe avvenire per fatto delle Potenze alleate. Nè la Germania, nè l'Austria attaccheranno la Russia. L'aggressione non potrebbe venire che dai russi. Ed esaminando la questione, se la Russia possa passare all'offensiva, disse che fino a quando l'imperatore Alessandro e il signor de Giers domineranno la situazione, egli non credeva che avrebbero messo il fuoco alle polveri. Però esiste in cotesto paese un sordo malcontento, una agitazione panslavista che potrebbe esplodere e forzare la mano allo Czar. In vista di questa eventualità, gli alleati debbono proseguire i loro armamenti e tenersi pronti. Per ciò che concerne la Germania, essa è già in istato di difesa. «Io son pronto e non temo niente. In attesa, non posso far mia l'opinione di chi pretende che sarebbe preferibile sin da oggi prendere l'iniziativa della guerra, per il fatto che questa potrebbe esserci dichiarata domani».
Parlando con un uomo di Stato rumeno, si comprende come il principe di Bismarck abbia principalmente portata la sua attenzione sopra le relazioni con la Russia. Risulta dalle sue parole che se la guerra non sembra vicina, il mantenimento della pace esige una vigilanza continua.
31 gennaio. — Gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria vengono a parteciparmi che i loro governi hanno riconosciuto l'opportunità di rendere pubblico il testo del trattato segreto austro-germanico del 7 ottobre 1879, come salutare avvertimento alla Russia a non turbare la pace. E chiedono il mio parere. Rispondo che i governi di Germania e d'Austria-Ungheria sono i migliori giudici in un affare che li riguarda direttamente, e ringrazio della cortese domanda.
Il trattato fu pubblicato il 3 febbraio contemporaneamente a Vienna (nella Wiener Abendpost) e a Berlino (nel Reichsanzeiger) insieme a questa nota:
“I governi della monarchia austro-ungarica e della Germania, hanno ritenuto conveniente di pubblicare il trattato di alleanza concluso tra loro il 7 ottobre 1879 per fare cessare i dubbi che da parti diverse si sollevavano sullo scopo assolutamente difensivo di cotesto accordo, dubbi che sono stati variamente sfruttati. I due governi alleati sono guidati nella loro politica dal desiderio del mantenimento della pace e lavorano quanto è in loro affinchè questa non sia turbata. Essi hanno la convinzione che la conoscenza del testo del loro trattato di alleanza farà scomparire tutti i dubbi esistenti a tale proposito, e per questo motivo si sono risoluti a pubblicarlo„.
Questa pubblicazione dimostrò — secondo il conte Nigra — “che la situazione era tutt'altro che rassicurante e che il principe di Bismarck, il quale ne aveva preso l'iniziativa, non era riuscito fino allora ad avere dalla Russia le guarentigie di pace cui aspirava„. E l'impressione che produsse fu grande; non sui governi, che non ignoravano l'esistenza di quel trattato — lo Czar ne conosceva da sei mesi anche il testo — ma nella stampa e quindi nell'opinione pubblica europea. Il Times scrisse che era una grave offesa (a slap in the face) che le due potenze avevano dovuto infliggere alla Russia per non essere accusate di aver celato ciò che avrebbe potuto evitar la guerra. In Russia, il partito della guerra non fu lieto della diffida, e uno dei più autorevoli giornali, il Novoie Wremia, non potendo dire che non desiderava la pace, disse che non la desideravano i due alleati; un altro giornale, anch'esso importante, andò più in là, considerando l'alleanza austro-germanica come la pietra fondamentale dell'egemonia germanica, e la pubblicazione del trattato come un espediente per allontanare dalle due potenze alleate la responsabilità della guerra che avevano risoluto di fare. E concludeva che quella pubblicazione aveva sancito la tacita alleanza tra la Russia e la Francia.
3 febbraio. — Solms: circa le agitazioni dei partiti nella Rumania, le notizie ricevute da Solms sono identiche alle mie.
Una lettera fu trovata sul cadavere di Nabukoff, stata indirizzata a costui da Ignatieff, fratello del ministro. In essa è pur compromesso il ministro di Russia a Bukarest (Hitrovo). In Rumania è lui, Hitrovo, che alimenta le cospirazioni contro la Bulgaria. È con la Russia il partito locale d'opposizione, il quale tiene pronto un pretendente al trono, che sarebbe il principe Bibesco, cui Hitrovo rende gli onori reali quando va alla Legazione russa. Il Bibesco ha fatto educare i suoi figli a Parigi.
Continuano le trattative per il canale di Suez. Il Sultano vorrebbe anche per questa via riprendere almeno moralmente il suo alto dominio in Egitto.
Ismail-pascià è andato a Costantinopoli allo scopo di agire per poter ritornare in Egitto. Egli mandò dieci cavalli inglesi al Sultano, che li rifiutò. Il Sultano è esitante, però non vuole mettersi contro la Francia, della quale rispetta la suscettibilità.
Il ministro Moret si trova imbarazzato per la Conferenza relativa al Marocco. È interessato perchè sia tenuta, anche per scopi parlamentari.
5 febbraio. — Visita di Bavier, ministro di Svizzera.
Trattato di commercio. Nego ogni proroga del precedente. Siamo pronti a negoziare il nuovo e vi metteremo tutta la buona volontà. Il Bavier dice che sarebbe dolente di una guerra di tariffe, anche nell'interesse morale dei due paesi. Rispondo che siamo amici della Svizzera nostra vicina, e vogliamo continuare ad esserlo. Faremo tutte le concessioni possibili, ma vogliamo un trattato. Nel caso contrario, il primo marzo avremo la tariffa generale.
