Lelio sempre malconcio del solenne cimbottolo, che aveva tombolato, stavasene tuttavia in casa dove costringeva la Fulvia, contro sua maladetta voglia a tenergli compagnia. A cotesti colloqui presiedeva lo sbadiglio nei dì di festa; in quelli di lavoro la meno trista passione che ispirasse cotesti due coniugi era l'odio: ogni parola portava seco il pungiglione, trafiggevano tutte, la diversità consisteva nella punta più sottile o meno, tra lo stiletto e l'ago; se non così quelle di Lelio, allora fastidiose, e sazievoli fino alla morte; quando ei favellava pareva a Fulvia avere un sassolino entro una scarpa, un bruscolo nell'occhio, una zanzara allorchè piglia a bersaglio il naso di un galantuomo, ovvero il ronzío dello impronto moscone dentro l'orecchio: e chi più sa più ne metta. O che giocondo vivere in matrimonio quando i coniugi riposano la testa sopra un guanciale, che ognuno dalla parte sua ha ripieno di desiderio di scambievoli e cordiali accidenti apopletici, ovvero epilettici non monta. — La sera stessa, che successe il caso del Bulgarini, questi due sposi stavano, secondo la usanza, a lacerarsi gentilmente, quando di un tratto fu udito un fischio acutissimo; Lelio si scosse, ed esclamò:
— Ha da essere Ciriaco, che torna da Roma, e mosse per andargli incontro.
— Proprio gentil maniera! E sopportate voi, che il vostro servo vi chiami a mo', che il bargello costuma gli sbirri suoi?
Ma l'altro non gli rispose che altra cura lo stringeva; egli stesso aperse a Ciriaco, come erano già accordati, per la porta di dietro, che metteva in cucina; appena potè incollare i suoi labbri all'orecchio di lui lo interrogò:
— Ebbene?
— È affare fatto; ma mi è toccato sudare acqua e sangue per trovare un po' di acquetta, che prima si aveva alla mano come l'acqua di Fontebranda; mi rincresce per voi, messer Lelio.
— Per me? Che ha che fare meco l'acqua tofana?
— Eh! riprese Ciriaco con aria compunta, perchè mi toccò pagarla un'occhio se pure ho voluto portarla meco.
— Ho capito; io metto pegno, che più di mezzi tu me gli ha rubati; prega il tuo Dio, che io non lo sappia....
— Ecco, il benefizio non è compito e la ingratitudine incomincia: ma non sapete voi, che il meno, che si arrisica per servirvi gli è il caso di trovarsi arrotato e squartato? Se tutto questo accadesse quando non ci sono io, guà! non m'importerebbe più che tanto, ma il busillis sta, che sono arnesi da farmelo quando mi ci trovo proprio presente, e questo muta specie ed aggrava notabilmente. Ogni cosa invecchia, specchiatevi in cotesta perla di uomo di Francesco Cenci; or sono cinquant'anni, nel quaderno delle sue spese in opere di misericordia scriveva: per le peripezie di Toscanella seimila ducati, e non furono troppi; e voi, io mi aspetto, a vedere fare greppo per mille ducati spesi in una guastada di acqua limpidissima, che era un desio a vederla.
Lelio fece l'atto di cui tocca col dito un ferro, che crede freddo, e poi trova rovente; il boccone era ostico, ma fu mestieri mandarlo giù, onde senz'altre parole interrogò:
— Riuscì pulito il trovato di fingerti medico?
— A capello; e la femmina trasse al brumeggio meglio che non fa il muggine: a questa ora od egli è già partito, od ha messo il piede dentro la staffa.
— A che ora per lo appunto consegnasti la guastada alla vecchia, e che facesti poi?
— Fra la seconda, e la terza ora di notte, uscii da porta Romana, e rientrai per Pispini da Santo Viene; sicchè come potete riscontrare da voi ho corso a staffetta, e giusto adesso tutto polveroso con gli usatti in gamba mi presento a voi.
— Bene sta: hai lettere, o messaggi dei parenti di Roma? Novelle da raccontare?
— Lettere no; messaggi un sacco ed una sporta: quanto a novelle se me ne manca le semino, e le raccolgo in meno che non balena.
— Adesso vieni, che ti presenterò a madonna....
