PAOLO PELLICCIONI.
— Santità, le faccio umilissimamente considerare come, da un'ora e più, con la reverenza debita al Vicario di Gesù Cristo redentore sopra la terra, le sia venuto esponendo il profondo disgusto del mio signore e padrone, Sua Maestà Cattolica, non che la repugnanza di tutto l'illustrissimo ed eccellentissimo clero di Spagna per questa sua ultima bolla, la quale giudichiamo perniciosissima alla quiete della santa madre Chiesa. Noi pertanto, con le mani giunte, la supplichiamo e scongiuriamo a porre giù dall'animo siffatto funesto disegno: ad ogni modo la prego, e riprego, sicchè il priego valga mille, a degnarsi di una qualche risposta, affinchè, caso mai (il che Dio tolga) alla Vostra Beatitudine talentasse ostinarsi nello scandalo, Sua Maestà il Re mio signore e padrone possa pigliare nei suoi stati i provvedimenti, che il suo zelo per la religione, e l'autorità della propria corona, la quale egli ricava direttamente da Dio, gli persuaderanno essere meglio opportuni. —
E qui colui che favellava tacque, ed aspettò buona pezza, tuttavia invano: allora con voce tremula, come chi si tenga per non dare di fuori, egli soggiunse:
— Dunque, nonostante le mie fervide, e ad un punto ossequiose istanze, la Santità Vostra non giudicherà dicevole di porgermi risposta? Si degni avvertire, Beatissimo Padre, il corriere per la Spagna sta su le mosse per partire ed aspetta i dispacci, sicchè si riscuota una volta; che medita adesso? A che pensa? —
Così favellava, secondo il costume della sua Corte, prolisso e sazievole[1] il conte Olivarez ambasciatore spagnuolo a Roma, superbissimo tra i superbi idalghi del suo paese; e quantunque la forma delle parole, e gli atti del corpo comparissero quali il più fisicoso dei cerimonieri del Papa non avrebbe trovato da appuntare, o avrebbe ripreso poco, pure aveva creduto bene arrestarsi sul terzo punto interrogativo, essendo simili punti per propria indole assai sdrucciolevoli alla provocazione.
Veramente non gli si avrebbe potuto dare torto, dacchè il Papa, al quale egli volgeva il discorso, gli stesse davanti immobile e taciturno, come se non si fosse nè manco favellato a lui.
Il Papa era Sisto V che gli dava udienza, il quale secondo il suo costume, tenendosi nè appoggiato nè seduto alla estrema sponda del tavolino con le braccia aperte, e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, mentre con ambo li piedi tesi puntava forte il pavimento: il capo aveva chino, e gli occhi chiusi, nè l'alito stesso lo chiariva vivo, senonchè, alle parole ultime del Conte, egli schiuse l'occhio destro, e lo guardò a stracciasacco quattro volte e sei; quando poi costui ebbe finito, Sisto, quasi tirasse co' denti le parole, disse:
— Ambasciatore, noi pensavamo tra noi, che cosa avremmo guadagnato da un lato, e che cosa perduto dall'altro, facendovi gettare giù su la strada da quella finestra, che avete dietro le spalle.....
Il Conte si voltò di un tratto senza nè anco volerlo, e con terrore si vide dietro una finestra; il Papa, non avvertendo cotesto moto o non lo curando, ripigliava sempre tranquillissimamente:
— E se volete accettare un nostro consiglio, noi, mirate, vi diremmo che ve ne andaste prima che noi avessimo fatto il conto, — perchè, cæteris paribus, mettiamo pegno che in noi la vincerà il gusto di vedere che garbo faccia un ambasciatore di Sua Maestà Cattolica volando per aria. —
Il Conte, curvo fin lì come arco teso, si raddrizzò pari a quello, dopo scoccata la freccia, e, rinvenuta barellando la porta, se la svignò: ricuperato, appena fuori della sala, l'uso delle gambe, correva, correva come se il diavolo lo cacciasse, o gli sbirri lo cercassero, e, nella fuga disonesta, dimenticava spada, cappa e cappello lasciati nelle mani dei camerarii del Papa, i quali, correndogli dietro, non lo poterono arrivare prima ch'ei salisse in carrozza, sicchè ebbero a riportarglieli a casa.
Giunto al palazzo di Spagna, si provò il Conte di vincere la paura con la superbia, e non vi riuscì; anzi l'una e l'altra gli dettero travaglio per guisa che, indi a breve, gli si mise il ribrezzo della febbre addosso, a cui successero le caldane; le quali sempre crescendo lo costrinsero di cercare a tastoni il letto, e a giacervisi sopra, dove prese a vagellare con inestimabile sgomento dei famigliari, che lo giudicarono ammattito: di fatti, egli urlava:
— A me queste cose? A me, ambasciatore di Sua Maestà Cattolica, primo potentato dei due mondi?... Ale! ale! per Dio datemi l'ale, o casco, e mi rompo il collo... mirate come sono alte le finestre... corda! corda! Ma che il padre di questo Papa fosse un funaiolo, ch'egli è così innamorato delle funi?... Non gli basta mandare tanta gente in su, che adesso lo piglia la smania di mandarne altrettanta in giù...? Con questi preti ci vuole un principe di Borbone, a patto che non moia... un duca di Alba, purchè sul più bello non venga richiamato.... Voto a Dio, datemi, Maestà, quattro vecchie bande di Spagnuoli, ed io vi porto il porcaio della Marca a Madrid dentro una gabbia....
