La conoscenza zoogeografica delle Prealpi Giulie[64]. La fisonomia delle diverse contrade della Terra dipende da un insieme di circostanze esteriori, quali il profilo delle montagne, la colorazione del cielo, la forma delle nubi, la trasparenza dell'aria, le piante e gli animali. Così il modo di essere della natura esterna conduce la mente dell'osservatore ad avvezzarsi e a certe formule definite della vita, espresse da specie viventi in determinate condizioni, e a certi quadri complessivi risultanti dal convegno delle dette specie in uno spazio. Studiare, con la guida dei risultati della geografia fisica regionale, una regione ristretta come sede della vita animale, cioè la costituzione dei gruppi biologici della sua fauna nelle stazioni disponibili, le correlazioni spaziali di queste e la reciproca distribuzione di quelli, è il tema della zoogeografia speciale (regionale, locale), fondamento primo e indispensabile per la soluzione di più generali e vasti problemi sulla distribuzione della vita. Il metodo dello studio corologico delle faune locali è simile a quello delle flore, ma non può dirsi ancora bene stabilito.
Sin dalla metà del secolo scorso non mancarono tuttavia naturalisti che si diedero a illustrare almeno parzialmente alcune faune locali, con criteri topografici e geografici: ma questo indirizzo fu quasi del tutto trascurato in Italia, dove gli zoologi più spesso attesero alle pure determinazioni sistematiche, accontentandosi il più delle volte di segnalare le specie in un catalogo. Per quanto riguarda il Friuli, un primo breve sguardo sintetico alla flora e alla fauna si trova in una pubblicazione del prof. G. A. Pirona, al quale si deve anche un catalogo di molluschi; dove di molte specie egli riferisce le condizioni di dimora, senza però prendere in particolare esame la distribuzione altimetrica, per cui allora mancava il sussidio delle carte topografiche con piani quotati. Questo catalogo, non è ricco di località: servì tuttavia a determinare il posto tenuto dalla fauna friulana nelle grandi divisioni della regione paleartica; posto geobiologico intermedio, precisato dalle ricerche posteriori, e che sembra anche confermato dalle ricerche del Gortani sui coleotteri e trova riscontro nella coesistenza di elementi nordici e pontici nella flora.
Caratteri zoogeografici generali delle Prealpi Giulie. Cinque regioni faunistiche abbastanza bene individuate s'incontrano in Friuli: la germanica, l'alpina meridionale, l'alpina orientale, la carsica e l'italica. Affinchè però non sia dato un valore troppo generale a tale classificazione zoogeografica del Friuli occorrerà tener presenti le grandi differenze che si verificano nella distribuzione geografica dei vari gruppi del sistema zoologico, rispetto a molti dei quali si richiedono ancora ricerche metodiche di specialisti.
I molluschi proprii dei paesi settentrionali d'Europa (come alcuni Limax, Conulus fulvus[65], Helix hispida, H. arbustorum, H. ruderata, Balea perversa, Planorbis spirorbis, Pl. rotundatus, alcune Limneae, Pisidium pusillum) si trovano nelle Prealpi Giulie insieme a specie della regione mediterranea (come alcuni Zonites, Pomatias, Cyclostoma elegans, alcune Clausiliae, del qual genere vi è gran numero di specie in Friuli e nelle contigue province orientali) e a specie dell'Europa orientale (Helix solaria, H. candicans, H. austriaca, Bulimus quinquedentatus, Clausilia filograna). Altre specie sono invece ristrette all'Italia settentrionale o alla regione alpina in senso largo: Vitrina elongata, Buliminus tridens, Helix personata, H. ciliata, H. fruticum, H. intermedia, Clausilia ventricosa, alcune Pupae ecc. ecc. Il genere Horatia, della penisola balcanica, è nella valle del Natisone rappresentato da un particolare sottogenere (Hauffenia) che con H. Tellinii e H. valvataeformis costituisce un notevole endemismo: anche Paludestrina forojuliana e Acme Pironae, come le due precedenti, descritte dal dott. C. Pollonera, sono proprie delle nostre prealpi. A esse si possono aggiungere le specie cavernicole esclusivamente friulane, che saranno nominate più avanti.
Siffatti convegni di forme provenienti da diversi centri dispersivi sono il risultato di cause molto complesse, che agirono lungamente e variamente, e per le quali la regione friulana assunse l'attuale fisonomia fisica e biologica. Così, analogamente a quanto fu già dimostrato per la flora friulana e dallo Heer per la flora e per la fauna svizzera, la presenza di molluschi nordici nelle nostre prealpi, ai quali si possono aggiungere alcuni coleotteri (Harpalus laevicollis, Oreina tristis, O. gloriosa ed altri) sembra non potersi attribuire se non alle antiche glaciazioni, che della loro esistenza, insieme alle morene ed ai massi erratici, lasciarono testimoni piante ed animali che giustamente furono chiamati erratici[66]. In complesso però l'epoca quaternaria è ben lungi dal determinare un hiatus tra la fauna attuale e le precedenti, colle quali è intimamente collegata; la distribuzione di molti gruppi zoologici inferiori risalendo a remoti periodi geologici. Ma non è questo il luogo di trattare delle vicende geologiche e climatiche del Friuli e delle ardue questioni zoogeografiche che vi sono connesse.