E lo condusse al piano superiore; giunto in sala vide che l'orologio stava per iscoccare le ore quattro di notte, ond'ei lo tirò indietro quasi un'ora, e sottovoce avvertì Ciriaco:
— Non ti maravigliare; ti licenzierò quando l'orologio sonerà le quattro; alle tre ore il medico romano stanziava tuttavia allo albergo, alle tre ore tu ti trovi qui.... capisci! Per ogni casaccio tu nella medesima ora non potevi trovarti in due luoghi.
— Voi dite unicamente: non basta essere nato gentiluomo per pescare di simili acutezze, ma bisogna altresì essere stati, almanco dieci anni, mercanti.
Lelio presenta Ciriaco alla Fulvia molto scusandolo dello arnese in cui le compariva davanti, ed ella lo assolvè di leggeri perchè molto le premeva appagare la sua curiosità, e molto per sollevarsi dalla tetra noia che l'oppressava. Ciriaco espose non avere veduto il papa, bensì saputo dal fratello don Mario, dal figliuolo di lui Flavio cardinale padrone, non meno che da don Agostino nipote, che papa Alessandro quanto a salute ne aveva da rivendere, però di spirito non trovarsi a punto per via dello affronto, che gli pareva avere ricevuto nella pace dei Pirenei, dove non lo avevano considerato nè manco per istrofinacciolo; e pensando, che questo gli era venuto da due potenze per eccellenza cattoliche, la Francia e la Spagna, gli trafiggeva il cuore. Arrogi, che la faccenda tutta era stata negoziata dall'eminentissimo Mazzarino a cui, come cardinale di santa madre Chiesa, non toccava tirare i sassi in colombaia: in Corte mulinarsi grandi disegni contro Parma e Modena a ragione considerate nemiche, sicchè il papa essersi ormai risoluto d'incamerare il ducato di Castro, e volere rimuginare cielo e terra, perchè dal patrimonio ecclesiastico mai più per lo avvenire si separasse. Il cardinale padrone, e don Mario incontrare, secondo il solito, contrarietà grandi per la parte dei primati per invidia, e dalla parte del popolo per le cresciute gravezze come se questo pretendesse vivere a ufo nel mondo, e di un tratto far portare altrui il basto, che natura volle egli solo portasse: ma ormai, potenti per le nozze Borghese, e molto eziandio contando sopra la guardia corsa sotto i comandi di don Mario tenersi bene in sella da non temere scavalcature. Le principesse mandarle mille riverenze e saluti: volerla ad ogni patto a Roma per le feste dei santi Pietro e Paolo, dacchè per le pasquali ella non aveva voluto andare: mal per lei se mancasse, gliene avrebbero serbato il broncio almeno un secolo. Così di parola in parola tirata proprio co' denti, per allungare il discorso, si arrivò fino al battere dell'ora. — Messer Lelio facendo le maraviglie, disse:
— Siamo sempre a buona otta; io credeva che fosse più tardi; l'orologio se non falla ha sonato le tre. Ciriaco tu dal lungo cavalcare devi sentirti le costole rotte; va a riposo, e procura domani di essere levato per tempo.
— Lustrissimo, sì, e la signoria illustrissima di donna Fulvia non vuole farmi l'onore dei suoi comandi?
— Ciriaco, o di tuo padre infermo non hai a dire motto?
— Ah! sì, povero uomo; al mio giungere in Roma trovai, ch'egli si era già partito per quella grande isola, che si chiama Eternità, ond'io non credei prudente per ora seguitarcelo per sapere da lui se gli dava più noia la podagra. Questo sarà per un'altra volta.
— Va, Ciriaco, possa il tuo viaggio non avere avuto peggiore causa di questa: a te ed a cui te lo ha fatto fare auguro riposo, e notte tranquilla.
Era istinto che la faceva favellare così, od era un presagio dell'anima? Come il vaso dove stette custodito l'ottimo vino, sebbene vuoto tramanda odore sfumato, che pure lo rammenta, così l'anima mala, quantunque s'infinga, empie l'aere dintorno di un fluido elettrico, che la rivela.
Il dì seguente, mentre la Fulvia e Lelio se ne stavano nel tinello ad asciolvere, ecco comparire Ciriaco con non so quali carte portate a casa dagli ufficiali della posta, che prese da Lelio, mentre sta leggendole, così alla carlona, domanda:
— Che novelle in città? Sei stato fuori?
— E come non sapete voi nulla? Non vi hanno detto nulla?
— Parla, Ciriaco, instava Lelio fingendosi spaventato, non ci tenere lì sulla corda; accadde disgrazia, che colpisca la mia famiglia, e me?