— Solms: Flourens irritato per la pubblicazione del trattato.
Pel Marocco gli Agenti di Francia e di Spagna a Tangeri avevano combinato il programma della Conferenza. Flourens sconfessò il suo Agente.
— Uxkull: quale l'impressione della pubblicazione del trattato austro-germanico? Dico che essa non ha potuto avere altro scopo che quello di togliere il dubbio sulla sua portata. La nota che accompagna la pubblicazione spiega che le due Potenze alleate non hanno alcuna tendenza aggressiva, e questo deve far piacere alla Russia. «Non ne avevamo bisogno, mi risponde. Noi conoscevamo da sei anni addietro il trattato. E il vostro? Voi avete fatto adesione a codesto trattato». — «Noi non abbiamo che vedervi. L'Italia e la Russia sono lontane l'una dall'altra, e tra loro non può esservi alcun conflitto d'interessi». — «Benissimo. Ma allora perchè vi siete alleati?» — «Il nostro trattato nulla ha da fare con quello pubblicato. Del resto, anche il nostro è un trattato difensivo». — «Ma noi non attaccheremo, e se dovessimo fare la guerra, manderemmo altrove le nostre truppe. Noi ci difenderemo se saremo attaccati». — «Ma chi volete che vi attacchi? La Russia non può temere una guerra aggressiva. È difesa dal suo clima e da' suoi soldati. Napoleone I, che volle invadere il vostro paese, dovette pentirsene. E se la Russia non vuole la guerra, perchè non si accorda con l'Europa per sciogliere la questione orientale?» — «Credete anche voi nella favola del testamento di Pietro il Grande? Noi non vogliamo che la libertà degli Stretti». — «E allora perchè non proporre un accomodamento?» — «E a chi dareste Costantinopoli?» — «Si determinerebbe». — «Noi sosteniamo la Turchia e la sostenete anche voi». — «Non se ne può fare a meno. Però voi l'avete assalita più volte, e avete dichiarato che non può reggersi e deve finire». — «Ebbene, lasciamola vivere».
7 febbraio. — Solms, incaricato dal principe di Bismarck, viene a domandarmi scusa per aver egli nel suo discorso di ieri commesso una étourderie, col parlare del trattato di alleanza con l'Italia senza avermene chiesto il permesso. Il Principe si dichiara dolentissimo di ciò. Rispondo che dò al principe l'assoluzione papale. Del resto, il silenzio non avrebbe giovato a nulla: tutti sanno dell'esistenza del trattato italo-tedesco. Lo informo del colloquio avuto il 5 corrente coll'ambasciatore di Russia.
— Il ministro della marina mi avverte che due ufficiali francesi, sotto la veste di pittori, furono in questi giorni alla Spezia, e che abbiamo quest'anno in Italia molti sedicenti artisti francesi. Anche il giubileo ha facilitato questa calata di ufficiali.
10 febbraio. — Ressman, Incaricato d'affari a Parigi, mi fa sapere che il signor Flourens ha compreso la necessità di dare un successore al signor de Moüy e fatto analoga promessa; ma che gli sembra di non poter fare immediatamente tale richiamo, perchè molto lo imbarazza la scelta di un nuovo ambasciatore. Anche l'ambasciatore Menabrea aveva insistito presso il Flourens perchè fosse dato, sino al suo definitivo richiamo, almeno un pronto congedo a quel diplomatico, senza aspettare un nuovo incidente di Firenze.
Il ministro francese desidera un accordo sulla situazione dei sudditi tunisini dimoranti in Italia, rispetto agli Agenti del governo francese, e sull'interpretazione del trattato italo-tunisino del 1868. Il Flourens accolse con premura la proposta di uno scambio di note o dichiarazioni per definire l'inviolabilità degli archivi consolari.
Alle osservazioni sul contegno di una parte dei giornali francesi, fatte al signor Flourens e al signor Tirard, i due ministri risposero di esservi estranei; il Tirard si dichiarò pronto a pubblicare qualunque dichiarazione che ci potesse convenire per ripudiare gli attacchi mossi contro il governo italiano e il suo capo.
Sembra che gli attacchi perfidi del Figaro contro di me siano inspirati dal Vaticano, del quale sarebbe portavoce Mgr. Galimberti.
11 febbraio. — Solms: l'arrivo della flotta inglese della Manica nel Mediterraneo ha suscitato i sospetti della Francia.
Si è detto da alcuni giornali che l'imperatore di Germania avrebbe scritto al Negus. Cotesta notizia è falsa.
La restituzione di Zeila al Sultano non si farà più. I colleghi di Salisbury furono anche contrari che fosse data all'Italia per timore di complicazioni con la Francia. Said-pascià è favorevole che Zeila resti agli inglesi per timore che vi vadano i francesi.
Prestiti russi: all'Aja, di 300 milioni col Comptoir d'escompte, Banca di Parigi, Banca dei Paesi Bassi.
12 febbraio. — Visita dell'ambasciatore turco: mi parla dei conflitto di Beyrouth tra cristiani e mussulmani.
Presenta una protesta per la cessione di Assab. Rispondo che non ne prendo atto; l'acquisto nostro fu legittimo.
— Rascon, ministro di Spagna:
Mi annunzia che sono giunti i delegati spagnuoli per il trattato di commercio. Li vedrò domani al palazzo Braschi.
