Capitolo Secondo.
La politica estera dell'Italia dal 1878 alla Triplice Alleanza.

Il conte Corti respinge la proposta di accordi segreti con l'Inghilterra alla vigilia del Congresso di Berlino. — Come la Francia ottiene carte blanche per Tunisi. — La politica dell'isolamento. — Causa l'irredentismo l'Austria minaccia di passare la frontiera. — La francofilia di Benedetto Cairoli non evita l'occupazione francese della Tunisia. — Storia documentata dell'impresa tunisina e del disinteressamento dell'Inghilterra. — L'Italia avrebbe allora potuto occupare la Tripolitania. — Disillusi della Francia, ci rivolgiamo alla Germania. — Prodromi della Triplice Alleanza. — Il conte Maffei. — Il trattato del 20 maggio 1882.

Il viaggio dell'on. Crispi se fu salutato con grande fervore in Germania, insospettì il governo francese e la sua stampa, che videro profilarsi sull'orizzonte un'alleanza italo-germanica. Il Figaro faceva rilevare in un suo articolo “M. Crispi à Berlin„ le accoglienze straordinarie fatte all'uomo di Stato italiano, le frasi più significative dette dal presidente Bennigsen nel suo discorso al pranzo parlamentare del 23 settembre; e tra le altre sottolineava quella che “i due popoli — italiano e tedesco — avevano gli stessi nemici da combattere„. Anche in Italia la stampa del partito moderato si propose di togliere valore alle manifestazioni di Crispi; il quale, sebbene presidente della Camera dei deputati, — scriveva la Gazzetta d'Italia — non rappresentava che questa, cioè una impercettibile minoranza: “la Camera è eletta da 300 mila elettori e gl'italiani sono 27 milioni!„ E l'Opinione, il più autorevole giornale dei moderati, giungeva (3 ottobre) a rimproverare al governo italiano di mantenere buone relazioni col gabinetto di Berlino “a spese della nostra dignità„! Del qual giudizio si risentiva il buon ambasciatore di Launay, che scriveva a Crispi: “Questa poi è troppo forte. Il rimprovero ricade in parte sul rappresentante in Germania di questa politica.... Scrissi al Melegari di fare ribattere con energia quelle accuse„.

In verità, l'on. Crispi in quella sua escursione attraverso l'Europa aveva perorato efficacemente per i diritti d'Italia, ravvivato simpatie e gettate le basi di una politica la quale, se fosse stata seguita con diligenza e lealtà, avrebbe evitato al nostro paese i danni e le offese che raccolse dappoi da ogni lato. Trovò la vecchia Austria ancora viva, e arcigna; e comprese esser lontano il giorno di una amicizia italo-austriaca sincera e duratura. Ma in Germania quello era il momento per un'alleanza coll'Italia: l'opinione pubblica ben disposta e il principe di Bismarck ancora senza altri impegni. Egli voleva procedere d'accordo con l'Austria; ma ad un'alleanza con essa non pensò che dopo il Congresso di Berlino per rispondere alle minacce dei panslavisti, e non vi giunse che nel 1879, dopo molti sforzi per convincere l'imperatore Guglielmo.[12] A prescindere da ogni altro vantaggio morale, politico ed economico, l'alleanza italo-germanica ci avrebbe garantito al Congresso di Berlino; non avrebbe impedito probabilmente l'alleanza austro-germanica, ma l'Austria, non l'Italia, sarebbe entrata terza nel sistema di alleanze della Germania, e avremmo evitato la mortificazione che nel 1882 ci fu imposta di passare da Vienna per giungere a Berlino; infine, la Francia non avrebbe avuto nel 1878 carte blanche per occupare Tunisi e non avrebbe osato infliggerci quella umiliazione abusando del diritto del più forte.

Il Re e il Presidente del Consiglio convennero nel nuovo indirizzo a darsi alla politica internazionale dell'Italia; il 29 dicembre 1877 l'on. Crispi entrava nel Ministero Depretis, come ministro dell'Interno. Ma, sventuratamente, Vittorio Emanuele si ammalava di lì a pochi giorni, e moriva il 9 gennaio. I funerali del primo re d'Italia, i primi atti del re Umberto, poi la morte del papa Pio IX e il Conclave di Leone XIII assorbirono l'attività ministeriale. Quando si avvicinava il momento di rivolgere la mente agli accordi presi a Gastein col principe di Bismarck, l'on. Crispi cadeva vittima di un turpe complotto, che, in nome della morale, uomini di pochi scrupoli morali nella vita pubblica come nella privata, architettarono con grande abilità trovando facile credito nel pubblico politico, avido in tutti i tempi di scandali e di esecuzioni. L'on. Crispi, il quale, toccando l'accusa intime sue circostanze famigliari, si limitò a difendersi dinanzi al magistrato — ottenendo da esso il riconoscimento della legalità della sua condotta — dovette rinunziare con indicibile dolore a rendere alla patria i servigi ch'era sicuro di poterle rendere.

E il cruccio per il male che i suoi nemici irrimediabilmente avevano fatto più all'Italia che a lui, non lo abbandonò mai. Da un suo diario del 1896, nel quale è riferito un colloquio avuto il 26 ottobre col presidente del Senato, Domenico Farini, trascriviamo:

(Crispi al suo interlocutore)

— «Siccome sai, al 1878 fu stabilita la convocazione di un Congresso a Berlino, e l'Italia dovette mandarvi il suo rappresentante. Allora, come oggi, ero maltrattato dai miei avversarii. Gli attacchi personali, però, non mi fecero dimenticare gl'interessi della patria nostra. Vidi Bertani, e parlandogli del mio viaggio nei vari Stati d'Europa, e della nostra situazione all'estero, lo pregai di veder Cairoli e di consigliargli a leggere la mia corrispondenza epistolare e telegrafica, e poscia di avere un colloquio con me. Nelle cose internazionali non tutto si scrive, e però molto avrei potuto aggiungere allo scritto. Lo crederesti? Cairoli non volle leggere la mia corrispondenza, nè avere un colloquio con me! Bertani, indignato, se ne partì, ed a Berlino invece di combattere la proposta occupazione della Bosnia e della Erzegovina da parte dell'Austria, la favorirono.»

Le dichiarazioni fatte nel colloquio del 5 ottobre da Crispi a lord Derby in nome dell'Italia, furono seme gettato in terreno propizio. Non supponendo il governo britannico che la politica estera in Italia fosse mutevole come giuochi di fanciulli, nei primi giorni del marzo 1878 lord Derby offriva uno scambio di idee sugli interessi comuni anglo-italiani nel Mediterraneo. L'onorevole Depretis accettò con premura l'offerta, tanto che il generale Menabrea, ambasciatore a Londra, gli telegrafava il 9 marzo:

«Conformemente al telegramma di V. E. in data di ieri, ho incominciato a intrattenere Derby su gli affari di Egitto, di Tripoli e di Tunisi. Egli mi ha detto essere evidente che l'Italia e l'Inghilterra avevano interessi comuni nel Mediterraneo, e che desiderava su tale argomento uno scambio di idee, riservandosi di riparlarne.»

Il 13 marzo Menabrea telegrafava nuovamente:

«... Derby mi ha ripetuto che desiderava intendersi con l'Italia sulle questioni relative al Mediterraneo e che aveva incaricato Paget [ambasciatore britannico a Roma] di fare su tale oggetto delle aperture a V. E.»

Il 16 marzo il gen. Menabrea insisteva:

«... Il conte Derby sembra fare assegnamento sull'Italia per difendere gli interessi comuni nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Egli mi disse di avere dato incarico a sir A. Paget di fare delle aperture in quel senso all'E. V. stessa, come l'E. V. lo suggeriva col suo telegramma dell'8 marzo corrente.»

