CAPITOLO XI.
La Marchesa dopo pranzo, e la Marchesa innanzi pranzo.

Dopo avere fatto reverenza al Papa, presso cui rinvenne il Cardinale di Montalto, Paolo se ne andò difilato al convento dei Gesuiti a visitare il suo diletto padre Migali; se da questo, e da tutti gli altri così professi come novizi degl'incoli del collegio di Gesù, Paolo ricevesse accoglienze più che cordiali svisceratissime, si crederà di leggeri quando si consideri che gli uomini inclinano per natura a soffiare nella vela gonfia dal vento della fortuna; e poi i Gesuiti vecchi salivano in isperanza di ottenere per mezzo di questo loro protetto, una volta arrampicato in alto, favori e comodità infinite; nei giovani, sboglientito assai, pure durava l'entusiasmo per le cose belle, o che paiono tali; onde ai cervelli loro, pieni degli studi dei classici latini, Paolo si veniva offerendo come un Dio, che domi Pitoni, o semideo trionfatore d'Idre, e di Minotauri; alla più trista come un Giulio Cesare, e un Alessandro Magno. Gli piovvero addosso esametri e pentametri, sonetti, canzoni, odi, e perfino acrostici; le monache lo mandarono a presentare di paniere di brigidini, di Gesù bambini, e di abitini. Sopra tutto abitini, però che allora attribuissero in Italia a cotesti amuleti una oltrapotente virtù... Perchè ho io scritto allora? Forse ieri non vidi qui in casa mia un frate mirabile per vecchiezza e per laidume con la stola al collo, gli occhiali sul naso, e il libro in mano intimare lo sfratto dai cavoli ai bruci, e i contadini d'intorno composti a diversi atti di devozione? E mentre io appoggiato con la spalla ad un grosso olmo contemplava mestamente il caso, il frate levati gli occhi mi scorse, e vibratomi quasi uno sguardo di sfida sopra gli occhiali disse queste parole: — figliuoli, io ho fatto la parte mia, ora tocca a voi fare la vostra; quanto a me non ho omesso una virgola, e la orazione non può fallire; se la non riesce, la colpa è vostra; e' vorrà dire, che non avrete avuto fede, perchè vedete, con la fede potreste dire a cotesto albero là (ed accennava appunto l'olmo a cui mi appoggiava io) — parti, e l'albero subito partirà per andarsene in altro luogo. — Tanto disse co' labbri, col cuore aggiungeva di certo: — voi credete di cantare il vespro all'errore, e non siete nè manco a mattutino. — O ragione, vero ebreo errante della umanità, allorchè sarai giunta al termine del tuo cammino ti troverai entrata nel secolo immortale; quando anco tu arrivassi al tuo plenilunio, i raggi usciranno da te peggio che indarno, perchè allora l'universo sarà fatto tomba del genere umano!


Le femmine sono tenere; le monache anco più, testimoni Santa Teresa, la perpetua innamorata, e Santa Caterina, la quale non si tenne quieta, finchè non ebbe barattato il suo cuore con quello di Gesù; e però trepidanti per quell'anima angelica di Paolo, che avesse a morire, e più poi, che morisse fuori di grazia, le monache gli mandarono abitini a fusone; imperciocchè voi avete a sapere come i Gesuiti, i quali inventarono l'abitino, bandissero, e con sacramenti affermassero come chiunque portasse l'abitino addosso non potrebbe morire là dove non fosse in istato di grazia; di ciò allegavano esempi parecchi uno più edificante dell'altro; a me basti riferirvene solo due: certa buona femmina smaniosa di affogarsi si buttò nel pozzo; dato un tuffo in fondo tornò a galla, e lì rimase non altramente che se un turacciolo di sughero si fosse, e questo perchè da un lato tenesse l'abitino al collo, e dall'altro non avesse la coscienza netta: dunque la ripescarono, ma persistendo in cotesto proponimento una mattina andò in chiesa, donde uscita, dopo essersi confessata e comunicata, si condusse a dare di nuovo la balta nel pozzo, e per questa volta furono buone mosse, che rimase annegata nelle regole. Altro esempio della virtù dell'abitino. Un soldato nelle guerre di Fiandra contro gli eretici giacque sul campo di battaglia crivellato da trentanove ferite, una più mortale dell'altra, senza che il poverino potesse morire: avendolo visitato i medici, questi si facevano il segno di croce per la maraviglia, come mai con quella razza laceri potesse durare vivo; — senonchè a trarli dallo stupore il soldato parlò queste parole: — magnifici signori, a che tante marie? Se fossero divoti come dotti troverebbero il caso naturalissimo. Io porto due abitini addosso donatimi per carità dai reverendi padri della compagnia di Gesù; dopo ciò capiranno, che se io non rientro in istato di grazia, è tempo perso che io pensi a morire. Da uomo avvisato, innanzi di cacciarmi nello sbaraglio mi era munito dei sacramenti, sicchè alla prima ferita stava lì lì per andarmene in pace; ma no signori; il demonio, nemico del genere umano, mi ha tentato spingendo Rosa la cantiniera a passarmi da presso, e i miei occhi andarono a cascare sul magnifico seno di Rosa: allora pensai, voi mi capite, eccetera, per la quale cosa, perduto lo stato di grazia, io non posso morire se non mi levate l'abitino di dosso, ovvero, e questo sarà il meglio, non andate per un reverendo padre della compagnia di Gesù, il quale mi riconcilii con Dio scorrucciato meco per colpa delle mammelle di Rosa; quando a ciò sarà dato sesto, io vi prometto da cavaliere di andarmene via dal mondo senza farmi pregare.


Ma il serpe troppo spesso giace tra i fiori: e Paolo, afflitto in vista, richiese il Padre volesse ascoltarlo in confessione, di che molto volentieri il buon gesuita lo compiacque, e secondo il solito egli ebbe a udire peccati, che per altri sarebbero stati meriti, e presso il gesuita poi passavano per virtù; onde cresceva la speranza in lui, e con la speranza l'amore: quando lo ebbe arroventato bene, gli aperse di punto in bianco com'ei per non darsi alla disperazione si era deciso tornarsene a pellegrinare per il mondo; e poichè l'altro lo veniva dissuadendo, egli soggiunse, che se restava egli lo avrebbe con le sue mani sepolto, e con le lacrime agli occhi gli favellò di messe, di suffragi, di sepolture, che metteva proprio passione a sentirlo. Il padre batteva, e forte, per sapere la causa di tanta angoscia, e l'altro se ne schermiva adducendo non trattarsi mica di peccato, bensì di altra cosa; allora il padre più fervoroso che mai lo raumiliava sponendogli: — essere presunzione la sua, e grande; non toccare a lui dire ciò che fosse peccato, e ciò che no, palesasse intero l'animo suo, egli medico dell'anima conoscerebbe se ci fosse male e quanto, e come si avesse a curare; perchè con la provvidenza di Dio accompagnata da un po' d'industria umana si viene a capo delle faccende più ardue. Paolo per ultimo lasciandosi vincere confessò la sua passione per Tuda; dopo ciò il padre aggiunse:

— Ecci altro?

— No.

— Allora il padre levando le mani e gli occhi al cielo:

— Signore, esclamò, e per queste cianciafruscole voi vi volete buttare via?

— Ma Tuda mi spregia...

— Vi amerà... vi amerà...

— No, che mi aborre... mi odia.

— Vi amerà, vi dico, uomo senza fede, vi amerà.

— Ah! voi non conoscete il cuore della femmina...

— No? La fede fa ballare i monti, con la fede Pietro camminò su le acque.

— Ma non sul cuore della donna.

— Oltre la fede, riprese il padre, abbassando gli occhi e con voce soave, noi abbiamo in pronto altri partiti i quali possiedono virtù di mutare l'acciaio in cera, e la cera in acciaio.

— Ma l'amore?