Voci di guerra. Pessime impressioni a Madrid. La guerra sarebbe minacciata dalla Francia. Gli spagnuoli metterebbero un corpo di truppe dinanzi Perpignano, ed un altro dinanzi Baiona.
14 febbraio. — Apprendo che il ministro Flourens ha detto all'ambasciatore britannico a Parigi, lord Lytton, che il trattato di alleanza tra la Germania, l'Austria e l'Italia metteva la Francia in una situazione penosa. Cotesto trattato forzerebbe la Francia a gettarsi nelle braccia della Russia. Per evitar ciò Flourens ha proposto un trattato segreto tra la Francia, l'Inghilterra e le altre Potenze interessate al mantenimento dello statu-quo nel Mediterraneo.
20 febbraio. — Il conte Solms è venuto ad informarmi delle comunicazioni fatte dall'ambasciatore russo a Berlino al Gran Cancelliere per la questione bulgara. Il conte Schouvalow con sua lettera del 13 corrente chiedeva al principe di Bismarck di associarsi alla Russia allo scopo di persuadere la Turchia a voler dichiarare la illegalità del soggiorno del principe Ferdinando in Bulgaria. A questa lettera erano aggiunti due documenti, uno senza data e senza firma, nel quale si spiegavano le intenzioni del Gran Cancelliere, ed un altro del 31 dicembre 1887, firmato Giers, nel quale si spiegavano gli scopi del gabinetto di Pietroburgo. Bismarck crede che quella dichiarazione soddisferebbe l'amor proprio dello Czar e che noi dovremmo adoperarci a farla ottenere. Rispondo quello che ho già detto ad Uxkull; dubito delle conseguenze di quella dichiarazione, le quali non potrebbero essere benigne.
Il Solms mi parla della impressione fatta sull'animo del Sultano dalla pubblicazione di sir Elliot. Il Sultano sarebbe inquieto contro Kiamil pascià, Gran Visir, che ritiene partigiano della Gran Brettagna; egli teme altresì che si attenti alla sua vita. Si è stentato molto a fargli riacquistare la calma.
L'affare di Damasco non suscita più i malumori della Francia, la quale, considerata la loro poca importanza, non pensa più ad agire.
La Francia si oppone all'intervento della Turchia alla Conferenza pel Marocco. La Turchia non prese parte al trattato del 1880 e non ha interesse nel territorio marocchino. Il signor Moret, invece, sarebbe favorevole a cotesto intervento.
23 febbraio. — Il signor Flourens si è lagnato con l'ambasciatore d'Inghilterra a Parigi dell'Italia e di me, che accusa di un contegno ostile e provocatore. Cotesta imputazione è formulata troppo vagamente per avere un valore. La tendenza del governo francese è di posare a vittima. Se si esamineranno i miei atti uno ad uno, si troverà che in ogni occasione ho spinto la condiscendenza sino agli estremi limiti.
Sulla situazione politica della Francia l'on. Crispi ricevette nei primi giorni di febbraio le seguenti informazioni:
«Il governo appare ogni giorno più debole di fronte alle esigenze che intorno a lui si accampano. Una minoranza audace e irresponsabile gli forza continuamente la mano, senza che gli elementi d'ordine ancora numerosi, nella provincia specialmente, valgano a controbilanciare tale azione. Speculatori intelligenti e spregiudicati, molti dei quali forestieri, che al primo pericolo scomparirebbero, prezzolano una stampa senza convinzioni che crea tali correnti di opinione nel pubblico, le quali porranno il governo in balìa della piazza.
Sullo scorcio del 1887 il governo non era fortissimo, ma resisteva. Il vecchio presidente Grévy era un elemento pacifico e moderatore, e il Ministero abbastanza buono, sbarazzato di persone compromettenti come il generale Boulanger e l'ammiraglio Aube. Ma appunto per questo era inviso alla piazza, la quale andava lagnandosi che il presidente parteggiasse per l'opportunismo. I radicali decisero perciò di muovergli guerra, e profittarono della condotta scorretta del genero del presidente, il deputato Wilson, affarista noto già da anni nei circoli parlamentari. Lo scandalo appassionò l'opinione pubblica, e il presidente Grévy fu costretto a dimettersi.
Nella confusione, che regnò durante i giorni della crisi presidenziale, i radicali cambiarono parte. Spaventati dalla possibilità di cadere da Grévy a Ferry, si provarono a rimontare l'opinione pubblica per la rielezione di Grévy e ad ogni modo minacciavano le barricate a Parigi se Ferry fosse stato eletto presidente. Una forte corrente moveva l'assemblea di Versailles a dare il voto a Giulio Ferry, ritenuto come l'uomo di Stato più energico e di maggior valore dei concorrenti; ma, in verità, la Francia e Parigi stessa assistevano indifferenti alla soluzione di quella crisi strana e improvvisa. I radicali soli si agitavano, i parigini sopra tutti, e nell'assemblea trovarono alleata una frazione della destra, la quale, odiando la repubblica, la desidera debole e perfino comunarda, per potersene sbarazzare più presto.
