Le Prealpi Giulie. Limiti e divisioni. Non può essere discussione sui limiti delle Prealpi Giulie verso mezzogiorno, ove le ultime falde s'immergono nella pianura, nè ai lati, dove Tagliamento ed Isonzo, i maggiori fiumi friulani, costituiscono ben segnate linee divisorie; qualche incertezza invece si ha nello scegliere il confine settentrionale, che Giovanni Marinelli, badando alle condizioni orografiche, indicava nella sella di Carnizza (1109 m.)[13], mentre, tenendo conto piuttosto dei caratteri geologici, converrebbe[14] fissare nella valle di Resia e nella sella del M. Guarda (m. 1682). Non è questa una depressione molto notevole, ma chi dal fondo della vallata di Resia volga lo sguardo verso l'origine di questa, scorge ben netto il distacco esistente fra la verdeggiante e morbida catena, la quale comincia col Guarda e prosegue col Suovit, col Chila, col Niska ecc. da un lato e quella aspra e rocciosa che con i due Baba, con lo Slebe e col Lasca Plagna raggiunge dall'altro il Canin. La selletta rappresenta del resto la diretta continuazione tectonica della Valle di Resia, la quale segna poi, come meglio si dirà appresso, una decisa separazione fra due zone montuose a struttura assai diversa e di aspetto pure ben distinto, quella alpina da un lato, quella prealpina dall'altro.
Quest'ultima, per il tratto che qui ci interessa, presenta una sola profonda valle che l'attraversa completamente, quella cioè del Natisone, alla cui testa la bassa soglia di Starasella (256 m.) conduce, dopo breve percorso, all'Isonzo. Sotto l'aspetto puramente orografico le Prealpi che consideriamo vengono separate quindi in due parti, che in genere si distinguono coi nomi di Prealpi Giulie occidentali o del Torre e di Prealpi Giulie orientali o del Judrio[15]. Abbastanza staccate, non solo dalla regione di vera montagna, ma anche dalla meno elevata che a quella s'appoggia, appaiono così le alture fra S. Daniele e Tarcento come le colline fra Buttrio e Gorizia, fra le quali la pianura occupa una zona abbastanza continua, mentre però s'insinua tra i singoli rilievi in modo da isolarli spesso più o meno completamente. Per la prima soltanto di queste regioni collinesche è usato ormai, anche dai non geologi, il nome espressivo di anfiteatro morenico del Tagliamento.
Qualora si badasse al semplice rilievo esterno, si sarebbe indotti a considerare le Prealpi del Torre come una serie di catene e di contrafforti i quali dal gruppo del M. Plauris, la cui cima, con i suoi 1959 m. di altezza, rappresenta il punto culminante della regione, si distendono, per varî rami più o meno tortuosi, in differenti direzioni, ma specialmente verso oriente e verso mezzogiorno, degradando in questo senso fino alla pianura; si sarebbe pure indotti a riguardare le Prealpi del Judrio come un sistema di dossi staccantisi dal groppone del Matajur (m. 1643); nell'anfiteatro morenico un insieme di poggi riuniti attorno a due rilievi principali, quelli di Ragogna e di Buia, e finalmente nelle alture pedemontane fra Buttrio e Gorizia una serie di colline sporadicamente elevantesi dalla pianura.
Il quadro della regione appare però un po' diverso quando si tenga debitamente conto della struttura. Diciamone brevemente, considerando anzitutto
La serie dei terreni[16]. I più antichi sono quelli ritenuti raibliani (trias superiore) che nelle Prealpi Giulie compaiono sotto forma di marne scure, con lenti o vene di gesso subcristallino, bianco o leggermente roseo, di dolomie cariate ad esso associate e di una dolomia marnosa friabile e facilmente erodibile, frequentemente caratterizzata pure da numerose superficie speculari. Codeste formazioni hanno sempre un limitato sviluppo, salvo che nella valle di Resia, ove soltanto si presentano gessifere.
Ben maggiore importanza nella costituzione dei nostri monti, anzi la massima per quelli più interni ed elevati, ha la formazione che fa seguito alla precedente e che comprende una pila di strati misuranti uno spessore complessivo di forse 1000 metri, e costituiti da calcari i quali si sogliono ascrivere complessivamente alla così detta dolomia principale, sebbene una parte di essi sia forse più antica, ed una parte più recente spetti secondo ogni probabilità ai più antichi piani del lias. In questa potente formazione non è facile stabilire distinzioni, data la uniformità litologica e la scarsezza, ovvero la scarsa conservazione dei fossili. Come altrove nel Veneto, non si tratta mai di vere dolomie, ma di calcari che contengono meno del 20 per cento di magnesia e che sono ben stratificati e spesso con struttura zonata. Presentano poi intercalazioni bituminose ed in qualche punto lenti del così detto boghead, cioè d'una specie di carbon fossile, compatto, bruno, che brucia facilmente, il quale fu anche, a più riprese, scavato nelle località di Rio Serai e di Rio Resartico non lungi da Resiutta e ricercato nel M. Musi sopra Tanataviele. Sembra che questo boghead provenga dalla accumulazione nel mare triasico di talli di alghe (fucacee). I pochi fossili finora ritrovati nella Dolomia principale delle Prealpi Giulie (pseudomelanie, myophorie, Megalodon Gümbelii, Turbo solitarius, ecc.) provengono da una zona appena superiore a quella dei calcari bituminosi. Negli strati più elevati della serie dolomitica si notano con relativa frequenza sezioni di grosse bivalvi, sembra Megalodon e Dicerocardium, inoltre i calcari sono spesso più bianchi e farinosi alla superficie, hanno talora aspetto brecciato, nè mancano venature e sottili intercalazioni di sostanza marnosa rossastra.
Alla serie triasica fa seguito quella giurese, e forse in parte cretacea, rappresentata da un complesso di calcari della potenza in generale di 200-400 m., che si distinguono per la presenza di liste e noduli di selce per lo più grigia o nerastra. Questi calcari selciferi, sono ora chiari e compatti, ora rossicci e ammandorlati, ora verdognoli (cloritici) e brecciformi o nodulosi. Le liste ed i noduli di selce grigi, rosei o neri, sono costituiti, come è dato scorgere nelle sezioni microscopiche, in gran parte di scheletri di radiolarie; qualche fossile macroscopico, specialmente ammoniti ed aptici, si presenta, però, quasi sempre, in cattivo stato di conservazione, sulle superficie esposte agli agenti esterni degli strati calcarei, più che altro in quelli nodulosi ed ammandorlati. Del resto il materiale paleontologico finora raccolto nella regione è insufficiente per stabilire quali livelli del giura od eventualmente della stessa creta siano in essa rappresentati.
Nell'area più interna delle Prealpi ai calcari selciferi fa seguito una formazione, quasi ovunque di assai scarsa potenza — da 40 a 100 metri — e della quale sono conservati lembi poco estesi, costituita da una marna scagliosa, rossa o bruna raramente selciosa ed alla quale sono talora intercalati strati di calcare compatto bianco ovvero di calcare brecciato. Questa marna scagliosa, sebbene qua e là sembri passare lentamente alle marne ed arenarie eoceniche, si giudica in genere cretacea. Tuttavia le condizioni stratigrafiche nelle quali codesta formazione si trova verso Uccea e nella valle di Dresenza (Caporetto), appena oltre Isonzo, ove la formazione stessa ha uno sviluppo ed una potenza assai più considerevole che nel nostro territorio, indurrebbero a ritenerla piuttosto eocenica. Per decidere la questione mancano elementi paleontologici, poichè finora nella marna scagliosa in parola furono trovati unicamente fossili microscopici (Globigerina, Textularia), che giovano solo a precisare la natura dei sedimenti non la loro età.
Finora poi questa «scaglia» fu tenuta distinta da un'altra marna calcarea simile come aspetto, la quale compare, sia pur raramente, nelle colline più esterne, a contatto con la creta e la quale, essendo evidentemente ed in più luoghi intercalata con strati nummulitici, si ritenne spettasse certamente all'eocene. Questa marna vinacea eocenica si distinse dalla precedente anche per essere meno scagliosa e per rappresentare in molti casi quasi il cemento di una specie di conglomerato con elementi di calcari secondarî.
