— Appena posso affidare Lulù alla signora Eugenia, — aveva detto il Roero all'Olivieri, — corro a prendere il treno e vado subito a Bordighera o a Mentone a finir l'Arianna.
In un paio di settimane Lulù è stata felicemente conquistata dalla bella mammetta, ma il Roero, sempre dichiarando a tutti di voler partire e di aver una voglia matta di mettersi a lavorare, non si muove mai, e non fa mai niente. L'Arianna, con tutte le esortazioni della signora Eugenia, ammessa alle confidenze letterarie dell'elegante commediografo, rimane ferma allo stesso punto.
— Lavoro... qui! — E si batte la fronte colla mano. — Finchè non trovo il nuovo finale per il terzo atto, non posso ricominciare a scrivere.
Ma invece è un altro, è tutt'altro finale che ha sempre in mente il giovinotto! È il lieto fine di quella sua commedia di dispetti, di puntigli, di rabbia! Se l'Arianna è rimasta ferma allo stesso punto, la Fáni, invece, progredisce ogni giorno, e sempre più velocemente, con molto scapito, s'intende, per il povero Olivieri.
— Un chiacchierone che infila paradossi e paroloni e niente altro!..... Stefania un'intrigante? Una donna politica? Una donna pericolosa?..... Niente affatto! Ha dello spirito, ha del talento, vuol piacere e vuol che tutti le facciano la corte! L'Olivieri odia Stefania; è naturale: anche lui ha fatto fiasco! Però, sparlandone come fa, commette una indelicatezza!..... Carlo III, Emanuele II!..... Intanto nessuno può dir niente di positivo!..... Il ridicolo, la folla, il figlio di tuo padre... Tutta retorica avvocatesca! Oh, Rabagas, Rabagas, se la principessa di Monaco ti avesse concesso soltanto un'occhiatina!
È ormai pentito in cuor suo della risoluzione presa, della sua ostinazione di non metter più piede in casa Arcolei.
— Ho sbagliato. Invece di andarmene, di non farmi più vedere, dovevo rimanere e impormi! Ma adesso, abbassare le armi, cedere, non si può; vorrebbe dire sottomettermi per sempre a tutti i capricci, le bizzarrie, le tirannie della Fáni! Sopportare, accettare d'ora in poi, tutte le tremende civetterie della Fáni! Cedere, con quella donna, vuol dire perder tutto! Bisogna invece mostrarsi forte, prepotente, indifferente! Allora è lei che si riscalda, che prende fuoco..... Eppure no! È una donna troppo volubile, troppo strana; imperiosa e orgogliosa; manca di logica e non c'è un sistema possibile!.... Mostrarmi indifferente?..... Bravo!.... Son più di tre settimane che non mi fò vedere, che aspetto... e lei non si muove!... Niente!... Ha mandato un libro, una volta, poi suo marito, poi... più niente! Che cosa c'è di nuovo?... Perchè ci deve essere qualche cosa di nuovo!..... Tanta indifferenza, tanta freddezza, se fossero vere, sarebbero inesplicabili! In fine, se non me l'ha detto chiaramente, mi ha fatto capire chiaramente di amarmi!.... È stata qui!.... È venuta qui!.... Qualunque donna innamorata, che ha perso la testa non può far di più... È rimasta piccata! S'è messa anche lei di puntiglio!... Ma è innamorata... cederà!
E ogni volta che esce di casa o che rientra, lancia un'occhiata ansiosa nella sua casella in portineria, ma il libro avvolto nella solita carta azzurra, il libro tanto desiderato, non c'è. Ad ogni suono di campanello, spera un bigliettino da casa Arcolei; e tutte le sere, dopo le cinque e mezzo, manda fuori Lulù, manda fuori la Luisa e aspetta, dietro l'uscio, spiando ogni passo, ogni rumore, aspetta coll'orgasmo, colla febbre chiamando la Fáni, invocandola, minacciandola:
— Oh, se ritornasse!... Se ritorna!
Il campanello rimane sempre muto, la scala silenziosa. Nessuno entra in casa, nessuno si muove, nessuno vien mai a cercarlo a quell'ora! Almeno avrebbe un istante di speranza, di gioia!
Quando dopo aver atteso, sempre invano, per un'altra settimana, si persuade che la Fáni, ostinata, non cede e non si muove, manda al diavolo ragionamenti e risentimenti e pensa soltanto a trovar l'occasione, il pretesto di arrendersi, anche senza onore.
— Ah, sì! Sì! Voglio finirla! Finiamola!
E subito, l'innamorato, respira più libero e si sente felice.
— Sarà quel che sarà!... Dirà Rabagas tutto ciò che vuole, ma io non posso vivere, non posso stare senza quella donna!.... Sarà quel che sarà, e anche se non diventerò nè un grande scrittore, nè il drammaturgo della folla, poco male: tante seccature di meno! La Fáni, quando vuole, è molto più bella, più cara e più desiderabile anche della gloria!
E fischiettando la Carmen, ride alle spalle di... Rabagas.
Quel giorno stesso, alle cinque, l'ora solita di donna Stefania, va a fare una gran visita alla signora De Angelis; ma donna Stefania non si fa vedere. Anzi, è la signora De Angelis medesima che ne chiede notizia al Roero.
— Come sta la Fáni?..... È un secolo che non la vedo!
La mattina dopo, egli gira su e giù per via Manzoni, per via Santa Margherita, attraversa più volte piazza San Fedele, all'ora della messa... niente. Gira su e giù per il Corso, niente; non solo non vede la Fáni, ma nemmeno Carletto e Manòlo!...
Comincia a diventar nervoso, a inquietarsi, ad arrabbiarsi.
Come sarebbe stato felice in quel momento se gli fosse apparsa da lontano la devota voluttuosa, sia pure anche fra i due suoi antipatici corteggiatori!