Tali e molte più erano le parole del vaneggiante, di cui forse ne riferimmo anco troppe. I famigliari lo vigilarono attorno al letto, non sapendo però come sovvenirlo, o piuttosto lo aiutavano troppo, perchè ci era di quelli che lo credevano stregato, altri indemoniato, non mancava chi sostenesse, che voleva dire lo stesso, ma il Cappellano dell'Ambasciata ostava con tutte le forze, e gratificava in tondo dell'ignorante a tutto pasto; però non persuadeva, o persuadeva pochi, e parendo il caso grave, chi gli applicò sul capo la immagine della Madonna del Pilar, e chi quella di Monserrato; altri, riveriti come si doveva i rimedi spirituali, ammonivano sarebbe stato prudente ricorrere ai materiali, epperò il segretario lo copriva per farlo sudare, il cancelliere lo scopriva per amministrargli un cristeo; taluno avvisava cavargli sangue, tale altro applicargli le coppette a taglio; insomma, se il povero Conte non rinveniva gli spiriti, la quale cosa accadde verso la metà della notte, restava sepolto sotto la mole dei rimedi così temporali come spirituali.
Sul far del giorno la febbre efimera cessò, ma intronato dalla radice dei capelli fino alle ugne dei piedi, non ebbe balía di levarsi da letto: pauroso però, che della sua paura traspirasse novella, sotto pena di essere cacciati via come marrani, ordinava alle persone della famiglia tacessero il caso; se taluno veniva per esso, lo congedassero col pretesto, che avendo logora gran parte della notte a dettare dispacci, si era addormentato sul fare del giorno; lo avrebbe ricevuto il dì di poi; per ora lo lasciassero in riposo.
Così il Frascatino, soprannome del barbiere dell'Ambasciata (però che l'Ambasciata avesse il barbiere, e non l'ambasciatore), malgrado il suo molto arrovellarsi, non ottenne di vedere il Conte, nè riuscì a cavare una parola di bocca ai servitori; tornasse il giorno dopo, gli dissero quattro volte e sei, allora saprebbe se avesse a radere la barba al Magnifico, o no.
Frascatino se ne andava con sembianza compunta: giunto a piè della scala, gli venne voglia di tentare una seconda volta, e ne salì mezza; ma quivi stette, e considerato che quanto a cocciutaggine gli Spagnuoli escono tutti dall'Andalusia, madre patria dei migliori muli che vanti la Spagna, avvilito riscese.
Alla dimane si trovò in piedi al punto stesso che l'allodola spiegava l'ale per lasciare il nido; fattosi presso al palazzo e trovatolo chiuso, si mise a passeggiare su e giù col moto del pendolo, e appena aperto il portone s'intromise: per questa volta gli camminava amica la fortuna, imperciocchè, come tosto fu avvisato il Conte della sua presenza, comandò che entrasse.
Entrava il Frascatino a testa bassa, e dopo avergli baciato con profondo ossequio le mani, di un tratto gli ficcò gli occhi dentro al viso. Misericordia! Comecchè gli fosse sempre comparso colore di olio di noce vieto, adesso poi gli appariva tinto di verde rame stemperato nel tôrlo di ovo.
Ad un barbiere allora veniva mala pena concesso di augurare il buon giorno ai nobili clienti, però egli in silenzio ammannì gli arnesi, allacciò la striscia alla seggiola, gli strinse il bavaglio alla gola, della spuma del sapone sbattuto gl'intrise le gote, prima passò il rasoio sul cuoio, poi sul palmo delle mani, e con l'indice e il pollice tirata la pelle verso la tempia destra, prese a menare giù col rasoio. Da prima il dabbene barbiere s'industriò di attaccare il lucignolo col raderlo lieve così ch'era una delizia, e non venne a capo di nulla; allora mutato registro gli fece stridere il rasoio sopra le guancie, e il Conte apriva e chiudeva gli occhi strabuzzati come uomo preso dal male di santo Antonio, come credo io avesse a fare la Madonna di Rimini in tempi assai prossimi a questi. Qualche grossa lacrima sgorgatagli dalla congiuntiva scendeva giù a mescolarsi con la saponata, e nondimanco taceva; il Frascatino stava per darsi alla disperazione, quando a mezza barba, il Conte così facendo lo svogliato cominciò:
— Orsù, barbiere, che nuove in città?
— Magnifico signor Conte, e' si fa un gran dire della sua infermità....
— Malato io? Per la vita del re don Filippo io non mi sono mai sentito bene disposto della persona come adesso....
— Capisco anch'io che sbalestrano a parole, e tuttavia la faccia pallida e il lividore degli occhi mostrano espresso che vostra signoria illustrissima ha passata la trista nottata.