— No, la Dio grazia; si tratta di un certo Laperini, Luperini, insomma qualche cosa di simile, che va a finire in ini.
— Bulgarini? Forte domanda con voce vibrata la donna.
— Giusto! Bulgarini.
— E che mai gli successe?
— Una spiacevole cosa in verità; ma da ora in poi non gli accadrà più... egli è morto di veleno; corre comune opinione lo abbia avvelenato una serva in cui egli molto si confidava..... sento, che la chiamano la Betta; andati poi nella stanza dov'ella dormiva ci hanno trovato morta anche lei.... chi sa? La disperazione... la paura di trovarsi scoperta.....
La Fulvia, dopo tenuta alquanto la fronte nella mano, saltò su con impeto esclamando: — Non è vero.
— Che! non è vero forse, che abbiano trovato morta la Betta?
— No, che Betta abbia avvelenato Paride Bulgarini: la donna, che allattò una creatura non l'avvelena. — Io credo... spero... temo avere scoperto il reo, o piuttosto i rei di codesti omicidi: Lelio, Ciriaco, guai a voi, se il mio sospetto diventa certezza... voi siete spacciati.
Così dicendo si parte, e lascia cotesti due presi dalla paura per modo, che battevano i denti. Nè per l'uno nè per l'altro cotesto era il suo primo fatto di arme; ma cotesta stoccata diritta, mentre avevano adoperato così sottile cautela a condurre la cosa, proprio nel vero modo in che doveva essere fatta, aveva loro traferito il cuore; onde Lelio guardando sottecchi Ciriaco gli domandò:
— Ciriaco! di quella acquetta te n'è rimasta punta?
— Nè manco una gocciola.
— Tu se' nato sciupione, e morirai all'ospedale. Bisognerà, che tu ritorni a Roma.
— Per andarmene quinci in Piccardia.
La Fulvia si chiude nella sua stanza, e quivi boccone sul letto prende a pensare su la fine di Paride, io dico ella piglia, ma non mica per atto di volontà, bensì condottavi da una forza, che in lei poteva più di lei: certa virtù segreta, le dipingeva nella immaginativa il Cristo del Sodoma flagellato alla colonna; mirava le spine fitte nelle carni, le goccie sanguinose giù per la fronte, e per le guancia, gli occhi ebbri di spasimo, la bocca spirante agonia, e nella mansuetudine divina un rimprovero senza fine atroce ai suoi carnefici; a poco a poco l'agitato pensiero sostituisce alla sembianza del Cristo quella di Paride, che con voce sottile le dice: — Vedi! per te come sono concio? La mia vita fu falciata peggio di fieno nel prato. Per colpa tua io nacqui per soffrire e per morire: di me veruna traccia nel mondo, il sepolcro mi raccoglie intero. E qual mai il mio peccato contro di te? Ti amai troppo; è forse offesa amare? E tu perchè ti mostrasti così fatalmente bella al mio sguardo? E che io domandava da te? Un po' di elemosina di amore, uno sguardo, un detto, che mi consolassero; io fui reo di amarti prima di Dio, tu rea di avermi amato meno di un cane, di non volermi considerare nè manco per prossimo. Ebbene, abbiti la misericordia, che adoprasti; io t'impreco una vita presso cui la morte sia da te desiderata come sollievo; però la morte altro non faccia, che spalancarti la porta della eterna dannazione: sii maledetta in eterno. — La Fulvia tremante come vetta dibattevasi nell'agonia, e con parole rotte supplicava: — «Non maledirmi Paride, della tua morte io non ho colpa; tu sai chi sieno stati i micidiali; se aspettavi un poco io ti avrei amato... ed ora ti amo, caro infelice, con tutte le viscere dell'anima mia, non imprecarmi male; assai mi si volgono amari i giorni della vita; non ti paio abbastanza misera onde tu voglia anco opprimermi col peso della tua ira?» — La immagine di Paride parve non potere resistere allo scongiuro, sicchè con molta passione rispose: — Fulvia, morto o vivo io, te colpevole o no, non posso odiare: io ti perdono.