Disperando, ormai, per quel giorno d'incontrar la moglie, si mette sulle tracce del marito. Gli fa la posta nei dintorni del municipio, in piazza della Scala, al club: anche don Giulio è invisibile. Al club, per altro, il Roero riesce a scoprire Carletto e Manòlo, loro due soli, in un salottino appartato, che giuocano all'écarté, e la vista dei due rivali, invece di turbarlo, questa volta lo consola.
— Finalmente!... Adesso saprò che cosa c'è di nuovo.
Il Faraggiola e l'Estensi lo accolgono con insolita cordialità e tutt'e due lo salutano chinando il capo allo stesso modo e tutt'e due torcendo le labbra, che stringono la sigaretta, colla stessa smorfia, che esprime il loro compiacimento, la loro simpatia.
— Oh! Oh! Il nostro caro Roero!
— Oh! Oh! Carissimo!
— Che miracolo!
— Un vero miracolo!
I due lions invitano il Roero a sedersi al loro tavolino e a puntare: ma non parlano di donna Stefania, non accennano nemmeno a casa Arcolei, il che, data la fine diplomazia e il riserbo abituale dei due perfettissimi gentiluomini, non turba il Roero, non lo inquieta; anzi, tutt'altro!
È questa la prova evidente che nel regno della Fáni non è successo nessun rivolgimento. Anche quell'accoglienza amabile, quasi festosa è indizio certo di ordini emanati dall'alto, per richiamare a corte il disertore indispettito.
Così il Roero si trova bene a quel tavolino; punta, perde, e contentissimo di perdere continua a gorgheggiare la Carmen in barba a Rabagas!
Lì, tra il Faraggiola e l'Estensi, tra Carletto e Manòlo, gli sembra quasi di aver vicina la Fáni e respirarne l'odore a pieni polmoni. L'ha ritrovata, finalmente, e finalmente egli riprende le abitudini e ricominciano per lui le ore dei giorni trascorsi, i giorni dell'amore e delle furie gelose che, visti da lontano e dopo il timore di averli forse perduti, risorgono ad uno ad uno e si distendono nella memoria sereni, incantevoli, pieni di sole.
Punta, perde, continua a perdere allegramente... ma poi, a poco a poco cessa dal gorgheggiare e diventa pensieroso:
— Come mai?... Restano al club tutto il giorno?... Ma non devono trovarsi alla carrozza di donna Stefania sui bastioni, o con don Giulio a qualche seduta? Che la mia tattica risoluta e coraggiosa abbia determinata la disgrazia di Emanuele secondo e di Carlo terzo?
Ed il Roero ironico, dimentica d'essere Francesco primo e ha un lampo di gioia. Osserva più attentamente il Faraggiola e l'Estensi; non sono in abito da visita, c'è dello sforzo nella loro gentilezza, dell'amaro nei loro sorrisi.
— Oh, poveri disgraziati!..... Adesso mi spiego perchè stamattina, sul Corso, non ho veduto nessuno!
Smette di puntare, si alza, paga in fretta e se ne va.
— Farò io una corsa sui bastioni!... Voglio vedere, per curiosità, se c'è donna Stefania. Se ci fosse... potrei anche fermarmi un momento alla sua carrozza, e salutarla. Un semplice saluto, su due piedi, è un dovere di cortesia; è come portare il biglietto di visita..... Io resto irremovibile al mio posto; intanto..... sentiremo lei, che cosa dirà.
Sui bastioni la carrozza di donna Stefania non si vede.
— Forse è troppo tardi! — Francesco guarda l'orologio. — Sicuro! Sono le cinque e mezzo!... Maledetto il giuoco!
La sera torna al club, naturalmente per far ancora la posta a Carletto e a Manólo. I due vi sono infatti; e quando egli entra nella gran sala, gli sembra di scorgere un cenno, un atto istintivo di dispetto, col quale il Faraggiola avverte l'Estensi della sua presenza. Tutti e due leggono il giornale e fingono di non vederlo. Allora il Roero mostra a sua volta di non vederli. Prende una rivista e passa nella sala attigua, sedendosi in modo da poterli sempre tener d'occhio.
— Sono un uomo di spirito, diavolo! E non devo abusare..... dello spirito degli altri! Bastano gli sforzi di amabilità e di buon umore ai quali li ho costretti nella giornata!
Alle nove e mezzo Carletto e Manólo si scambiano il giornale e non si muovono..... Alle dieci si alzano..... ma tornano nel solito salottino appartato e si rimettono, lor due soli, serii e gravi, a giocare all'écarté.
Oh poveri infelici!
Francesco, in quel momento, è sicuro della loro disgrazia e abbraccerebbe dalla gioia non solo la Fáni, ma anche don Giulio.
— Domani è il suo giorno; vado da lei e prestissimo.
E in fatti ci va.
— La signora baronessa?...
— La padrona non c'è! — Risponde il vecchio portinaio affacciandosi all'uscio della porticina col berretto in mano.
— Come non c'è? Oggi non è il suo giorno di ricevimento?
È il suo giorno di ricevimento, ma non c'è. È andata in campagna. È andata a Borgoprimo.
— È andata a Borgoprimo? Con questo freddo? Ma da quando?
— Da una settimana.
— E ritorna?
— Uhm!... Questo non si sa!
— Don Giulio, per altro, è a Milano?
— Don Giulio?.... — Il portiere ha un risolino strano, tra l'ironico e il beffardo. — Don Giulio pure è a Borgoprimo.
— Anche don Giulio?..... Anche don Giulio da una settimana?... A Borgoprimo?
— Così ha lasciato detto. Ma per le lettere, se il signore volesse scrivere, abbiamo ricevuto l'ordine di mandare quelle della padrona a Borgoprimo, e quelle del padrone, invece, al signor ragioniere.