Va aggiunto come nella regione più esterna delle Prealpi manchino in genere così i calcari selciferi come la marna scagliosa ritenuta cretacea, sembrando quei terreni sostituiti da una formazione, potente nell'insieme 500 o 600 metri e forse talora anche più, di calcari grigi più o meno compatti, caratterizzati specialmente dalla presenza di camacee. Queste sono in generale comprese nella roccia in modo che difficilmente si possono isolare e per lo più si è in grado di osservarne solo le sezioni, spesso assai caratteristiche, alla superficie dei massi rimasti a lungo esposti alle intemperie. In questi calcari a camacee è possibile fare una distinzione grazie alla presenza, almeno locale, di una sottile zona di strati più sottili bituminosi, i quali dividono una serie più profonda spettante, a quanto si crede, alla creta inferiore ed al giura, da una più elevata ascritta alla creta media e superiore. Nella prima fu trovato nella valle del Cornappo un livello fossilifero con coralli, itierie, diceras ecc. che sembra titonico, nella seconda un notevole orizzonte a caprinide, nerinee, lime, ostree ecc. probabilmente turoniano, come è indicato dalla presenza, in strati appena superiori, di ippuriti (Hippurites cfr. giganteus). Al livello a caprinide forse corrisponde l'orizzonte fossilifero del colle di Medea, la cui fauna consta quasi per intero di radioliti, le quali là si presentano abbastanza bene isolate dagli agenti meteorici.
I piani più recenti della creta sono rappresentati da masse che compaiono isolate nell'eocene sotto forma di scogli (Klippen). I più notevoli sono quelli di Vallemontana, ove si ha un calcare grigio suboolitico ed un calcare bianco subcristallino con serpula, lima, cidaris ecc., e quello di Vernasso, ove compare un calcare bianco e grigio, bituminoso, con filliti e ostriche, inocerami, echini ecc. Questa ultima massa fa evidentemente parte, assieme ad altre, pure cretacee, di uno strato eocenico. Si ha cioè da fare con un conglomerato di questa età ad elementi calcarei talora giganteschi, conglomerato diffusissimo nel Friuli orientale e dal quale appunto provengono alcuni fra i migliori fossili cretacei descritti dal Pirona. Questo autore chiamava i conglomerati stessi pseudocretacei; i più vecchi geologi li avevano ritenuti come spettanti alla creta. Però mentre le osservazioni da me fatte alcuni anni or sono inducevano a ritenere eocenici tutti i conglomerati di questo tipo, le recenti ricerche del Kossmat, fanno dubitare che, almeno nella valle dell'Isonzo, una parte di essi sia veramente cretacea.
I conglomerati eocenici talora sono costituiti da elementi minuti, qualche volta anzi minutissimi, in modo da presentarsi sotto forma di brecce calcaree o di veri calcari a grana. Sono allora conosciuti col nome espressivo di piasentine e si lavorano come buona pietra da taglio. Talvolta sono nummulitici e contengono, oltre a varie specie di nummuliti, orbitoidi, crinoidi, radioli d'echini, alghe calcaree, ecc. Più raramente i calcari sono compatti, ovvero presentano disperso nella massa qualche piccolo ciottolo di selce. Essi formano poi zone dello spessore da qualche metro a qualche decina di metri, le quali alternano con zone di marne e di calcari marnosi, talora utilizzati per cementi, e di arenarie, qualche volta grossolane ed assai compatte, in modo da prestarsi alla estrazione di mole, altra volta più minute e meno resistenti e tali da servire solo come poco pregiato materiale da costruzione (la pietra così detta vernadie). In questa zona compaiono anche banchi bituminosi (Flaipano, Taipana, Cergneu, fra Forame e Subit, Canale di Grivò, Canebola, fra Montefosca ed Erbezzo, presso Tribil di Sopra ecc.) che non forniscono però materiale sfruttabile industrialmente.
In alcune delle zone arenacee — la cui natura si riconosce anche da lontano per la più abbondante vegetazione che le riveste e perchè ad esse corrispondono parti di suolo incavate e meno pendenti, mentre i calcari son più nudi e corrispondono a rilievi sporgenti — sono marne con ciottoli di varia natura nelle quali non è riconoscibile una stratificazione, ovvero, se lo è, dà a divedere che la roccia fu profondamente rimestata. Ciò è del resto provato anche dall'aspetto dei ciottoli, che di frequente mostrano di essere stati frammentati e le loro parti malamente risaldate, e dalla deformazione dei fossili spesso da esse contenuti. Rare sono le nummuliti e le altre foraminifere tipiche dell'eocene, assai più comuni gasteropodi e lamellibranchi, nè mancano coralli, alghe calcaree ecc. Le specie più caratteristiche sono la Crassatella plumbea, la Velates Schmideliana, la Natica hybrida e la sphaerica e lo Strombus Tournoueri, tutte spettanti all'eocene medio.
A questo piano appartiene l'intera serie calcareo — arenacea, la quale forma in generale la parte più profonda dell'eocene friulano, come pure quella superiore, di cui diremo appresso. Manca cioè, per quanto è noto, tanto l'eocene inferiore quanto il superiore. Che poi vi sia un hyatus fra la creta e l'eocene risulta non solo dalla mancanza, in posto, dei piani superiori del primo terreno ed inferiori del secondo, ma altresì dal fatto che il contatto fra i due avviene per una superficie non piana, ma con irregolarità che indicano una erosione della creta intervenuta prima dei depositi eocenici.
Nella parte più elevata della formazione, l'eocene ha sviluppo prevalentemente marnoso-arenaceo, sebbene non manchi qualche lente più o meno notevole di calcare nummulitico. Le rocce del resto sono simili a quelle della serie inferiore. Notevole per l'abbondanza dei fossili è un livello di marne a coralli con numerose specie di gasteropodi e lamellibranchi, un secondo, che sembra un po' superiore, caratterizzato specialmente dalla grande ricchezza delle nummuliti e delle assiline ed un terzo, che sembra il più recente, di brecciole con Rotularia spirulea ed echini oltre a varie specie di nummuliti. Marne a coralli compaiono nei monti di Buia e Tarcento, ma specialmente abbondanti presso Noax (Rosazzo), Brazzano e Cormons; strati a grandi nummuliti più che altro nei dintorni di questa ultima località, presso l'Abbazia di Rosazzo e nel lembo isolato di Rio Lavaria sopra Piano di Portis; gli strati ad echini sono specialmente nel colle di Buttrio.
L'eocene, potente poche decine o poche centinaia di metri nella regione più interna, raggiunge spessori che credo non inferiori ai 1000 metri nell'area montuosa più bassa e nelle colline; esso è quindi il terreno che occupa una maggiore estensione superficiale ed è altresì quello che costituisce, ove ha sviluppo la zona arenacea superiore, i colli più feraci delle nostre prealpi; in qualche tratto però «ove le marne sono prevalenti senza l'intermezzo di brecciole e di puddinghe, come avviene presso Orsaria di Buttrio, presso Ipplis e nei monti di S. Lorenzo, a levante di Faedis, quivi la vegetazione è scarsa e si stende il vago pascolo. È sempre però la regione più produttiva del Friuli, specialmente per frutta e vigneti, i quali ultimi, in genere di uve bianche, danno delle pregiatissime specialità enologiche, quali la Ribolla di Cividale ed il Romandolo di Tarcento» (Taramelli).
I più recenti terreni eocenici del Friuli orientale hanno a ridosso la pianura o l'anfiteatro, e le alluvioni e le morene seppelliscono quasi completamente la serie miocenica. Questa, come è noto, nel Friuli, consta alla base di glauconie, nella parte media di arenarie, argille e sabbie micacee che, verso l'alto, alternano con conglomerati, i quali nella parte superiore divengono via via prevalenti. Sebbene saltuariamente e con la mancanza dei membri più profondi, la serie si può seguire quasi per intero entro l'area da noi considerata, lungo la sponda sinistra del Tagliamento, ma assai meglio si osserva sulla destra. Al piccolo rilievo isolato che sorge presso i piedi settentrionali del colle di Osoppo, fanno riscontro, oltre il fiume, i maggiori lembi miocenici di Braulins e del Cianet di Peonis, mentre la zona di Susans e del colle Ragogna, più o meno completamente nascosta da morene ed alluvioni, si continua con sviluppo ben più considerevole nei poggi fra Forgaria e Pinzano.
