CAPITOLO II.
La Morte.

La Betta pareva, che dormisse, ma il suo cervello se ne andava in volta scapigliato senza essere capace di somministrarle nulla di buono pei fatti suoi. O Betta, o Betta, in che ginestraio tu hai messo le gambe! Ed ora a qual santo ti voterai? Che pesci piglierai? La è una brutta matassa quella che hai preso a dipanare. Vogli o non vogli; non ci è caso, i polli li porti: che cosa arzigogoli mai, che qui non ci casca ombra di male? Non ricordi le parole del buon Gesù? Esse parlano chiaro: «Ma io vi dico, chiunque riguarda una donna per appetirla, già ha commesso adulterio con lei nel suo cuore.»

Non ci è cavillo, che tenga: il solo desiderio è peccato, e di che tinta! E poi, Betta, tu sei vecchia, e il diavolo, giusto è tristo perchè gli è vecchio; e puoi tu metter pegno, che Paride si rimarrà fermo al chiodo di chiamarsi satisfatto alla novella, che la gentildonna non l'odia? E non hai tu visto come navigava con le vele gonfie di desiderio in desiderio? Prima si contentava sapere, che ella non lo odiava; subito dopo voleva la promessa, che rimasta vedova con altri non si sposasse tranne con lui; per ultimo implorava un ricordo, prima nastro, poi capelli, e se tu gli davi spago, chi sa, che peste di roba avrebbe preteso per memoria. Si sa l'appetito viene mangiando, massime in faccende di amore; e tu, Betta, donna da bene, educata dallo esempio di quella santa femmina, che fu madonna Flaminia, ti sei condotta a questa età per diventare di un tratto trista insidiatrice dell'onore altrui, corrompitrice della onestà delle mogli; via, senza tanti ghirigori, mezzana?

Ouf che caldo! Ma alla fin fine tutto a filo di sinopia non può andare in questo mondo; però ci hanno messo la confessione, il suo bravo pentimento e la penitenza: ora gli è chiaro come l'acqua, che se peccato non fosse, nè manco tutte coteste belle cose potrebbero essere. E poi senti, Betta, vien qua, facciamo i conti: se Paride tuo non riceve refrigerio alla passione, che lo mangia, ne morirà disperato, la sua anima andrà perduta irrimediabilmente; e questo o non è male grosso? Puoi mettere addirittura grossissimo; però concesso male eziandio la raccomandazione, che intendo fare alla signora Fulvia; quale meno peggio dei due? — Diavolo! non occorre stadera nè braccio: si vede ad occhio. E tu, Betta, non conti nulla? Perdesti il tuo marito Bastiano, ch'era una coppa di oro, perdesti quel bello angiolo del tuo unico figliuolo Celso; tutto il tuo affetto riversasti sopra Paride; ogni cagione di vita riponesti sul capo di lui, ed ora dovresti sopravvivere anco a lui? La sarebbe una bella storia cotesta! Sicchè io mi volgo a te, Madonna santissima, e in te confido: se tu non fossi madre, non ci penserei nè manco di raccomandarmi a te; ma tu fosti madre, e soffristi per tuo figlio quanto donna al mondo sofferse mai; tu sentisti come una spada sola trafigga a un punto due cuori, quello del figliuolo e della madre; uno schiaffo percuota due gote, una spina laceri due capi: te, a ragione, chiamano Madonna dei sette dolori, e meglio direbbero dei settemila, te salutano refugio degli afflitti; però non mi abborrire se per questo meschino io mi adoperi, forse meno che dirittamente; se erro consigliami, se pecco perdonami: anco a santa Maria Maddalena, anco a santa Teresa fu molto perdonato perchè molto esse amarono, ed io pure amo svisceratamente, e non sia per vantarmi, ma l'amore delle prelodate due sante non fu tale da stare a petto al mio, perchè.... eccetera; chétati, lingua.... E a te domando, Vergine Maria, Madre del buon Consiglio, dove mai io non imprenda opera, che incontri il tuo sdegno, sovviemmi nell'angustia in cui mi trovo, suggerendomi il modo col quale io possa presentarmi alla signora Fulvia, e trovare grazia presso lei, affinchè, salva sempre la onestà sua, si benigni[2] darmi una mano per liberare questo dolcissimo mio figliuolo dalla mala morte in questa vita e dalla dannazione nell'altra.

Io per me non so come la sia ita, ma dopochè la coscienza diventò avvocata, nell'anima dell'uomo (di quella delle donne non importa ragionare), successe una grandissima strage di linee diritte; e Betta ce ne presenta lo esempio vivo: essendosi in questo modo messo l'animo in quiete, ella cominciò ad abbacare come potesse giungere fino alla Fulvia, e poichè rinvenne la via assai più presto, che non l'era dato sperare, così pensò davvero, che tanta spontaneità di fantasia non fosse senza manifesta protezione della Santissima Vergine. A Voi tutti, che leggete, è noto come in ogni tempo le femmine o vuoi buone, o vuoi triste si sieno dilettate delle gemme: la causa rimane ignota: crederono taluni, che ciò accadesse, perchè essendo le gioie ammirabile oggetto, lo spettatore dalla splendidezza di quelle fosse condotto a contemplare più spesso, e più intensamente la beltà, che se ne ornava la faccia e la persona; ma questa ragione non mi pare che c'incastri, perchè troppo più spesso delle famose, e delle giovani io ne vidi ornate le laide e le vecchie, che senza esse sarebbero passate, pel loro meglio, inavvertite; dunque poniamo in sodo il fatto, rimettendoci per iscoprirne le ragioni vere a quando troveranno le cateratte del Nilo. — Oltre le gemme, ai tempi della nostra storia, le donne insanivano dietro le trine di Malines, di Digione, e di altri paesi fiamminghi per coteste industrie famosi: oggi le nostre predilette ci hanno aggiunto due gusti, per far toccare con mano anco agl'increduli, che in proposito progresso elleno possono stare a petto di chiunque altro: le pelliccerie voglio dire e gli scialli turchi. — Così è, mentre i Russi congiurano per cacciare via i Turchi dalla Europa, le donne ce gl'introducono sotto forma di scialli fino in casa: chi la dura la vince; vedremo come l'andrà a terminare.

Ora, donna Flaminia d'Elci, moglie di Belisario Bulgarini, madre di Paride, comecchè fosse virtuosissima, ed insigne per bontà, pure ebbe un debole per le trine di cui mise insieme una famosa raccolta; la quale ebbe in custodia la Betta, come donna di fiducia e di simili faccende perita: ed ecco, che, pensando al pretesto per intromettersi in casa della Fulvia, le venne in mente di pigliare una scatola la quale empita dei più sfoggiati merletti girsene con quella ad offerirli in compra alla signora Fulvia: le piacque il trovato, se ne applaudì esclamando: — Brava Betta! — , ed è da supporsi, che dov'ella lo avesse potuto fare si sarebbe dato un bacio in un occhio. Più difficile le riuscì ammannire un discorso co' fiocchi: ne imbastì parecchi, ma veruno tirò fino in fondo, ond'essi terminarono collo incatricchiarsi fra loro, generando uno arruffio che nè anco Arianna sarebbe venuta a capo ravviare; allora considerò come i discorsi preparati in simili occasioni abbiano garbo del cavolo a merenda; e il meglio fosse imitare il pescatore, il quale gittò le reti dicendo: — Butta in mare, e spera in Dio.