Ci limiteremo invece ad osservare come, assai meglio dei mobilissimi e molto diffusi omotermi o dei pochi vertebrati eterotermi, a caratterizzare nettamente la fauna locale servirebbero molti gruppi di invertebrati che sono ricchi di specie, compiono movimenti più o meno lenti e sono più intimamente legati ai molteplici fattori della dimora e del clima. Li additiamo alle ricerche dei giovani alpinisti; per i quali in queste pagine non intendiamo certo di presentare una sequela di tanti nomi scientifici quante sono le specie del paese; bensì di tratteggiare rapidamente, servendoci anche di qualche notizia inedita, le condizioni di habitat; affinchè il dilettante o lo studioso, con la scorta della bibliografia regionale, possa tener presente sotto quali condizioni varî la distribuzione degli animali e delle loro comunioni, e quali, per intenti così generali come speciali, siano le stazioni ove rivolgere le ricerche[67]. E come l'artista getta su un foglio uno schizzo, qua con linee nette e precise, là ancora incerte e indefinite, e attende un miglior momento per la sua concezione, così la zoogeografia deve oggi accontentarsi di trattare a grandi linee, e con diversa misura, dei gruppi zoologici delle Prealpi Giulie, perchè non debba un giorno pentirsi della smania di concludere.
Zone ipsometriche e planimetriche. Gruppi biologici e loro gradi. Accanto a specie animali ristrette a determinate zone altimetriche dei nostri monti, ve n'ha delle altre che si mostrano indifferenti a condizioni di clima molto diverse. Di queste specie localmente estese, citeremo alcuni esempi: la Daphnia obtusa, piccolo crostaceo, dagli stagni presso Udine (m. 100) sale a m. 1702 sulle Alpi Gortane; Polyphylla fullo, il grosso maggiolino marmorato, in Friuli vive tanto nelle basse pianure quanto presso i ghiacciai del m. Canin (m. 2130); le vitrine, piccole conchiglie sottili e pellucide, dalla pianura salgono ad altitudini considerevoli, fino a strisciare sui nevai; l'ululone Bombinator igneus si trova nelle pozze di pianura e nell'alta montagna; la lucertola, Zootoca vivipara ha un'analoga distribuzione.
Ma simili casi di specie che si direbbero resistenti, perchè ubiquitarie, non sembrano essere molti: in generale le parti alte dei monti escludono molte specie delle regioni basse, talvolta sostituendole con altre strettamente affini, sì da aversi anche, dal basso all'alto una seriazione di forme affini (p. es. farfalle del gen. Parnassius); in generale ogni specie ha un limite altimetrico superiore (e spesso anche inferiore) cioè abita una determinata zona ipsometrica conveniente alle sue esigenze biologiche, rispetto ai varî fattori climatici, topografici ed edafici[68]. Questo in tesi generale: uno spigolo montuoso sufficientemente alto, ha le sue falde fasciate da tali zone ipsometriche della vita, che nelle Prealpi Giulie si presentano nettamente nelle catene interne, nelle quali è spiccato il contrasto biologico tra le parti più basse e le più elevate. Ma se consideriamo la distribuzione della vita nell'insieme della regione montuosa qui esaminata, vediamo che sulla ripartizione in zone altimetriche prevale quella in zone planimetriche, dall'esterno verso l'interno, in corrispondenza alle tre zone geognostico-tectoniche distinte dal prof. O. Marinelli[69]. Oltre alle molteplici azioni esterne attuali, entrano a complicare la distribuzione altimetrica, togliendo anche ai limiti il carattere della fissità rigorosa, le peculiari e svariatissime attitudini biologiche delle specie (prima fra queste attitudini la facoltà di moto), dipendenti dalle organizzazioni e funzionalità tanto diverse per grado di complicazione e per varietà di adattamenti. Gli aspetti di quel complesso poliedro che è la vita animale, non possono restringersi in definizioni unilaterali dei limiti altimetrici o nel semplicismo delle cause: la molteplicità e interferenza di queste, la reciprocità fra esse e i loro effetti, esigono che nello studio delle variazioni corologiche, come in quello delle somatiche, si tenga presente e si scruti un gran numero di fatti. Diremo brevemente che tutti gli animali, la cui esistenza è in qualche modo subordinata a tutto un insieme di determinate condizioni esterne, variabili essenzialmente nel caso nostro, con l'altitudine e dall'esterno all'interno della regione montuosa, si daranno convegno nella stessa zona, di cui si