— E perchè?

— Perchè negli spedali è forza vedere e udire cose, delle quali la verecondia si offende.

— Filippo, che diavolo arzigogoli? Ai giorni nostri un giovanotto di diciassette anni ha da scandalizzarsi di quanto possa vedere o udire nello spedale, dopo esser passato per la trafila delle caserme e dei campi?

— Un giovane forse no, ma una fanciulla di certo sì, e questa è una fanciulla.

— E, tôcco di disgraziato, in mezzo di strada la baciavi?....

— Silenzio, Curio, ella è mia figlia.

— Oh! tua figlia! E da quando in qua? Io non seppi mai che tu avessi moglie.

— E che bisogno ci era che tu lo sapessi? Quanto più preziosi i tesori, più si tengono nascosti. Adesso, ella mi ha abbandonato per vita migliore, almeno così mi giova sperare; però non le bastò il cuore di lasciarmi solo, e innanzi di morire mi pose sopra le braccia questa figliuola.

— Dimmi, Filippo, ed era bella cotesta tua moglie?

— Ella mi amava.

— Donde nasceva, dal popolo? dalla borghesia? Era gentilesca nei modi?

— Ella mi amava: l'amore ch'ella mi portava finchè visse, e che io portava e porto a lei, non ci lasciarono attendere ad altro. In vita, io la guardai traverso una contentezza che non era terrena, in morte traverso un pianto, che pur troppo è terreno: per indole, per sembianza, per affetto, questa mia creatura è tutta lei.

Curio mirò curiosamente la fanciulla e gli parve che non ci fossero sfoggi; allo improvviso, come vergognando degli inani propositi, uscì fuori dicendo:

— Dacchè sei qui, e qui rimanti fintantochè io torni, che spero avere trovato il fatto tuo.

E via di corsa daccapo: questa volta il suo cammino era indirizzato al palazzo della egregia donna, la baronessa Olfridi: anco adesso cercò invano il portinaio; salite le scale a tre scalini per volta, si attacca al cordone del campanello, e tira giù, che pareva il diluvio.

— Furia! Furia! si sentì gridare per di dentro, date tempo al tempo! Discrezione, se ce n'è!

Si spalanca la porta.

— Oh, signora baronessa! E come diamine viene ella ad aprire in persona? La mi scusi, se....

— Curio! Come ti sei fatto grande! E chi vuoi che ti venga ad aprire se non io? Mi trovo in casa sola: Nisio, il cocchiere, e Bertino, il cameriere, se ne sono andati col Garibaldi, menando seco i cavalli; Gaspero, il portinaio, si attaccò alle falde loro ed anch'egli volò via. Eleuteria, la mia figliuola, guarda a vista suo marito, e dei cinque figliuoli si serve come di altrettanti uncini per trattenerlo, onde non pigli insieme con gli altri il cammino verso il Garibaldi: delle mie quattro donne non posso far capitale; sono a curare gli infermi ed i feriti per le case, alla stazione, per gli ospizi; appena ne ho il comodo, una scappata ce la do ancor io; ed ecco perchè ti vengo ad aprire l'uscio.

— Meglio così!

— Come? No davvero, che non è meglio così: non è meglio per la ragione che alla vista di quei bravi figliuoli, così malconci dalla rabbia dei nostri nemici, mi piglia una passione al cuore, che non ti so dire; non è meglio per me, perchè la vecchiaia è trista e la solitudine mi uggisce; io sento bisogno, più che del pane quotidiano, vedermi ogni dì attorno i miei nipotini.... io sono di levata, Curio mio; nella mia famiglia vivo, e finchè duro me la voglio godere... hai capito?

— Sì, signora; ella parla unicamente, ma io non lo diceva per questo, avendo il pensiero rivolto a Filippo: lo conosce, signora, Filippo?

— E chi è questo signore? Lo sento per la prima volta nominare adesso.

— Ebbene, vostra signoria sappia ch'egli è un sergente....

— E che me ne importa?

— Ma lasci dire; un sergente, bravo a prova di bomba; nella guardia nazionale di Milano egli tenne uffizio di sergente istruttore, e di giunta era maestro d'arme, onde egli ha potuto per questa via insegnare a tutti i giovanotti di Milano, me inclusivo, il maneggio della carabina, della spada e della sciabola. Filippo, oltre l'ufficio di sergente maggiore e di maestro d'arme, teneva eziandio una moglie, che egli amava, e però non faceva vedere a nessuno: il sergente racconta che la donna a fare da lampana sotto il moggio ci aveva piacere.

— Male; un tiranno, secondo il solito.

— No, signora, il prelodato sergente afferma sopra la sua coscienza, e badi ch'egli è galantuomo, questa essere stata la volontà espressa della moglie, la quale si sentiva contenta dello amore del marito, come il marito arcicontento dello amore della moglie.

— Allora muta specie e dirò: benissimo.

— La buona donna, sul più bello, essendosi infermata, venne a morte.

— Tribolazioni quotidiane di questo nostro pellegrinaggio sopra la terra.

— Prima però di chiudere gli occhi, ella gli pose una bambina sopra le braccia dicendogli: Ecco, ti lascio questa in ricordo di me! La bimba crebbe e adesso annovera sedici anni. Ora ha da sapere come Filippo alla chiamata del Garibaldi ha fatto a modo del suo cocchiere, del suo cameriere e del suo portinaio.... come vorrebbe fare il suo signor genero, e come avrebbero fatto tutti i suoi figli, se il cielo gliene avesse concesso.

— Certamente.... che dubbio?