— Ma no... ma no pei grani del mio santo Rosario... questo accade per non avere chiuso gli occhi da ieri l'altro in qua.
— Capisco....
— Avendo mestieri di spedire i dispacci in Ispagna...
— Capisco.... capisco: dopo il caso di vostra signoria illustrissima che adesso, mercè le sue parole, conosco privo di fondamento, non si cessa di menare rumore per l'altro atrocissimo d'ieri....
— Ieri accadde un caso atrocissimo?
— Già! O non gliel'hanno riportato?
— Vi ho detto, che rimasi tutto il giorno chiuso a dettare dispacci....
— Ma io credeva, che i dispacci si versassero appunto su questo....
— O com'entrano i dispacci di Spagna col caso d'ieri....?
— Come ci entrano? Santa Vergine della Neve! o non si tratta appunto di Spagnuoli trucidati?
— Spagnuoli trucidati!
— Già, e quattro cardinali spagnuoli tenuti in pregio, salvo rispetto, di quattro melanzane....
— Giuro per l'anima della Contessa mia signora madre, ch'è in paradiso, ch'io non ne so nulla....
— O allora di che mai scriveva dispacci, sia benedetto, vostra signoria illustrissima?
L'ambasciatore si sentì vinto di acutezza dal barbiere, e perse la bussola; tacque alcun poco, poi, considerando che ormai non giovava armeggiare, datosi per vinto, soggiunse: — Dimmi, in tua malora, che caso è questo che accadde?
— Io la servo in quattro battute, padrone illustrissimo: un trabante del Papa, di quelli che dicono alla gente addietro te, e il muro, giorni sono, accompagnando il Pontefice alla cappella, diede senza discrezione del calcio dell'alabarda sul piede ad uno spagnuolo chiamato Gonzalez de Aranda; donde nacquero parole, ma non si procedè oltre, stante la reverenza del luogo; caso volle, che ieri mattina, recandosi lo spagnuolo alla messa in San Pietro, s'imbattesse nello svizzero, che se ne stava in ginocchioni davanti l'altare; la s'immagini se allo spagnuolo brillarono le mani! Già, quando le disdette hanno da succedere, anco gli agnus dei diventano coltelli; per la quale cosa avvenne, che un pellegrino lì presso, inteso tutto a sentire la santa messa, avesse appoggiato il suo bordone al muro: che ti fa lo spagnuolo? In un bacchio baleno agguanta il bordone, e a due mani lo scaraventa su la testa dello svizzero gridando: randello mi desti e randello ti rendo. — Lo spagnuolo, come osservano i sapienti di Roma, era in buona fede, dacchè ormai nessuno contrasta che il cranio svizzero vinca di durezza qualunque più duro legname, ma per sua disgrazia questo svizzero faceva eccezione, che il capo gli si aperse come un melagrano, e morì senza potere finire intero: Gesù, Giuseppe e Maria vi raccomando l'anima mia. Visto e preso, che qui gli sbirri escono fuori fino dalla barba di San Pietro; e poichè il caso venne riferito a Sisto, questi andò in bestia così, che fumava come un camino. Paratosegli davanti il Governatore di Roma, gli fece una bravata da mettere i brividi addosso alla statua di Marco Aurelio, ch'è di bronzo, e: — a questo modo, urlava costui come frenetico, a questo modo, signor Governatore, si ammazzano gli uomini in Roma alla presenza di Dio e nostra? E ora, che fate? Che provvidenze eseguite perchè Dio e noi siamo vendicati a colpo di fulmine? Il Governatore di quieto gli andava esponendo il malfattore caduto in mano della giustizia, le informazioni ordinate, presto istruito il processo, sicchè tra quattro giorni o sei lo spagnuolo si sarebbe potuto decapitare o impiccare a modo e a verso secondo si trovasse essere o gentiluomo, o plebeo. — A cui Sisto di riscontro: — che processi o non processi? Qui il morto è su la bara, l'omicida certo, tante invenie a che montano? Impiccatelo addirittura. — Il Governatore, a cui pareva grossa impiccare un uomo senza processo, supplicava osservasse costui essere spagnuolo, e il Papa rispose: — magari! fosse il conte di Olivarez....
— Ha detto? Dando una scossa, domandò il Conte.
— Per Crispo! Io l'ho intaccata;... ma veda... io non ci ho colpa... se ella non istà fermo... l'è un ninnolo, con un poco di ragnatelo ristagna subito il sangue.....
— Continua....
— Io non vorrei....
— Continua, dico, continua, io sono tranquillo, e il Conte urlava come un energumeno, e forte del piede batteva la terra.
— Ai suoi comandi. Dove siamo restati? O ecco. — Magari! fosse il conte di Olivarez.... che tanto lo farei impiccare...
— Impiccare ha detto? — Impiccare?...
— Ha detto impiccare?
— Malnato! Non sa nè manco che ai gentiluomini va de jure la mannaia....
— Sarà stato un lapsus linguæ, che avrebbe corretto mastro Gigolo. Dunque se le piace....
— Continua....