ripartiranno la dimora, formando così comunioni (biocenosi), abbastanza ben definite da una sorta di equilibrio biologico. Nelle Prealpi Giulie, in relazione allo stato attuale delle nostre cognizioni e provvisoriamente, possiamo distinguere tre zone o regioni corrispondenti a tre biocenosi fondamentali: 1º regione delle colline pedemontane; 2º regione degli altipiani; 3º regione delle creste o culminale. Nella prima comprendiamo non solo le vere e proprie colline pedemontane, ma anche l'anfiteatro morenico del Tagliamento, e i rilievi più bassi delle due zone interne; nella seconda oltre agli «altipiani submontani» anche la zona delle medie altezze più interne, nella terza le parti cacuminali delle montagne più elevate. Queste tre regioni esprimono in modo sintetico un complesso di fattori climatico-edafici, dai quali, perchè fissa al suolo, è influenzata intensamente la vegetazione, con cui l'animalità vive, per così dire, consocialmente. La regione delle colline corrisponde alla regione fitogeografica della quercia, del castagno e dell'orno; quella «degli altipiani» principalmente alla zona del faggio; quella culminale alla zona degli arbusti alpini. In ciascuna regione ci accontenteremo di distinguere gli animali terragnoli dagli animali acquatici, accennando, secondo l'opportunità, alle distinzioni di gruppi biologici minori: nelle biocenosi dei terragnoli potremmo distinguere i boschi fitti e radi, i prati secchi e umidi, i greti asciutti e le rupi, tenendo conto della insolazione, della ventilazione, ecc.; e potremmo passare a distinzioni di terzo e quarto grado fino a considerare separatamente, per esempio, nei boschi gli alberi, il sottobosco, il suolo; e poi le cortecce, i tronchi infraciditi, l'humus, i muschii, i sassi smossi, i fiori, come altrettante sedi particolari di insetti, miriapodi, onischi, aracnidi, molluschi, con tutta la varietà più o meno legata a quelle condizioni tanto speciali, di animali superiori, dalle vipere insidiose agli uccelli canori. Altrettanto potremmo fare per la stazione acquatica e distinguere non solo le acque stagnanti, le sorgive e le correnti, ma dalle stazioni intermedie con le terrestri (terricoli, muscicoli, limicoli) passare alla stazione riparia con le sue numerose gradazioni e varietà, per considerare poi le acque libere in uria infinità di contingenze. E, in tutte queste diverse condizioni di ambiente, vedremmo animali fitofagi (p. es. di certe crittogame, di radici o tuberi, di legno, di foglie normali o florali, di nettare, di frutti ecc.), animali che tramano insidie, esercitano violenze sopra altri e li divorano, animali che costruiscono difese contro i nemici, che si riparano contro l'inclemenza delle stagioni, che presentano curiose armonie di colorazione con l'ambiente, che sono gregarî o solitarî, che presentano singolari fenomeni di sviluppo, che abbandonano i loro nati o invece li guidano e li allevano, e via via, pur senza entrare a discorrere delle specie men note o delle questioni meno facili di biologia. Ma non occorre essere naturalisti, per veder subito la vastità e complessità di tali quadri biologici, per i quali potrebbe essere insufficiente un grosso volume.
Zona pedemontana. Nella regione pedemontana comprendiamo le colline più basse, dal Collio all'anfiteatro morenico, fino ai limiti della quercia e del castagno che sono le essenze vegetali caratteristiche di questa zona, limiti che qua non sono superiori ai 300 m. là possono attingere i 600 metri. Notiamo subito che l'anfiteatro morenico, come si distingue dai rilievi d'origine marina per la natura geologica e per le condizioni topografiche che ne sono la conseguenza, e ha particolari caratteri fitogeografici, così anche sotto l'aspetto faunistico, per ripercussione delle predette circostanze, merita di essere considerato a parte. Particolarmente le numerose basse raccolte d'acqua in diversi stadî di evoluzione (laghi, pozze, torbiere) recinte dalle morene, assai ricche di crostacei, insetti, molluschi e vertebrati acquatici, formano un vero contrasto biogeografico tra la regione morenica e l'attigua regione prealpina propriamente detta, priva, può dirsi, di cavità limniche. Anche il lago di Ospedaletto, scavato nei calcari giuresi dall'antico ghiacciaio, subito a nord dell'anfiteatro morenico, e di carattere stagnale, può includersi nell'aggruppamento zoogeografico delle colline glaciali.
