Capitolo Decimo.
Il terzo incidente con la Francia.

Una lettera apocrifa di Felice Pyat. — Guglielmo II a Roma. — Colloqui di Crispi col conte Erberto di Bismarck. — Storia documentata dell'incidente per le scuole italiane in Tunisia. — Dal Diario di Crispi. — La situazione in Francia alla fine del 1888.

Nei primi del settembre l'on. Crispi ricevette questa lettera:

«Parigi, 7 settembre 1888.

Mon cher Crispi,

J'attendais des paroles pacifiques de vous avant de vous écrire. Le reportage vous a chargé, tous ces jours-ci, de tant de projets sinistres que ceux qui vous connaissent en ont été, eux mêmes, déconcertés. La vérité se fait jour enfin: vous n'avez jamais songé à allumer une guerre entre nos deux nations.

Ceux qu'anime l'amour du Progrès et de la Démocratie souffrent de cette tension de rapports qui existent entre nos deux grandes et généreuses nations. Nous sommes faits pour nous entendre et nous aimer: vous le pensiez, du moins. Comment donc ne trouvez vous aucune parole pour faire tomber de ridicules préventions?

Je vous assure, mon cher Crispi, que notre Démocratie sympathise avec l'Italie, la noble contrée des Arts et de la Liberté.

Des hommes comme moi, qui vous sont attachés, sont désespérés de ce qui se passe. Faites un effort de votre côté. Ne vous décidez pas, au nom de la civilisation, à rompre tout rapport avec nous. Floquet a fait les premiers pas à Toulon; vous devez faire le reste. Le monde vous applaudirait.

Agréez, mon cher Crispi, avec l'assurance de ma vieille amitié pour vous, mes vœux les plus sincères.

Félix Pyat.»

Crispi, anzichè rispondere direttamente al Pyat, telegrafò all'Ambasciata a Parigi nei seguenti termini:

«Torino, 11/9/88

R. Ambasciata Italiana,
Parigi.

Ricevo da costì una lettera di Felice Pyat che mi prega ed esorta di fare quanto dipende da me per ricondurre i buoni rapporti tra la Francia e l'Italia. Non gli rispondo direttamente perchè non voglio impegnare alcuna polemica. Prego invece la S. V. di recarsi da lui e di dirgli che i miei sentimenti verso la Francia sono i medesimi di quelli che io nutriva 32 anni addietro, quando eravamo esuli a Londra. Io mi sono difeso contro provocazioni diplomatiche che non mi sarei aspettate dal governo francese. La politica nostra è difensiva, non offensiva, e giammai da parte nostra sarà mossa guerra alla Francia. Io desidero le più cordiali relazioni col popolo vicino, ma i francesi sono talmente ingannati dalla stampa locale che le mie speranze di un accordo fra i due paesi comincia a languire. Ora, se Félix Pyat si sente le forze di persuadere i suoi concittadini in nostro favore sciogliendo l'inganno in cui essi si trovano, io ne sarei lietissimo, ed Ella può assicurare l'amico Pyat che l'Italia non mancherebbe di fare il debito suo.

Crispi.»

Ma la lettera del Pyat era apocrifa:

«Da Parigi, 14 settembre 1888.

(Personale). — La lettera direttale con la firma Felice Pyat è un falso. Pyat mi ha assicurato or ora che egli non ne fu l'autore, nè l'ispiratore, e che non ne ebbe conoscenza alcuna. Siccome però egli in questa occasione mi fece le più ardenti proteste di simpatia per l'Italia che nella sua bocca sono sincere, gli dissi che mi era caro di potergli dare una prova dei sentimenti personali di V. E., e gli diedi lettura del suo telegramma dell'undici. Egli se ne mostrò lietissimo, assolvendo il falsario che aveva provocato tali dichiarazioni. Promise di fare per parte sua tutto il possibile per rendere i suoi concittadini più benevoli e meno ingiusti verso l'Italia e verso Lei e dichiarò che quando se ne verrà alla revisione, farà con i suoi colleghi uno sforzo supremo per finirla con quella perenne provocazione all'Italia che è il mantenere un rappresentante della Repubblica presso la Santa Sede. Inveì poi contro il presidente della Camera dei deputati e col governo repubblicano che ha alla sua testa un Re e plaudì a Lei che negava l'elezione del proprio sindaco ai Comuni piccoli e meno colti, lasciandola ai maggiori più illuminati, mentre qui si continua a negarla al Comune più colto della Francia, a Parigi. Ricordò come a Marsiglia le sue esortazioni per una cordiale convivenza con l'Italia siano state accolte con entusiasmo e disse che continuerà a seminare colà, ove fra giorni ritorna. Mi domandò infine se volessi lasciargli la traduzione del telegramma di V. E. impegnandosi a non servirsene se non d'accordo con Lei e con me. Io risposi che non lo potrei senza interpellarla, giacchè in fatto V. E. non poteva rispondere a lui per lettera da lui non scritta, e che io soltanto confidenzialmente aveva potuto mostrargli il suo telegramma. Voglia darmi su ciò le sue istruzioni. Alcune parole pacifiche e benevoli alla Francia, pronunziate ieri da S. M. il Re nell'udienza data ai francesi invitati dal principe Napoleone, produssero qui una eccellente impressione.

Ressman.»

«15/9/88.

Leggo nel Journal des Débats d'oggi: «Si rimarcò ieri nei corridoi della Camera la presenza del signor Ressman, Incaricato d'affari d'Italia, che venne a conferire con il signor Felice Pyat». Fu infatti alla Camera che Pyat, venuto nel pomeriggio a Parigi, mi aveva dato convegno. Si direbbe che noi torniamo agli usi della Serenissima di Venezia, giacchè se questa in sè così insignificante notizia non vuole essere una insinuazione, essa prova per lo meno con quale pavida diffidenza sia qui sorvegliato ogni nostro passo. Crederei però prudente al momento opportuno di dire nella udienza ordinaria del prossimo mercoledì una parola al signor Goblet per renderlo consapevole della ragione del mio colloquio col Pyat, porgendomi occasione di leggergli il sì conciliante telegramma di V. E., che è una prova di più de' suoi personali sentimenti. Prego telegrafarmi se ella mi vi autorizza.

Ressman»

Naturalmente, l'on. Crispi dette l'autorizzazione richiestagli, e il Goblet ebbe una prova di più della lealtà del ministro italiano.

Le eccellenti relazioni esistenti tra l'Italia e la Germania ebbero nell'ottobre di quell'anno una solenne affermazione: l'Imperatore Guglielmo decise di visitare Re Umberto nella Capitale del Regno. Era il primo sovrano di una grande Potenza che veniva a Roma e le accoglienze che vi ebbe furono grandiose.

In tale circostanza vi fu tra Crispi e Bismarck, tra il Re e l'Imperatore, questo scambio di telegrammi:

«Roma, 11/10/88.

Au milieu de l'enthousiasme qui a accueilli et qui entoure, dans la capitale de l'Italie, votre auguste Souverain, l'ami de notre Roi et le chef de la grande Nation alliée de notre pays, ma pensée émue se reporte vers Votre Altesse. Je voudrais que l'écho des vivats dont Rome retentit arrive jusqu'à vous et vous dise combien le peuple italien aime l'Allemagne et apprécie l'amitié de ce pays devenu, par les conseils de Votre Altesse, si glorieux et si grand. Que notre union soit toujours aussi cordiale et aussi intime pour la gloire des deux dynasties, le bonheur des deux peuples et la paix de l'Europe!

Crispi.»

«Friedrichsruh, 11/10/88.

Je remercie Votre Excellence de tout mon cœur d'avoir bien voulu penser à moi au moment où vous assistiez à cette entrevue de nos Souverains qui est l'expression solennelle de l'amitié cordiale de deux grandes nations.

La conscience d'avoir travaillé en commun à consolider cette amitié mutuelle de nos Souverains et de nos pays, et notre ferme volonté de la maintenir en la rendant plus intime, forment un trait d'union, cher a mon cœur, entre les fêtes brillantes qui se célèbrent à Rome et la forêt solitaire que Votre Excellence m'a fait l'amitié de parcourir avec moi, il y a deux mois.

Von Bismarck

«Ala-Roma, 20/10/88.