La mattina per tempo si acconciò come per recarsi a messa, mise a parte del suo trovato Paride, che assai l'applause, e dopo concertate certe cosarelle fra loro uscì di casa con tale impeto, che pareva volesse correre il palio; ma dopo pochi passi rallentò il moto, il quale divenne più fievole mano a mano che si avvicinava al palazzo Griffoli: lo riconobbe, senza domandarne, dall'arme, che Paride le disse avere a rappresentare sei gigli messi in iscancío; stese la mano al picchiotto, lo strinse, lo lasciò andare, poi fatto cuor di leone bussò da spiritata: quel colpo parve che percotesse a un punto la porta e il suo cervello, però che essa balenò per cascare: sentì per di dentro uno strepito di passi accelerati, ed un borbottio che taroccava: — s'intende acqua, ma non tempesta, gli è il Duca, che vuol passare? — Aperto subito l'uscio, quando il servo insolente, come la più parte di quelli delle case magnatizie sono, si vide dinanzi cotesta vecchia azzimata con cera stizza, e voce di agresto, le domandò:

— Chi siete? Che volete? Chi vi manda? Su presto, dite.

La Betta cresciuta tra le blandizie della padrona Flaminia, e del figliuolo Paride, andò sottosopra a cotesta accoglienza; ma tenendosi meglio, che le fu dato, rispose: — Andate dalla vostra padrona, e ditele, che sono venuta con le trine di Malines ch'ella sa...

Il servo andò, e Betta pensava: — Ecco una bugia, ma le colpe pur troppo fanno come le ciliege, una tira l'altra. La Fulvia all'ambasciata del servo arguta com'era, sospettò non sapendo di donna, nè di merletti, che gatta ci avesse a covare, onde le mandò a dire ch'entrasse pure, e questo tanto più ordinò volentieri, quanto che sapeva il suo marito in campagna a vigilare le faccende.

Ma Lelio, secondo la usanza vecchia dei mariti gelosi, mentre glielo aveva dato ad intendere, non si era allontanato di casa; lì stando da arrugginirsi l'anima smanioso di fare da testimonio alla propria vergogna; però appena udì salire la Betta mise fuori il capo da certo stambugio a mezze scale, e guardandola a stracciasacco con voce molto più terribile di quella del servo la interrogò:

— Chi sei? Dove vai? Che vuoi?

Ora sì, che Betta si tenne per isfidata, immaginando così allo ingrosso, ch'egli doveva essere il Griffoli; almeno l'arroganza lo chiariva nobile, e la superbia padrone; per tanto armeggiando, come chi sta per dare il terzo tuffo, ella rispose:

— I' sono Nunziata, la guardarobiera della illustrissima signora Virginia Chigi, che sta qui oltre; ella mi manda alla illustrissima donna Fulvia sua signora consorte perchè, essendole capitato uno assortimento di trine di Fiandra da comprare a mezza gamba, l'è parso non lasciarsi scappare di mano la occasione; ma siccome per la signora Virginia Chigi sarebbero troppe, offre alla signora Fulvia di metterla a parte dello acquisto lasciando in potestà sua la scelta, e la quantità delle trine, che vorrà pigliare per sè.

E quattro, ed otto delle bugie, la via di sdrucciolare allo inferno è troppo più destra, che altri non pensa. — Lelio, si mise l'indice della mano manca tra ciglio e ciglio, poi a scatto impose alla Betta:

— Mostrami qua le tue trine.

E l'altra gliele mostrò aprendo la scatola sotto gli occhi di lui; egli finse ammirarle, o forse le ammirò davvero, chè belle estimavansi da quanti se ne intendevano, ma intanto ch'ei le spiegazzava avvertiva se mai ne cadesse carta, od altro oggetto, che lo confermasse nella sua gelosia: non rinvenendo nulla, alquanto si rammorbidì, sicchè, alla Betta, che stava tutta tremante disse:

— Perchè tremi?

— Che siate benedetto, voi mi guardate con tali occhiacci, e con tale vociaccia mi favellate da far entrare la maremmana addosso anche al Mangia.

Di vero io non so se Lelio Griffoli potè in sua gioventù chiamarsi gentiluomo leggiadro, fatto sta che allora metteva proprio paura: comecchè apparisse più vecchio di quello che era, pure gli si mantenevano i capelli più, che pece neri, e neri altresì i sopraccigli foltissimi, i baffi e la barbetta a nappa: i capelli portava lunghi fin sotto le orecchie, dove li faceva mozzare; la pelle del colore dello avorio vecchio, giallo malsano; sopra cotesto giallo risaltava orribile la barba, che più o meno rasa presentava una tinta verderame, da metterti in sospetto, che la faccia tutta fosse un grosso govacciolo venuto a suppurazione: lungo il naso allato alle narici scendevano due rughe profonde, che allargandosi arrivavano fino oltre gli angoli delle labbra, canali, che scavano l'atrabile e il mal di fegato senza pro, perchè essi dentro trapánano e sgrondano logorando; forse per avvertire chi piglia usanza con loro a starsi su lo avvisato, chè coteste infermità i buoni fan tristi, i tristi pessimi: le pupille ardenti in fondo a certe occhiaia, che ti sembravano condotte con un tizzo spento di carbone potevano paragonarsi a due lupi appiattati dentro due caverne in aspettativa di preda. Lelio per un tempo ebbe fama nè buona, nè rea, anzi taluno, che lo conobbe da giovane lo affermò d'indole mite come per lo più sono gli uomini della sua patria, di costumi umani e di concetti pieni di moderazione; ma poi il continuo furore della gelosia, che lo agitava, la brama di vendetta contro chiunque per suo avviso macchinava in danno dell'onore suo, la paura di tirarsi addosso l'ira del potente parentado della moglie dov'egli si fosse attentato di torcere pure un capello alla Fulvia, lo avere condotto buona parte di vita nel regno, luogo pieno di uomini facinorosi, ed infame per continui assassinamenti, lo avevano reso mano a mano feroce: l'animo suo era diventato familiare col delitto; forse gli arieno fatto fallo la mano, e il coraggio se avesse dovuto commettere l'omicidio da sè; quanto poi a meditarlo, e ad ordinarne la esecuzione ad altri sarebbe stato per lui come bere un uovo. Ora parendo a Lelio, che la faccenda della Betta fosse farina schietta la lasciò ire, raccomandandole, che non ingalluzzisse la moglie a spendere troppo, chè con lei si sarebbe trovato il fondo al pozzo di S. Patrizio, e se il Papa non sovveniva si sarebbe condotto a dare del sedere sul lastrone. — E questo diceva perchè Alessandro VII, che su i primordi del suo pontificato dichiarò non volere conoscere altro parente che la Chiesa, indi a breve mutato registro chiamò a Roma i nepoti ai quali si mostrò parziale due cotanti più, che non avessero costumato i papi suoi predecessori. La natura, che non è demonio, resiste all'acqua santa; e triregno, mitra, e corona se spesso spengono lo intelletto nel capo, rado lo affetto nel cuore. Nondimanco svoltata appena la scala, un'altra pulce entrò nell'orecchio a Lelio; stette per risalire, e già aveva voltata la persona per farlo, ma poi si pentì e scese un'altra scala: qui pure nuove ambagi, e raddoppiate esitanze, a cui pose fine non mica ponendole giù, sibbene andando di corsa a informarsi se si fosse apposto al vero.

La Betta va oltre, di tratto in tratto le si gonfia, il cuore con un sospiro, ch'ella respinge indietro; dentro gli occhi le si accumulano lagrime, ch'ella ribeve: dopo trapassate parecchie stanze, una vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse presala pel braccio aperse un uscio, e per mezzo di esso spingendola strillò:

— Illustrissima, ecco la donna, che domanda di lei. —

Betta da prima non trovò parole, fissa considerava il volto della Fulvia, che veracemente le parve bellissimo, però non tale, che del tutto le quadrasse: se avesse avuto tempo lo avrebbe in certa guisa smontato, e vistolo pezzo per pezzo, forse avrebbe potuto altresì indicare il mancamento: non gliene dette agio la Fulvia, la quale con accento vibrato le domandò:

— Orsù, che volete da me?

