Nel tempo che Aquilino era assai giovanetto, e che fra l'avemaria e l'ora di notte, la sua piccola città si addormentava, egli pensava talvolta come invece doveva esser beata la vita in quelle città , dove sui teatri splendenti rècitano e cà ntano gli uomini e le dee; e non il teatro dei burattini con quelle due candele di sego. E dove specialmente vi sono i club e le conversazioni. E non le veglie, dove le donne vi si avviano con lo scialle, e lo scaldino sotto il zinnale: ma quelle conversazioni scintillanti, dove un servo in livrea annuncia conti e contesse; e vi sono quegli angioli con le trecce, fra cui un giovane di spirito può trovare anche una dote. O felicità , essere presentato in quei luoghi!
E qualche volta, nel suo letticciolo, sentendo avvicinarsi e lontanare il grido della guardia: «Sono le due, tempo sereno! Sono le tre, tempo nùvolo!», pensava che a quell'ora il signor conte Orloff usciva dal club, nelle sue pelliccie d'astracan, e tornava a casa in rue d'Antin, portando nel suo coupé, o una borsa d'oro guadagnata al baccarà , o un angelo di Parigi con la toilette in deshabillé. Beato conte Orloff! Ma chi era il conte Orloff? Un personaggio conosciuto in un romanzo di Ponson du Terrail.
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Ebbene, allora in sul più bello della giovinezza, Aquilino fu presentato nel salotto della marchesa, ma non provò tutte quelle soddisfazioni che si era ripromesso; forse perchè egli non era il conte Orloff. O forse perchè la miglior soddisfazione consiste non nel vigilare, ma nel dormire. Ben è vero che ai ricevimenti della marchesa non si ballava, non si facevano simpòsi. Tutt'al più simpòsi intellettuali: ed una delle più ambite soddisfazioni della nobile signora era quando un qualche personaggio qualificato, di trà nsito per la città , facesse scalo ai suoi venerdì.
E non solamente non provò soddisfazione; ma trovò che navigare per quelle sale era difficile. Ma la marchesa aveva fatto capire che desiderava che lui navigasse, e desiderare era un verbo uguale a volere.
Sperò di farci buona figura, ma capì sùbito che era molto non farci cattiva figura.
Ma cosa saltò in mente al cameriere di annunciarlo con: il signor professore? «Ma no, buon uomo. Uno della casa come te: tu strofini i pavimenti, io la testa di Bobby».
Eppure non bastava quell'ampolloso annuncio a spiegare l'attenzione di cui era fatto segno.
«Io devo avere addosso qualcosa di speciale â pensò â perchè tutti mi ossèrvano». Eppure la cravatta era a posto e quell'abito nero conveniva bene alle modeste sue qualità di precettore.
Parlare? Adagio Biagio! Allora tacere. Ma anche tacere presentava inconvenienti.
In verità in lui era qualcosa di speciale; cioè alcune cose gli erano in più, e alcune cose in meno: il braccio sinistro gli era in più, perchè la mano, lui, non sapeva dove collocarla. La sua pronuncia gli era in più, e la avrebbe scambiata con un po' di più snella pronuncia francese.
Una carta topografica per evitare certi scogli a fior d'acqua, ecco una cosa in meno.
Egli trattò alla semplice alcuni signori presentati col nudo cognome. Ma quel nudo cognome voleva anzi dire, illustre, o già stato illustre o in via di diventare illustre.
Più soggezione gli davano le signore, benchè fossero tanto gentili. Ma che brutta abitudine avevano quelle signore, quando gli parlavano, di venirgli a parlare sì da presso da sentirne il fiato in bocca!
Allora invece di essere sciolto, e ridere, e parlare anche lui, si impietriva in una serietà precoce e dolorosa. «à inutile; è perchè sei tìmido», gli diceva una voce di dentro. «Non è vero â rispondeva lui a quella voce â, non è perchè sono tìmido». Era perchè egli vedeva nella donna qualcosa, che è proprio della donna, che derideva la sua costumata giovinezza maschile. E quando anche ragionavano di alcuna grave questione, gli pareva che quella tal cosa pur sorridesse.