Mentre il Congresso sedeva a Versailles, tutte le misure erano state prese dalla maggioranza radicale del Consiglio municipale per proclamare un governo provvisorio nel caso che il signor Ferry avesse riunito sul suo nome la maggioranza dei voti. I consiglieri municipali si erano dichiarati in seduta permanente e avevano chiamato all'Hôtel de ville parecchi delegati del Comitato rivoluzionario centrale, per poter disporre, occorrendo, del loro concorso. Avevano anche cercato di ottenere dal prefetto della Senna le chiavi delle porte che chiudevano i corridoi sotterranei per i quali l'Hôtel de ville era messo in comunicazione con altri edifici, specialmente con le caserme «Lobau» e «Napoleone». Il prefetto della Senna avendo rifiutato di consentire alla predetta domanda, i consiglieri municipali avevano sbarrato il passaggio con una catena di ferro per impedire che per quella via si potesse penetrare nell'Hôtel de ville.
Le minaccie dei radicali portarono frutto: la maggioranza, sempre timida, se ne commosse, e credendo prossimo un gran pericolo abbandonò il Ferry ed elesse il signor Sadi-Carnot, senza partito e senza amici.
Tutti ormai sanno che, se fosse stato eletto Ferry, qualche migliaio di arruffoni sarebbe sceso da Montmartre e da Belleville. Il governatore militare di Parigi, generale Saussier, che aveva accresciuto il presidio della capitale e di Versailles e prese misure energiche, era preparato agli eventi, e sarebbe stato gran ventura lo sbarazzarsi in una volta di una caterva di souteneurs, ladri e assassini che insozzano la capitale, e di sottrarre il governo alla tirannia dell'estrema sinistra che lo paralizza.
La crisi presidenziale si mutò in crisi ministeriale, che finì con la formazione di un gabinetto senza forza. A dare un saggio delle difficoltà che si dovettero superare per comporre il gabinetto, basti ricordare in qual modo divenne ministro il generale Logerot. Quel portafoglio, offerto a molti che lo rifiutarono, era rimasto vacante, quando il presidente del Consiglio, Tirard, si presentò all'Eliseo per annunziare la composizione del suo Ministero. Il Tirard, riferiti i passi inutilmente fatti per trovare un ministro della guerra, opinava per l'annunzio della composizione ministeriale senza il titolare del Ministero della guerra; ma la proposta non garbò al signor Carnot. Cercando come uscire d'imbarazzo, il Presidente si sovvenne di avere udito presso Digione, dove possiede una terra, ma non ricordava da chi, forse da un guarda-caccia o da un giardiniere, che il generale comandante della guarnigione era un brav'uomo. Non ne sapeva il nome. Un ufficiale d'ordinanza, interrogato, rispose che il corpo d'armata di Digione era l'ottavo, e che il suo comandante si chiamava Logerot. Il signor Tirard ebbe ordine di telegrafargli subito per proporgli il portafoglio della guerra. Logerot rispose: «Arriverò domani ore 9 ant.». Queste parole furono interpretate come un consenso, e il Journal officiel si affrettò a dar l'annunzio del nuovo Ministero, compreso Logerot alla guerra. Quando questi arrivò alle 9 per scusarsi, la cosa era fatta, e lo persuasero a star tranquillo per non mettere il governo in imbarazzo e, peggio, in ridicolo.
Questo gabinetto ebbe così poca vitalità sin da principio che, appena insediato, non essendo ancora discusso il bilancio per il 1888, la Camera non volle accordargli che tre dodicesimi provvisori, ed i profeti di crisi ministeriali ne proclamano la fine ad ogni episodio parlamentare.
Ma se esso pare debole all'interno, dimostra qualche energia all'estero, resistendo alle seduzioni russe. Da molto tempo la Russia semina in Francia, e se ne vedono già i frutti. Granduchi e granduchesse vengono, vanno, cercando simpatie nella grande società. Letterati francesi più o meno convinti, e probabilmente ben pagati, traducono le novelle e i romanzi russi, pieni d'ingenuità grossolane e barbare, come di nomi strani che li rendono originali. Il giornalismo chiama la Russia «la nation sœur». Il popolo francese si abitua così a considerare la Russia come un'alleata; non sono mancate neppure manifestazioni di militari, certi passi del generale Boulanger, un discorso del generale Saussier, molti discorsi dell'addetto militare russo. Ma il governo sembra sinora non esser vinto da questa corrente, forse perchè sa di potervisi abbandonare quando vorrà, e malgrado che l'ambasciatore di Russia, barone di Mohrenheim, non tralasci occasione per accarezzare la Repubblica.
In una delle ultime crisi ministeriali pareva che il solo Floquet potesse formare un gabinetto, ma la sua candidatura venne scartata per non dispiacere allo Czar che ricordava il grido di «Vive la Pologne, monsieur», lanciato dal Floquet nel 1867 allo czar Alessandro. Un anno fa il Floquet era studiosamente evitato da tutti i russi. Un giorno il barone di Mohrenheim trovandosi in visita dalla marchesa Menabrea, era seduto presso alla signora Floquet, e senza conoscerla conversò con essa, trovandola amabile e spiritosa. Quando essa uscì dal salone, il barone domandò chi fosse, e, saputolo, scattò come una molla, esclamando un «bigre» che stupì tutti i presenti, ai quali non dissimulò il suo dispiacere. Pochi mesi son passati, e due o tre giorni sono il signor di Mohrenheim si è fatto presentare dal ministro degli esteri, in un ricevimento del ministro del commercio, al presidente della Camera, signor Floquet.
Per l'appunto un gabinetto Floquet si disegna all'orizzonte in caso di crisi, e questo passo dell'ambasciatore russo sembra diretto a far comprendere che la Russia è disposta ad assolvere il signor Floquet per amore della Repubblica.»