— Veruno. Il pover'uomo, con cotesta figliuola sulle braccia, non sapeva a qual santo votarsi, un piede aveva fuori dell'uscio e l'altro dentro per amore della ragazza, cui non gli bastava l'animo abbandonare, e la figliuola a sua posta non intendeva separarsi dal padre. Allora, senta che cosa mi stilla Filippo. Nella divina asinità del suo cuore... avverta, signora baronessa, questo concetto è di mia particolare invenzione, e come mi esce dalla mente, io, caldo caldo, lo servo a lei... dunque Filippo, nella divina asinità del suo cuore, trasforma la figliuola in giovanetto, la veste da garibaldino, e, senza punto badare alla tenera età, nè alla delicata complessione, la conduce seco a durare fatiche alle quali anco i più robusti vengono meno, e a cimentarsi in pericoli che mettono i brividi addosso ai meglio animosi. La giovanetta ha preso la febbre, e il padre teme di peggio. Il Garibaldi ha comandato al padre la meni subito qua, e stia a custodirla finchè non risani; Filippo non la intende così; allo spedale non ce la vuole mettere, e dalla guerra non si vuole allontanare: io l'ho incontrato testè più morto che vivo, colla sua figliuola in collo, vagare per la città in traccia di un asilo fidato dove deporre cotesta parte dell'anima sua, ed una volta sicuro che le useranno carità di patriotti e di cristiani, se ne torna al fianco del generale. Sentito appena il suo bisogno, io ho pensato subito a lei, e ho detto a lui, cioè a Filippo: — Tu sei nato vestito; non moverti di lì, che ho il fatto tuo: per la qual cosa udendo adesso come la signoria vostra abbia tutta la sua gente fuori di casa, ho pensato: tanto meglio così, la signora non si troverà in imbarazzo a dare un po' di ricovero alla poverina.

— Curio, voi dovevate sapere che quando non avessi avuto libere altre camere, ci sarebbe stata la mia. Orsù, andate per la ragazza; e intanto io allestirò alla meglio quello che fa bisogno.

Curio si rovescia, proprio così, verso la baronessa, le bacia e le ribacia le mani, poi senz'altre parole scappa via: giunto colà dove lo aspettava Filippo:

— Su, sorgi et ambula, e non aggiungo: tolle grabatum tuum, perchè ti toccherebbe a schiantare il muricciolo...

— E dove andiamo?

— Andiamo da mia madre, vale a dire da una santissima donna, che come madre reverisco ed amo, dalla baronessa Olfridi.

— Dio te ne renda merito; ma ora a trasportare questa figliuola come si fa?

— Ecco come si fa: con la tua destra agguantati il braccio sinistro, con la mano sinistra stringimi il braccio destro; così, bravo; ecco fatta la seggiola; qui sopra adageremo la ragazza; ora bisognerebbe che anch'essa si aiutasse passandoci le braccia al collo ed agguantandocisi bene per non cadere all'indietro; a questo modo la porteremo pari come una sposa.

E come disse fecero; se non che la fanciulla non potè, siccome avevano sperato, aiutarsi, ond'ella ad ogni momento per difetto di spalliera minacciava cadere riversa: sudavano entrambi dalla fatica, e più per la pena; allora Curio soffiando osservò:

— Non ci è rimedio; qui ci vuole proprio una seggiola. E sbirciato d'intorno, mira un carbonaio seduto sopra lo sporto della sua bottega: il carbonaio e la sedia parevano ricavati dal medesimo pezzo di ebano, tanto essi erano neri. Curio gli si accosta e gli dice: Alzati.

— E se non mi volessi alzare?

— Che m'importa che tu non voglia; basta che tu ti alzi e mi dia la seggiola.

— È matto.

— Senti, carbonaio, io non sono matto; ho bisogno della tua seggiola per trasportare quel povero garibaldino infermo, che miri là; lo portavamo a braccia, ma non si potendo attaccare a noi, ogni momento stava in procinto di cascare per di dietro; molto più che anche suo padre si regge a mala pena in piedi.

— Come così è, vengo io, rispose il carbonaio, saltando su e tirandosi dietro la seggiola, dove tosto riassettata la ragazza continuarono la via.

Filippo aveva contrastato per non cedere ad altri il trasporto della figliuola, ma poi ci si adattò dietro la osservazione di Curio, che reggendo lievemente il capo della figliuola per la nuca, le avrebbe impedito di ciondolarlo sul petto da una parte all'altra.

Il carbonaio, nello ardore della sua benevolenza, non aveva posto mente alla polvere di carbone onde egli e la sua seggiola andavano imbrattati, e molto meno ce l'avevano posta gli altri; sicchè Curio, essendosi asciugato più volte con le mani il sudore, ed avendo anco reso più volte lo stesso servizio alla inferma che grondava, in breve venne a fare di sè e di lei un tutto uguale al carbonaio: però giunti che furono al palazzo Olfridi, la baronessa, che li aspettava a gloria in capo di scala, al vederli non sapeva più in che mondo si fosse; erano tre cafri in un gomitolo: già stava per dare di volta, chiudere l'uscio e tirare i chiavistelli, quando valse a trattenerla la voce di Curio, il quale si mise a gridare:

— O che scappa, baronessa?

— Aspetto bianchi, e voi mi venite neri.

Nonostante le apprensioni di cui i nostri personaggi andavano compresi, di tanto non poterono trattenersi che non prorompessero tutti in uno scoppio di risa; fino la fanciulla, poco prima risentita, rise. Il carbonaio, che si sentiva in colpa di cotesto caso, si confondeva in scuse al mal fatto, chiamandosi pronto a sopperire alle spese di ranno e di sapone; onde le risa crescevano vie più: impertanto appena gli parve poterlo fare, se la svignò lasciando la seggiola, la quale indi a un'ora gli fu riportata da parte della baronessa, con cinque lire di mancia, cui egli da principio rifiutò ferocemente, ma la moglie a poco a poco lo ammollì, e all'ultimo con una stretta lo vinse, dicendo: «Pigliale, serviranno a rinnovare la provvisione di polvere e palle, caso mai quei cani avessero a tornare.» La guerra essendo durata poco, e così remosso ogni pericolo d'invasione, il carbonaio e la carbonaia, messo in consulta il da farsi delle cinque lire, deliberarono all'unanimità di comprare tanto vino e beverlo alla salute del generale Garibaldi.