Ma le signore forse non si accorgevano di tutte queste complicazioni.
Per fortuna, a disimpegnarlo un po', c'era quella testolina sentimentale di giovane donna con la quale conversava quasi alla buona.
â Lei conosce l'amore? â gli aveva domandato.
â Non ancora, signora.
â Oh! â aveva ella risposto con stupore, come dire: «lei ignora la grammatica del mondo».
â Che vuole? C'erano state tante cose da pensare prima dell'amore: la colazione, i libri, l'affitto di casa....
â Ah, io vivo nell'amore â rispose la testolina sentimentale.
Aquilino le avrebbe anche chiesto qualche bonaria spiegazione come facesse a star sempre sott'acqua, nell'amore. Ma quando seppe che la era una gran poetessa, non ebbe più il coraggio di così semplici domande; ed allora imparò che non esistono soltanto gli uomini illustri, ma anche le donne illustri, e perciò la cautela nel parlare non è mai troppa.
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Anche tutto quello che egli sapeva, cioè la sua intellettualità , era in più, perchè prevalevano altre intellettualità esotiche, le quali come correnti marine portavano lui lontano lontano sì che una nostalgia amara e nuova gli stringeva il cuore: «O cara Italia, come sei tu lontana!»
Gli parea anzi strano sentir talvolta nominare Dante e Leonardo da Vinci.
Più sovente ricorreva il nome di Gabriele D'Annunzio, di cui sapevano più cose che non ne sapesse forse quel poeta medèsimo. «Bisognerà che mi impratichisca un po' â pensava â di tutte quelle diavolerie di nomi stranieri; e anche di quel Leonardo di cui tanto si parla». Ma poi vi erano altri nomi, pur non stranieri, che gli davano un cerchio alla testa: che so io, cerebrale, amorale, volitivo, androgìno, edonismo, idealismo, positivismo, buddismo, teosofia, futurismo, estetico, micènico, dionisìaco, ecc.
E quando parlavano di politica, s'accorse di stare a bocca aperta ad ascoltare. «Gran Dio! Come è possibile che questi signori sappiano tanti segreti di Stato? E quelle confidenze così ciniche di uomini del Governo, che qui si ripètono, possono essere vere?»
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Uno dei momenti di maggior impaccio era per Aquilino quando andavano in giro gli scintillanti vassoi con fini complicati beveraggi, con dolci e confetti. Cioè gatô. E non potere, come con Bobby, proclamare: «Si dice dolci, e non gatô». Prendere e lasciare in quei vassoi era ugualmente seccante. E allora si appartava, per disimpegno, presso qualche signore anziano un po' solitario, al margine â per così dire â della conversazione.
Quel signore canuto, alteramente in posa, con la fronte in contemplazione delle scarpe lustre, era quegli che pareva accogliere la sua solitaria conversazione con più deferenza. Senonchè cominciò ad accorgersi che quel signore aveva anche tutta l'aria di volere sottoporre lui, il professore della casa, ad una specie di esame generale.
â Professore, â gli avea chiesto â ha letto l'ultimo articolo della Revue des Deux Mondes?
â No.
â Oh!
â Lei ignora Debussy?
Aquilino rispose che ignorava Debussy, e si sentì guardare come se gli mancasse il naso.
â Lei non ha letto l'ultimo romanzo di Bourget? Ah! Lei non ha visitato il British Museum? a Monaco non c'è mai stato?
â Finora, no: ma spero di andarci.
â Veda: il precettore del duca X.... conduce ogni estate i signorini, o a Londra o a Parigi.... Lei non ha mangiato il salmone del Reno à la Richelieu? Certamente avrà letto i romanzi di Abel Hermant....
â No, signore.
â Oh!
â Le poesie di Mallarmé....
â Nemmeno.
«Ma che precettore si è preso in casa la marchesa?», pareva dire quel dotto signore.