Il me tiens à cœur de te répéter en quittant ton beau pays si hospitalier, combien j'ai été heureux en Italie, et à quel point je suis sensible à l'amitié que tu m'as montrée. Je te prie de croire que je te la rends bien sincèrement et que je n'oublierai jamais la magnifique réception que tu m'as faite dans ta capitale. Je t'embrasse de grand cœur et je baise les mains à Sa Majesté la Reine.

Guillaume.»

«Roma-Ala, 20/10/88.

Avant que tu quitte l'Italie je veux t'exprimer encore une fois ma reconnaissance pour ta chère visite et mon profond regret pour ton départ.

Nous n'oublierons jamais, l'Italie et moi, la preuve éclatante que tu nous a donnée de ton amitié. Tu as entendu la voix d'un peuple entier saluer en toi l'ami sûr et désiré, l'allié fidèle, l'interprète Auguste de ta noble et grande Nation.

Nos vœux te suivent dans ton voyage; ils t'accompagneront incessamment dans toute ta vie que nous te souhaitons remplie de gloire et de bonheur. La Reine et mon fils veulent être rappelés à ton souvenir et s'associent à moi pour te prier de déposer nos hommages aux pieds de S. M. l'Imperatrice ton Auguste Epouse.

Humbert.»

L'Imperatore fu accompagnato a Roma dal conte Erberto di Bismarck, col quale Crispi ebbe due colloqui:

19 ottobre 1888 — 6 ½ pom. — Visita di Bismarck Erberto.

Mi fa una relazione del colloquio con lo Czar del principe di Bismarck. — Truppe russe alle frontiere (500 a 600 mila); lo Czar non sapeva darne conto. — Influenze danesi sullo Czar. Tutte le principesse, compresa la Regina, contrarie al governo imperiale tedesco. Queste donne influiscono sullo Czar e gli han dato a credere che la Germania vorrebbe attaccarlo. — Bismarck fece il possibile per dissuaderlo, assicurando che la triplice alleanza ha uno scopo puramente difensivo. Dopo la pubblicazione del trattato di alleanza austro-germanico, nulla v'è di segreto. Le due Potenze non hanno mire aggressive. Se la Russia attaccasse l'Austria, la Germania è chiamata a difenderla.

La posizione della Germania e dell'Italia è identica. Bisogna che la Francia attacchi una delle due Potenze alleate, perchè l'aggredita possa invocare il casus foederis. Del resto ciò avverrebbe anche se non ci fosse trattato. La Germania non potrebbe lasciare aggredire l'Italia senza muoversi a sua difesa. Lo stesso farebbe l'Italia verso la Germania se la Francia tentasse di passare il Reno. Si è convinti che ove la Francia vincesse la Germania, si rivolgerebbe subito contro l'Italia per abbatterla e riprendere in Europa quella egemonia alla quale aspira. Farebbe lo stesso con la Germania nel caso che l'Italia fosse vinta per la prima.

La triplice alleanza non ha alcun interesse a trarre con sè la Turchia. Se questo proposito fosse in lei, si saprebbe subito, il Sultano non essendo un principe che sappia mantenere il segreto. La Turchia ha buone truppe, ma esse non hanno potenza che in una guerra difensiva. È assurdo quindi il presumere che si voglia trarla nella triplice; non vi sarebbe scopo.

Questo linguaggio crudo, ma leale del principe di Bismarck, fece impressione sullo Czar, il quale partì da Berlino convinto delle buone intenzioni del governo tedesco.

Lo Czar invitò l'imperatore Guglielmo alle grandi manovre militari che nell'estate venturo saranno tenute in Russia. La convinzione dell'imperatore Guglielmo e del principe di Bismarck è che per un anno almeno è assicurata la pace.

Il giudizio su Alessandro III è ch'egli ami e desideri la pace. Le sue abitudini, i suoi studi, la nessuna esperienza di governo, la nessuna cura per l'esercito, il suo fisico stesso lo fanno bramoso di calma. Egli però è circondato da qualche generale di cui il Principe teme e che può influire sull'animo suo. Non andrebbero meglio le cose col suo successore, giovine ancora e non abbastanza educato alle arti del governo.

20 ottobre — 1 pom. — Secondo colloquio con Erberto Bismarck.

Ho esposto come l'Austria sia sempre la stessa nei suoi metodi di governo. Costituita come essa è da varie genti, con lingue e civiltà diverse, non può esser salda, nè sperare che non si disfaccia che ad una sola condizione, cioè che rispetti tutte le nazionalità. Orbene, nell'Impero, meno l'Ungheria, la quale, avendo un governo autonomo, e grazie al buon senso di Tisza, si regge sicura, nell'Austria il governo favorisce l'elemento slavo, vive con esso a danno delle popolazioni tedesche e italiane. Or questo è male, e a noi crea imbarazzi. Se gli italiani fossero ben trattati, se la loro autonomia fosse rispettata, gl'italiani del Regno non avrebbero ragione a doglianze e mancherebbe il pretesto all'irredentismo.

Le durezze usate a Trieste sono inopportune, non giovano all'Impero e nuocciono a noi. Aggiungete gl'indugi nel compimento dei processi. Il processo di Ulmann si protrae da oltre cinque mesi; era meglio non lo avessero fatto, ma ora è opportuno che lo conducano a termine rapidamente.

Il conte di Bismarck, rispondendo, consente nelle mie idee. Egli incolpa il Taaffe, il quale per rimanere al governo non guarda al modo. L'Imperatore ha fiducia nel suo ministro, e fa male. Erberto mi afferma di aver di ciò scritto a suo padre affinchè ne parli al Kálnoky, il quale fra giorni si recherà a Friedrichsruh.

L'argomento è di una grande importanza, io replicai. L'Austria non è amata in Italia, essa non ha saputo far obliare il suo dominio sulle terre italiane, anzi lo ricorda pel modo come si regola a Trieste. Noi dobbiamo tenerci stretti all'Impero austriaco. L'Italia non può avere due nemici, l'uno a destra e l'altro a sinistra delle sue frontiere. L'Austria deve però considerare che anche la nostra alleanza è a lei di vantaggio. Il Bismarck fece eco a queste mie considerazioni ed io soggiunsi:

— Non vi nasconderò che l'alleanza più simpatica all'Italia è quella con la Germania. Io non so se il Principe vostro padre vi abbia mai parlato dei nostri colloqui a Gastein nel 1877. Allora io non aveva altro desiderio che quello di congiungere in stretto vincolo l'Italia e la Germania, anche in previsione di ostilità che ci potessero venire dall'Austria. Il Principe in quel tempo preparava con Andrássy l'alleanza dei due Imperi, e vedeva lontana l'ipotesi che l'Austria, la quale ha in Polonia interessi opposti ai vostri, potesse divenirvi nemica. Allora contrastai che l'Austria ottenesse la Bosnia e l'Erzegovina. È vero che vostro padre proponeva di dare all'Italia compensi territoriali che non ebbe, ma il fatto provò che l'Austria uscì dal Congresso di Berlino più forte nell'Adriatico di quello che era prima, e le mie speranze andarono deluse.

— Voi avete ragione! ma al 1878 non eravate più al governo, e le sorti d'Italia erano affidate ad un ministro il quale amoreggiava con la Francia.

— Su questo non ho che dirvi. Ma la Francia anch'essa fu aiutata e le fu permesso di occupare a tempo opportuno la Tunisia.

— Mio padre credeva che aiutando la Francia in Africa, avrebbe potuto distrarla dall'Europa.

— Comprendo. È storia passata, e non la ricorderemo che per trarne insegnamento per l'avvenire. Il certo si è che l'Italia non ha frontiere sicure, e che alla prima occasione bisognerà che la Germania ci aiuti a ricuperarle. Per ora teniamoci uniti; teniamo per quanto è possibile stretta l'alleanza delle tre monarchie e non avremo nulla a temere.

— Le tre monarchie unite basteranno a mantenere la pace. Bisognerà però non distrarci l'amicizia del governo inglese, le cui forze sono tanto necessarie a voi nel Mediterraneo.

— Per parte mia ho fatto quanto potevo per coltivare l'amicizia di lord Salisbury.