Betta annaspa, la Virginia Chigi, le trine, madonna Flaminia, Gand, Malines, Brusselles, Digione, con tutta la Fiandra per giunta; disegni portentosi; principesse e donne di alto affare averle viste, e averne fatto le stimate, e le marie, la compra, la vendita, lo acquisto, il dono, l'omaggio, insomma un guazzabuglio senza capo nè coda, e più andava innanzi più s'irretiva, sicchè la Fulvia di natura risentita, spazientendosi ad un tratto, esclamò:

— Voi mi parete ebbra, levatemivi davanti prima, che io vi faccia cacciare dai miei servitori.

Allora Betta, mossa dal pericolo, si lasciò andare giù di sfascio in ginocchioni, e supplice domandò alla Fulvia:

— Signora, avete figliuoli?

— No.

— Ne aveste mai?

— Neppure.

A Betta s'increspano per subito tremore le labbra, pure si attenta a dire: — Nè ebbra, nè matta sono io, signora, bensì madre desolata di un figlio bello e buono: mia consolazione, mia vita, mio tutto: egli giace infermo di tale malattia donde non si riavrà più, se voi non lo aiutate....

— Io! O che so di medicina, io?

— Questo non monta, egli è certo che voi sola lo potete guarire....

— E di che cosa si tratta? Udiamo via, che ne vale il pregio.

— O Dio! O Dio! — Continua Betta con ambedue le mani coprendosi il volto — la infermità, che uccide il mio figlio è il disperato amore, che sente per voi....

— Per me! E che ciò a fare io? — Donna obbliate....

— No, signora, io non dimentico nulla: nacqui in villa, non so di lettere, ma so di religione e di onestà: io non vi propongo cosa, onde patisca offesa la vostra illibatezza, innanzi di proporvela io morirei: vi prego di una grazia, che voi potete.... anzi come cristiana dovete fare, ed è, che voi mi assicuriate, che non sentite odio per questo vostro misero e sviscerato amante, e mi concediate, che io da parte vostra glielo assicuri per voi.....

La Betta qui considerando come per siffatte parole non si alterasse la Fulvia (che rimase pensosa o tirando a indovinare lo sconosciuto amatore, ovvero deliziandosi nel compiacimento, che prova ogni femmina nel sapersi amata comecchè per nulla disposta a corrispondere di tenerezza), preso coraggio aggiunse: — Il figliuol mio da me è detto tale non perchè lo abbia generato io, ma sì perchè io lo allattai, io lo allevai; ma ciò non rileva: egli è giovane, bello, del bene di Dio ne ha anco troppo, valoroso, saputo, lo amano tutti... perchè dunque non me lo avreste ad amare voi? Mandategli in mercè del fervente amore un nastro, un fiore, una ciocca dei vostri capelli magnifici.... egli non vi comparirà al cospetto; se così vi piace si recherà in remote contrade, non tornerà senza il vostro permesso a Siena, e niente domanda, nè un colloquio, nè.... insomma nè manco un'et... solo vi scongiura, che gli mandiate a dire, che, se alla Provvidenza piacesse voi aveste a restare vedova, voi non gli vogliate preferire veruno altro uomo; o vedova, o lui...

— Dunque le trine?

— Furono scusa per arrivare fino a voi...

— E vostro figlio si chiama?

— Si chiama... un bel nome in verità... e mi hanno detto piacente alle femmine del tempo passato....

— Dunque?

— Si chiama Paride Bulgarini.

Se le avessero letto la sentenza di morte in faccia, se passeggiando per l'erbe e i fiori, una vipera si fosse ritta su a trafiggerle il piede, se un coltello le avesse dato per mezzo del cuore, la donna non avrebbe gittato urlo più straziante nè più pauroso; respinse di una potente spinta la Betta da sè, la quale, dopo mutati su le calcagna alcuni passi precipitosi, andò a cascare supina sul pavimento, ci rotolò ancora la cassetta, che apertasi, sparse da per tutto il tesoro delle sue trine; la Fulvia con subita vicenda di vermiglia diventò bianca come panno lavato, poi da capo pavonazza, e all'ultimo del colore della morte, barellò per cadere, senonchè di repente, ricuperate anzi cresciutele fuori di misura le forze, diede un salto all'uscio, ne aperse furiosa le imposte, e sparve sbatacchiandole con impeto dietro di sè.

La Betta stentò a rimettersi in piedi non tanto per le sconce ammaccature riportate dalla caduta, quanto molto più per lo sbigottimento, che la opprimeva; a crescerle il quale ecco sopraggiungere la vecchia, che pareva il caval bianco dell'Apocalisse, a dirle ingiuria e a spaventarla.

— Andate via, sciagurata femmina; andate via.... su presto prima, che torni messer Lelio, e vi scanni come un cane.... cioè come una cagna.... ripigliate le vostre ciarpe.... guai a voi se la sgarrate di un attimo, il pezzo più grosso ha da essere l'orecchio.

E così borbottando raccoglieva le trine per riporle nella cassetta alla rinfusa, ostentando uno affannarsi da non si poter dire; mentre, colto il destro, ne acciuffava un pezzo nascondendolo con disinvoltura nelle tasche dello scheggiale. La Betta stordita, più morta che viva, non sapendo che dire, e meno che fare, scappò infilando le scale, e trottando per la via quanto le bastavano le gambe; ma la sventura non aveva per anco cessato di perseguitare la povera Betta, però che allo svoltare di un canto ecco incontrare faccia a faccia Lelio, truce in sembiante, il pallore del suo volto era diventato cenerino, teneva irti i baffi come un gatto inferocito, il quale tostochè la ebbe scoperta trasse fuori dalle tasche delle brache un pugnale, e le si avventò addosso urlando:

— Ah! malvagia femmina, aspetta, che vo' lavarmi le mani nel tuo sangue.....

La Betta via, che chi corre corre, ma chi fugge vola, e l'altro incalzando continuava: — Ti vo' cavare il cuor di corpo, e sbattacchiartelo sopra le gote... donna Virginia eh! Le trine eh!... — e qui un turbinío di male parole, che il lettore si può agevolmente immaginare risparmiando a noi lo ingrato ufficio di averle a riferire. Ormai della vita di Betta non si sarebbe dato un quattrino, imperciocchè a cagione dello sconforto dell'animo, e dello sfinimento delle forze ella incominciava a rallentare il corso, mentre il suo persecutore fulminava vie più; e la gente che passava o non la poteva soccorrere, o vista la mala parata che prometteva quel bestiale col coltello ignudo in mano si tirava a sè. Come a Dio piacque, mentre Lelio corre tenendo gli occhi tesi dinanzi a sè, dà dentro a un ciottolo male su gli altri sporgente in mezzo alla via, e va giù a capitombolo battendo il più solenne stramazzone, che da parecchi mesi si fosse visto a Siena. Gli schizzò il coltello dalle mani, si ruppe il naso, si ammaccò gli stinchi; se bestemmiasse, Dio ve lo dica, o piuttosto il diavolo per me; allora i cittadini sanesi gli furono attorno per raccattarlo, e presolo sotto le ascelle, intanto che lo conducevano dallo speziale, lo andavano raumiliando ammonendolo, che non istava bene ad un gentiluomo pari suo inveire armato contro una povera vecchia; e le ingiurie gridate contro quella o l'erano calunnie, e non si dovevano dire, o l'erano verità, e si dovevano dire anco meno; perchè i prudenti non mettono cattedra in piazza per bandire la propria vergogna, con altre più cose, che unite allo spasimo delle ferite riportate facevano venire a Lelio la schiuma alla bocca. Rattoppato alla meglio, con due cerotti sul viso, e un empiastro alla gamba, adagiatolo sopra una seggiola, portarono a casa messer Lelio, che mugliava come un toro battuto.