— Che ti fa l'amore di donna? Ti obbedisca, ti serva, tremi di te; non basta? L'amore sta a potestà della femmina, e può darlo o torlo secondo le frulla, ma il terrore sta in mano tua; l'obbedienza è ancella fedele, l'amore spesso diventa tiranno acerbo e duro.

— Sarebbe poco, ma in mancanza di meglio mi adatterei... rispose Paolo piegando un po' il collo sopra l'ómero destro per fare riscontro al Gesuita, però io non ci vedo bandolo.

— Sta di buon animo, figliuolo, questo è pensiero mio.


Il padre Migali, dopo avere pranzato e dormito da persona che non si trova rimorsi sopra la coscienza, o dove se li trovi gli sa digerire insieme alle altre pietanze, a vespro così pel fresco si avviò lemme lemme al palazzo di Silla Savello; la famiglia lo accolse come uomo dal quale, s'era da sperarsi poco, bisognava temere moltissimo; un fante, da lui richiesto, salendo le scale a tre scalini per volta andò ad avvertire la Marchesa se le piacesse accoglierlo o no (che allora si costumava senza tanti arzigogoli così, giudicando pericoloso avvezzare i servi alla ipocrisia ed alla menzogna): tornò a dire che si accomodasse, la signora vedrebbe volentieri il suo padre Migali: quel suo dolcemente detto, e la mirabile celerità del giovane persuasero il padre a guardare il giovane di sghimbescio, e vistolo leggiadro gli sorrise blando, lo accarezzò pel mento confortandolo di andare a confessarsi da lui che gli avrebbe donato un abitino. Venuto al cospetto della nobile matrona, molti furono hinc et inde i discorsi per accostarsi mano a mano all'argomento; così lessi già, il pesce spada, e il pesce cane si girano e si rigirano dintorno, si abbassano, si alzano ingegnandosi di essere i primi a dare l'uno all'altro o colpo di spada o zannata. Già con molta arte schermendosi gl'interlocutori nostri erano venuti a mezza spada, sicchè il padre Migali stringendo diceva:

— Clarissima donna Clelia, io confido nella sua insigne benevolenza, che mi vorrà compatire se proprio in vista di salvare un'anima dalla perdizione io mi attento proporle le nozze della divina sua figliuola donna Geltruda...

— Reverendo, chi conosce come me, e pregia la solenne prudenza vostra, non può astenersi da giubbilare, pensando avere in voi un consigliere fedele ed un amico parziale. Dite franco...

— Potrei, madonna, a mo' dei ciurmatori narrarvi monti e mari del gentiluomo ch'io vi propongo; il santo timore di Dio, la grazia del Papa, la prestanza della persona, lo aspetto leggiadro, le maniere accorte, il tratto cortese che l'anima ti piglia con soavi catene, il parlare concettoso, il sovrumano coraggio, la nobiltà, le ricchezze, la devozione per tutta la casa vostra, e per voi peculiarmente, ma io inesperto di simili negoziati mi taccio, sebbene tutti questi pregi concorrano, e copiosissimi, nel gentiluomo di cui è discorso: mi basti annunziarvene il nome.

— Ed è?

— Voi lo conoscete, il cavaliere Paolo Pelliccioni.

— Il cavaliere Paolo Pelliccioni, ripetè la Marchesa come l'eco, senza maraviglia, del pari che senza cruccio nè affetto; a mo' di materia da meditare; nella stessa guisa, che un pittore si pone dinanzi una tela da dipingere, o lo scultore un marmo da scolpire. — A questo esordio tenne dietro un silenzio non breve, però nemmeno lungo oltre il convenevole, e tuttavia quasi mano strisciata su quanto è lunga la tastiera del gravicembalo, la marchesa Clelia provò tutti i suoni, gli aggruppò, gli snodò, ed ogni cosa bene considerata deliberò ributtare il partito: la superbia da principio in quel concerto prese le mosse dal cantino, e vie via procedendo, all'ultimo si pose a cavalcioni sul basso. Molto più, che la superbia (non so se lo abbia avvertito, caso che no supplisco adesso) nella composizione di donna Clelia ci era entrata per una metà avvantaggiata del suo tutto; nel descrivere gente patrizia io aveva creduto, che la cosa andasse da sè, e si potesse omettere, come a mo' di esempio quando parli di Giudice parrebbe pleonasmo appiccargli dietro lo aggettivo, o lo epiteto di probo, di Prete il benigno, di Re il galantuomo: aggettivi tutti che compenetrando i sostantivi, ne fanno una sola e medesima cosa. Ho sentito dire, che il diavolo regala la superbia ai patrizi quando li battezzano se cristiani; quando li circoncidono se ebrei o turchi; chi la regali alle patrizie non saprei, perchè diavolesse nel mondo di là non so se ve ne abbiano; affermano che per godere un po' di pace in casa, i diavoli caccino le diavolesse nel mondo di qua, ma questo dicono le male lingue, e però non sono da credersi. Insomma la conclusione del lungo deliberare fu, non volerglielo concedere, e lo significò con le seguenti parole:

— Già tutto quello viene da voi si può accettare a chiusi occhi; per me, reverendo, ho in voi tanta fede che se mi consigliaste a tirarmi giù dal balcone, mi ci butterei di rincorsa, sicurissima di provvedere alla mia prosperità spirituale, o temporale, sicchè se io renda grazie col cuore dello studio che vi pigliate delle cose mie, lascio figurarlo a voi, ma Tuda è tenera troppo per le nozze.

— Come tenera? Mi sembra all'opposto fatta, e proprio a tiro.

— È tenerina, che io non so bene se Tuda arrivi od abbia compiti i quindici anni....

— Oh! Clarissima donna Clelia, la signora Geltruda compisce i diciassette anni come saremo a Giugno, essendo nata nel 1572 la vigilia del Corpus Domini, alle ore quattro e minuti ventisei di mattino; fu levata al sacro fonte....

— Guardate un po' come passa il tempo!

— Sì signora:

»Il tempo passa e non si arresta un'ora

»E la morte vien dietro a gran giornate

come cantò il reverendo canonico messere Francesco Petrarca.

— E non dimanco mi sembra tenerella.

— E può parerle, perchè la tenerezza materna è infinita quanto la misericordia di Dio o giù di lì, ma la signoria vostra non ignora di certo come per le nostre leggi romane le fanciulle compiti gli undici anni sieno reputate....

— Eh! padre mio, le leggi fate voi altri uomini per le vostre comodità, se fossero consultate anco le donne....

— Voi almanco, clarissima signora, non sareste di avviso contrario, conciossiachè vi maritaste di quindici anni, tre mesi, e quattordici giorni giusti come si ricava dalla fede del matrimonio del dì....

— Altri tempi, reverendo, altri tempi, voi sentite ogni dì movere lamento come la generazione umana vada di anno in anno tralignando, e per essere giusti bisogna confessare il lamento pur troppo vero; un dì ci potevamo considerare fatte a quindici anni, oggi sono le fanciulle teneruccie a diciassette.

— Io porto fede che la vostra signoria vorrà mutare sentenza quando consideri, che vergini di dieci, ed anco di meno anni, si rendono quotidianamente spose del nostro buon Gesù.

Le metafore, i traslati, e i tropi presso gli scrittori o vuoi poeti, o vuoi prosatori, quando anco ne abusino, ti gioconderanno grotteschi, immani ti disgusteranno, o sgangherati ti faranno strabiliare. Certo alla umanità importa poco che il Marini chiami l'Etna

»..... arciprete dei monti

»Che in cotta bianca al cielo offre gl'incensi;

e sorrideranno di cuore alle immagini dell'altro seicentista che avendo a descrivere la Maria Maddalena, la quale piangente asciugava co' biondi capelli i piedi del Redentore, così ebbe a dire:

»Se il crine è un Tago, e son due soli i lumi,

»Non vide mai maggior prodigio il cielo.

