Pur con queste amarezze nel cuore, oltre a le viole a ciocche, erano, in quell'ultimo anno di liceo, tornate le rondinelle ancora sotto il tetto della casetta di mamà , perchè era il maggio fiorito.
Oh, gran fortuna che il nostro pianeta non si fermò nel calen di maggio: ma venne il giugno con le spighe, venne il luglio con le angurie! Neve, viole, rondini, spighe, angurie, rose e spine, demoni ed angioli; tutte cose che girano attorno, come le sirene delle giostre; girano, scompaiono, riappaiono. Sono i segni zodiacali della vita.
Ma viene un giorno che scompaiamo noi, e la giostra continua lo stesso!
*
E allora con la cara estate, Aquilino aveva veduto ritornare ancora quel signore dell'anguria e dei confetti.
Gli battè il cuore nel vederlo, ma insieme gli rifiorì anche lo spregio di quella sera; e fece finta di non conoscerlo.
*
Fu lui che gli andò incontro, spalancando comicamente gli occhi e alzando le ciglia: â Se non mi sbaglio, tu sei il signor Aquilino!
No, non gli resse il cuore di tenergli il broncio, e sùbito gli si arrese.
â Come sei cresciuto! Ve', ve'! La peluria dei baffi e i bitorzoli della barbetta.
Anche lui era un po' cambiato: un po' cereo, un po' imbiancato nella barba, nelle labbra.... Però che bel signore! Con quel naso badiale, con quell'ondulatura dei baffi, gli venivano in mente quelle figure severe di gentiluomini che aveva visto in un quadro, attorno al trono di non sapea quale re di Francia. Ma appena sorrideva, quella severità si illuminava tutta. Scherzava; e il riso correva giovanilmente sulle labbra smorte; e gli occhi vellutati ravvolgevano lui, Aquilino, con una beninanza che gli dava un senso di piacere.
Doloroso Aquilino del contatto con la stoffa cilìcia degli uomini della sua maligna città , si sentì sospingere verso quel dolce signore.
â Hai ottenuto la licenza ad honorem? Oh, bravo, allora puoi cantare anche tu:
Son Perèda son pieno d'onore,
Bacelliere mi fè Salamanca,
Sarò presto in utroque dottore....
â Lei ha voglia di scherzare, come tutti i signori, che non hanno da pensare a niente.... Io invece.... â e gli raccontò allora tutte le sue istorie, e col professore di matematica, e con gli uomini neri, e con Don Malfattini; e anche un pochino di fame sofferta in compagnia di mamà .
â Oh, povero bimbo! Hai cominciato realmente un po' presto â diceva quel signore â a mangiare gramigna, roba amara e cardi secchi. Ma sai? Ognuno ha la sua porzione di cardi da consumare. Prendi intanto, prendi! Son caramelle speciali....
â Ci vuol altro, ci vuole, che caramelle per me, oramai!
â To', bimbo! Non te la prenderai mica con me?...
â Io non me la prendo con lei. Ma verrà il giorno....
â Che giorno? Il giorno del riscatto? Credi anche tu alla promessa del riscatto?
â Credo nel giorno della giustizia! Li distruggeremo gli uomini falsi, gli uomini egoisti, in malafede....
â Ma no, bimbo, che non distruggerai niente â disse con tutta calma quel signore. â Tutt'al più, quelli che adesso vedi coloriti di nero, te li vedrai coloriti con un'altra tinta, e tu rimani grullo più di prima. E poi chi ti dice, bimbo mio, che siano falsi, egoisti, in malafede? Credi tu che esista l'uomo che la mattina, quando si alza dica a sè stesso: oggi voglio essere falso, cattivo, in malafede? Troppo onore!
Ma Aquilino digrignava i denti.
â Del resto, se ti fa bene â disse quel signore â, vòmita.
Realmente Aquilino aveva mangiato roba pessima. Vomitava adesso per la prima volta, ed era lui stesso meravigliato d'aver tanta robaccia verde nello stomaco. Oh, buon Iddio, che stai nei cieli, quanti son quelli in questo mondo che muòiono senza aver mai avuto la gioia di poter vomitare! Buon Iddio, prepara per loro, in compenso, bei seggi in paradiso.