La serie spetta per la massima parte al miocene medio, i conglomerati di Ragogna si ritengono però del superiore. Già in questa epoca forse la nostra regione era entrata nel regime continentale; tuttavia le formazioni sicuramente di tale natura finora note sono quasi tutte e forse tutte quaternarie. Esse poi assumono importanza notevole specialmente nell'anfiteatro morenico del Tagliamento a proposito del quale ne faremo parola.
Qui invece importa esaminare come e con quale disposizione i terreni che abbiamo brevemente descritto prendano parte alla formazione delle nostre Prealpi.
Tectonica della regione. Alpi e Prealpi. Al qual proposito avvertiremo come, prescindendo dai limitatissimi lembi miocenici che compaiono nelle parti più esterne della nostra regione e in condizioni tectoniche non sempre ancora ben precisate, i terreni che la formano sono quelli che si succedono dal raibliano all'eocene medio, durante il quale lungo periodo geologico la regione, salvo una breve interruzione, alla fine della creta, fu costantemente nel regime marittimo. Il fatto però, che, se non nell'area da noi considerata, certamente nel Friuli occidentale, il tortoniano è ancora compreso nelle pieghe prealpine più esterne, mentre non lo è in quelle più interne, fa pensare alla circostanza, che nelle nostre Prealpi il ripiegamento cominciasse già verso il termine dell'eocene e proseguisse, almeno per le regioni più esterne, fino alla fine del miocene. Non è ancora accertato se esso andasse di pari passo colla progressiva emersione del territorio, ovvero se questa fosse posteriore; alcuni indizî accennerebbero poi ad un sollevamento in massa della regione avvenuto probabilmente nel pliocene, e misurante alcune centinaia di metri. Comunque, quale si sia l'età e la natura di questi movimenti orogenetici, essi ebbero, se non caratteri, certo conseguenze diverse nella regione più interna delle prealpi, in quella media ed in quella pedemontana.
Nella prima, che chiamai zona montana, la coltre dei terreni triasici (raibliano e dolomia principale), giuresi (calcari selciferi), cretacei (scaglia) ed eocenici, potente intorno ai 1500 m., appare sollevata e compressa in modo da costituire un fascio di pieghe ristrette, allungatissime, complicate localmente da accavallamenti (pieghe-faglie) e scorrimenti, arrovesciate, salvo alcune interne, verso la pianura. Queste pieghe sono dirette quasi esattamente da est ad ovest, deviano però assumendo direzione di sud-est in corrispondenza presso a poco all'Isonzo; trovano tuttavia la loro continuazione tanto oltre questo fiume, quanto in senso opposto al di là del Tagliamento. Le pieghe stesse presentano ondulazioni trasversali che si manifestano col diverso livello a cui compaiono le formazioni giuresi, cretacee ed eoceniche le quali costituiscono in generale i nuclei dei sinclinali. Queste formazioni e le ultime specialmente, dove l'erosione non le ha asportate completamente, non compaiono in genere nel fondo delle valli meglio incise, ma in limitati lembi sulle più alte insellature o nei pendii più interni; onde percorrendo il fondo delle valli del Tagliamento e del Torre la presenza di alcune pieghe può completamente sfuggire all'osservatore e si ha l'illusione che la formazione della dolomia principale, già di fatto così potente e diffusa, lo sia ancor maggiormente; onde pure l'impressione di un territorio ancora più nudo e desolato di quanto sia in realtà. Ciò non avviene della valle dell'Isonzo, in corrispondenza alla quale i sinclinali si deprimono assai, onde la presenza lungo il percorso del fiume, ovvero lungo i suoi affluenti, di ampî e ridenti bacini eocenici (Plezzo, Uccea, Dresniza) che ricordano, per le condizioni geologiche e geografiche loro, quelle delle prealpi Carniche (Claut, Erto).
Si può tuttavia affermare che questa zona montana sia costituita, nel complesso, prevalentemente dalla dolomia principale, la quale del resto forma quasi totalmente anche i più interni gruppi montuosi delle Giulie, come quelli del Canin e del Montasio. Il paesaggio orografico di questi differisce però profondamente da quello dei rilievi prealpini, ciò che sta in relazione, anzitutto con la diversa struttura dei due territorî, poi con la diversa misura del sollevamento e infine con la diversa azione glaciale; là le grandi masse calcaree sono continue e in genere debolmente inclinate, qui disposte a zone e con forti pendenze, onde là il prevalere degli altipiani, qui delle catene; là le cime più eccelse raggiungono quasi i 2800 metri d'altezza, qui no toccano mai i 2000; là l'azione glaciale fu intensa in modo da dare alle cime ed alle creste l'impronta dell'alta montagna, qui più debole e limitata ai versanti settentrionali, onde forme di media montagna dovute al prevalere dell'azione delle acque correnti. Una misura della differenza altimetrica esistente fra le nostre prealpi e le alpi retrostanti può essere data dai seguenti valori di media elevazione: Gruppo del Canin: metri 1240, Prealpi Giulie occidentali: metri 690, Prealpi Giulie orientali: metri 380[17].
È solo in parte chiarito in quale rapporto tectonico stieno le masse del Canin e quelle del Krn, — che, oltre Isonzo, ne rappresentano la continuazione — con quelle della Prealpi: sembra però si tratti di una piega-faglia, per cui le dolomie del trias, sovraspinte verso mezzogiorno, possono poggiare anche sull'eocene. Meglio accertato è che la zona montana delle Prealpi è separata dalla submontana con una serie di pieghe faglie — dai vecchi geologi interpretate come vere fratture — che rappresentano l'accidente tectonico forse più notevole della regione. All'esterno di queste pieghe-faglie la coltre dei terreni sedimentarî — che qui è costituita diversamente da quella delle aree più interne, perchè diverso e più notevole è lo sviluppo della serie cretacea, come pure talora di quella giurese (calcari a camacee), e ben maggiore quello della eocenica — fu assai meno sollevata — onde in un sol caso sono a giorno le roccie triasiche — e corrugata in modo assai meno accentuato e direi quasi opposto che nella zona montana. Anzichè pieghe lunghe compresse e coricate, ne abbiamo di assai brevi ed ampie: si presenta cioè quella struttura che è stata detta ad elissoidi. Questi elissoidi hanno talora la gamba esterna raddrizzata, mentre i terreni più recenti che vi si appoggiano possono essere addirittura ribaltati verso il piano; onde si può parlare, sebbene il fenomeno non sia costante, di un grande rovesciamento pedemontano. Questa zona del rovesciamento ovvero del forte rialzamento degli strati, coincide col predominio dei terreni marnoso-arenacei dell'eocene, i quali però nel tratto fra Buttrio e l'Isonzo fanno forse parte di un piatto sinclinale che intercede fra gli elissoidi cretacei di Prepotto e di Salcano da un lato e quello di Medea dall'altro. Comunque sia, questa zona fra gli elissoidi e la pianura può chiamarsi pedemontana.
Le catene prealpine. Linee principali del rilievo e suoi caratteri. Assai diverso, in relazione con la diversa natura dei terreni e col modo con cui questi sono disposti, è il rilievo delle tre zone indicate.