Ad Aquilino era venuto una gran voglia di rispondere: «Ho mangiato molte cipolle».
A quel signore balenava un felice sorrisino maligno, come avviene in un professore che sta per bocciare uno scolaro.
Aquilino pensava:
«Ho capito: qui è meglio dire di sapere tutto, di aver letto tutto, di essere stato da per tutto, di aver mangiato tutti i salmoni del Reno».
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Ma vi erano cose di cui non avrebbe saputo dir niente.
Che ne sapeva lui di certa gran cronaca mondana? e dell'arrivo dei cavalli al traguardo? e di cotali accenni, talvolta, intorno al vestire muliebre, come di cosa gravissima, e quasi eleusina, per cui vedeva le signore compiere su di se stesse gesti lenti e quasi ierà tici? E quel chiacchierìccio, continuo come quello di Bobby, a spettà colo continuato, come nei cinematògrafi, ma ad imagini mutevoli ad ogni istante, tanto che se ci avesse voluto azzeccare una parola non avrebbe mai fatto a tempo o avrebbe dovuto dire: «Fermi un momento, per carità »? E quell'ingannevole modo di ragionare per cui niuna cosa seria appariva eccessivamente seria; niuna cosa stolta appariva totalmente stolta? E l'inganno stesso della parola! Spesso scintillava il paradosso, ma erano paradossi addomesticati; spesso spumeggiava la parola, ma non era la divina ebbrezza; spesso erano fiamme, ma fiamme innocue come in su la scena.
Ah, il parlare era difficile come il tacere!
E se l'argomento era anche di sua competenza, o non sapeva come afferrarlo o gli sgusciava via come un'anguilla.
La guerra bandita dall'onorevole Luigi Luzzatti contro le figurine poco vestite, ecco un argomento di sua competenza. Ma ecco l'arte, la morale, la bellezza ballare una tal ridda che Aquilino non sapeva se prender l'arte, o la morale, o la bellezza.
Ma già il ragionamento era scivolato via. La bellezza, la divina bellezza estasiava miss Edith.
Ah, il caso di quella dama, la quale si era recata a Parigi in un Institut de beauté, per farsi fare più estètico il naso! Oimè, durante il ritorno, il naso si era sgonfiato.
â Malheureuse! â esclamò miss Edith.
â Dunque, miss Edith â aveva chiesto il poeta Emme con un fine sorriso e il monocolo ben incastrato nell'orbita â, dunque per lei, miss Edith, la bellezza è forse più importante della virtù?
â Yes! pour une femme, parce que la vertu n'a pas de visage.
Oh, la invereconda parola e come proferita!
*
Aquilino ci pensò per tanto tempo. Una giovinetta parlava così! Una istitutrice! Se lui avesse un figlio, mai avrebbe preso al suo servizio miss Edith. Cioè per lui sì, ma non per il figlio.
Ma tutti fatui quei discorsi! E avrebbe voluto avere tanta autorità per deridere e condannare tutto quel chiacchierìccio, quella maldicenza, quell'ipocrisia, quella vacuità .
Ma poi perchè deridere? perchè condannare?
La maldicenza vi era amabile, e si poteva anche chiamare reciproco compatimento; la ipocrisia era come una toilette necessaria per nascondere le parti pudende del discorso; quella vacuità poteva parere come simbolo dell'enorme verità filosofica che tutto nel mondo è vano: e se quei vacui signori questo non dichiaravano, è appunto perchè nel gioco infantile del perchè, mai si deve pronunciare la parola perchè.
Forse sarebbe stata goffaggine plebea lo schernire.
E la stessa sentenza di miss Edith che gli parve così immorale, perchè immorale?
«La bellezza è tutto per la donna» â questo, in sostanza, avea detto miss Edith.
E al suo paese â or ricordava â quella vecchietta che piamente si recava mattina e sera nel gran tempio, tutto isculto a sentenze, non soleva ripetere una sentenza consimile?