»Bagnar co' soli ed asciugar co' fiumi!

E chi legge caverà argomento festoso da quest'altra metafora. Su certo dramma un personaggio, dopo avere chiamata scoglio la figlia del re, mira com'ella per levarsi questo uggioso dal lato pigli il partito di fuggire: ond'egli correndole dietro tale la rampogna:

»E se scoglio tu sei perchè mi fuggi?

E la figliuola del re di rimando:

»E se scoglio sono io perchè m'insegui?

Ma Dio ci guardi dalle metafore quando elleno cascano in mano ai preti, che allora vedrai tramutarsi in opere di ferocia inaudita. Siccome io scrivo per dilettare sì, ma ad un punto per istruire, nè a scopo altro che questo per me si adopera l'arte del racconto, come a me non fie grave a scrivere, così nol sia a cui legge vedere riportati qui alcuni fatti cerniti per la storia immensa degli errori umani. Dalle parole gregge, lupi e pastore che sovente ricorrono negli Evangeli, i preti cavarono il diritto del Papa pastore di fare carne degli eretici lupi, e il Salmeron, gesuita, senza ambage ti spiattella: — ammazzare i lupi significa per lo appunto levare l'anima di corpo agli eretici[9]. Nella congiura delle polveri i congiurati proposero al padre Gametto il quesito se fosse lecito minare la torre del nemico, dove per avventura si trovasse chiuso qualche amico: il frate fagnone levando il pelo per aria rispose: potersi; donde i congiurati conchiusero non mettere ostacolo la coscienza a mandare a catafascio il palazzo di Westminster, però che da loro fosse battezzato col nome di Torre di Eresia. Nelle controversie fra la Curia romana ed Arrigo I re d'Inghilterra intorno al diritto delle investiture, pigliarono varii testi della Bibbia, dove si dice la Chiesa sposa di Cristo, e i Sacerdoti si affermano Dei per abusare in istranissima guisa delle parole adulterio e sacrilegio; e peggio ancora appellando gli ecclesiastici, con la perversa intemperanza del linguaggio a loro consueta, assassini quelli che gli spogliavano dei benefizii, ne traevano per conseguenza, che si dovessero ammazzare per farsene merito presso a Dio. E poichè Cristo, il quale impose a Pietro deponesse il coltello, aveva detto, che l'albero infecondo va reciso e buttato sul fuoco, il prete argomentando giudicò, che tanto più ci si doveva gettare l'albero portatore di frutti maligni, di qui, nel nome santo di Cristo, e a gloria di Dio creatore, i preti (non dico jene per non ingiuriarle) nella sola Spagna, dalla istituzione del santo Officio alla sua abolizione, che fu lo spazio di trecentoventisette anni, arsero vivi 34,658 creature umane, 18,049 bruciarono in effigie, e 288,214 mandarono in galera. E qui fo punto ripetendo che Dio ci liberi da tutto ciò ch'è prete, massime poi alle metafore cascate in mano di loro.

Comecchè l'ultima delle ragioni addotte dal padre Migali fosse la più assurda, appunto per cotesto maggiormente percosse donna Clelia: tra l'andare sposa a Gesù, e sposa al Pelliccioni, la discrepanza sarebbe stata grande anco nei casi ordinarii, immaginate un po' quale parrà a noi, che sappiamo, quali panni vestisse costui; tuttavia risoluta a non cedere donna Clelia obiettava:

— E poniamo eziandio, che io mettessi l'affare della tenerezza da parte, intorno alla nobiltà del suo lignaggio io nulla so, ed in queste faccende bisogna ire innanzi col calzare di piombo.

— Clarissima donna Clelia, che dite mai? Scusate, ma questa poi non è da pari vostro: voi per consueto sì perita nei misteri delle famiglie romane, o non sapete voi, che la famiglia dei Pelliccioni nasce in linea diritta dallo imperatore Settimio Severo di cui l'arco si ammira qui dentro Roma?

— Io ve lo confesso addirittura, reverendo, possa non vedere più la faccia di Tuda se io ne ho mai inteso movere parola: però ci si ripara presto; mi dia le sue pergamene, o meglio mi consegni tutto l'archivio, e quando avrò veduto co' miei occhi, considererò... penserò... già in tutto, ma quando si tratta mantenere inalterata la purezza del sangue «io sono un po' come San Tommaso.»

Ed il Gesuita pronto: — Però questa indagine menerebbe per le lunghe, e il santo Padre giunge per così dire a tagliare la testa al toro quando fa il cavaliere Pelliccioni capitano delle milizie, e si prevede in breve gonfaloniere della Chiesa.

— Sua Santità può fare molte cose, anzi moltissime, nobilitare eziandio un uomo, non dargli illustri antenati.

— Silenzio, per amore di Dio, donna Clelia, non vi scappino più queste parole di bocca; se le venisse a risapere Sisto voi sareste spacciata — le figliuole di Cammilla la lavandaia forse non hanno mutato sangue? Se così non fosse, e tale stimasse la comune degli uomini, donna Orsina Peretta sarebbe stata chiesta in isposa da Don Marcantonio Colonna principe di Sonnino, e di Manupelli, duca di Tagliacozzo e Paliano, marchese di Altezza, conte di Albi, gran contestabile del regno di Napoli, e cavaliere del Tosone di oro? Don Michele pronipote di Sisto non salutano principe di Venetrò, marchese di Lamentana, e conte di Celano? La casa Colonna nobilissima tra tutte le famiglie della cristianità forse non si reputò onorata di accordargli una delle sue principesse? E casa Orsina ebbe a schifo, o sollecitò come grazia imparentarsi co' Peretti? — Guai a voi, donna Clelia, guai a voi se i vostri sensi sapesse papa Sisto, o pure ne sospettasse!

— Nè voi certo glieli andrete a riferire, disse la Savella spaventata.

— Certamente nè a lui nè ad altri, ma voi rammentatevi: che il Papa si ricusò ad accordare le nozze della sua nepote con Don Federigo Savello, perchè (così almeno affermavano i cortigiani) conobbe, che la vostra casa aveva più debiti che entrata, ed andava declinando di giorno in giorno. —

Allora la donna pronta a pigliare la palla al balzo:

— Pur troppo, esclamò sospirando, la nostra fortuna volge al basso, e noi abbisogniamo in grazia delle nozze acquistare facultà di rifiorire al pristino splendore. — Ora quali le sostanze del cavaliere? Dal palazzo in fuori dove profuse scudi alla disperata (cosa che mi rende pensosa sopra il buon governo di lui) io so che il cavaliere Pelliccioni non possiede altro.

— Corre comune la fama ch'egli possieda un'isola intera...

— E sarà, ma nel mondo nuovo: ora mi capite, reverendo, io desidererei moltissimo, che possedesse almanco un ducato nel mondo vecchio.

— E lo farà, anzi so che ha di presente parecchi trattati per le mani per acquistare o qui, o nel Regno, o in Lombardia non uno, bensì parecchi principati e duchee.

— Che sia benedetto; compri prima questi stati, e intanto ci penseremo su... e tastato il terreno vedremo se ed in quanto faccia ostacolo la tenera età della fanciulla.

— E dái col tenerume!... Quando vi assicuro io che il cavaliere Pelliccioni sta sul tocco e non tocco di comperare un principato, mi potreste credere; conosco ottimamente che voi, clarissima signora, siete bene disposta per questo gentiluomo; salute, leggiadria, età, prosapia illustre, ricchezze, insomma ogni cosa desiderabile in egregio marito trovasi con stupenda copia in lui, questo è certo; ora a che pro rimandare la conchiusione alle calende greche? Dire al povero innamorato: aspetta, egli è crudele come rimandare chi ha fame al giorno dopo. Anco le anime del purgatorio vivono sicure di entrare quando che sia nella gloria eterna del paradiso, ma tuttavolta noi ci sbracciamo con suffragi ed orazioni ad abbreviare il termine della dolorosa aspettativa. — Io amore non conosco a prova, soggiunse il Gesuita sorridendo sottile — ma per quanto ne ho sentito dire, so che mette gli zolfanelli addosso ai suoi vassalli ... pietà, signora mia, pietà del povero innamorato.