La Betta non si accorse del caso, e sempre corse finchè non si rinvenne riparata dietro le porte del palazzo Bulgarini cui ella attese a chiudere tirandone per di dentro due grossi catorci; ed era un farsi prestare lo imbuto dopo la vendemmia: così sicura, si mise a sedere sopra i primi scalini perchè, povera donna, non ne poteva più, e il cuore le picchiava dentro con una puntura da levarle il respiro; riposatasi alquanto disse: — Santa Vergine, se ho peccato, ed ho peccato di certo, tu mi hai punita a misura di carboni — e pianse giù a dirotta: tante poi furono le lacrime versate dalla meschina, che bagnò lo scalino dov'ella stava seduta: quivi rimase, finchè un servo scendendo, nè per di dietro così al barlume ravvisandola le gridò: — Che cosa è questo guazzo per terra, ne'? — Al quale ella rispose: — sono io, Giangio, che nel mettermi a sedere per riposarmi ho rotto una boccetta di acqua da occhi, che aveva preso dallo speziale per guarirmi la flussione. — La buona donna ebbe avvertenza a tutto, volle evitare il pericolo, che Giangio mirandola cogli occhi rossi sospettasse, che aveva pianto. Si levò, si ritrasse in camera sua gittando là dove andavano andavano le trine già sua cura e suo tesoro; poi seduta sul letto si mise a mulinare qual contegno avrebbe dovuto tenere con Paride suo; la sua immaginativa girava, e rigirava e non veniva a verun costrutto, pareva un cane quando si rivolge per mordersi la coda (il paragone io lo confesso gli è un zinzino abbrivato; ma ormai è cascato giù dalla penna ed ora mi par fatica a dargli di frego: fammi grazia, lettore, cancellalo tu); tuttavia premeva si decidesse, perchè intendeva di mano in mano più frequenti le scampanellate di Paride impazientissimo di sapere s'ella fosse tornata a casa; all'ultimo deliberò presentarsi a lui senza aver preso partito. Paride sentì da lungi il rumore dei suoi passi comecchè ella camminasse lieve e studiata come chi passeggia fra l'uova; appena si affacciò su la soglia di camera, egli guardò lei, ella lui. — Paride declinato il capo volle reprimere un sospiro, che strozzato si convertì in singulto da squarciargli la gola; Betta se ne andò ad appoggiarsi alla sponda in fondo al letto volgendo le spalle al malato sorreggendosi con la destra mano il gomito sinistro, del quale su ritto ella fece puntello alla faccia annuvolata.

Essi si erano parlati, si erano detto tutto, forse troppo, che poco. Chi sostiene, che la favella stia unicamente nella lingua piglia un granchio. La favella significa più esatti, e meglio i discorsi della mente; la passione può passarsi della favella: di vero, considerate i veraci amatori fatto getto di ogni soverchio eloquio, si stringono nelle espressioni: — Io ti amo; io ti amo. Ora quante più cose non si parlano ad un tratto con uno sguardo, o con un sorriso? Come avremmo potuto noi nei tempi passati esprimere i dubbiosi deliri, la paura, la gelosia, il rimprovero, la gratitudine, la fede, la discolpa, massime al cospetto dei congiunti mascolini e femminini, se non ci sovvenivano gli occhi? E due mani che si stringano non si comunicano esse tanti concetti da disgradarne una dozzina di fili di telegrafo elettrico? I labbri co' muscoli, che ci fanno capo per via dei loro sussulti, non palesano più affetti, che non manda suoni la più compita tastiera di piano-forte? L'Accademia della Crusca, quando avrà posto fine al nuovo vocabolario della lingua (lo faccio per augurarmi la eternità), mi darà licenza di compilare a mia posta un dizionario della lingua degli occhi, delle labbra, e dello stringersi delle mani: sono accademico della Crusca anch'io, e intendo esercitare il tocco di autorità, che mi riviene — di qui a cento anni: la Crusca non ha furia, ed io meno di lei.

Lelio Griffoli.

Ora rechiamoci al palazzo Griffoli: se messer Lelio nei suoi giorni più gai metteva spavento, figuriamoci che demonio incarnato doveva parere adesso gonfio, impolminato, tutto intriso di sangue: volevano spogliarlo; con la gamba sana tirò calci, volevano metterlo a letto; morse cui prima ne fece la proposta; rifiutò ogni refrigerio, cacciò via tutti; sola trattenne la Fulvia, la quale rimase con inestimabile disgusto, però senza paura, stantechè sapesse il suo marito senz'armi, ed a cagione della gamba offesa egli non si potesse movere.

— Chiudete gli usci, Fulvia.

— Ecco chiusa la stalla dopo fuggiti i buoi, vale il pregio davvero fare misteri in casa quando siete ito a bandire la vostra insania in mezzo di strada.

— Fulvia, deponete il pensiero di abbindolarmi: se le vostre ree opere, i vostri costumi diventarono tali, che senza vituperio non può sopportarli un gentiluomo onorato....

— Silenzio, uomo indegnissimo! In che e come puoi tu accusarmi? In che ti mancai? Dove ti offesi? Se qui al tuo cospetto mi trovo femmina, e sola, non pigliarne baldanza perchè con queste mani basto a pigliare di te la vendetta, che mi persuade l'offeso onor mio; e poi pensa, che sei fratelli miei giustamente irritati dello scempio che meni della reputazione di casa Piccolomini, in meno che tu reciti un Credo, ti possono nel tristo tuo corpo far tanti fori da rassomigliare un vaglio. Ricòrdati, sciagurato, del Papa mio cugino; la mia fama è sua: costuma a Roma tagliare la lingua ai calunniatori.

— A Roma può darsi; usa altresì assassinare gl'innocenti; a Siena corre lo andazzo di esporre a lunghe agonie le mogli impudiche; la Pia informi.

— Ma, stupido uomo: puoi tu dirmi di che ti duoli?

— Di che mi dolgo io? Vedi ve' la immacolata coscienza; e netta! E ignoro forse il continuo attenderti fin su l'uscio, quando vai fuori di casa, quel tuo drudo Paride Bulgarini? Non grida la città intera a quel suo scandaloso seguitarti da per tutto: del vostro incontrarvi in chiesa come a posta di amore, dei guardi protervi, dei sorrisi sfacciati, la gente dabbene non ne vuole la vita.... continui messi da una parte e dall'altra, corrotti i servi, me ludibrio in casa e fuori... e di' rea femmina puoi negare, che qui, poco anzi, in casa mia, sotto il tetto dei miei padri, ricevevi una vile mezzana, la quale col pretesto di non so quali trine mandava cotesto tuo Paride per concertare teco nuovi tradimenti all'onor mio?

— Uditemi, messer Lelio, e vergognatevi se potete: tutto quanto avete detto per iscoprire marina è vero, tranne una cosa, il mio consentimento; anzi tale e tanto è il fastidio, che io sento della disordinata persecuzione di cotesto insensato giovane che non vi ha cosa al mondo, che io non fossi disposta a fare per liberarmene, bene inteso senza danno della mia reputazione e della mia coscienza; vera la donna mezzana, vero il pretesto delle trine; ma voi non sapete la collera, che m'infiammò alle proposte bieche, e lo urtone che io diedi alla malcapitata nel petto, ond'ella stramazzò per terra, e le trine andarono sparse sul pavimento. Se io non temessi di mettere a troppo dura prova la vostra cortesia come gentiluomo, e la fede, che come marito voi mi dovete, vorrei che mi credeste addirittura; pure se parvi onesto voi potete cercarne la testimonianza della Caterina, la quale è donna vecchia di casa e privatissima vostra. Se di ciò non vi feci motto, Lelio, egli è perchè precipuo custode dell'onore della donna ha da essere la medesima donna: ed io, la Dio mercede, mi sento oggi come sempre di provvedere ai casi miei, e poi perchè la femmina prudente deve rifuggire in simili faccende gli uomini, i quali tumidi di orgoglio non dubitano di mandare con omicidi e con ferite sottosopra le città e le famiglie: ed io vi confesso, che giammai vi avrei detto un motto di ciò, laddove non fosse accaduto, per vostra colpa, lo scandalo pubblico, con quanta reputazione di voi, ed augumento della integrità mia, lascio considerarlo a voi stesso: spero, anzi vado convinta, che l'avvertimento di questa mattina basterà senz'altra provvisione. Se contro l'aspettativa mia non fosse sufficiente, allora o ce ne andremo in villa o meglio ci recheremo a Roma per tòrre a me questa molestia dintorno, a voi la causa di gelosia indegna quanto affannosa.