— Allora dunque... — Il Roero sta per fare un'altra domanda, forse altre cento domande, ma il risolino del portinaio diventa sempre più significativo... Quel vecchio chiacchierone lo fissa in un certo modo...
Il Roero frena un impeto di rabbia; leva di tasca il portafoglio, lo apre nervosamente, prende un biglietto di visita, lo dà borbottando: — Per la signora baronessa! — e senz'altro volta le spalle.
— Che cos'ha da ridere?... Ride di me quella faccia rasa da sagrestano?
Ma poi, del portiere si dimentica subito.
— Partita! È partita! È a Borgoprimo da otto giorni!... Ecco spiegato perchè non l'ho più vista, perchè il Faraggiola e l'Estensi non si muovono dal Club! Ecco spiegato tutto!... Cioè no; non è spiegato niente... nientissimo! Come mai quei due Kakatoa indivisibili non hanno spiccato essi pure il volo per Borgoprimo?
... La Fáni, a Borgoprimo, nell'alto Varesotto, quasi in montagna, con questo freddo e con Gajarre alla Scala? E don Giulio, il nuovo Belloveso, abbandona Milano che ha da rifare e parte per... non si sa dove?
Altrettanto il Roero è andato in fretta e giulivo verso casa Arcolei, altrettanto se ne ritorna passo passo, a capo chino, meditabondo.
— È successo qualche cosa!... Certo, qui c'è sotto qualche cosa!...
La Fáni è partita! Questo è l'importante ed è questo il pensiero che lo addolora, che lo inquieta, che lo inasprisce.
— Civetta!... Una gran civetta e nient'altro!... Ha proprio ragione l'Olivieri!... Partita, senza farsi più viva! Civetta e orgogliosa! Forse lo ha fatto apposta!... È sicuro, è sicurissimo anzi, lo ha fatto apposta; è partita per vendicarsi! Io non mi faccio più vedere e lei mi pianta. Civetta! superba e, come tutte le bigotte, anche vendicativa! E io, adesso, che cosa fò?... Andare per otto giorni all'Excelsior, a Varese?... Da Varese a Borgoprimo, un'oretta di strada... E don Giulio?... Lui non è certo partito per il dispetto di non vedermi più!... Ma che cos'ha la gente da voltarsi, da guardarmi con tanta curiosità?...
Passando dal Cova, entra nella confetteria per far mandare a casa i soliti dolci a Lulù. È l'ora di moda, c'è folla e vi ferve una discussione animatissima... Appena entra lui, si fa silenzio: tutti lo salutano in un certo modo, come per fargli le condoglianze.
Il Roero, senza spiegarsi il perchè, si sente impacciato e se ne va subito, dimenticando i dolci e Lulù.
— Quante persone antipatiche ci sono a questo mondo! E come taglierei volontieri la faccia a qualcheduno!
Tanto per sfogarsi, entra nella Patriottica, che è lì accanto, e passa subito in sala di scherma.
— Un assalto per stendere i nervi!... Mi farà bene!... Oh Dio, anche Nicoletto Loreda!
E borbotta fra' denti: — Noioso seccatore!...
Nicoletto Loreda, in tenuta di scherma, strepita come un ossesso, facendo crocchio col maestro e con due o tre dilettanti.
— Ma che nome! Ma che apparenze!... Prudenza!.. Paura bella e buona! Se fosse stato un uomo di fegato e se non avesse avuto di fronte un ufficiale, io credo che anche l'Arcolei sarebbe stato felicissimo di poter mettere le cose apposto a modo mio, così, — e Nicoletto Loreda fa fischiare il fioretto partendo dalla guardia con una spaccata terribile!
Francesco impallidisce, ma poi si rimette subito e si avvicina al gruppo, stringendo la mano al maestro, a Nicoletto Loreda e salutando gli altri che non conosce o conosce appena di vista, con un inchino profondo.
— Che cosa c'è? Chi vuoi ammazzare? — Domanda al bollente Achille, sorridendo.
Il Loreda frequenta pochissimo la società ed è fuori del giro di casa Arcolei; gli altri, un commerciante tedesco e due giovani studenti, non hanno mai sentito a parlare... di Francesco primo: gli rispondono però tutti insieme, contenti di entrare in discorso con uno scrittore di moda, e di offrirgli un soggetto per un dramma o per una commedia.
— La moglie dell'assessore Arcolei... — Una bellissima signora!... — Una signora della prima aristocrazia di Milano!... — È fuggita con un tenente di artiglieria!... — No, con un capitano di cavalleria!... — Un principe romano! — No, napoletano!... — Torinese! Ve lo dico io, perchè lo so! L'ho conosciuto al bar!
— Sia chissisia, questo non importa, è indifferentissimo! — Strilla Nicoletto Loreda diventando più rosso d'un peperone. — È il marito che bisogna... fotografare! Il marito che approfitta dell'occasione per fare un viaggio in Egitto!
— Impossibile! — Prorompe il Roero furibondo. — Impossibile! Tutte falsità!
A quello scoppio improvviso di collera, il Loreda e gli altri ammutoliscono, guardandosi stupiti.
— Ma pure...
— Io l'ho saputo da un redattore della Difesa, la gazzetta ufficiale di casa Arcolei!
— Falsissimo, ripeto!
— È voce generale.
— Lo dicono tutti, che sono scappati, moglie e marito!
Il Roero, dopo il primo impeto, riesce quasi subito a reprimersi, a dominarsi.
— Tutti, — risponde con un breve sorriso e assumendo a sua volta il sussiego amabilmente benigno del Faraggiola e dell'Estensi verso la gente spicciola. — Tutti, vuol dire nessuno; precisamente! Io ho l'onore di conoscere quella signora da molto tempo; sono amico dell'Arcolei e posso assicurare che il racconto di questa doppia fuga può essere grottesco..... o spiritoso, secondo i gusti, ma niente affatto verosimile!