Il 21 gennaio l'agenzia telegrafica Reuter comunicava che una grande attività era notata nell'arsenale di Tolone. Si preparava una squadra di corazzate e d'incrociatori, e si facevano esperimenti di mobilitazione. Le maestranze dell'arsenale lavoravano oltre il consueto. Il Petit Journal, il più diffuso foglio della Francia, spiegava quell'insolita attività con l'irritazione prodotta dall'incidente di Firenze.
In febbraio e in marzo a Modane erano giunti un vagone di dinamite e grande quantità di munizioni; i forti di Esseillon, Braman, Sassey e Replaton erano stati rinforzati di mille uomini di fanteria, artiglieria e genio.
Il primo febbraio l'ambasciatore Menabrea telegrafava:
«Debbo prevenire V. E. che qui all'Ambasciata di Germania si è molto preoccupati della mobilitazione e concentramento Mediterraneo della maggior parte della flotta francese. Il Prefetto Marittimo di Tolone ha ricevuto l'ordine di allestire la squadra d'evoluzione e quella di riserva, in tutto quattordici corazzate che debbono essere pronte in pochi giorni. Inoltre debbono poter entrare in servizio entro due o tre settimane, altre otto corazzate. Nella Manica non resterebbero che quattro o cinque corazzate, oltre qualche guarda-coste non destinate all'alto mare. Sarebbe utile conoscere che cosa pensino di questo concentramento l'Inghilterra e la Germania.»
Pochi giorni dopo era annunziato l'arrivo nel Mediterraneo della squadra inglese della Manica.
Nel campo finanziario le ostilità della Francia erano principiate mentre si negoziava per la rinnovazione del trattato di commercio. Tutti i titoli italiani furono artificiosamente deprezzati da un'acerba campagna della stampa, a cominciare dal Consolidato, che i giornali, nei bollettini della borsa, indicavano col dispregiativo di “macaroni„; il piccolo risparmio francese, che lo prediligeva e ne possedeva grandi quantità, fu consigliato a disfarsene.
La finanza germanica, per i buoni uffici del principe di Bismarck, fece quanto potè per attenuare i danni di questa guerra, e opporre una diga alla discesa dei corsi della rendita italiana, sia acquistandone sul mercato di Parigi, sia scontando gli effetti cambiari del nostro commercio e mostrandoci quella fiducia che la Francia ci negava.
Nella tornata del 5 marzo della Camera dei Deputati, l'on. Sonnino propose con elevate parole l'invio di un telegramma di auguri al Principe Imperiale di Germania, venuto a chiedere salute al mite clima della nostra Liguria. L'accoglienza che la Camera fece a quella proposta, appoggiata calorosamente dall'on. Crispi, fece la migliore impressione. Il principe di Bismarck ringraziò l'assemblea italiana della “nobile manifestazione„, la quale provava che l'amicizia dei due paesi, oltre che sulla identità dei loro interessi, era fondata sulla base solida e durevole dell'aspirazione comune al mantenimento della pace.
Ma il soggiorno in Liguria di Federico Guglielmo ebbe breve durata. Il 7 marzo l'ambasciatore germanico comunicava a Crispi questo telegramma del principe di Bismarck:
«Je prie Votre Excellence de communiquer confidentiellement à Monsieur Crispi que depuis quelques jours l'état de santé de S. M. l'Empereur est devenu inquietant. Sa Majesté n'a pas pu recevoir des communications et malheureusement pas non plus celle de l'imposante manifestation au Parlament Italien. J'avais l'intention de prendre des ordres de Sa Majesté qui m'auraient autorisé à une reponse destinée à Sa Majesté le Roi Humbert. L'état de l'Empereur ne le permet pas. Nous sommes depuis ce matin très-alarmés.
Bismarck.»
Dopo due giorni l'imperatore Guglielmo I moriva e il Gran Cancelliere rispondeva nei seguenti termini alle condoglianze di Crispi:
«Le télégramme que Votre Excellence vient de m'adresser prouve qu'elle comprend la profonde douleur dans laquelle m'a plongé la mort du Souverain que j'ai eu le bonheur de servir jusqu'à la dernière heure de sa vie.
Je remercie Votre Excellence de ce témoignage de sympathie. Il m'a apporté une grande consolation en ce moment d'épreuves et m'a profondément touché. C'est dans la certitude de voir notre deuil partagé par tous les hommes de bien dans ce monde, qu'avec l'aide de Dieu je puise la force dont j'ai besoin pour remplir la tâche qui m'incombe.
Von Bismarck.»
Federico III dovette partire subito per recarsi ad assumere l'Impero e a rendere al Padre gli estremi onori. Re Umberto volle fare personalmente al suo augusto amico gli augurii in terra italiana, e giunse alla stazione di Sampierdarena mentre dalla riviera di ponente vi giungeva il convoglio germanico. In quella piovosa e fredda mattina del 10 marzo l'incontro dei due Sovrani fu molto triste. L'Imperatore chiuso nella sua vettura, ricevette commosso il Re e Crispi. Non poteva parlare: ascoltava e dava risposta scritta sui fogli del suo taccuino. A Crispi porse un foglietto sul quale erano queste parole: “J'ai été bien touché des paroles prononcées dans les deux Chambres„.