Soleva la vecchietta dire, ed ora Aquilino ricordava: «Quando una donna bella è, povera del tutto non è».
E nel tempio fra le sculte sentenze, questa vi era: Quod est quod est? Ipsum quod fuit. Quod est quod fuit? Ipsum quod est.
Era lui che non sapeva. E leggere libri per imparare, non basta.
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Certo miss Edith in quelle conversazioni non trasportava le sue qualità pedagogiche. Era molto vivace; e se non la avesse veduta bere acqua, Aquilino la avrebbe detta misteriosamente ebbra. Le sue grazie un po' esotiche, il suo parlare straniero attraeva. Dalle pupille di lei piovevano muti lunghi sguardi. Intimi colloqui or con l'uno or con l'altro: lungo ridere sonoro come in su le scene. Oh, il flirt! E col senatore più che con altri.
Il grosso uomo ne godeva come un gargantuà a cui è offerta delicata pastura.
E verso di lui?
Mai! Gli occhi di miss Edith verso di lui erano opachi come occhi di donna cieca.
E quando la sentiva ridere così, la malediceva dicendo: «Ah potesse venire anche per te l'ora tenebrosa!»
â Ah, Nicce! Nicce! Nicce! â suonava in ritmo dionisìaco la voce di miss Edith.
Aquilino odiava quel Nietzsche senza conoscerlo; e quanto al flirt, si sentiva capace di un apostolato contro questo inverecondo giuoco dell'amore.
Però come era elegante miss Edith, come adorabile nella sua semplicità .
*
â Io credo â disse ad Aquilino la languida poetessa â che miss Edith ne parli più per snobismo che per convinzione. Ma realmente Federico Nietzsche è l'annunziatore.
â Ah sì, molto probabile â rispose Aquilino.
â Lei â fu sollecita la giovane donna a soggiungere â forse lei crede che Nietzsche sia un pazzo o un perverso?
Il volto di Aquilino tradiva, in realtà , un candore così bello.
â Oh, un santo! â sospirò la giovane donna. â Questo vecchio mondo imputridisce, e Nietzsche è il profeta dell'igiene del mondo.
Anche Aquilino non aveva troppa stima del mondo, ma quell'imputridisce gli pareva eccessivo. Però, se le faceva piacere....
â La grande creatrice della vita è la guerra â disse la poetessa â, e soltanto un bagno di sangue farà sano il mondo.
Aquilino guardò con stupore quel dolce viso che proferiva così spaventose cose; sperò che la giovane donna mutasse discorso; invece, anche più fatale, ella proseguì così:
â Ed allora avverrà che l'eletto incontrerà la eletta, e la fusione dei due esseri sarà così sublime che non rimarrà che la morte.
Oh, quale lugubre imagine! «Ma se l'eletto incontrerà la eletta, il meglio è continuare, e non pensare a morire.»
Questa era l'opinione di Aquilino, e la espresse nei modi più condecenti all'interlocutrice.
Ma la giovane donna lo riguardava pietosamente come l'iniziato ai misteri di Eleusi guarda il profano: â Non si può concepire la vita dopo l'ardore della fusione.... â disse ieraticamente.
«E si vada a far fondere» â le rispose Aquilino in cuor suo.
â Ed è necessario, â ribattè colei â perchè dalla fusione deve poi nascere il superuomo.
Se quella testolina non fosse appartenuta ad un'illustre poetessa, Aquilino la avrebbe consegnata per esame ad un direttore di manicomio. L'amore era per colei come un biscottino inzuppato nel sangue.
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Ed anche donna BÃ rbera come era meravigliosa!
Ma quella era un'altra donna Bà rbera! Non ne esisteva una, ne esistevano due. Come si metteva! Pareva una giovinetta! Quella testolina bruna con due diamanti così! E quella voce carezzevole come il flauto!