La baronessa, poichè le fu recata in camera la fanciulla, voltasi agli astanti piacevolmente lor favellò:

— Ed ora voi altri ve ne potete andare. Curio, tu conosci la casa, al camino la pentola bolle, in dispensa troverai il bisogno: apparecchiate da voi, e mangiate. Tu, Curio, a quanto sembra, hai maggiore necessità di lavarti che di mangiare, il signor Filippo forse più di mangiare che di lavarsi, ma di ambedue le cose l'uno e l'altro di voi ha certamente bisogno.

— Grazie, signora mia, grazie, ma veda, se non le fosse d'incomodo, le darei aiuto a spogliare ed a lavare la ragazza.

— Signor no, la decenza lo vieta.

— O se l'ho fatto tante volte?

— E che rileva cotesto? Quando costringe la necessità, allora va bene che il padre riunisca alle sue anco le prerogative della madre, a patto però che tornino a separarsi subito dopo che la madre, od altra donna la quale ne tenga le veci, soppraggiunga a ripigliarle; e ora ci sono io a fare da madre.

Filippo chinò il capo, e sospirando soggiunse:

— E quando potrò tornare?

— A suo tempo sarà avvisato: per ora, reverisco; e presolo per mano lo scortava fino al limitare della porta; voltandosi poi vide come Curio non si fosse mosso: E lei che fa?

— Aspettava la intimazione di sfratto. Ecco la intimazione, disse sorridendo la baronessa; e, messagli la mano sopra una spalla, lo cacciò fuori chiudendogli l'uscio in faccia.

Filippo e Curio lavaronsi e si misero a mensa; se non che Filippo quasi ad ogni boccone si levava, e con le nocche battuto alla porta della camera della baronessa, chiedeva con la voce del mendicante:

— Si può entrare?

— No, signore.

Ed egli tutto umile rifaceva i passi: all'ultimo la baronessa un po' spazientita lo ammonì:

— Senta, non stia a disturbarsi più oltre: sarà chiamato.

La egregia donna, spogliata la giovane, adoperò verso quella le più delicate mondizie di cui meritamente sono vaghe le gentildonne, e mentre l'allindiva, secondochè la femminile curiosità la persuadeva, di tratto in tratto la guardava e viepiù sempre stupiva.

— O Dio! O Dio! ella non rifiniva di esclamare, come sei bella; che volto! che capo! E come ti chiami, carina mia?

E la fanciulla, fattasi in faccia color di rosa imbalconata, rispondeva:

— Mi chiamo Eufrosina.

— Il nome di una Grazia, e ti sta bene.

Le sciolse i capelli folti e nerissimi, glieli forbì, glieli profumò con olio lievemente odoroso di ireos, e infine glieli compose a benda lungo le tempie; non si saziando contemplarla e baciarla. La contentezza della buona signora superava di mille doppi quella del restauratore di quadri, al quale fu data a ripulire la rozza tavola dove Leonardo da Vinci aveva dipinto l'Angiolo: narrasi come l'artefice mano a mano che lavando la lordura scopriva cotesto miracolo dell'arte, si sentisse conquidere dentro, finchè avendolo disvelato tutto, tanta dolcezza lo vinse, che si lasciò cadere in ginocchioni per adorarlo. Suprema forza della natura, bellezza.

In effetto, la baronessa infervorata dall'entusiasmo, andava ripetendo:

— Ma tu sei creatura modellata da Dio, con le sue sante mani: Eufrosina, vedi, la mia figliuola Eleuteria, che pure è in fama di bella, in faccia a te parrebbe un moccolo in paragone del sole.

E non cessava stazzonarla: la vestì di finissima camicia di tela batista, e in capo le pose la più preziosa delle sue cuffiette; la ricreò con un cordiale, tornò a guardarla, tornò a baciarla, e poi, lieta così che non capiva nella pelle, spalanca la porta e grida:

— Sor Filippo... o sor Filippo, adesso, se vuole, può venire.

E quegli non aspettò si rinnovasse l'invito. Curio, che gli veniva dietro, a posta sua domandò peritoso:

— E a me non sarebbe permesso?

— O chi ti para?

Vieni amore a veder la gloria nostra,

Beltà sopra natura altera e nuova.

Il padre, comecchè uso a contemplare quel caro sembiante, rimase estatico a vederla così trasformata, e come i devoti costumano recitare le orazioni, egli sussurrava sommesso:

— Che maraviglia! quanto bella! quanto buona!

E la baronessa osservava a Curio:

— Ma lo credo io, che il sor Filippo repugnava a metterla allo spedale; coteste creature si custodiscono, Dio mi perdoni, nel ciborio; Curio, ma guarda quegli occhi, fammi il piacere di guardarmeli bene, e dimmi poi se non ti paiono fatti di filo di rasoi; perchè gli occhi tagliano, e di che tinta!

Non ci era mestieri tanta fiamma per accendere il cuore di Curio, ma ciò che lo fece andare in visibilio, fu quando la fanciulla in sembianza umile lo pregò:

— Signor Curio, vorrebbe accostarsi più presso a me...

Non se lo fece dire due volte, ed ella, presolo per la mano, gliela strinse con immenso affetto dicendo:

— Anche lei il Signore Dio rimeriti della sua carità.

Curio non ebbe balìa di aprire bocca; un formicolio dalla mano stretta gli corse su pel braccio, e dal braccio gli salì negli occhi, che in un attimo rimasero assorti in un mare di fuoco: essendosi poi provato ad articolare parola, dalla gola stretta non valse a cavarne altro che un singulto; e il poveretto, il quale non sapeva ancora che fosse amore, credè che gli ci fosse rimasto un ossetto della braciola mangiata poc'anzi.

