L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con l'Inghilterra, rifiuta. — Viaggio di Crispi a Berlino e a Londra. — Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord Granville. — Nove lettere di Crispi sulla convenienza per l'Italia di accettare la proposta inglese.
Quando la questione d'Egitto uscì, in seguito al “pronunciamento„ di Arabì (sett. 1881), dal torpore nel quale si trascinava da anni, l'Italia non esercitava influenza alcuna nelle cose interne di quel paese, del quale l'Inghilterra e la Francia si disputavano l'egemonia.
Minacciata l'autorità del Kedive, quelle due Potenze stimarono opportuno di fortificarla dandole pubblicamente l'assicurazione della loro simpatia. Questa simpatia avrebbe potuto determinare l'intervento militare anglo-francese? Forse sì, se Gambetta fosse rimasto al Governo. Ma cadutone questi il 26 gennaio 1882 e succedutogli il Freycinet, gli avvenimenti si svolsero in maniera che la Francia, astenutasi dall'azione, rimase tagliata fuori dal dominio. D'onde la lotta tenace combattuta per lungo tempo di poi affinchè il leone britannico abbandonasse la preda egiziana, e le molteplici condiscendenze di esso, intese a disarmare la sua avversaria, sino alla Convenzione 8 aprile 1904 che consacrò lo statu quo, ossia l'occupazione inglese indefinita.
L'on. Mancini prese subito partito per escludere l'azione isolata di ogni Potenza, e, data la posizione dell'Italia in quel momento, sembra che non potesse seguire indirizzo migliore. Ma il concerto europeo non agì: tranne l'Inghilterra e la Francia nessuna Potenza mostrò d'interessarsi agli affari egiziani.
Adunati il 23 giugno in Conferenza, su proposta del Gabinetto di Parigi, gli ambasciatori a Costantinopoli delle grandi Potenze non compirono altra funzione positiva che quella di mettere allo scoperto la doppiezza della politica turca e di giustificare l'intervento europeo. Dapprima la Sublime Porta non volle prender parte alla Conferenza; v'intervenne alla decima seduta (24 luglio), dopo avere ricevuto una Nota collettiva con la quale le Potenze rappresentate la invitavano a mandare senza indugio in Egitto forze sufficienti “per ristabilire l'ordine, abbattere la fazione usurpatrice, porre termine alla grave situazione che affligge quel paese ed ha cagionato lo spargimento di sangue, la rovina e la fuga di migliaia di famiglie europee e musulmane, ed ha compromesso gl'interessi nazionali e stranieri„.
Il governo inglese sapeva che, nonostante dicesse altrimenti, il Sultano non avrebbe mandato truppe in Egitto; e si preparò quindi a sostituire l'intervento ottomano. Il Canale di Suez correva pericolo, e lord Granville si accordò con la Francia per la protezione di esso, e chiese il concorso dell'Italia. L'on. Mancini rispose che essendo tale questione sottoposta alla Conferenza, preferiva attendere la decisione di questa. Però a Costantinopoli la proposta italiana “di organizzare per la libera navigazione del Canale di Suez un servizio puramente navale di polizia e sorveglianza al quale tutte le Potenze sarebbero chiamate a partecipare„ fu accettata da tutti, ma con riserve tali che la rendevano vana. L'ambasciatore inglese riservò “i casi di necessità„ nei quali ogni Potenza avrebbe potuto sbarcare truppe ed occupare alcuni punti necessarii alla sicurezza del Canale; e dichiarò altresì che l'Inghilterra riservava “tutta la sua libertà d'azione per la cooperazione militare, avendo in vista il ristabilimento dell'Autorità del Kedive„.
Quando il governo inglese ritenne giunto il momento di agire per la salvaguardia de' suoi grandi interessi, il Mancini avrebbe dovuto essersi accorto che la Conferenza di Costantinopoli era stata una lustra, e che conveniva profittare della inattività della Francia per prendere in Egitto, a fianco dell'Inghilterra, quella posizione che sino allora era stata negata all'Italia.
I termini nei quali fu fatta all'Italia, e rifiutata, l'offerta di cooperare con l'Inghilterra a ristabilire l'autorità del Kedive, risultano dai seguenti documenti:
Sir A. Paget al conte Granville.
Roma, 28 luglio 1882.
Mi recai quest'oggi dal sig. Mancini in conformità degli ordini di V. S. contenuti nel telegramma del 25 volgente. Ho cominciato il colloquio col dire ch'io riteneva essere S. E. oramai preparata dal generale Menabrea alla comunicazione che stavo per farle, la quale si riduceva a questo; che mentre il governo di S. M. vedrebbe volentieri l'Italia associarsi all'Inghilterra e alla Francia per garentire la sicurezza del Canale di Suez, sarebbe pur lieto che essa cooperasse ad un'azione diretta all'interno, che non potrebbe essere differita ulteriormente e per la quale il governo di S. M. stava attivamente preparandosi, sebbene il governo francese non si mostri disposto a parteciparvi.
Il sig. Mancini, dopo avermi pregato di manifestare a V. S. i ringraziamenti del governo italiano per questa nuova prova di fiducia e di amicizia, dissemi aver già avuto contezza di tale comunicazione dal generale Menabrea, che egli aveva tosto incaricato (ritengo la notte scorsa) di manifestare la sua supposizione che ella non conoscesse ancora in quella data la risposta della Porta alla Nota collettiva (del 15 luglio).
Risposi aver io ragione di credere che così fosse, ma trovarmi nello stesso tempo in grado di riferire a S. E. che a me constava come tale risposta non abbia in guisa alcuna mutate le intenzioni del governo di S. M., o fatto ad esso supporre l'impiego delle forze britanniche meno necessario di prima.