Il ministero degli Affari Esteri taceva dal giorno 8. Depretis si era dimesso il 9; la crisi ministeriale si chiuse il 24 con la nomina di Benedetto Cairoli alla presidenza del Consiglio. Finalmente Roma rispose. Il conte Corti, preso possesso dell'ufficio di Ministro degli Affari Esteri il 26, due giorni dopo non esitava a respingere la mano offertaci dall'Inghilterra, con la seguente incredibile lettera nella quale, non si comprende perchè, limitava al mar Nero e agli Stretti il campo degli accordi proposti anche per il Mediterraneo:

«Roma, 28 marzo 1878.

Signor ambasciatore,

È venuto oggi da me l'ambasciatore d'Inghilterra, e, per incarico avutone dal suo governo, mi ha fatto la comunicazione che già V. E. aveva annunciato.

In previsione dei mutamenti che la presente guerra può arrecare nell'equilibrio di forze finora mantenutosi in ordine alle comunicazioni tra il Mediterraneo e il Mar Nero, i governi più immediatamente interessati in quelle acque dovrebbero, secondo il pensiero del governo della Regina, essere concordi nel considerare la preservazione, per tale rispetto, dei loro interessi commerciali e politici, nel Mar Nero e negli Stretti, e, in conseguenza, qualsiasi atto che miri a violare quegli interessi, siccome questione di generale portata; e però di tempo in tempo, per quanto la cosa riesca praticamente possibile, dovrebbero procedere ad accordi circa le misure che fossero per essere necessarie per la preservazione di quegli interessi.

Ho risposto a sir Augustus Paget che il governo del Re annette molto pregio a tenersi col governo Britannico nelle più cordiali e intime relazioni; che senza dubbio l'Inghilterra e l'Italia hanno, in materia di commerci, degli interessi comuni per ciò che concerne il regime degli Stretti e del Mar Nero; che saremo quindi sempre lieti di ricevere e di prendere nella più seria considerazione le comunicazioni e le avvertenze che il governo della Regina fosse per farci pervenire in proposito; che, però, il governo di Sua Maestà non stimerebbe di poter prendere, a tale riguardo, degli impegni che possano condurlo ad una azione.

Della comunicazione fattami dall'ambasciatore britannico e della mia risposta, mi giova pigliar nota in questo mio dispaccio destinato a personale informazione dell'E. V. Gradisca ecc.

L. Corti.»

Dinanzi alla inconsistenza della politica italiana, lord Derby — il quale aveva probabilmente fatto assegnamento sull'Italia per la riuscita del suo piano diplomatico, dove, secondo la promessa fatta all'on. Crispi, era certamente la garanzia degli interessi italiani dinanzi al ventilato ingrandimento dell'Austria, — dovette pensare molto male dei “nipoti di Machiavelli„, e si affrettò a dimostrarsi zelante degli interessi... austriaci. Tantocchè al Congresso riunitosi il 13 giugno di quell'anno 1878 in Berlino, nella seduta del 28 giugno fu uno dei plenipotenziarii inglesi, lord Salisbury, quello che “esaminata la gravità delle condizioni della Bosnia e dell'Erzegovina, e l'impossibilità nella Turchia di farvi fronte„, propose che “quelle due provincie fossero occupate militarmente e amministrate dall'Austria-Ungheria„.

E il principe di Bismarck — che forse aveva invano atteso chi gli continuasse i discorsi fattigli in nome del Re d'Italia dall'on. Crispi a Gastein e a Berlino — si affrettò ad associarsi, in nome della Germania, alla proposta del marchese di Salisbury.

L'Italia era assente; e il conte Corti che la rappresentava al Congresso, non seppe neppure tacere. Chiese al plenipotenziario austriaco, Giulio Andrássy, “se era in grado di fornire sulla combinazione proposta qualche ulteriore spiegazione dal punto di vista dell'interesse generale dell'Europa„. E lo Andrássy non rispose alla vana domanda, ma disse semplicemente “essere convinto che il punto di vista europeo, che aveva ispirato il governo austro-ungarico, sarebbe stato apprezzato dal gabinetto italiano, come era stato apprezzato dagli altri gabinetti„.

Non mancò neppure l'adesione della Francia. Il primo plenipotenziario di quella potenza, il signor Waddington, espresse l'opinione che “la combinazione indicata dal gabinetto inglese era la sola che assicurasse un'esistenza tranquilla alle popolazioni della Bosnia e della Erzegovina, e che l'intervento dell'Austria-Ungheria dovesse considerarsi come una misura di polizia europea„.

Quest'adesione non poteva mancare. Come l'Inghilterra ebbe l'isola di Cipro — con una convenzione stipulata con la Turchia precedentemente al Congresso (4 giugno) — la Germania cercò il suo vantaggio nel salvaguardare gl'interessi della Russia e accaparrarsene la riconoscenza — e l'Austria-Ungheria ebbe la Bosnia e l'Erzegovina, — così la Francia, negli accordi del retroscena, ebbe concessa la facoltà di occupare la Tunisia quando avesse voluto.

La concessione di questa facoltà — la quale spiega l'ambigua condotta tenuta nella questione tunisina dal gabinetto inglese, dinanzi alle rimostranze dell'Italia — è stata per molti anni affermata e negata. Ma dubitare di essa non si può più.

Il Gambetta — lo scrisse il gen. Cialdini il 26 giugno 1880 — “rammentò come all'indomani del trattato di Berlino la Francia fosse consigliata dal principe di Bismarck, fosse spinta, eccitata da lord Beaconsfield, a prendersi Tunisi, senza che la Germania e l'Inghilterra si preoccupassero punto nè poco delle aspirazioni e delle convenienze italiane„.

Il Waddington stesso ebbe cura di vantarsi di quella concessione, come di un grande successo della sua carriera. Ciò è ben messo in luce nella lettera che segue dell'ambasciatore Tornielli all'on. Crispi:

«Londra, 9 gennaio 1894.

Nella campagna elettorale che riuscì sfortunata per il sig. Waddington, questi, giustificando l'operosità sua a prò della Francia nel servizio diplomatico, addusse in una lettera pubblicata nei giornali, fra gli altri titoli di merito, lo aver egli durante il Congresso di Berlino e mediante una segreta stipulazione con l'Inghilterra, ottenuto per la Francia «carte blanche» a Tunisi, sicchè potè essere più tardi stabilito il protettorato francese senza che occorresse alcun incidente europeo.

Mentre era al governo lord Salisbury, quando io, in obbedienza alle insistenti istruzioni del R. governo, dovetti ripetutamente urtarmi contro le evasive sue risposte alle nostre comunicazioni intese a conseguire che il Gabinetto di Londra s'interessasse al par di noi nella questione di Biserta, non mancai di riferire che, a parer mio, questo ministro britannico che era stato plenipotenziario al Congresso di Berlino, doveva essere trattenuto in questa questione dai personali impegni colà presi appunto col sig. Waddington. Quelle che erano supposizioni, suggerite dal singolare contegno di lord Salisbury, divennero in me quasi una certezza durante un colloquio avuto con lord Rosebery nel luglio 1893, quando incidentalmente S. S. affermavami che l'occupazione della Tunisia per parte della Francia era stata, tra questa e le altre potenze, regolata all'epoca del Congresso di Berlino.

La lettera recente del sig. Waddington ai suoi elettori toglie di mezzo ogni incertezza. Non è l'antico ambasciatore francese a Londra persona tale da equivocare nell'uso di parole delle quali perfettamente conosce il proprio significato ed il valore. Non ho veduto il testo francese del suo scritto, ma ne ho sotto gli occhi la versione inglese data dal Times: «Finally, by a secret stipulation with England, I obtained carte blanche for France in Tunis, which later on permitted us to establish there our protectorate without the occurrence of any european incident». Se il sig. Waddington ha scritto che una stipulazione segreta ha avuto luogo con l'Inghilterra, ciò vuol dire che un impegno scritto esiste. E le ultime parole da lui adoperate indicherebbero che altre Potenze dovrebbero averne avuta notizia senza muovere contro la medesima alcuna obiezione. Questa interpretazione sarebbe conforme a ciò che lord Rosebery ebbe a dirmi occasionalmente.»