Dopo alcuna dimora, la baronessa riprese:

— Ho mandato pel medico, ma, signor Filippo, stia allegro, che non sarà nulla; alla peggio una terzana, e voi lo sapete il proverbio che dice: «i vecchi ammazza e i giovani risana.» Se non fossi per passare da presuntuosa, io piglierei a guarirla da me; giuoco che tra otto giorni o dieci ella vi torna in fiore, più che non sia mai stata. Adesso poi bisogna che riposi: vedete come la si sforza a tenere gli occhi aperti; andate a dormire, a passeggiare: a rivederci a pranzo.

Filippo si china, e, preso un lembo della vesta alla baronessa, glielo bacia dicendo:

— Signora, voi siete una santa...

E Curio, con quel suo fare avventato, lo interrompe, esclamando:

— Non ci è bisogno di stupirne; qui in Brescia tutte le donne sono così...

— Non tutte, adulatore, non tutte, riprese la baronessa sorridendo, però non nego, la massima parte.

*

— E adesso che facciamo?

— A parer mio, il meglio sarà andarcene a dormire, rispose Curio; se non che subito dandosi un picchio al capo esclamò:

— Ignorante che sono! E il povero maggiore mi era già uscito di mente! Addio, Filippo, addio; va' a dormire, che a me tocca andare fino allo spedale a rivedere il maggiore; un bravo uomo, sai? Credendo egli perduta la guerra, si era dato alla disperazione; io gli ho promesso portargli notizie fresche, e poichè son liete, giudico crudeltà ritardargliele; dunque a rivederci.

— Aspetta, Curio, che vo' venire anch'io.

— O la fatica? O il sonno?

— Vedere un patriotta di cuore, e parlare con lui di battaglie, mi fa più pro che dormire.

Andarono; però, nonostante i bei propositi di Filippo, egli sentendosi debole di forze, si appoggiò al braccio di Curio, e per un buon tratto di cammino procederono a maraviglia; di repente Curio si svincolava da Filippo con tanto buon garbo, che per poco non lo mandò riverso per la terra; la cagione ne fu lo aver visto Curio una corba di limoni, i quali pensando potessero essere accetti al maggiore, corse a comprarli alla sua maniera, cioè a pigliarli per pagarli poi quello che chiedevano. Di nuovo si rimettono in via, e Filippo di nuovo si regge al braccio di Curio, finchè a questo non gli frulla pel capo la fantasia che forse il maggiore mancava di zucchero, e allora i limoni soli a che buoni, se non che alleghire i denti? Di qui un secondo sbalzo e un altro squasso, che per questa volta avrebbe di certo stramazzato Filippo, se non dava in pieno nella pancia ad una massaia, che pareva un pagliaio.

— Buona grazia vinse il palio! gridò la donna stizzita, rendendogli la spinta col cambio, onde Filippo potè, quantunque traballando, reggersi in piedi e dirle grazie di cuore. Per la quale cosa la massaia reputandosi uccellata, piena di rovello si allontanò brontolando un carro di villanie. Curio intanto, lieto del fatto suo, profferiva il braccio a Filippo, ma questi respingendolo disse:

— Va' al diavolo, ch'io torrei mettermi in una tasca la tramontana e in un'altra il grecale, piuttostochè venire a braccetto con te.

*

Accostaronsi al letto del maggiore, dov'egli se ne stava appisolato, senonchè, udito appena il rumore dei passi che gli si avvicinavano, aperse gli occhi sospirando:

— Quanto ti sei fatto aspettare!

— Maggiore, non una ma venti scuse potrei addurvi una migliore dell'altra: ma a che pro? Ecco: io vi ho condotto un'anima di leccio, che viene adesso dal quartiere del generale Garibaldi.

— Viene! E perchè torna?

— Non istate a farvi il sangue verde, maggiore, questo vi basti, che stoppa ce ne avanza, nè Garibaldi si rimane da torcerla.

— Sì? Su presto, racconta.

— Il sergente Filippo ve lo racconterà per filo e per segno.

— Se permette, signor maggiore, disse Filippo, salutando coll'alzare della mano verso il berretto, le domanderò innanzi tratto se sappia dove diavolo ci abbiano cacciato?

— Dillo a me, che lo conosco a mena dito! Gioghi, che per vederne la cima bisogna metterci addirittura a pancia all'aria; rupi a strappi appuntate come le guglie del duomo di Milano: nevi da un anno all'altro, ghiacciaie eterne, e a giorni per ore e ore un fiato di bocca di forno: calli poi dove la camozza, dopo averci steso il piede, lo tiene in alto quasi per deliberare se debba o no avventurarcisi, e all'ultimo non ne fa niente; fiumi, che menano a rotta di collo macigni come fossero rena, sempre a guadarli pericolosi, sovente impossibili; dai fianchi del monte, di sul capo da mille ripari naturali, o condotti ad arte, ti fioccano palle senza sapere chi ringraziarne: sembra che i demoni del luogo, impietriti in coteste rocce, sparino a man salva: in mezzo al terribile laberinto, ai tempi di Andrea Hofer, si dice che ci restassero morti non meno di quarantamila uomini fra bavari e franchi.

— Proprio così, ed anco adesso, dopo cinquantasette anni, tu miri biancheggiare di ossa certa valle, che ha nome il burrone dei morti: però al presente è troppo peggio del 1809 e del 1848, perchè da quest'ultimo anno gli austriaci, in capo ad ogni svolta dei monti, hanno fabbricato un fortino armato di tutto punto. Cotesti fortilizi, posti là a sbarrare la strada, paiono mastini che ti mostrino i denti... da un punto all'altro ti sembra che abbiano a pigliare la rincorsa per saltarti alla gola. Glielo avevano avvisato a quel coso del La Marmora: «Generale, badi al Caffaro, al Tonale e allo Stelvio, che da coteste parti gli austriaci sbucarono sempre.»

Ma ei non la volle capire.