Parlava con tutti, e naturalmente di tutto; dell'abùlico, dell'androgìno, del Parsifal, di Gotamo Budho, del dionisìaco; e nel tempo stesso nulla le sfuggiva, e â ohimè! â neanche lui, Aquilino. E certe fuggevoli occhiate su lui parevano significare: «senta, lei è una brava persona, ma si fa un po' compatire. Sa un poco più dégagé».
*
Uno dei personaggi più ornamentali del salotto della marchesa era il senatore, quello delle fandonie.
Lo aveva visto due o tre volte in cattedra, e lo aveva inteso parlare di non so quali codici pergamenacei e cartacei, intorno ad un ignoto autore di antichi tempi. Lo aveva inteso anche leggere un poeta, ma con sì fatta voce che gli venne in mente â per virtù del contrario â il povero bibliotecario del suo paese, quando leggeva i poeti, chè gli si inumidivano gli occhi. Mai il povero bibliotecario del suo paese avrebbe saputo portare una camicia croccante e scintillante come quella che si sfoderava fuor dello smoking del senatore. Eppure il bibliotecario del suo paese era anche lui un erudito: e leggeva i palinsesti e capiva bene le là pidi.
Si sarebbe creduto che un così autorevole senatore avesse preferito parlare di cose di somma saviezza. No! Preferiva parlare di cose mondanette, e ciò non senza un'amabile causticità . Le vesti, e i reggimenti, e gli ornamenti delle donne avevano in lui un espositore altrettanto dotto, quanto misurato e garbato.
Se avesse usato pari acume e lepore nelle sue lezioni, esse sarebbero parse meno tediose.
Quando però interveniva alcuna intricata questione, allora si ricorreva ai suoi lumi. Egli illuminava, e nessun vento, se non cortese zeffiro di fronda, si permetteva di soffiare sopra quei lumi.
La marchesa aveva presentato Aquilino a questo magnifico signore come frequentatore «entusiasta» delle sue «interessantissime» lezioni.
Bugia di prima grandezza, che donna Barberina aveva proferito con un candore inimitabile.
â Mi pare, mi pare, mi pare â rispose quel personaggio; e quel mi pare suonò con voce blesa, in fretta, come un: mi pale, mi pale, mi pale.
Aquilino avrebbe voluto dire qualche cosa; per esempio, tornar sopra le fandonie di Muzio Scevola: ma quel mi pare fu proferito in modo da far capire che se essi due, materialmente, si trovavano a pochi metri di distanza, realmente la distanza era sì enorme che era inutile parlare.
Ma perchè un tale sgarbo?
La marchesa aveva presentato Aquilino a quel signor commendatore che aveva fatto la campagna contro il de bello gallico di Giulio Cesare.
La parola di quell'altero signore era adorna e correttissima come le sue vesti; ma egli non fu corretto con Aquilino.
All'atto della presentazione, tirò un fendente con un'occhiataccia di traverso e aveva detto: â Felicissimo!
Parve dire: felicissimo quel giorno in cui le potrò fare del male.
Perchè poi?
Questo sgarbo tolse al giovane la voglia di venire a qualche spiegazione sugli esercizi latini e su Giulio Cesare.
*
Da alcun tempo si parlava nel mondo scientifico degli elettroni. Gli elettroni non potevano non passare anche per il salotto di donna Barberina.
Mandar giù Nietzsche per opera di una languida donnina, era tollerabile; ma quegli elettroni, così difficili, no. Tanto più che a tutti parevano così facili.
Colse un momento di pausa e â Signor senatore â domandò â, ma noi sappiamo veramente che cosa siano gli elettroni?
â Particelle elettriche, cioè gli intimi elementi dell'architettura dell'universo â rispose il senatore.
â E l'intima natura delle particelle elèttriche?
Questa seconda domanda seccò il senatore. Rispose:
â Ma lei mi confonde il pensiero con la materia, la fisica con la metafisica!
â Era una gloria dei nostri grandi essere insieme fisici e metafisici â contraddisse Aquilino.
â Ma no! ma no! ma no! â disse il senatore con lieve moto delle spalle â scusi: lei vive nel passato o nel presente?
