â Caro maestro â disse il marchese incontrando Aquilino, â l'altra sera a tavola mi sono lasciato trasportare. Ma sarei dispiacente che voi aveste frainteso. Venìtemi a trovare nel mio studio. Voi ci potete venire in due modi: palam vel clam: ma se ci venite clam, sarà meglio. Sono ottantasette scalini, di cui ventinove appartengono ad una scala a chiocciola.
Fu così che Aquilino entrò clam nello studio del signor marchese, cioè nella torre di Albraccà .
Tempo era di primavera; e dai finestroni aperti l'occhio correva sull'ampia distesa dei tetti. Ma anche lì, nel mondo dei tetti, la natura riprendea l'universale suo impero, anche lì, a suo modo, fioriva la primavera, piccola primavera silenziosamente.
Il sole, entrando a ondate d'oro, suscitava la vita anche da certi canterani scuri di antica melanconia, ricolmi di libri, libroni, libracci. Altri libri stravacavano sul pavimento e si arrampicavano sino al soffitto. Un leggìo, come nei cori delle chiese; e alle pareti, vecchie armi: partigiane, alabarde, alte spade dall'elsa a trafori; una corazza ageminata.
Il marchese stravacato anche lui in una enorme poltrona, non si mosse; prima perchè era stravacato, secondo perchè era occupato a sospingere da una pipa buffi di fumo azzurro dentro il fascio della luce solare; terzo perchè nella mano sinistra teneva un bastoncello sul quale era posato un uccellino.
Tuttavia allungò verso Aquilino l'indice e il medio della mano destra e diede il benvenuto.
â Passer domèsticus â disse accennando all'uccellino â : così definiscono i naturalisti: ma io direi passer idiota, inquantochè segue l'uomo. A questo qui dico: Va fuori, vola! E lui resta qui. Dunque vi volevo dire (oh, ma accomodatevi) che realmente fra me e la marchesa esistono alcune divergenze, le quali però non impediscono il buon accordo. Io, per esempio, ho in testa una selva forse di gufi, di girfalchi, e forse anche qualche usignolo. Ma la marchesa preferisce la musica del Conservatorio! Io cerco la verità nuda ed amara, e la marchesa pudicamente la ricopre con pizzi, merletti, con amabili bibelots, o bamboccini che dir vogliate: la raddolcisce con tutte quelle cosine dolci che avrete notato per casa. Io sono storico e la marchesa è politica. Che cosa è la storia? La politica di ieri. Che cosa è la politica? La storia di oggi. Senonchè io coi morti della storia vado d'accordo. La marchesa non conosce la storia, ma va d'accordo benissimo coi vivi. Io amo qualche volta contemplare il corso delle stelle: la marchesa preferisce di osservare i corsi del listino di Borsa. Ella è positivista, pure coi bibelots e le violette candite; io, pur con la mia nuda ed amara verità , temo di essere un sognatore.
A questo punto il marchese si arrestò.
Si levò faticosamente in piedi, tolse da un armadio una bottiglia, e disse: â Questo è un vino che potrebbe raccontare istorie di altri tempi. â Volle sturare lui stesso, ed il tappo saltò provocando un'uscita lieve di gas: parve l'esalazione dell'anima imprigionata del vino: poi versò in due coppe di antico vetro, sottile, a rabeschi.
â Bisogna, badi, chopiner theologaliter, cioè a sorsettini.
Aquilino bevve theologaliter, e potè notare che, oltre alla collezione di vecchie armi, vecchie pipe, vecchi libri, esisteva anche un archivio segreto di vecchie bottiglie, da cui il marchese estraeva la verità teologale.
â Perchè â disse sdraiandosi di nuovo, â le cose stanno così: il nostro secolo è sotto la speciale costellazione del dio Mammone! Io, marchese Ippolito di Torrechiara, posso dolèrmene; ma non posso distruggere l'influsso del dio Mammone. Perchè.... â e si voleva alzare ancora come chi cerca qualcosa.
Aquilino si offerse; ed il marchese disse: â Allora togliete quel libro che sta sul leggìo.
Aquilino tolse. Era un libro legato in vecchio cuoio con molti nastri di sargia pendenti; e come il marchese lo aperse su le sue ginocchia, apparvero nella pagina gialla nitide ottave.