Chiesi come fosse possibile aver fiducia nel tardo consenso della Porta alle domande dell'Europa. Potrebbe esser vero bensì che all'undecima ora si facciano preparativi per l'invio di forze turche in Egitto, ma chi potrebbe garentire che quelle truppe, una volta colà giunte, sarebbero impiegate allo scopo desiderato? La politica della Porta in tutto l'affare egiziano ha avuto l'impronta di tanta tergiversazione da non potersi per l'avvenire fare sopra di essa il benchè menomo assegnamento. Per citare un esempio dissi che, allorquando nell'ultima riunione della Conferenza fu da lord Dufferin presentata la proposta, appoggiata da tutti i colleghi, che il Sultano dichiarasse ribelle Arabì-pascià, il commissario turco l'accolse con una delle sue mozioni dilatorie. Aggiunsi che recentemente un agente segreto di Arabì, arrestato dalle autorità inglesi in Alessandria, al suo ritorno da Costantinopoli, e trovato possessore di documenti assai compromettenti, aveva fatto confessioni comprovanti la complicità fra Costantinopoli e il capo dei ribelli.
Laonde io faceva appello al signor Mancini per sapere da lui se la sfiducia del governo della Regina nelle intenzioni del Sultano non fosse giustificata al pari delle misure atte a sventarne tutti i malvagi disegni. E dissi che ritenevo il governo della Regina avrebbe accettato la cooperazione della Turchia, continuando però a recare ad effetto i provvedimenti già stabiliti.
Il signor Mancini, senza contestare alcuno dei fatti enumeratigli, nè la logica deduzione che ne avevo tratta, replicò che, quali si fossero le ragioni di sfiducia esistenti rispetto alla Porta, sembrerebbe una contraddizione che quando essa ha accettato senza riserva tutte le condizioni di una Nota a cui Italia e Inghilterra avevano partecipato, queste due Potenze assumessero impegni per un altro modo d'intervento. Il tempo avrebbe in ogni caso permesso, a suo avviso, di accertare la buona fede con la quale i turchi ora agivano. Se vi fossero prove che non adempissero lealmente il programma che avevano accettato dalle Potenze, e se alcun indice vi fosse della loro parzialità a favore del partito ribelle o della loro poca energia d'azione per sopprimerlo, il complesso delle cose muterebbe e le nuove condizioni sarebbero allora prese in esame dalle Potenze.
S. E. tuttavia ammise essere la posizione dell'Inghilterra diversa da quella dell'Italia e delle altre Potenze. L'Inghilterra aveva già mandato le sue truppe in Egitto ed egli pienamente comprendeva che fosse suo intendimento di avere colà forze sufficienti per controllare la condotta dei turchi. Ma l'adesione dell'Italia all'accordo suggeritole, sarebbe stato un punto di partenza non giustificato dalle circostanze. Devesi — egli aggiunse — aspettare il corso degli avvenimenti, nonchè la risposta che V. S. darà al gen. Menabrea e le pubbliche dichiarazioni che saranno fatte dai ministri della Regina in relazione a questa nuova fase della questione, prima che il governo italiano sia in grado di rispondere positivamente all'attuale proposta.
A ciò rispondendo espressi la speranza che la proposta fatta al governo italiano non sarebbe dimenticata, onde il governo della Regina non possa in alcun tempo essere accusato di aver seguito una politica esclusiva.
A. Paget.
Il conte Granville a sir A. Paget.
Foreign Office, 29 luglio '82.
In un abboccamento avuto oggi col gen. Menabrea, S. E. dichiarava che il signor Mancini pareva ritenere che il governo di S. M. ignorasse la formale e completa accettazione per parte del Sultano della richiesta fattagli dalla Conferenza di spedire truppe in Egitto, allorchè esso fece la proposta che l'Italia prendesse parte alle operazioni nell'interno di quel paese. Il Sultano aveva ora deciso di mandare truppe in Egitto, acconsentendo per tal modo al desiderio espresso dalle sei Potenze. Il gen. Menabrea osservava che in vista di queste circostanze il governo italiano si esporrebbe ad una accusa di contradizione se negoziasse nel senso di un intervento di altra Potenza, e che solo rimanevagli di esprimere i suoi ringraziamenti al gabinetto inglese per avere nutrita l'idea che l'amicizia dell'Italia per l'Inghilterra potesse assumere la forma di una attiva cooperazione.
Risposi che rimpiangevo che l'Italia avesse declinato di cooperare nel modo indicato, ma che non avevo eccezione a muovere circa un argomento che era nella competenza del governo italiano. Ero ciò nonostante lieto dell'occasione offerta al governo della Regina dal presente stato di cose, di dare all'Italia una prova della sua amicizia.
Granville.
Il generale Menabrea all'on. Mancini.
Londra, 29 luglio '82.
Ho comunicato oggi verbalmente a lord Granville la risposta contenuta nel telegramma dell'E. V. in data di ieri, alla proposta che egli aveva fatta all'Italia di prendere parte alla spedizione di Egitto. Mi sono strettamente attenuto alla riserva raccomandatami da V. E. Il conte Granville ha preso atto di questa risposta, come anche dei sentimenti amichevoli espressi dall'E. V. verso l'Inghilterra, la quale, dissemi, aveva creduto di dare all'Italia una prova d'amicizia, offrendole l'occasione di prendere parte ad una azione che avrebbe potuto tornare a suo vantaggio.
Nel mio colloquio mi limitai ad insistere presso lord Granville sulla assennatezza delle considerazioni addotte dall'E. V. in seguito all'inaspettato e oramai risoluto intervento della Turchia in Egitto. Il conte Granville fu con me parco assai di parole, prese nota delle mie dichiarazioni modellate sul telegramma di V. E., riconobbe la di lei risposta non conforme ai suoi desideri, e terminò col dirmi in termini sempre benevoli, che col proporci di concorrere con l'Inghilterra al ripristinamento dell'ordine in Egitto, il gabinetto britannico aveva creduto di dar prova di amicizia all'Italia, invitandola a prendere parte ad un'opera che sarebbe tornata di sua utilità.
Menabrea.