— Avventurosi voi, che non conoscete le miserie delle nostre condizioni; credetemelo, reverendo, se si tira la somma delle gioie e dei dolori di quelli che vivono al secolo, tale che s'invidia vi farebbe pietà: le cure della famiglia, il governo del patrimonio, la condotta dei mariti, la educazione dei figli, l'ansietà pel collocamento delle figlie ci gettano in angustie da non potersi descrivere. Vedete, noi abbiamo discorso molto; mi avevate convinto quasi, ed ora mi accorgo, che logorammo il nostro tempo invano....

— Come? Perchè? Interrogò a sua posta il Gesuita spaventato, non potendo immaginare con quale nuovo amminicolo sarebbe saltata fuori cotesta forte negoziatrice; e la sagace con balda voce:

— Il cuore della fanciulla, reverendo, noi non lo consultammo; e sembra convenevole sapere il gusto della donzella dacchè ella, non noi, ha da sposare il signor cavaliere Pelliccioni. —

Il Gesuita non si aspettava questa parata; nè l'aveva creduta, nè la credeva adesso possibile; di fatti quasi sbalordito soggiunse:

— Com'entra la signora Geltruda in questo? E qual bisogno ci è del suo consenso?

— Non siamo mica ai tempi d'Iefette, che i padri tagliavano la gola alle figliuole, e queste dicevano: grazie, egli è per sua carità.

— Se non sapessi di discorrere, qui adesso, proprio con la clarissima donna Clelia Savella, mi parrebbe trasecolare. Dove l'autorità paterna? A che ci troveremmo condotti noi con queste massime? Dunque da qui innanzi i figliuoli, i sottoposti faranno a loro modo? Il proprio libito irrazionale sempre, e quasi sempre pernicioso anteporranno al savio, e considerato dei genitori? La passione sostituita alla ragione, il talento al dovere? Donna Clelia! Donna Clelia! I figli, i sottoposti in mano ai padri e ai genitori hanno ad essere come un cadavere, perinde ac cadaver, come un bastone nelle mani del viandante; come una lima in quelle del fabbro.

— Vi domando umilmente perdono, ma in questo sto ferma come la colonna traiana. Eh! non gli avete portati voi i figliuoli nove mesi nel seno, non voi partoriti in mezzo ai dolori, non allattati col vostro latte voi... Se i matrimoni riescono a bene, il merito tocca al padre; se nascono guai, tutto si rovescia sul capo alle povere donne. Stava alla madre informarsi, a lei interrogare, e indovinare il segreto del cuore della figliuola; alla madre prendere odore delle voglie, dei costumi, dei gesti, e dei detti dello sposo. Se si mettono in tavola contentezze, alla madre è bazza se ci può intingere il pane; se tribolazioni, la sua parte è per quattro, quando non l'abbia a trangugiarsele intere.

— Ma qui non siamo al caso, distingue frequenter....

— Io non distinguo.... senza il consenso della fanciulla, recisamente, assolutamente io non devo, non posso, nè voglio consentire. —

Il Gesuita trovato il terreno duro non ci volle rompere la vanga, e con giravolta maestra riprese con voce in bemolle:

— Comunque possa questa vostra scrupolosa condescendenza parere soverchia, e tale da tirare a male esempio, non vorrò ripigliarla io... duramente. Donna Clelia, pensateci su con la solita vostra prudenza; mettetevi innanzi agli occhi la volontà del Papa... il bene della figliuola, lo incremento della nobilissima vostra casa.... e poi consultate la signora Geltruda. Intanto addio, e mi raccomando alle vostre orazioni.

— Alle mie? Che fragile appoggio trovereste in me indegnissima peccatrice! Con migliore fiducia di buon successo mi raccomando alle vostre.

— Sia laudato Gesù Cristo.

— Sempre sia. —

Donna Clelia rimase come spossata dalla discussione, e più dal repentaglio in cui le pareva essersi messa. La vanità sua da un lato trovava argomento di trionfo dallo avere ridotto al verde di ragioni un solenne maestro in divinità quale si stimava il padre Migali, ma dall'altro sentiva l'amaro di essersi in certa guisa ribellata al suo confessore, e per via di sofismi ch'ella per la prima dannava per falsi e per esiziali; basta, ormai parola detta e sasso gittato non si possono tirare indietro, e il tempo darà consiglio.

Il padre Migali si partiva, certo un po' confuso, ma più che mai fermo a volerla spuntare; la confusione veniva dall'essersi figurata troppo facile la vittoria; però se di venirne a capo di punto in bianco non era riuscito, aveva riconosciuto la fortezza, e scoperto i punti deboli, onde poterla espugnare, i quali si riducevano a due, paura del Papa, e cupidità di averi; nel mentre che scendeva le scale distratto, allo svoltare nello androne urtò di forza nel marchese Silla, il quale, secondo il suo costume, camminava con frettolosi passi come se dovesse andare a mettere i consoli in palazzo. Al dolore del cozzo ognuno di loro in cuor suo mandò l'altro all'inferno, e stette a un pelo di traboccare in male parole; ma quando levato il viso si riconobbero, il Gesuita, stese le mani, disse:

— Oh! dulcissime rerum, caro, ma caro cento volte caro quel mio marchese Silla.

L'altro, tastandosi il corno che il Gesuita gli aveva fatto nella fronte, rispose:

— Amatissimo in Christo frater, va bene che voi vi sprofondiate a salire presto le scale del paradiso, ma bisognerebbe badaste più a scendere quelle del mio palazzo, e ciò moltissimo per amore del vostro collo, ed anco un po' per amore della mia povera fronte

«Che nuovi allori ormai nè merta o spera,»

come cantò il Poeta.

— Marchese Silla, soggiunse il Padre ridendogli più degli occhi, che co' labbri: costituitevi in colpa; il peccatore siete voi; pensando ai fatti vostri io m'era svagato.

Il marchese naturalmente domandava il come, e il Padre trattolo giù sotto la scala, in luogo riposto, dopo essersi guardato sospettoso dintorno, gli espose, parte levando, e molti arabeschi aggiungendo di suo, il colloquio avuto con la marchesa Clelia; un capo di opera di stile loiolesco, a cui per dare degna conchiusione disse:

— Capisco il mio torto; presento il rimprovero che sarete per farmi, e già me lo sono mosso io: doveva volgermi a voi, che siete capo di casa, e non impacciarmi con le rocche e coi fusi, ma con voi altri non si sa che pesci pigliare, imperciocchè la Marchesa ad ogni piè sospinto non rifiniva di dire anco a cui non lo vuol sapere che padrona è lei, e quello si fa da lei è tutto ben fatto.

— Non è vero niente; il padrone sono io.

— Gli è ciò che diceva a mia posta.

— E mi par tempo di finirla, da farmi passare per uno zoccolo.

— Su da pari vostro, chi pecora si fa il lupo se la mangia; mostrate i denti...

— Nella ragazza ci ho la mia parte anch'io.

— Così almeno giova credere. La legge parla chiaro «pater est quem justae nuptiae demonstrant;» la è una presunzione, ma juris et de jure, che equivale alla verità.

— In casa mia comando io. Non gliela vuol dare, gliela darà... gliela darà...

— Il cavaliere da splendido gentiluomo non intende vivere a spilluzzico... feste... balli... insomma bando alle malinconie....

— Ma naturale... che colpa ho io se i peccati mortali troviamo, a lungo andare, più gustosi dei sacramenti.