Nicoletto Loreda si risente e vorrebbe rimbeccare, ma il Roero, scrollando leggermente il capo, soggiunge appena qualche parola qualche motetto piacevole, poi si rivolge al maestro e mostrando d'esser venuto lì soltanto per questo, fissa un'ora per un assalto alla sciabola.
— Ho bisogno di affaticarmi, di stendere i nervi.
Il maestro s'inchina a mezza guardia:
— Il signor cavaliere sta troppo a tavolino!
Il Roero saluta tutti, assai cortesemente, da perfetto diplomatico, e se ne va, dopo aver accesa la sigaretta.
— Tutte falsità! — Borbotta fra sè. — Tutte grottesche, stupide, volgari falsità! Eppure... tutto falso, no! Con niente non si inventa niente! Qualche cosa di vero ci dev'essere, c'è! Intanto... la Fáni è partita! Don Giulio è partito!... E il riso, il sogghigno petulante di quel vecchio custode di refettorio? Vivaddio qualche cosa c'è, c'è, c'è! Ah, infame! Maledetta!
E quel che c'è, se c'è un amante, bisogna saperlo! Subito!
— Un amante?... Può darsi. Ma compromettersi? Far pazzie? Perdere la testa? Lei? Donna Stefania? Così astuta, così abile, così ipocrita, così calcolatrice? Impossibile! È impossibile.
Bisogna saper tutto, subito. Non ci sono più esitazioni, riguardi! Al diavolo l'amor proprio, la diplomazia, la gelosia. I due che possono sapere, che sanno qualche cosa, sono il Faraggiola e l'Estensi.
L'Estensi è il più vicino. Sta in via Bigli.
Il Roero salta in carrozza, e si fa condurre dall'Estensi a gran carriera.
Ma il servitore che apre al Roero non lo conosce, non l'ha mai visto, e sembra esitare, incerto. Non sa rispondere se il suo padrone c'è o non c'è, se riceve sì o no. Il Roero insiste e l'altro, finalmente, si spiega.
— Il signor marchese è ancora a pranzo.
— A pranzo?... Così presto?
— Perchè deve partire, fra un paio d'ore.
— Parte? — Il Roero è fuori di sè. — Parte?... Anche lui, per l'Egitto?
— Nossignore; per Montecarlo, — risponde tranquillamente il servitore.
— Vi prego; consegnategli subito questo biglietto. — E il Roero gli dà un biglietto di visita, sul quale ha scritto col lapis: Una sola parola, in fretta!
Il servitore lo fa entrare in un salottino, si allontana un momento e ritorna subito, seguito dal marchese in persona.
— Voi, carissimo Roero?.... Avanti! Avanti!.... Trovate qui anche l'amico Faraggiola. Ha pranzato con me, perchè stasera partiamo insieme per Montecarlo!
— Non vorrei disturbarvi....
— Ma no; ve lo assicuro! Noi che abbiamo appena finito di pranzare prenderemo il caffè e voi invece berrete il vermouth!
Quando il Roero entra nel gabinetto, vicino alla sala da pranzo, dove appunto c'è il servizio del caffè e dei liquori, gli viene incontro anche il Faraggiola che sembra più alto e più biondo nell'abito chiaro da viaggio. Carletto non profferisce parola, ma le sue labbra si schiudono rotonde segnando appena un — oh! — di maraviglia e di piacere, mentre prendendo fra le sue la mano del Roero, la stringe con due forti scosse, in due tempi.
— Volete parlarmi?... Venite nel mio studio o verso prima il vermouth? — Gli domanda l'Estensi che, vestito di chiaro come il Faraggiola, sembra invece più bruno e più mingherlino.
— No! No! Posso parlare con tutti e due! Anzi, sono felicissimo di avervi trovati qui, tutti e due. Che cosa c'è di nuovo, di vero nelle chiacchiere messe in giro?
I due amici guardano il Roero, si guardano l'un l'altro, tornano a fissare il Roero... Adesso è la bocca di tutti e due che si apre rotonda, con un muto — oh! — di maraviglia.
— Si racconta, si grida dappertutto che donna Stefania è fuggita con un amante! Che don Giulio, pel dispiacere, è fuggito anche lui in Egitto! Ma tutto ciò è inverosimile! È grottesco!
— Ma pure in fondo, un principio di verità ci dev'essere! Che cosa è successo?
— Ma...
— Ciò che voi avevate preveduto.
— Precisamente.
— Ma io non ho preveduto niente! Io vi ripeto, vi giuro, vivaddio, che non so niente, nientissimo.
— Scusate: non vi siete allontanato da casa Arcolei per... — l'Estensi si ferma.
— Per Cencino Parodi? — Continua il Faraggiola.
— Cencino Parodi? — Ripete il Roero che ancora non capisce, anzi, che capisce ancor meno di prima. — Cencino Parodi? Quel ragazzo, quel piccolo biondetto che fu raccomandato a donna Stefania, mi pare, da una zia di Genova?
— Ecco l'uomo.
— Ecce homo!
— Quel tenentino di cavalleria? Io non l'ho quasi mai visto e non ci ho mai badato!... Lo chiamavano il puppattolo, il giuocattolo, il...
— El bélee...
— El bel bélee!
— Il bel bélee è arrivato primo!
Il Roero attonito, stupefatto, sgrana tanto d'occhi:
— Impossibile!... Quasi suo figlio!... Potrebbe essere quasi suo figlio!... E poi uno stupido chiacchierino, cretino, petulantino!...
— Per questo, precisamente, perchè la cosa non era seria, perchè si prestava al ridicolo, don Giulio ha voluto intervenire, intempestivamente...