L'on. Mancini partecipò ai gabinetti di Berlino e di Vienna — cioè agli alleati — il rifiuto opposto all'offerta inglese. Attendeva forse un caloroso elogio; ma l'Hatzfeldt ringraziò della comunicazione l'ambasciatore italiano, evitando “con la massima cura tutto ciò che avesse potuto rassomigliare ad un'opinione favorevole o sfavorevole alla proposta britannica„; e il conte Kálnoky “trovò molto corretti e appropriati„ gli argomenti del Mancini!
Nella prima metà di luglio l'on. Crispi partiva da Roma per un viaggio all'estero. Andò prima a salutare alla Consulta il suo vecchio amico P. S. Mancini ed ebbe da lui una lettera di presentazione agli agenti diplomatici e consolari nella quale era detto: “Il patriottismo di questo nostro illustre Concittadino ed i meriti che egli ha acquistati verso il Paese sono certo sufficienti ad assicurargli presso tutti i Rappresentanti del governo all'estero una premurosa accoglienza. Ho tuttavia desiderato ch'egli fosse munito di una mia speciale commendatizia, e sarò particolarmente grato alla S. V. per tutte quelle cortesie che vorrà usare a questo insigne Rappresentante della Nazione„. Insieme alla commendatizia l'on. Mancini inviava augurii: “Buon viaggio, e raccogli notizie e impressioni utili al tuo paese, a cui entrambi consacriamo i primi nostri pensieri„.
L'on. Crispi si recò difilato a Berlino, dove giunto, il 17, chiese per mezzo di una sua antica conoscenza, il barone Holstein, di vedere il conte Hatzfeldt. Di un suo colloquio con l'Holstein, troviamo queste note:
Alle 9,15 è venuto: si è discorso lungamente. La Germania nessun interesse diretto nell'Egitto. Nessun bisogno di colonizzazioni, o per lo meno non venuto ancora il tempo di pensare a stabilire colonie. In ogni caso, non sceglierebbe mai l'Egitto.
Il principe di Bismarck con la nevralgia; i medici gli hanno consigliato riposo — Hatzfeldt depositario delle sue idee.
L'indomani, colloquio con l'Hatzfeldt. Crispi ne prese nota così:
18 luglio 1882.
Il numero 136 della Koeniggraetzerstrasse segna la terza casa a diritta della strada andando a Voss-Strasse. La casa è in fondo a un giardino.
Il conte Hatzfeldt era nel suo gabinetto all'una pomeridiana e mi ha intrattenuto sino alle due.
Parlando dei casi del giorno si mostrò disinteressato nella soluzione del problema egiziano. Disse che accettò la Conferenza per non dare pretesto alle Potenze di dire che la Germania con la sua assenza impedisse una soluzione; ma senza alcuna fede nei suoi lavori. La Germania non ha alcun interesse diretto. Nulla da proporre, perchè non vuole assumere responsabilità. Non spenderà un soldo, nè un soldato per l'Egitto. Chi si è messo nell'imbroglio, se ne liberi. Non ha approvato, nè disapprovato il contegno degli inglesi. Nel canale di Suez non sarà contrastato loro il libero passaggio.
Alla Conferenza vogliono mantenuto lo statu-quo. Quale? Quello anteriore al movimento militare? Quello anteriore al giugno 1879? La frase è elastica — dice molto e dice nulla.
L'Italia ha interessi diretti — Spagna, Olanda, vogliono intervenire.
Lasciare la dinastia? Tewfick senza autorità. Prendere Halim? Buono, bravo, conosciuto per il buon caffè che si prendeva da lui — non altro.
La posizione finanziaria, peggiorata dopo il 1879, ma hanno interesse a vederci coloro che ne son causa.
La Germania accetterà qualunque soluzione che le Potenze troveranno a proporre d'accordo, e per il ristabilimento dell'ordine e per un governo egiziano. L'Egitto col Parlamento non può reggersi. Questa è una istituzione che colà non può allignare. Ma per governare ci vuole un principe di autorità ed energia. Noi non vogliamo far quello che faceva l'Impero Napoleonico; non ci mischieremo finchè i nostri interessi non siano lesi.
— Io: I francesi vollero imitare i romani, ma ne seguono i vizi, non le virtù. La repubblica e l'impero dei romani durarono molti secoli; le repubbliche e gl'imperi francesi appena due decine di anni.
— Lui: I romani avevano di fronte genti barbare. Oggi le condizioni dell'Europa sono diverse, e la Francia ha grandi e civili Potenze attorno a sè. È quello che i francesi non vogliono capire.
Il conte Hatzfeldt mi parla del principe di Bismarck e della sua infermità che gli impedisce di prendere parte agli affari. Tutto è sulle spalle del Conte, il quale se ne duole sopratutto per le grandi responsabilità che ha dovuto e deve assumere nella politica estera.
Da Berlino l'on. Crispi passò a Londra, dove si decidevano i destini dell'Egitto, e, per mezzo del suo amico Giacomo Lacaita, chiese di far visita a lord Granville, ministro degli Affari esteri. Lord Granville non soltanto si disse lieto di conoscere personalmente l'antico rivoluzionario italiano, ma lo fece pregare di andare al lunch da lui. Ed ecco quello che Crispi scrisse dell'accoglienza ricevuta e delle cose discorse:
29 luglio.
Lord Granville dimora nel palazzo di num. 18 a Carlton House Terrace.
La riunione era fissata alle 2 pom.; all'1 ¾ Lacaita ed io siam partiti dall'Athenaeum, e qualche minuto prima delle 2 siamo giunti alla casa del Conte.
Appena entrati, il cameriere ci disse che il nobile ministro era alla Camera e che ci pregava di aspettarlo. Fummo introdotti nella biblioteca. Non appena seduti, udiamo uno strascico di vesti di seta e ci appaiono di fronte lady Granville e le due figlie; lord Granville entra dalla parte opposta. Fatte le debite presentazioni, le dame procedono per la sala da pranzo e noi dopo pochi minuti le seguiamo.
Lord Granville disse che vi era consiglio di ministri e che aveva lasciato i suoi colleghi per trovarsi con me.