— Uh! bocca d'inferno, ve ne avete a confessare, sapete?

— Non mancherò, e di farne altresì la penitenza; ma voi, padre Migali, dovete convenire che tra una bella cortigiana sbucciata pur ora, e la ventennale consorte ci corre quanto la messa piana e la messa cantata...

— Non ne voglio sentire più, altrimenti mi danno di rimbalzo, — e il Gesuita turandosi con le dita gli orecchi scappava via; giunto a qualche distanza aggiunse: — fatevi valere, vè! ricordatevi, che non per nulla vi chiamate Silla, e che il cavaliere ha promesso, dopo conchiuso il matrimonio, pagarvi mille ducati di pensione al mese.

— Posticipata, o anticipata?

— Anticipata, che diavolo! anticipata s'intende.

— Bisognerebbe che di botto mi pagasse un'annata almeno.

— Ne parleremo... aggiusteremo di corto i vostri desiderii... e questo il padre Migali disse a voce alta, poi aggiunse languido: — nel miglior modo possibile; — ma al marchese Silla non arrivarono scolpite che le prime parole, ond'egli tempestando saliva la scale di tratto in tratto ripetendo:

— Non gliela vuol dare... oh! gliela darà... gliela darà.


Il marchese Silla entrato nello studio di donna Clelia ex abrupto come l'esordio della prima Catilinaria, la trovò co' libri dell'amministrazione davanti facendo conti; levati appena gli occhi ella lo vide, e senza salutarlo tornò a computare; ad ora ad ora postasi la penna fra le labbra la Marchesa contava, o riscontrava la puntualità del calcolo mettendosi uno dopo l'altro i diti sul naso. Il Marchese passeggia e gestisce come per mantenersi agitato il sangue, allo improvviso si ferma e dice:

— Clarissima donna Clelia nostra consorte, siamo stati informati come un degno ecclesiastico, che noi onoriamo della nostra estimazione, venne qui a proporvi certo partito accettevolissimo per accasare la nostra figliuola Tuda; voi, signora consorte, commetteste colpa assai grave, e oltraggio del tutto riprovevole alla nostra autorità, quando avocaste a voi simile negozio obliando, o sprezzando la nostra competenza. —

La Marchesa gli vibrò una occhiata di scancio, e non aperse bocca; il Marchese con un po' meno di abbrivo continuava:

— Nè qui si fermò la petulanza vostra, che presumeste farvi arbitra della bontà del partito, e su due piedi, senza consultare noi, pater familiae, e per giunta della figliuola per presunzione juris et de jure, senza considerazione, come senza cortesia, lo ributtaste, e ciò con iscapito grande, e sto per dire infamia del nostro credito. Ora se per natura di femmina è consueto, che dove si allenti un poco la briglia ella trasmodi, giudizio e decenza impongono all'uomo, richiamando le cose ai principii, tolga via gli umori viziati e ripigli la propria autorità. —

A questo punto la Marchesa tornò a guardare il marito, e parve volere prorompere, ma tentennato il capo, riprese la penna e il conteggiare interrotto. Il Marchese tramontando sempre aggiunge:

— Tutto qui a catafascio, manca il governo della casa, se ne oscura lo splendore, per miseria diventiamo contennendi; noi tenuti a stecchetto così che diventiamo favola della gente. Ora bisogna che per noi si rimandi il cercatore dei frati di San Giovanni di Dio, ora non possiamo sovvenire di pecunia il Camarlingo dei padri Agostiniani del riscatto; l'altro ieri vennero a sollecitarci invano di aiuto per la Confraternita di maritare donzelle; stamane il cuor nostro s'infranse di amarezza avendo a rifiutare pochi scudi, perchè una misera peccatrice, ritrattasi dalla via della perdizione, su quella della salute s'incamminasse...

La Marchesa non potè più stare ferma alle mosse, si levò silenziosa, ed appressatasi a certo stipo, l'aperse, ne cavò fuori qualche oggetto, che chiuse nella mano; ciò fatto volse il passo verso il marchese Silla (che omai si pentiva di essersi messo a quel cimento), e mostratagli una collana, la quale usavano in cotesti tempi portare i gentiluomini intorno al collo, gli favellò:

— Per levare la donna dal peccato dategli questa vostra collana che per sottrarvi alla infamia ho riscattato stamani dalla cortigiana.

— Clelia!... Marchesa!...

— Se maritiamo Tuda noi restiamo quasi privi di sostentamento in casa.

— A questo non aveva pensato...

— Il Cavaliere per ora non possiede fondi, nè acquistò tanta autorità da poterci sovvenire con danari, o col credito in Corte. — Se vestite lui rimanete spogliato voi.

— La è chiara come l'acqua.

— Promesse ve ne farà a cantara, ma poi come le soda? = Chi del suo si spodesta dagli un maglio su la testa! =

— Dagliene due. Mia cara, mia degna Clelia, voi siete la provvidenza di questa casa, voi misericordiosa, voi divina...

— Che cosa diavolo fate?

— Mi butto in ginocchio davanti a voi per ottenere l'assoluzione dei peccati.

— Andate là, pecorone.

— Grazia vostra, Marchesa, grazia vostra.

— Ed o vorreste dare Tuda a cotesto spiantato?

— E come insisteva a spuntarla! Quel frate... frate

e per non dir di più, dirò... beato!

Non l'avrà di certo, dovessero mettermi in pezzi, non l'avrà; in casa mia comando io....


Quando la mattina di poi incontrò il padre Migali che lo posteggiava, guardatolo di traverso gli gridò:

— È inutile che gittiate il fiato; il vostro cavaliere non avrà Tuda...

— Come! Come!

— Dovessero mettermi in pezzi non l'avrà, e non l'avrà, il padrone sono io... in casa mia comando io...

— Voi siete un pecorone...

— Questo me lo ha detto anco la signora Clelia, e con più diritto di voi, ma il vostro Cavaliere non avrà la Tuda... e non la può avere; — e scappò via temendo non potere resistere alle esortazioni, o alle rampogne del frate.


Il padre Migali veramente non aveva creduto, che il Marchese gli fosse per dare ausilio d'importanza, ma tra aspettarci poco o veruno aiuto da una persona, e trovarcela avversa per la vita la è faccenda che avventa; quindi il Gesuita stizzito s'inviperì a rompere gli ostacoli: per la quale cosa ristrettosi col Pelliccioni presero a ventilare con lunga considerazione le vie per arrivare al fine proposto, e dopo avere stacciata per bene ogni cosa decisero, che la chiave della volta essendo il Cardinale da Montalto, a lui bisognava raccomandarsi, lui scaldare, e per lui sgararla.

— Innanzi tratto, mi capite, figliuolo, ammoniva il Padre, bisognerà guadagnarci amici intorno al Cardinale perchè ci servano, e perchè non ci disservano; la Corte qui fa per impresa chiave di oro e chiave di argento.

— Ci aveva pensato.

— Mi avanza il crederlo, tanto vi ho sperimentato previdente e sagace.

— E sono ito più oltre....

— Voi camminate co' trampoli...

— E già mi resi parziali il segretario, il cameriere e il fratello della Marchesa...

— Oh! badate alle frecce di san Sebastiano, che maestri arcatori sono qui in Roma.

— Io li pago a raccolta; chi dà subito, dà due volte, e talora nè anco tre bastano, che allora chi ha da farti servizio torna ad ogni po' sul chiedere. La speranza non presenta confine, o glielo dà sempre largo il desiderio di chi spera; la ricompensa come limitata comparisce sempre minore dell'aspettativa anco quando l'avarizia del donante non la tosi; e poi voglia soddisfatta e stomaco sazio vogliono riposo. Al segretario ho promesso mezza annata della paga dell'ufficio che mi verrà concesso, agli altri un quarto per uno.