— Allora dunque si misero attorno al Papa alcuni cardinali per fare spalla al Governatore, onde Sisto infastidito scappò fuori col dire: — orsù fabbricate quanti volete processi, a patto però che il malfattore sia impiccato prima di desinare, e abbiate avvertenza, che stamane mi sento fame. — I quattro cardinali spagnuoli, considerando, che quanto a salvare il compatriota era disperato, supplicarono il Papa concedesse gli venisse mozzo il capo come si costuma appunto a mo' che saviamente avvertiva V. S. illustrissima co' gentiluomini, non essendo giusto che, per la colpa di un uomo, la sua famiglia patisse danno nella reputazione; alle quali preghiere Sisto rispose: — lui ad ogni modo impiccato dev'essere, ma perchè la sua famiglia non senta disdoro, io ne onorerò la morte con la mia presenza; però fate di piantare le forche qui in piazza San Pietro proprio dirimpetto alle finestre; — e secondo ordinò essi eseguirono, ed egli non si mosse dalla finestra finchè nol vide dare l'ultimo tratto; allora disse: adesso a mensa, che la vista di questa giustizia ci ha stuzzicato l'appetito. — Le parole del Papa corsero subito per le bocche dei Romani, e oggi è comparso Pasquino con un bacile in mano pieno di forche, a cui chiedendo Marforio, che diavolo almanaccasse in cotesto arnese, egli rispondeva: — porto la salsa per l'appetito del Papa; nè qui è tutto, adesso ne viene il buono, ma lo tacerò per non irritare la vostra Magnificenza....
— Continua, pel corpo di santo Jacopo di Zamora....
— Senta, Magnificenza, io le racconterò quello che avanza, terminata la barba, perchè, veda, io non vorrei segnarle sopra la faccia una seconda di cambio.
— Continua, o ti faccio buttare giù dalla finestra....
— Per lo appunto di salti dalle finestre io voleva discorrere con la vostra Magnificenza; però procuri di non si arrabbiare, ve'! che per me sono figliuolo di obbedienza... — qui col pollice e l'indice gli stirava la pelle della guancia destra, e lieve vi scorreva giù col rasoio, mentre diceva: — durante il pranzo Sisto iattava avere cacciato in corpo a vostra Magnificenza una paura marchiana, cosicchè gli fosse sparito dinanzi a scavezzacollo, dimenticati cappa, cappello e spada....
— Se ne vantava?....
— E come! Ma la stia fermo, altrimenti la intacco da capo....
— Sto....
— Bravo! Ed aggiungeva, che vostra Magnificenza, tornato a casa, fu preso da una febbre da cavalli, e che tutto il giorno non aveva fatto altro che vagellare....
— E se ne vantava?
— Altro, che vantarsene! Ne sghignazzava dall'allegrezza, e i commensali per camminargli a' versi pareva ne andassero in visibilio... ma non si agiti... sia benedetto.... non si agiti: se vostra Magnificenza manca alla promessa di stare fermo, contro il mio volere mi toccherà a mancare ancora io alla mia di non intaccarlo... e allora fuori mi chiamo...
— Tira innanzi por los higados de Dios!...[2]
— Dichiarò ancora, che nella giustizia dello spagnuolo per due terzi vantaggiati ci entrava il gusto di ribadire nella vostra Magnificenza il chiodo della paura, averle ormai trovato la vena, che giudicava essere la paura... che considerato il diritto e il rovescio, poichè non poteva liberarsi dall'oratore del Cattolico con la forca, se ne sarebbe liberato con la paura della forca, e per via ugualmente sicura tanto aveva sperimentato solenne la poltroneria della vostra Magnificenza....
— Por la santissima Trinidad! Urlò dando uno sbalzo il conte Olivarez, e al punto stesso un buon tratto di rasoio gli penetrava dentro la guancia; per la qual cosa, aggiungendosi l'asprezza del taglio alla trafittura dell'animo, sorse infellonito pigliando a imperversare attorno alla camera; il sangue gli gocciolava giù mescolandosi con la spuma del sapone, che presto ne rimase tinta, e intrisi ne andarono in breve lo asciugatoio, le mani ed anco il pavimento; pareva un condannato fuggito di sotto alla mannaia mal concio dal manigoldo inesperto; il barbiere col rasoio all'aria gli correva dietro e raccomandandosi a tutte le Madonne dello stato Romano, e a qualcheduna di fuori, protestando tutta la colpa movere dal Conte che non era stato fermo, o piuttosto dal Papa che non lo aveva fatto stare fermo; si calmasse, concedesse di guardargli il taglio, di terminargli la barba, di pettinarlo, di ungerlo, insomma non si poteva dimostrare maggiore ansietà nè più sentito affanno; e nondimanco a cui ci avesse sottilmente atteso, avrebbe ravvisato in Frascatino uno strione da disgradarne l'antico Roscio e da stare a petto del moderno Vestri.