Quella montana è il territorio delle catene, lunghe ed uniformi, interrotte da poche valli trasversali, separate invece da notevoli depressioni longitudinali. In relazione con la forma delle pieghe e con la loro troncatura per azione degli agenti esterni (sul principio forse la stessa abrasione marina) sta infatti la disposizione dei terreni diversamente erodibili a striscie allungatissime da est ad ovest; alla scaglia ed alle arenarie ed alle marne eoceniche, come pure alle formazioni raibliane, corrispondono le aree più facilmente erodibili e in esse si svilupparono le valli e le selle, alla dolomia principale corrispondono le zone più resistenti alle azioni subaeree e in esse rimasero le creste e le cime. Queste nella regione sono singolarmente uniformi e livellate; supponendo di colmare completamente le valli si otterrebbe la superficie di un altipiano in nessun punto raggiungente i 2000 m., in nessuno scendente sotto i 1500, inclinato uniformemente verso sud. Ci rappresenta su per giù la regione quale si può imaginare sarebbe se su di essa non avessero esercitato negli ultimi tempi geologici il loro lento lavorio le acque correnti e gli altri agenti della degradazione ovvero quale essa fu realmente alla fine di un ciclo d'erosione sviluppatosi con un livello del mare (di base) 1500 metri più alto dell'attuale. Fra le masse in cui l'altipiano fu smembrato la più elevata è quella interna del Plauris (m. 1959), che trova la sua continuazione verso oriente nel Làvora (m. 1907) e poi, geologicamente, nel minore rilievo del M. Cuzzer (m. 1463) e finalmente nella catena del Chila (1421), del Guarda (m. 1760), la quale recinge superiormente la valle di Resia riattaccandosi al gruppo del Canin. In questa serie di monti, che le valli strette del Rio Nero (Cernipotok) e del Rio Barman dividono in tre parti diseguali, la più notevole ed anche la più complessa è quella più occidentale. Una serie di valli (Resartico, Serai, Campers, Lavaria, Varuzza) penetrano profondamente nella giogaia montuosa rendendo questa aspra ed irregolare specialmente nei versanti settentrionale ed occidentale. La giogaia stessa che, oltre il Plauris, presenta, notevoli, le cime del Jof Ungarina (1845 m.) e del Làvora (m. 1907), si riattacca per mezzo della forca di Campidello (m. 1462) — alla quale corrisponde un lembo di marne scagliose, che ad oriente collegandosi con gli altri di casera del Confine, Ungherina, della chiesetta di S. Antonio e ad occidente raccordandosi con la zona eocenica della valle di Uccea, segua uno dei più notevoli sinclinali delle prealpi Friulane — al monte Musi.
Costituisce questo una vera catena, notevole per l'uniformità della sua cresta che in nessun punto sale oltre i 1875 metri, mentre in parecchi supera i 1800 e non scende sotto i 1700 se non al passo di Tasajaur (1612) presso la sua estremità orientale, onde «da lungi, specialmente dalla pianura friulana, presenta propriamente l'aspetto di una vera e continuata muraglia. La quale poi per essere elevata in media un 200 metri più di quelle più meridionali del Ciampon e del Monte Maggiore, ma, in pari tempo, trovandosi di qualche chilometro più di esse lontana dall'occhio dell'osservatore, per effetto di prospettiva, pare non più alta di esse, fra le quali apparisce parete di congiunzione posta sull'istesso piano prospettico» (G. Marinelli). La continuazione occidentale del Musi va cercata nel Monte Ledis (m. 1055) dal dirupato fianco meridionale. La forcella di Ledis (m. 764), quella di Musi (m. 1012) alla testa della Venzonazza, la soglia di Tanamea (m. 853) fra il rio di Mea e la valle di Uccea, limitano verso nord la più meridionale delle catene montuose delle nostre prealpi, quella che corre diritta fra Tagliamento ed Isonzo per 35 chilometri, divisa in due parti disuguali dalla incisione del Torre, l'occidentale che culmina col Ciampon (m. 1716) e l'orientale che prende nome dalla punta di Montemaggiore (m. 1626) e dallo Stol (m. 1668). Queste due catene presentano caratteri assai differenti negli opposti versanti. A sud si hanno pendii assai erti e singolarmente uniformi; alla sommità si scorgono infatti le testate dei calcari dolomitici formare una specie di orlo alle catene, inferiormente invece estesi ricoprimenti di falda, qua e là interrotti dalle bianche righe dei solchi torrentizî, costituiscono chine erbose ad inclinazioni via via degradanti; più in basso si staccano le boscose colline formate dai terreni eocenici, che, per le pieghe-faglie accennate, qui rappresentano in certo modo l'imbasamento della serie triasica. Ben differenti sono i versanti settentrionali: meno ripidi ed assai irregolari già per la presenza delle formazioni selcifere e, in qualche caso, delle marne scagliose cretacee, subirono poi l'azione di piccoli ghiacciai, che lasciarono evidenti tracce del loro passaggio in depositi morenici (Val Moeda, Valle Pozzus, Rio del Sole, Pian di Tapou) ed in circhi. Questi pendii settentrionali sono ricchi di faggete e nella parte più elevata presentano, qua macchie isolate, là una zona continua di pini mughi. La cresta delle catene è sempre relativamente ristretta, ma non al punto che non riesca possibile percorrerla senza difficoltà per quasi tutta la sua estensione; è poi singolarmente uniforme, cioè piccoli sono i dislivelli fra le punte e le insellature intermedie. Nella catena del Ciampon, oltre alla cima suprema (m. 1716) è notevole il caratteristico cocuzzolo detto Cuel di Lanes (m. 1630). Nella catena Montemaggiore Stol, oltre alle cime che portano questi nomi, le quali pure poco bene si distaccano dalla linea uniforme della cresta, nessuna altra merita di essere menzionata; ricorderemo piuttosto che tutta la parte occidentale della catena prende il nome di Gran Monte.
La regione degli altipiani e le pendici pedemontane. A sud delle catene ora descritte si stende la regione che dissi submontana, caratterizzata geologicamente dagli elissoidi ed orograficamente dai monti a dossi e ad altipiani. Fra le due s'interpone quella serie di ampî bacini, di cui i maggiori sono quelli di Vedronza e di Bergogna, i quali, per la natura del suolo (eocene ed a Bergogna depositi morenici), per le forme di questo, per la flora, per le colture e per le abitazioni, ricordano le ridenti colline pedemontane recingenti la nostra pianura; essi si presentano infatti quasi oasi di vegetazione e di vita in mezzo a regioni desolate, oasi che si possono raggiungere solo superando montagne elevate e rocciose ovvero percorrendo gole anguste e selvagge. Specialmente strette si presentano quelle (Torre, Cornappo, Pradolino, Natisone) che conducono alla pianura, le quali sono appunto le stesse che, attraversando l'intera zona submontana, separano in questa l'uno dall'altro i singoli dossi ed altipiani onde la regione risulta costituita. Due sole montagne per l'altezza ed anche per la costituzione loro si avvicinano a quelle della regione più interna, cioè da un lato il Quarnan (m. 1372), dall'altro il Matajur (m. 1643); nello spazio intercedente fra le due montagne, che sorgono simili per forma e in posizione analoga, alle due estremità della zona, sono, procedendo dal Tagliamento: il dosso eocenico che prende nome, prima di Monte di Magnano e poi di Ciampeon (m. 764), il piccolo lembo cretaceo di Stella (m. 791), il quale, col maggiore altipiano del Bernadia (m. 879) ed il minore di Montediprato (m. 627), forma geologicamente l'elissoide più caratteristico della regione, mentre orograficamente le due prime sono montagne che stanno completamente a sè, l'ultimo si riattacca al sistema di altipiani che culmina con le Zuffine (m. 1094), il Jauer (m. 1094) ed il Juanes (m. 1168) e termina verso nord-est col Ljubja (m. 1124) che fa già parte tectonicamente dell'anticlinale del Matajur. A questo spetta anche l'altipiano cretaceo del Mja (m. 1244), che la valle del Natisone e la forra di Pradolino isolano da ogni lato.
Ad oriente del Natisone e fino all'Isonzo, pur seguitando la caratteristica formazione degli elissoidi (uno con nucleo giurese è traversato dall'Isonzo, sopra Ronzina ed uno cretaceo sopra Salcano, senza tener conto dei minori di Prepotto e di Medea), manca quasi il carattere di altipiano e nell'orografia della regione prevalgono lunghe dorsali collinesche, che dal Matajur (m. 1643) e dal rilievo del Colaurat (M. Kuk, m. 1243), il quale in qualche modo ne rappresenta la continuazione oltre la sella di Luico (m. 720), scendono verso la pianura in direzioni prevalentemente parallele al Natisone ed all'Isonzo. Fra i rilievi più notevoli di questa zona collinesca ricorderemo il S. Martino (m. 983) di fronte a Cepletischis, l'Hum (m. 917) a nord-est di Tribil, il Kuze (m. 807) presso Stregna, il monte Spigh (m. 661) sopra il santuario di Castel del Monte ed il Corada (m. 812) dal quale si diramano i dossi del Collio. La tipica conformazione ad altipiano torna a prevalere nei monti oltre l'Isonzo, con caratteri così accentuati che con la montagna di Locavez, subito ad oriente di Canale e con quella di Ternova che ne rappresenta l'immediata prosecuzione verso oriente, entriamo già nel Carso propriamente detto. Nelle stesse Prealpi Giulie, tanto ad est quanto ad ovest della valle Natisone, le regioni cretacee sono assai ricche di manifestazioni carsiche sotto forma di solchi, di doline, di voragini e di grotte[18]; questi fenomeni, sia pure con distribuzione più sporadica, non mancano nemmeno negli altipiani eocenici (Campo di Bonis, Pian delle Farcadizze ecc.) ove alternano zone calcaree con zone arenacee.