â Adesso, vedi, che digrigni i denti â disse quel signore (e parlavano forte perchè il bel viale dei platani per cui andavano, era deserto; e non c'erano che gli occhi del sole che filtravano attraverso il fogliame, scherzando su la ghiaia minuta) â adesso che digrigni i denti per rabbia, ti fai vedere sotto un altro aspetto. Sai, bimbo? Se io dovessi classificare gli uomini, li classificherei come gli uccelli; in uccelli dal becco gentile e in uccelli dal becco ad uncino. Non si vedono, ma ci sono! Tu, con quelle labbra a cuore, con quegli occhi cilestri, sei, come dire? un uccello dal becco gentile. Non fai troppa soggezione. Ma adesso che digrigni i denti, va bene. Cosa vuoi? La vita non è pane fresco che si mangi col burro. Un po' di morgue, un po' di grinta, ci vuole! Hai i denti in punta e belli, ma quel verdolino, te li fa scomparire. Le mani sono discrete, ma non te le curi. Le unghie poi sono un orrore! Coperte di pipite. Lasciatele crescere le unghie. Capirai, se ti presenti così, un po' trasandato, anche se hai in corpo tutta la sapienza di Pico della Mirandola, chi te la vede? Capisco poco anch'io; ma un po' di malizia te la potrei insegnare.
*
E un altro giorno, guardando Aquilino più intensamente, così gli disse:
â Vuoi che te la insegni un po' di malizia?
â Ma sì!
â Vieni allora con me.
â Dove?
â Dove sto io.
â All'albergo?...
â No, sta attento; io sono alloggiato qui, per carità , perchè sai? io sono un conte, ma un conte dalle braghe onte. Oh, non lo andare a dire!
â Da Biancolini lei sta?
â No, non aver paura. Da.... (e fece il nome di un nobile di quella città ).
â Dove c'è quel gran palazzone sempre chiuso? Allora vicino a casa mia.
â Bravo! Vieni. Zitti, zitti, piano piano, non facciam tanto rumor....
E il conte condusse Aquilino davanti ad un palazzo antico e nero, che Aquilino sempre aveva veduto chiuso e come disabitato.
Con una chiavetta il conte aprì uno sportellino nel portone, e furono dentro.
â Oh, bello! â esclamò Aquilino, compreso di gran stupore e con reverenza, come quando si entra in chiesa.
Lo sportellino si era richiuso. Aquilino si trovò in un mondo a lui ignoto.
Si trovò in un cortile a colonne a due a due, sottili, di marmo; dietro il cortile riposava il verde di un giardino. Montarono per una scalea: alle pareti sogguardavano, dai quadri, certe fronti aggrondate di porporati e guerrieri: agli angoli, armi ed armature vere, come le aveva viste in fantasia leggendo La Disfida di Barletta. Cose secolari, silenziose, piene di soggezione. Sul cielo era dipinta la biga dell'aurora, coi cavalli dalle giube svolazzanti.
Aquilino non avrebbe mai sospettato che vicino alle sgretolate camerette di mamà ci fosse roba sì bella.
Stava incantato.
â Se ti incanti così, viene mezzogiorno â gli disse il conte.
Aquilino allungò la mano per toccare la tappezzeria di una parete.
â à proprio seta! â esclamò con stupore.
Si ricordò allora di quello che aveva letto nei libri positivi delle profezie, che per creare il mondo nuovo bisognava distruggere tutto il mondo vecchio. Che peccato, però!
Tutte quelle figure, dai ritratti, pareva che lo guardassero più torvamente ancora.
â Ma non ti incantare, bimbo â ripetè il conte â a guardare quei pupi. A guardarli troppo, se ne hanno a male e qualche volta piangono. Sì, sì, da vero, piangono.
Aquilino si mosse. Il conte lo condusse per una fila di stanze, piene di libri antichi, di libri morti, di libri addormentati.
â Quanta ricchezza! â esclamò Aquilino.
â Non ti scandalizzare. Libri, pupi, durlindane, tutta roba destinata a finire dal rigattiere, bimbo. Ã il destino delle cose.
Arrivarono così ad una cameretta che dava sul giardino: quivi era un letto semplice; ed era quella la camera dove il conte era ospitato dai signori di quella casa.
â Ed ora da' mo' retta. Vieni qui, sta zitto, non parlare, ubbidisci, là sciati fare.
Ed il conte fece accostare Aquilino ad una teletta, sulla cui piana di cristallo posavano fiale, spazzolini, profumi. Fece scorrere acqua, infuse essenze, in un bicchiere e, Suvvia, così! i denti; forte! E poi le mani! Ancora, ancora! E poi con certi ferruzzi, e poi con certi spazzolini; insomma lavorò tutto a nuovo Aquilino.
â Ci pigli gusto, eh? Aspetta adesso che ti darò l'acqua benedetta. â E con uno spruzzatoio lo avvolse di un profumo assai aristocratico che dava al giovinetto una leggerezza voluttuosa. E il conte canticchiava: â asperge me Yssòpo, et mundabor, ed ora va a casa e vedremo poi: le vin est tiré, il faut le boire.
*
Era mezzodì; mamà era sul limitare della porta di casa, e diceva:
â Dove sei stato, che la minestra è già cotta? Ma cos'è il puzzo che hai d'intorno?...