Il Conte non avvertiva, e con quella faccia da fare riscontro al volto santo impresso sul velo della Veronica, tempestava tuttavia, cacciando fuori un diluvio di bestemmie e d'ingiurie contro il Sommo Pontefice, ch'egli sempre salutava col nome di Sommo Carnefice, e forse non diceva male; poi lo chiamava figliuolo di tante cose, ch'è una passione non poterlo ridire; certo lo imperatore Carlo V non si peritava punto nè poco a sfringuellarlo anco in chiesa quando i suoi cantori a San Giusto davano in istonature[3], ma noi altri popolani ce ne asteniamo anco in un libro. Basti tanto, che bandì beatissimi Genserico e il Borbone per avere dato il guasto a Roma, mentre levò i pezzi di dosso al duca di Alba a cui era mancato l'animo di spingersi avanti e mettere in un mucchio di calcinacci il Vaticano e Roma[4]: quello però che non ardì il duca d'Alba, bastare la vista di compire a lui conte di Olivarez, e ciò che non accadde sotto Paolo Quarto, potere succedere nel pontificato del temerario guardiano di maiali; ci si metterebbe con le mani e co' piedi, c'impegnerebbe le sue aderenze, tutte le ricchezze; se bisognasse anco l'anima, e dove non riuscisse, ora per allora rinnegava la passion del Hijo de Dios, e la que me pariò[5], e un monte di altre cose, che non importa riportare.
Quando il sangue si fu accagliato sul viso, e la bile sparsa pel sangue, e su la bocca, ed ei si sentì stracco, rifinito dal barellare, si lasciò ire giù di sfascio sopra il seggiolone, dove il barbiere lo medicò, e lo acconciò con amore, dicendogli parole di rifrigerio alla vanità offesa, così argute, e tanto bene adattate, che il Conte, allorquando costui prese licenza di andarsene, gli donò di presente dieci ducati assicurandolo della grazia sua per lo avvenire. —
Scorticato, deriso e tradito il Conte donava, ed aveva reputazione di negoziatore solenne, ma in pellicceria ci vanno più pelli di volpi, che di asini, proverbio antico, che io ripeto spesso a edificazione dei nostri uomini di stato.
Il Frascatino, trovato a casa il compare Angiolo barbiere del Papa, gli raccontò per filo e per segno com'erano andate le cose, e lo pregò di sottoporre agli occhi del Beatissimo Padre lo sbaraglio a cui ogni dì si metteva per sua devozione; rammentasse che gli spagnuoli di nulla nulla si accorgessero, egli era basito, il pezzo più grosso di lui sarebbe stato l'orecchio; al paterno cuore di Sua Santità raccomandava cinque figlioletti, che gli erano nati in casa fitti come le cinque dita della mano. Se Angiolo dicesse coteste cose, o le tacesse al Papa, ignoro, ma le avrà taciute di certo, però che ricorressero ogni dì obbligate ai rapporti del Frascatino come il Gloria Patri in fondo ai salmi; e veramente dal dì che egli aveva raccomandato di farle presenti ad oggi, i cinque figlioletti nati in casa fitti come le cinque dita delle mani a questa ora dovevano essere cresciuti come pertiche: questo so, che Sisto gli diede venti ducati perchè gli consegnasse al Frascatino, e lo confortasse a servirlo con amore; se lo avesse contentato, ben per lui. Angiolo le parole del Papa al Frascatino consegnò tutte, anzi ce ne aggiunse un pizzicotto delle proprie: quanto a danari poi ne consegnò mezzi, e dei mezzi con mille suoi arzigogoli arrivò a farsene dare dal Frascatino la metà; entrambi si rubavano, e lo sapevano, e nondimanco buttavano via tempo e parole a tendere lacciuoli che non chiappavano mai uccelli, pratica ai giorni nostri lodevolmente continuata dai Ministri, dagli Ambasciatori, e da Barbassori altri cotali per divertire la gente che non ha modo di andare a' Teatri; però è curioso notare come la Furfanteria facesse ai nostri barbieri le parti giuste così, che meglio non avrebbe potuto l'Onestà, avendo avuto ognuno di essi quindici ducati per lo appunto. Quindici ducati guadagnarono costoro a tradire i padroni, e a rubarsi scambievolmente; di quanto avrebbero fatto civanzo se tutto quel dì astenendosi da scioperare nel mestiere della spia avessero esercitato quello del galantuomo?
Il conte Olivarez scrisse dispacci in Ispagna adoperandoci più fiele, che inchiostro, e non ce n'era mestiero, perchè Filippo intendeva scavalcare il Papa non mica avversando l'enormezze sacerdotali, all'opposto esagerandole: insomma esercitare dirimpetto alla Chiesa le parti, che tennero un dì i Profeti in faccia ai Leviti.
Qui porremo adesso la causa della controversia. Sisto fino dal 1588 aveva fatto stampare la Bibbia, volgata, e già per questo n'erano corse le novelle, le quali crebbero fuori di misura questo anno quando si seppe come, dopo volgarizzata in italiano, e stampata la Bibbia, con amplissima bolla avesse ordinato, che si pubblicasse: nè per dimostranze punto si rimetteva da quel suo fermo volere, anzi a cagione dei contrasti vie più incaponiva, conforme gli dettava la indole ritrosa; e a qualche cardinale, che s'industriava ritrarnelo, rispose sboccato: lo abbiamo fatto per voi altri ignoranti che non intendete il latino.