— Io vi ringrazio, Fulvia, e se non fosse, che la gamba offesa me lo impedisce, io vorrei inginocchiarmi dinanzi a voi: che mi parlate di testimonianza? Per me; che Dio me lo perdoni, credo più ad una paroletta vostra, che agli Evangeli dei quattro evangelisti. State tranquilla; invece d'incomodarci, io vi assicuro di mandare questo Paride Bulgarini in paese tanto lontano, che voi non ne udrete da ora in poi più novella.

— Ch'è questo, Lelio? Io capisco vie più, che voi con parole non significate... per vostro governo io vi dichiaro espresso, che dove vi attentaste a torcere pure un capello al Bulgarini io vi detesterei.... mi adopererei a sciorre il mio matrimonio con voi.

— E sì e sì che tu mi ami, fellona nata per la perdizione dell'anima mia; or di' su, se non ti garbasse l'amore del Bulgarini, o che ti avrebbe a premere di lui? Che ti fa ch'egli stia sopra terra o sotto? Così da lui non avresti più briga nel mondo....

La Fulvia fece spallucce impazientita, e rispose poi:

— Di qua, ma al mondo di là pensate mai, Lelio? — Alle corte, voi siete tale fantino, che con voi non si vince nè s'impatta, io vi giuro da gentildonna di onore, che se mettete una mano addosso al Bulgarino io lo paleserò al Papa, e chiamatemi bastarda di casa Piccolomini se io non vi rendo il più tristo uomo, che viva adesso sotto la cappa del sole.

— Non andate su i mazzi, via: io non gli porrò le mani addosso.

— Giuratemelo da cavaliere onorato.

— Ve lo giuro da cavaliere di onore.

— E giuratemi altresì, che anco per via indiretta vi asterrete da qualunque oltraggio, ferita o percossa.

— Ed anco questo giuro.

— Or bene, adesso attendete a guarirvi, sicchè in breve possiate accompagnarmi a Roma, che mi pare mille anni di levarmi da tanto travaglio.

Così dicendo partiva: non potevano per anco essere passati cinque minuti da quando ella lasciò la camera di Lelio, che questi chiamata la Caterina se la fece sedere al fianco, e con voce blanda le disse:

— Caterina, tu sei vecchia di casa mia; tu mi fosti sempre fedele, i miei ed io sempre amorevoli a te; già l'onore mio si può dire l'onore tuo: ora parlami schietto come faresti davanti a Dio, e non temere d'indiscretezza, sai! che chiamarmi segreto come il sepolcro gli è piccolo paragone per me. Dimmi dunque come la è passata stamani la faccenda con la mezzana del Bulgarini? Che le riportò questa, e che le rispose la Fulvia? Quali concerti presero? Dove stabilirono trovarsi? Era la sesta o la dodicesima volta ch'ella ci veniva? Dimmi, e fa di ricordartelo bene: udisti rammentare la Tofano? il nome della Spera fu pronunziato da loro? Parlarono di acquetta? Ma perchè non rispondi.... non hai risposto ancora? Ti penti eh? L'hai avuta la imbeccata? Ti farò parlare al corpo di Cristo....

— Gesù mio! che cosa mi tocca a udire! esclamò la Caterina turandosi con gl'indici delle due mani le orecchie....

— Parla, strega, ti dico.... parla.

— Signore benedetto! come posso rispondervi io se favellate sempre voi? Ascoltate; e qui prese a raccontargli il caso della Betta appuntino come glielo aveva esposto la Fulvia, e com'era di fatto.

Lelio si arrabattava, pareva preso dalla colica; che cosa avrebbe fatto costui scoprendosi vituperato non si sa, se tanto insaniva nel sapersi riverito. Finalmente con una faccia, che pareva Longino, interrogò la Caterina, che gli tremava davanti come una vetta:

— Di' su, credi in Dio?

— Ma che diavolo vi mulina per la testa stamani? Non vi sarebbe mica entrato satanasso in corpo?

— Portami qui la immagine di Dio.

— Dove l'avete? In casa io non ce l'ho mai vista.

— Via, un Crocifisso, egli è lo stesso.

— Ecco il Cristo....

— Di' su, Caterina, ne hai paura di Cristo?

— Io? No davvero: io lo amo con tutto il cuore, e così confido che mi abbia ad amare anco Lui.

— Dunque se non ne hai paura non fa al caso. Peggio sarebbe santa Caterina da Siena: siete tutte donne, e tra voi vi reggete: vien qua, di':

— Giuro.

— Giuro.

— Per l'anima mia.

— Per l'anima mia.

— Per la mia eterna salvazione, e se spergiuro possa ardere in perpetuo anima e corpo senza consumarmi mai; il mio cuore e le mie viscere stracciate in brandelli per essere subito ricucite insieme, a fine di lacerarle da capo, possa in tutte le cavità del mio corpo essermi colato piombo strutto, tormentata dalla fame, dalla sete, dal sonno.... Qui si fermò col fiato grosso come persona, che abbia salito di rincorsa l'erta di un colle, e la donna era andata ripetendo fino a questo punto tutte le enormezze, ch'egli aveva profferito: fatto punto ad un tratto conchiuse:

— Or be', per tutte queste cose giurami avermi confessato la vera verità.

— Lo giuro.

— Mi fiderò.... ora va.... e mandami Ciriaco.

A Caterina non parve vero sentirsi licenziata, tanto le s'era mosso il ribrezzo addosso; ma, quando meno se lo aspettava, ecco sente richiamarsi da Lelio, che le dice:

— Via parla libera, me l'hai tu detta la verità? Bada! sei sempre a tempo a salvarti l'anima. L'offeso son io; io ti do la quitanza, però all'arcangiolo Michele cesserebbe il diritto di proseguire contro di te al Tribunale di Dio la querela di falso testimonio.

— Vi ho a dire una cosa, lustrissimo signor padrone, io credo, che invece di darvi tanti pensieri del Rosso per l'anima altrui voi fareste pur bene a provvedere un po' più alla vostra.... Io vi ho detto la verità, e parmi ci avreste dovuto provare piacere, ma voi cercate il male per medicina; pregate Dio di non trovarlo quale vi meritate: io mangio il pane vostro non la vostra cenere; voi fareste scappare la pazienza a Giob; se così vi quadra, e voi tenetela, altrimenti rincaratemi il fitto.

E se ne andò sbatacchiandosi l'uscio dietro; dopo lei venne Ciriaco: brevi le parole e sommesse, accompagnate da gesti rotti e da sguardi furtivi: indi a poco Ciriaco conchiuse: Ho capito! — E recatosi nella stalla sellò un cavallo mettendosi senza indugio in via; a mezzo la contrada, essendosi imbattuto nella Fulvia, che tornava a casa, questa gli domandò:

— Dove vai con tanta prescia?

— Io me ne vado a Roma.

— E non per acquistarvi la indulgenza. Bada, Ciriaco, colà adesso tira un vento di forca, che consola; — e le massaie dai campi hanno raccolto la canapa.

— Gran mercè del buon viaggio, ma non dubitate, padrona, io ci vo per un'opera di misericordia corporale: sono arrivate novelle, che al povero babbo mio sia cascata la gocciola; però, se prima che ei muoia io voglia rivederlo, bisogna che mi affretti.

— Mi pare, anzi sono certissima avere inteso dire, che tuo padre t'insegnò la via del paradiso montando la scala della forca, venti anni fa.

— Giusto, proprio come dite voi.

— O dunque?

— Voi sapete, che tutti noi abbiamo come cattolici due padri: già due padri; non ci è che ridire, uno spirituale, e l'altro corporale: lo spirituale, vale a dire il compare, ebbe la disgrazia d'incappare in un nodo scorsoio, ma il corporale, vale a dire quello che mi diede di certo il nome, e forse la vita, adesso è giunto al confitemini, ed io vado a dargli la consolazione di chiudergli gli occhi in pace.