— E vi siete riuscito. Non sarò indiscreto rivelandovi le cose dette da lord Salisbury all'Imperatore nell'ultimo viaggio di questi in Inghilterra. Salisbury dichiarò che nel Mediterraneo egli agirà d'accordo col governo italiano. Soggiunse che in conseguenza Sua Signoria aveva dato speciali istruzioni al comandante della flotta inglese nelle vostre acque.

A questo punto il colloquio è interrotto dall'arrivo del Re e dell'Imperatore.

Le leggi sull'insegnamento e sulle associazioni in Tunisia promulgate il 15 settembre 1888 da Alì Bey, “possessore del reame di Tunisi,„ furono un tentativo di rivincita del Goblet per lo scacco subito nella questione delle tasse a Massaua. Quelle leggi, sebbene sotto una forma generale, non riguardavano che le associazioni e le scuole italiane. Un giornale ufficioso della Residenza francese, il Petit Tunisien, lo diceva esplicitamente.

Allorchè la Francia impose il suo protettorato al Bey di Tunisi, nel trattato di Casr-el-Saïd si dichiarò che il governo della Repubblica francese garentiva l'esecuzione dei trattati esistenti tra il governo della Reggenza e i diversi Stati europei. Il trattato dell'8 settembre 1868 tra l'Italia e la Tunisia stabiliva all'art. 1 che “tutti i diritti, privilegi e immunità„ conferiti agli italiani nella Reggenza dagli usi e dai trattati erano confermati. Il governo della Repubblica, quindi, si rendeva garante dei diritti derivanti dalle Capitolazioni e acquisiti in favore degli italiani.

È ben vero che nel 1884 i gabinetti di Parigi e di Roma presero degli accordi per regolare l'esercizio della giurisdizione a Tunisi, e il gabinetto di Roma consentì la sospensione della giurisdizione consolare italiana, ma fu espressamente convenuto nel protocollo relativo (25 gennaio 1884) che tutte le altre immunità, vantaggi e garenzie assicurate dalle Capitolazioni, dagli usi e dai trattati rimanessero in vigore.

Data cotesta situazione di diritto non poteva non sembrare strano all'on. Crispi che il Bey avesse promulgato le suddette leggi, e che esse portassero anche la firma del rappresentante del governo della Repubblica.

La legge, la quale voleva: sottoporre le scuole italiane all'ispezione del direttore dell'insegnamento pubblico nella Reggenza o dei suoi delegati, — fare di costui il giudice della validità dei diplomi, — rendere obbligatorio l'insegnamento della lingua francese, — imporre condizioni arbitrarie all'istitutore italiano che volesse aprire una scuola privata, — proporre pene ed ammende, — era evidentemente un attentato alle nostre prerogative e ledeva i nostri diritti. Altrettanto deve dirsi dell'altra legge che pretendeva imporre condizioni agl'italiani che volessero riunirsi in associazione, sciogliere le associazioni esistenti, ecc. Infatti nelle “immunità vantaggi e garenzie„ che ci erano assicurati dalle Capitolazioni, dagli usi e dai trattati con la Reggenza, erano: 1.º l'immunità delle associazioni e delle scuole italiane in Tunisia di non dipendere che dal diritto italiano; 2.º il vantaggio per i nostri connazionali di fare educare ed istruire i loro figli nelle istituzioni italiane o regolate dalle nostre leggi, — quello di associarsi, come si erano sempre associati, con fini di solidarietà, di beneficenza, di mutuo soccorso, ecc.; 3.º la garanzia che lo statu-quo non sarebbe stato turbato durante i trattati esistenti.

Le proteste di Crispi e la questione che ne seguì sono chiarite dai documenti che qui sotto riassumiamo:[25]

22 settembre 1888.

Da Tunisi (Berio, Console generale d'Italia). — Avverte che una legge del Bey, ispirata a concetti annessionisti, sottomette tutte le scuole all'ispezione francese. Un'altra legge proibisce le associazioni non autorizzate. Entrambe le leggi sono evidentemente fatte contro i soli istituti italiani.

23 settembre.

Crispi, a Berlino, Vienna, Londra. — Segnala il fatto; ritiene le nuove leggi del Bey non applicabili agli italiani, 1.) per il diritto che viene loro dalle Capitolazioni (art. 2 del Prot. 25 gennaio 1884); 2.) per l'art. 14 del Trattato colla Tunisia dell'8 sett. 1868. Si prega avvertirne il governo locale, osservando che dette leggi sono un avviamento ad una celata annessione ed una risposta agli ultimi eventi di Massaua.

24 settembre.

Da Parigi (Ressman). — L'Havas pubblica che i decreti sulle scuole e sulle associazioni hanno un carattere permanente e furono resi dal Bey nei limiti de' suoi diritti alto-sovrani. Goblet fece dire indirettamente a Ressman che nell'applicazione di quei decreti sarà usata la massima arrendevolezza e prudenza a nostro riguardo.

28 settembre.

Crispi, a Parigi. — Ripete che i decreti tunisini violano le Capitolazioni riconosciute dal Bey e dalla Francia. «Se il Bey di Tunisi fosse indipendente — telegrafa Crispi — saprei come provvedere. Ma essendo sotto la protezione francese, quasi pupillo sotto tutela, sono costretto a rivolgermi alla Potenza protettrice affinchè voglia spiegarsi in così grave questione. Abbiamo in Tunisi 28 mila italiani.... Non possiamo rinunciare alle nostre prerogative.... Non bisogna dimenticare che la giurisdizione consolare in Tunisi è sospesa, non soppressa....»

29 settembre.

Crispi, al Console italiano a Tunisi. — Ebbe per le vie di Parigi il testo delle leggi tunisine. Il governo beylicale ha il diritto di riordinare le scuole pubbliche, ma i suoi poteri si fermano alla soglia delle scuole istituite da privati o da società straniere. Spera che le leggi in questione rispetteranno i diritti acquisiti e riconosciutici esplicitamente. Osserva che esse definiscono come delitti certi atti i cui autori dovrebbero essere tradotti innanzi ai tribunali. La giurisdizione consolare non è soppressa, ma solamente sospesa. Incarica Berio di presentare queste osservazioni al ministro residente di Francia, affinchè il nostro silenzio non s'interpreti come acquiescenza.

29 settembre.

Da Parigi (Ressman). — Ebbe un colloquio con Goblet che rimproverò di essersi deciso a simili atti senza previa amichevole intelligenza col governo italiano. Goblet rispose che l'affare di Massaua avevalo scoraggito: sostenne che i decreti beylicali non potevano dirsi lesivi nè delle Capitolazioni nè di alcun diritto acquisito, tutto dipendendo dalla loro applicazione. Goblet aveva dato istruzioni a Massicault perchè nulla facesse per la esecuzione dei decreti senza chiedere il consenso e il concorso del R. Console. Non pare a Goblet che si possa da noi contestare la legittimità di un ispettorato delle scuole, puramente igienico, ch'egli del resto ammetterebbe che fosse esercitato anche da noi, in Italia, sovra istituti francesi. Protesta di voler evitare ogni questione e rispettare le Capitolazioni e i nostri diritti; esige però che dal nostro canto si riconosca alla Potenza protettrice il dovere e il diritto di guidare nelle vie della civiltà il popolo protetto. Goblet trovò strano la nostra suscettibilità, mentre annunciamo di voler creare in Tunisia un ispettorato nostro e una direzione delle scuole. In conclusione dice «aspettate l'applicazione de' decreti: o non saranno applicati o lo saranno nella misura conveniente d'accordo tra noi e il vostro console.» Ressman avverte che si prevede la caduta del Ministero e che forse sarà più facile intendersi col successore, il quale sentirà meno dolorosamente le ferite di Massaua e Zula.

30 settembre.

Da Parigi (Ressman). — L'Havas pubblicò il sunto del colloquio fra Ressman e Goblet. Le polemiche si riaccesero. Ci accusano di voler dare il fuoco alle polveri. Goblet è assente. Ressman chiede istruzioni pel prossimo colloquio che dovrà avere con lui.

1 ottobre.