Il Clementi, che è un macellaio di Bormio, mio amico, sulla fine di maggio si raccomandava, con le braccia in croce, mandassero gente a guardare i passi; facile impresa presidiando il Giogo, il Casino dei rottieri, le cantoniere, la chiesa e la casa del cappellano; più tardi impossibile; non gli si diede ascolto; precipitando gli eventi, il Clementi implora: forniteci armi e munizioni che ci difenderemo da noi: se il governo frigge con l'acqua e non le vuol dare a ufo, ce le metta a debito, e, se non si fida, da una mano gli schioppi, dall'altra i quattrini: e' fu predicare ai porri: il dì veniente i tedeschi dallo Stelvio e dal Tonale irruppero sopra le terre lombarde. Così, un macellaio alla prova si mostrò più esperto di strategia del capitano La Marmora. Adesso il Generale ha spedito in fretta e in furia da quelle parti i colonnelli Guicciardi e Cadolini, e staremo a vedere ciò che sapranno fare.

— Ma sicuro che bisognava tenere l'occhio sul Tirolo, perchè ecco qua come i tedeschi possono scendere da codesto lato in Lombardia, e minacciarci di fianco e alle spalle, intanto che noi c'inoltriamo nel Veneto; così noi potremmo, a volta nostra, speculandoli in coteste posizioni, assalirli a tergo ed occupare il Tirolo.

In questa opinione mi conferma l'ottimo sistema immaginato dagli ingegneri tedeschi, i quali, avendo fatto il castello di Toblino chiave della vôlta, partirono in due le linee della difesa, di cui la prima piglia da mezzogiorno scendendo dalla valle inferiore della Sacca verso la estremità settentrionale del lago di Garda; l'altra dopo avere rimontato la medesima valle per le Giudicarie conduce al lago d'Idro; anco da Toblino a Trento, il terreno è munito di forti arnesi di guerra, che si collegano col quadrilatero e con le altre difese. E a uomini come state, sergente?

— Io non saprei; chi ne dice una e chi ne conta un'altra. Ella sa quanto me, come l'arrolamento dei volontari prima fosse aperto, poi chiuso, all'ultimo riaperto: senza aggravarmi la coscienza, mi è concesso sospettare che il governo barcamenasse nella speranza di non chiamarli mai, o, chiamati, rimandarli subito: basta, io credo che da principio, a farla grassa, saremo giunti a quindicimila; adesso ogni giorno ne arriva[13]; ma, o signore, che gente! Chi in giacchetta, chi in falda, taluni persino in manica di camicia; chi con le scarpe, chi scalzo; quale usa il cappello alto, quale basso; la più parte in berretta, e queste di tante fogge, stoffa e colori da destare le convulsioni al capitano La Marmora; giovani imberbi, barbe bianche, maestri con gli scolari, capi di bottega co' garzoni; e donne in copia travestite da uomo, o no: breve, immensa e pittoresca disformità, la quale, se mette tanto di cuore nel patriotta, lo fa diventare vizzo al soldato che sa chi abbiamo a combattere, ed in quali luoghi.[14]

— Ma intanto che viaggiano, il governo penserà a vestirli e ad armarli a dovere.

— E che dice ella mai, signor maggiore? È proprio una pietà. Le camicie rosse non bastano, e la stoffa n'è rada così, che sembra straccio servito a passare pomidoro; se vuole sincerarsene; consideri la mia, ch'è delle meglio; la si stinge subito pigliando mille colori, veruno dei quali si trova nell'arcobaleno: aggiungono una coperta leggera tanto da disgradarne le frittate fiorentine: solo a vederle viene il freddo addosso. Le munizioni tali, che se toccasse al nemico provvedercele, in verità di Dio, ce le manderebbe migliori; il vino, una maniera di minestra mora composta di acido tartarico, miele e campeggio: per me giuro che lo attingono a brocche a qualche pozzo infernale; di qui coliche, dissenterie, un rotolarsi bestemmiando per la terra e morire: fuori del campo gli avvelenatori si condannano in galera; in campo si pagano, anzi si fanno cavalieri. E bada, che le più volte muoiono di fame: ho visto io, con questi occhi veggenti, volontari, ai quali toccò nel corso di 28 ore mezza galletta ammuffita per uno, sicchè sovente fummo costretti a frugare sotto terra come bestie per trovare radica o patata, e con queste attutire la fame canina!!![15]

— Eh! caro mio, se Messene piange, Sparta non ride: in questa parte anco l'esercito stanziale ne ha da contare delle belle: le armi sono buone?

— Qui poi esco dai gangheri; contro le carabine tirolesi, che ti spaccano il cranio con la palla alla distanza di 1800 metri, ci hanno mandato catenacci che non piglian fuoco dentro una fornace; sicchè, senza difesa, noi per un miglio e più siamo esposti alla morte[16]; di ciò porgono testimonianza molte rocce di coteste alpi, ahimè! vermiglie di sangue italiano, e invendicato. Di promesse un sacco ma, le carabine di precisione le hanno di là da venire. Quanto a istruzione, gliene dirò una e basta: stavamo in procinto di azzuffarci, gli uffiziali avevano comandato di caricare le armi, quando io mi accorsi, dall'imbarazzo dimostrato da alcuni volontari, com'essi non sapessero da che parte cacciare la cartuccia dentro lo schioppo; e se io non glielo insegnava, mettevano prima la palla e poi la polvere.[17]

— O gli uffiziali che ci stanno a fare?

— Signor maggiore, rispose il sergente, rinnuovando il saluto militare della mano levata verso la berretta, voglia dispensarmi: ella m'insegna che i superiori hanno sempre ragione, e se torto, ragione al doppio: al soldato non è concesso neanco lodare, la si figuri se riprendere!

— Eh! via, smetti di fare il gesuita, come se non sapessi che voialtri siete più mormoratori e brontoloni degli ebrei menati da Mosè nel deserto: al solo guardarti in faccia conosco che ti struggi di voglia per dirne male. Su via, sbotta, o che hai paura ch'io ti faccia la spia?