— Cavaliere, esclamò il padre Migali gittando le braccia al collo di Paolo come uomo innamorato, rendetevi Gesuita: io metto pegno che diventerete Generale dell'Ordine.

— Una cosa alla volta; ora vo' Tuda.


Il cardinale Alessandro, trafitto come un barbero con le perette in casa e fuori, prese il negozio a petto, e ragguagliato punto per punto di ogni cosa, instituita sottile indagine di quanto giovasse, e di quanto o non giovava o noceva, un bel dì salito in carrozza si recò al palazzo Savelli. — Batteva per appunto mezzogiorno quando pose il piè su la soglia del portone, e quinci inviò due staffieri innanzi a sè per annunziare la Marchesa Clelia della sua visita.

La Marchesa colta così alla sprovvista rimase trasecolata; non sapeva se dovesse andare a incontrarlo in capo alla scala, ovvero sopra la soglia della stanza; se attenderlo di piè fermo dove si trovava, ovvero farlo aspettare tanto, che potesse mutare veste e mettersi a sedere sul seggio marchionale sotto il baldacchino. Intanto ch'ella avviluppandosi in mezzo tante ambagi non sapeva risolversi, fu sollevata la portiera della sala e comparve il cardinale Alessandro[10].

— Ella rimase attonita, e visibilmente tramutossi in viso; il Cardinale non se ne accorse, o finse, e con leggiadra disinvoltura accostato alla Marchesa, assai cortesemente la salutò, ned ella, riavutasi tosto, si rimase addietro, chè manierosa era molto, nè disgradava il suo nobile lignaggio; e poichè il Cardinale le aveva porto la mano, ella non ricusò la sua, e si rimasero così impalmati; anzi il Cardinale a disegno trattenne la destra di donna Clelia, la quale di tratto in tratto sogguardando, intanto che si alternavano le cerimonie, per ultimo, quasi forzato dalla contemplazione della sua bellezza, disse:

— Signora Clelia, ce ne rallegriamo con voi; voi avete una mano da disgradarne Giunone...

E veramente appariva venusta; delle grazie antiche, avanzava questa una, a lei carissima come tavola di naufragio che le pendeva inevitabile sul capo, e se ne faceva onore come messere Amerigo del falco rimastogli in casa unico bene della passata fortuna: ella si compiacque della lode (qual donna non si compiace di essere lodata? E quale uomo altresì può resistere?), sorrise alquanto; come un crepuscolo di rossore le apparve sul sommo delle gote e si sentì vie più disposta ad ascoltare con diletto il Cardinale.

— Signora Marchesa, questi rispose tenendole sempre presa la mano; noi aborriamo per indole le rivolture di parole, le quali repugnano poi al procedere leale che vuolsi adoperare tra gentiluomini. La nobiltà impone i suoi doveri, e non pochi... e per altra parte sarebbe tempo perso mettersi sul sottile con voi, che tutto il mondo conosce per la più saputa e prudente matrona che viva in Roma...

La mano della Marchesa dava un paio di scosse elettriche a quella del Cardinale, che dopo breve pausa continuò:

— Per la quale cosa senza tante ambagi noi vi diciamo espresso, che ci siamo mossi per negoziare con voi le nozze della clarissima donna Geltruda vostra figliuola...

Qui scoppiò dalla destra della Marchesa un fascio di faville elettriche; e il Cardinale di seguito:

— E per non tenervi in asso, vi diremo alla ricisa, che la chiediamo pel cavaliere Paolo Pelliccioni...

La mano di donna Clelia diventò marmorea, ed anco su la faccia parve le passasse un'ombra, ma il Cardinale pronto a rincalzare.

— Lo sappiamo, repugna alla vostra tenerezza materna maritare la fanciulla in età così fresca; ma su questo pigliate conforto dallo esempio; donna Cammilla nostra nobilissima zia non ha dubitato di consentire andassero a nozze le sue figliuole, nostre cugine, in età non disforme da quella della vostra... e Sua Santità non ha trovato a ridire; all'opposto con prontezza approvò...

La mano riprese languida gli spiriti vitali: quanto a viso, donna Clelia pareva se lo fosse fatto di vetro: e il Cardinale prosegue:

— Prima cura di nobil gente è quella di avvisare con diligenza che l'inclito sangue non traligni, noi sappiamo che voi in questo procedete rigidi, e noi in fede di gentiluomo vi approviamo; potremo però dirvi, che ci hanno nel mondo contatti che nobilitano come ce ne ha altri i quali santificano; così l'uomo chiamato dal Papa in cappella, o fatto sedere alla propria mensa, o tenuto al sacro fonte, di sua natura diventa nobile; ma comprendiamo come questo potrebbe non bastarvi, e quindi noi ci proponiamo procurarci le prove della nobiltà del cavaliere Pelliccioni, che noi insieme esamineremo a bello agio. —

E la mano non diceva niente.

— Rispetto a sostanze, noi considerando il magnifico palazzo quasi rifabbricato di pianta, la copia delle preziose masserizie radunatevi dentro, la famiglia, le livree, e i cavalli, non meno che il traino di vita superiore al consueto dei gentiluomini, e quasi principesco, dobbiamo giudicare che molte abbiano ad essere le ricchezze del cavaliere Pelliccioni; certo in Italia, per quanto conosciamo noi, non possiede feudi, ma egli dice, che non bisogna precipitare la vendita delle sue terre in America, e ci sembra non senza ragione...

E la mano era fredda.

— Però, messa da banda ogni altra aspettativa, l'ufficio che sta per conferirgli il Pontefice, unito alla dote... Che vi sentite Marchesa? M'inganno, o tremate?

— Degnatevi continuare, illustrissimo; io patisco di brividi, ma passano subito.

— Comprendiamo, Marchesa, comprendiamo; la dote pagata, casa vostra va a trovarsi in angustie... Però, madonna, parvi dovere essere noi così poco studiosi della nobiltà da pretendere che lignaggi illustri come il vostro decadano? Siamo usi a rispettare la nostra nobiltà nell'altrui. Voi avete una lite in piedi? —

La mano della Marchesa proruppe un groppo di faville elettriche, e la ritrasse a sè con veemenza per adoperarla nei gesti.

— Pur troppo! Ella esclamava, e da quanti anni! Una voragine, uno abisso dei beni di casa Savella! Non bastando a sopperire alla spesa di sportule ai giudici, di onorarii agli avvocati, di mancie ai sollecitatori, famigli, cancellieri, cursori, apparitori, insomma un nuvolo di cavallette, ho alienato i miei beni parafernali, e manomesso la dote... il marchese Silla nabissa dall'altra parte... io mi affatico a rimontare il fiume, ma la corrente mi sopraffà, e ormai mi cascano le braccia... voi...

— Noi abbiamo pensato a questo. Ordineremo vi spediscano la causa; i feudi che verrete a ricuperare buttano un quattordicimila scudi di entrata; amministrando voi con la ordinaria prestanza vostra, di leggeri ne ricaverete diciotto e venti; la dote di donna Geltruda tra beni stabili e contanti va a diecimila e cinquecento scudi di rendita calcolato il decennio, dunque voi guadagnate un sette, o un dieci di mila scudi oltre la grazia di Sua Santità. —

Madonna Clelia pareva, ed era trasfigurata, il bel vermiglio di cui s'imporpora la vergine quando prima intende favellarsi di amore le giocondava le gote, gli occhi alacri e micanti come quelli che appunta il divino intelletto negli abissi della natura per iscoprire i suoi segreti o gli ha scoperti. Per soverchio gaudio non sapeva snodare parole; innanzi che parlasse l'era mestiero sfocare la intensità dello affetto; intanto ch'ella si sboglienta, concedetemi che in quattro battute io vi metta davanti una considerazione.