â Io non so â rispose Aquilino â se il tempo in cui vivo si chiami passato ovvero si chiami presente: ma so che l'anima è come soggiogata dalla paura di certi problemi, e quando noi diciamo che la materia è formata dagli elettroni, senza altro sapere, ci accontentiamo di troppo poco, perchè noi spostiamo, non risolviamo l'enigma.
â Ma non esistono enigmi. E poi sa? chi si accontenta gode.
Ah, questa era insolenza!
â E allora â disse Aquilino â si accontentava anche il filosofo peripatetico del tempo di Don Ferrante e di Donna Prassede quando diceva che la materia ora è caos, ora è una selva, or massa, or peccato, ora tà bula rasa, ora prope nihil, ora neque quid, neque quale, neque quantum, e per esprimere tutte queste definizioni con una sola parola, che la materia est tamquam foemina.
â E sia contento anche lei â disse con manifesta derisione il senatore. â Quando io vado in treno elettrico, io mi accontento del dominio umano su la forza della materia, trasportata da una cascata alpina alle rotaie del treno. E non penso più in là .
â Ed io, invece, penso più in là ! â rispose Aquilino.
â Bravo e mi piace â si udì allora una voce nel silenzio dell'uditorio.
Quel bravo e quel mi piace appartenevano al poeta Emme. Aquilino si volse. Il poeta Emme, ritto, nell'ampio ondeggiante sottano nero, detto or stiffelius, or financière, or prefettizia, sorgeva dietro alle sue spalle. Pareva dire dal ghigno del volto e dalla caramella nell'orbita: «Si batte bene, il giovanotto».
«Caro monòcolo, caro poeta â disse in suo cuore Aquilino â grazie. Ecco i poeti utili a qualche cosa».
â Ma mi faccia il piacere â disse il senatore al poeta Emme, â che lei contraddice per semplice sport â ; e si allontanò con le spalle, per un angolo di quarantacinque gradi da Aquilino. â Lei sa meglio di me, caro poeta, che le fandonie metafisiche di quel signore non hanno più importanza se non come stìmolo del pensiero. à l'uomo che crea il fatto, e col fatto crea la verità , e perciò l'uomo è Dio.
â Ma una simile opinione, signor senatore â disse forte Aquilino â fu già annunciata duemilacinquecento anni fa; e poi fu ritenuta fandonia, ed oggi ritorna verità . Sia pure! Ma può anche col tempo ritornare allo stato di fandonia.
â Eh! â fece il senatore â cioè «eh! chi è l'audace che chiama fandonie le mie parole?» Ed il senatore fu costretto a girare di nuovo per quarantacinque gradi, intorno al suo cardine, sino ad incontrare il volto di Aquilino.
â Ma sì, signor senatore! Ella sa benissimo che duemila e più anni fa, il sapiente Protà gora affermò quello che lei afferma, cioè che l'uomo è la misura di tutte le cose, cioè che l'uomo è il criterio unico della falsità o della verità di tutte le cose; cioè è Dio! Un Dio che trasporta anche la energia alpina alle rotaie; ma lui, come lui, non si porta bene in gambe.
Il nome del filosofo greco Protà gora non era evidentemente stato introdotto nel salotto di donna Barberina.
Un po' di sconcerto, un po' di malessere.
â Ma lei con le sue paure e gli enigmi â disse il senatore â non capisce che mi manda la civiltà indietro?
â Mie? Di tanti! Per esempio anche di Leonardo da Vinci. Leonardo da Vinci quando penetrò nella caverna dei misteri della natura, dichiara che fu preso da due sentimenti: desiderio l'uno e l'altro, per l'appunto, paura.
Donna Barberina era su le spine.
Leonardo da Vinci era un personaggio presentato, conosciuto, e non si poteva trattarlo male.
E d'altra parte il volto del senatore esprimeva questa opinione intorno ad Aquilino: «Sa che lei è un bell'empiastro?»