Siccome Sisto morì il ventisei agosto dell'anno seguente, prima che il suo disegno potesse avere compimento, i papi che gli tennero dietro non solo mandarono a monte la cosa, ma ordinarono o consentirono, che la si smentisse; però inefficacemente, conservandosi parecchie copie della medesima, ed una in particolare nella biblioteca medicea di San Lorenzo in Toscana, un'altra nell'Ambrosiana di Milano, e due in Ginevra. Quanto alla Bolla, il Gesuita Briego la vide, e ne porge testimonianza nei suoi Annali stampati a Parigi nel 1663.
Intorno alla Bibbia i papi apersero sempre giudizio poco parziale, per non dire nemico, e per ragioni in parte buone, e in parte no; nè mancarono, come sembra giusto, di quelli, che distinsero tra libro e libro, e dal vecchio il Testamento nuovo.
Un pontefice non sapeva capacitarsi, come un uomo dabbene si confidasse imparare qualche cosa di buono nelle prime storie della Genesi; a mo' di esempio nel peccato di Eva, e nella condanna a morte dell'universo genere umano, nel fratricidio di Caino, nella vita indecentissima del Patriarca Abramo, ed in quella troppo più biasimevole del Patriarca Lot, e via discorrendo; e veramente non giunsi mai a comprenderlo nè manco io.
Questa fu onestà, ma di simile erba ne cresce raro in Corte di Roma, dove il Vangelo recato in italiano si aborre, come quello, che, messo per falsariga sotto ai passi dei sacerdoti, ti mostra chiaro com'essi camminino a granchio. Quando poi, a cagione dei molti volgarizzamenti pubblicati dalle sette, ogni divieto fu visto riescire indarno, Roma mise mano a sua posta a volgarizzare la Bibbia a modo suo, e non potendo in quel modo avvantaggiarsi troppo, a infagottarla con glosse, e commenti per guisa, — che del no vi si fa ita. — Ciò, che dal Vangelo si vieta, dalla Chiesa permettasi, mentre per converso si concede da questa, quanto da quello si riprova. La Corte di Roma pretende chiarire il senso o la parola oscuri, e commette un errore e una insolenza; errore però che tutti capiscono aperto anche troppo; insolenza, conciossiachè appunti Cristo di non sapersi spiegare, il quale pure i concetti suoi predicava alle plebi, ai fanciulli, e alle donne; nè qui rimane la improntitudine di Roma, che più oltre arrisicandosi afferma che i fedeli tra la interpretazione sua e la lettera del Vangelo devano, sotto pena della eterna dannazione, attenersi a quello che s'insegna da lei, in ciò sovvenendola con la propria autorità, tra gli altri santi, santo Agostino, certo uomo d'ingegno, ma arruffato, e cervello balzano almeno da tre.
Il re Filippo, stizzito contro il Papa per l'oltraggio fatto al suo ambasciatore, pel diniego di favorire la lega promovendo segretamente Enrico di Navarra, che poi fu re di Francia, e per la inclinazione di Roma a comporre le faccende religiose nella Inghilterra, pigliò il pretesto della Bibbia per convocare il consiglio di Coscienza con la giunta di altri spettabili personaggi tenuti in conto di piissimi, perchè, consultato il negozio, risolvessero quanto doveva farsi. Il Consiglio, un po' per convinzione, e molto pel solito andazzo di piaggiare i potenti, rispose: potere Sua Maestà, anzi dovere in buona coscienza convocare un concilio generale di tutti i vescovi, e religiosi e graduati dei suoi regni; farlo prima intimare al Pontefice, e trovatolo pertinace a ributtarlo, lo citasse di comparire al Concilio, dal quale sarebbe stato deposto Sisto ed eletto un altro, dacchè costui incominciasse a sentire dell'eretico, mettendo a repentaglio la sposa di Cristo, la barca di San Pietro, e la veste inconsutile del Redentore, però che la Chiesa di Roma sia ad un punto una sposa, una veste e una barcaccia con altre più cose, che è proprio una diavoleria a dire ed a sentirsele dire.
A questo modo, in tempi miserabili troppo più di ora per errori, e per superstizione, i nostri vecchi politici pigliavano i preti con la rete di San Pietro, e li percotevano col calcio della croce; noi abbiamo disappreso l'arte, sicchè il prete si rannicchia dentro la religione, come il malfattore un dì nello asilo, donde questi il bargello, e l'altro cava l'intelletto umano. Quando i preti si tramutano in cani tu fa di ministrare loro bocconi dove invece di fungo di levante porrai precetti del santo Vangelo, e perchè tu ti conficchi bene dentro al cervello il mio insegnamento io te lo compendio così: a prete cane, polpetta di Cristo.
Il re Filippo avuta risoluzione del Consiglio, udito eziandio il parere del cardinale Toledo, che lo diede favorevole, mandò al conte Olivarez, perchè colto il destro di qualche pubblica solennità, consegnasse nelle mani di Sisto la intimazione di convocare un Concilio generale nella città di Siviglia per provvedere al servizio di Dio ed alla maggiore esaltazione della santa madre Chiesa cattolica.