Ed Aquilino gli raccontò la sua avventura in quel dì, e mostrò, tutto soddisfatto, i denti, e mostrò le mani con le unghie lavorate in punta, senza più le pipite.
Mamà però non rimase molto soddisfatta:
â Caro mio, bisognerebbe non aver da far niente come le signore per badare alle unghie.... Allora deve essere proprio lui, quel signore che ti ha mandato, ora è poco, che tu eri fuori, quel bell'abito, con quelle belle scarpette.
â Quale, quale? dove, dove?
â Eh, che furia! Lo troverai disteso sul tuo letto.
Aquilino, senz'altro, corse su. C'era sul lettuccio un magnifico abito color d'oltre mare, cupo. Aquilino lo sciorinò con stupore:
â Proprio alla moda! E cosa deve costare!
â Oh, per questo, lavorato come gli abiti dei signori â spiegava la mamma. â Vedi le fodere? Proprio di raso. E le cuciture, e gli orli come sono ben ribattuti. Ci poteva però mettere il ròtolo con gli scà mpoli della stoffa. Andiamo giù a mangiare. Ti vestirai dopo.
Ma Aquilino rimase lì e si volle vestire, e quando si trovò così ben vestito, si sentì una gran voglia di battagliare.
Aspettò con impazienza che il giorno calasse, e andò in giro per la città . Cercò del conte ma non lo trovò. Poi dimenticò anche il conte per un'ebbrezza vana che lo coglieva tutte le volte che passava davanti una vetrina. Vide per la prima volta le fanciulle voltare i loro occhi su di lui; e la sera tornò a casa col cervello in tumulto.
Non ebbe a lamentare che un solo inconveniente, perchè gli amici e i coetanei gli si accostavano lo stesso e lo prendevano sottobraccio senza troppi riguardi. E il nobile abito bleu-marin (perchè tutti lo chiamavano blumarèn), ne soffriva.
Nei giorni seguenti, prese più confidenza col suo nobile abito.
â Be'? Cosa fai, figliuolo? â sentì che di sorpresa la mamma gli diceva.
Aquilino, in quel momento, faceva davanti allo specchio certe reverenze che avevano l'intenzione di essere molto aristocratiche.
*
Quando infine vide il conte, mosse per lanciarsi verso di lui con tutto l'impeto della sua giovanile riconoscenza. Ma egli stupì nel vederlo, domandò se lui era lui; ed un'infinità di sciocchezze.
Assicurò che lui non ci entrava affatto con l'abito e le scarpette. Poteva essere il caso di un abito réclame, che i sarti fanno portare ai giovani ed alle ragazze di belle forme.
Poi dell'abito non si parlò più. â Piuttosto ci vorrebbe un orologio â disse dopo alcuni giorni, e lo ricondusse ancora in quella stanzetta, e da uno scrigno andava estraendo molti bei monili, così indifferentemente.
â Scusi, signor conte, come è che lei, che ha tanta roba, non porta niente d'oro in vista?
â Sei curioso, bimbo mio. L'oro intanto non conviene che ai ricchi, ed io tale non sono: ma tu sei ragazzo, e un po' di spicco sta bene. Questa catenina leggera vedi come rompe il colore turchino dell'abito.
Ma Aquilino, per quanto gli facesse gola quella roba d'oro, non volle.
Il conte gli sfiorò con un bacio i capelli, e non insistette più.
â Però questa cipolla la accetterai?
Era un orologio di metallo comune.
E preso un nastrino di seta, il conte lo adattò alla sottoveste, e diceva per conto suo: «Andando un giorno nostro Signor Gesù Cristo co' suoi discepoli per un luogo foresto, videro rilucere piastre d'oro fine....»
â E Cristo non volle che le raccogliessero â continuò Aquilino; â e dopo capitarono quei due amici che videro l'oro e per gola dell'oro si uccisero sopra quelle piastre. Come è che la sa anche lei questa leggenda, signor mio?
â Credi di esser bravo tu solo? E poi io sono stato tirato su in un collegio di padri Gesuiti. Ah così! ora sei incroyable, pschutt, select, vlan!
Prenci, duchi e ciò che ha il regno
Di più inclito e più forte,
Son raccolti a gran convegno
D'Aquisgrana nella corte....
â Però questo cappello di feltro portalo più alla brava, sacré tonnerre de Dieu, come si diceva una volta. Gli occhi sono ancora puri, ma te li sporcherai un po' per volta. E aspetta ancora una cosa....
â Cosa?
â La cravatta è fuori di posto. Con uno strozzino bene annodato al collo, vedrai che ti senti più coraggio a dire la tua opinione.