È da notarsi che i plenipotenziarii italiani a Berlino ebbero un vago sospetto di accordi altrui relativi alla Tunisia, stipulati o in via di stipulazione. Infatti il 18 luglio 1878, cinque giorni dopo la firma del trattato, l'ambasciatore di Launay telegrafava a Roma:

«Il serait prudent d'avoir l'œil ouvert à Paris relativement à des combinaisons éventuelles se rattachant à Tunis.»

Questo avvertimento, trasmesso all'ambasciatore a Parigi, irritò questi, ch'era il general Cialdini, il quale rispose il 18:

«En réponse à votre télégramme d'avant-hier soir concernant la question de Tunis, j'envoie aujourd'hui à V. E. nouveau rapport aussi rassurant que possible. Je prie de faire savoir à S. E. l'ambassadeur de S. M. à Berlin qu'il serait prudent d'avoir l'œil ouvert sur le prince de Bismarck relativement à des combinaisons éventuelles se rattachant à la Hollande.»

L'ironia del gen. Cialdini era fuor di luogo, perchè la combinazione relativa alla Tunisia era un fatto reale; ma non a Parigi bisognava tener gli occhi aperti, siccome consigliava il di Launay: sarebbe stato, invece, più opportuno averli tenuti aperti a Berlino.

Il conte di Launay, il quale, se non un'aquila, era un diplomatico zelante, cercò di approfondire il mistero. Le informazioni, però, a lui fornite dai suoi colleghi, glielo resero impenetrabile.

L'ambasciatore inglese, lord Odo Russell, gli disse che “le idee della Francia per una presa di possesso della Tunisia, o almeno per un protettorato, avevano fatto notevoli progressi, e che bisognava badare a non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti„; il sig. Radowitz espresse l'opinione che delle “insinuazioni„ fossero state fatte al sig. Waddington, il quale aveva “décliné d'entrer en pourparlers, même académiques„. Cosicchè, facendo delle ipotesi per non potersi fondare sul sodo di notizie sicure, il di Launay argomentava che dal suo stesso punto di vista l'Inghilterra doveva desiderare che l'Italia, a preferenza della Francia, si rafforzasse nel Mediterraneo, e che eziandio la Germania avrebbe preferito che la Tunisia cadesse in mani italiane, anzichè in mani francesi. Quindi, niente paura. “È evidente — concludeva — che noi non potremmo consentire che la Reggenza divenisse provincia francese per essere all'occorrenza base d'operazione, sia ad organizzare insurrezioni nel nostro territorio, sia per paralizzare, in caso di guerra, i nostri movimenti nel Mediterraneo. La Francia ci stringe di già abbastanza con la Savoia, Nizza, l'Alto Delfinato, la Corsica, ecc., perchè possiamo consentire a farle prendere altre posizioni strategiche a nostro danno„.

La politica seguita dall'on. Benedetto Cairoli — che fu presidente del Consiglio quasi ininterrottamente dal marzo 1878 al maggio 1881 — mantenne l'Italia nell'isolamento. Le simpatie del Cairoli volgevano verso la Francia; ma mentre egli non otteneva ufficialmente che il governo di quel paese tenesse in equa considerazione gl'interessi italiani, mantenendo intelligenze e avendo quasi degli occulti compromessi con le individualità più spiccate del partito repubblicano non al potere, faceva gran conto di costoro, che facilmente, appunto perchè senza responsabilità pubblica, largheggiavano in proteste di amicizia. Di fronte all'Austria, egli, appartenente a famiglia lombarda nobilissima per patriottismo, non seppe, salendo al ministero, spogliarsi dei ricordi delle lotte passate e considerare l'ufficio con la serenità fredda e obbiettiva dell'uomo di Stato. Non risulta che egli facesse dell'irredentismo stando al governo; ma molti, i quali pubblicamente gli si dicevano amici, erano irredentisti militanti, e il complesso della sua azione accennava per lo meno a tolleranza verso le agitazioni anti-austriache, mentre il partito costituzionale e la stampa sua non reagivano con un vigore apprezzabile.

Quelle agitazioni, invero, fecero all'Italia molto male; e non erano serie, sia che gli irredentisti pensassero alla possibilità di strappare all'Austria le Provincie italiane con le armi in pugno, sia che immaginassero di rivendicarle coi clamori. Ci fecero molto male anche perchè popolarizzarono in Austria il concetto che la lotta all'irredentismo italiano si identificava con la difesa dei principii sui quali poggia la saldezza dell'Impero, e resero, quindi, più difficile una futura consensuale rettifica delle frontiere, che ogni patriota italiano deve desiderare.

Crispi pensò sempre che l'Italia avesse sommo interesse ad ottenere le sue frontiere naturali; ma ritenne che incombesse alla diplomazia il definire la questione, e che gl'irredentisti non ottenessero altro scopo che quello di rinviare all'infinito tale definizione.

Fu denunziato più volte a Vienna e a Berlino che l'irredentismo in Italia, come certe manifestazioni panslaviste in Russia, erano macchine da guerra montate dal partito d'azione francese, — delle quali le polizie austriaca e tedesca pretesero di aver sorpreso le fila, tese specialmente nelle nostre loggie massoniche — allo scopo d'inimicare l'Italia all'Austria e alla Germania, anche suscitando in Italia un movimento repubblicano con tendenze irredentiste per paralizzare l'Austria e renderne l'alleanza inutile alla Germania. Per una strana e infelice coincidenza, quella denunziata propaganda in Italia del partito d'azione francese si svolgeva mentre la politica della Consulta sembrava considerasse l'Austria come una nemica naturale nostra e delle subnazionalità del Danubio e dei Balcani. E le diffidenze del governo di Vienna non poterono mancare. Esse dettero giorni molto amari alla Consulta. In settembre 1879 il colonnello Haymerle, già addetto militare all'ambasciata austriaca presso il Quirinale retta da suo fratello, espose in un opuscolo intitolato «Italicae res» gli argomenti secondo i quali, dal punto di vista austriaco, l'irredentismo era fondato sull'errore e doveva avere l'Austria irremovibilmente avversa. Questa pubblicazione suscitò polemiche senza fine. Poco dopo, nei primi del 1880, irritò grandemente l'Austria il fatto che ai funerali del generale Avezzana, presidente dell'Irredenta, due ministri e un segretario generale avevano retto i cordoni del feretro insieme al sig. Matteo Imbriani, fanatico irredentista. Non soddisfatto delle spiegazioni date dall'on. Cairoli, il governo austriaco assunse un'attitudine minacciosa. Il 31 marzo il Comando del III Corpo d'Armata a Verona informava il ministero di truppe raccolte alla frontiera sotto il comando dell'arciduca Alberto; ve ne erano a Bezzecca, a Pieve di Ledro e a Riva; l'arciduca era ad Arco col suo Stato Maggiore. Il 10 aprile l'ambasciatore a Vienna, conte di Robilant, avvertiva che l'avvicinamento delle truppe austriache nel Tirolo doveva considerarsi come una minaccia.

Gl'incidenti sollevati ad ogni momento continuarono a tenere accesi gli animi per tutto il 1880 e oltre. Il 14 aprile il deputato Cavallotti fu espulso da Trieste; in giugno l'Austria disapprovava la conversione dei beni del Collegio di Propaganda Fide, ritenendo questo come un'associazione internazionale; in agosto si opponeva alla concessione di decorazioni italiane a cittadini del Tirolo e di Trieste; in ottobre protestava contro la deliberazione del Comitato dell'Esposizione Nazionale di Milano pel 1881, di ammettere espositori delle provincie di lingua italiana appartenenti all'Impero. E altri incidenti che non giova ricordare si verificarono finchè l'on. Cairoli tenne la direzione del Governo e della politica estera, cioè sino alla fine di maggio 1881.

L'on. Cairoli cadde dal potere in seguito al protettorato imposto dalla Francia alla Tunisia; la sua inabilità, che poteva condurci ad una guerra contro l'Austria, ci condusse, invece, ad un disastro morale e politico nel campo ch'egli prediligeva.