Il paesaggio morfologico delle aree culminanti della zona di cui parliamo, contrasta con quello delle aree più basse — siano queste le strette gole che incidono la regione, sieno le aree collinesche che la circondano — non solo per la frequenza dei fenomeni carsici, ma per tutti i caratteri del rilievo; fra i dossi spianati, abbiamo valli dal fondo assai ampio e dai dolci fianchi, pochi e a lento corso i torrenti, che in qualche caso scendono in cascata nelle depressioni inferiori. Tutto dà l'idea che si abbia da fare con una regione la quale fu in altri tempi, probabilmente nel pliocene, soggetta ad un lunghissimo periodo erosivo con un livello del mare qualche centinaio di metri superiore all'attuale, in modo da risultarne se non spianata, certamente ridotta a quelle forme che i morfologi sogliono dire mature se non anche vecchie. Poi un sollevamento relativamente rapido, rinnovò l'attività erosiva dei corsi d'acqua, che incisero le profonde gole del Torre, del Cornappo, del Natisone ecc., ed in genere delle altre valli, che mostrano tutte caratteri di gioventù. Solo nelle aree eoceniche facilmente erodibili questo ciclo attuale d'erosione potè procedere più spedito. Comunque rimane, in alto, conservato in parte dallo stesso processo carsico, un territorio che deve le sue forme ad un ciclo più antico; dal quale l'attuale ereditò i suoi fiumi; almeno i principali fra essi.
Anche per la loro storia gli altipiani montani delle Giulie rappresentano forse gli avamposti del vero Carso; un tempo ammantati tutti da ricche faggete, sono oggi, prescindendo dalle ristrette aree coltivate, in buona parte nudi o rivestiti da magri prati o da rade macchie e cespugli; solo le loro pendici meridionali e cioè dove nell'eocene prevalgono le formazioni marnoso-arenacee, il suolo è tutto ormai si può dire nel dominio del bosco di castagno e del vigneto. Onde il contrasto fra le colline pedemontane, con le molli ondulazioni, con il verde rivestimento arboreo, con i sentieri ombrosi, con i casali e le case isolate sparsi sui dossi e sulle chine a solatio e la regione più interna in gran parte nuda e povera di coltivazioni e di villaggi. Le più umili e più esterne colline eoceniche per l'aspetto loro talora si assomigliano ai rilievi morenici, pure così estesi nell'area che consideriamo.
L'anfiteatro morenico del Tagliamento. La serie più notevole di questi rilievi è quella che forma il già menzionato anfiteatro morenico friulano, quell'insieme cioè di alture costituite dai materiali abbandonati alla propria fronte dal grande ghiacciaio che nel quaternario scendeva dalla valle del Tagliamento fino a raggiungere il piano. Non è a credere che il ghiacciaio accumulasse le sue morene su di un'area spianata, o quasi, bensì su di un suolo collinesco assai irregolare, che il ghiacciaio stesso modificò poi profondamente sia con la sua azione erosiva sia col suo potere d'accumulare. Della prima azione si scorgono, a dir vero, tracce quasi soltanto nella regione a monte dell'anfiteatro, ove ne sono testimonianza il colle arrotondato del Comielli e la conca racchiudente il lago di Ospedaletto e la soglia rocciosa d'Interneppo e i rilievi montonati sopra Bordano, le stesse valli principali del Tagliamento e del Fella sovraescavate e sovralluvionate e con vallette pensili (per es. Val Varuzza, rio Lavaria) e cascate laterali, ed anche il campo di Osoppo, resto di un antico lago d'erosione piuttosto che di sbarramento glaciale. Di questo ampio specchio d'acqua, di cui un ramo si protendeva a guisa di fiord, verso la Carnia, ultimo relitto, non ancora interrato, può considerarsi il lago di Cavazzo, profondo appena 38,5 m. e col pelo d'acqua a 195 m. sul mare. L'accumulamento glaciale prevalse invece nella vera area dell'anfiteatro; tuttavia nella parte più interna e precisamente a nord di una retta che unisca Ragogna con Tricesimo non fu tale da mascherare completamente la topografia originaria. Onde sporgono tuttora dalle morene, spesso però senza bene distaccarsi da queste, rilievi terziari; fra i quali come già si disse, i più notevoli sono quello di Ragogna (m. 512) costituito da conglomerati miocenici e quello del castello di Buia (m. 332) formato da marne ed arenarie eoceniche.
Prescindendo da cotesti rilievi terziari ed anche da alcune basse colline verso Leonacco, ove sembra sieno tracce di una più antica glaciazione (rissiano), l'intero anfiteatro si crede opera dell'ultimo periodo glaciale (vurmiano) ed appare costituito da tre cerchie principali, via via scemanti d'altezza dall'esterno all'interno e separate una dall'altra da ripiani e di cui le due interne sono multiple, in relazione con l'ostacolo che i rilievi preesistenti doveano opporre alla massa fluente del ghiaccio. La cerchia esterna è quella che ha per suoi punti culminanti i colli di S. Daniele (m. 267), di Fagagna (m. 266), di Moruzzo (m. 270), di Brazzacco (m. 249) e di Tricesimo (m. 241); essa si estende, con forma regolarmente arcuata, da questa ultima località a Ragogna, passando perifericamente in modo insensibile al conoide fluvio-glaciale, cioè alla inclinata pianura fra il Tagliamento ed il Torre. A monte, cioè internamente, si stende, ad essa parallela, una zona, elevata dai 180 ai 200 m., pianeggiante e paludosa, con depositi alluvionali recenti, alcune torbiere (le più importanti sono quelle del bacino del Rio Lini presso Fagagna, conosciute comunemente dal nome di questa ultima località) e zone acquitrinose. La cerchia frontale esterna prosegue verso oriente nella morena laterale sinistra, che forma i colli morenici fra Tricesimo e Tarcento; a monte di questo borgo, la morena stessa è conservata in pochi lembi, come quello su cui poggia Billerio (elevazione massima circa m. 300), quello che si stende a nord di Artegna (elevazione massima circa m. 350) e finalmente quelle di Montenars (elevazione massima 476 m.). Non è facile decidere se queste morene laterali si devono raccordare alla più esterna delle cerchie ovvero ad alcuna delle susseguenti; lo stesso vale per le morene laterali di destra, che sono oltre il Tagliamento, sui colli di Flagogna e Forgaria, verso i quali del resto si spingeva solo una digitazione del grande ghiacciaio, determinata dal Colle di Ragogna, il quale non sembra sia stato mai ricoperto completamente dal ghiacciaio stesso nemmeno durante il periodo della massima espansione di questo.
La seconda cerchia morenica, cioè la media, non è continua, come la più esterna, ma si divide in tre lobi principali, corrispondenti ai tre rami nei quali il ghiacciaio, ormai dimagrato, era scisso dai rilievi di Buia e di Susans. Ad occidente si ha il cordone elevato fino a 300 m. di S. Giovanni, Pignano, Ragogna, Canodusso, dietro il quale è l'interessante lago di S. Daniele (m. 188 sul mare, prof. m. 9,5) e quello, meno conservato, che va da S. Tommaso a Muris; nel mezzo sono i colli elevati in pochi punti oltre i 210 m. di Caporiacco e Colloredo che si continuano lateralmente da un lato verso Majano dall'altro verso Buia; in fine ad oriente sorgono le morene di Treppo e Collalto, che raggiungono i 220 ed anche i 230 m. d'altezza, e che di fianco proseguono, esse stesse, verso Buia. Anche a monte di queste cerchie si trovano spianate alluvionali acquitrinose e torbiere (fra queste le più importanti sono quelle di Collalto e Bueris).
La terza e più interna cerchia dell'anfiteatro è essa pure biforcuta in corrispondenza al colle di Buia; in questa è specialmente ben conservato, quasi nella freschezza originaria, il ramo orientale, che si stende a ridosso del Campo di Osoppo, fra la Madonna di Buia e Magnano, elevandosi al massimo fino a m. 231.