Crispi, a Parigi. — «Un governo serio quando tratta con altro governo si astiene dal dare pubblicità ai colloquii che avvengono tra esso e i ministri stranieri. Di simile pubblicità si fa uso soltanto quando non si vuole comporre amichevolmente un dissidio. Noi non possiamo nè direttamente nè indirettamente ammettere il diritto nel Bey di decretare discipline per l'esercizio dell'insegnamento privato de' nostri concittadini in istituti italiani in Tunisia. Ripeto quanto già dissi. Se siffatto diritto fosse ammesso e l'Europa lo acconsentisse, noi ci sentiremmo in dovere di applicare analoghi decreti qui in Roma a tutti gli istituti e corporazioni straniere, la maggior parte de' quali è francese. Se avessimo voluto sollevare una questione internazionale col nostro reclamo, non vi avremmo telegrafato come già fecimo. Senonchè il signor Goblet pare animato da ben altri sentimenti. In conclusione noi non possiamo accontentarci delle assicurazioni dateci circa il modo di applicazione dei decreti ai nostri istituti. Sono i decreti stessi che respingiamo in principio come illegali, violatori de' nostri diritti, contrari alle Capitolazioni e ai trattati vigenti....»

1 ottobre.

Da Parigi (Ressman). — Tornerà nel prossimo colloquio con Goblet a parlare dei decreti tunisini. Goblet per dimostrare i riguardi che ci voleva usare, disse di aver prescritto a Massicault di nominare membro del Consiglio d'istruzione pubblica da istituirsi nella Reggenza anche un direttore delle scuole italiane.

3 ottobre.

Da Parigi (Ressman). — Ha una intervista con Goblet che gli ripete tutti gli argomenti delle antecedenti interviste. Ressman gli dichiara che noi respingiamo i decreti. Goblet risponde che non ci ha mai domandato di accettarli: da parte sua, egli mantiene che il Bey o il protettorato avevano il diritto di emanarli, perchè fatti a scopo di buona amministrazione e di civiltà. Goblet non ci chiede che di riservare il nostro giudizio per il caso in cui si venisse ad una applicazione che senza il concorso del Console italiano a Tunisi non sarà tentata.

7 ottobre.

Da Tunisi (Berio). — Conferì con Massicault: questi propone di escludere l'autorizzazione obbligatoria per le scuole già esistenti e di mettere la più gran cortesia nelle ispezioni che avverranno, prevenutone il Console del Re ed in presenza del Console. Esige però autorizzazione per le scuole da creare e diritto di sorveglianza. Massicault non crede che le Capitolazioni ci diano diritto a tale riguardo. Berio propone a Massicault (ad referendum) di comunicargli una o due volte all'anno la statistica particolareggiata delle nostre scuole con la situazione materiale e morale di esse. Massicault accetta la proposta e ne informerà Goblet.

9 ottobre.

Da Berlino (Riva, Incaricato d'Affari d'Italia). — L'Ambasciatore di Germania a Parigi informò il governo della Repubblica essere desiderio del Gabinetto di Berlino che la questione si mettesse in via diplomatica e non in via amministrativa. Fece insieme comprendere che il testo delle Capitolazioni non era in favore de' nuovi decreti tunisini. Ciò parrebbe sufficiente per far capire al governo francese che, come avvenne per la questione di Massaua, la Francia, qualora persistesse nell'atteggiamento assunto, si troverebbe di fronte anche la Germania.

11 ottobre.

Da Parigi (Ressman). — Münster (ambasciatore germanico) gli lesse una nota di Bismarck in cui sono date istruzioni all'ambasciatore di Germania a Parigi analoghe a quanto è contenuto nel documento precedente.

12 ottobre.

Da Parigi (Ressman). — Le dichiarazioni di Goblet a Münster furono estremamente concilianti e pacifiche. La Francia trovarsi nella necessità di evitare complicazioni: volersi rispettare assolutamente le nostre scuole esistenti: neppure l'ispezione si farebbe senza l'intervento del Console italiano. Lord Salisbury aveva dal canto suo dichiarato che non vedeva obbiezioni contro l'applicazione dei decreti beylicali alle scuole inglesi di Tunisia. Goblet soggiunse che le minaccie di una nostra rappresaglia rispetto le scuole francesi a Roma, non tornerebbe sgradita ai radicali francesi, essendo quelle scuole, in generale, clericali. Goblet ripetè più volte a Münster che intendeva rispettare integralmente i nostri diritti e le Capitolazioni.

16 ottobre.

Crispi, a Parigi. — Ressman dovrà dichiarare a Goblet che i due decreti beylicali sulle scuole e sulle associazioni non sono applicabili ai cittadini italiani residenti nella Reggenza. Münster parlerà nello stesso senso. Crispi desidera comporre amichevolmente la vertenza.

19 ottobre.

Crispi, a Berlino, Vienna, Londra. — Di fronte ai decreti beylicali, l'Italia trovasi in una posizione diversa da quella in cui si trovano le altre Potenze le quali non hanno scuole od associazioni a Tunisi. Per essi è questione di solo principio: per noi di principio e di fatto. È probabile che alla ripresa dei lavori parlamentari, si facciano interpellanze su ciò. Occorre quindi di sistemare la questione.

19 ottobre.

Crispi, a Parigi. — A Berlino fu risposto all'ambasciatore francese, Herbette, che la Germania ci appoggerà essendosi i giureconsulti dell'Impero dichiarati favorevoli alla nostra tesi, nella questione di diritto. A noi può bastare che Goblet faccia dichiarare da Massicault a Berio che i decreti non saranno applicati ai nostri istituti.

21 ottobre.

Crispi, a Parigi. — «In verità il signor Goblet vuol ripetere la favola del lupo e dell'agnello, ed io non intendo prestarmi a far la parte dell'agnello. Noi reclamiamo contro i decreti beylicali del 15 settembre dai quali siamo stati offesi e si vorrebbe dare a credere che il nostro reclamo sia una provocazione. Il provocatore è colui che ci ha offesi, e noi siamo i provocati. La posizione nostra in Tunisia è singolare, e nessuna Potenza d'Europa si trova colà nelle nostre condizioni. Nessuna Potenza vi ha scuole e nessuna Potenza ha nella Reggenza una colonia popolare come la nostra ed alla cui educazione ed al cui insegnamento bisogna provvedere. Se le altre Potenze accettano i decreti beylicali e non reclamano, nulla danno alla Francia perchè non è leso alcun loro diritto. Per esse non sarebbe che una questione di principio. Volendo dar prova di moderazione, dissi al conte di Bismarck che non tenevo si pubblicasse un nuovo decreto che revocasse quello del 15 settembre. A me bastava che il sig. Massicault dichiarasse al console Berio che le nuove disposizioni legislative non sono applicabili alle nostre scuole ed alle nostre associazioni in Tunisi e che nel fatto non venissero applicate. Il conte di Bismarck deve avere telegrafato in questo senso al conte Münster e ve ne informo acciocchè sappiate essere nostre e non di Berlino le proposte concilianti per la soluzione della questione. Sappiate ancora, e ciò confidenzialmente, che cinque giorni addietro fu telegrafato da codesta Nunziatura al Vaticano che Goblet era perplesso sul partito a prendere e che era disposto a dar ragione all'Italia: vorrebbe però salva la sua dignità. Ora io non tengo alla forma, ma alla sostanza, e la soluzione da me proposta, appoggiata dalla Germania, converrebbe alle due parti. In tale stato di cose, dipende dal contegno di codesta Ambasciata ottenere giustizia.»

21 ottobre.

Da Vienna (Avarna, Incaricato d'Affari d'Italia). — Kálnoky riconosce il buon diritto dell'Italia nella quistione. L'Austria-Ungheria non ha però negli affari tunisini, come in quelli egiziani, alcun interesse speciale.

21 ottobre.

Da Londra (Catalani, Incaricato d'Affari d'Italia). — Il Foreign Office domandò il parere dei consulenti legali della Corona esprimendo intanto l'opinione 1.º) che la Francia non aveva diritto a far emanare dal Bey un decreto che quest'ultimo non avrebbe avuto diritto di emanare prima dell'occupazione francese; 2.º) che l'Inghilterra, consentendo all'abolizione delle Capitolazioni per ciò che concerne l'amministrazione della giustizia, non concesse alla Francia alcun potere su ciò che riguarda le scuole inglesi.

22 ottobre.