Il destro non si fece aspettare, anzi venne anco troppo presto, perocchè al Papa saltò in testa di recarsi con solennissima cavalcata ad alloggiare per la prima volta nel suo nuovo palazzo di San Giovanni Laterano; ora Dio sa, se al conte Olivarez scottasse rifarsi dello smacco patito, ma dall'altro canto temeva gli accadesse come ai pifferi di montagna; sicchè: adagio a' ma' passi; — diceva tra sè; per la quale cosa cominciò a fare grandi radunate in palazzo, di Spagnuoli dimoranti, o di passaggio a Roma, a indettarsi con soldati smessi perchè gli facessero spalla, e al bisogno tratte le armi nascoste lo difendessero; questi, ed altri apparecchi però non si poterono compire senza che taluno ne pigliasse lingua, in particolare il Frascatino, come ognuno può credere; da ciò accadeva, che papa Sisto sapesse per filo e per segno tutto quanto l'Ambasciatore non pure apprestava, ma immaginava.
La seconda festa di Natale del 1588 il sole si era fatto aspettare un po' troppo nel cielo di Roma, ed anco, affacciatosi su l'orizzonte, alcune nuvole parevano ostinate ad accompagnarlo, ma egli, distrigatosi dalle importune, prese a salire nella gloria dei suoi raggi come in un bel giorno di estate; l'aria tepida, il cielo sereno, il tempo e il luogo secondavano mirabilmente la solennità, che stava per celebrarsi; accorreva al Vaticano a frotta la gente per pigliarci parte, o solo per vederla; servi vestiti di gala, prelati, vescovi, cardinali, chi in piviale, chi in paludamento, chi in mantelletta; ondeggiava una marea di mitre, di cappelli rossi, di cappelli verdi, e soprattutto di mule, di chince coperte di gualdrappe cremisine, infioccate con isfoggio, e nappe di seta ciondoloni; da un'ora sonavano trombe e tamburi; alla fine un colpo di cannone dal Castello S. Angiolo annunziò la partenza del Papa dal Vaticano.
Il conte Olivarez, avvertito che il Papa sarebbe passato dinanzi al suo palazzo, stava ad aspettarlo col corsaletto addosso, ricinto dintorno da Spagnuoli, e munito in modo da sostenere qualunque assalto: egli guardava quanto poteva stendersi la vista, ostentando baldanza, e tuttavolta dai moti incerti appariva perplesso; si conosceva ottimamente lui presentire il pericolo, ma avere ormai deliberato affrontarlo; di un tratto ecco accostarglisi Frascatino all'orecchio, e bisbigliargli non so che parole concitate, le quali ebbero virtù di far passare su la faccia dello spagnuolo quanti ha colori l'arco baleno; subito dopo si trasse indietro con molta fretta come se negozi gravi lo chiamassero altrove, e più non comparve fuori.
La cagione del caso non istette guari manifestarsi, però che, passati che furono gli ufficiali della Corte, le famiglie dei maggiorenti, gli ecclesiastici tutti, mentre dopo i cardinali attendevasi seguitasse il Papa, fu visto un drappello di sbirri col moschetto inarcato, e subito dopo dietro mastro Gigolo sommo carnefice di Roma (che meno di dodici non ne tenne mai papa Sisto solo in città), alle spalle del boia altri sbirri, e birri poi; in tutto trecento e più; all'ultimo il Papa con al fianco il Governatore di Roma. Le parole susurrate dal Frascatino nell'orecchio al conte Olivarez ci venne riferito poi che furono queste od altre cotali.
— Magnifico, badi di non si precipitare per quanto amore porta a Dio, però che Sisto viene oltre con un nugolo di sbirri e il boia in mezzo, a cui proprio con questi miei orecchi ho sentito dire: — Gigolo, caso mai uno si attentasse accostarmi con fogli in mano, o senza, fallo pigliare e strozzamelo lì, per lì, senza badare ad altro, fosse anco imperatore, re, cardinale, ambasciatore, il mio stesso nipote; bada bene, se non istrangoli lui, io strangolo te. Adesso andiamo. Te Deum laudamus.... — ed ha intonato il Teddeo.
Il Papa fino al palazzo di Spagna procedè a capo chino come uomo in balía di pensieri molesti, quando poi lo mirò sgombro di gente, e si fu accertato non ci si trovare l'ambasciatore, lo raddrizzò baldanzoso. Di fatti, parola detta e sasso lanciato non si possono più tirare indietro, e Sisto non era uomo da ritirarsi, tuttavia quell'essersi omai messo per le sue parole tra l'uscio e il muro a farsi strangolare proprio su gli occhi l'oratore di S. M. Cattolica, era cosa, che un po' di scrupolo lo metteva anco a lui: ed ora gli pareva, che un grosso peso gli fosse cascato giù dalle spalle: mentre pertanto vibrava qua e là gli occhi a mo' di lingua di vipera, gli venne fatto vedere Angelotto, il bargello di campagna, a cui aveva commosso la cura di dare la caccia ai banditi. Fortuna volle, che gli occhi del bargello s'incontrassero in quelli del Papa, ond'ei se ne sentì quasi affascinato, sicchè impietrito senza pur movere un passo attese, che un camerario di Sisto andasse a dirgli per parte di sua Santità facesse di trovarsi al palazzo di San Giovanni Laterano dopo la cavalcata, al quale comando egli, comecchè trepidante, obbedendo, appena venne al cospetto di Sisto si gettò giù di sfascio in ginocchioni implorando a mani giunte mercè.