— Dio faccia, che sia come tu dici, e in questo caso san Giuliano[3] ti mandi la buona ventura nel tuo viaggio.

La Betta avvilita non aveva balìa di comparire per città a giorno chiaro; e siccome ogni giorno più sentiva il bisogno di andare in chiesa per raccomandarsi a Dio, così furtiva ci si recava per udire la messa innanzi che sorgesse il sole, e dopo tramontato a recitarvi i paternostri verso l'un'ora. — Certa sera, tornando a casa, vide presso gli scalini di casa un capannello di persone, onde ella ne pigliò sospetto, ed alquanto sostò; fatta poi accorta dalle voci, ch'ell'erano donne della contrada con le quali aveva usanza si attentò farsi oltre; e quelle la salutarono con la solita amorevolezza, per la qual cosa la povera donna compunta rispose:

— Dio vel rimeriti, sorelle mie....

E poichè esse continuarono i loro colloqui mentre passava, ella udì certa femmina, cui appellavano l'avvocata, per la facile parlantina, che diceva:

— E per tornare ai nostri montoni, questo fisico famoso ci è venuto da Roma dove medica gente, che va per la maggiore, cardinali, prelati ed altri pezzi grossi; affermasi talora lo consulti anco il papa quando gli dà noia il catarro: non vi ha male per quanto incancrenito egli sia, ch'ei non guarisca in meno che non si recita un rosario: possiede poi un'acqua.... un'acqua che fa la mano di Dio a chiunque la beva: affermasi l'abbia inventata niente meno che un santo.... mi pare san Niccolò di Bari....

La Betta drizzate le orecchie non perdeva sillaba del discorso di costei; e sembrandole, che la Provvidenza le mandasse nella sua misericordia questo aiuto davanti, voltatasi a un tratto interrogò la donna:

— Carmina, vorreste farmi una carità fiorita?

— Due, Betta, se posso.

— Oh! sì che lo potrete molto agevolmente, Carmina: io vorrei che mi additaste dove potrei rinvenire questo benedetto dottore.

— Voi siete nata vestita; voi non avrete a sconciarvi per trovarlo; il fisico che io vi ho detto alberga qui presso, in questa stessa contrada nella locanda dell'Àncora di Oro; chi lo ha visto, e ci ha parlato, me lo assicura tanto benigno, che per lui non ci è pasto, o sonno che tenga, sempre parato a soccorrere chi patisce, massime noi altra povera gente.

La Betta tolto commiato dalle donne, non senza avere prima profferto grazie alla Carmina, se ne andò difilata alla stanza del fisico romano; ci arrivò su le due ore di notte; e siccome costui non si era messo a giacere, e le visite lo avevano lasciato libero, così senza indugio fu fatta passare. Difficil cosa ci è ritrarre questo alunno di Esculapio, imperciocchè ci comparisca davanti di notte; dalla lucerna emana scarsissima luce, a moderare la quale una ventola di taffetà verde l'è messa dintorno: arrogi una parrucca arruffata a riccioloni, che gl'ingombra le spalle, e gli casca sul petto a guisa di stola; di più a cavallo al naso porta due occhialoni con le lenti larghe come uno scudo, legati in osso di balena, i quali eziandio ai giorni della gioventù nostra abbiamo visto stringere spietatamente il naso delle ave nostre, tuttavia conosciuti col nome di occhiali di Roma: del rimanente pallido in faccia, bernoccoluto, duro; le mani rugose, venose, piuttosto convenevoli a villano che a chi fa professione di arte liberale. A giudicarne dal dardeggiare delle sue pupille verso la porta, per iscorgere chi entrava, si sarebbe detto, che cotesti occhi di falco non avessero mestieri di aiuto, ma l'apparenza inganna; parve altresì, che alla vista della Betta esultasse, che la riconoscesse e movesse le labbra per salutarla; poi si tenne aspettando che la sopraggiunta favellasse. Betta, dopo le più umili salutazioni che ella seppe fare, incominciò:

— Molto magnifico signor mio, dopo la Madre dei dolori non credo sia stata al mondo donna più spasimata di me; io vengo a voi come a persona, che dopo Dio può dare un po' di refrigerio alla tribolazione che mi travaglia......

— Parlate libera, donna mia, che noi altri faremo quello che potremo; li santi, non ci è che dire, possiedono soli la virtù di operare li miracoli, ma anco noi altri qualche cosa possiamo.

— Vorreste voi venire a visitare il mio figliuolo?

— Non impreme per ora, raccontatemi in dove si duole.

E qui la Betta minutamente, a parte a parte narra le infermità di Paride, la vigilia pressochè continua, il sonno affannoso, breve ed interrotto, la luce odiosa, ogni leggero strepito potente a commoverlo da capo a' piedi, abborrimento al cibo, inestinguibile la sete; la voce varia ora acuta ora cupa; un vaneggiare frequente; sospiri profondi, e incessanti così da logorare un petto, che non di carne, bensì di bronzo si fosse; un deperire ad occhio, un subito trapasso dalla tenerezza al furore; chiuso nei detti, più che con altro esprimere il suo affetto col celere e veemente stendere, e chiudere le dita delle mani. Il fisico romano tutte le quali cose udite, senza neppure pensarci, esclamò:

— Poffare Dio! Se questo non è amore, io non so che mi sia.

— Pur troppo voi vi siete apposto alla prima.

— Ma ci credo anch'io! Adesso sentitemi; a malattie di simile natura dopo la mano del Signore non si trovò medicina che giovi più di quella, che mandare il malato in paesi lontani....

— Ahimè! sospirò Betta nel presagio di aversi a stare alcuno spazio di tempo separata dal suo Paride.

— Cara mia, ci vuol coraggio, e poi chi ha fede si rivede: il punto adesso sta nel ristorare le forze del vostro figliuolo, ond'egli possa mettersi in viaggio; e questo vi prometto in breve; non vo' speranzarvi da un minuto all'altro, ma fra due giorni, o meno vi assicuro averlo allestito da condurlo fino al Cattajo, per mare o per terra, senza che ei se ne risenta....

— Oltre le benedizioni, che vi manderò finchè io viva, voi ne avrete premio di cui vi chiamerete contento.

— Oh! questo non monta; noi altri operiamo sempre per il bene della umanità. Ecco qua, aggiunse il medico levandosi da sedere, e andato a prendere ad un armadio certa boccetta contenente forse un bicchiere di liquore limpidissimo affatto simile all'acqua; ell'appariva ottimamente chiusa con una carticina impastata davanti dove si vedeva ritratto un vescovo con la sua brava mitra e il pastorale, e sotto a quello leggevansi le parole: Manna di san Niccolò di Bari; il medico mostratala a Betta aggiunge: — Ecco qua san Niccolò, roba santa ella è, dunque non può fallare. Adesso ascoltatemi: voi farete una mulsa dove metterete miele vergine in abbondanza, e se ci volete anco sbattere un uovo non sarà male, come non farà peggio se ci scotterete due o tre chiodi di garofano: quando lo infermo chiederà da bere, e lo chiederà spesso, per ogni bicchiere di mulsa, potete metterci da otto o dieci gocciole della manna di san Niccolò, e mirerete il miracolo: sopra modo poi vi raccomando operare queste cose segretamente, senza che lo infermo ne sospetti nè meno: ciò potrebbe guastare la cura: voi incomincierete quando vorrete, ed anco subito; e questo mi parrebbe il meglio prima che la infermità pigli maggior piede.

— Voi siete il mio salvatore; mi pare mille anni di provare: ora ecco, scusatemi, accettate questi due scudi che mi trovo avere allato; io non pensava venire da voi; ma se il mio Paride guarisce io vi ripeto, che non istarà per me, che voi non vi diciate soddisfatto....