Da Parigi (Menabrea). — Münster informò Menabrea delle conversazioni di Crispi con Erberto Bismarck, relativamente ai decreti beylicali sulle scuole ed associazioni. Menabrea si recò da Goblet a presentargli la proposta conciliante di Crispi. Goblet rispose aver dato istruzioni a Massicault di trattare la questione con Berio e quindi non volerne discutere con Menabrea. Questi chiese quali istruzioni erano state date al Residente francese. Goblet rispose che «nulla sarebbe mutato alle cose esistenti e che il decreto non verrebbe applicato alle nostre scuole ed associazioni esistenti se non col consenso del nostro Console», al che Menabrea replicò che non si trattava soltanto del presente e che il governo del Re non acconsentirebbe a che il decreto minacciasse le istituzioni future. «Pregai Goblet — scrive Menabrea — di ben considerare le conseguenze di un conflitto qualora il R. Governo rifiutasse, in tal caso, di permettere l'ispezione. Goblet si mantenne ostinato nella sua prima risposta senza accettare alcuna osservazione, interpretando a suo modo e il nostro trattato e il protocollo del 25 gennaio 1884, il cui secondo articolo è abbastanza esplicito. Non potei trattenermi dal dirgli che trattandosi di un decreto che muta sostanzialmente le condizioni di istituzioni della colonia europea più antica e più numerosa di Tunisi, mentre i francesi non sono che 3000, sarebbe stato opportuno di presentire l'opinione dell'Italia. Al che Goblet rispose: «Noi abbiamo le nostre truppe che proteggono i vostri interessi italiani.» — Allora andai sulle furie dicendogli che sapevo come le truppe francesi erano entrate in Tunisia e che l'Italia non aveva bisogno della protezione francese: era buona a proteggersi da sè, come si era protetta prima dell'entrata de' francesi in Tunisia, della quale non avemmo mai a lagnarci. L'Italia, d'altronde, ha diritto di essere rispettata, il che non si sente abbastanza in Francia. Nel mettere fine a questa spiacevole conversazione con un uomo impetuoso e cavilloso, io gli posi l'ultimatum conciliativo indicato da V. E. Egli non l'accettò e mi ritirai lasciandogli la responsabilità di tutte le conseguenze del suo rifiuto. Si vede ch'egli vuole lasciare la porta aperta a nuove gherminelle, quando verrà il momento di creare nuove istituzioni italiane in Tunisia. Mi pare che a Berio si potrebbe dare il mandato di mantenere fermo presso Massicault la proposta di V. E. Prima di recarmi da Goblet presi conoscenza de' suoi precedenti colloquii con Ressman, di cui ammiro la fermezza e la prudenza per aver potuto per tanto tempo sopportare i ragionamenti del suo interlocutore.»

23 ottobre.

Da Berlino (Riva). — Conferì con Holstein rimettendogli un promemoria. Holstein riconosce il favorevole cangiamento del Gabinetto inglese, dovuto agli ufficii della Germania; buon sintomo la preoccupazione dell'Inghilterra per le scuole maltesi in Tunisia. Nell'interesse della pace, è d'avviso di evitare tutto ciò che possa rappresentare pel governo francese una umiliazione esplicita. L'Italia potrebbe acconciarsi ad una soluzione meramente pratica della vertenza, limitarsi, cioè, a conseguire una tacita rinunzia all'applicazione dei decreti, riservandosi a segnalare e contestare gli atti che implicassero violazione di quella rinunzia.

23 ottobre.

Crispi, a Tunisi. — Si limiti il Console a dichiarare l'inapplicabilità de' decreti. Il Ministero ha deciso di trattare la questione esclusivamente a Parigi. Non si comprometta il Console col Residente francese.

20 ottobre.

Crispi, a Parigi. — Si approva la condotta di Menabrea. La questione non può essere trattata che a Parigi. Berio ebbe solo istruzione di dichiarare che i decreti sono nulli ai nostri occhi. Goblet ha dato prova di non apprezzare la moderazione con cui ci siamo condotti. Menabrea può fare un ultimo tentativo con Goblet dopo di essersi inteso con Münster. Se fallirà, provvederassi al da fare. Si loda il contegno di Ressman.

24 ottobre.

Da Parigi (Menabrea). — Conferì con Goblet. La conversazione fu meno tempestosa della precedente. Si ripeterono da una parte e dall'altra le argomentazioni dell'antecedente colloquio. Menabrea notò che il Bey con quei decreti aveva proceduto ad un atto che il Sultano, suo alto sovrano, non avrebbe osato di fare nell'impero ottomano ed al quale i francesi stessi si sarebbero opposti. I tre ambasciatori di Germania, Italia e Inghilterra si trovarono in quel dì (24) riuniti al Ministero degli Affari esteri. Münster aveva già esortato Goblet ad una attitudine conciliante. Lord Lytton dividendo perfettamente la nostra opinione, aveva detto a Menabrea non essere esatto — come asseriva Goblet — che Salisbury accettasse i decreti, ma che la questione era stata sottoposta ai giureconsulti della Corona. Benchè Goblet non abbia accettato per ora la proposta di Crispi, parve alquanto scosso e si sarà forse convinto che il meglio a fare per lui sarà di arrendersi quando Berio avrà fatto le note dichiarazioni.

26 ottobre.

Da Vienna (Avarna). — Ebbe udienza da Kálnoky. Questi è lieto di riconoscere la moderazione mostrata da Crispi nella questione. L'Austria, quantunque non abbia diretto interesse nella questione stessa, ne aveva degli indiretti e principalissimo quello che la pace non fosse turbata, e l'Italia sua alleata non si trovasse complicata in un conflitto. Kálnoky sa dei consigli pervenuti a Parigi da Londra e da Berlino: tenere quindi fiducia che la Francia avrebbe cercato di evitare qualsiasi conflitto.

26 ottobre.

Crispi, a Parigi, Vienna, Berlino. — (Confidenziale). — Avverte come sia informato che lord Salisbury discorrendo col R. Incaricato d'affari a Londra circa i decreti beylicali abbia detto di essersi già pronunziato sui medesimi dal punto di vista politico, facendo sapere a Goblet che li riteneva come un atto insensato ed inopportuno.

26 ottobre.

Crispi, a Tunisi. — «Gli argomenti contenuti nella nota di Massicault (comunicata da Berio) sono senza valore. Tunisi è per noi paese a Capitolazioni, perchè sottoposto a Potenza musulmana e in virtù del diritto incontestato di cui l'Italia godette da tempo immemorabile. Questo diritto è ricordato dall'art. 1 del Trattato in vigore col Bey e fu riconosciuto dalla Francia nel protocollo del 25 gennaio 1884. Secondo le Capitolazioni tutto quanto concerne la vita intellettuale, morale, giuridica della colonia italiana è sottratto all'autorità del governo beylicale. Gli articoli 15 e 18 sono erroneamente invocati, perchè relativi alla vita materiale ed economica, e non potrebbero essere applicati alle scuole ed alle associazioni non industriali: di più, costituiscono una eccezione, e in diritto l'eccezione non ammette interpretazione estensiva. Quanto alla convenzione dell'8 giugno 1883 fra Tunisi e la Francia, non potrebbe evidentemente alterare le stipulazioni fra il Bey e le terze Potenze. È inoltre anteriore al protocollo del 25 gennaio 1884 fra noi e la Francia, dove è espressamente stipulato che ogni immunità e vantaggio accordati dalle Capitolazioni, dagli usi, dai trattati, resterebbe in vigore. In altre parole il Bey, prima del protettorato non avrebbe avuto il diritto di emettere tali decreti non più della Turchia per quanto concerne l'impero ottomano, e se la Turchia ne emanasse, la Francia si opporrebbe. Ora il protettorato non saprebbe modificare lo stato giuridico esistente di faccia ai terzi: 1.º) perchè stabilito senza il loro consenso; 2.º) perchè pel trattato del Bardo i diritti delle terze Potenze furono dichiarati inalterabili; 3.º) perchè i nostri diritti, immunità, privilegi ci furono riconosciuti e garantiti dalla stessa Potenza protettrice. Il Bey si trova di fronte alla Francia in condizioni di vassallaggio tali che noi non potremmo impiegare contro di lui i mezzi che impiegheremmo verso un sovrano indipendente. Oltrecciò i decreti, essendo stati redatti a Parigi e solamente pro-forma rivestiti della firma del Bey, è a Parigi che la soluzione dev'essere concordata. Limitatevi quindi a dichiarare che, secondo il governo italiano e per le ragioni suddette, i decreti non sono applicabili e non dovranno essere applicati ai nostri istituti ed alle nostre associazioni presenti o future, e domandate che di queste dichiarazioni vi sia dato atto formale. Se il ministro residente si rifiuta, voi potete dichiarare che vi è interdetta ogni discussione ulteriore.»