Il Papa, senza fare le viste di accorgersi dell'agonia di cotesto sciagurato, gli domandò:
— Chi sei?
E l'altro batteva i denti non sapendo spiccicare parola; ma il Papa da capo:
— Chi sei ti dico? Chi sei?
E Angelotto zitto.
— Parla in tua malora; chi sei?
— Beatissimo Padre....
— Su, di' l'ultima.
— Ma se troppo bene vostra Santità mi conosce... io sono Angelotto....
— Angelotto chi?
— Il bargello di campagna....
— Non è vero; se tu fossi il bargello di campagna non ti basterebbe il fiato di passeggiare, come ti attenti in città; incatenate questo bugiardo, mettetelo in prigione, intantochè mandiamo a chiarire se il bargello di campagna si trovi al suo posto...
Qual fu detto, tal fu fatto; ed ormai dai più il bargello si teneva per ispacciato; anzi taluno bisbigliava sommesso: — l'animale carnivoro ha fame di carne; si vedeva aperto, che per Sisto senza sangue non sarebbe passato il giorno. Angelotto paga per l'Olivarez, un bargello per un conte — Gigolo si può contentare.
Chi avesse scommesso un baiocco contro uno scudo, che Angelotto la scapolerebbe, non avria trovato chi tenesse il gioco per coscienza di rubargli a man salva lo scudo, e s'ingannava; perchè Sisto, trovandosi cotesto dì dolce di sangue a cagione del caso successo, contento della paura del bargello, e cavandone argomento di scede e di riso, dopo cena, lo fece condurre da capo in sua presenza, dove gli tenne questo discorso.
— Ci hanno riferito come tu senta insuperabile repugnanza a morire, ed hai torto, perchè a questo pettine dobbiamo tutti arrivare, e noi al pari di te, quantunque portiamo il regna-mundi, insegna della potestà su tutti i potenti della terra; inoltre ti avremmo munito della nostra apostolica benedizione, per la quale ti troveresti in certo modo condotto quasi a mezzo il cammino del paradiso: ma via, ognuno ha i suoi gusti, e tu hai quello di non voler morire impiccato. Peccato!... proprio peccato! che per la forca parevi nato a posta. Un giorno ti pentirai esserti lasciata scappare di mano così degna occasione. Vivi dunque che noi te lo vogliamo concedere; però ogni peccato merita penitenza, e tu lo commettesti grosso, dacchè, recandoti in città, mentre noi ti paghiamo per vigilare la campagna, tu ci mangiavi il pane a tradimento, nè qui sta tutto il male; il peggio noi lo troviamo qui dentro, che intanto tu cessi il tuo ufficio, chi sa i banditi quante ruberie hanno fatto, quanti incendi appiccati, quante vite spente, e tu ci devi conto di queste rapine, di queste fiamme e di questi omicidi....
E siccome la voce di Sisto mano a mano che s'inferociva nel dire diventava tonante, il misero bargello cadde con la faccia sul pavimento: allora il Papa con suono più blando riprese:
— Orsù, se ti perdoniamo la vita, quanto ci darai tu?
— Noi non vogliamo tutto; per riscatto della tua vita ci contentiamo di una mezza dozzina di teste di banditi, le quali procurerai di farci recapitare in capo ad otto giorni qui in San Giovanni Laterano.
— Una dozzina..... due dozzine.... rispondeva il bargello trasognato, senonchè Sisto dandogli su la voce soggiunse:
— Zitto là: mi bastano sei, anzi una sola, a patto che questa sia di Venanzio Tombasi, che mi è di pruno dentro agli occhi, se dai sei capi di banditi ordinarii, o se dal capo solo del Tombasi tu farai maggiore lavoro, noi te lo porremo a credito, e per ogni testa ti daremo la mancia. Adesso vattene, e di' a questi vassallacci di Romani, che se la salsa di mannaie valesse a procurarci buono appetito, gioverebbe eziandio alla migliore digestione: quello che consola è il pensiero, che per un poco di sangue corrotto buttato via, se ne risparmi molto e buono ed innocente; il medico pietoso fa la piaga puzzolente, ed è proverbio vecchio: ci fu consegnata la Chiesa spelonca di ladroni, e, se Cristo ci dà vita, la lasceremo tale, che ogni uomo ci possa vivere in pace all'ombra del suo fico e della sua vigna.
Qui volto agli astanti, acceso in volto, con grande forza esclamò:
— In matutino interficiebam omnes peccatores terrae, ut disperderem de civitate Domini omnes operantes iniquitatem[6]. — Per ultimo, con gesto imperatorio, ordinava al bargello:
— Ora alzati, e vattene. —