Molte e svariate sono le forme riparie che trovano alimento e albergo tra gli anfibiotici canneti marginali: le succinee, i carichii tra i molluschi gasteropodi; esapodi quali parnidi, Donacia sericea, reticulata, typhae, alcune larve di lepidotteri; efemere Libellula, Agrion, Lestes barbara, Diplax flaveola, Gomphus vulgatissimus ed altri insetti le cui larve vivono nell'acqua; in questa, tra le idrofite marginali, si agita un minutissimo microcosmo di entomostraci, alcuni dei quali limicoli, di briozoi, vermi (naidi, gordiidi) che darebbero molto da fare allo specialista. Sulle rive della piccola pozza a nord di Ceseretto, origine di un ramo della Lavia, tra le foglie infracidite raccolsi in dicembre il Trichoniscus pusillus Bd. L., piccolo crostaceo isopodo. I coleotteri acquatici (Diticus marginalis, D. circumflexus; Graphoderes austriacus, Acilius fasciatus, Hydrophilus piceus, Gyrinus natator); e i rincoti acquatici (Corixa Geoffroyi, C. striata Latr., Notonecta glauca Fab., Gerris paludum Latr., Gerris lacustris Latr.) sono cumuni nelle pozze anche artificiali; coi gasteropodi dei generi Limnea, Paludina, Planorbis, Physa; le bivalvi Unio pictorum e Anodonta cygnea trovansi nelle maggiori raccolte d'acqua. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli limpidi albergano un'idracna (Lebertia insignis), molti crostacei del genere Gammarus assai diffuso in Friuli dalla bassa pianura ai laghi alpestri; lungo le rive dei canali un emittero (Velia currens Latr.); i gammari si trovano anche nel canale del Ledra, mentre l'Asellus aquaticus preferisce acque lente o stagnanti dove talora si trova in gran numero. Il lago torboso di San Daniele ha un notevole specchio di acqua libera e una profondità discreta, cosicchè offre albergo non soltanto a specie riparie, ma anche a specie limnetiche (pelagiche): Ceratium furca, Cyclops minutus, Diaptomus gracilis, Bosmina longirostris; mancherebbero, secondo il Senna, le forme pelagiche tipiche. Il lago di S. Daniele alberga anche parecchie specie di pesci: Anguilla vulgaris, Tinca vulgaris, Alosa vulgaris, Alburnus alborella, Scardinius erythrophthalmus, Leuciscus Aula, Petromyzon Planeri, Squalius cavedanus, Cottus gobio, Barbus plebeius; alcune di queste, insieme a poche altre, si trovano in altre acque dell'anfiteatro, che per la povertà di rivi perenni esclude le specie che amano le correnti ricche e profonde. Il fiumicello Ledra della pianura a nord dell'anfiteatro mette foce nel Tagliamento e ne ricetta alcune specie (trota, temolo) che si pescano anche nella derivazione. Il lago di Ospedaletto, pochissimo profondo e ricco di idrofite, ha una fauna stagnale caratteristica. Compiono il quadro delle stazioni acquatiche gli anfibi schiettamente acquaioli (Triton punctatus e taeniatus, Rana esculenta); accanto ai quali possiamo porre quelli il cui sviluppo avviene nell'acqua e che abitano i luoghi umidi (Rana Latastii, Bufo cinereus, Salamandra maculosa) sono pure frequenti le biscie d'acqua (Tropidonotus natrix e Tropidonotus tessellatus). Stazionarie o di passaggio si notano parecchie specie di uccelli che vivono lungo le ripe Alcedo hispida, Acrocephalus arundinaceus e parecchi trampolieri o che hanno speciali disposizioni per il nuoto come le anitre selvatiche e i tuffetti.
Nella regione eocenica le stazioni d'acqua corrente (superficiali e sotterranee) predominano sulle limniche, le quali si riducono alle piccole bassure paludose, prive di torba, alla periferia dei colli e alle pozze artificiali che in molti luoghi, specialmente nel Collio ed altri punti della zona marnosa, suppliscono alla deficienza di sorgenti e di pozzi. Il ciprino dorato della Cina (Carassius auratus) si è acclimato qua e là negli stagni della regione eocenica; presenta un grande numero di variazioni. Tra le specie legate alla presenza delle acque nella regione pedemontana ricorderemo Rana agilis, e Bufo viridis, specie questa in Friuli, a quanto pare, piuttosto rara, mentre è comune in altre province del Veneto.
I luoghi ombrosi ed umidi sono generalmente la dimora di molti molluschi terrestri; alcune specie però si trovano anche sulle rupi soleggiate, come Helix (Xerophila) unifasciata, H. obvia, Pupa secale, Clausilia binotata. Nella zona pedemontana è notevole il fatto che alcune specie di molluschi rimangono confinate nelle colline eoceniche fra Natisone e Isonzo, mentre altre si trovano nell'area occidentale dalla valle del Cornappo o del Torre all'anfiteatro morenico: facendo attenzione alle molte località date dai cataloghi, sembra risultare che le forme nordiche ed alpine si presentino specialmente nella regione morenica. Invece le specie politiche e nordorientali vivrebbero nella plaga più a levante: nel bacino Torre-Natisone passerebbe pertanto una linea zoogeografica importante, come termine d'area di specie orientali: analogamente sulla collina di Buttrio passa il limite occidentale della Hacquetia Epipactis, pianta della regione pontica. È un fatto che merita ulteriori ricerche.
Lasciando ciò che si riferisce alla distribuzione orizzontale, per riguardo a quella verticale diremo che la regione pedemontana ha molte specie d'insetti comuni con la pianura. Ne fanno fede, tra i lepidotteri: Papilio Podalirius L., P. Machaon L. (che sembra elevarsi più del precedente), Aporia crategi, varie Pieris, Colias Edusa Fabr., Polyommatus virgaureae L., Tecla rubi L., Lycaena Icarus Rott., alcune Vanessae (atalanta, antiopa, urticae). Invece Anthocharis cordamines L., Leucophasia sinapis L., Colias Hyale L., Rhodocera rhammi L., Polyommatus Phleas L., Erebia Medea W. V., Epinephele Janira L. si spingono alquanto al di sopra della regione pedemontana, la quale rispetto alla montana, non presenta neppure riguardo ai coleotteri, secondo il Gortani, nette differenze. I boschi sono poveri di coleotteri, le ricche associazioni di coleotteri floricoli della pianura si riscontrano anche nei prati secchi delle colline pedemontane, dove si notano quasi gli stessi neurotteri ed ortotteri: lo studio accurato della dott. Mei si riferisce tutto alle prealpi Giulie da Gorizia a Gemona, ma il numero delle località e delle specie non permette conclusioni di corologia altimetrica. Tra i fiori pratensi ronza una schiera svariatissima di insetti d'altri ordini, dei quali finora si sa assai poco: l'entomologia friulana, considerata non come un'arida ricerca fatta con criterî da raccoglitore di francobolli, ma intesa sotto il duplice aspetto corofenologico offre un campo interessantissimo quasi del tutto inesplorato.