Ai tempi nostri si arriccerebbero le chiome per orrore ai sacerdoti della giustizia se alcuno si attentasse intimarli a pronunziare sentenze pro o contro la vita o la roba altrui; così rispettando cotesta sacra religione loro non vi ha persona, la quale ordini al giudice: spogliami questo, ammazzami quell'altro; mai no; solo nelle faccende criminali si procura inviare sul mattino i soldati convertiti in carnefici a finire quelli che liberissimamente i giudici a mezzodì condannano, e nelle faccende del mio e del tuo i potenti osano raccomandare solo, che si affrettino a spedire il negozio. Certo il giudice interpretando, come veruno si ha da supporre che solleciti una trave a cascargli sul capo, o la mannaia sul collo, pronunzia la sentenza in pro del raccomandato; ma in questo qual colpa ci ha il potente? Il peccato è tutto dei giudici; errore di giudizio, non già di cuore, che senza scarto quanti sono possiedono santissimo... e circa ad intelletto sappiamo come labile nei figli di Adamo: chi sta su la fossa piange il morto. A me piacerebbe vedere le porte dello inferno, e quelle dell'anima umana aperte a due sportelli, ma gli è voglia salvatica, almeno tale sentono i gesuiti e i moderati, i quali predicano che la decenza è la virtù del vizio; non so se abbiano trovato essi l'aforismo, che la Ipocrisia è omaggio della colpa alla virtù; se non lo trovarono essi meritavano averlo inventato. Basta a questa gente che il pudore abbia preso alloggio su la guancia destra, e la verecondia sopra la guancia sinistra, donde movendosi vengano a rinnovare su la punta del naso, come sopra l'altare della Ipocrisia, i divini connubii: in altra parte pudore e verecondia pesano e incomodano.

La Marchesa avendo pensato a quello che doveva rispondere favellò:

— Illustrissimo, a me tocca ripetere ciò che la sacerdotessa di Delfo ebbe a dire ad Alessandro Magno di cui portate degnamente il nome: figliuolo mio, voi siete invincibile.

Ecce ancilla Domini fiat voluntas Dei.

— Adesso però avete a fare qualche cosa di più in pro di queste nozze.

— Quale, illustrissimo?

— Condurre a consentirle anco il Marchese.

— Contenta io, contenti tutti.

— E pure vi ha chi ne dubita.

— In casa qui, oltre il mio, non si conosce altro volere...


Il marchese Silla in quel mentre tornava a casa; inquieto e guardingo volgeva gli occhi intorno a sè, pauroso, che da qualche canto gli si avventasse addosso un creditore; ma creditori non incontrò, bensì il perfidioso Gesuita, il quale pari al ragnatelo che dal suo buco si saetta addosso alla mosca, cadde su le spalle al Marchese quando meno l'attendeva, e:

— Ma pensateci, illustrissimo signor Marchese, una seconda volta; gli è proprio un negozio di oro; mi stanno alle costole i Massimi, ma voi sapete quale e quanta la mia parzialità per la clarissima casa vostra....

— Reverendo, lasciatemi in pace; io sono di ferro, io..., e saliva a due a due gli scalini per sottrarsi alla persecuzione; il Gesuita implacabile dietro anch'egli accavalciando con iscosci smisurati senza curare il pericolo di rompersi il naso su le scale, impedito com'era dalla gonnella; e con lena affannata singhiozzava:

— Affare di oro... me ne va il sangue a catinelle...

— È inutile... potreste smovere innanzi l'obelisco di papa Sisto, che me...

— Credete, Marchese... voi buttate la fortuna fuori di finestra...

— Tanto meglio, qualcheduno la troverà per la strada.

— La clarissima... sembra... si spera... oro... oro... affare d'oro!

— Che clarissima, o non clarissima, il padrone sono io: quante volte ve l'ho a cantare... le mie parole s'incidono da sè nel porfido...

E giunto in capo di scala scappava, scappava come uno starnotto per sottrarsi al cane del cacciatore sotto le ale della madre. La starna madre era la moglie. Aperse l'uscio il Marchese, e sporse il capo mentre il Cardinale e la Marchesa alternavano fra loro i discorsi riferiti testè; nè lo avvertirono punto, sprofondati com'erano nel negozio che gli occupava:


— Vi domando perdono, Marchesa, ma vi ha chi ne dubita.

— Non sanno quello che abbacano; il mio marito ha da fare a modo mio; chi si ribella guai! io punisco i recalcitranti a mo' di papa Sisto.

— Grazia della ruota pel povero Marchese! Tanto è, vi ripeto averci persona, che teme trovare intoppo nel marchese Silla; ei si ostina a sostenere, che i matrimoni in casa li vuole negoziare egli.

— Il Marchese è un somaro....

— Oh! somaro? non lo avrei mai creduto....

— I figliuoli gli ho fatti io, non egli.

— Su questo non troverete chi vi dia torto....

— Noi (la Marchesa disse proprio noi) non possiamo senza amarezza sentire com'altri dubiti della nostra assoluta facoltà di provvedere alla sorte dei nostri figliuoli.

— Meglio così: noi abbiamo fede nel vostro valore. Roma, il sacro Collegio, e il Papa, in fede di gentiluomo, stanno a contemplare gli effetti della vostra virtù, e già gli odo applaudire, e dichiararvi degna degli onori del Campidoglio. —

Detto questo il Cardinale si drizzava in piè ostentando certo suo fare pomposo, e pieno di dignità: veramente la bella impresa aveva sostenuto costui; con menzogne, piaggerie, ingiustizie, e non si dice il peggio, era giunto a infatuare il cervello, e indurire il cuore di una meschina, la quale si atteggiava a gladiatore combattente contro la propria famiglia.


— Se voi siete la madre...

La Marchesa e il Cardinale percossi di un tratto da queste parole si voltarono quasi atterriti, e videro la faccia scorrucciata del Marchese....

— Se voi siete la madre, io sono il padre; se per voi sta la natura, per me sta la legge, ed io intendo e voglio maritare la figliuola a modo mio.

Il Cardinale faceva greppo, ed in suo cuore avrebbe desiderato trovarsi lungi di là sentendo imminente una procella coniugale dove gli pareva la dignità sua scapiterebbe; e s'ingannò, imperciochè la Marchesa non riottosa, ma blanda e pacata, tuttavolta sicura a mo' dei domatori di belve (e i lettori sanno che il Marchese Silla bestia forse era, non però belva), si accostò al Marchese, e presolo per mano, lo trasse da parte. Che gli disse? Come lo incantò? Furono più i cenni, che le parole, pure entrambi pochi. Il volto del Marchese si tramutò, quasi il sole, rotte le nuvole, allo improvviso lo avesse vestito di luce; e saltellante e festoso si recò a baciare le mani al Cardinale con parole burlescamente servili, professandosegli sviscerato e schiavo; per suo servizio si sarebbe fatto arrotare, squartare, attanagliare e mazzolare, con le altre varianti allo estremo supplizio, accettissime al Vicario di Gesù Redentore. Certo anco la viltà opera i suoi miracoli, e sel sapeva il Cardinale, tuttavia superarono anco quello che ei sperava o temeva da questa miserissima fra le infermità umane. Ecco quello che vinse il Marchese.

— Silla, noi siamo rovinati....

— Clelia!

— Tuda non possiamo più tenere in casa; noi ormai siamo ridotti a vivere sopra la sua dote.

— Dunque non maritiamola come avevamo stabilito.

— Dunque maritiamola.

— Io non capisco, Clelia.

— Ecco; la dote di Tuda butta diecimila scudi di entrata.

— Diecimilacinquecento.

— Diecimilacinquecento. I beni che ci litighiamo co' Massimi di Santa Prassede si estimano capaci da quindici a ventimila scudi di rendita.

— Sicuro! ed anco avvantaggiati.

— Ora il Cardinale, se concediamo Tuda al cavaliere Pelliccioni, nobilissimo e ricchissimo gentiluomo, e in grazia di Sua Santità, promette e si obbliga darci vinta la causa.