Nell'insieme le colline dell'anfiteatro del Tagliamento con le dolci ondulazioni separate da ampi avvallamenti e con la incerta idrografia, presentano i caratteri tipici del paesaggio morenico; esse però non sempre sono ridenti per rigoglioso rivestimento di vegetazione spontanea, o per ricche coltivazioni o per densità di abitati; non ostante la varietà degli elementi che costituiscono il suolo, questo è nelle bassure nel dominio delle paludi e degli acquitrini, nelle alture spesso ricoperto appena da prati o da radi querceti o da acacie e presenta poche località abitate. Se non mancano i vigneti ed i campi ben coltivati, nel complesso la regione appare assai meno fertile di quella eocenica e di parte della stessa pianura. Più nudi ancora dei morenici sono poi i rilievi di conglomerati terziari racchiusi dall'anfiteatro, tale è il caso di quello di Ragogna, dove non mancano nemmeno manifestazioni carsiche[19].
Altri depositi glaciali. Il grande ghiacciaio del Tagliamento lasciò entro l'area da noi considerata ben pochi depositi morenici oltre quelli dell'anfiteatro qui sommariamente considerati, in genere abbandonò solo massi erratici più o meno dispersi. Un sottile velo morenico riveste la sella pianeggiante di Togliezzo (m. 510) e materiale glaciale contribuisce, assieme ad una caratteristica soglia rocciosa, a chiudere, salvo il breve varco del fiume, la valle di Resia presso Resiutta. Resti morenici di una digitazione del ghiacciaio del Fella sono anche nella valle di Resia fra Stolvizza e Coritis.
Una serie di piccoli ghiacciai ebbe, come già s'accennò, il versante settentrionale della catena del Ciampon; ne sono testimonianza sicura i piccoli apparati morenici che si trovano al pian di Tapou (da 850 a 950 m.), nella valle del Rio del Sole (a circa 750 m.), in quella di Pozzus (fra 750 ed 800 m.) ed in quella della Moeda (verso i 750 m.), ed altresì il circo della casera superiore di Gleriis. Circhi sono anche nella catena Montemaggiore-Stol, solo però al nord dei due tratti più elevati della cresta. È incerto se alcune piccole conche che sono a settentrione della punta del Matajur sieno in rapporto con azioni glaciali, comunque l'insieme dei dati finora raccolti nelle Prealpi Giulie tende a provare che il limite climatico delle nevi trovavasi durante l'epoca glaciale (vurmiano) intorno ai 1300 metri sul mare.
Ben più notevoli delle morene ultimamente indicate sono quelle abbandonate dal ghiacciaio dell'Isonzo. A dir vero nella valle principale i terreni glaciali, pur essendo abbastanza frequenti specialmente nel tratto fra Caporetto e S. Lucia — l'ultimo lembo che segnerebbe il limite inferiore del ghiacciaio, è quello presso Sala — non sono però molto considerevoli, nè costituiscono un apparato in alcun modo paragonabile a quello del Tagliamento. Lo sarebbe piuttosto, salvo le dimensioni assai minori ed altri caratteri speciali, l'insieme dei depositi abbandonati nella regione fra Louch, Prossenicco, Bergogna, Sedula, Boreana e Creda, dal ramo del ghiacciaio dell'Isonzo che, insinuandosi per il passo di Starasella, occupava l'alta valle del Natisone. Prescindendo anche dalla singolare barra rocciosa di Robic, la di cui presenza va certamente posta in relazione col lavoro erosivo del ghiacciaio (soglia di diffluenza) alla potenza accumulatrice di questo si deve in buona parte la morfologia di quella ridente regione; accanto alle vere morene, costituenti rilievi con caratteristiche forme d'erosione, sono qua e là pure argille le quali sembrano depositate in raccolte d'acqua di sbarramento glaciale.
Del resto il ghiacciaio dell'Isonzo — come in qualche caso quello stesso del Tagliamento — potè determinare sbarramenti di valli laterali, ma dove poggiava la sua fronte produsse una escavazione che come quella del campo di Osoppo, fu occupata da acque lacustri e poi interrita. Si hanno appunto tracce di un lago posglaciale nella regione fra Caporetto e Tolmino. Altri indizi di una notevole azione erosiva del ghiacciaio sono del resto nella valle principale dell'Isonzo ed in quelle laterali, come alla soglia di Starasela, donde passava il ramo del Natisone (il quale mandava anche una digitazione a sud fin verso il Pulfero, mentre il ramo principale penetrava nella conca di Bergogna, profittando per lo scolo delle acque di fusione della stretta di Pradolino), e alla confluenza del rio Uccea. Anche questo era infatti rimontato da un ramo del ghiacciaio dell'Isonzo, che sembra in uno dei più antichi periodi glaciali superasse anche la sella di Tanamea e penetrasse nella valle del Torre fino al bacino di Vedronza. Questo ramo ha però lasciato resti insignificanti.
Nelle Prealpi Giulie non mancano nemmeno tracce di morene non spettanti ai periodi glaciali, ma agli stadî d'arresto o di piccolo avanzamento che ebbero luogo durante l'ultimo ritiro dei ghiacciai. Tali sarebbero alcune morene locali della Valle di Resia ed il minuscolo, ma caratteristico apparato morenico — deposto da un piccolo ghiacciaio della catena del Musi — della Madonna di Carnizza. Queste morene spetterebbero allo stadio detto di Bühl durante il quale il limite climatico delle nevi era da 200 a 300 m. superiore che non nell'epoca glaciale (vurmiano), da 900 a 1000 più basso di oggi.
Formazioni quaternarie ed attuali nelle regioni non occupate da ghiacciai. Però, conviene avvertirlo, la maggior parte delle Prealpi Giulie, e specialmente delle regioni montana e pedemontana, rimase al di fuori di qualunque invasione glaciale. Nell'area stessa continuarono quindi, si può dire ininterrottamente, i normali processi del disfacimento meteorico e dell'erosione delle acque correnti, onde la maggior estensione dei suoli di trasporto o di locale alterazione e la impossibilità di una netta determinazione dell'età dei terreni stessi in relazione con l'epoca glaciale. Lungo i pendii dei monti si formarono estesi ricoprimenti detritici di falda, che oggi si presentano sotto forma di brecce, quali si osservano per esempio nel versante meridionale del Bernadia o di crostoni conglomeratici, sviluppati, come si disse, specialmente sui declivi meridiani della catena del Ciampon e di quella Montemaggiore-Stol; simili formazioni si osservano nella stessa valle del Tagliamento, ove si fondono alla base con le antiche alluvioni fortemente cementate di questo fiume[20]. Le formazioni stesse stanno ad indicare effettivamente i fianchi, tuttora conservati nelle parti superiori, ove non giunse l'azione erosiva del ghiacciaio, della valle preglaciale del Tagliamento. Mentre nella regione montuosa prima, durante, e dopo l'epoca glaciale, si andavano accumulando abbondanti materiali di falda, nelle basse colline e specialmente nella regione verso Cormons i terreni eocenici subivano un processo di disfacimento meteorico per il quale appaiono rivestiti di suoli argillosi rossastri simili al lehm. Ma, come ovunque, i materiali di accumulazione furono abbondanti specialmente nei fondi delle valli e nella pianura ove li portavano i varî corsi d'acqua della regione. Abbondanti alluvioni quaternarie non mancano nelle stesse valli occupate dai ghiacciai, sono anzi assai diffuse in quella di Resia, in quella dell'Isonzo e nella stessa del Tagliamento. Nelle due prime anzi formano notevoli sistemi di terrazzi. Ma più abbondanti che mai appaiono le alluvioni quaternarie nelle valli prealpine che furono in parte sgombre di ghiacciai e specialmente dove sboccano nel piano. Caratteristiche serie di terrazzi alluvionali presentano le valli del Torre presso Tarcento, quella del Cornappo presso Nimis, quella del Natisone da S. Pietro in giù e parecchie altre. Nella regione pedemontana fra il Torre e l'Isonzo con i grandi trasporti di materiali avvenuti durante il quaternario determinarono un caratteristico fenomeno che si può dire di sovralluvionamento della pianura, per cui lembi di questa penetrano in certo modo nelle valli occupandone anche le più interne insenature laterali e seppellirono d'altra parte le falde prima subaeree dei colli pedemontani in modo che alcune parti più sporgenti di questi poterono qua e là rimanere come rilievi isolati che sorgono dai materiali di trasporto fluviale. Codesto sovralluvionamento — il quale va accentuandosi verso l'Isonzo — fu opera soltanto dei corsi d'acqua maggiori, onde in corrispondenza a quelli meno attivi poterono risultarne ristagni d'acqua, di cui si trovano talora anche oggigiorno le tracce, tanto fra le colline a contatto col piano, quanto nell'interno delle valli. Le aree tuttora paludose attorno alla collina di Buttrio, molti depositi di argilla dei margini della pianura, i sedimenti con conchiglie lacustri della valle inferiore di S. Leonardo di Savogna, sono tutti da mettersi in relazione col sovralluvionamento accennato.