â Perchè io â disse puntando il dito e l'unghia sopra un'ottava â posso approvare quello che dice il paladino Orlando in difesa del nobile mestiere delle armi:
Ogni gentiluomo naturale
Viene obbligato, per cavalleria,
Di esser nemico ad ogni disleale,
E far vendetta de ogni villania.
Ma a patto di possedere Durlindana, la spada miracolosa che spezza i monti e taglia a fette i marrani; altrimenti si rimane pesti e buffi come Don Chisciotte. Io ammiro ciò che dice il prefato paladino Orlando:
Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento
Non m'avria fatta mai il brando cavare.
E quando Orlando arriva ai giardini della fata Morgana, sapete, maestro, perchè riesce a vincere tutti gli incanti? Perchè Orlando non si lasciò affascinare dall'oro.
Giunse alla porta che guarda ricchezza
Che non cura Vertute o Gentilezza.
Ciò è verissimo. Ma quei paladini andavano su cavalli fatti di vento, dormivano sotto le stelle, non conoscevano le questioni economiche. Oggi, invece, l'uomo povero non possiede realtà nemmeno morale. E il popolo dice, Guardalo bene, guardalo tutto, l'uomo senza danar quanto è mai brutto! La marchesa, naturalmente, risente del secolo in cui vive: suo padre è un abilissimo industriale, checchè altri ne dica; e la figlia è un'eccellente amministratrice: una donna, sotto quest'aspetto â vi garantisco â di primissimo ordine, perchè se dovessi amministrare io.... Non ne parliamo perchè la prima cosa è riconoscere la verità . Mentre, dunque, sotto questo riflesso io riconosco i meriti della marchesa ed ho abdicato con riconoscenza alla sovranità materiale della casa, non vi nascondo che alla sovranità morale non intendo abdicare, e non potendo diversamente, me la tengo per me. Da ciò molte piccole divergenze. Alla marchesa piace troppo il protocollo esteriore. E molte volte le ho detto: troppa proiezione borghese nella vita! Il popolo vede, e come dice il proverbio, al contadino non ci far sapere quanto è buono il formaggio con le pere! Ed il popolo può dire: «Io adoro Mammone al par di te, e allora perchè tu sì, ed io no?» Guardate che è un bell'argomento! Io lascio, concedo, permetto che lei tenga una specie di corte politico-letteraria: ma io mi credo libero di non partecipare. à una ménagerie di ventrìloqui, scusate il paragone. Ripetono le ultime voci di Francia o di Germania; quel senatore pontìfica beato nella rocca forte del suo sistema. Delle donne non parliamo, perchè io sono cavaliere. Trovo più interessante questo passerotto. La conseguenza di tutto questo è che madama ed io siamo come due ospiti sotto il medesimo tetto, e viviamo con quella correttezza che è un dovere dell'ospitalità . Qualche volta però avvengono piccoli corti circuiti, come l'altra sera. Dove posso, mi sforzo di accontentare la marchesa: ma non sempre mi è possibile. La marchesa avrebbe desiderato che io percorressi la via degli onori nelle cariche pubbliche e che, quanto meno, avessi posto la mia candidatura al laticlavio. Ma in primo luogo, io, marchese Ippolito di Torrechiara, non sento affatto il bisogno di un democratico titolo di «onorevole» davanti al mio nome: in secondo luogo non posso abdicare alle mie idee. Di preciso non saprei proprio dirvi quali siano le mie idee in materia di politica; ma piuttosto repubblicane. Onoro, rispetto, mi inchino alla casa Sabauda. Ha avuto molte bonnes chances. Forse troppe bonnes chances! Ma ha dovuto firmare troppi compromessi, accordarsi con troppa gente, e gentuzza. Vivere est necessarium! Capisco. Ma io sono io, marchese di Torrechiara.
*
Veramente la ragione per cui Aquilino era salito volentieri su la torre di Albraccà non era tanto per conoscere le verità e le opinioni del signor marchese e le sue divergenze con la moglie, ma per farsi dire il mistero del suo caro conte Cosimo; ma poi come era avvenuto? Che se Aquilino stava ancora ad ascoltare, correva il rischio di finire idiotizzato anche lui.
Ripensandoci però bene, dovette riconoscere che quello stravagante signore aveva gli occhi dolcissimi, e non «truci» come diceva donna Barberina.