— Oh! allora è un altro paio di maniche.

— Il marchesino sarà provveduto di ufficio da pari suo e non ci costerà più un baiocco.

— Allora muta il caso.

— E potremo rilevare lo splendore della casa nostra.

— Allora ciò aggrava notabilmente.

— E alle tue spese, sebbene da vecchio matto, peccatore, e impenitente, procurerò di provvedere...

— Prima i debiti...

— Prima i debiti.

— Cioè non prima, insieme, perchè i creditori mi pungono peggio delle vespe.

— E sommano questi debiti?

— Io credo a una... die... a una do...oo...zzina di mila scudi.

— Saranno anco venti, perchè non conti Aronne ebreo.

— Quello si può far buttare nel Tevere....

— Con Sisto in trono?

— Gli si dà un acconto, e per buttarlo nel Tevere si aspetta alla sede vacante.

— Dunque Tuda ha da pigliare, o non ha da pigliare il cavaliere?

— Come non l'ha da pigliare? Lo ha da pigliare benissimo. Eh! quando mi ci metto io, tu sai che non si scatta di un pelo.... — tu sai che tale fu sempre il mio proponimento, eri stata tu, che mi avevi fatto mutare.

A questo modo fu conchiuso il matrimonio di Tuda. Napoleone soleva dire «che il danaro ai nobili spiantati faceva ufficio di concime sopra le terre magre;» ei s'ingannava; se la pecunia male acquistata vuolsi considerare per fimo, le palate di scudi su la nobile ciurma gli è letame sopra letame; piastriccio di vituperio vecchio col vituperio nuovo.

Per maggiore strazio la Marchesa commise al consorte con voce alta e solenne:

— Orsù Marchese, piacciavi andare pel Marchesino e condurlo qui, dacchè come erede di casa la regola vuole sia informato di tutto, e pronunzi il proprio consenso: inoltre ci potrebbe somministrare qualche buon consiglio, essendo giovane di svegliato ingegno e di dottrina non comune. —

Il Marchese andò, e la prima persona, che gli occorse aprendo l'uscio, fu il padre gesuita Migali piantato lì per sentinella, il quale subito impronto ricominciava:

— Mio riverito padrone colendissimo, per amore delle cinque piaghe di Gesù pensateci bene.

— A che ho io da pensare, mio carissimo?

— Al matrimonio di donna Tuda... dolcissimo mio.

— Io ci ho pensato, amabilissimo padre.

— Dunque gliela volete dare, o non gliela volete dare?

— Chi?

— Donna Tuda al cavaliere Pelliccioni.

— E chi gliel'ha negata?

— Mi pareva....

— Vi è parso male...

— E pure avrei scommesso che vostra signoria illustrissima....

— La vostra signoria reverendissima avrebbe perduto la scommessa.

— Allora ci sarà cascato equivoco (insinuò il Gesuita, il quale avendo sbirciato così di straforo la cappa rossa del Cardinale cominciò ad accorgersi della ragia) — perchè....

— O piuttosto gli anni vi resero le campane grosse.

— Giusto! sarà come dice lei signoria, colpa delle campane grosse.

— Dacchè se avessi detto no, proprio di no, voi sapete....

— Ch'era più agevole smovere l'obelisco di papa Sisto che voi....

— Già, per lo appunto; quando dico una cosa....

— La è come se fosse incisa nel porfido.

— Io vado pel Marchesino nostro figliuolo: attendetemi un istante; in quattro salti ritorno; e se vi piace, e vi piacerà di certo, v'introdurrò in sala perchè siate presente alla concessione di Tuda per legittima sposa al vostro Beniamino cavaliere Pelliccioni.

E sì partì; il Gesuita gli sputò dietro, a modino però, ond'ei non se ne accorgesse, e poi chinata la faccia disse:

— Signore! Questi dunque i successori degli antichi Romani? Valeva il pregio di salire tanto alto per avere poi a tracollare sì basso. —

Il marchese Silla si trattenne più che non avrebbe voluto, perchè ebbe a far lavare le mani e il viso al figliuolo intento a lavorare mortaletti e razzi sua delizia: entrò dondolando il capo come una zucca mossa dal vento; la imbecillità mettendogli le sue mani in capo per battezzarlo marchese gli aveva schiacciato la fronte, e fatti schizzare fuori gli occhi, la quale cosa riunita alla obesità precoce, e alla giogaia, gli davano proprio la fisonomia del bue. Baciò la mano alla Marchesa, che non giunse a fargli capire, che doveva innanzi baciarla al Cardinale; a questo poichè l'ebbe agguardato un pezzo volse un saluto melenso, per ultimo incatricchiate[11] le dita delle mani, tranne i pollici che girava uno intorno all'altro si buttò là come cosa balorda: se non che la madre con mal piglio lo guardò, e acerbamente chiamatolo gli espose con parlare succinto quanto era avvenuto, interrogandolo del suo consenso. Il giovane che teneva lo spirito distratto altrove, forse al volo delle mosche copioso là dentro, quando la madre ebbe finito rispose:

— Eh? —

La povera signora sudava acqua e sangue: temendo peggio, chiesta ed ottenuta licenza lo trasse da parte, e agguantatolo pel petto non senza squassarlo di tratto in tratto per farlo stare attento, lo rese capace di che si trattasse. La madre giungeva a mettere una notizia dentro cotesto nobile cervello a un dipresso come i nostri giandarmi mettono in prigione un borsaiolo. Quando le parve ammaestrato lo lasciò ire, ed egli allora con le braccia tese lungo le coscie, a mo' degl'idoli egiziani, tutto di un fiato disse:

— La signora Marchesa mia madre, ch'è qui, mi ha detto, che devo dire liberamente di sì... e tacque.

— Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo Pelliccioni — suggeriva donna Clelia.

— Sul matrimonio proposto di mia sorella Tuda col cavaliere Paolo Pelliccioni — ripetè il Marchesino. —

Per poco la gravità cardinalizia non iscappava di mano al cardinale Alessandro, ma il Gesuita maligno, aggiungendo alla carezza della mano la carezza della voce, diceva:

— Bravo, Marchesino, bravo, da pari suo, lei non poteva fare di meglio. Donna Clelia, mi congratulo con voi; Marchese Silla, qui non ci entra miscuglio, gli è proprio vostro figliuolo nato e sputato. —

Adesso toccava la volta a Tuda; non già per assentire. Al consenso di lei, alla prova della nobiltà di Paolo ora pensavano quanto al primo uomo, che piantò carote: la era chiamata per udire stabilito il suo matrimonio, nella guisa che si legge la sentenza al condannato. La udì la donzella a occhi bassi, e scolorata in viso; poi levò la faccia e guardò attorno vogliosa d'indovinare quali fossero le passioni che agitavano in quel momento le creature che le facevano corona; e fu come rassegnare i sette peccati mortali con la melensaggine per giunta: non proferì parola, ma pensò che Dio tiene luogo di padre e di madre, e rimase confortata nella fiducia, che la Provvidenza non la lascerebbe in abbandono: allora le tornarono il vermiglio su le guancie, il sorriso ai labbri, e:

— Quello che hanno disposto di me, ella disse con atto leggiadro, i miei amorosi genitori, e questi prudentissimi personaggi che si pigliano sollecitudine di me inesperta fanciulla, senza dubbio è ben fatto. Se non trovo parole più degne, non me lo appuntino a sconoscenza, bensì al turbamento naturale a gentil donzella colta alla sprovvista da nuova così improvvisa, nè mi reputino zotica se tolgo da loro commiato per quietare la mia agitazione. —

Da ogni lato scoppiarono altissimi encomii alla bella Tuda; e furono tanti da disgradarne le litanie della Madonna; sopra il suo capo versarono blandizie e carezze come fiori su quello della vittima prima di sacrificarla.