La fauna pedemontana dei vertebrati oltre ai pesci ed anfibi già nominati, annovera alcuni rettili, dei quali si dirà più avanti, e parecchie specie di uccelli, sedentarie (come Accipiter nisus, Syrnium aluco, Corvus corone, cornix, frugilegus); estive (Coracias garrula, Oriolus galbula, Iynx torquilla, Silvia nisoria, Lanius rufus, Columba oenas, livia ecc.). Alcune altre come Garrulus glandarius, Picus major, Sitta europaea, Parus major, P. coeruleus, Turdus viscivorus, musicus, Fringilla coelebs, Ligurinus chloris; Hirundo rustica, Muscicapa grisola, Lanius collurio, Columba palumbus ecc. si trovano anche nella regione montana. Dei mammiferi si dirà complessivamente trattando di quest'ultima.
Zona montana. Mutamenti della fauna dovuti all'uomo. La regione montana (degli altipiani), può ritenersi compresa fra i 500-600 m. e i 1500-1600 m. è fitogeograficamente distinta dall'associazione del faggio, ma può poco nettamente separarsi dalla regione inferiore: queste due zone sfumano l'una nell'altra, e i loro contrasti corologici si notano tra le quote estreme. I luoghi montani scoperti, come nella zona pedemontana, sono in gran parte dovuti al disboschimento, per il quale l'uomo ha in qualche luogo del tutto sostituito alle associazioni arboree le coltivazioni e i prati, alterando l'economia delle biocenosi originarie: così, ad esempio, dovette diminuire il numero degli uccelli silvicoli; e i gruppi biologici degli insetti pratensi dovettero estendersi grandemente. Inoltre l'uomo ha distrutto a poco a poco molte specie di vertebrati pericolose e dannose ed ha diminuito di assai la selvaggina, mentre ha introdotto specie domestiche, estranee alla fauna regionale.
Un'idea della vertebro-fauna originaria, molto più ricca dell'attuale, ci può essere data dai recenti reperti d'avanzi di mammiferi nelle grotte abitate dall'uomo neolitico, dove accanto a specie domestiche (cane, gatto, capra, pecora, bue, maiale) s'incontrano i resti di prodotti della caccia. Il cervo e il cinghiale della grotta Velika ci fanno pensare ad un paesaggio prealpino ben diverso dall'attuale; così ad un ammanto d'alto fusto sugli elevati dossi delle montagne, come a folte macchie scendenti a confondersi nelle distese paludose, alla periferia dei colli. Altri reperti delle grotte sono di specie ancor oggi viventi (lepre, ghiro) o divenute rare (gatto selvatico) o di recente scomparse (lupo). Gli avanzi dell'orso delle caverne (Ursus spelaeus Blum. et Ros. e U. minor) trovati nelle grotte di Viganti e S. Giovanni d'Antro, ci riconducono alle specie estinte, ancora poco note in Friuli. Meritano speciale menzione i resti di marmotta (Arctomys marmotta L.). secondo il prof. Gortani, di tipo antico: questa specie, se ancora esiste nelle nostre prealpi, deve trovarsi confinata nelle parti più elevate, come doveva esserlo già all'epoca neolitica, in seguito al definitivo ritiro dei ghiacciai che seguì quello dei limiti altimetrici della vita. Dell'attuale fauna mammalogica pedemontana e montana si conoscono le seguenti specie: Myoxus glis, Sciurus vulgaris, Lepus timidus, Mus amphibius, Mus musculus, Arvicola arvalis, Talpa europaea, Erinaceus europaeus, Sorex araneus, S. fodiens, Vespertilio noctula, murinus, Vesperugo serotinus, Plecotus auritus, Rhinolophus ferrum equinum, R. hipposideros; Meles taxus, Mustela martes, M. foina, M. vulgaris, M. putorius. Il vero gatto selvatico non è ancora scomparso dal Friuli: recentemente ne fu ucciso uno nei dintorni di Pontebba. La lontra (Lutra vulgaris) si trova lungo il Natisone e qua e là in tutta la regione prealpina e morenica. La lince e l'orso sono del tutto scomparsi come il lupo: questi carnivori delle Alpi, presenti in Europa ancor prima dell'epoca glaciale, giungevano un tempo sino alla regione dell'olivo: perseguitati dall'uomo, ne furono respinti nei recessi delle nostre valli e snidati infine anche da queste. E giacchè abbiamo incominciato dai mammiferi, continuiamo dicendo degli altri vertebrati della regione montana. Tra le specie di uccelli sedentarie nella regione montana citeremo Buteo vulgaris, Bubo maximus, Dryocopus martius, Troglidytes parvulus, Regulus flavicapillus e ignicapillus, Dandalus rubecola, Lullula arborea, Parus ater, P. cristatus. La maggior parte delle specie montane scende a svernare al piano, mentre altre specie sono soltanto estive e per la zona montana considerata e per l'intero Friuli. Tra queste menzioneremo: Phyllopneuste sibilatrix, Ph. trochilus, P. acredula, P. Borelli, Sylvia curruca, S. hortensis, Monticola cyanea, M. saxatilis, Arthus arboreus, Agrodroma campestris, Pyrgita petronia (sedent.?), Chrysomitris spinus, Serinus hortulanus: esse si spingono sino a circa 1000 m. di altezza.