La spinta data alla Francia a rivolgere la sua attività verso la Tunisia, fu molto abile; fatalmente, il principe di Bismarck allontanava dall'Europa lo spirito ambizioso dei francesi. I quali, nonostante considerassero dapprima l'offerta come un inganno, e come un delitto il distrarre energie e pensare ad altro che non fosse la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena, si compiacquero poco alla volta di trovare in Africa un compenso materiale e un temporaneo conforto morale alle sconfitte subite; e forse qualcuno, chissà? pensò alle nuove forze che la Francia avrebbe trovate nell'Africa da gettare un giorno sulla bilancia dei destini d'Europa. In un rapporto del 18 luglio 1878, l'ambasciatore Cialdini scriveva:

«Conviene riconoscere essere divenuto un dogma repubblicano (almeno per ora) che la Francia non debba permettersi conquista od annessione alcuna, prima di avere rivendicate e ricondotte alla repubblica le perdute Provincie dell'Alsazia e della Lorena.»

Se la Francia avesse badato soltanto a non offendere le suscettibilità e gl'interessi italiani, la Tunisia sarebbe ancora aperta alla libera attività delle due nazioni. Ma alla Francia premevano sopratutto le ragioni della sua efficenza internazionale e della sua potenza. Che pretendeva l'Italia, isolata ed inerme? Che la Francia ansiosa di dominio, vedendo la via libera da ostacoli materiali, si astenesse per considerazioni di equità e di simpatia verso un giovine Stato sorto inopportunamente, che si atteggiava a suo rivale? Questo potè pensarlo chi della politica internazionale aveva un concetto puerile. Spettava al governo italiano, il quale vide nascere il pericolo e potè seguire, sulle diligenti informazioni del generale Cialdini, l'evoluzione dell'opinione francese circa l'utilità di quell'impresa, di prevenirla, di assicurare lo statu quo del Mediterraneo mediante le alleanze alle quali ricorse troppo tardi.

L'on. Cairoli non ha scusa poichè dal 1878 al 1881 fu tenuto esattamente al corrente delle intenzioni del gabinetto francese rispetto a Tunisi.

In un primo periodo fu riconosciuto formalmente dalla Francia il diritto dell'Italia a non essere chiusa nel suo mare, e il Cialdini riferiva il 19 agosto 1878 le seguenti dichiarazioni del signor Waddington, ministro degli Affari esteri e di Gambetta:

«Che la questione di Tunisi non era mai stata posta sul tappeto e che non se n'era nemmeno parlato a guisa di passeggera conversazione nel Consiglio di ministri. Aggiunse che se in seguito alla posizione fatta alle Potenze mediterranee dal Congresso di Berlino e sovratutto dal trattato anglo-turco, sorgesse la necessità o la convenienza di prendere qualche misura di precauzione nel bacino del Mediterraneo a tutela degli interessi francesi, non si farebbe nulla, assolutamente nulla, senza previo e completo accordo con l'Italia. Aggiunse che a parer suo, si perde sovente in profondità ed in forza ciò che si guadagna in estensione e superficie; che Algeri è un inciampo, un peso, una debolezza per la Francia; quindi essere egli personalmente contrario all'acquisto di Tunisi.

Pur tuttavia — seguitò — l'avviso altrui potrebbe prevalere, ma io vi dò la parola d'onore che sino a quando io farò parte del governo francese, nulla di simile sarà tentato, nessuna occupazione avrà luogo di Tunisi o di altro punto, senza andare di concerto con voi, senza prima riconoscere il diritto che avrebbe l'Italia di occupare un altro punto d'importanza relativa e proporzionata.

Ieri al tardi venne da me il sig. Gambetta, al quale io desiderava parlare nuovamente su questo argomento. Egli mi rinnovò con maggior calore ed espansione le assicurazioni già datemi tempo addietro, che il governo francese attualmente al potere ed il partito repubblicano che lo sostiene, non avevano pensato mai all'occupazione di Tunisi; cosa che non entrava punto nelle loro viste. E se mai arrivasse giorno in cui fossero condotti ad occuparsi di un simile progetto, essi si porrebbero anzitutto d'accordo coll'Italia, non potendo convenire alla Francia di farsene una nemica irreconciliabile; mi pregò di dire al governo del Re che, a parer suo, fra i vari risultati del Congresso di Berlino spicca la necessità di unirsi sempre più, massime poi sulle questioni orientale e mediterranea.

Le dichiarazioni somigliantissime di questi due uomini politici mi sembrano rassicuranti, perchè mi sembrano sincere.»

In un secondo periodo ferve a Tunisi la lotta d'influenza; due consoli bellicosi, Roustan e Macciò, si disputano il terreno. Col gen. Cialdini, il 26 giugno 1880 il presidente della Repubblica, Grévy, deplorava che la questione di Tunisi — la quale, secondo lui, non valeva un sigaro da due soldi — potesse divenire cagione di dissidio; e il ministro Freycinet si augurava di poter conciliare i desideri italiani con gl'interessi della Francia. Ma Leone Gambetta “forse più franco, certamente più chiaro„, diceva l'Italia non dovere contrastare l'influenza francese in Tunisia. Non voleva essa tener conto della prudenza e della moderazione di cui la Francia dava prova astenendosi dal prendersi un paese offertole da tutte le Potenze?

L'on. Cairoli credette che a trattenere la Francia, sulla via nella quale ora non più involontariamente procedeva, bastassero le dichiarazioni sentimentali sulla fratellanza dei due popoli, le proteste delle sue pure intenzioni, la minaccia di mutare indirizzo politico. Codesti argomenti verbali non fecero alcuna impressione; ma la sollecitudine, invece, dimostrata dal Cairoli per il tronco di ferrovia Tunisi-Goletta e per il cavo telegrafico Sicilia-Tunisi, cioè per due iniziative non private, ma in realtà del governo italiano e tali quindi da dare a questo una maggiore influenza politica, quella sì che fece impressione, anzi allarmò la Francia, la quale andava abituandosi a considerare prevalenti i propri interessi nella Reggenza. E così il Freycinet, il 9 luglio 1880, modificò le dichiarazioni fatte il 19 agosto 1878 da Waddington: “La Francia non pensa ora ad occupare Tunisi, ma l'avvenire sta nelle mani di Dio„. E rifiutò di consentire alla concessione da parte del Bey della posa di un cavo diretto indipendente tra Tunisi e la Sicilia.

La esclusività dell'influenza francese divenne nel terzo periodo lo scopo del gabinetto di Parigi. Si era ancora lontani dalla decisione di un'azione militare, ma era entrata in azione una gran forza, l'opinione pubblica; la quale, aizzata dalla stampa, finì con l'esercitare un'azione determinante sul Governo. Gli speculatori non mancarono di ispirare i sentimenti che dividono e furono denunziati anche alla Camera francese; si disse anche che individualità spiccate, le quali circondavano il Gambetta, si preoccupassero di far denaro. Pochi pubblicisti, come Mad. Adam, tentarono a Parigi di opporsi alla corrente, non riuscendo ad altro che a farsi accusare di poco patriottismo.

Prevedendo che un giorno o l'altro sarebbe stato spinto ad occupare la Tunisia, il Freycinet si preoccupava naturalmente delle conseguenze di tal fatto. Il 25 luglio 1880 il nostro ambasciatore era in visita presso di lui, quando ad un tratto il Freycinet gli disse:

«Ma perchè vi ostinate a pensare a Tunisi, dove la vostra concorrenza può turbare un giorno o l'altro i nostri buoni rapporti, perchè non volgereste piuttosto gli occhi su Tripoli, nel qual luogo non avreste a lottare con noi, nè con altri?»

Queste parole — osservava il Cialdini — mi ricordarono una frase analoga sfuggita al duca Decazes, e dovetti convincermi sempre più che esiste un pensiero politico permanente, tradizionale rispetto alla costa mediterranea dell'Africa, pensiero a cui tutti i partiti si mostrano ossequenti e si studiano di custodire, trasmettere e sviluppare.