La sala da pranzo a Carlton House è grandissima.
Sedemmo: lady Granville in mezzo a Lacaita e alla sua figlia minore; lord Granville aveva me a sinistra e la figlia maggiore a destra. In mezzo alle due figlie era il suo segretario particolare ed appresso un nipote del Conte; un altro nipote del Conte era alla mia sinistra, cioè tra me e Lacaita.
Nei pochi minuti che fummo nella biblioteca e nei principii del pranzo il discorso si versò sulla stampa italiana, sul ministero francese e sul probabile voto della Camera francese.
Avendo io detto che Freycinet avrebbe avuto un voto contrario e che probabilmente vi sarebbe stata una crisi, il Conte mi domandò:
— Quali uomini credete voi che andranno al potere!
— Un ministero di mezze figure.
— Anch'io sono del vostro avviso.
— Gambetta non può ritornare per ora. Egli significa la guerra, e la Francia non vuole, nè può farla. Gambetta si è troppo presto svelato, ed in Germania il suo nome accenna ad una levata d'armi.
— Freycinet è una garanzia di pace per la Germania.
— Egli ha lanciato la Francia in grandi spese con le sue leggi per opere pubbliche.
— È un uomo tecnico, non un uomo politico.
— Avete ragione.
— I francesi non hanno che due vie: o chiudersi entro le loro frontiere, sviluppare le loro ricchezze, assicurare il loro benessere materiale, o far la guerra. In questi ultimi tempi si sono chiariti contrarli alla guerra.
— E non potrebbero neanche farla. L'esercito francese non è in buone condizioni, gli uffiziali non tutti buoni, i soldati indisciplinati. Del vostro esercito, al contrario, ho avute ottime informazioni; avete buoni soldati e buoni ufficiali.
— Piccolo esercito, ma buono. Potremmo triplicare le nostre forze, facendo uno sforzo finanziario.
— Siete stato a Parigi?
— No, milord.
— A Berlino?
— Sì.
— E che dicono colà delle cose del giorno?
— Che nulla loro interessa della questione egiziana. E che lasceranno scioglierla a coloro che vi hanno interessi diretti. A Berlino non si pensa che alla Francia e alla Russia; sono le due sole Potenze delle quali si preoccupano e dalle quali temono possa sorgere la guerra. Pertanto il principe di Bismarck cerca di far forte la Turchia e di aiutare la China nel riordinamento delle sue forze.
— È pur troppo così; ma la Russia per ora non può dar fastidii all'Europa.
— Lo comprendo, ma non sarà così in avvenire.
— Avete visto il general Menabrea?
— Sì, milord.
— E che umori ha egli in questi momenti?
— Mi disse che si sente risvegliare i suoi spiriti militari.
Lord Granville si pose a ridere: e la merenda (lunch) essendo esaurita, lady Granville, le figlie, i nipoti, il segretario particolare del Conte si sono alzati e andati via. Lord Granville ed io siamo rimasti soli.
Avevo dimenticato di ricordare che pochi minuti prima che la merenda terminasse, Lacaita si era congedato, dovendo andar fuori di Londra, e l'ora incalzandolo. Sarebbe ritornato lunedì. Siamo rimasti soli nella sala da pranzo. Il Conte avvicinò una sedia, feci altrettanto e ci siamo di nuovo seduti.
— Dunque non volete esser con noi in Egitto?
— Da parte mia non perderei un momento di tempo per unirmi a voi.
— Ma il signor Mancini ha declinato il nostro invito.
— Me ne duole; e se ci fosse ancor tempo, e se fossi in Italia, farei il mio possibile per persuadere il ministro ad intervenire con l'Inghilterra in Egitto. Non potreste riprendere le pratiche?
— Noi, no. Il governo italiano lo potrebbe. Ma sapreste dirmi le ragioni per cui il governo italiano si rifiuta?
— Potrei supporlo; non ho visto il ministro Mancini, e non so quali sieno le sue idee. Forse il Mancini non crede di poter sostenere innanzi le Camere lo scopo del nostro intervento in Egitto.
Voi ricorderete, milord, il modo come siamo stati trattati al 1879 da lord Salisbury e dal signor Waddington.
— Noi non ci entriamo nei fatti del 1879. E questa volta ci siamo rivolti di preferenza all'Italia per darle una prova della nostra amicizia. I nostri uffiziali avevano accolto con gioia la notizia di una possibile alleanza con l'Italia; e sarebbero stati lietissimi di battersi accanto ai vostri.
— Al 1879 l'Italia fu indegnamente cacciata dalla Francia e dall'Inghilterra. Voi siete i primi pei commerci in Egitto, ma noi non siamo gli ultimi.
— E la vostra popolazione in Egitto è superiore a tutte le altre.
— Sul debito egiziano il numero dei creditori italiani è importantissimo. Io comprendo che mettendoci con voi, noi riprenderemmo la posizione che ci fu tolta al 1879.
— Certamente.
— Il ministro Mancini avrebbe voluto qualche assicurazione su ciò, per poterlo dire al Parlamento.
— Ma noi non vogliamo mercanteggiare. Vi assicuro soltanto che noi non ci dogliamo del rifiuto dell'Italia e che le nostre relazioni con voi resteranno amichevoli e cordiali come per lo innanzi.
La proposta fu da noi fatta al governo italiano con sincerità, con cordialità. Avremmo voluto, vorremmo procedere d'accordo con esso.
— Potreste però riprendere le pratiche.
— Ma noi non possiamo metterci a ginocchi. L'Inghilterra è abbastanza forte, e può anche fare da sè.
— Quali forze credete, milord, che sieno necessarie per l'impresa di Egitto?
— I francesi sono di opinione che ci vogliono 40 mila uomini; ma noi crediamo che 20 o 25 mila uomini basterebbero.
La guerra non può essere lunga. I pascià non sono d'accordo, e bisogna contare sui loro dissidi. Arabì-pascià ha poca istruzione e poco ingegno; e devo credere che nelle sue operazioni egli sia aiutato da qualche europeo.