Pronunziata appena questa parola perdono, ch'è l'ultima, secondochè afferma il Vescovo Isaia Teigner, della favella da Dio parlata alle prime creature sopra la terra, accadde una tramutazione nella immagine di Paride, le spine della fronte diventarono raggi, i capelli pigliano un bel colore di oro su i quali cotesti raggi riverberano, onde il capo di lui comparisce circumfuso di luce, come nell'antica e nella moderna religione effigiaronsi i santi; limpidi diventarono gli occhi, le labbra benigne, tutta la faccia pacata, poi in suono di melodia soggiunse: — Così ti usi Dio misericordia, come io ti perdono. — «Sì che tu mi sarai misericordioso, e solo che tu interceda per me presso sua Madre Santissima, anco Dio mi perdonerà;» e così dicendo la Fulvia sporgeva le mani giunte in atto di fervente preghiera; intanto si sentiva dentro quasi squagliare il cuore; un gruppo di passione le prese la gola e gli occhi, ond'ella diede in pianto dirotto sclamando: — «Misero!... misero!... mi sarà finchè vivo la tua memoria diletta, nè sarò mai quieta finchè i tuoi scellerati uccisori non abbiano pagato le meritate pene.»
E Lelio, che se ne stava con Ciriaco ad origliare alla porta sussurrò nelle orecchie di questo:
— Non ci è caso, bisogna tu vada a Roma per nuova acqua tofana.
— Lustrissimo, non ne facciamo niente: sento di là soffiare un vento di canapa, che mi offende la gola.
— Avverti, Ciriaco, che la canapa sanese gli è propriamente sorella della romana: ora non importa in questo negozio il luogo della nascita, preme evitare la canapa in qualunque parte del mondo sia nata.
Ciriaco soprastette alquanto, e messo l'indice tra ciglio e ciglio, in mezzo della fronte, parve pensare, poi favellò:
— Fiat voluntas tua, bene sta; fornitemi cavallo e danaro e avrete il fatto vostro.
— Ma che dei primi mille ducati non te n'è rimasto davvero nè pure uno?
— Manco la palla di un quattrino.
— Ah! Ma senti, Ciriaco; tu che sei uomo da capire per aria, ed alle cose ragionevoli ti arrendi, devi avvertire, che il primo viaggio a Roma lo imprendesti, e mi costò...?
— Mille ducati tondi.
— Adesso, considera non vai a Roma per conto mio, sibbene per conto tuo; quindi, ecco potresti contentarti di mezzi.
— Voi traffichereste l'olio santo col prete, che venisse a ungervi; se casca un quattrino ai mille, io sto qui murato come i muriccioli del vostro palazzo.
— Bada, sarai impiccato; pensaci due volte, perchè, sai, impiccano una volta sola.
— E voi notate, messer Lelio, che saremo appesi ambedue, e il dì, che ci vedranno pender giù, le genti diranno: gua' la forca si è messa le gioie.
— Ouf! che pena; andiamo, io non vo' guastare la buona amicizia: contentati di cinquecento cinquanta.
— Mai no — mille.
— Seicento.
— Mille.
— Là, dove andò la nave vada il brigantino, settecento.
— Mille.
Non ci fu verso; Ciriaco, che aveva mangiato la foglia non lasciò presa; in Lelio paura vinse avarizia, e bisognò pagare mille ducati di oro del sole: Ciriaco dopo averli ben contati li ripose nella cintura, e disse sarebbe partito il giorno vegnente: tuttavia, pensandoci su mentre la famiglia pranzava, sellato alla chetichella un cavallo andossi con Dio, o piuttosto col Diavolo; dove s'incamminasse ignoriamo, basti tanto, che qualunque via abbia tenuto riuscì allo inferno: certo a Siena non comparve mai più.
Alquanti giorni dopo siffatti casi Lelio e la Fulvia stavano insieme senza mutare parola: il primo trastullavasi con i bottoni del giustacuore ad annoverare le ore, che Ciriaco avrebbe potuto mettere per tornare da Roma; l'altra di tratto in tratto lo sfolgorava con lo sguardo, e non faceva profitto, imperciocchè Lelio non si attentasse per paura a levare gli occhi da terra.
Di repente ecco presentarsi loro dinanzi, introdotto da un servo di casa, certo uomo vestito di nero, vecchio, macilento, di colore oscuro tra il giallo e il cenerino e porgere alla moglie e al marito due carte co' segni esterni di lutto, poi chinato il capo senza dire motto si ritirò. Alla vista di cotesto uomo, che pareva lo inventore del cataletto, al tocco di quelle carte, comecchè per diverse cagioni, rabbrividirono entrambi: aperse Fulvia la sua, presaga di quello avesse a contenere, e si appose; era lo invito ad assistere ai funerali di Paride Bulgarini, che si sarebbero celebrati il giorno appresso in suffragio dell'anima sua.