Ma quel commendatore, che non aveva riguardo per Giulio Cesare, non ne ebbe nemmeno per Leonardo.
La parola caverna detta da Aquilino, illuminò il di lui spirito; e troncò corto, dicendo al giovane: â Tutto questo che lei dice, sarà benissimo: ma al tempo che gli uomini andavano in giro per le caverne. Lei, scusi, da quale paese viene? forse dal paese delle caverne?
Aquilino sentì tutto lo scherno di quelle parole. Gli formicolavano le dita per una gran voglia di creare il fatto e la verità , scaraventando qualcosa.
â Signor commendatore â disse â, lei mi domanda da che paese vengo. Io vengo da X...; ma veramente io sono originario da un povero paese in cima ai monti dove ci sono anche le caverne. Mio padre era medico in quel paese e mio nonno idem; e l'uno e l'altro, per ragioni professionali, erano al contatto continuo con il dolore umano. E siccome in quel paese non c'erano le lampade elettriche che ci sono qui, così avevano l'abitudine di guardare le stelle, la luna, il sole. E siccome i boschi, e i monti, e le caverne hanno certi loro aspetti paurosi, così essi sentirono e il dolore e la incommensurata paura delle cose. Io, da bambino, sono vissuto con loro, lassù. Quei miei vecchi, inoltre, non mi hanno lasciato in retaggio che la loro povertà . E se per effetto di essa sono venuto da lungi qui al servizio della signora marchesa, questo dichiaro e non me ne vergogno. E se le idee un po' semplici portate giù dalla montagna e dalle caverne sono sbagliate, cercherò qui, e con l'aiuto delle lezioni di lor signori, di correggerle e di emendarle.
Così parlò Aquilino; e le sue parole stridevano come un violino a cui fa accompagnamento un contrabbasso commosso.
Tutti ascoltavano, e donna BÃ rbera pareva pur essa sorpresa che un suo servitore, a centocinquanta lire, suonasse, su di una vecchia ribeca, una musica di sua testa. Il magnifico commendatore borbottava non so che voci, come, poesia, poesia, poesia!
*
La marchesa a cui quella partita di parole pareva già troppo pericolosa, fu pronta come nel giuoco del dòmino, a confondere le tèssere per preparare nuovo giuoco.
â Scusate â disse â ma io rimango dell'opinione del senatore. Quando io vado in treno elettrico, non sto a domandare perchè va. Il ne faut pas pousser la sagesse jusqu'à la folie. D'altronde il treno elettrico non fa fumo.
Il senatore lodò la saggezza sempre notevole della marchesa, ed infine il discorso fu sviato.
La poetessa assicurò Aquilino dicendogli, in confidenza, che aveva ottenuto ottimo successo, esaltandosi con la umiltà .
Il giovane la pregò di credere che lui per l'affare degli elettroni riposava benissimo la notte; e poi volle ringraziare il poeta Emme del suo valido soccorso.
Ed aggiunse: â Io avrei voluto approfondire, ma il senatore mi voltò le spalle....
â Approfondire? Lei ha approfondito anche troppo!
â Ho paura anch'io.
â Il senatore non gliela perdona più.
â Pazienza! Ma io sto in pensiero per la marchesa. Con l'amicizia che c'è fra loro, non vorrei che mi capitasse qualche brutto scherzo.
â Già , perchè lei è alle dipendenze della marchesa....
â Precisamente.
â Per la marchesa, per la marchesa....
â Dica....
â Per la marchesa, la faccenda è complessa, e se crede, le spiegherò.
â Faccia il piacere, mi spieghi.
â Non qui: ci vedremo fuori. Qui anzi non si faccia vedere troppo a parlare con me. Non si è accorto che io sono, qui, un po' la bête noire?
â Non mi pare.
â Ma lei vede pochissimo!
â Me ne persuado, ohimè, sempre di più.
*
Del resto poco gli importava, anche della marchesa.
Aveva visto gli occhi di miss Edith che si erano finalmente aperti sopra di lui.