Che tempo vi bisogna per mobilizzare il vostro esercito?
— In un mese potremmo averlo pronto.
— È troppo.
— Forse m'ingannerò. Ma in Egitto non si può andar subito. Nell'estate il clima non è favorevole agli europei.
— Ma non si possono lasciar le cose ancor lungamente nello stato in cui sono.
— Credete voi che la Francia interverrà?
— Per ora la Francia si vuole limitare alla tutela del Canale di Suez. Non sappiamo, qualora il ministero Freycinet cada, quello che penserà fare il suo successore.
Si stette pochi minuti in silenzio, e ciascuno di noi pendeva dagli occhi dell'altro. Allora il Conte:
— La nostra conversazione non ha nulla d'ufficiale. Forse non avrei dovuto dirvi che il signor Mancini ha rifiutato l'invito.
— Milord, io sono un privato cittadino, e considero voi in questo momento non come il ministro della regina d'Inghilterra, ma come un amico d'Italia il quale parla ad un patriota italiano. Del resto, io non dimenticherò che voi siete stati amici nostri quando l'Italia non esisteva.
Alzatomi e salutatolo, egli riprese:
— Spero che ci rivedremo prima che partiate.
— Milord, siccome è mio dovere, verrò a congedarmi.
— Voi parlate l'inglese?
— Milord, non oso. E poi non lo comprendo bene. Il signor Gladstone mi ha male avvezzato, perchè parla benissimo l'italiano.
Durante la conversazione venne un cameriere con un cassettino bislungo. Il conte chiese il permesso di aprirlo; l'aprì, e prese e lesse alcuni dispacci telegrafici.
— Voi avete i portafogli. Noi ci serviamo dei cassettini.
Si alzò, scrisse e consegnò tutto al cameriere.
Lord Granville è di statura ordinaria; barba all'inglese, occhi cerulei, una faccia tutta bontà. Riservato e cauteloso, egli parlando mette tutta la cordialità e vi ispira fiducia.
Le seguenti lettere, inviate in quei giorni a Roma,[16] rendono conto dei giudizi di Crispi sulla questione egiziana e degli sforzi che fece affinchè il Mancini accettasse l'invito dell'Inghilterra:
Londra, 25 luglio 1882.
Ero partito d'Italia col pensiero di fare un viaggio di piacere; ma mutai proposito pensando che valeva meglio un viaggio d'istruzione.
Mi recai dunque pel Gottardo a Berlino, dove rimasi sette giorni. Da Berlino, per la via di Bruxelles e Ostenda, venni a Londra, dove starò questi giorni di luglio.
Quali sono le mie impressioni? Non confortanti per il nostro paese; se il Governo non saprà svegliarsi in tempo, avremo nuovi danni dopo quello di Tunisi.
La Germania è completamente disinteressata nelle cose africane, e lascia fare a coloro che vi hanno o credono avervi interessi diretti. Bisogna dunque affrettarsi a prendere una parte attiva senza scrupoli, nè timori.
L'accordo europeo è una commedia, e la Conferenza di Costantinopoli un giuoco da fanciulli. Le Potenze si sono riunite, perchè non vi era altro da fare. La nessuna importanza della riunione, è provata dal fatto di chi la presiede.[17] Chiunque intervenga in Egitto, sarà tollerato; non verrà una guerra da ciò. E chi interverrà acconcerà le cose a modo suo.
Bismarck pensa all'Impero, e la sua politica ha un solo scopo: che l'Impero stia e si consolidi. Contro l'Impero non vede che due soli nemici: la Russia e la Francia. Le sue alleanze sono combinate in vista di una guerra che gli potesse venire da coteste due Potenze. Si è legata indissolubilmente l'Austria, e lavora a riordinare un forte esercito in Turchia. Poco si cura dell'Italia; sa che in caso di guerra non può esserle nemica....[18] Se fossimo armati, la nostra posizione in Europa sarebbe tutt'altra. Avrebbero necessità di noi e nulla farebbero senza di noi. In fatto d'armamenti voi non potete immaginare con quale impulso febbrile si proceda qui....
Il Mancini si consola della sua politica — e ne ha ragione, perchè eravamo caduti troppo in basso con Cairoli. — Ma ancora non ha portato alcun benefizio reale, e non può portarne. Non abbiamo nemici, ma non abbiamo amici, quantunque tutti ci desiderino come tali. Ma siccome non si fidano, e nulla noi facciamo per metterci davanti ed agire, tutti procedono nel loro interesse senza curarsi di noi, e ci lasciano indietro.
Ormai bisogna intervenire in Egitto. La Germania non si opporrebbe e ci resterebbe amica; l'Inghilterra lo desidera, e ci accoglierebbe di buon grado. Intervenendo, nulla si farebbe nell'Africa senza di noi; e sopratutto s'impedirebbe che altri agisse a danno nostro. Se resteremo inerti, la Francia si consoliderà nella Tunisia e sarà in pericolo la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarà tolto per sempre.
A proposito della Tunisia ho sentito tali cose sul contegno dei nostri a Berlino nel 1878, da far trasecolare. Fummo giuocati in un modo indegno per la imperizia di chi ci rappresentava.
A Corte qui son dolenti della stampa italiana, e non sanno comprendere il motivo dei nostri risentimenti. Il principe di Galles se ne dispiacque e soggiunse che l'Italia farebbe male a lasciar passare anche questa occasione di prender parte all'intervento. E qui piacerebbe, perchè noi saremmo di contrappeso alla Francia, che non è amata.
Se per mezzo di Fabrizj volete far leggere questa mia a Mancini, fatelo. Ma conservatela, perchè non me ne resta copia, e un giorno potrebbe essere un documento.
Londra, 26 luglio 1882.
L'Inghilterra ha bisogno di un'alleata militare nella impresa di Egitto. E sarebbe lieta se questa alleata fosse l'Italia. So che l'invito formale è stato fatto al nostro Ministero; Dio voglia che il Mancini non risponda siccome fece Corti al 1878; e le conseguenze miserande le conoscete.