Risposi che una simile indicazione mi rammentava il consiglio dato da Bismarck a Napoleone III di prendersi il Belgio e lasciare la provincia Renana in pace; che noi non aspiravamo a Tripoli più che a Tunisi, ma desideravamo soltanto che codeste Reggenze fossero mantenute in statu-quo. Aggiunsi che di Tripoli non occorreva parlare neanche a titolo di compenso, se mai la Francia occupasse Tunisi un giorno, a meno che Tripoli non cessasse di far parte dell'impero turco.

L'avvenire è nelle mani di Dio (frase prediletta del sig. Freycinet) e potrebbe darsi, seguitò egli a dire, che un giorno, senza dubbio lontano, la Francia fosse condotta dalla forza delle cose ad occupare e ad annettersi la Reggenza di Tunisi. Noi non vorremmo che ciò avvenisse, se pur deve avvenire, a prezzo dell'amicizia che ci lega all'Italia e che desideriamo sinceramente di conservare. Voi partite ed io pure partirò in breve. Ci rivedremo ai primi di ottobre e ripiglieremo allora a parlare di questo argomento nella certezza che gli animi si saranno calmati in Italia ed in Francia e che potremo ragionare tranquillamente. Io potrò dichiararvi che la Francia non pensa punto nè poco all'occupazione di Tunisi; ma siccome l'avvenire è nelle mani di Dio e potendo accadere, in tempo più o meno remoto, che la Francia fosse proprio spinta dalla necessità d'una situazione qualsiasi ad occupare la Tunisia, io vi dichiarerò in pari tempo che, se un caso simile si presentasse, l'Italia ne sarebbe avvertita con ogni possibile anticipazione, ed ajutata dalla nostra influenza cordiale ad ottenere nel bacino del Mediterraneo un compenso proporzionato e sufficiente, affine di conservare l'equilibrio della rispettiva preponderanza.»

Appariva manifesto che l'occupazione della Reggenza da parte della Francia era questione di tempo; il Cialdini avvertì che l'unica via per impedirla era di “promuovere altre combinazioni„.

Alla fine di settembre assunse la direzione del Quai d'Orsay il sig. Barthélemy di Saint-Hilaire (ministero Ferry), e il Cairoli, sebbene ne fosse evidente l'inopportunità, ordinò al Cialdini di insistere affinchè il Gabinetto di Parigi non contrastasse la concessione del filo telegrafico diretto e indipendente dalla rete telegrafica francese. Il Cialdini, sebbene riluttante, obbedì e non ottenne nulla:

«Non si tratta — scriveva il 20 novembre — di buone ragioni.... ma semplicemente di un programma politico che la Francia ha adottato e non abbandonerà più. L'influenza francese, cacciata dall'Europa dal principe di Bismarck, s'è abbattuta sull'Africa, dove non teme di urtarsi con la Germania. Noi non riusciremo ad ottenere alcuna concessione dalla Francia con dei ragionamenti e delle mosse diplomatiche. È questa, da molto tempo, la mia convinzione. La Repubblica sa bene che questa politica ci ferisce e allontana — e bisogna riconoscere che di ciò essa non si preoccupa.»

Il 1.º febbraio 1881 il console italiano a Tunisi, Macciò, telegrafa a Roma:

«Oggi il Console francese ha informato il Bey che, considerate le condizioni attuali della Tunisia, la Sublime Porta ha deciso di destituirlo e di mandare Keredine ad amministrare il paese. La Francia essendo a ciò assolutamente contraria, era obbligata a fare una dimostrazione navale, e poichè questa avrebbe dato luogo nell'assemblea a interpellanze spiacevoli, era opportuno che Sua Altezza chiedesse l'invio di una squadra alla Goletta. Il Bey ha risposto che si rifiutava di credere al prospetto attribuito alla Sublime Porta, che non stimava di dover esprimere alla Francia il desiderio della dimostrazione navale, nè aveva da dare consigli su tale argomento.

È il Bey stesso il quale ha desiderato che io v'informassi di quanto precede.»

Interrogato sulla verità del fatto denunziato dal Macciò — che sarebbe stato un tentativo per ottenere dal Bey stesso la domanda di protettorato — il signor Barthélemy rispose che si trattava di una favola; ma il Cialdini, pur prestando fede allora alla sincerità del Ministro, non escludeva che a Tunisi il console Roustan obbedisse a ordini di persone più potenti del ministro degli affari esteri, appunto in quei giorni combattuto aspramente sui giornali devoti al Gambetta.

Il Bey, informato che a Parigi smentiscono la pressione tentata su di lui dal console francese, fa trascrivere il discorso tenutogli da quest'ultimo, e manda a Roma copia autentica del protocollo relativo. Messo il documento sotto gli occhi del Barthélemy, questi dichiara di non credere alla sua veridicità. Però, informazioni raccolte dal gen. Cialdini anche presso il suo collega d'Inghilterra, assodano che il Barthélemy aveva lui stesso consigliato la mossa al Roustan e che per aiutarne la riuscita aveva mandato due navi da guerra nelle acque tunisine.

Fallito questo piano, si diffonde la voce che la potente tribù dei Krumiri aveva fatto incursioni sul territorio algerino, e minacciava il tronco ferroviario francese Bona-Guelma; s'insinua anche la possibilità di una esplosione del fanatismo religioso in Algeria. La stampa francese s'impadronisce del tema e commuove l'opinione pubblica: il governo fa partire da Tolone navi e truppe “per non sguarnire l'Algeria in circostanze così gravi„!

Grande emozione in Italia; il Ministero Cairoli è in pericolo e domanda spiegazioni. Il Barthélemy, il 6 aprile, assicura il gen. Cialdini che l'invio di un considerevole corpo di truppe non ha altro scopo che di punire le tribù alla frontiera algerina — e che il governo francese “non pensa punto ad un'occupazione militare permanente e meno ancora all'annessione della Tunisia„. L'indomani le stesse spiegazioni sono rinnovate con questa aggiunta, che “ingaggiata la lotta non poteva prevedersi quello che sarebbe stato necessario di fare„. Intanto la Camera francese votava quel giorno stesso, 7 aprile, un credito di lire 5,695,000 per la spedizione militare.

Varcata la frontiera tunisina senza incontrare alcuno ostacolo, facendo, come fu detto a Parigi, al Palazzo Borbone, “une promenade militaire„, le truppe della Repubblica si avvicinano a Tunisi e le navi da guerra sbarcano soldati a Biserta. L'11 maggio il ministro Barthélemy informa l'ambasciatore Cialdini che le truppe non entreranno in Tunisi se il Bey firmerà il trattato che gli verrà sottoposto; che l'occupazione militare cesserà appena avuta la prova della buona fede del Bey e del suo rispetto al trattato, e che anche Biserta sarebbe stata evacuata subito dopo.

Il trattato, così detto di garenzia, fu firmato l'indomani, 12 maggio, dal Bey e dal generale comandante le truppe invadenti. Il Bey, che invano si era rivolto alle Potenze, accettò tutto quello che gl'imposero, consenti anche l'occupazione militare come gliela chiesero, cioè ristretta a taluni punti, sino al ristabilimento dell'ordine.

La Francia non si arrestò al trattato. L'agitazione naturalmente sorta nella Tunisia per l'invasione straniera, dette argomento a estendere le operazioni di guerra. Un nuovo credito di 14 milioni fu approvato dal Parlamento; il 12 luglio la squadra francese occupava Sfax, il 24 luglio Gabes; il 9 ottobre le truppe repubblicane entravano a Tunisi.

Così la Francia conquistò la Reggenza.

Tutte le promesse fatte al gen. Cialdini dai tre ministri che trattarono la questione, Waddington, Freycinet, Barthélemy, furono, una dopo l'altra, violate, e l'ingenua fiducia del Cairoli fu molto male ricompensata. Alla Camera italiana il Cairoli, prima che l'azione francese raggiungesse i fini propostisi, si difese mettendo innanzi la sua buona fede — innegabile come la sua incapacità — e si fece garante che i francesi si sarebbero ritirati dalla Reggenza appena vinti i Krumiri; ma Crispi lo ammonì: “Bisogna aver dimenticato la storia, per credere che l'esercito francese, dopo punite le tribù ribelli, uscirà dalla Tunisia„.