27 ottobre.

Da Parigi (Menabrea) — Partecipò a Goblet il telegramma mandato da Crispi a Berio (v. doc. 26 ott.), dichiarando i decreti non applicabili e non da applicarsi mai ai nostri istituti (scuole ed associazioni) presenti e future in Tunisia.

Pregò Goblet di prendere atto della dichiarazione. Goblet ne prese atto, dichiarando alla sua volta che manteneva la precedente interpretazione.

24 ottobre, 2, 7 e 14 novembre.

Da Tunisi. — (Rapporti). — Berio (contrariamente alle istruzioni ministeriali) entrò in discussione con Massicault. Ne' suoi rapporti si diffonde in particolari, riferendo i colloqui avuti col Residente francese. Da segnalarsi il solo rapporto in cui Berio dà conto delle probabilità che avrebbero le pratiche, suggeritegli dal Ministero, per trarre nella discussione il Console britannico e per mezzo suo il direttore del Collegio inglese della società per gli ebrei in Tunisi. Questo direttore, certo Perpetuo di Livorno, uomo ambizioso e senza carattere, benchè d'ingegno e di studi, erasi accostato alla Residenza francese: era quindi difficile di giovarsene.

4 novembre.

Crispi, al Console a Tunisi. — «Non vi siete conformato alle mie istruzioni del 26 ottobre. Dovevate chiedere che il governo del Bey prendesse formalmente atto delle nostre dichiarazioni, che i decreti tunisini non sono applicabili e non saranno applicati alle nostre istituzioni e associazioni presenti e future. Se il governo del Bey rifiutavasi a prendere atto di ciò, dovevate dichiarare che ogni ulteriore discussione vi era interdetta. Voi dovevate quindi ricusare di ricevere anche ad referendum le nuove proposte di Massicault. Il governo del Re ha una posizione inespugnabile in diritto e vuol mantenervisi. Dite al signor Massicault che voi avete sorpassato i vostri poteri accettando ad referendum le proposte ch'egli vi ha fatto e che il governo del Re si rifiuta d'esaminare. Il governo del Bey non deve che dare atto della vostra dichiarazione. Se lo nega, è a Parigi che intendiamo portare il dibattito.»

11 novembre.

Da Tunisi (Berio). — Riferisce di avere nel corso di una conversazione con Massicault parlato del mezzo di giungere ad un accordo; non ha però presi impegni.

31 dicembre.

Da Parigi (Menabrea). — Goblet intrattenne Menabrea di un equivoco nato tra Massicault e Berio, sulla facoltà di trattare, fra essi e sul luogo, la questione dei decreti. Menabrea aveva ricevuto istruzioni perchè fosse discussa esclusivamente a Parigi. Goblet vorrebbe trattarla a Tunisi.

1 gennaio 1889.

Crispi all'ambasciatore a Parigi. — Sin dal principio eransi date istruzioni a Berio di astenersi da qualsiasi trattativa sulla questione delle scuole. Intanto il signor Massicault, sia direttamente, sia per mezzo del signor Benoit segretario della Residenza, tentò indurre Berio ad accettare alcune condizioni che avrebbero potuto compromettere le ragioni di diritto da noi sostenute presso il governo della Repubblica, che cioè i decreti beylicali non erano applicabili nè pel presente, nè pel futuro alle nostre scuole ed associazioni. Berio avendoci riferito delle proposte di Massicault, gli fu proibito recisamente di accogliere quelle pregiudicanti i nostri diritti e di limitarsi a redigere da lui solo e mandare a Roma un progetto d'accordo perchè si potesse studiarlo e deliberare sul medesimo interdicendogli, in ogni caso, qualunque negoziazione colla Residenza. Crispi non può quindi che confermare a Menabrea le precedenti istruzioni perchè la questione si tratti a Parigi e non altrove.

18 gennaio.

Da Tunisi (Berio). — Massicault gli ha detto che la questione delle scuole si è composta a Roma e a Parigi. Le basi sarebbero queste: le scuole esistenti rimarrebbero sotto il regime dello statu-quo; le scuole future verrebbero sottoposte al decreto beylicale.

19 gennaio.

Crispi, a Tunisi. — La notizia data da Massicault a Berio è inesatta. Nessun accordo avvenne. Il governo italiano si rifiuterà sempre a riconoscere validi i decreti beylicali, anche per le scuole future.

16 gennaio.

Da Tunisi (Berio). — Trasmette copia di una Nota da lui diretta a Massicault per stabilire: 1.º che le trattative erano state iniziate non da lui (Berio) ma dal Residente; 2.º che Berio ha fatto proposizioni ad referendum e come sue emanazioni personali.

30 ottobre 1890.

Da Parigi (Menabrea). — Nel convegno ebdomadario Ribot ricordò incidentalmente a Menabrea le discussioni che ebbero luogo con Goblet relativamente alla creazione in Tunisia di nuove scuole italiane che si volevano sottoporre ad una preventiva autorizzazione. La questione rimase sospesa perchè il governo italiano aveva finito col dichiarare che in quel momento non si trattava di istituire nuove scuole, ma solo di mantenere le esistenti come erano. Ora, vista la creazione iniziata di nuovi istituti, Ribot domanda se il R. Governo è sempre della stessa opinione intorno ai propri diritti, e se non avrebbe, non volendo chiedere qualche autorizzazione, almeno informato l'autorità beylicale delle sue intenzioni in proposito. Menabrea rispose di non aver pel momento incarico di trattare siffatto argomento, ma che teneva per fermo che il governo del Re non avrebbe receduto da ciò ch'egli crede suo diritto, poichè nello stesso modo che nel rimanente dell'Impero turco si riconosceva all'Italia la facoltà di stabilire le sue scuole come le convenisse meglio, essa manteneva i suoi diritti nella Reggenza, la quale, malgrado il protettorato francese, non cessa di essere considerata come facente parte dell'Impero ottomano, per cui manteniamo tuttora i diritti derivanti dalle Capitolazioni, eccetto in quelle parti alle quali abbiamo subordinatamente e provvisoriamente rinunciato e che si riferiscono all'impianto de' tribunali. Ribot non insistette, esprimendo solo la speranza che il governo italiano l'avrebbe informato della creazione di nuove scuole e pregò Menabrea d'interpellare su ciò il Ministero.

1 novembre.

Crispi, a Parigi. — Si approva il linguaggio di Menabrea. Non si crede però di acconsentire a promettere al governo della Reggenza anche la semplice partecipazione dell'apertura di nuove scuole in Tunisia. Del resto è questione oggi oziosa, non essendosi aperta colà alcuna nuova scuola, nè intendendosi aprirne.

Come è manifesto, i diritti dell'Italia rimasero impregiudicati. Il governo francese era dalla parte del torto, e tacitamente lo riconobbe.

Crispi avrebbe potuto denunziare il protocollo del 1884 e riattivare la giurisdizione consolare italiana a Tunisi, ch'era stata solamente sospesa; ma non volle. Della sua moderazione, però, nessuno in Francia gli tenne conto.

Dal Diario:

22 ottobre. — Solms mi legge una Nota nella quale si raccomanda al governo italiano il Sultano dello Zanzibar. La posizione di costui è abbastanza scossa e bisogna aiutarlo a consolidarsi.

Mi ricorda quanto fu convenuto col conte Erberto Bismarck circa un'azione comune per impedire la tratta degli schiavi.

Il Sultano del Marocco non va più a Tangeri; egli avrebbe paura della Spagna. La conferenza per gli affari di quel paese dovrebbe occuparsi a render possibile la stipulazione di un trattato di commercio per rendere facili le relazioni coi vari Stati di Europa. Dovrebbe inoltre determinare le norme per i tribunali misti, e definire la sorte dei protetti e i limiti dell'autorità consolare verso i medesimi, e infine assicurare la tutela degli stranieri.