— Allora per santa obbedienza le dirò, che, eccetto pochi, i quali meriterebbero davvero gli si accendessero i moccoli ai piedi, gli altri mi paiono, anzi sono, una mano d'intriganti, queruli e ciarlieri: l'uno astia l'altro: periti di milizia quanto io di turco: ignoranti dei luoghi, procedono a vanvera avanti e da parte: nelle aule politiche, granatieri; in campo, predicatori: generali di pentecoste, vo' dire per virtù dello Spirito Santo, come gli apostoli. A vederli a cavallo tutti lustranti d'oro, gli è proprio un desio.....

— E ti peritavi a dire? Dio ci scampi, se ne avevi voglia!

— Ormai che ci sono mi vo' sfogare: la si figuri: ci è tale, che per comparire mirabile con divisa indorata accattò a usura lire 500, per renderne in capo ad un mese mille; il che fa il ninnolo del 1400 per cento. Corse fama in quel tempo che la regia università degli usurai volesse collettarsi, per edificare una cappella e consacrarci la sua immagine, perchè nel calendario della sgozzatura costui può tenere le parti di pontefice massimo, e lo avrebbero fatto; ma trovandosi gli ebrei nel collegio in maggioranza, imbiancarono il partito col pretesto che la religione mosaica vieta il culto delle immagini. Però è giusto dire che a repentaglio ci stanno, e questo me li fa sopportare, altrimenti li avrei in uggia più della quaresima: vero è però che una volta parve supremo vanto fra noi menare le mani, e fu quando quei curiosi dei francesi sentenziarono che gl'italiani non si battono, ma oggi ch'essi hanno mostrato che si battono anche troppo, i giovani dovrebbero imparare, e se non lo imparano da per loro glielo insegneremo noi altri vecchi, come la minima delle virtù militari sia fare il proprio dovere in campo. Rispetto ai soldati gregari, o bassa forza, come la abbia a chiamare, colpa prima del governo, che niente lasciò intentato per iscreditarli, poi delle Commissioni, che, ravvisando negli arrolamenti un cauterio onde purgare la città, ci travasarono il meglio delle galere e dei penitenziari; per ultimo valga il vero, del Generale...

— Chi Generale?

— Quando si dice generale, o di chi altri può intendersi se non del Garibaldi?...

— E ti attenti accusarlo?

— E perchè no? I credenti stimano solo Dio perfetto, i miscredenti nemmanco lui. Garibaldi poi vuol essere benvoluto non già adorato; difatti se gli si presenta un facinoroso in sembianza compunta e gli dichiara sentirsi infastidito della infame vita tratta fin lì e volersi fare ammazzare per la patria, il Garibaldi gli metterà una mano sulla spalla e con voce soavissima gli dirà: «Sì, caro, fatti ammazzare alla prima occasione, e procura con la bella morte espiare la tua scellerata vita; così adoperando ci è caso che tu ritorni in grazia di Dio e della patria!» Io ho veduto per esperienza simili tratti riuscire, allorchè ci troviamo in procinto di battaglia, perchè la passione che mosse il facinoroso si mantiene rovente, anzi cresce fra lo strepito delle armi e il furore dei cannoni, onde, prima ch'egli si sboglientisca, casca morto: nel parapiglia i buoni soldati non si accorgono chi sia loro caduto allato: morì per la patria, e qual sarà il tristo che gli laverà la faccia intrisa di sangue per ravvisare un furfante? Ma incastrarli permanentemente nello esercito, gli è un'altra faccenda; scaccia la mala natura, e ti ritorna più impronta che la mosca sul naso; le costoro riotte e rapine e male parole e peggiori fatti ti manderanno a soqquadro ogni cosa: più volte vedemmo venire i gendarmi fra noi e levarne una funata, e con quanta umiliazione dei buoni e discredito del corpo, ella, signor maggiore, immagini. Quanto all'artiglieria, a levarla su in cielo, in coscienza, non sarebbe metterla in alto quanto si merita...

— E' ci è di già, Filippo, e' ci è, e te ne dovresti essere accorto! Ormai la costellazione del cannone governa il mondo...

— Insomma, Curio, più buona gente dei nostri artiglieri io non ho mai visto al mondo. Il maggiore Dogliotti, solo, vale un Perù.

— Allora non può essere a meno che alla fine della campagna non lo eleggano capitano...

— Che diavolo spropositi? Volevi dire colonnello...

— No, Filippo, non erro; poichè quanto vi ha di codardo, d'ignorante e di birbone, è spinto innanzi; non resta per mercede ai buoni che mandarli indietro....

— Lasciamo i morsi ai cani, interruppe il maggiore. Ditemi, sergente, dalle mosse del Generale si argomenta dov'egli intenda venire?

— Non si argomenta, signor maggiore, si legge espresso, perchè nelle giravolte di coteste giogaie non ci è da sciegliere; egli può bene tenere segreto il modo di penetrarci, ma, quanto alla strada, essa fu tracciata dalla natura: certo più facile sarebbe stato per le valli del Non e del Sol investire Trento, ma il capitano La Marmora non volle che il Garibaldi sforzasse i passi dello Stelvio e del Tonale; però non avanza altro che il Caffaro.

Ora non ci è mulattiere, il quale non sappia che tenendo questo sentiero si arriva al lago d'Idro, donde per le Giudicarie bisogna andare al ponte del Chiese: di qui si sale sul Bondo, fra Agrone e Tione, per discendere alla valle del Sacca; da questa poi, per Vezzano e Stenico, a Trento. Come già le ho detto, furono spedite due colonne al Tonale ed allo Stelvio per tenere in rispetto i tedeschi, onde non irrompano un'altra volta. Tuttavia, ecco, maggiore, glielo confesso col cuore in mano, belle cose noi non facciamo: la si figuri un gruppo di nodi che ci bisogni sciogliere uno per volta. I tirolesi con la palla delle loro carabine spaccano una palanca a mille e più metri di distanza, e gli austriaci, serve assai, al fuoco ci stanno al pari di ogni altro soldato del mondo.