— Vi aveva pur detto, donna mia, che me non muove fine di lucro: tuttavia mi repugna mortificarvi; io accetterò questi scudi per farne dire un paio di messe in suffragio.... voleva dire per la salute di Paride.

Betta tornossi a casa, che pareva avere le ali; se non fosse stato tardi si sarebbe messa a cantare: prima si fece ad augurare la buona sera a Paride, il quale la rimproverò di averlo lasciato solo, ed ella:

— Come solo? O non ci era Filippa? Non la Girolama? Non Laparello?

— Sì, ci erano, ma quando non ci sei tu, mi sembra essere solo.

— O caro, risponde Betta, abbracciandogli il capo e stringendoselo al seno: fatti cuore, io mi trattenni a pregare Dio per te, il quale ho supplicato tanto, che confido mi abbia esaudita.... vedrai.

Subito in cucina, dove mise tanto carbone ad ardere, che ce ne sarebbe avanzato per arrostire un bue, e perchè accendesse più presto ci soffiava da scoppiarne le gote, senza curare della cenere, la quale le andava ad insozzare la faccia e i capelli. In breve la mulsa fu lesta, e tutta festosa, come fanciulla che vada a nozze, Betta la portò a Paride, che per la nuova assenza, e per la sete taroccava: egli la prese, e di un tratto la buttò giù:

— Buona!

— Ma ci credo, che sia buona, ripetè orgogliosa la Betta.

Povera Betta prima di porgerla al suo dilettissimo figliuolo ci aveva versato la manna di san Niccolò: anzi la dose assegnatale dalle otto alle dieci gocciole sembrandole poca ce ne versò dodici. — Contenta più di una Pasqua per la buona accoglienza incontrata, chiese ed ottenne tornarsene in cucina ed ammannirne un'altra. — Era cosa da strabiliare, vedere la Betta correre su e giù, che tanto non avria fatto un capriolo, garrire, mettere le mani da per tutto, e per la prescia, contro il consueto, non ripulire gli arnesi e rimetterli al posto. Questa volta ne fece per quattro bicchieri, avvisando, che sarebbe bastata durante la notte. Ricondottasi in camera, lui richiedente, gliene porse un secondo bicchiere, poi curvata la persona con le mani incrocicchiate si abbraccia i ginocchi, sporgendo la faccia verso Paride per contemplarne i moti lievissimi del volto. Mentre piena di ansietà aspetta vederselo trasformare sotto gli occhi, rifiorirne le guance, e l'alma salute versare a piena mano i suoi tesori su quel caro capo, con terrore infinito lo vede farsi colore di cenere, pigliare la faccia aspetto di cadavere, attenuarsi le narici, infossare gli occhi, incavarsi le tempie: tremare le labbra convulse, tutta la pelle incresparsi fitta fitta come nell'agonia degli uomini, ed anco degli animali bene spesso succede: indi a momenti il sudore piovergli giù dalla fronte in tale una copia, che pareva che piangesse; di subito ecco con voce rantolosa gemere:

— O Dio ardo, Betta, mi piglia fuoco la gola; acqua, subito dopo grida, acqua. — E la Betta in piedi acqua cerca, acqua gli porge non senza prima versarci nuova dose di manna di san Niccolò per amore di calmarne le angoscie: ma quelle andavano aumentando: di corto il veleno si palesa nella sua terribile potenza, avendo trovato il corpo debole, e mal disposto vi si apprese come la fiamma alle legna secche, ecco mutare la immobilità in agitazione, Paride si voltola per il letto mugolando, straccia co' denti le lenzuola, si aggrappa con le mani alle colonne del letto, tira calci frequenti più che non fa il marinaio cascato in mare in procinto di annegarsi; urla il nome di Dio e dei santi, chiama in soccorso i congiunti morti e vivi; maledice la Fulvia causa di ogni infortunio, mostra pentirsi poi, torna a maledirla, finalmente ogni cara affezione si spegne, e prevale esclusivo l'odio nel suo aspetto più terribile. Il veleno prosegue la opera della distruzione, la faccia del misero giovane, da cenerina, ch'ella era, piglia il colore violaceo, indi con subita vicenda nera; gonfia qua e là di vesciche: davvero era una rincorsa spaventevole alla distruzione. Con disperato progresso dalla bocca piglia a colare un'umore viscoso di odore insopportabile; dopo cominciano i conati al vomito accompagnati da singulti da schiantare la gola; appena cessato il vomito cominciano le deiezioni alvine di cui la fetidezza ammorbava.

Tali, e più tremendi ancora gli effetti dell'acqua tofana, così appellata perchè certa mala femmina nata a Palermo la trovò; ella si conobbe distinta anco col nome di acqua di Perugia; comunemente dicevasi acquetta, perchè limpidissima; da Palermo la strega si recò a Napoli, dove assai si adoperò nella tetra sua arte, ed istruì alcune, le quali la propalarono da per tutta Italia massime a Roma: sovente la cupidità dava mano a cotesto veleno, ma più spesso l'odio e lo amore; nati a un parto come Esaù e Giacobbe di cui l'uno nascendo agguantava l'altro pei piedi, ed anco un po' come Eteocle e Polinice s'è pur vero quanto ci raccontano i vecchi libri, vo' dire, che eziandio nel ventre di Giocasta si azzuffassero. Parecchie mogli diventate moleste ai mariti sparivano, ma due e tre cotanti più erano i mariti, che di mala morte cessavano. — E' sembra, che le donne, in tutto il resto, bene intesi, amabilissime creature, quanto ad avvelenare ci abbiano un genio proprio speciale; difatti a Roma andò celebre la Locusta ai tempi di Nerone, in Francia la Brinvilliers, vera provvidenza degli eredi impazienti, a benefizio dei quali inventò la polvere di successione; e fo punto[4]. — La più celebre allieva della Tofana si chiamò Spera, la quale (orribile a dirsi!) tenne scuola frequentata da giovani mogli (uomini l'avvelenatrice non voleva) che certo non appresero il mestiere indarno, sicchè Roma andò funestata da strane morti: e tanto si sparse intorno il terrore, che il governo di papa Alessandro VII attese con ogni sottil diligenza a scoprire la congiura, e ci riuscì con molta sua lode. La Spera alunna della Tofana e come lei siciliana con quattro altre complici finì strozzata, e non ebbe il suo avere. Intorno alla morte della Tofana corre diverso il grido: taluno afferma, ch'ella si riparasse dentro un convento, dove traeva vita santissima da edificare le compagne; però tanto non seppe infingersi, che gli occhi acuti di un bargello non distinguessero sotto le vesti della recente monaca l'avvelenatrice antica; onde, quinci tolta, e processata, dopo avere confessato, che ben seicento persone per opera sua ebbero la morte pagò le debite pene; altri poi narra, che nel convento ella finì la vita lasciando esempio imitabile di virtù ed odore di santità da sentirsi pel paese quattro miglia lontano.