Il Cairoli dichiarò, altresì, in Parlamento, di avere con l'Inghilterra “una identità di idee nell'apprezzare la questione di Tunisi„, e volle così smentire quelli che affermavano “immaginarii isolamenti„.

Non si comprende perchè un uomo probo come il Cairoli affermasse cosa talmente lontana dal vero. Bisogna supporre che egli non leggesse i documenti, o che, letti, li dimenticasse; perchè i documenti della Consulta contenevano la prova del contrario.

Il 7 gennaio 1879 conversando col marchese Menabrea, ambasciatore d'Italia a Londra, il ministro Salisbury, interrogato sulle voci dei giornali, secondo le quali anche il governo della Regina spingeva la Francia ad annettere la Reggenza di Tunisi all'Algeria, rispose ch'egli “stava neutro nella questione„, cioè si asteneva, e che aveva dichiarato alla Francia “che scorgendo l'Italia contraria ad un tale divisamento, lasciava che quelle due Potenze se la intendessero fra loro„. Il 13 febbraio dello stesso anno il Menabrea, avendo domandato al Salisbury che l'Inghilterra facesse una dichiarazione di voler mantenere lo statu quo in Tunisia, il Salisbury “si astenne da nulla promettere circa la dichiarazione dianzi suggerita„. L'11 luglio 1880 lo stesso Menabrea riferiva aver il ministro conte Granville dichiarato “che la Tunisia essendo uno Stato indipendente, salvo i diritti della Sublime Porta, l'Inghilterra non poteva intervenire in quelle questioni che si riferiscono al governo interno della Reggenza„. Il 22 di quel mese il Cairoli ritenendo che l'atteggiamento inglese potesse mutarsi, insisteva: “A noi non sembra ammissibile.... che le altre Potenze, l'Inghilterra in specie, vogliano accogliere una teoria [cioè che la Tunisia dovesse considerarsi come un'appendice dell'Algeria] che già fin d'ora turberebbe l'equilibrio delle forze nel Mediterraneo„. Ma il Granville rispondeva il 29 luglio “che l'Inghilterra non avendo che interessi secondarii nella Tunisia, non voleva intervenire nei dissensi insorti tra noi e la Francia, a meno di esservi direttamente invitata„ — e non occorre avvertire che il nobile lord era sicuro di non ricevere un invito simile dalla Francia!

Naturalmente, le cose non mutarono quando la crisi fu prossima; il 17 febbraio 1881 toccò a lord Lyons, ambasciatore britannico a Parigi, di avvertire il generale Cialdini che l'Inghilterra “teneva molto a non far nulla che possa dispiacere alla Francia„.

Alla Consulta si presumeva allora di sapere quale fosse la politica che nel Mediterraneo convenisse all'Inghilterra; e su tale presunzione si fondava. Anche dappoi abbiamo vissuto di illusioni su questo argomento, perchè in realtà, tranne durante un periodo del quale ci occuperemo più avanti, l'Inghilterra ha trovato sempre il suo interesse nell'intendersi con la Francia.

Può darsi che al 1878 i ministri inglesi avessero sull'avvenire della Tunisia le idee che loro attribuiva uno scrittore francese, il Constant d'Estournelle:[13]

“Du jour où le gouvernement anglais constate que la Tunisie est condamnée et qu'une intervention étrangère y est inévitable, entre quelles mains doit-il souhaiter de la voir tomber? les notres ou celles de l'Italie? Entre les notres sans aucun doute. De deux maux on choisit le moindre. Il a tout intérêt à ne pas abandonner à l'Italie la garde du vaste goulet qui met en communication les deux bassins de la Méditerranée. Son action en 1871 auprès du cabinet de Florence en était déjà une preuve. Or l'Italie serait maîtresse de ce passage, dans le cas où le promontoire tunisien qui s'avance vers la Sicile lui appartiendrait. Possédant, avec la Sardaigne et l'îlot de Pantellaria, la pointe du cap Bon, le sommets de Carthage, Bizerte, on peut dire qu'elle commanderait les communications maritimes de l'Europe avec l'Orient et qu'elle pourrait, au besoin, sinon les arrêter tout à fait, du moins les gêner considérablement. Il est clair que ce n'est pas l'Angleterre qui favorisera jamais la création d'une pareille entrave et qui s'exposera à faciliter l'interception de la grande route que sillonnent aujourd'hui librement par milliers ses bâtiments. Elle a tout avantage, au contraire, à ce que les deux côtes du passage appartiennent à deux puissances différentes: c'est pour elle le plus sûr moyen d'en assurer la neutralité„.

La conquista francese di Tunisi non fu discussa alla Camera italiana; il ministero Cairoli si ritirò il 14 maggio, appena potè apprezzare l'effetto prodotto in tutta l'Italia dalla notizia del trattato del Bardo. L'on. Crispi che aveva diretto gli oppositori con moderazione, era in predicato di succedergli; ma i capi della Sinistra furono concordi, come sempre, nel volerlo lontano dal governo. Dissero che il nome di Crispi suonava guerra alla Francia, e non era prudente. In realtà, Crispi aveva, pochi giorni prima, ripetuto alla Camera che “un conflitto tra la Francia e l'Italia sarebbe una guerra civile„ e aveva deplorato che le buone relazioni tra i due paesi fossero state compromesse da una politica imprevidente e leggera. Non può infatti negarsi che se i diritti dell'Italia fossero stati validamente difesi, il governo francese non avrebbe potuto con l'impresa di Tunisi alzare una barriera tra i due Stati.

Quell'impresa ci offese dippiù pel modo onde fu compiuta e per l'alterigia con la quale ci si trattò. Eravamo isolati, deboli, con le finanze in disordine, in conflitto con l'Austria; e la Francia non soltanto profittò di tali circostanze per cacciarci da un paese vicinissimo al nostro e dove avevamo interessi maggiori dei suoi; ma s'irritò delle nostre naturali e legittime proteste, e aggiunse all'azione prepotente le minacce, e colpì col disprezzo l'ira nostra impotente.

È vero — come si affermò — che se l'Italia avesse risposto al protettorato francese sulla Tunisia con l'occupazione della Tripolitania, avrebbe trovato le grandi Potenze neutrali e l'appoggio dell'Inghilterra?

Un giornale inglese, lo Standard, pubblicò (22 o 23 maggio 1881) un documento diplomatico sin allora inedito, nel quale si affermava che in una conversazione tra i signori Waddington, Corti e lord Salisbury era stato convenuto che l'Italia potesse occupare la Tripolitania, se la Francia si fosse annessa la Tunisia.

Il conte Corti — che era in quei giorni ambasciatore a Costantinopoli — si affrettò a mandare una smentita con la fretta che avrebbe posta nel respingere una insinuazione ingiuriosa:

«Siffatta conversazione — egli scriveva il 24 maggio — non è mai seguìta, nè a Berlino, nè altrove. I plenipotenziari d'Italia non avevano missione di trattare della distribuzione di territori appartenenti ad altre potenze, all'infuori di quelli che costituivano le conseguenze immediate della guerra.

Il documento diplomatico cui si riferisce il telegramma è dunque apocrifo, oppure contiene la relazione d'un colloquio non avvenuto. Per lo che mi presi la libertà di pregare l'E. V. di far smentire l'asserzione del giornale inglese.»

La mentalità del conte Corti è tutta rispecchiata in questa smentita. È chiaro che come diplomatico egli era un pesce fuori d'acqua. Forse sarebbe stato un buon prete.