Il viaggio dei gran duchi Sergio e Paolo di Russia a Costantinopoli non ebbe intenti politici. Essi furono a visitare il patriarca di Costantinopoli, il quale parlò loro della grande Chiesa ortodossa, e domandò il patrocinio dello Czar. Il lavoro e l'influenza della Chiesa ortodossa sembrano divenire importanti ed estendersi in Oriente a danno della Chiesa latina.

«25 ottobre.

Son Excellence Monsieur de Giers,
Ministre des affaires etrangères. S. Pétersbourg.

Ce jour marque un jalon mémorable dans la carrière si meritante de V. E. à qui cinquante ans de services fìdèles et dévoués constituent le titre le plus enviable à la reconnaissance de Son Auguste Souverain et à l'admiration des gens de bien.

Permettez-moi de Vous féliciter au nom du Gouvernement du Roi d'Italie et en mon nom personnel. Nous poursuivons avec le même zèle un but identique; le maintien de l'ordre. C'est donc aussi comme collaborateur que j'exprime à V. E. le souhait le plus sincère que ses sages conseils soient longtemps conservés à la Russie et à l'Europe, comme un gage précieux de conservation et de paix.

Crispi.»

A Monsieur Crispi,
Ministre des affaires étrangères d'Italie.

Je prie Votre Excellence d'agréer mes très sincères remercîments pour les félicitations et les sentiments qu'elle à bien voulu m'exprimer à l'occasion de mon jubilé. Veuillez croire que j'y attache beaucoup de prix.

Giers.»

27 ottobre. — Il conte Solms mi parla del nuovo ambasciatore di Francia signor Mariani, conciliante, souple, autorevole in materia di commercio.[26]

China — passaporti — non sono vistati quelli dei sudditi tedeschi non provenienti dalla Germania. Ringraziamenti alla Francia per la protezione sinora prestata. L'Italia farà lo stesso. Solms mi chiede copia della nota che invieremo alla Francia su questo argomento.

9 novembre. — Solms: mi dà un lavoro su Biserta.

Mi parla del nuovo ambasciatore che il ministro Vega de Armijo vuol mandare a Roma. Il Vega è puro cattolico e sarebbe lieto di poter rendere qualche servizio al Papa. Si conserverà amico delle tre Potenze, senza mostrarsi ostile alla Francia.

I francesi studiano una ferrovia da Oran a Figuig. Sarebbe una ferrovia militare.

Da una Nota del 19 risulta che il Sultano fa l'amore ora col gruppo franco-russo, ora con la triplice. Al Sultano non converrebbe allearsi con le tre Potenze. Vorrebbe conoscere l'autore della celebre lettera della Correspondance de l'Est.

20 novembre. — Il conte Kálnoky, al quale Sua Maestà ha conferito l'Ordine supremo della Ss. Annunziata, mi scrive dicendosi vivamente commosso di cotesta manifestazione di alto favore e dell'approvazione che il Re accorda alla linea politica che seguiamo, e mi esprime sentimenti di sincera cordialità.

L'alta onorificenza conferita al conte Kálnoky attestò i buoni rapporti stabiliti fra l'Italia e l'Austria. L'imperatore Francesco Giuseppe aveva sin dal giugno manifestato la sua soddisfazione per i buoni risultati ottenuti dalla politica di Crispi. In una lettera privata del 2 giugno il conte Nigra scriveva:

«Il conte Kálnoky mi disse confidenzialmente che S. M. l'Imperatore desiderava testimoniare a V. E. la sua particolare stima e benevolenza, conferendole il Gran Cordone di Santo Stefano, che è l'Ordine più elevato che si conferisca qui ai non-sudditi austriaci (il Toson d'Oro essendo riservato ai nazionali e ai principi e sovrani esteri.)»

27 novembre. — De Bruck. È venuto a manifestarmi i timori di Kálnoky sulle cose tunisine. Gli sarebbe stato scritto che i rapporti tra Berio e Massicault sono tesi e che da un momento all'altro potrebbe esservi rottura. Il Kálnoky non vorrebbe che la guerra scoppiasse in Africa.

Ho risposto che nulla v'è da temere. Berio ebbe ordine di non trattare la questione delle Scuole, dovendo di essa occuparsi il nostro Ambasciatore a Parigi, dove la questione dev'essere risoluta.

A Bukarest le tre Potenze sono d'accordo.

3 dicembre. — Visita di de Bruck. Boulanger dichiara di volere una repubblica tollerante, aperta a tutti. Qualcuno crede che egli sarà un secondo Monk. Audiffret-Pasquier in Senato ha dichiarato che si emancipa da' suoi amici della Camera. Alle prossime elezioni generali i conservatori voteranno per i loro e faranno tutto il possibile per vincere. Non potendolo, voteranno per Boulanger.

Il Boulanger lavora con fortuna a preparare le elezioni. I radicali contano sugli opportunisti per combattere i boulangisti e la destra. Il presidente Carnot non darà a Floquet il diritto di sciogliere la Camera, riserbandolo ad un nuovo ministero Freycinet.

Nei primi di dicembre l'on. Crispi riceveva sulla situazione interna della Francia le seguenti informazioni:

«Attraversiamo una quindicina che non fu priva di incidenti ed emozioni; essa principiò con l'annunzio fatto da parecchi giornali di un colpo di Stato, ordito dal ministero Floquet contro il generale Boulanger ed i suoi aderenti, e si entrava in alcuni particolari circa le misure prese per compierlo, che al primo momento davano un'apparenza di verità a quella notizia; ma tosto si vide che essa non era che una finzione per dare luogo ad una interpellanza alla Camera e costringere il Ministero a spiegarsi sui progetti che gli erano attribuiti e smentire, in conseguenza, le supposte misure dichiarandole contrarie alle leggi e legandosi con ciò stesso in un certo modo. Benchè l'annunziato colpo di Stato sia stato una finzione, tuttavia non vi ha dubbio che si sia studiato e si pensi tuttora al modo di liberarsi dal generale Boulanger, la cui influenza, anzichè diminuire, tende ad aumentare e che si teme di più in più, a misura dell'approssimarsi delle nuove elezioni, che debbono aver luogo nel venturo anno.

La grande dimostrazione del 2 dicembre ultimo, sulla quale si faceva assegnamento, da una parte, per provocare manifestazioni contro Boulanger, mentre dall'altra il municipio, che gli è ostile, sperava crearsi un piedistallo per coronare i suoi tentativi di assumere la suprema autorità sulla città di Parigi, quella dimostrazione, dico, andò fallita. Al contrario, in quella simultanea di Nevers il generale Boulanger ebbe occasione di raccogliere intorno a sè le opinioni diverse, ma tutte concordi per mettere fine al sistema attuale di governo, per il quale la considerazione pubblica va ogni giorno maggiormente scemando, in seguito agli scandali che succedono fra i membri del Parlamento, i quali si accusano a vicenda di corruzione pecuniaria e si abbandonano, nelle sedute pubbliche, ad eccessi contrari ad ogni principio di vivere civile. Così il Boulanger ha bel giuoco e benchè non si veda quale sia il suo scopo finale, se però ne ha uno, egli evita intanto di compromettere la sua posizione rispetto all'opinione pubblica, dichiarando che tutta la sua operosità ha per oggetto di conservare la Repubblica, minacciata e compromessa dai disordini di ogni specie che si rimproverano al sistema attuale.

Quale sarà la repubblica di Boulanger se egli giunge ad esserne il capo? I due partiti orleanista e bonapartista sperano ognuno di usufruttarlo per proprio conto; ma non è improbabile che fra i due litiganti, il popolo esitando sulla scelta da fare, il generale Boulanger prenda il partito di mezzo e rimanga lui stesso capo della Repubblica che avrà ricostruito, la quale può, sotto lo stesso nome, prendere varie forme, anche quella di un impero, come accadde con Napoleone I, sulle cui prime monete si legge ancora, da una parte, République française, e dall'altra Napoléon empereur. È dubbio assai che il Boulanger possa giungere sino a questo punto; ma è pure inutile di pronosticare sull'avvenire, imperocchè in questo paese, più che in ogni altro, dell'indomani si è sempre incerti.