— Al solito, senza alcun tatto...
— E non ha fatto altro che attizzare il fuoco, invece di spegnerlo! Vero imbecille!
— Un imbécile!
E i piedi lunghi e stretti, colle ghette bianche di Manòlo e di Carletto, mossi, agitati nervosamente, sembravano quattro piccioni che si rimbecchino imbizziti.
Il Roero rimane immobile, la faccia stralunata.
— Don Giulio ha voluto gridare...
— Ha voluto imporsi.... — continuano gli altri due, sempre un po' per uno. — Ha voluto proibire le cavalcate, le trottate, e quando finalmente anche voi siete scomparso...
— Ma io...
— È montato in furia, esagerando come fanno tutti i timidi, tutti i pusillanimi, che si battono i fianchi per darsi coraggio.
— Ma io...
— Ha imposto alla moglie di mettere alla porta Cencino Parodi...
— Ha scritto, ha fatto scrivere al Ministero per fargli cambiar di reggimento...
— E allora donna Stefania, sapete com'è, per puntiglio più che per amore, ha perduto la testa e ha finito per esagerare moltissimo anche lei! Tutta colpa di don Giulio. Che imbecille!
— Un imbécile!
— Allora, dunque, è proprio vero? — Balbetta il povero Francesco, rimasto senza fiato.
— È proprio... scappata?
— Scappata, no. Ha dichiarato a suo marito che lei era nata per comandare e non per ubbidire, che ormai era stucca e ristucca di passar tutta la vita a non far altro che consiglieri comunali, per sostener lui e la sua Giunta, che quando lui voleva alzar la voce era troppo buffo, le diventava antipatico, e che lei, insomma, voleva divertirsi, voleva dividersi; ed è partita per la sua villa, la villa Eichelbourg, a Borgoprimo!
— E lui, Cencino Parodi, ha chiesto l'aspettativa ed è andato a Varese.
— La Fáni? Proprio la Fáni? Donna Stefania? — Mormora il Roero. — Lei così prudente, così piena di cautele, di riguardi, di rispetti umani, che ci teneva tanto al nome, alla influenza, alla sua piccola corte?... E per chi poi? Per che cosa?
— Per il frutto proibito!
— Ma... in così poco tempo? Così in fretta?
— Voi siete stato tutta una settimana senza farvi vedere, ciò ha messo in sospetto il marito, il quale mancando in questo caso dei consigli di sua moglie, non ha fatto altro che commettere un monte di spropositi.
— Se voi, caro Roero, foste rimasto tranquillo al vostro posto, forse forse...
— Ma io...
Manòlo e Carletto scrollando la testa vogliono interromperlo.
— Ma io... — ribatte l'altro più forte, — io non ho messo più piede in casa Arcolei perchè... perchè mi son sentito offeso! Non vi ricordate come sono stato accolto, anzi come mi avete ricevuto quella sera, dopo il duello del povero Savoldi?
Carletto e Manòlo stendono la mano quasi in atto di scusarsi, e il Roero, ancora colla faccia stravolta, la stringe a tutti e due.
— Don Giulio è proprio andato al Cairo?
— Ma no!
— Doveva andare a Salsomaggiore fra un paio di mesi...
— Gli abbiamo consigliato di anticipare.
— In questo frattempo il mondo comincerà a dimenticare, donna Stefania a ragionare, e Cencino Parodi a stancarsi... di Varese. Allora, vedremo. Per il momento siamo costretti a scappare anche noi! Continue domande, indiscrezioni, commenti, spiritosaggini...
— Ma fra un paio di mesi, chi ci pensa più? Donna Stefania non vorrà passare tutta la sua vita a Borgoprimo!
— E don Giulio?... Senza sua moglie sarebbe un uomo finito!
— Gran donna, del resto!
— Simpaticissima!
— Una vera donna, con tutte le qualità e con tutti i difetti della donna!
— Anche in questa circostanza ha mostrato coraggio, e in certo modo, anche carattere.
— Straordinaria!
Sospirarono tutti e tre, anche il Roero.
— Eppure, — mormora il Faraggiola sottovoce, con grande convinzione, — io sarei pronto a scommettere... — E si ferma.
Il Roero lo fissa attentamente: l'Estensi approva col capo.
— Un riscaldamento subitaneo, — continua il Faraggiola, — nient'altro!
— Un colpo di testa!
— Di testa, soltanto.
— Passeggiate romantiche; la luna tremula, il paesaggio...
— Discussioni artistiche e letterarie...
— Ma poi, ripeto, son pronto a scommettere: anche Cencino Parodi... sul più bello... alto là!
— Retournons sur nos pas!
Tutti sorridono a questo punto: ognuno dei tre innamorati rammenta il proprio caso particolare, quando Stefania è stata lì lì, e poi è tornata indietro. Ognuno prova un senso di sollievo, di conforto e spera; Anche il tenentino... lì lì, ma poi... alt!
— Volete, caro Francesco? — L'Estensi gli offre il cognac. — Verso anche a voi un bicchierino?
— Mezzo soltanto, grazie.
L'antipatia, la diffidenza reciproca, il sussiego svaniscono naturalmente. Quando il Roero fa salire in carrozza Carletto e Manòlo, diretti alla stazione, tutti e tre si danno del tu.
Il Roero, che non vuol arrabbiarsi, ride nervosamente.
— Ah! Ah! Poveri diavoli! Costretti a scappare col cuore ferito e la paura del ridicolo! Io invece... l'ho piantata io, per il primo! Ha ragione l'Olivieri.
Dopo tanti giorni che tratta l'avvocato freddamente, che cerca di scansarlo, sente un improvviso bisogno di rivederlo subito, di stringergli la mano.
— Bravo Olivieri! Un vero amico!