Tra i sauri si annoverano: Lacerta viridis e Anguis fragilis in molte varietà di colorito, Zootoca vivipara che si spinge anche nella zona culminale, Podarcis muralis di cui sono notevoli le varietà dal ventre rosso, Zamenis viridiflavus, con la varietà carbonarius, si trova tanto nelle parti basse quanto nelle montane; così gli altri due serpenti innocui Coronella austriaca e Callopeltis Aesculapi. Ma il fatto senza dubbio più interessante nella corologia dei rettili è la presenza di tre serpenti velenosi: la vipera del M. Corno presso Purgessimo è Pelias berus; nel Cividalese si trova anche la Vipera aspis; la terza specie è così ben distinta da caratteri rilevati anche dai nomi volgari, che sembra impossibile sia stata confusa con le altre due: la Vipera ammodytes ha il capo nettamente cordiforme, con all'apice una verruca conica. L'esemplare che conservo al liceo di Rovigo proviene dal Monfalconese, ha il tronco superiormente marezzato di cinereo e bruno, inferiormente grigio acciaio, l'apice della coda rossastro: la striscia dorsale è fatta di macchie romboidali leggermente nere col margine fortemente segnato, oblique rispetto all'asse del corpo, tra loro parallele e unite dai vertici appuntiti. Degli anfibi anuri già presenti nella zona submontana alcuni si elevano alquanto nella regione montana come la Rana esculenta, superata però dalla Rana muta. Un notevole abbassamento ha il limite inferiore del Triton alpestris, la cui forma branchiata fu trovata dal Lazzarini presso Tarcento a circa 250 m. sul mare.
Quel fenomeno che alcuni autori hanno chiamato abbassamento dei limiti altimetrici nelle nostre prealpi è del resto, come s'è già detto, già da tempo dimostrato per le piante e recentemente constatato per i coleotteri, dei quali alcune specie (Harpalus luteicornis, Aphodius fossor, Geotrupes autumnalis, Athous aterrimus, Otiorrhyncus bisulcatus var. longicollis) alla stretta di Pradolino furono dal compianto ing. Luigi Gortani trovate più in basso del consueto. Analogamente si comportano le farfalle: Parnassius Apollo fu da me trovato in val del Torre, appena a 300 m. d'altezza, nell'agosto del 1892. Tra gl'invertebrati terrestri della regione montana è da ricordarsi la Clausilia ventricosa, mollusco caratteristico delle faggete. Alcuni ortotteri e rincoti, araneidi e falangidi potrebbero menzionarsi; ma qui non facciamo un catalogo; e in uno studio come questo è necessario lasciar da parte ciò che per ora non si presta a considerazioni corologiche.
Corsi d'acqua prealpini. E veniamo alla stazione acquatica superficiale della regione montana: della sotterranea parleremo trattando della fauna oscuricola. Fatta eccezione delle pozze e bassure giacenti alla periferia dei colli, ancora poco note, e delle raccolte d'acqua artificiali, che suppliscono alla scarsità delle sorgenti e dei pozzi, le acque superficiali sono tutte correnti. Le acque fredde e calcaree dei rapidi e sassosi corsi superiori offriranno certamente allo specialista una messe ricchissima d'invertebrati: là sono da studiarsi i tipici rappresentanti delle forme torrenziali: larve d'insetti, idracnidi, crostacei e turbellari. Le sorgenti montane poi albergano molluschi (Bythinia Lacheineri ed altre) gammaridi ed entomostraci; meritano poi speciale attenzione le uscite a giorno dei ruscelli delle caverne.