Di questo stato di confusione d'idee in cui si trova attualmente la Francia si accagiona la libertà illimitata di cui abusa la stampa; i primi a protestare contro di essa sono quelli stessi che, altre volte, la propugnarono con convinzione, ed uno di questi è l'ex-presidente Giulio Grévy, che si confessava una volta di avere errato nel sostenere nel Parlamento la legge sulla stampa. Fra i punti che dànno luogo ad attacchi contro il governo, uno dei principali è il disordine finanziario dello Stato che trascina dietro sè, da un esercizio a un altro, un disavanzo che cresce sempre e che tosto raggiungerà il miliardo, senza che si veda ancora il modo di coprirlo. Si è proposto a tale effetto una tassa sulla rendita, ma questa venne or ora respinta quasi all'unanimità dalla Commissione della Camera; per cui, a meno che il Ministero ritiri il disegno di legge, questo provocherà, di certo, una discussione vivissima in cui esso avrà probabilmente la peggio. Ad ogni modo la questione finanziaria sarà quella che darà luogo alla battaglia dei partiti contro il Ministero, gli uni per rovesciarlo, gli altri per trasformarlo in senso ancora più radicale.

In mezzo a questi intrighi ed agitazioni parlamentari il ministro che sembra avere preso la posizione la più solida e più rispettata è quello della guerra, il signor di Freycinet, che, nel disimpegno delle sue importanti funzioni, dimostra attitudini veramente speciali, per cui benchè non sia militare, egli ha saputo guadagnarsi la fiducia dell'esercito, rimanendo nei limiti delle sue specialità ed occupandosi di perfezionare, sotto il doppio riguardo morale e materiale, il potente strumento che gli uomini di guerra dovranno maneggiare. Egli si studia di migliorare la condizione dei soldati e degli ufficiali; cerca di fare sparire quelle rivalità che furono così funeste alla Francia; attende a specializzare le attribuzioni dei vari elementi che costituiscono l'esercito, fa in modo di porre un freno a quelle supremazie colle quali alcune armi, alcuni corpi tentano sempre d'imporsi; epperciò stabilisce che tutte le armi siano ugualmente trattate e fa in modo che le attribuzioni dei singoli elementi dell'esercito siano ben definite, affinchè ognuno concorra con tutta la propria energia, allo scopo comune. Nella sua qualità di distintissimo ingegnere egli si preoccupa dell'ordinamento delle ferrovie, affinchè la mobilitazione, i concentramenti si effettuino colla massima rapidità, e per secondare i movimenti che possano accadere nello attacco come nella difesa.

L'ordinamento delle opere di fortificazioni per mettere in grado di resistere ai potenti mezzi di attacco testè introdotti negli eserciti, è oggetto della sua particolare attenzione. Questa si rivolge più specialmente alla fabbricazione delle nuove armi adatte alle potenti materie esplosive recentemente scoperte; si lavora con febbrile attività per dotare l'esercito di tali nuovi strumenti da guerra, affinchè esso ne sia interamente provveduto nella prima metà del venturo anno. Si ha luogo di pensare che la Francia, in questo momento specialmente per le materie esplosive, è più avanti di tutte le altre nazioni, ed è su questa prevalenza che si fa assegnamento per ottenere il vantaggio nell'attacco come nella difesa. I mezzi di cui questo esercito sarà tosto provveduto sono tali che una nuova tattica ne sarà una conseguenza necessaria; ed è perciò che si sta ora pensando ad elaborare una tale tattica, che, non avendo ancora alcun precedente, resta tuttora alquanto incerta. La superiorità che la Francia ha acquistato e che finora si mantiene nelle confezioni delle materie esplosive è dovuta a che quella parte del servizio di guerra è affidato ad un corpo di ingegneri speciale, distinto da quello di artiglieria ed interamente dedicato agli studi che si riferiscono a quella importante materia. Le ricerche che hanno condotto agli esplosivi ora adottati vennero eseguite nello stabilimento centrale delle polveri in vicinanza di Parigi, e furono sussidiate dal concorso dei più eminenti scienziati dell'Istituto di Francia, fra i quali il signor Berthelot, ex-ministro della pubblica istruzione ed autore di un trattato classico sulle materie esplosive. La composizione chimica di queste nuove polveri è sufficientemente conosciuta dopo che parecchie Potenze, fra le quali la Germania, ne poterono avere alcuni saggi; ma ciò che non si conosce bene ancora è la loro manipolazione. Intanto, finchè non si siano potuti raggiungere i risultati ottenuti dalla Francia, è opportuno di badare alla superiorità che sotto quel riguardo possiede tuttora l'esercito francese. Un ufficiale delle armi speciali, che ha assistito alle esperienze fatte in proposito, mi narrava, non ha guari, che restò meravigliato degli effetti di proiezioni della polvere. Essa non dà quasi fumo, il rumore di esplosione del fucile rassomiglia a quello di una capsula ordinaria; la traiettoria è talmente tesa che, sino a 500 metri, il cambiamento dell'alzo è inutile e la forza di penetrazione col fucile Lebel è tale che a quella distanza le palle possono attraversare lo spessore di carte rilegate in libri da sette a otto centimetri. Si conoscono già gli effetti prodotti dall'esplosione dei proiettili delle bocche da fuoco; ma un risultato da notare è che i gaz sviluppati in queste esplosioni sono estremamente tossici. Dò termine a questa digressione militare col dire che fra i ministri attuali, quello che ha preso la posizione più solida è, come dissi, il signor Freycinet; egli si trova all'infuori delle dispute politiche, è tutto dedito al suo presente ufficio, si riserva per l'avvenire.

Mi rimane a parlare dei rapporti apparenti attuali della Francia colla Russia. È da notare che molti Principi della famiglia imperiale russa fanno da qualche tempo soggiorni prolungati in Francia come a Biarritz, e specialmente a Parigi, dove trovano una festosa accoglienza dalla popolazione e dal rappresentante stesso dello Stato, il presidente della Repubblica. In questo momento la Russia è considerata quasi come un'alleata; il prestito di 500 milioni, testè da essa conchiuso con una delle principali Banche di Parigi, è il legame che unisce i due paesi, per cui tutti gli sforzi degli speculatori sono rivolti a fare riuscire l'imprestito a detrimento degli altri valori, e specialmente degli italiani, che si tenta di deprimere in tutti i modi col rappresentare il nostro paese come rovinato per effetto della denunzia del nostro trattato di commercio colla Francia. Non passa giorno senza che nei giornali anche più seri vi sia qualche articolo di fondo sulla nostra condizione finanziaria per indurre i portatori dei nostri titoli a liberarsene per investire il loro denaro nei nuovi fondi russi. Però, a quanto pare, i detentori di fondi italiani non si lasciano facilmente sedurre, e quantunque il nostro paese sia dipinto sotto i più cupi colori, qui si sente che l'Italia è tuttora considerata come la Frugum alma parens, saturnia tellus, e che se vi manca un po' di moneta per gli scambi, vi si produce sempre abbastanza da campare largamente sia per il vivere, sia per il conforto della vita.

L'irritazione contro l'Italia, benchè vada scemando, è lungi però dall'essere sul punto di sparire; essa è mantenuta dallo spirito di chauvinisme che domina anche nelle menti più sane, e benchè grande sia in molti il desiderio di un sincero e duraturo riavvicinamento con l'Italia, questo popolo non può ancora assuefarsi a che l'Italia, nel costituire la sua unità, sia sfuggita a quel protettorato, almeno morale, che la Francia intendeva esercitare sulla nostra nazione. Fra i più tenaci chauvins non è cancellata la speranza di uno sfasciamento dell'Italia; ed è perciò che i lamenti del Papa per la perdita del potere temporale trovano la più rumorosa eco, non solo nel clero, ma anche nei laici francesi, perfino in quelli che sono i meno praticanti ed anche liberi pensatori. Credo adunque che il nostro governo, mantenendo ognora fermi i principî d'indipendenza e di unità coi quali si è ricostituita la nazione, riuscirà — mostrandosi, d'altra parte, arrendevole nelle cose meno importanti che non compromettono quei principî — credo, dico, riuscirà a persuadere gli stranieri che siamo oramai una rispettabile nazione, mentre si dissiperanno quelle nubi che rendono tuttora difficili assai i nostri rapporti con questo paese, rapporti che abbiamo pure grande interesse a mantener buoni.»