Il marchese Menabrea, al quale fu telegrafato da Roma il desiderio del Corti, rispose il 31 maggio:

Nel medesimo giorno io telegrafavo in chiaro a codesto ministero nei termini seguenti:

«Le Times publie aujourd'hui un télégramme de Rome informant que M. Corti dément la conversation avec lord Salisbury qu'on lui attribue, pour faire donner Tripoli à l'Italie, dans le cas où Tunis serait annexé à la France. Cette question a provoqué une interrogation de M. Arnold, dans la dernière séance de la Chambre des communes. Sir Charles Dilke a répondu qu'il n'y avait pas eu, au sujet de Tripoli, d'échange de correspondance entre les deux gouvernements anglais et italien. D'autres interrogations ont également eu lieu sur Tunis; elles n'ont amené aucune résolution. — Menabrea.»

La sera stessa del giorno 25, in cui erano stati ricevuti e spediti i telegrammi anzidetti, io incontrai, al ballo di Corte, il sotto-segretario di Stato per gli Affari esteri, sir Charles Dilke, che, fermandosi, mi disse spontaneamente di essere stato sorpreso della smentita data dal conte Corti, imperocchè esistevano al Foreign Office prove, o documenti che fossero, che si riferivano alla sovraccennata conversazione. Egli soggiunse che questa doveva essere, all'indomani, oggetto di una nuova interrogazione nella Camera dei Comuni, ma che egli eviterebbe di entrare in discussione in proposito, rifiutando di dare ulteriori spiegazioni.

Infatti, nella seduta del 26 corrente, ebbe luogo nella Camera l'interrogazione annunziata. Traduco dal Times del 27 maggio il resoconto che vi si riferisce:

«Tripoli e Tunisi — Il sig. Arturo Arnold chiede se vi sia qualche documento della conversazione tenuta da lord Salisbury, relativamente all'occupazione di Tripoli per parte dell'Italia, in compenso dell'ingresso della Francia a Tunisi. Sir Charles Dilke risponde: «Tutte le informazioni che il governo di Sua Maestà è in grado di somministrare sono contenute nei documenti che sono stati deposti sulla tavola della Camera; ed io non sono disposto (I am unwilling) ad essere trascinato, rispondendo all'interpellanza del mio onorevole amico, in una discussione sopra quell'argomento.»

Una tale risposta essendomi sembrata alquanto equivoca, mi recai l'indomani, 27 corrente, dal conte Granville, al quale domandai qualche spiegazione esplicita in proposito, affine di non lasciare pesare un dubbio sopra un fatto pubblicamente smentito.

Il nobile lord mi rispose che non v'era stato scambio di corrispondenza fra i due governi a proposito di Tripoli; che non vi erano documenti ufficiali relativi a quell'argomento; ma nello stesso tempo, mi dichiarò, confidenzialmente, che non poteva rispondermi, nè dirmene di più.

Nel congedarmi dal conte Granville, io gli dissi ridendo:

«Je vois que V. E. fait comme un de nos anciens ministres, le commandeur Galvagno, qui, pressé de donner à la Chambre des explications sur des faits qu'il ne croyait pas devoir discuter, se débarrassa des interpellations en disant ces mots restés célèbres: Je réponds que je ne réponds pas.»

Il nobile lord si mise a ridere dicendomi in francese: Anch'io rispondo che non rispondo.

Io vidi di nuovo il conte Granville l'indomani, 28 corrente, alla serata data nel Foreign Office, in onore del giorno onomastico della Regina. Egli mi prese a parte e mi disse con molto garbo: «Ieri le ho parlato confidenzialmente sulla questione tripolitana, ma mi accorgo che quella mia riserva è inutile, ed Ella è padrone di scrivere che ho risposto ch'io non rispondeva alle di Lei interrogazioni».

Questi fatti mi hanno lasciato l'impressione che, presso il Foreign Office esiste il convincimento che la quistione della cessione di Tripoli all'Italia, in compenso dell'abbandono di Tunisi alla Francia, venne ventilata in qualche conversazione al Congresso di Berlino.

Ho creduto dover mio di riferire questo fatto all'E. V., sia per rispondere adeguatamente al telegramma sopra trascritto di codesto Regio ministero, sia per metterla in grado di apprezzare quale influenza abbiano potuto avere certi incidenti sullo svolgimento della quistione tunisina.»

L'impressione del generale Menabrea era esatta; infatti la cessione di Tripoli all'Italia venne ventilata a Berlino in una conversazione ch'ebbe luogo tra lord Salisbury e il secondo dei plenipotenziarii italiani a quel Congresso, conte di Launay. E questi ne aveva riferito l'11 agosto 1878. Ma alla Consulta non leggevano i documenti?

Il di Launay aveva scritto:

«.... tout récemment, j'ai eu à ce sujet un entretien avec mon collègue d'Angleterre. Je lui parlais des conversations que j'avais eues dans les derniers jours du Congrès avec lord Salisbury, auquel j'exprimais le regret que le Gouvernement anglais ne nous eut au moins pas épargné la surprise d'apprendre par la simple voie des journaux la nouvelle de la convention relative à l'occupation de l'île de Cypre. Le chef du Foreign Office expliquait la chose de son mieux, et laissait entendre à mots couverts que l'Italie à son tour pourrait songer à un agrandissement vers Tripoli ou Tunis. Je n'etais pas autorisé à aborder une discussion à ce sujet.»

Dunque è indiscutibile che lord Salisbury ritenne che un compenso spettasse all'Italia, e se il suo pensiero fu manifestato in maniera che non parve chiaro al di Launay — e si comprende giacchè il ministro inglese non voleva rivelare l'accordo con la Francia — il “velame delli versi strani„ avrebbe dovuto stracciarsi nel 1881, quando la Francia andò a Tunisi.

La violenza adoperata dalla Francia per escludere dalla Tunisia l'influenza italiana, ebbe virtù di determinare in Italia un mutamento radicale nella pubblica opinione. Delusa della Repubblica francese — che la nostra democrazia aveva esaltato in confronto del caduto Impero — essa non vide scampo, per garentirsi da ulteriori sgraffi della sorella latina, che in un ritorno all'alleanza con la Germania.

Per la verità storica è opportuno ricordare che già nel 1880 il conte Maffei, segretario generale del ministero degli Affari esteri, autorizzato dall'on. Cairoli, aveva esplorato ufficiosamente il terreno a Berlino “circa la convenienza di dare ai rapporti fra l'Italia e la Germania un carattere più intimo, e avviarsi ad una vera e propria alleanza„. Il principe di Bismarck gli aveva fatto rispondere “che la via per arrivare a Berlino era quella di Vienna, e che anche colà dovevamo stabilire ottime relazioni se volevamo rinnovare gli antichi legami con la Germania„.

Ministro dell'Interno sotto la presidenza del Cairoli era l'onorevole Depretis, ed è probabile che per consiglio di questi — memore della missione Crispi — il Maffei fosse abilitato a interrogare l'oracolo di Berlino. Ma quando fu conosciuta la risposta del Bismarck, anche il Depretis, il quale divideva gli scrupoli e le esitazioni del Cairoli ad entrare in una via che ci allontanava decisamente dalla Francia, si dichiarò avverso ad un'alleanza con l'Austria.

Tuttavia, il Maffei — così egli raccontava a Crispi — insistette vivamente affinchè non si lasciassero cadere le probabilità offertesi di giungere ad una intelligenza intima con la Germania, sia pure trattando con Vienna.

Era allora Cancelliere austro-ungarico il barone Haymerle, ex-ambasciatore a Roma, che aveva dato prove di concilianti disposizioni in momenti gravi. Ambasciatore in Italia della Germania era il Keudell, il quale, tornando dal congedo, esternò il parere, che protestava esser suo personale, che a Berlino produrrebbe ottimo effetto la stipulazione d'un accordo segreto tra i due capi del governo italiano e dell'austriaco, a' termini del quale entrambi s'impegnassero a mantener la pace fra i loro rispettivi paesi, rinnovando il patto d'anno in anno. Appena questo fosse conchiuso, la Germania ci avrebbe formulato delle proposte circa il miglior modo di stabilire con noi un'alleanza per la reciproca tutela dei nostri interessi.