I corsi d'acqua della regione prealpina, eccettuati alcuni brevi affluenti di sinistra del Tagliamento, sono tutti affluenti di destra dell'Isonzo: quantunque siano alimentati da una ricca ed ampia superficie imbrifera, la infiltrazione li esaurisce ben presto quando entrano nella ghiaiosa pianura pedemontana, nella quale gli ampi alvei, normalmente asciutti per parecchi chilometri, dopo le piogge e gli acquazzoni montani sono caricati da enormi masse d'acqua torbida ed effimera. A tali condizioni è da attribuirsi non solo la mancanza o rarità dei pesci migranti che pur si trovano nell'Isonzo e ne' suoi affluenti di sinistra, ma anche la esclusione di molte specie puramente fluviatili, generalmente comuni nell'Italia settentrionale. Le specie di pesci si riducono a 13: Anguilla vulgaris (assai rara, è l'unica migratrice), Salmo fario, Tinca vulgaris, Barbus plebeius, Alburnus alborella, Squalius cavedanus, Phoxinus laevis, Chondrostoma Genei, Cobitis barbatula, C. taenia, Cottus gobio, Gobius fluviatilis, Carassius auratus acclimato qua e là negli stagni. Tutte queste specie si trovano negli affluenti di sinistra o nell'Isonzo stesso che complessivamente ne alberga 43, delle quali quindi appena il 30,2 per cento si trova nel bacino di destra Torre-Natisone. La forma fluviale della trota se non manca nelle parti basse, caratterizza però le parti più elevate dei bacini idrografici; anche il Phoxinus si spinge talora molto in alto si trova nelle sorgenti e ne' ruscelli montani e subalpini, come pure nel laghetto inferiore del monte Krn (m. 1383). Il barbo è invece più proprio delle parti meno elevate del corso del Natisone. Questi fatti accennano chiaramente alla legge ittiocorologica del von der Borne, già riscontrata per molti fiumi delle Alpi. Ma un fatto ben più importante è quello della stretta somiglianza che presenta la fauna ittiologica del bacino dell'Isonzo con l'attiguo della Sava. Se si prescinde dalle specie migranti dell'Adriatico e del Mar Nero, naturalmente diverse, e si considerano attentamente le altre, si trova che a molte specie proprie di un bacino corrispondono delle affinissime nell'altro, dello stesso genere. Tale è il caso di alcuni ciprinidi, che anzi dai moderni non si considerano più come specie distinte. Da tali fatti il Glowacki conclude che le due faune debbano avere un'origine comune: esclude in generale la possibilità di una migrazione e crede che l'affinità stretta delle due faune non possa spiegarsi se non in base ai risultati paleogeografici e paleontologici. Verso la metà dell'èra terziaria, l'Europa era un arcipelago di grandi e piccole isole separate da bracci di mare. Una parte dell'ittiofauna d'acqua dolce di allora, proveniva da un'età più antica (cretaceo, eocene), un'altra invece apparve nel miocene e si distinse in una serie multiforme: nell'insieme la ittiofauna terziaria dell'Europa era essenzialmente simile all'attuale e i bracci di mare facilitarono la sua dispersione da isola a isola. Verso la fine del terziario si compì il lavoro delle forze che eressero la chiostra alpina, determinando la principale linea di spartiacque dell'Europa centrale e separando l'ittiofauna d'acqua dolce mediterranea da quella pontica, l'una e l'altra più antiche dei rispettivi bacini idrografici. A simili conclusioni si giunse con lo studio della fauna dei molluschi, dei quali molte specie comuni ai due versanti delle Alpi Orientali hanno una distribuzione più antica del corrugamento alpino.
Zona culminale. La zona superiore ai 1700 metri forma delle aree disgiunte comprendenti le parti cacuminali delle catene Plauris-Musi-Tasajaur; Gran Monte-M. Maggiore; M. Ciampon; M. Matajur. Questa zona culminale è fitogeograficamente distinta dai pini mughi, dai rododendri e dai ginepri nani, corrisponde cioè alla regione botanica degli arbusti alpini o «subalpina», dove si fa già sentire l'influenza del clima delle zone elevate. Il livello infatti delle massime condensazioni rimane certo al di sotto delle zone culminali, dove appaiono i consorzî di xerofite. La siccità delle parti elevate dei monti, per la quale (congiunta alle oscillazioni termiche) queste presentano riscontri con la steppa, è un fattore geobiologico tutt'altro che trascurabile; diminuzione rapida delle precipitazioni oltre una certa altezza, diminuzione della pressione atmosferica, diminuzione della temperatura, variabile con lo stato igrometrico e la nebulosità, aumento delle differenze termiche fra il giorno e la notte, fra i luoghi a bacío e a solatío: tali i caratteri del clima culminale, i quali si estrinsecano nella fisionomia spiccata della fauna, che per certi riguardi richiama quella polare, per altri quella insulare: ma l'azione singola dei detti fattori climatici sugli animali, complicata dalle condizioni di alimentazione e da quelle topografiche fisiche e chimiche del suolo, è quasi del tutto sconosciuta per la difficoltà o l'impossibilità di studiarne separatamente gli effetti. Nelle parti cacuminali può vivere l'ovovivipara Salamandra atra; priva di ogni legame con le raccolte d'acqua ove si sviluppano i suoi affini, s'incontra nei giorni piovosi qua e là sulle creste, verso i 1800 metri. Nelle pozze dovute a qualche sorgente o all'arte s'incontrano il tritone alpestre e l'ululone, il quale ultimo con la Rana muta rappresenta in questa zona gli anfibi anuri. L'avifauna, secondo le particolari informazioni favoritemi dal distinto ornitologo signor G. Vallon, annovera: Gyps fulvus (raro), Aquila crysaëtos (rara), Pyrrhocorax alpinus, P. graculus, Corvus corax, Tichodroma muraria, Accentor alpinus, Merula torquata, Anthus aquaticus, A. pratensis, Montifringilla nivalis, Lagopus alpinus (quasi completamente candido d'inverno), Perdix saxatilis. Queste specie sono sedentarie per il Friuli; ma relativamente alla zona cacuminale non tutte, nè in tutti gl'inverni. Così alla fine d'ottobre del 1908 mi consta che un grifone (Gyps fulvus) fu catturato in basso, a Torreano di Cividale; il corvo e la ticodroma citati scendono anche molto in basso negl'inverni rigidi; i due gallinacei si abbassano negl'inverni nevosi; i due Anthus vanno in gran numero a svernare nella regione litoranea. Le specie estive della zona superiore ai mille metri sono, secondo il Vallon, Cypselus melba, Hirundo rupestris, Ruticilla titis, Pratincola rubetra, Saxicola Oenanthe, Linaria rufescens, Pyrrhula europaea, Eudromias morinellus.