— È vero; ne buscano in buona fede: ma i montanari, come ci si mostrano? Furono un dì amici.

— Dia retta a me, maggiore: che la gente culta un giorno ci si professasse amica, può darsi, ma ora, ecco, non mi pare. La bandiera italiana, col vescicante savoiardo in mezzo (come cotesti sboccati sbottonano senza ombra di reverenza) non attecchisce; la età appaltona non comprende la grande anima del Garibaldi, il quale quanto più bistrattato più si ostina, amatore malgradito ed importuno, ad affaticarsi per la monarchia; di fatto ciò non può procedere che da somma abiezione o da somma generosità, e voi sapete che ai tempi nostri gli eroi sarebbero centauri. I montanari poi io giudico addirittura contrari, e ciò perchè, quando l'anima umana piglia la ruggine della servitù, ci vuole il diavolo a ripulirla, e dobbiamo anche ringraziare i preti, i quali vanno predicando noi essere nemici mortali della religione, ed amici parimente mortali delle galline..... e delle donne...

— E se non sarà lì, sarà all'uscio accanto; ma veniamo al grano, sergente, fin qui ne avete date, o ne avete buscate?

— Date, per Dio, date, e ne daremo sempre; ma adagio a gonfiare i palloni: per me, dopo la taccia di vile, quella che più rincresce è di millantatore: la vanteria è il sole della Francia, lasciamo che a cotesta fascina si scaldino i francesi. Ascolti: dopo essersi fatto aspettare un pezzo, il raggio della luce dall'alto dei colli si versò giù per le valli, e la faccia del Garibaldi splendeva come quella del sole. Inoltriamo i nostri passi sulla terra italiana, egli disse, e senz'altre parole spinse una colonna comandata dal maggiore Castellini al ponte del Caffaro, allora confine fra la Lombardia ed il Tirolo: bello di speranza e di generosità, egli bandiva ai volontari la virtù dello esercito, la prodezza del re; la vittoria già conquistata nelle contrade venete; la necessità di correre traverso le armi austriache, per giungere in tempo a stringere la mano dei fratelli sopra i campi gloriosi di battaglia[18], e precisamente in quel punto l'austriaco ricacciava, voi lo sapete, il nostro esercito di qua dal Mincio, e il re, prudentissimo guerriero, si serbava a migliori fortune affidato alle groppe del suo cavallo.

Non così il Garibaldi; e quantunque gli austriaci ci bersagliassero quasi a man salva da luoghi da lunga pezza ammanniti, bene poterono renderci sanguinosa la vittoria, non impedircela: sgarrammo la puntaglia ed inseguimmo fino a Storo il nemico, con la baionetta nelle reni. Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu, che certo capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella friulano: entrambi valorosi davvero, e l'uno competente all'altro; però o la maggior perizia, o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, fatto sta che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere: finchè durò il duello cessammo di tirare da una parte e dall'altra; e il vincitore con parole blande consolò il vinto, che a questo modo deve costumare chiunque abbia voglia che la vittoria gli frutti lode e non biasimo. Con tali presagi e con tali successi il capo ci fumava come un camino, e il terreno ci scottava sotto i piedi impazienti di sosta: stavamo per metterci in marcia su Storo, valicando il Chiese, quando il capitano La Marmora ci arrandellò tra capo e collo il telegramma: «Disastro irreparabile! Coprite Brescia.» Ci parve che ci tagliassero i garretti: mogi mogi, scorati rifacemmo i passi; parevamo tanti fratelli della Misericordia che tornassero da associare un morto. Fermi a Lonato, a contemplare gli austriaci imperversanti senza sospetto per la valle del Chiese, noi ci mordevamo le mani; il Garibaldi pareva in vista una statua di marmo; chi gli era vicino, dal continuo torcere della bocca, che peggio non poteva fare se avesse mangiato fette di limone, si chiariva com'egli ci patisse più di noi; all'ultimo non potemmo più stare al canapo, e il Generale di punto in bianco ordinò andassimo a ripigliare le posizioni abbandonate, cacciassimo via il nemico da Montesuello. Gli austriaci ci attesero a piè fermo, ed a ragione, chè chi sta bene non si ha da movere, ma, appena ci scorsero alla lontana, presero a bersagliarci dalle trincee di Sant'Antonio. Che cosa potevamo opporre noi? I migliori alleati dei nostri nemici erano i nostri schioppi; oltre alla meschina portata, nello spararli correvamo il rischio di ammazzarci da noi, così li provavamo logori ed arrugginiti. Per maggiore disdetta ecco annuvolarsi il cielo, e fra lampi e tuoni rovesciare giù acqua a catinelle. Dunque, mano alla baionetta e addosso. Pareva che la morte bacchiasse le noci; ma invece di noci erano giovani prestanti e belli ed italiani tutti: ad ogni passo giù un morto, od un ferito; ma dai dai, sopra il nemico ci siamo, e la superiorità delle armi ora non gli giova; primo moto di lui, la fuga, indi a poco, infervorato dagli ufficiali, volta faccia e ripiglia le offese: cozzavamo peggio dei montoni, un po' indietreggiando essi, un po' noi; alfine, noi altri chiusi e stretti in un gomitolo ci avventammo, e lo incalzammo a piè del Montesuello. Molto sangue grondava la nostra persona, ma più sudore; credevamo vinto ogni intoppo, e ci ingannammo; però che là, dove il monte svoltando a levante sembra che chiuda ogni adito al passeggiero, ci attendessero gli austriaci riparati da formidabili ridotti; se gl'istrumenti erano pronti a sonare, e noi non meno vogliosi di ballare. Qui dicemmo: aut, aut, o l'audacia e la celerità ci salvano, o nulla ci salva; si avventa un battaglione come un maroso, e come un maroso respinto dalla scogliera si ripiega lacero e fremente; ne subentra un altro, un altro poi, sempre con valore ed infortunio pari; si sdrucciolava nel sangue; l'anelito fumoso dei petti lacerati impregnava l'aria, sicchè respiravamo una nebbia sanguigna. Il Garibaldi, tutto avvampato nel sembiante, si tuffa dentro la mischia, più che da capitano, da soldato: di repente balena e sparisce, che una palla lo ha ferito in una coscia. Un urlo spaventoso si mescolò al ruggito del tuono, allo strepito delle armi da fuoco, e tutto vinse; ma il Garibaldi, tocca appena la terra, si leva, e fasciato alla meglio, si adagia sopra una barella e sta nel mezzo della battaglia. Il Garibaldi non parlava, guardava i volontari, e basta; anzi ce n'era di troppo, però che lo sguardo del Garibaldi tolga all'anima ogni viltà, come l'acqua lava il corpo da ogni sozzura: finchè egli ti guarda, la codardia non si attenta accostarsi a te... finchè il suo sguardo dura, tutti si sentono eroi. Ma egli non poteva trovarsi da per tutto; e i volontari leoni sempre, pure, lo ripeto con dolore, leoni travagliati dalla febbre. Ahimè! la sconfitta di Custoza, la fame, il freddo, i giornalieri disagi, le armi infami, l'odio e lo spregio in cui sembra loro essere tenuti, e sono, ha messo nelle anime loro tale uno sgomento, che li fa desiderare la morte: non importa la vittoria, basta finire la vita: non volsero le spalle.... diedero indietro disperati.... ormai credevano la battaglia perduta. Di poca fede i giovani soldati; per noi vecchi, non è vero, maggiore? finchè ci è fiato ci è speranza. Ed io, vedendo allontanarsi la barella dove giaceva il Garibaldi, dissi fra me: gatta ci cova; ed è chiaro: il Garibaldi non uscì mai dal campo se prima non avessero vinto i suoi: dunque aspettiamo a vederne delle nuove, e mi era apposto: di un tratto, dalle alture di Santo Antonio, quattro cannoni pigliano a seminare la strage nella colonna degli austriaci, la quale non si prova nemmanco a ordinarsi sopra la strada, e spulezza via più che di corsa. Gli austriaci fuggendo speravano ridursi daccapo ai fidati ripari di Montesuello, ma venne loro interdetto, chè le compagnie del maggior Mosto, sopraggiunte alla Berga, li chiamano a morte; onde essi continuano la fuga lasciandoci in potestà nostra le posizioni di Montesuello, del Ponte di Caffaro e di Bagolino. Ed ecco come, non disperando mai, si finisce sempre col vincere; sovente accade che in mezzo al fragore delle armi, allo affanno della zuffa, alla polvere e al fumo, la vittoria cammini a tastoni incerta dove si abbia a posare; tocca al buon capitano ritrovare le orme, agguantarla e incatenarla come schiava fuggitiva al carro del suo trionfo. Di altro non so, perchè mi sono partito dal campo.