In Francia, per le incertezze del Freycinet, si prepara una coalizione contro di lui, e non è difficile che fra due o tre giorni avremo colà una crisi. Allora Francia e Inghilterra si combineranno, e noi resteremo esclusi. Bisogna dunque non perdere tempo ed accettare immediatamente l'invito che ci viene fatto.
L'Inghilterra è pronta a tutto perchè al dramma egiziano sia data una soluzione conforme ai suoi interessi. Stamattina il Times parlava della necessità di un governo in Egitto sotto il protettorato Inglese. Se l'Italia ricusa, l'Inghilterra farà qualunque concessione alla Francia. Allora avverrà quello che io vi scrissi ieri: la Francia, consolidata in Tunisia, forse col permesso di aggredire la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarebbe chiuso.
Non è difficile che la Germania, prevedendo tutto ciò e volendo aiutare la Turchia, persuada questa ad intervenire. In effetto, stamattina si dava come certo la Porta avere risposto che interverrebbe; e rimetteva ad altro giorno di dirne le condizioni. Come comprendete, sarebbe cotesta una nuova dilatoria per impedire, o per lo meno ritardare l'intervento delle Potenze mediterranee.
La Francia però non vuol sentir della Turchia perchè non vuole che essa si avvicini ai suoi possedimenti africani. E l'Inghilterra non se ne fida, perchè vede la mano turca in tutto l'imbroglio egiziano.
Il nostro intervento non sarebbe avversato dalla Germania, anzi sarebbe bene accolto. Parrebbe al gran Cancelliere che in tal modo si dissiperebbero i malumori per l'intrigo di Tunisi. Certamente non lo proporrebbe, nè c'inviterebbe, perchè non è suo interesse ed egli preferisce lavarsene le mani.
Londra, 27 luglio 1882.
.... La questione è grave e l'Italia è molto interessata nel Mediterraneo, perchè non si lasci sfuggire l'occasione che le si offre. Riprendo quindi la penna per parlarvene un'altra volta.
Si è censurato l'invio delle navi da guerra e il bombardamento d'Alessandria come un attacco alla indipendenza di un governo e di un popolo straniero. Oggi le cose sono mutate. Tewfick non è più con Arabì, e questo, separandosi dal suo principe e servendosi delle truppe sulle quali non ha legittima autorità, è un ribelle contro il governo legale del suo paese. Perchè l'opera sua sia legittimata, bisogna che sia coronata dal successo, cioè che vinca, atterri il principe, costituisca un governo nazionale. Per ora, siccome il successo è ipotetico, egli è un ribelle.
Che vogliono le Potenze mediterranee, cioè l'Inghilterra e le Potenze che a lei si associerebbero? Il ristabilimento dell'autorità del Kedive, e però il ritorno di un governo che assicuri l'ordine all'interno e dia garanzie all'Europa. Pertanto Gladstone ieri, rispondendo all'on. Lawson, diceva che non era necessaria una dichiarazione di guerra, le truppe inglesi scendendo in Egitto quali amiche del capo dello Stato e per ristabilirne, d'accordo, l'autorità manomessa.
Ciò posto il nostro intervento in Egitto non sarebbe un'offesa ai principii di nazionalità ed all'autonomia di un altro paese. Noi vi andremmo per riprendere, quando dovrà riordinarsi il governo, quella influenza che ci compete, insieme alle altre Potenze che hanno interessi diretti in quel paese. La nostra presenza è una necessità per noi e per l'Egitto una garanzia, poichè sotto la nostra bandiera non sarebbe permesso alcun atto di conquista. Anche intervenendo in tre — appunto perchè tre — nessuno potrebbe restarvi, e tutti dovrebbero andar via dopo ristabilito l'ordine.
Perchè l'Italia aderì alla Conferenza e chiese l'accordo europeo? Per rompere l'accordo anglo-francese. Soli, eravamo impotenti, e perchè soli e male avveduti al 1879 fummo sacrificati. L'accordo anglo-francese non esiste più. Le parole dei Ministri francesi e quelle degli inglesi che parlano di cotesto accordo, sono una simulazione. I due paesi hanno conflitto d'interessi in Egitto, e scopi diversi a raggiungere. Da ciò lo invito che a noi viene dall'Inghilterra, la quale ama unirsi ad una Potenza come l'Italia, che non sogna l'Impero africano. Mancato lo scopo della Conferenza e noi avendo ottenuto quello che desideravamo con l'accordo europeo, non ci resta che provvedere ai nostri interessi nel Mediterraneo.
Qual'è la posizione degli europei in Egitto, in ordine di popolazione e quanto ai commerci? In ordine di popolazione — eccettuata la Grecia — noi siamo i primi; poi viene la Francia, poi l'Inghilterra, poi l'Austria, ultima la Germania. E dico esser noi i primi perchè della popolazione detta francese, appena una metà è di naturali, il resto essendo protetti. In ordine ai commerci noi siamo la quarta Potenza; ci segue l'Austria; ultima è la Russia. Della Germania non se ne parla. Le quattro Potenze che primeggiano vanno così collocate: Inghilterra, Francia, Olanda, Italia.
Quali sono le nazioni prospicienti sul Mediterraneo? La Spagna, la Francia, l'Italia, la Grecia. E le tradizioni, il passato? Italia e Grecia precedono.
Raccogliendo codesti dati e valutando gl'interessi diretti in Egitto e nel Mediterraneo che non possono lasciarsi vincere, è chiaro che primeggiano l'Inghilterra, l'Italia e la Francia. Escludo la Spagna, l'Olanda e la Grecia, perchè la prima non ha importanza in Egitto, nè per la popolazione, nè per i commerci; la seconda se l'ha per i commerci, non l'ha per la popolazione; tutte e tre sono Potenze di secondo ordine e non siedono in Costantinopoli.