Particolari alla valle del Tagliamento sono gli ampî conoidi torrentizî, generalmente terrazzati, di cui i più notevoli sono quello del Rio Vegliato di Gemona e i Rivoli Bianchi di Venzone. Gli ultimi sono tuttora assai attivi e presentano per gran parte della loro estensione un suolo ghiaioso in continuo movimento ed aumento. Questi conoidi costituiscono rispetto al campo di Osoppo qualcosa di simile ai ben maggiori dei fiumi prealpini rispetto alla bassa pianura veneta, onde la presenza ai loro piedi di una zona di grosse sorgenti simili a quella ben nota dei fontanili. Il sottosuolo del campo di Osoppo è, in parte almeno, costituito da materiali sottili, e ciò in relazione con la esistenza al suo posto di un lago di escavazione e di sbarramento glaciale successivamente colmato; ma alla sua superficie prevalgono i materiali ghiaiosi portati dal Tagliamento che oggi stesso ha un amplissimo letto di piena. Gli altri fiumi della regione entro l'area da noi considerata corrono per lo più in letti ristretti e affondati nei terreni sedimentari della regione o nelle loro stesse antiche alluvioni. Suoli recenti sono abbastanza estesi nell'area dell'anfiteatro morenico, sotto forma di alluvioni minute o di torbiere, ma di essi si fece già cenno precedentemente. Qui basti rammentare che alle torbe sono sempre associate argille, spesso, come quelle, utilizzate industrialmente e che le une come le altre sono indizio di stagni o di laghi.
Oltre a quelli di escavazione glaciale, a quelli di sbarramento alluvionale ed a quelli intermorenici, altri laghi quaternarî di cui restano tracce sono esistiti alle sorgenti del Torre, sotto Vedronza, presso Serpeniza; essi però nulla hanno da fare con le circostanze finora brevemente accennate, ma furono, a quanto sembra, originati da frane. Di frane posglaciali non mancano altri esempi; presso Venzone, nelle colline di cui una porta le rovine del vecchio castello e nei grandi massi sparsi nel letto del Tagliamento, è da riconoscere il materiale — in gran parte sepolto dalle alluvioni — accumulato da un grande scoscendimento; uno di notevole è rappresentato pure dal mucchio di frammenti angolosi di roccia che si osserva al passo di Starasella. Alcune di queste frane possono eventualmente porsi in relazione con la circostanza che i ghiacciai, sovraescavando le valli, lasciarono nei fianchi di queste pendii eccessivamente ripidi. Oggi del resto le frane costituiscono nella regione un fenomeno poco comune; la costituzione dei monti in genere poco le favorisce; di notevoli, avvenute in epoca storica, quasi non se ne conosce; il Ciconi[21] ne ricorda però una che, nel 1748, avrebbe arrestato momentaneamente il corso della Venzonazza, le cui acque poi, rovesciandosi furiosamente su Venzone[22], vi avrebbero atterrato la chiesa ed il convento di S. Giorgio ed allagato e guasto tutto il borgo di sopra; il Girardi d'altra parte fa parola di un'altra, la quale nel 1825 sarebbe scesa dal monte di Magnano; mentre piccoli smottamenti del suolo, come quello del rivolo di Vicinale descritto dal Lorenzi[23], sono comuni in tutte le colline eoceniche pedemontane.
Terremoti. Se poco la nostra regione ebbe a soffrire per le frane, non molto ha da temere per i terremoti. Sebbene l'Hoernes[24] facesse correre attraverso la regione pedemontana delle Giulie la zona di più frequenti terremoti delle Alpi Venete e cercasse inoltre di stabilire l'esistenza di una grande linea radiale di scotimento Venezia-Villacco — la quale naturalmente passerebbe nel bel mezzo del territorio da noi considerato — e quantunque d'altra parte l'Hoefer[25] sostenga l'esistenza di una linea sismica del Tagliamento e di altre due che interesserebbero le nostre prealpi cioè la Tolmino-Adelsberg e la Gemona-Muggia e, finalmente, non ostante che il Baratta nella sua Carta sismica d'Italia (1901), segni due aree di scuotimento principali in corrispondenza a Gemona ed a Cividale ed una minore a sud-ovest di questa località, considerando i terremoti veramente notevoli che colpirono le Prealpi Giulie[26], si ha l'impressione che manchino ben definiti centri locali, salvo forse quello, in ogni caso poco notevole, di Cividale, e che l'origine delle scosse più violente deva cercarsi quasi sempre al di fuori e prevalentemente nell'area sismica di Tolmezzo ed in quelle ben più importanti della Carinzia (Villacco) e della Carniola (Lubiana). A queste ultime conviene riportare secondo ogni probabilità tanto il terremoto del 25 gennaio 1348, quanto quello del 26 marzo 1511, i due che, per quanto la storia ricordi, furono più disastrosi per la nostra regione[27]. Nel primo caddero due torri del castello di Ragogna, crollò quello di S. Daniele facendo molte vittime, Gemona e Venzone furono pure assai danneggiati, a Cividale il duomo rovinò facendo molte vittime; nel secondo vennero gravemente colpiti molti dei castelli dell'anfiteatro morenico (Moruzzo, Villalta, Fagagna, Colloredo, Pers, Mels), Osoppo pure diroccò in parte, a Gemona caddero moltissime case, la torre delle ore, buona parte delle mura comunali, il dormitorio del convento di S. Agnese, la massima parte del monastero di S. Clara, le chiese di S. Maria La Bella e di S. Biagio di Sopra; fuvvi rovina di case pure a Venzone; a Tarcento il castello fu quasi distrutto; a Cividale rovinarono la chiesa, i campanili di S. Domenico e S. Francesco e del monastero di Valle e circa ventotto case; anche Tolmino ebbe gravi danni, lievi invece Gorizia e Cormons. Si vuole che, nel 1511, a Cividale più che le scosse del 26 marzo abbia recato danni una replica dell'8 agosto; è da dubitare però dell'esattezza di questa notizia desunta da un solo cronista; essa forse indusse qualcuno a pensare ad un centro locale, al quale fu ascritto anche il terremoto, abbastanza forte, sebbene non disastroso, del 20 febbraio 1898[28]. Seppure esiste, questo centro non dà luogo a manifestazioni sismiche notevoli per la intensità; lo stesso dicasi delle altre pretese aree di scotimento della nostra regione.
Per quanto si può dedurre poi dai pochi dati che finora si posseggono, non risulta nemmeno alcun evidente rapporto fra i danni maggiori o minori dei terremoti che colpirono le nostre prealpi e la loro struttura.