— E voi andrete? Domandò la Fulvia a suo marito con tale uno amaro sogghigno, che mal si potrebbe dare ad intendere con parole.
— Voi vedete come mi trovo ridotto: pel male, che io gli voglio desidero, che a questa ora si trovi in paradiso; e voi ci andrete, Fulvia?
— Sì, sì, sì, e queste tre affermative sonarono così impetuosamente vibrate, che parvero tre moschettate percosse nel bersaglio di lamiera di ferro. Lelio si guardò bene di rispondere, nè la Fulvia convulsa potè aggiungere motto.
La Fulvia non dormì la notte, nella vigilia tormentosa sempre invocava Paride; co' più dolci nomi lo appellava, appariva, ed era inebbriata di amore e di dolore. Ora come avveniva questo? — Favellando un dì temporibus illis di amore con la mia nonna, femmina saputa quanta altra mai in questa ragione faccende, mi disse, per mio governo, che difficilmente si acquista amore da donna, che per te non senta caldo nè freddo; all'opposto più agevolmente, che non sapresti immaginare, da donna, la quale ti professi odio; e ciò perchè anco odiandoti la donna ti serba nella memoria, alla sua immaginativa tu stai sempre presente, e non vi ha cielo, dove così subito si muti il vento come nello spirito di lei. Aggiungi, che la donna, quantunque non disposta ad amarti, pure si trova lusingata dal sapere che tu l'ami, ed alla lunga non può astenersi dal professartene gratitudine, donde propensione, grazia, usanza, domestichezza, e poi mano a mano amore, imperciocchè appunto di due maniere compaiano gli amori, come di due maniere abbiamo assedi, assedio di assalto, dove alla prima scalata pigli la ròcca, e assedio di blocco, dove ti fanno mestiere industria e pazienza infinite. Di fatti il Poeta ha insegnato: che Amore a nullo amato amar perdona; il che vuol dire, che tenendo sempre il fuoco del tuo amore accanto al cuore altrui, questo non può fare a meno, che non avvampi: la volontà non presiede o poco alla genesi di questo affetto, la donna lo patisce circum circa come un tacchino infilato nello stidione, voglia o no, bisogna che arrostisca. Necessità costringe la donna ad amare nella guisa stessa, che nella bussola l'ago magnetico sta rivolto al polo; ma o sospetto, o rispetto o dispetto, o qualche altro movente tolto dal grande arsenale delle passioni, dando una spinta al cuore della donna hanno virtù di deviarlo dallo amore: proprio nel modo col quale agitando la bussola devia l'ago calamitato, ma nella guisa stessa che, quietato il moto, l'ago oscillando torna colà dove lo chiama natura, così il cuore di donna, sgombro ogni affetto men bello, si volge al cuore dell'uomo, che mostra riverirla costantemente, ed amarla. Così m'insegnava mia nonna; se non è vero rifatevela con lei.
La chiesa appariva parata a lutto con le solite rasce nere alle porte, e dentro co' soliti ceri, co' soliti moccoli, e co' soliti preti o frati, che fossero; ci si vedeva il solito catafalco, il solito scheletro, i soliti rami di cipresso; si udirono il solito uffizio da morti, la solita messa, le solite musiche, ed il solito molteplice invocare la luce eterna ai miseri cui fu rapita ogni speranza di luce terrena; ci furono i soliti schizzi di acqua benedetta, e tutto insomma, che anc'oggi si vede, si ode e si costuma: pertanto io non descriverò il funerale. Francesco Guicciardini rimprovera gli storici antichi, massime latini, di avere omesso ricordare molte cose giudicate volgari, e però non degne di essere ricordate, non considerando come per lontananza di tempo, e mutabilità delle condizioni umane, coteste cose potevano riuscire gnorate, e quindi andare del tutto perdute; messer Francesco ha, come quasi sempre ragione; ma ciò non mi persuade a descrivere i funerali per due motivi, di cui l'uno giudico più potente dell'altro: e consiste il primo nel conoscere questi miei scritti destinati a vivere i giorni di Giacobbe sopra la terra, i quali, secondo ch'egli dichiarò a Faraone furono brevi ed infelici, massime ora, che mi mancano le trombe dei Giornali moderati dispensatori di fama perenne così in cielo come in