Sa che l'avvocato pranza al caffè Martini, e va difilato a cercarlo.
— Pranzeremo insieme, e rideremo. Gli racconterò tutto. Anche la fuga di Emanuele secondo e di Carlo terzo!
Al Martini l'avvocato non c'è. Non è a Milano; è andato a Roma per una causa.
Il Roero non si arrabbia, perchè assolutamente non vuol arrabbiarsi. Ride e scherza colla padrona del caffè, involandole un mazzolino di mughetti ch'era sul banco fra una scatola di mostarda e il piatto del formaggio. Tracanna d'un sorso un doppio bitter con doppio cognac per mettersi appetito, poi va un momento al Cova per vedere chi c'è.
Il gran salone è affollato. Scorge un tavolino d'amici, ci va, e sempre parlando forte, sghignazzando per mostrarsi allegrissimo, siede ed ordina il pranzo.
— Ostriche, prima di tutto! Due dozzine! Ho un appetito fenomenale!
Non vuol più pranzare a casa. È molto più divertente pranzare al caffè, cogli amici che si possono cambiare tutti i giorni. È di buonissimo umore, sta benone, ma fuori di casa. L'idea di trovarsi solo nel suo quartiere, in camera sua, gli fa quasi spavento! È allegrissimo, ma per stare allegro ha bisogno di luce, di gran luce, di tutto quel mare di luce. Ha bisogno di trovarsi lì, sempre lì, in mezzo al moto, al frastuono, alla gente.
Dopo ingoiate le ostriche, ordina i piatti più straordinari, li assaggia appena, trova la cucina pessima, strapazza il cameriere, il direttore, e continua a bere. Dopo il Capri colle ostriche, una bottiglia di Gattinara.
— Ma come mai, — continua intanto a pensare, — fra tanta gente, non salta fuori il nome di donna Stefania e del suo bel belée? Mi credono addolorato, in lutto? Ma se invece sono felicissimo! Sono pieno di riconoscenza per il Parodi! Lo abbraccierei anch'io... quel bel belée!
Il Roero avrebbe abbracciato il Parodi, l'Estensi, il Faraggiola, tutti quanti! Uno solo avrebbe invece voluto strozzare: il marito; don Giulio.
— Che bestia! non è permesso di essere così bestia!
I commensali non hanno mai visto il Roero di un'allegria così rumorosa. Si mettono in sospetto, si guardano l'un l'altro ammiccandosi, e prudentemente nessuno parla del grande scandalo del giorno.
— Beviamo, una bottiglia di Champagne? — propone il Roero alla fine del pranzo.
— Volentieri, se offri! Faremo un brindisi all'Arianna!
— Abbasso l'Arianna e tutte le donne dell'arte moderna! Sono più stupide e più oche di una tedesca gonfiata di caffè e latte! Ah! Ah! Il romanzo! Il teatro naturalista! È la vetrina di un figurinaio!... Il verismo? Il documento? Ma se la verità vera, di ogni giorno, è tutto ciò che vi ha di più innaturale, di più illogico, di più inverosimile, di più fantastico, di più maraviglioso! I mariti, per esempio! Chi mai da Aristofane a Shakespeare, a Molière, dal Boccaccio all'Ariosto, a Cervantes ha mai saputo creare nell'arte uno di questi nostri mariti vivi, in carne ed ossa, così epicamente grotteschi e così buffonescamente tragici?
Fedora, la fioraia, una russa di Porta Ticinese, si avvicina al tavolino. Il Roero di solito molto serio e riguardoso, prorompe questa volta in grandi esclamazioni ammirative, stringendola con un braccio per la vita, regalando fiori a tutti gli amici, fissando a mezza voce un appuntamento. Quando Fedora se ne va, nel salutarla, le mette in mano un biglietto da cento lire.
— Siccome ho fatto l'esperienza che tutte le donne sono eguali in faccia alla morale e al sentimento, così, per me, io prendo sempre quelle colle quali si fa più presto! Dite la verità: mi avete mai veduto ad assediar fortezze décolletées difese colla polvere di cipria? Signore... mai! Perchè viaggiare in diligenza quando si può andare a vapore? Il paesaggio è il medesimo!
E continua a insistere, sperando che qualcuno lo interrompa, almeno con un'esclamazione, con un colpetto di tosse ironica... Invece, niente. Tutti bevono lo Champagne, rosicchiano dolciumi, ridono e approvano.
Il Roero non può più resistere; quel silenzio è troppo eloquente, offende troppo il suo amor proprio. Allora, per costringerli a parlare, dopo aver rotto un bicchiere a calice, battendolo con forza sul tavolino, si fa coraggio ed entra lui stesso nell'argomento.
— E i nostri buoni amici? Il Faraggiola e l'Estensi?... Partiti per Montecarlo!... Sicuro; li ho imbarcati io stesso, prima di pranzo...
Silenzio. Il discorso non attacca e il Roero non può spingersi più in là...
Ha bisogno di muoversi, di respirare. Al Cova si soffoca; passa un momento alla Scala. Subito, appena entrato nella barcaccia, si mette a parlar forte, a far chiasso... lo fischiano; egli risponde con ingiurie e se ne va brontolando e bestemmiando.
— Voglio andare al Dal Verme, al circo Guillaume. Almeno là si vedono le bestie vere!
Ma anche al Dal Verme, per poco, non attacca lite con un clown, per certi suoi scherzi fatti alla donna tigrata.
Ha sempre sete, e ha sempre bisogno di sfogarsi con qualcuno. Al Club, continua a bere cognac, giuoca, vince, vuol contradire a ogni cosa, cerca d'attaccar lite, ma non gli riesce.
Nessuno rimbecca, gli danno tutti ragione e lo guardano in un certo modo...