«Suggerii allora all'on. Cairoli di lasciarmi tastare il terreno in via riservatissima e direi quasi personale, servendomi dell'agente che il barone Haymerle designato m'avea come un intermediario di sua intera fiducia. L'opportunità d'impiegar un tal mezzo fu poco dopo riconosciuta. Inutile osservare che il sig. Keudell veniva spesso a interrogarmi sul risultato delle mie istanze, di cui era tenuto sempre a giorno. Egli approvava il divisamento di condurre le prime trattative in forma strettamente confidenziale. Ho il convincimento eziandio che il barone Haymerle era da Berlino posto al corrente di tutto questo, che vi faceva plauso, e aspettava con impazienza il noto messo. Autorizzatovi alfine, io lo mandavo a Vienna nel gennaio 1881. Non gli davo nulla in iscritto: le mie istruzioni furono verbali. Il patto pacifico da stabilirsi era tal quale lo aveva indicato il principe di Bismarck, per bocca del sig. Keudell, e se io prendevo necessariamente per base il rispetto dei trattati esistenti, mi avvantaggiavo anche di questo argomento per esigere che l'Austria egualmente ammettesse nel modo più solenne l'obbligo suo di non violare le stipulazioni di Berlino con una eventuale maggiore espansione nella penisola balcanica, a danno dell'Italia, e in ispecie per ciò che concerne il littorale adriatico.

«Io dicevo, in sostanza, all'uomo di fiducia del bar. Haymerle: l'Italia vuole bensì essere amica dell'Austria e osservare i suoi doveri, ma a condizione che l'Austria faccia altrettanto. Bisogna che il governo imperiale s'immedesimi dei nostri interessi, della nostra situazione; che tenga conto del nostro sentimento pubblico, il quale si rivolterebbe se un allargamento dell'Austria ancora avvenisse in prossimità del mare Adriatico. Su questo particolare io non potevo essere nè più preciso, nè più esigente, e ne feci uno dei cardini del negoziato.»

L'agente del barone Haymerle andò a Vienna, fece le comunicazioni delle quali il Maffei lo aveva incaricato, e il 17 febbraio 1881, ritornato in Roma, partecipava che il barone Haymerle e il suo ad latus, barone Teckenberg, ritenevano facile l'accordo per un trattato di reciproca neutralità:

«Fatta naturalmente astrazione della Bosnia e dell'Erzegovina, da un eventuale cambiamento del diritto di Stato e di Sovranità, e delle relative pratiche col Sultano riguardo all'avvenire di quei paesi, l'Austria-Ungheria dichiara di rispettare scrupolosamente lo statu-quo in Oriente e di non aver nessunissima idea di oltrepassare menomamente la linea tracciata da detto trattato.

Oltre i sovraccennati eventuali, e per ora poco probabili cambiamenti del diritto di Stato e di Sovranità nella Bosnia e nell'Erzegovina, i quali potrebbero eventualmente compiersi senza violare menomamente lo statu quo dell'Oriente e le determinazioni del trattato di Berlino, e restano perciò fuori di discussione, l'Austria-Ungheria non intende menomamente seguire una politica d'espansione in Oriente; non pensa menomamente ad avanzarsi a Salonicco o in Albania e mantiene scrupolosamente lo statu-quo territoriale. In questo riguardo si è pronti a dare tutte le assicurazioni necessarie per dimostrare il fermo proposito dell'Austria-Ungheria di rispettare scrupolosamente i limiti assegnatile dal trattato di Berlino, e di astenersi da ogni politica espansione.

Le relative dichiarazioni del ministro e del suo alter ego non lasciano nulla a desiderare, a mio parere, in lucidità e decisione, e la base di ulteriori negoziati per la conclusione di un trattato di neutralità sarebbe perciò, secondo me, trovata.

I baroni Haymerle e Teckenberg credono che le circostanze generali non offrano alcuna seria difficoltà di natura a opporsi alla conclusione d'una sincera ed intima amicizia fra l'Italia e l'Austria-Ungheria.

L'Austria-Ungheria fu ed è sempre pronta ad apprezzare i legittimi interessi dell'Italia come potenza grande e marittima, e segue con simpatia i suoi passi; perciò non metterà verun ostacolo, anzi vedrà con simpatia l'accrescimento della sfera dei poteri dell'Italia nel Mediterraneo, ben inteso che resti intatto lo statu quo nell'Adriatico, e che questo non diventi un lago italiano.

Guidata da questo punto di vista, l'Austria-Ungheria accetterà volentieri ogni accomodamento favorevole agli interessi italiani per la quistione tunisina ed eventualmente per l'acquisto di Tripoli. Ispirandosi allo stesso punto di vista d'un accrescimento dei legittimi interessi dell'Italia nel Mediterraneo, l'Austria-Ungheria ha respinto la proposta russa di compensare la Grecia con l'isola di Candia, l'idea dell'Austria-Ungheria essendo, senza naturalmente assumere sin d'ora decise garanzie in proposito, che Candia potrebbe essere data all'Italia, precisamente per rafforzare la sua posizione nel Mediterraneo.

I baroni Haymerle e Teckenberg conchiusero colle più vive proteste di simpatia per l'Italia e il suo governo, e sarebbero felici di addivenire ad un accordo che guarentisse l'imperturbata coltivazione d'una vera ed intima amicizia fra i due paesi. Essi attendono, dunque, le ulteriori proposte della S. V. I., e lasciano libera a Lei la scelta, se per i futuri negoziati debba venire qualcheduno da Vienna a Roma o s'Ella creda preferibile di legare a Vienna una persona di sua fiducia.»

L'on. Cairoli esitò o non volle seguire il suo collaboratore. Sopraggiunsero gli avvenimenti tunisini, i quali naturalmente indebolirono il prestigio dell'Italia. Quando l'on. Mancini, nuovo ministro degli Affari esteri (dal 29 maggio), iniziò risolutamente la politica di ravvicinamento all'Austria e alla Germania, e alla fine di ottobre mandò il re d'Italia in visita a Vienna, i primi passi si risentirono della situazione peggiorata a nostro danno. E se ne ebbe una testimonianza clamorosa nelle Delegazioni del novembre, dove uomini in vista, come l'ex-Cancelliere Andrássy e il Kallay, interpretarono sconvenientemente i motivi del recente viaggio a Vienna del re Umberto.

Le trattative per l'alleanza, cominciate a Vienna, furono continuate fra i tre gabinetti; l'Austria e la Germania erano già legate sin dal 7 ottobre 1879 col trattato perpetuo che fu reso pubblico il 3 febbraio 1888. L'accessione dell'Italia, con speciali condizioni che sono un segreto di Stato, fu firmata il 20 maggio 1882; è noto soltanto che anzichè un patto di reciproca neutralità, come voleva dapprima l'Austria, esso contiene una guarentigia dell'integrità territoriale delle tre Potenze.[14]

“Era un primo passo ad uscire dall'isolamento — disse l'on. Crispi — a stornare gl'incombenti pericoli di guerra. L'opinione pubblica ne fu soddisfatta.... Ma nei primi anni il trattato non diede frutto. A Vienna e a Berlino non erano dissipati i dubbi che i precedenti avevano destato; nè ancora l'insieme della politica italiana, interna ed internazionale, era tale da riuscirvi; la sincerità nostra, nella esecuzione degli impegni assunti, parea discutibile ancora. Sicchè i patti rimanevano scritti, pel giorno della prova suprema; ma il nostro paese rimaneva ancor solo, a difesa degli interessi suoi esclusivi.

La fiducia nasceva nel secondo periodo dell'alleanza, e incominciava a giovarci....„.[15]

Ma prima d'intrattenerci sull'opera compiuta da Crispi per rendere la triplice “accordo sinceramente cordiale„, la cui influenza si esercitò “su tutte le questioni internazionali dove eravamo impegnati„, conviene ricordare come, sebbene la direzione della politica estera fosse passata in mani più abili, l'Italia perdette, temendo di osare, una eccellente occasione per rifarsi in parte del danno di Tunisi.