Le valli; il deprimersi dei loro fondi e dell'intera regione verso oriente. Non è escluso che nel determinare il tracciato della valle del Tagliamento e di quella dell'Isonzo e forse di altre, possa aver avuto qualche influenza il diverso andamento delle superficie strutturali[29], tuttavia noi possiamo affermare che lo scavo di tutte quelle delle Prealpi Giulie, comprese le maggiori che ne segnano i confini, fu opera quasi esclusivamente dell'erosione. Seppure esse coincidono con linee tectoniche, non si può infatti in alcun caso riconoscere una loro relazione diretta con movimenti orogenetici, mentre è spesso evidente una coincidenza con zone di terreni più erodibili. Ciò vale naturalmente solo per alcune valli longitudinali, come quella di Resia e la superiore d'Uccea; le trasversali, in relazione con la diversa natura dei terreni, presentano una successione di tratti più ampî con vere strette. L'alternanza di anguste chiuse con larghe conche, è senza dubbio caratteristica tanto della valle del Torre, quanto di quelle del Cornappo e del Natisone. Così la prima, dopo essersi espansa nel bacino di Vedronza, diviene assai ristretta fra i monti Stella e Bernadia, e similmente quella del Cornappo esce dal bacino di Monteaperta per la gola che separa il Bernadia dal Montediprato. Ambedue queste chiuse fanno pensare a fenomeni di sovraimposizione se non addirittura, per il Torre, di antecedenza rispetto al sollevamento della regione più esterna delle Prealpi. Nella vallata del Natisone sono da distinguersi poi due bacini, quello superiore a monte della stretta di Robic, e quello inferiore, nel quale, fra S. Pietro e Cividale, convergono le valli secondarie di Savogna, Grimacco e S. Leonardo[30]. Queste ultime, come le altre minori di Cergneu, di Attimis, di Faedis, e quella del Judrio, traversando prevalentemente od esclusivamente terreni eocenici, anche se abbastanza lunghe, si presentano diritte ed uniformi e, fra altro per non essere mai state occupate nemmeno parzialmente dai ghiacciai (solo nella valle della Riecca penetrò per breve tratto dal passo di Luico, m. 695, una digitazione del ghiacciaio dell'Isonzo) mancano di alcuni dei caratteri che si notano nelle altre e specialmente in quelle del Fella e Tagliamento e dell'Isonzo. Queste valli che limitano la nostra regione sono assai complesse ed irregolari, però non soltanto per l'azione che su di esse esercitarono i ghiacciai, ma anche perchè risultano dalla congiunzione di elementi morfologici diversi. Queste valli si possono dire infatti, solo nell'insieme, trasversali, per alcuni tratti sono invece evidentemente longitudinali. In quella dell'Isonzo non si ha poi solo la struttura a bacini; ma il decorso complessivo di questo fiume, simile ad una gigantesca linea spezzata, apparve strano anche ai vecchi geologi (Stur), i quali però non seppero darvi una spiegazione plausibile; spiegazione che manca del resto anche oggi. L'Isonzo fu poi oggetto di molti scritti che trattarono di supposti antichi corsi suoi o del Natisone. Richiamò l'attenzione specialmente la soglia di Starasella, che alcuni ritennero anticamente percorsa dall'Isonzo, altri, con più verosimiglianza, dal Natisone e la chiusa di Pradolino — singolare gola che nessun corso d'acqua tiene sgombra dai materiali che, cadendo dalle pareti, si accumularono irregolarmente nel suo fondo — che da molti si considerò un tronco morto di una vecchia valle del Natisone e che, comunque, sembra servisse ad allontanare le acque di fusione del ramo di Bergogna del ghiacciaio quaternario dell'Isonzo.
Per quanto riguarda le condizioni altimetriche generali delle nostre valli prealpine, va notato il deprimersi del loro fondo man mano si procede dal Tagliamento all'Isonzo; così il Torre presso Tarcento ha il suo letto a 215 m. sul mare, il Natisone presso Cividale a 110, l'Judrio presso Visinale a 50, l'Isonzo presso Gorizia ad appena 40. Questo abbassarsi del fondo delle valli verso oriente significa l'abbassarsi di tutto l'imbasamento delle nostre masse montuose ed anche il diminuire della loro media altezza. Questa effettivamente è di 500 m. per la zona montana e pedemontana delle Giulie Occidentali, di 380 per le Giulie Orientali. L'abbassamento stesso trova un riscontro naturalmente anche nel deprimersi della pianura; fenomeno questo che ha la sua ripercussione nelle condizioni climatiche ed agricole della zona collinesca e piana delle nostre prealpi, nella quale specialmente i vini e le frutta mostrano il progressivo diminuire dell'umidità e l'aumentare della temperatura verso oriente. Tutti i limiti altimetrici sono del resto singolarmente depressi specialmente nella regione verso Gorizia, come notarono già i vecchi studiosi della flora di quella regione.
Per quanto riguarda poi l'anfiteatro morenico del Tagliamento, questo, come già s'accennò, non presenta vere valli, ma irregolari avvallamenti, congiunti fra di loro in modo più o meno completo da corsi d'acqua, degni d'attenzione quasi solo per il loro cammino tortuoso ed incerto. Si può infatti malamente parlare anche di una valle del Corno e di una del Cormor, in corrispondenza ai due maggiori torrenti della regione. Questi però, giunti alla zona pedemorenica, cioè al conoide di transizione dell'anfiteatro, corrono in letto incavato; ma qui, come nel caso dei percorsi d'alta pianura del Tagliamento, del Natisone e dell'Judrio, non si ha da fare con valli, ma solo con alvei incisi nelle antiche alluvioni. Tali solchi fluviali che si continuano entro le valli sono notevoli specialmente nella pianura di Premariacco, dove presentano sulle loro sponde interessanti fenomeni d'erosione[31]. Anche molti dei minori corsi, d'acqua sia provenienti dalla regione morenica, sia prealpini, hanno affondato nella pianura in modo notevole il letto loro. Ma di ciò sarà detto più a lungo nel capitolo seguente.
I passi. Le valli delle Prealpi Giulie sono quasi sempre chiuse, cioè non presentano alla loro testa un passo notevole. Il caso più tipico di queste condizioni di cose è fornito da quella del Torre, che ha origine ai piedi dell'alta ed uniforme catena del Musi, la quale in corrispondenza ad essa non mostra alcuna notevole depressione della linea di vetta. Sui due lati però, cioè rimontando i corsi d'acqua che, confluendo sotto Tanataviele, danno origine al Torre, si raggiunge verso oriente la bassa soglia di Tanamea (m. 853), che mette nella valle di Uccea, verso occidente le forcelle di Musi (m. 1012) e di Tacis (m. 1103) per le quali si raggiunge la valle della Venzonazza. Trasversali e quindi giovevoli piuttosto per le comunicazioni fra Tagliamento ed Isonzo, che per quelle fra le Alpi e la pianura, sono anche la maggior parte delle selle della regione più interna, fra le quali veramente importante è solo quella di Carnizza, che mette in comunicazione la valle di Resia con quella di Uccea. Il più depresso dei passi delle nostre prealpi è certamente quello di Starasella (256), ove si ha da fare con una tipica soglia alluvionale a spartiacque poco netto. È anche l'unico dei nostri varchi superato da una strada carrozzabile. Ad oriente del Natisone le Prealpi presentano un solo passo notevole, quello cioè di Luico (m. 695), alla testa della valle della Riecca.
Le regioni naturali. Fu già accennato precedentemente come l'insieme del territorio considerato in questa guida non costituisca una regione naturale, nel senso comprensivo che si suole attribuire dai geografi a codesta espressione; aggiungeremo qui come essa non costituisca nemmeno un complesso di regioni naturali ben deliminate e distinte e designate con nomi speciali. Ciò non toglie che alcuni dei bacini e delle valli o tronchi di valli precedentemente indicati non rappresentino piccoli territori abbastanza isolati e con speciali caratteristiche e che si denominano o da un corso d'acqua o da una località notevole — così per esempio si parla di un canale di Uccea, di un canale di Musi (regione sorgentifera del Torre), di un canale di S. Pietro (valle del Natisone fra S. Pietro e Robic), di un canale di Savogna (valle dell'Alberone-Riecca), di un canale di S. Leonardo (valle della Cosizza-Erbezzo), di uno del Judrio e via di seguito[32] — ma non sempre questi limitati territorî rappresentano regioni naturali nel senso più comprensivo della espressione; nè i loro nomi corrispondono ad un lungo uso tradizionale. Pur riferendosi ad aree meno individualizzate orograficamente rispondono piuttosto a questo concetto la designazione di Schiavonia (Sclavonie) — alla quale più modernamente volentieri si sostituì quella di Slavia italiana — con la quale si designa la regione occupata da genti slovene, quella di Riviera (Riviere), con cui si indica la costiera di poggi tra Magnano e Nimis, e quello di Collio (Cuèj, in sloveno «Briske», in tedesco «in den Ecken»), col quale è conosciuta da secoli l'area collinesca fra Prepotto, Cormons e Gorizia. Hanno poi carattere territoriale anche alcuni nomi di comuni o di frazioni che non si trovano usati per designare alcuna singola borgata di questi, come è il caso di Buia, di Ragogna e di Montenars, di Rodda ecc.