Se coteste circostanze ci obbligano a prendere ed a tenere la nostra posizione, ci spiegano anche i motivi pei quali la Germania se ne lava le mani e l'Austria non si riscalda. In Berlino dicevano: «La questione egiziana se la risolvano coloro che vi hanno interessi diretti; non trarremo la spada per essa».
E dopo ciò parmi aver detto abbastanza per indicare quale dovrebbe essere il nostro contegno, per determinare i nostri diritti e i nostri doveri. In Egitto si scioglie la questione del dominio nel Mediterraneo, e possiamo rifarci delle sconfitte tunisine.
«Londra, 29 luglio 1882.
Mio caro Mancini,
Sono dolentissimo che hai declinato l'invito che ti fu fatto dall'Inghilterra di intervenire in Egitto. Voglia Iddio che il tuo rifiuto non sia causa di nuovi danni all'Italia nel Mediterraneo.
Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour ebbe fatta l'offerta di unirsi alle Potenze occidentali per andare in Crimea, non vi pensò un istante. Il governo del piccolo Piemonte ebbe quel coraggio che oggi manca al governo d'Italia.
Il tuo aff.mo
F. Crispi.»
Londra, 29 luglio 1882.
Stamattina, stizzito, vi acclusi lettera per Mancini col proponimento di non parlarvi più di politica. La stampa italiana fa troppo la sentimentale e concorre col governo a far perdere all'Italia l'occasione che la fortuna ha messo in nostre mani. Ricevo ora il vostro telegramma che m'informa Mancini desiderare il mio pronto ritorno. Vi risposi telegraficamente.
È bene inteso che quanto io vi scrivo.... vale a prevenire Mancini, se mai è in tempo per correggere il mal fatto.
Il Governo inglese, nell'impresa egiziana, preferisce noi ai francesi. È inutile spiegarvene i motivi. Un giorno Granville vedendo il Menabrea gli disse: «Se vi chiedessimo d'esser con noi in Egitto, accettereste?». E l'altro: «Certamente». Non era un linguaggio ufficiale, ma parole gettate così per tastare il terreno.
Alcuni giorni dopo il principe di Galles vide Menabrea e si congratulò con lui. Vi avverto intanto che queste cose io non le so da Menabrea, perchè costui fa con me il misterioso, tanto che non andrò più a trovarlo.
Finalmente venne l'invito; ed io sapendolo, e Menabrea ignorando che io lo sapessi, venni da lui pregato di telegrafare a Mancini a nome mio, in cifra, esser mia opinione di dovere accettare l'impresa egiziana qualora gliene venisse l'offerta. Mancini ringraziò prima, chiedendo consigliarsi coi suoi colleghi, poi rifiutò.
Qui mi dissero che non se ne lagnano, e che le relazioni dei due governi dureranno cordiali. Avrebbero desiderato una risposta favorevole; fecero l'offerta per provare all'Italia la loro vera amicizia.
Io non posso esporvi quello che fu detto stamattina alla tavola di un ministro dal quale fui invitato a colazione....
Mancini mi vuole in Roma. Perchè? Forse per mutare contegno? O per motivare il suo contegno e persuadermi che ha fatto bene? Pel primo motivo avrei bisogno di rivedere i capi di questo Ministero, e domani è domenica e tutto si mette a dormire per ventiquattro ore. Pel secondo motivo, è inutile il mio ritorno in Italia.
Londra, 30 luglio 1882.
Il 26 vi parlai di una possibile crisi ministeriale in Francia ed il 28 vi telegrafai (con un giorno di precedenza) che il Ministero Freycinet avrebbe avuto alla Camera una votazione contraria. Nelle mie lettere ho preveduto che se il Ministero italiano non si fosse associato all'Inghilterra per intervenire all'Egitto, questa si sarebbe messa d'accordo con la Francia e saremmo rimasti espulsi dal Mediterraneo. Le cose francesi sono andate come io aveva previsto. La seconda parte delle mie previsioni non è ancora realizzata, ma è in via di realizzarsi. Per evitare il gran danno, ieri telegrafai a Fabrizj[19] con la vostra cifra, nella speranza ch'egli avesse potuto scuotere Mancini dalla sapiente inerzia nella quale si è messo....
In Italia i giornali — moderati e progressisti — sono partiti da un dato falso. Essi credevano Francia ed Inghilterra d'accordo, e che l'invito all'Italia fosse partito da tutte e due. Nessun accordo fin'oggi tra Parigi e Londra, ma l'accordo può esser fatto domani col nuovo Ministero. Freycinet è caduto non già perchè voleva occupare il canale di Suez, ma perchè non voleva andare in Egitto. Il credito alla Camera francese fu respinto, non perchè si volesse rifiutare il danaro al Ministero, ma perchè il danaro chiesto da esso era poco. I francesi, dopo che gl'inglesi bombardarono Alessandria e cominciarono a mandar truppe in Egitto, vogliono intervenire anch'essi; e questo, e non altro, è il significato del voto di ieri; gl'inglesi avevan voluto prevenirli coll'alleanza italiana. Non ci sono riusciti. Non dovremo, nè potremo lagnarci se nel loro interesse si uniranno alla Francia e le faranno larghe condizioni.
Chi andrà in Francia al potere? O Waddington o gli uomini suoi. Il discorso fatto da lui al Senato è segnalato come un capolavoro. Siccome Gambetta non può andare e Freycinet non può restare, bisognerà che venga un Ministero il quale contenti la maggioranza parlamentare e ripigli l'impresa africana come era stata ideata sin da principio. Waddington combinò l'affare tunisino in Berlino, e Waddington ci cacciò dall'Egitto. Con lui, dunque, ed i suoi, sappiamo quello che ci attende. Noi saremo bloccati nel Mediterraneo, e questa volta la colpa è nostra.
Martedì sera sarò a Parigi.... Vi assicuro che la politica mi tiene inquieto e vorrei liberarmene.
Londra, 31 luglio 1882.