— Come partito? Sul più bello si parte?

E il sergente, con un suo ghigno amaro:

— Non dubiti, maggiore, che io sono di quelli che rimangono addietro a chiudere l'uscio; qui venni, per comando espresso del Generale, a curare una mia creatura di sedici anni, che....

— Che mai?

— Che, nel seguitarmi alla guerra, cadde inferma. Ora ritorno.

— E tu, Curio, a che stai?

— Io non istò per niente, me ne vo con lui a prendere il posto della sua figliuola.

— Dunque non perdete tempo, andatevene.... ogni minuto perduto è un delitto, un tradimento.... ma no, aspettate.... voglio venire anch'io.

Immemore dello stato in cui si trovava, il buon maggiore appuntella il braccio ferito per ispingersi fuori del letto: nell'impeto del moto manda in pezzi lo apparecchio e sfascia la piaga, con suo inestimabile spasimo: il sangue scorre a fiume dalle lacere vene, lo invade un freddo sudore, la immagine delle cose circostanti gli si perde dentro una caligine sempre più densa, sviene; ma, prima di svenirsi, tanto potè raccogliere di spirito, che con voce abbastanza sonora esclamò: — Viva Garibaldi!

Quasi scintilla elettrica questa voce penetrò, circolò in un attimo nelle ossa di quanti la udirono ed in ogni angolo più recondito dello spedale: ogni atto, ogni affetto rimasero sospesi; i servigiali, accorrenti con farmachi od altro, arrestaronsi; i cerusici si fermarono da medicare le piaghe; una madre stette a mezzo curva sul figliuolo che si era chinata a baciare; un'amante cessò asciugare il sudore allo amico per angoscia convulso; gli infermi stessi, dimenticato un momento il dolore, come se si fossero dati la intesa, con una voce sola replicarono: «Viva Garibaldi!»

Gran cosa è questa: lo spirito umano esaltato dal divino entusiasmo domina lo stimolo del bisogno e supera perfino le trafitte del dolore. Come avviene ciò? In qual modo una parte della materia acquista virtù di prevalere cotanto sopra l'altra parte? La scienza irride come inane il vostro postulato e si vanta risolverlo in due palate.[19] Per verità io meditai molti dei moderni libri sulla materia, ma non sono giunto a chiarirmi. Se io avessi a dare un consiglio alla scienza, le direi: — Cerca di molto, e afferma poco e tardi; cerca, poichè io non ti possa trattenere, ed anco potendo non te lo impedirei; ma cerca tremando di scoprire che tutta terra siamo: imperciocchè in quel giorno (se fia mai che venga) sarà spenta ogni poesia dell'anima: invidieremo i bruti, che camminando col muso chino a terra non sono costretti a funestarsi la vista con lo immenso inganno del cielo stellato.... le rane dal padule canteranno le glorie dell'uomo, che, uscito dal fango, tornerà intero alla mota materna. Oh! di quanto senno fece prova lo antico sapiente, allorchè disse: «Se tutta la verità mi stesse chiusa nel pugno, aborrirei aprirlo per la paura di fare un tristo dono all'umanità!»

È lecito rinnovare agli scienziati