— Che musi stupidi! Hanno quasi l'aria di compassionarmi!
Ride ancora più forte, torna a fischiettare la Carmen, a decantare la bellezza di Fedora e tutte le sue perfezioni anche morali.
— È una buonissima ragazza, sincerissima in tutto, dal colore dei capelli... all'orario. Perchè anche Fedora ha un orario; tutte le donne hanno un orario...
Verso le quattro del mattino, solo solo, a piedi, perchè non trova più un brum, si avvia verso casa. È stanco, spossato. Ha il paltò aperto, tratto tratto si leva anche il cappello, non sente il freddo acuto, frizzante. A poco a poco cessa anche l'orgasmo, il ronzìo delle orecchie, il turbinio confuso della testa e comincia a rientrare in sè con un senso di sgomento.
— Che cosa ho fatto? Che cosa ho detto?... Che cosa avrò mai detto?
Pensa, ripensa, si sforza, ma non può, non si ricorda più niente!
— Che cosa ho detto? Ma che cosa ho detto?
Ha paura di aver commesso qualche indelicatezza, ha paura che gli sia sfuggito un qualche nome.
— Mi sentivo male, volevo stordirmi, ho bevuto... Tutto quel chiasso... Ho parlato, ho parlato... Ma che cosa ho detto?..... Se ho pronunciato il suo nome, se mi son fatto capire, sono un vigliacco!
Ad un tratto, appena da via Principe Umberto gli si affaccia via Principe Amedeo, si arresta sorpreso:
— Che cosa c'è?
In quel buio di tutta la casa, di tutte le case, si vede una delle sue finestre illuminata dietro le persiane chiuse.
Inquieto affretta il passo, apre il portone, attraversa l'atrio, fa i pochi gradini d'un salto, e spalanca l'uscio del suo quartierino:
— Che cosa c'è... Chi è?
Subito non capisce, non ricorda, non vede bene chi gli viene incontro nel salotto...
— Sono io, signor Francesco.
È la signora Eugenia, fresca e rosea, in tutto punto nell'abito nero.
— La piccina, dopo la passeggiata, è stata poco bene e mi sono un po' spaventata. Le ho messo il termometro, aveva già la febbre altissima: voleva lei; chiamava il suo papà: «No, più dopodomani! Subito, il mio papà!» Ma presto s'è calmata; è venuto il dottore, ha preso il chinino. Adesso sta meglio, la febbre sembra scomparsa, dorme da due ore; è un angelo, povera Lulù!
— E lei?...
— Non mi sono fidata della Luisa; è troppo giovine; sono rimasta qui.
— Sarà..... sarà adesso molto stanca, povera signora?
— Oh no!..... Per una notte sola? — La signora Eugenia sorride, ma i suoi occhi hanno una leggera nube di mestizia. — Il dottore mi ha promesso di venir prestissimo; aspetto il dottore, e dopo la visita, se non c'è niente di nuovo, torno a casa. Lei, invece, non faccia complimenti. Vada subito a dormire. Io mi siedo lì, tranquillamente, a leggere. — E indica una poltrona, presso un tavolino, sul quale, accanto alla lucerna, c'è un libro ancora aperto.
Il Roero bisbiglia qualche parola, butta via il cappello, e senza levarsi il paltò si lascia cadere sul canapè.
Lulù, la signora Eugenia e tutto il resto, aveva tutto dimenticato.
— Vada a dormire, vada subito a letto! — Ripete la signora Eugenia. — Non c'è da inquietarsi, glielo assicuro. Dev'essere stata, come ha detto anche il dottore, una febbre effimera. Sono così frequenti nei bambini!... Sono stata un po' inquieta anche per colpa sua, non vedendola comparire, ma Giovanni m'ha subito tranquillata. M'ha detto che lo fa tante volte, di ordinare il pranzo, e poi di non tornare a casa!... Adesso, da bravo, vada a letto subito subito! Ha la cera così stanca!...
La signora Eugenia si avvicina di più, lo fissa attentamente, gli tocca i polsi, la fronte...
— Vada a letto, subito, subito!
La voce della signora Eugenia è carezzevole, penetrante; è una mamma col suo figliuolo.
— Già sicuro... — balbetta l'altro pallido, sfatto, i capelli ritti, guardandosi attorno trasognato. — Già, sicuro... Sono stato a cercare l'Olivieri... Non l'ho trovato... son rimasto fuori... ho pranzato al Cova.
— Il signor avvocato è andato a Roma e resterà a Roma per un paio di settimane.
— Ah!... Un paio di settimane?... A Roma?
— Ha una causa importantissima. Così mi ha detto ieri sera, quando è stato a salutarmi.
— A salutarla? C'è stato!... Poteva ben venire a salutare anche me!
— Sì... voleva farlo; ma poi non ha osato.
— Non ha osato? Come non ha osato?
— «Francesco,» il signor avvocato ha detto proprio così, «non è più lo stesso con me! Adesso non ha più nessuna confidenza; mi sono accorto che cerca anche di schivarmi.» Gli occhi della signora Eugenia continuano a sorridere, ma argutamente, con un po' di malizia.
In quegli occhi, in quello sguardo sembra al Roero di leggere un nome, il nome di Stefania; si alza torvo, minaccioso:
— Ma lei..... anche lei, che cosa crede?..... Vivaddio, che cosa crede?
E tutta la rabbia, la gelosia, le angosce che lo soffocano, che gli strozzano la gola, prorompono finalmente in uno sfogo di collera e di dolore.
— Perchè ride?... Sì, ride, ride, ha riso!... Ride di me come l'Olivieri, come tutto il mondo, perchè anche lei mi crede uno stupido, un vigliacco!
— Signor Francesco! Per amor di Dio! Non gridi così forte!... Lulù... di là... dorme! — La signora Eugenia fa presto a chiudere gli usci e a calare le portiere, perchè la bimba non abbia a svegliarsi, e perchè la Luisa non possa udire e ascoltare.