Intanto tutti i servi di casa Bulgarini, e non pochi del vicinato, tratti dal rumore degli omei, eransi raccolti nella stanza di Paride; tanti capi, tanti pareri, chi, secondo gli umori, voleva, che innanzi ogni altra cosa si pensasse all'anima e si mandasse pel confessore, chi all'opposto si provvedesse al corpo e si cercasse il medico, e chi il notaio per acconciare gl'interessi del mondo, chè a quelli dell'altro Dio ha destinato la eternità per pensarci due volte ed assettarli a bello agio. I rimedi proposti vari e stranissimi; ognuno, o per dire meglio ognuna, sosteneva a spada tratta il suo, sicchè vennero a lite fra loro; e' fu mestieri transigere accettando un po' da tutte; così preso un piccione, e tagliatolo in mezzo lo adattarono al povero infermo come cuffia sul capo, ebbe senapismi ai piedi, fomente al ventre, cristei, per bocca acqua calda e olio; poi il lumen Cristi sul seno; l'ulivo benedetto su la fronte; abitini un diluvio; le goccie di san Tommaso di Aquino, le quali, per dire la verità, in cotesto caso facevano proprio la figura del Soccorso di Pisa, s'è pur vero, che san Tommaso morisse per lo appunto avvelenato. Dopo un tafferuglio da non si dire, tre persone corsero in tre parti per chiamare confessore, medico e notaio; quindi subito fu spedito la quarta per avvisare il fratello di Paride, Lattanzio con raccomandazione, che venisse via a rotta di collo se pure intendeva vedere vivo il fratello. — Primo accorse il prete con tutti gli arnesi del suo mestiere, il quale messa subito la mano ai ferri incominciò dalla confessione; ma lo infermo comecchè fosse più nel mondo di là, che di qua, mostrò disgusto per cotesto ronzío, che il prete gli faceva nelle orecchie da parere più che altro un moscone dentro un fiasco; allora lo tenne per confessato, e passò alla comunione; nè in questa il prete fu meglio avventuroso, chè il vomito incessante non gli concesse il destro per introdurgli in bocca l'ostia consacrata: indizio pessimo per alcune comari, le quali dopo cotesto caso si allontanarono, giudicando lo infermo al tutto sfidato; imperciocchè tenessero per sicuro, che se ci entrava l'ostia avrebbe fatto perdere la virtù al veleno come si era altre volte veduto. Sopraggiunse in cotesto frattempo il medico, il quale per far presto si era vestito correndo per la strada, che era a vederlo una pietà: tolto subito un lume lo accosta alla faccia del moribondo, nè parve nè anco un momento perplesso intorno alla indole del male: tra spaventato, e affannoso si volge agli astanti e domanda:

— Chi aveva in cura questo infelice?

— E chi altri se non io? rispose Betta.

— Che cosa gli avete voi ministrato?

— L'acqua miracolosa del medico romano.

— Quella, che aveva suggerito io, mormorò sommesso una comare comparsa nella stanza per amore di curiosità e di confusione.

— Ecco qua la guastadetta, continua la misera donna, vedete egli ne ha bevuta appena la metà.

La vide il medico, lesse la leggenda: Manna di san Niccolò di Bari e compreso di orrore esclamò:

— Avvelenato! — Iniqua femmina.... tu l'hai avvelenato....

La Betta proruppe in un urlo che straziò le orecchie, e più il cuore a quanti lo udirono, con una mano si svelse una ciocca intera dei suoi capelli grigi, con l'altra strinse la maladetta guastada, e fuggì via come persona diventata per subita mattezza vesana. Ogni rimedio parve inutile al medico, pure lo tentò, ma lo stato dello infermo andò di mano in mano peggiorando, sicchè sul mettersi del dì egli si era condotto in extremis. In cotesto punto si affacciò su la porta il fratello Lattanzio, il quale, passando a respirare dal vivido aere cotesta atmosfera tetra e pestifera, balenò su la soglia per cadere: riavutosi alquanto, corse diritto alla finestra e la spalancò. Il sole sorgente ci versò un fascio di raggi i quali precipuamente illuminarono il letto, lo infermo e ogni altra cosa. Orribile vista! Nulla più presentava di umano il misero giovane, quanto rimaneva era informe carne putrefatta; Lattanzio stette come impietrito, ma Paride, o sia che lo improvviso colpirlo della luce suscitasse in lui la estrema scintilla della vita, o sia, come per ordinario avviene alla creatura prossima a finire, che sembra farsi indietro nella vita per pigliar campo a dare il tuffo nella morte, fatto sta, che aperti gli occhi riconobbe Lattanzio, e con voce maggiore di quella, che pareva consentirgli il suo misero stato susurrò:

— Fratello! Ti lego la mia sostanza e la mia vendetta. La Fulvia mi ha avvelenato.

E più non potè dire: un singulto gli troncò la parola e la vita. Per consiglio, anzi per ordine espresso del medico, fu ordinato che senza perdita di tempo il corpo o piuttosto i miserandi avanzi del corpo di Paride si ponessero dentro una cassa di quercie piena di calcina forte, ed occorrendo, la prima con una seconda cassa si fasciasse come invero fu fatto. Osservarono, ed anco questo diede novella prova dello avvelenamento, come nel levare il cadavere dal letto per metterlo dentro la cassa lasciasse la massima parte dei capelli sul guanciale, e gli cascassero le unghie dalle mani diventate nere. Essendogli stato rinvenuto il testamento sotto l'origliere, si notò, che di veruno dei tre accorsi tornarono utili gli uffici; così la va pur troppo, mentre un uomo solo può far male quanto vuole, ed anco più di quello che vuole, una moltitudine di uomini si trova inetta a ripararne la minima parte, ed anco questo si chiama provvidenza.

Non invitato era comparso un altro personaggio, ed era il bargello, che avuto fumo della cosa venne a pigliare notizie per informarne il Magistrato degli Otto; non ci fu mestiero argutezza, per mettere la mano sul filo della matassa: la Betta aveva la chiave di ogni cosa: dov'è la Betta? Chiamisi la Betta. Si fruga, si rovista, mandasi fuori, e da per tutto si cerca, tranne nel luogo dove sembrava più facile rinvenirla, in camera sua. Andarono, trovatala chiusa, di uno spintone scassinarono l'uscio. Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; erano in lei meno gagliardi, pure tutti i segni di veleno come in Paride: di fatti sopra lo inginocchiatoio appariva la guastada della Manna di san Niccolò di Bari vuota fino all'ultima goccia; cadendo riversa l'era schizzato fuor della tasca del grembiale uno stiletto, che fu riconosciuto appartenere a Paride.

.... Betta giaceva morta sul pavimento accanto ad un inginocchiatoio; (Pag. 78.)

Dietro alquante lievi ricerche si venne a sapere come Betta, quando sparve dalla camera dopo le parole fiere del medico, fattasi a certo stipo ne cavasse fuori un pugnale, riponendovi in vece e chiudendovi a chiave la caraffa dell'acqua tofana; poi uscì correndo. Recatasi all'albergo dell'Àncora di oro domandò del medico romano, e dall'oste le fu risposto con una carta d'improperi contro cotesto farabutto, che appena ella aveva sceso le scale egli le aveva tenuto dietro, ed essi avevano creduto la seguitasse a casa per visitare lo infermo; ma sendo scorse parecchie ore della notte, senza vederlo tornare, saliti nella sua camera avevano veduto, come l'assassino avesse loro lasciato in pagamento la valigia piena di paglia e la parrucca di cui compariva incamuffato; male patendo la beffa, e il danno, essersi l'oste condotto fino alla porta Romana per domandare alla guardia se avesse visto passare gente, e la guardia avere risposto, che sì, ma verso la terza ora di notte, e volere adesso rincorrere l'uomo, il quale, a quanto sembrava, buon cavallo aveva sotto, egli era come andare a mettere un pizzico di sale su la coda di una rondine. Allora la Betta si ridusse a casa; chi l'avesse vista, per certo avrebbe detto: costei porta la morte in seno; riaperse lo stipo, prese la guastada della mortale acquetta e con essa in mano si chiuse in camera.

Pare, che suo intendimento fosse uccidere prima il medico traditore, poi sè forse di ferro: mutò pensiero, e le piacque procurarsi morte uguale a quella, onde periva il suo Paride. Dimenticò rimettere al posto il pugnale, chè altra cura la tribolava: s'inginocchiò davanti la Beata Vergine, pregò per Paride, per tutti e per sè, con molte lacrime chiese perdono di quanto stava per commettere, confessò a Dio padre le sue peccata, e per ultimo bevve tutto fino all'ultima stilla l'acqua tofana; nè si rimase dallo stare genuflessa, finchè gli atroci dolori di visceri non la costrinsero a contorcersi convulsa sul pavimento. Quivi spirò supplicando a vicenda ora la Madonna ed ora Paride.

Povera Betta! — Povera Betta! Aveva tanto cuore la povera Betta.... ah!