È ignorato che durante il soggiorno di Federico Guglielmo in Liguria gli anarchici avevano deciso un attentato contro di lui. Un rapporto su questo argomento dava le seguenti notizie:
“Nei conciliaboli già segnalati era stato dapprima deciso che l'assassinio del Principe imperiale sarebbe stato tentato per mezzo di bombe cariche di dinamite, in occasione del viaggio a San Remo di S. M. il Re d'Italia, che sarebbe stato ucciso insieme al Principe. Il Re non avendo fatto quel viaggio, l'esecuzione del delitto è stata aggiornata.
Una nuova riunione ha avuto luogo recentemente a Nizza, e in essa si sarebbe deciso che l'esecuzione del Principe imperiale solo avesse luogo in quella stessa settimana. L'individuo incaricato del delitto sarebbe un certo G. A., garzone di cucina a Mentone.
Gli anarchici sanno benissimo che il successo dell'attentato non potrebbe avere nessuna conseguenza politica favorevole alla loro causa; essi vogliono solamente affermare pubblicamente la potenza del loro partito con un gran fatto.„
Dal Diario:
27 marzo. — Il conte Solms mi annunzia che Moret ha ritirato l'invito mandato alla Porta per intervenire alla Conferenza sul Marocco. Chiede il mio parere, ed io gli dichiaro di esser contrario e di essermi manifestato in tal senso col conte Rascon. Ho telegrafato a Londra per conoscere l'opinione di lord Salisbury. Il Solms mi previene che l'Austria ha risposto che avrebbe seguìto il parere delle Potenze mediterranee.
27 marzo. — In seguito ad una lettera particolare dell'ambasciatore d'Italia a Madrid, conte Tornielli, nella quale si partecipava la speranza del ministro Moret che l'Italia volesse fare una dimostrazione di simpatia alla Spagna, inaugurandosi nel prossimo maggio dalla Regina Reggente l'Esposizione di Barcellona, telegrafo al conte Nigra, a Vienna:
«Mi risulta che il governo spagnuolo vedrebbe con viva soddisfazione che la nostra squadra, sotto il comando del duca di Genova, si trovasse a Barcellona alla metà del mese di maggio, cioè per l'arrivo colà della Regina Reggente. Questa dimostrazione di simpatia, la quale gioverebbe a rafforzare il principio monarchico in Ispagna in un momento in cui la Francia cerca d'indebolirlo, e ad affermare l'intesa dei due paesi, potrebbe acquistare una significazione politica d'importanza anche maggiore se la squadra austro-ungarica si unisse alla nostra. Parmi che cotesto governo non possa non essere favorevole a tale progetto. Voglia parlarne a Kálnoky e telegrafarmi se l'idea è da lui bene accolta.»
29 marzo. — Risposta di Nigra:
«Kálnoky mi dice che divide il parere di V. E. circa la convenienza dell'invio delle squadre a Barcellona durante il soggiorno colà della Regina Reggente, ma che deve informarne l'Imperatore e prendere i suoi ordini. Egli si riserva di far conoscere la decisione di S. M. a V. E.»
(?) aprile. — L'ambasciatore d'Austria-Ungheria mi comunica il seguente telegramma di Kálnoky:
«Vogliate dire a S. E. il signor presidente del Consiglio che noi ci associamo con grande soddisfazione al progetto di riunire le squadre dei due Stati per salutare S. M. la Regina Reggente di Spagna a Barcellona, e che diamo un gran valore all'incontro e alla riunione delle squadre che mostreranno così unite le due bandiere delle due Potenze alleate. S. M. l'Imperatore e Re ha consentito col più grande piacere a questa idea e ha già dato gli ordini necessari al Comando della marina.»
6 maggio. — Avendo proposto al conte Kálnoky che le squadre italiane e austro-ungarica giungessero a Barcellona simultaneamente a quella inglese, l'ambasciatore Nigra mi comunica che la squadra imperiale è partita ieri per Barcellona, dove arriverà l'11 maggio. Le due squadre potrebbero partire insieme da Barcellona.
30 marzo. — Ambasciatore di Spagna: gli dico di non opporsi all'intervento della Turchia alla Conferenza sul Marocco. La Spagna avendo fatto l'invito, non può ritirarlo.
1.º aprile. — Telegrafo al principe di Bismarck: «Prego V. A. di gradire nel giorno anniversario della sua nascita i miei voti più sinceri. Confrontando la Germania di oggi, ch'è in gran parte opera vostra, con la Germania del 1815 che vi vide nascere, ammiro la grandezza del vostro genio e la potenza della vostra volontà; sono orgoglioso dei buoni rapporti che intercedono tra noi e mi conforta che il mio paese proceda di conserva nella storia della nostra epoca con quello di cui V. A. con mano sicura e ferma guida i destini».
— Il conte di Launay mi telegrafa di essersi recato a far visita al Gran Cancelliere. «Egli mi ha detto — così il Launay — di essere stato commosso del telegramma grazioso in ogni modo che in occasione del suo giorno natalizio gli ha indirizzato V. E. Il Principe non potrebbe essere più soddisfatto dell'amicizia che regna tra i due governi. Una perfetta intesa è tanto più necessaria dinanzi all'avvenire incerto. Nessuno può prevedere ciò che avverrà in Francia, dove i partiti estremi prevalgono sugli elementi moderati. Noi non attaccheremo perchè non vogliamo rappresentare la parte di provocatori. Il vostro governo evita saggiamente tutto ciò che possa aver l'aria di una provocazione. Ma se malgrado questa attitudine, la guerra dovesse scoppiare, noi siamo in condizione di affrontare la sorte con successo. Ho approfittato di questa occasione per ringraziare il Cancelliere dell'appoggio che continua a darci per impedire il deprezzamento della nostra rendita. S. A. mi ha risposto che faceva questo di gran cuore. Sono questi i servizi che si debbono rendere gli amici».