Tra i mammiferi d'alta montagna è accertata la presenza del camoscio Rupicapra europaea, del capriolo, Cervus capreolus, della lepre alpina, Lepus variabilis, dell'ermellino Foetorius Erminea: i due ultimi presentano il cosidetto albinismo di stagione.
Pochissimo conosciuti sono invece gli artropodi delle zone elevate, mentre meriterebbero serio studio per la grande quantità di questioni biologiche e geografiche che essi presentano. Le farfalle, perchè facilmente richiamano anche l'attenzione dei profani, sono particolarmente raccomandabili agli alpinisti ed ai dilettanti: esistono forme a colori scuri (melanotiche) tra i nostri lepidotteri d'alta montagna? P. es. la fauna dei Pirenei, secondo Harcourt-Bath, è priva di forme melanotiche, mentre in altre montagne europee sono state segnalate interessanti varietà dai colori scuri. Le tinte scure degli insetti d'alta montagna non sembrano costituire quella regola generale che Heer ammetteva: così i rincoti (Gerris) dei nostri laghetti e delle pozze d'alta montagna hanno tinte relativamente chiare, mentre i colori scuri si riscontrano frequentemente nei coleotteri.
Anche i molluschi terrestri delle cime prealpine sono poco conosciuti; il Pirona però ha segnalato, come propria delle elevate cime calcaree, la Helix (Campylaea) phalerata Ziegl., la quale specie, certamente non artica, secondo la verosimile spiegazione del Kobelt, deve considerarsi come uno di quei relitti glaciali che, derivati da specie preesistenti adattatesi al freddo, seguirono poi il regresso dei ghiacciai, sopravvivendo nelle nostre disgiunte aree culminali al definitivo mutamento climatico.
Le caverne e le acque freatiche. Un cenno a parte, come ben distinta è la natura dell'ambiente, deve farsi della fauna oscuricola, cioè delle caverne e delle acque freatiche: in queste ultime è notevole un crostaceo cieco, Niphargus dolenianensis, del pozzo co: Trento di Dolegnano, recentemente trovato anche nel Covolo della Guerra (Euganei)[70]. Crostacei ciechi (troglobii) si trovano anche nelle numerose caverne delle Prealpi Giulie: alcuni, molto piccoli, del gruppo degli oniscidi, appartengono certamente al genere Trichoniscus e si trovano nelle grotte di Villanova, Robie, Ciastita e Clenia. La specie acquatica più interessante è quella descritta dal dottor G. Feruglio, e dall'Alzona prima e dal Racovitza poi, riferita al genere Monolistra. Sono poi di grande importanza le scoperte malacologiche fatte dal dott. Pollonera nelle posature (in friulano menadizzis) del Natisone; Zospeum isselianum, Z. Tellinii, Z. venetum, Z. lyratum, provengono indubbiamente dagli scoli delle grotte dell'alta valle del Natisone: tale genere di molluschi veniva, su materiale friulano, per la prima volta segnalato in Italia; anche la Paulia? Tellinii, interessante conchiglietta descritta dal Pollonera, tra quelle raccolte dal Tellini nelle posature del Natisone, deve provenire da caverne che hanno sbocco nella valle. Cinque specie di aracnidi furono segnalate nelle nostre grotte: in quella delle Agane (Prestento): Meta Merianae, M. Menardi che con Pholcus phalangioides si trova anche nella grotta di S. Giovanni d'Antro; Tegenaria campestris e Nesticus cellulanus nella cavità del M. Roba presso S. Pietro al Natisone; a queste aggiungasi Pholcus opilionoides della grotta di Villanova, determinato dal mio Maestro Giovanni Canestrini: occorre ricercare le specie scolorate e cieche, molto modificate, che numerose nella vicina Carniola, dovrebbero essere bene rappresentate anche nelle nostre grotte. Ospiti accidentali o abituali delle caverne sono alcune specie di chirotteri, sovente aggrediti da un parassita (Nycteribia), moltissime di insetti (ditteri, stafilini); sono costanti due specie di ortotteri: Troglophilus cavicola e Tr. neglectus, che trovansi anche nelle caverne del Carso, ove sostituiscono le dolicopode dell'Europa occidentale. Ma non sarebbe il caso di istituire confronti per ricercare i caratteri della nostra fauna cavernicola, sia rispetto a quella superficiale della regione, sia a quella del Carso e della Francia, che sono le più studiate del continente europeo. La contiguità geografica e la comunanza della storia geologica facevano a priori pensare all'affinità della fauna delle nostre grotte con quella, assai ricca, del vicino Carso. Di tale affinità si hanno già alcuni importanti indizii; ma i dati raccolti sono ancora troppo pochi, e non consentono alcuna sintesi. Conosciute le condizioni topografiche e fisiche delle nostre grotte, può ora inoltrarsi in esse lo specialista, cui attendono certamente molte gradite sorprese. E queste non mancheranno neppure a coloro che vorranno dedicarsi ad una metodica esplorazione della fauna superficiale, per una compiuta illustrazione zoogeografica di queste prealpi.