Ancora splende lo stellone d'Italia, e, nonostante i nostri errori, la posizione delle cose non è peggiorata: abbiamo tempo ancora per migliorare la nostra politica.
All'ora in cui scrivo (4 ½ pom.) nessuna notizia dalla Francia circa la soluzione della crisi. Ogni giorno che passa è un guadagno per noi. Qui grande battaglia alla Camera dei Pari per la legge sugli arretrati dei fitti in Irlanda. Lord Salisbury farà un emendamento che il Governo non accetterà; e se i Pari lo voteranno, non vi sarà modo d'intendersi fra le due Camere, e si prevede in tal caso lo scioglimento della Camera dei Comuni. I conservatori non credono di vincere nelle elezioni generali; nondimeno lord Salisbury si è incaponito e non v'è modo di dissuaderlo. Non voglio prevedere il caso di una vittoria dei conservatori, perchè allora la nostra posizione nel Mediterraneo deteriorerebbe.
La crisi parlamentare in Inghilterra — ove avvenisse — e la durata della crisi ministeriale in Francia, la quale anch'essa potrebbe esser seguita da una crisi parlamentare, darà a noi tempo di riflettere e di prepararci ad agire.
Nelle mie lettere ho detto abbastanza sul contegno che dovremmo tenere. Oggi farò poche considerazioni. L'Italia, nel Mediterraneo, dev'essere d'accordo con l'Inghilterra. Questa non teme lo sviluppo della nostra marina, anzi è lieta di questo sviluppo, perchè di fronte alla Francia è una forza di opposizione. Come vi dissi altra volta, l'Inghilterra non si preoccupa che della Francia. Amici degli inglesi ed alleati, non abbiamo da temere sui mari. Se avvenisse diversamente, non saremmo padroni delle nostre spiaggie.
Nella politica continentale, poi, il caso è tutt'altro. È nostro dovere agire di concerto con la Germania. Non agendo di concerto, dovremmo essere fortemente armati, perchè la Germania ci rispettasse e chiedesse l'opera nostra.
Sono identici i motivi della politica continentale e della politica marittima, in entrambe avendo innanzi a noi lo stesso nemico da combattere. Nella questione d'Egitto avevamo questo di bene, che unendoci all'Inghilterra, la Germania non ci era nemica. Quindi non v'era da esitare.
«Londra, 1 agosto 1882.
Siccome il telegrafo vi avrà annunziato, ieri gli emendamenti proposti dai conservatori alla legge per gli arretrati dei fitti d'Irlanda, furono votati a grandissima maggioranza. Il Governo non può lasciarli passare, e i Comuni non li accetteranno. Essendo impossibile un accordo su questo argomento fra le due Camere, lo scioglimento dei Comuni credesi inevitabile. Posso assicurarvi che il Ministero ne è preoccupato.
Lo scioglimento della Camera dei Comuni è visto da alcuni uomini politici coi quali oggi ho parlato, problematico nei suoi effetti. Vi sono di coloro i quali credono possibile la sconfitta dei liberali. Per l'Inghilterra non sarebbe un bene, perchè i conservatori nella questione irlandese non sono una garanzia, ma per noi italiani sarebbe un danno, Salisbury essendo stato l'autore di tutto ciò che è avvenuto contro di noi in Tunisi ed in Egitto. A prevenire ogni pericolo, bisognerebbe che Mancini legasse gl'inglesi con un accordo scritto. Ed egli lo può, prendendo occasione dall'ultimo suo dispaccio per la polizia marittima del canale di Suez. Fatta una convenzione, qualunque ministro venisse dovrebbe rispettarla.
In Francia sono talmente imbrogliati che la formazione di un Ministero diviene ogni giorno più difficile. I nostri fratelli in latinità ci danno tempo per agire. Voglia Dio che sappiamo profittarne.
Qui sono dolenti del contegno della stampa italiana. In verità si potrebbe essere più cortesi, anche combattendo le opinioni degli inglesi. Bisogna ricordarsi che sono al potere in Inghilterra gli amici nostri. Gladstone fu il primo a sollevare la questione italiana quando l'Italia era divisa in sette Stati. Sono famose le sue lettere contro Ferdinando di Napoli. Al 1860 furono essi che imponendo il non-intervento, impedirono a Napoleone III di mandar le navi nello stretto di Messina, per opporsi al passaggio di Garibaldi sul continente. Furono i soli che protestarono contro la cessione di Nizza e Savoia. Furono i primi a riconoscere il regno d'Italia. In particolare poi vi dirò che il 29 maggio 1860, mentre una nave del re di Sardegna ci rifiutò la polvere, ce la diede una nave inglese. Bisogna esser grati per tanti benefici, ed anche combattendo non si deve esser duri.
Parigi, 3 agosto 1882.
.... Io non credo che Mancini abbia preso impegni per le cose egiziane a Berlino. Se lo ha fatto, ha commesso un errore. La Germania non ha interessi diretti nel Mediterraneo, e gli uomini di Stato di quel Paese, lo dicono e lo ripetono. Noi siamo e viviamo nel Mediterraneo, e nel regolare le questioni relative dobbiamo ispirarci e regolarci secondo i nostri interessi. Per la Germania, poi, la nostra politica dev'esser questa: amicizia e, secondo i casi, alleanza; giammai la dipendenza e molto meno il sacrificio dei nostri diritti, massime quando questo sacrificio non giova alla nostra alleata e non ci è compensato....
Le cose parlamentari in Inghilterra si accomodano. Gladstone troverà il modo di far passare ai Comuni un emendamento che possa essere accetto ai Pari. In caso contrario, chiuderà la sessione per aprirne un'altra in ottobre o novembre allo scopo di rifare con qualunque modificazione la legge per gli arretrati dei fitti in Irlanda. Non avremo dunque scioglimento della Camera inglese.
Qui si parla di un Ministero d'affari. Sarà un Ministero di vacanze parlamentari per venire poi alla formazione di un nuovo Ministero alla riapertura della Camera.
Abbiamo il tempo di rivedere le cose e correggere anche la nostra politica.