terra. Aimè! poveri scritti miei, pari ai pesci volanti, si levano alcun poco sopra la superficie dell'oceano dell'oblío, ma in breve, asciutte le ale, è forza che ci ridieno il tuffo senza speranza di risorgere mai più. — Il secondo è che, che ormai mi rassegno a vedere preti, frati, messe, e funerali sopravvivere a me ed ai miei libri, sicchè non se ne sperderà la memoria per colpa del mio silenzio. Che importa, che io veda rompere uno errore ai miei piedi, però che come io miro sovente su le mie marine infrangersi onda sopra onda, così ad errore succede senza posa un altro errore? L'errore fu la fascia, che ravvolse ogni uomo nella sua nascita, l'errore sarà il lenzuolo nel quale lo avvolgeranno deponendolo in grembo alla terra. — Che giova nelle fata dar di cozzo? — La mola del destino macina Dei, macina uomini, ma non macina ignoranza; che rimarrebbe a fare? Forse quello, che la moglie di Giobbe consiglia al suo marito: maledici e muori, che l'arcivescovo Martini volgarizza piamente: benedici, ma il testo ebraico dice espresso: maledici: ed una volta a rilevare questa infedeltà si correva rischio di avere qualche tratto di fune, oggi non importa nulla ad alcuno nè manco ai preti, i quali hanno bene altre cose a fare, che a pensare alla religione; ed io pure mi sento meno la balìa di maledire; anzi di ridere: io sto testimone nel mondo del come un uomo possa essere morto prima, che per lui sia giunto il giorno supremo.
Dunque era finito il funerale, ma avanzava un'altra cerimonia, ed era calare il feretro dentro il sepolcro della famiglia Bulgarini posto sotto il pavimento della chiesa, onorevole per lo stemma della casata squartato per traverso, da mezzo in giù con daghe diritte alternate di vermiglio e di argento, dal mezzo in su aquila nera incoronata in campo di oro. Gli stemmi premono anco ai morti, e i nobili stinchi si hanno da presentare al giudizio in calze di seta per non confondersi co' plebei; se ciò non fosse ne andrebbe scombussolato l'ordine dei cieli: ora per lo appunto dal cielo cattolico piovve sul capo dell'eccelso reggimento nostro il domma dell'Ordine e della Resistenza. Il Padre Eterno è il tipo dei conservatori: difatti non si vorrebbe movere mai, quantunque prima di lui altri inquilini abitassero i cieli, e forse, chi sa, il fato cova nei suoi misteri altre divinità a succedergli nelle sedi beate.
Tutto dunque, nel funerale di Paride Bulgarini, era stato recitato, e cantato, acceso e spento; adesso non rimaneva altro, che calare il cadavere nel sepolcro: pertanto levarono la lapide, e assicurata con funi la cassa, quattro incappati si disponevano a questa ultima fatica; molti già se n'erano iti pei fatti loro, taluni piegati i moccoli se li erano riposti in tasca onde farsi lume per le scale tornando a casa di notte, mentre tali altri avevano superbamente donato i mozziconi ai ragazzi, i quali durante la funzione avevano raccolto le gocce cadenti dalle candele, e dai moccoli nella palma delle mani senza tema delle scottature, con inestimabile dispetto dei frati torzoni, che, nel vedersi defraudati di cotesti sgoccioli, strabiliavano di rabbia. I più pietosi, od anco, se vuoi, i più curiosi però erano rimasti ad assistere a cotesto atto estremo; la Fulvia fra questi. La cassa fu calata, e dal tonfo, che diede, si conobbe che aveva toccato il fondo; la lapide era dai maestri rimessa a sesto, ed aggrappata con le solite staffe; il sacerdote anco una volta l'asperse con l'acqua benedetta, e per l'ultima volta con voce lugubre pronunziò il Requiem æternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. — La Fulvia col velo abbassato su gli occhi stava immobile a capo della sepoltura, Lattanzio a' piedi di quella presso alla lapide accanto al sacerdote: allo improvviso ella levò gli occhi e lo vide.... Dapprima rimase come impietrita, le sue labbra susurravano accenti indistinti, gli occhi balenavano smarriti; le parve, anzi credè che Paride, appena consegnato al sepolcro, ne uscisse subito potente più che mai fosse stato di vita, e di bellezza; certo le