3 aprile. — Solms mi dà lettura di una Nota colla quale si risponde ad un mio telegramma diretto ad ottenere che il principe di Bismarck volesse persuadere Salisbury a permettere alle nostre truppe di Massaua, che soffrono per il gran caldo in quel porto del Mar Rosso, di passare l'estate in Egitto. Il governo inglese ci ha, invece, offerto l'isola di Cipro, ed ho risposto che tanto valeva ritirare le truppe in Italia.
4 aprile. — Il conte Rascon viene a parlarmi dell'intervento turco nell'affare del Marocco. Il Marocco rifiuta tale intervento.
13 aprile. — Solms mi dà notizia di una Nota di Radowitz da Costantinopoli, secondo la quale i francesi avrebbero dato a credere al Sultano che noi abbiamo mandato da Massaua ottomila soldati a Suez, con animo di occupare l'Egitto.
La sera del 10 Radowitz ha pranzato a Yldiz-Kiosque. Poco avanti il pranzo, il Gran Visir gli ha comunicato la notizia ricevuta dall'Ambasciata di Francia relativa all'invio delle nostre truppe a Suez, soggiungendo confidenzialmente che il conte di Montebello aveva offerto alla Turchia tutto l'appoggio della Francia per quelle misure che giudicasse necessario prendere in vista di un tal fatto. Era cotesta una maniera di spingere la Porta a una decisione irriflessiva. Il Gran Visir dubitava egli stesso dell'esattezza di tale notizia; ma non poteva non esserne preoccupato. Il Sultano pareva allarmatissimo, e durante il pranzo ha parlato continuamente con l'Ambasciatore di Germania. Radowitz non ha mancato di fargli osservare che la notizia, venendo da fonte che non offre garanzie d'imparzialità, non poteva essere accettata senza controllo, e che prima di emettere un giudizio qualunque bisognava assicurarsi della sua esattezza; in ogni caso la sua opinione personale era che la politica italiana escludeva qualsiasi attentato all'integrità dell'Impero Ottomano e ai diritti del Sultano. Coteste parole hanno contribuito a calmare lo spirito di Sua Maestà.
15 aprile. — Photiadès-pascià m'informa di essere stato interpellato da Costantinopoli circa l'invio a Suez di ottomila soldati nostri sotto il comando del generale Saletta. Egli avrebbe smentito la notizia soggiungendo che si tratta del ritorno delle truppe da Massaua. L'insinuazione sarebbe stata fatta dal vice-console francese a Massaua.
3 giugno. — Il conte Solms m'informa di un colloquio tra il conte di Bismarck e l'ambasciatore di Francia a Berlino, signor Herbette. Rispondendo alla domanda che la Germania concorra alla sola esposizione di belle arti del 1889, il Conte si sarebbe rifiutato con parole assai vive. Egli avrebbe detto che il governo francese sarebbe impotente a tutelare l'ospitalità dovuta ai tedeschi. Se i francesi li oltraggiassero e maltrattassero le loro opere d'arte, il governo francese si troverebbe in una posizione difficile, e siccome la Germania vuole conservare lo stato di pace tra le due nazioni, è meglio evitare ogni occasione di dissidio. Dopo i casi di Belfort, i tedeschi non sono punto sicuri in Francia e fanno male ad andarvi; si troverebbero più sicuri ed incontrerebbero minori pericoli nel fondo dell'Africa.
Herbette restò scosso da coteste parole ed esclamò: «C'est que vous êtes les vainqueurs et nous les vaincus.»
Il Bismarck rispose che vi erano state altre guerre tra i due paesi, e qualche volta furono vinti i tedeschi; ma non avvenne mai quello che è avvenuto dopo il 1870, cioè che gli spiriti in Francia fossero rimasti così inquieti e molesti da rendere difficili le relazioni che sono necessarie tra popoli civili.
L'Herbette osservò che in Francia vi sono trentamila tedeschi che vi fanno affari.
— Ve n'erano più di trecento mila prima del 1870, — replicò il Bismarck, — e tutta cotesta massa di nostri concittadini dovette ritirarsi. Desidererei che tra la Francia e la Germania vi fosse una muraglia chinese e nessuna ragione di rapporti e di dissidi.
Herbette espresse l'avviso che francesi e tedeschi avvicinandosi e frequentandosi, finirebbero per conoscersi e stimarsi. Così solo potrebbero cessare i rancori. Ma il conte di Bismarck non nutre la stessa speranza.
Così il colloquio terminò.
Il Solms torna a parlarmi della favola che le flotte unite di Italia, Austria e Inghilterra sarebbero andate a Costantinopoli per fare una dimostrazione. Il Radowitz assicura che la notizia a Costantinopoli sia stata mandata da Photiadès-pascià. Costui sarebbe l'organo, volontario o involontario, delle due legazioni di Francia e di Russia presso il Quirinale. Gérard e Paparigopoulo sarebbero l'anima di cotesto intrigo.
15 giugno. — Il re Umberto riceve il seguente telegramma:
«Accablé de douleur je fais part de la mort de mon père bien aimé Empereur et Roi Frédéric III. Il s'est éteint doucement ce matin à onze heures et quart.
Guillaume.»