Ma l'altro è ormai fuori di sè, cammina su e giù, dà calci alle sedie, a tutto ciò che gli capita tra piedi.
— Voglio gridare! Sono padrone di gridare! Sono in casa mia! Sono padrone io! E voglio sapere da lei, signora, subito, voglio sapere perchè ride, voglio sapere che cosa crede e che cosa le ha raccontato l'Olivieri. È stato sincero, almeno? È stato proprio sincero? Le ha raccontato che anche lui è stato innamorato pazzo di quella donna?... Sì, sì! Pazzo, pazzo! Anche lui, pazzo come me, innamorato come me, perchè non sono io solo il ridicolo, lo stupido, e il vile... — Uno scoppio di lacrime gli rompe la voce e la parola e si butta disteso, bocconi sul canapè, continuando a piangere dirottamente.
— Mio Dio! Mio Dio! Povero signor Francesco! Signor Francesco! — Esclama la signora Eugenia, pallida a sua volta, tutta tremante, correndogli vicino per calmarlo, per reggergli la testa, per levarlo su diritto sul canapè.
— No, no, signor Francesco... Signor Francesco! Mi ascolti, la prego, la scongiuro, non faccia così, non si disperi così!
Il Roero continua ancora un pezzo a piangere, a singhiozzare, poi la signora Eugenia, a poco a poco, riesce a sollevarlo, a farlo sedere sul canapè. Allora egli la guarda cogli occhi ancor pieni di lacrime nel viso molle, ammaccato. Non può parlare: le prende e le stringe una mano come per domandarle perdono.
— Pianga pure, signor Francesco. Pianga, finchè si sente di piangere. Si sfoghi con me, liberamente. Può essere sicuro del mio cuore, della mia amicizia e della mia segretezza. Faccia con me come con una sorella... con una mamma. Vede? — E passa la piccola mano sui capelli, — potrei proprio essere la sua mamma!
Il giovine le stringe ancora l'altra mano che teneva sempre fra le sue, poi si china e gliela bacia.
— Grazie, signora Eugenia. Adesso... passerà. Creda pure, passerà. Soltanto mi dica, la prego, che cosa le ha detto l'Olivieri? Mi dica tutto.
— Mi ha detto soltanto del dispiacere per la sua freddezza, per il suo mutamento. Il resto... io lo sapevo già dagli altri.
— E... gli altri che cosa le hanno raccontato?
— Niente che le faccia torto. Se lei ha amato, se ama fortemente, con tutta la sua passione, ciò non fa torto a lei; farà torto invece... a quella persona che non ha saputo comprenderla e apprezzarla.
E la signora Eugenia, così severa e scrupolosa con sè stessa, si lascia trasportare e dimentica il povero don Giulio e la morale, per condannare in cuor suo la baronessa Stefania che non ha saputo apprezzare ed amare quel bel giovine così innamorato che si dispera per lei.
Il Roero per il bisogno di giustificarsi o di sfogarsi comincia a parlare, a raccontare, ma soltanto di sè, del suo accecamento, delle sue follie, delle sue speranze, dei suoi disinganni, accennando appena a «quella persona» con molto riserbo e con molta delicatezza, riuscendo così ad interessare e a commuovere più vivamente la signora Eugenia che attenta, ansiosa, più che ascoltare, assiste, per la prima volta in sua vita, allo svolgersi di una scena d'amore vera, viva, palpitante.
Eppure... Eppure com'è bello l'amore anche visto fra le lacrime!
La signora Eugenia ascolta, ascolta, e sospira a sua volta e anche le sue pupille luccicano tremolanti... forse non solo di pietà verso il giovine infelice; forse anche per un intimo, inconsapevole rimpianto...
Albeggia... Il Roero continua a parlare, a parlare, a raccontare, a ripetersi, ma sempre ascoltato intensamente, ansiosamente.
— Si faccia coraggio, si consoli, — gli dice la signora Eugenia. — Il dolore ha pure la sua bellezza; ha in sè un gran fascino. Ritempra, fa del bene. Una vita trascorsa senza soffrire, come lei soffre in questo momento, è una vita inutile e vuota. E nel dolore che vibrano più forti tutte le nostre fibre. Oh, benedette le lacrime, benedette queste sue lacrime!... Sono come la pioggia che rende il sole benefico e più sfolgorante. Coraggio, coraggio e vedrà! Ritornerà presto a lavorare, a scrivere e con che lena, con che ardore!... Quante nuove forze troverà in sè! Quanta nuova e dolce poesia!... Quanta indulgenza per gli altri; quanta bontà! Vedrà, dopo aver sofferto, come la sua intelligenza si farà più pura e più sensibile, come il suo occhio penetrerà più acuto nell'anima e nella vita. L'ingegno si nutrisce di dolore; i felici non hanno mai fatto niente di grande!
La signora Eugenia si sente vincere, quasi soffocare, da un orgasmo, da una commozione nuova, strana. Esita un istante, ha un tremito, una piccola scossa nervosa, poi ripiglia con impeto:
— Perchè no?... Ormai, alla mia età, posso dir tutto; posso confessarmi anch'io... Ebbene, sa? Questo suo dolore, invece di rattristarmi, di sbigottirmi, suscita in me l'amarezza, il rimpianto di non aver anch'io sofferto... così; di aver trascorsa tutta la mia esistenza, di esser diventata vecchia da vera stupida, senza... senza aver amato.
E al chiarore della lucerna, che ormai illanguidisce confondendosi con quello del giorno, il Roero vede il bel volto arrossire, farsi di fuoco, fin sulla fronte limpida, senza una ruga, fino alla radice dei bei capelli bianchi.