sembianze di lui ora apparivano quali le mirò, e se le finse dopo il perdono, che immaginò ottenere da lui, ma questo la consolava poco in paragone dello spavento, che le penetrava le ossa allo aspetto di un uomo appena sepolto resuscitato. La paura poi crebbe fuori di modo, quando guardando per di là i suoi occhi incontraronsi con quelli di Lattanzio; se ne sentì trafitta; con atto disperato si portò la destra al cuore quasi per tema le si sfiancasse; le gambe le mancarono sotto e dubitò sprofondare nel sepolcro donde era uscito Paride; di sè immemore e del luogo, incapace affatto di contenersi, proruppe in altissimo grido, e voltò le spalle per fuggire; senonchè nel moto scomposto il lembo della veste s'inviluppò fra i piedi di uno scanno, per cui di un tratto rimase impedita: allora pensò, che il morto resuscitato l'agguantasse per le spalle a fine di tirarla seco nello avello, e giudicandosi così dall'umano, come dal celeste aiuto abbandonata, cadde supina singhiozzando per la pena. La rilevarono alcuni pietosi, i quali appena miratala in volto esclamarono: «Madonna Fulvia Piccolomini, la signora Griffoli,» e questo grido propagandosi di bocca in bocca arrivò alle orecchie di Lattanzio, il quale si scosse come persona invasa da scintilla elettrica; e visto, che la gente sorreggendo la donna l'avviava fuori della chiesa, la precorse uscendo da una porta laterale, aspettandola sopra la soglia della porta mediana. Colà quanto l'odio ha in sè di più atroce, la rabbia di terrore, la minaccia di pauroso, tutto raccolse nella virtù dello sguardo, e d'improvviso comparendole innanzi glielo lanciò a modo di freccia negli occhi. Allora la donna sgomenta stette per istramazzare da capo; ma presa subito dopo forza dalla disperazione, respinti i soccorritori, si svincola dalle mani loro correndo verso casa quasi ad asilo. Lattanzio, giovenilmente gagliardo, la seguita da vicino, ond'ella si sente dietro le spalle lo strepito delle sue orme; accelera il passo, indarno, perchè più di lei sente accelerarlo lo insecutore, pure trangosciata arriva alla sua magione, picchia, e ripicchia, sto per dire a fuoco, si avventa alle scale, le vola, apre con fracasso le porte fino alle più intime stanze. Quivi gli occorre il marito, che rumina i rimorsi dei commessi delitti, pure meditando a commetterne di nuovi; verso lui ella si slancia, lui aggrappa con l'agonia del naufrago intorno allo scoglio, ed urla da spiritata:
— Chiudete le porte, sbarratele, tirate tutti i catorci; deh! che non passi..... impedite, ch'ei venga, od io mi butto giù dalla finestra.
— Ch'è mai? Rimescolandosi tutto chiede Lelio.
— Lui! lui!
— Chi lui?
— Paride Bulgarini.... lo avvelenato da te.
— Ma non era morto? Non lo seppellivano oggi?
— Già! morto sì; sepolto sì, ma è resuscitato.
— Resuscitato! Misericordia!
— Resuscitato, e mi corre dietro per agguantarmi.... O Dio! O Dio! senti, che vuole entrare.... entra.... dove mi salvo! Trattenetelo....
E questo ella diceva perchè prima udì picchi concitati nella porta, e poi le pedate di uomo, che con passi scomposti si avvicini; nè Lelio compariva percosso da paura niente minore di quella della sua donna; a bocca aperta, e con isguardi appuntati fissava la porta, presago d'imminente sciagura.
La porta sospinta da mano poderosa si spalanca, ed irrompe dentro la stanza Lattanzio; bello come i poeti e gli scultori immaginano fosse bello Apollo quando vibrò le quadrella mortali contro il serpente Pitone: dalle narici dilatate il suo alito fumava, gli si crispavano convulsi tutti i muscoli della faccia, dalla fronte bianca di marmo grondava sudore, e tuttavia conteneva l'ira pronta a traboccare; a mezzo della stanza si fermò, e lento lento disse:
— Scellerati, voi mi dovete la vita di mio fratello, ed io vengo a dirvi, che prima che scappi l'anno, voi me la pagherete....
Lelio si aggomitolò come un baco da seta infratito, Fulvia no, che fece ogni sforzo per rispondere; ma la voce le fece groppo nella gola, e non potè uscire: quando ella riebbe un po' di calma, Lattanzio era sparito.