— Ricevo dal Re questo telegramma:
«La morte dell'Imperatore di Germania mi impone il doloroso obbligo di richiamare la di Lei attenzione sui provvedimenti che si debbono prendere per questo triste avvenimento.
Ella avrà notato che in varj giornali e ad epoche diverse si è accennato alla probabilità della mia gita a Berlino per porgere ancora una prova di amicizia all'Augusto infermo.
Ciò che io non avrei creduto opportuno vivente l'Imperatore, diverrà invece conveniente ed utile dopo la sua morte?
Certo risponderebbe ai sentimenti del mio cuore e forse al delicato sentire del Popolo Italiano, che io rendessi questo estremo onore a chi fu per lunghi anni il migliore amico mio e dell'Italia.
Ma poichè il sentimento non dev'essere la sola e precipua guida delle decisioni di Stato, è dovere nostro di ponderare se le considerazioni politiche conducono alla stessa risoluzione.
Non nascondo che non mi sentirei molto propenso a far il primo la visita al nuovo Imperatore, che è più giovane di me e che non ha ancora avuto occasione di compiere atti dai quali tragga speciale autorità.
D'altra parte, però, non mi rifiuterei al sacrifizio di un viaggio a Berlino, se con questo avessimo la certezza di raggiungere lo scopo di rendere saldi ed intimi i nostri rapporti anche col nuovo Imperatore e di dargli nel tempo stesso occasione di ricambiarci la visita in Roma nell'epoca che Ella preventivamente stabilirà col P.pe di Bismarck.
Questo scopo è di fronte alle Potenze Europee pienamente coperto dalla nota mia amicizia con Federico Guglielmo e dalla mia intimità colla sua famiglia.
La prego di considerare tutto ciò e di telegrafarmi se Ella crede necessario il mio viaggio nell'interesse del Paese; ed in caso affermativo, se Ella pensi di poter stabilire preventivi accordi col principe di Bismarck.
In qualunque ipotesi Le sarò grato se vorrà sollecitamente telegrafarmi le sue proposte.
Ho telegrafato direttamente all'Imperatore di Germania le mie condoglianze.
La prego, malgrado ciò, di volere esprimere in nome mio i sentimenti di rammarico all'ambasciatore conte Solms.
Le stringo la mano
Aff.mo
Umberto».
— Mia risposta al Re:
«Il consiglio dei ministri esprime la sua ammirazione per lo slancio generoso del cuore di V. M. Il Consiglio però fu unanime nell'avviso che politicamente non convenga che il Re d'Italia vada a Berlino, sopratutto perchè i funerali dell'imperatore Federico, per espressa volontà del defunto, saranno fatti in forma privata, senza l'intervento di principi esteri o di missioni speciali.
Una visita a Berlino sarà argomento da trattarsi a tempo debito e quando le convenienze delle due Corti e dei due paesi permetteranno».
— Telegrafo al principe di Bismarck:
«Le malheur qui frappe votre pays plonge aussi l'Italie dans le deuil.
Quoique prévue et redoutée depuis long temps, cette fin tragiquement simple et grandiose est un coup cruel pour nos souverains qui perdent un ami éprouvé, pour la nation italienne qui voyait en Frédéric III la personnification sympathique et vénérée de la glorieuse nation allemande, sa fidèle alliée. Le Gouvernement du Roi transmet, par mon entremise, à Votre Altesse et au Gouvernement Impérial et Royal les expressions d'une douleur profonde et les vœux les plus ardents pour la prospérité du nouveau Règne. Je prie Votre Altesse de recevoir personnellement l'assurance de la part très-sincère et très-large qui je prends à sa douleur. Il faut toute la force d'âme dont Votre Altesse a donné tant de preuves pour supporter avec fermeté des pertes si rapprochées et si douleureuses.»
16 giugno. — Ricevo questa risposta:
«En ces temps de douleureuses épreuves que traverse l'Allemagne, les paroles si sympathiques que Votre Excellence vient de me transmettre et que j'ai fait connaitre aux membres du gouvernement Impérial, ont apporté des consolations qui nous aident à supporter les grandes douleurs qui depuis trois mois se sont appesanti sur l'Allemagne. Les sentiments du noble peuple italien qui se confondent en ce moment avec les nôtres dans le mêmes regrets et les mêmes espérances, trouveront un écho reconnaissant dans tous les cœurs allemandes; les condoléances que votre Excellence m'adresse personnellement m'ont profondément touché. Elle voudra bien ne pas en douter et croire à la sincérité de ma gratitude et de mon affection.
De Bismarck.»
— Visita di Solms: Ringraziamenti per le parole pronunziate alla Camera e al Senato per la morte dell'Imperatore Federico. Il Solms fa gli elogi del nuovo Imperatore.
In conseguenza della rottura di relazioni dell'Italia col Sultano di Zanzibar, il conte di Bismarck ha sospeso l'invio a quel Sultano della decorazione decretatagli. Aspetterà l'accordo.
17 giugno. — L'ambasciatore Rascon mi partecipa la costituzione del nuovo ministero spagnuolo. Moret ha il portafoglio dell'interno, e il marchese de la Vega quello dell'estero. Il gabinetto ha un colore più democratico.
24 giugno. — Visita di de Moüy: mi parla delle tasse a Massaua, e gli rispondo sostenendo il nostro diritto, non vigendo più colà le Capitolazioni pel fatto della nostra conquista. Sostenni questa tesi col Gérard l'estate scorsa, a proposito del giudizio contro un greco.